L’ultimo chilometro

Quando ci si cimenta nello scrivere, per i più la vera difficoltà consiste nella sindrome da pagina bianca, nell’inizio. Così almeno generalmente si dice e si legge. Poi tutto va in discesa. Per me è esattamente il contrario. È come la prima tappa dolomitica del Giro: oltre 200 km di noioso piattume padano o di fondovalle e poi all’improvviso l’erta finale spaccagambe. L’ultimo chilometro è sempre stato il mio problema. Quante idee si sono arenate lì, nel blocco dell’ultimo chilometro, di fronte alla decisione finale! Potrei fare un lungo elenco di momenti della mia vita che hanno conosciuto il dramma dell’ultimo chilometro.

I pochi traguardi raggiunti devono la conquista al pungolo altrui, quasi sempre ad una mano di donna. Perché? Perché non mi è mai stato esattamente chiaro se traguardare confini significhi arrivare alla fine di un viaggio e di una certezza o iniziare un altro viaggio tra altre incertezze. Ma anche perché il ruolo giocato nella vita dal passato, un gravame tanto impegnativo con cui convivere quanto arduo da condividere, ha sempre oggettivamente reso complesso camminare con lo sguardo proteso con sicurezza in avanti, costituendo zavorra al procedere. Ecco due ragioni, le due ragioni della sindrome dell’ultimo chilometro.

Ora mi trovo di nuovo all’ultimo chilometro: un altro libro è pronto. Ho pedalato in piano attraversando contrade amiche e lande ostili; ho superato ansie e crisi, fame e sete, piacere e dolore; ho fatto tutto con i miei mezzi finora. E adesso sono alla fine di un altro progetto. E di nuovo appare la sindrome dell’ultimo chilometro. Ho ancora bisogno di una mano, mano amica. Da solo non ho mai traguardato confini da lontano, non ho mai ardito varcare soglie. Mano amica, dove sei?

Lampi d’allegria

Sopra il chiosco il lampione lampeggiava a intervalli irregolari. La sua luce era disarmonica e rompeva l’uniformità di quella lunga strada, una delle più lunghe della piccola città, dove invece la luce emanata dagli altri lampioni era ferma e sicura. Lui passava spesso di lì e da giorni quel lampione gli era parso più simpatico. Quelle sue intermittenze gli davano allegria. Si fermò un attimo sotto quelle intermittenze. E l’asfalto della strada divenne un sentiero erboso tra le rocce, la luce a tratti del lampione quella del sole tra le nubi. La vita trae significato da un’intermittenza? Quale significato le intermittenze danno alla vita? La strada è la vita e le intermittenze creano una discrasia nell’uguaglianza, che l’uomo sente un forte bisogno di correggere, sempre. Perché? Forse domani una squadra verrà e riparerà quel lampione e a lui non dirà più niente quel lampione riparato, reso uguale a tutti. Il sole appariva e spariva. Ogni nube era un’intermittenza, ma questo non impediva la prosecuzione del cammino. E nessuno avrebbe mai potuto riparare quelle intermittenze, benché le sentisse come dissonanti, benché le avvertisse come ostacoli, benché le temesse come minacce, benché le interpretasse come ingiurie. No. Non lo erano. E se non lo erano le nubi, perché lo doveva essere un lampione? Le nubi erano diverse e creavano un’intermittenza che la natura considerava parte integrante del proprio ciclo. Quel lampione era diverso e dava allegria proprio per questo. Eppure, l’uomo lo avrebbe reso uguale prima o poi agli altri. Proprio non riusciva a capire perché. Riaprì gli occhi, s’incamminò tra le luci più sicure degli altri lampioni, ma non si sentì più allegro come prima. Si girò indietro, lo rivide con le sue irregolari intermittenze, ma procedette in avanti, perché sapeva che doveva farsi una ragione di quel mondo di posticce certezze e di fittizie uguaglianze.

La carriola di Santa Margherita a Mòntici

Parlava spesso nei temi e negli scritti, che per me erano bellissimi per un ragazzino della sua età, delle strade dei colli, della casa del nonno in campagna in mezzo agli ulivi e parlava spesso proprio di via Santa Margherita a Mòntici, che si intravvedeva tra i cipressi e gli ulivi da qualche finestra della scuola. Ma soprattutto accennava spesso all’immagine per lui tutta speciale che quelle strade sui colli e quella strada in particolare assumevano nel suo mondo, che era esso stesso speciale. E appariva spesso un oggetto in quelle paginette, che erano scritte con una calligrafia del tutto unica, fatta di segni stretti e piccoli, di lettere sempre chiuse, dove persino una ‘e’ e una ‘o’ sarebbero state difficili da distinguere: si trattava di una carriola. Allora non lo capivo. O meglio, ancora non lo capivo. Lo ascoltavo. Prestavo a lui un’attenzione curiosa e diligente, timorosa forse. Sapevo che in quelle parole c’era un significato che mi sfuggiva. Ma di una cosa ero convinta: c’era in quelle un desiderio vivo di comunicazione. Oggi, dopo tanti anni, in questa pensione fatta di tanti bei ricordi di una carriera non semplice ma che mi ha dato tanto, ripensando a quei ragazzi, a quella classe e ripensando a lui, sempre nascosto là dietro, rivedendo quei gruppi, lo cerco e non lo trovo mai, perché di lui appare nelle foto di classe sempre e solo un ciuffo di capelli o un braccio. E allora quella carriola comincia ad avere un significato: forse ha preso una forma. Ma fu quando mi mandò una lettera con una foto scattata nella casa di campagna in mezzo agli ulivi forse da suo babbo, o da suo nonno, che la vicenda della salita a piedi a Santa Margherita a Mòntici rappresentò per me una rivelazione. Lì la carriola aveva un ruolo. Per lui era faticoso camminare, ma amava tantissimo farlo. In quella foto con carriola, che mi aveva mandato, lui sorrideva – a scuola non lo faceva mai – e spingeva una carriola. Forse vi sto confondendo le idee. Sono confuse le mie: sapeste che fatica mettere insieme tutto! Ma proviamo a fare un passo indietro, cercando di mettere insieme un po’ di frammenti e di ricostruire quell’episodio della sua vita, quella passeggiata su quella stradina, anche per cercare di comprendere il valore di quella carriola: una passeggiata all’uscita della scuola proprio su quella strada, via di Santa Margherita a Mòntici. Lo facciamo usando quello che mi ha scritto in frammenti sparsi. Ogni tanto, alla fine delle lezioni – l’avrà fatto cinque o sei volte – dopo aver controllato di essere solo con me e che tutti i suoi compagni fossero usciti dall’aula mi si avvicinava, sempre serio, e mi lasciava due paginette dicendo: “Questo è per lei.” Non diceva altro. E scappava via. Lo faceva sempre quando era sicuro che tutti fossero fuori e lontano dalla sua portata. Ma due o tre volte trovai queste paginette anche nella mia buchetta della posta nella sala docenti; avvicinava in silenzio un bidello e diceva di mettere nella mia buchetta questa busta. Era un bisogno di comunicare. Non potevo sottrarmi. Quando passò alle superiori, iniziò a scrivermi delle lettere: lo faceva dai luoghi di vacanza, sempre in montagna, lo faceva per l’occasione degli auguri natalizi, ma anche senza pretesti particolari. Si trattava di scritti brevi, con una prosa sempre più franta e nervosa, di una potenza comunicativa che, se restava straordinaria in quella forma scritta, contrastava con i silenzi inquietanti di quando era sottoposto a verifiche orali. Ricordo questo di lui: prove scritte sempre eccellenti, ma all’orale … non saprei proprio cosa dire: la soddisfazione era quella che uno potrebbe ricevere dal parlare con una di quelle statue egizie, immobili, rigide, indecifrabili. Così come l’espressione, lo stile in cui scriveva: sentimenti forti nelle pagine scritte, impassibilità totale nel rapporto personale, a cui lui sfuggiva; una vicinanza quasi fraterna nelle paginette che mi recapitava, un’incapacità espressiva disarmante quando ti stava di fronte. I colleghi dicevano che avevano paura quando faceva così. A me non ha mai fatto paura. Ma c’era quel desiderio innegabile di comunicare; era una sfida per me; e la accettai, forse inconsapevolmente, forse solo per curiosità, forse, perché no?, addirittura solo per l’istinto che ho sempre avuto di indagare qualcosa di diverso dal solito. E lì c’era tanto materiale, ma tanto davvero.

Amava camminare. Era un ragazzino che, malgrado la sfortuna, amava molto camminare. Era curioso. La sua curiosità lo portava nei posti dove il suo sguardo vigile più volte evidentemente lo aveva attirato. Quella stradina stretta stretta, per esempio: inizia con un’audace erta e lo aveva sempre incuriosito. Dove lo avrebbe portato? Non lo sapeva. O meglio, gli era stato detto e lo sapeva, ma, se lui non verificava guardando con i suoi occhi e pestando la strada con i suoi piedi, era come se non lo sapesse. L’età era quella del rifiuto di ogni astrazione. Si crede a ciò che si vede; e poi si vede ciò che si crede. Così, quel giorno le cose devono proprio essere andate a modo suo. Tornando a casa da scuola, fece la deviazione da piazzale Ferrucci verso via Salutati e poi, poche decine di metri dopo, dal traffico caotico di quel grigio frammento di urbanità moderna, si immerse nel silenzio quasi surreale di un mondo per lui inimmaginabile solo pochi metri prima. Così si vedono le cose a quell’età. Ci si stupisce ancora di queste cose. Via Fortini partiva ripida e stretta e lui doveva stringersi al muretto, quando passava una delle rare auto. Già dopo la prima curva, scrisse in uno di quei testi, il silenzio e l’odore forte di resina presero il sopravvento sui clacson, sulle sirene e sui gas dei tubi di scappamento dei tanti autobus urbani e turistici che dal fragore dei viali del Lungarno caricavano centinaia di persone da vomitare poi su piazzale Michelangelo. Per sentire sua la magia di Firenze, aveva già capito che erano quelle le tracce da pestare, lui che abitava sul Lungarno, accanto a un grande albergo a quattro stelle, con i pullman che parcheggiavano proprio davanti alla sua finestra, riempiendo di puzza di nafta la sua camera. Quella non era la città che sentiva sua. Eppure qualcosa da sentire mio ci deve essere da qualche parte, pensava. Per questo era attratto da quelle insolite deviazioni. Erano i misteri di quella città, che rivelava di sé un’immagine da cartolina con l’arte e i grandi monumenti, con le opere dell’uomo firmate dai protagonisti dei libri scolastici, ma ne custodiva altre segretamente per pochi veri amanti del bello: le custodiva, per esempio, in una strada angusta di cui lui sapeva solo perché passava dietro la sua scuola e ci abitava un suo compagno di classe. E con il suo passo, reso lento, ma speciale, dalla sua altrettanto speciale gamba destra, si inerpicò tra i torreggianti cipressi e le macchie degli ulivi che disegnavano lo scenario che si apriva verso il colle di Mòntici. Un paesaggio nuovo, irreale, forse anche fantastico dal suo punto di vista, si squadernava repentino: era come in un film di Miyazaki. Lì sotto, appena una curva più indietro, il caos moderno, repellente, il traffico, gli autobus, i pullman turistici, le macchine parcheggiate fin sui marciapiedi; lì sopra, appena due cipressi oltre, un mondo amico, ammaliante, un paesaggio che ti accoglieva a braccia aperte con il sapore di una storia che affondava le radici lontano lontano. Insomma, sempre dal suo particolare punto di vista, una meraviglia senza se e senza ma. Era ormai preda di quel fascino e sentiva il suo cuore battere, non appena imboccò via di S. Margherita a Mòntici, che sapeva lunga e tortuosa. Ma il fascino e lo stupore di quell’età, che lui stava godendo pienamente, con una gioia assolutamente unica, sono qualcosa che è davvero un peccato perdere. E infatti non l’ha perso, come queste parole testimoniano. Nel salire andava, come puntualmente scriveva nelle tante paginette con cui comunicava a me le sue sensazioni del tutto speciali, con lo sguardo oltre il basso muretto, oltre i cipressi, oltre la bassa dell’Ema, oltre, lontano, su, su fino all’orizzonte su cui le cime dell’Appennino erano chiaramente visibili. E là c’era la casa del nonno, con i suoi ulivi secolari, altro paesaggio di storia, di una storia che sui libri non si legge, diceva lui, la storia di una famiglia, che si racconta di padre in figlio e che in questo tramandarsi rende vive anche le pietre delle case, rende pregevoli anche stabbioli e sterquilini, fa apprezzare anche lo stallatico con cui s’ingrassa il terreno. Lassù è veramente tutto bello, pensava salendo. E salendo pensava a quei paesaggi del tempo, a quegli spazi che non hanno passato e presente, ma sembrano immobili, eterni nella loro fragilità che solo la natura mette duramente alla prova. Quegli ulivi lì attorno alla strada erano adesso, nei suoi scritti originali in cui difficile diventava discernere simbolo da realtà, quelli del nonno. “Sono questi che con i loro robusti fittoni e i loro barbiconi tengono stretta la terra su cui sta la casa. Per questo li amo come fossero miei figli e soffro quando vedo su di loro il bacchio dei raccoglitori,” mi scrisse riportando e parole del nonno, quando li guardava dalla finestra. E lui li guardava lì, di là dal basso muretto. Un pezzo di intonaco si staccò dal muretto e cadde al suo passaggio. Gli antichi ulivi sembravano sorridere superbi di quell’effimera fragilità. Fabio lo aveva deriso anche quel giorno, perché non sapeva giocare a calcio, aveva deriso lui che semplicemente non poteva giocare a calcio. Jonathan gli aveva tirato deliberatamente una pallonata addosso, mentre era seduto sulla panchina, dove il professore di educazione fisica lo lasciava, del tutto incurante di lui, senza fare mai il minimo sforzo mentale di pensare qualcosa che anche lui potesse fare. Lui era abituato a quelle derisioni. Oggi si ripensa, quando ci si rivede o ci si scrive un saluto, a quei giorni e lui non parla mai di bullismo. Siamo noi insegnanti che lo facciamo. Per lui non erano bulli: erano solo i ragazzi a cui nessuno aveva mai spiegato che ogni tanto qualcosa alla nascita può andare storto e non avevano colpa se erano così. Era avanti lui. Oh sì! Era avanti anni luce. Ma taceva, accusava il colpo e, se piangeva, lo andava a fare in silenzio e in segreto. Nessuno lo ha mai visto piangere, tranne me. Ma non so se faccio bene a farglielo sapere. Sì, lo vidi piangere, mentre scendeva per lo stradello ripido che dalla scuola portava alla strada principale. Non so perché lo facesse, ma credo che fosse uno sfogo per aver represso tutto in quelle ore in aula. Chissà quante volte lo faceva e nessuno se ne accorgeva. Fu un caso che io lo abbia visto. Non dissi nulla. Forse sbagliai. Forse invece feci bene a rispettare la sua estrema riservatezza e il suo speciale mondo di segreti. Comunque sia, oggi posso dire che da lui, dalla quotidiana esperienza della sua timida e discreta presenza in aula, imparai nella mia carriera in quei tre anni più di quanto mi provassero a inculcare in ore e ore di corsi di aggiornamento.

La salita proseguiva. E lui avvertiva nei dolci saliscendi della via qualcosa di amico per i dolci saliscendi della sua andatura speciale. La mamma lo avrebbe sgridato per non aver messo la scarpa ortopedica, quell’orribile tortura da medioevo, che lo faceva soffrire. “Tutto è silenzio ne l’ardente pian, / Ti canteremo noi cipressi i cori / Che vanno eterni fra la terra e il cielo”, gli risuonava il testo pochi giorni fa letto in classe sull’antologia di italiano. Quell’insegnante gli voleva bene, pensava lui di me. E lui lo avvertiva non perché lo trattassi in modo particolare, ma proprio perché cercavo, nei limiti delle mie possibilità, di trattarlo come gli altri. E questo fatto che lui notasse che questa persona riuscisse a vedere oltre il suo corpo, oltre la sua differenza, oltre tutto quello che lo rendeva particolare e comunque diverso, lo faceva sentire importante, perché era proprio quello che lui sempre avrebbe desiderato negli altri: raggiungere quel difficile traguardo di sapere leggere i sentimenti dell’altro, provando ad ascoltarlo e dimostrando così il proprio rispetto. La camminata fu lunga e i pensieri divennero segreti. Che bella parola! Secretus, scelto e messo da parte. Ne avevamo parlato in classe. Lui si sentiva scelto per godere quell’esperienza, scelto dalla natura che gli aveva dato il dono della differenza. E lì tutto era un grandioso inno alla differenza, perché quella era città, ma non poteva soddisfare le esigenze della città: l’angustia di quella stradina, quei muretti malamente intonacati che ricordavano i colli senesi e che difendevano gli antichi stipi degli ulivi, quelle torri di cipressi che controllavano il paesaggio, come vedette dall’alto, da intrusioni indebite, tutto rendeva familiare quel contesto fatato, familiare a lui, ben inteso. Perché, a parte un ridotto traffico locale, quella strada era sconosciuta alle orde che sui pullman, poche decine di metri più in là, facevano la spola dal piazzale Michelangelo al Lungarno. Lì non rischiava di finire nel rullino di una macchina fotografica di un turista dagli occhi a mandorla, che nel fotografare, chissà perché, rideva sempre. Lui non rideva mai. La modernità con la sua puzza di benzina e le sue cacofonie, con il turismo di massa di cui quella città era immeritatamente ma inevitabilmente schiava, era lì dietro, perché, se lui fosse riuscito a salire su uno dei muretti, avrebbe visto a pochi passi il colle di San Miniato. Angustia: la stradina era angusta. Sentiva in quella parola tutta la forza di angor, mi preoccupo. Anche di questo parlammo in classe. Quando la strettoia si restringe, ci si preoccupa. Quando il sentiero s’addentra nella forra, ci si preoccupa. Quando la bianca forestale in stabilizzato diventa erbosa traccia indistinta, ci si preoccupa. Ma lui no. Non si preoccupava, pensando ancora una volta a quella figura della sua insegnante di italiano e anche di latino. Oh, se allora avessi capito che cosa veramente ero per lui! La strada angusta proseguiva con altro nome e lì su via Pian dei Giullari era l’antica chiesetta, una delle più antiche e meno conosciute non solo dai turisti, il che non stupisce, ma addirittura dai fiorentini. La chiesetta di Santa Margherita a Mòntici era stata costruita in stile romanico, quando già in tutta Europa partivano le fabbriche dei maestosi templi gotici. Anche lei gli era familiare per questo: era nata diversa. Non solo. “La mia insegnante di italiano mi aveva detto che era nata per un voto di una famiglia che era stata colpita dalle malattie. Lì si portava chi soffriva tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo”, mi ricordò in una delle paginette che trovai nella buchetta in sala docenti. La porta era chiusa. Si sedette sulla panchina con vista a sud, verso Ema e verso un altro frantumo di urbanità molesta per quell’idillio, l’uscita autostradale di Firenze Sud. “Lì si portava chi soffriva”. Non potei non ripensare e non potei esimermi dal collegare. Ma non volli indugiare con il pensiero. E ripresi a mettere insieme i frammenti di quella passeggiata in uno spazio che si confondeva ormai con il tempo.

C’era qualcosa che non andava adesso. L’armonia del paesaggio sembrava infranta. Perché quelle vistose discrasie nel paesaggio? Perché le avvertiva come violenze? Eppure qualcosa di bello c’è. Sono salito felice fin quassù, ci deve essere una ragione che mi ha portato quassù e mi ci ha portato felice. Cosa ci poteva essere in quello spicchio di paesaggio, in cui sereno comunque si specchiava, di amico e rasserenante? Un uomo passò con una carriola e delle sterpaglie. Un’auto sfrecciò e lo sfiorò. La differenza era nella vita. Era il valore della vita. Ma perché in quella differenza sentiva disarmonia? I suoi occhi caddero sui suoi piedi. Il sinistro era ben piantato per terra, il destro non ci arrivava. Il sinistro era sicuro e rivolto in avanti, il destro era malfermo e piegato di lato. La carriola e l’auto. Il passato e il presente. La difficile convivenza di tutto quello che nel tempo avrebbe costituito un macigno ingombrante per l’anima con la necessità di vincerlo in nome del riscatto, o della rivalsa. La differenza è parte integrante di quest’esperienza meravigliosa che si chiama vita, ma le sue eccentriche dismetrie erano avvertite come una nota che provocava angoscia, l’angustia della stradina, appartata, secreta, dopo il turbinio caotico dei pullman di piazzale Ferrucci. Tutto era differenza. Si tolse la scarpa destra e anche il calzino. Portò su il piede destro nudo, lo passò sotto la coscia sinistra e accarezzò quella differenza, quella nota speciale che rendeva al contempo maestoso e doloroso il tutto e che lui, solo lui, sapeva amare. Per Gozzano la differenza tra il poeta e l’oca consisteva nel fatto che entrambi vanno verso la fine, ma l’oca, destinata a finire sulla tavola per il pranzo di Natale, salta e gioca felice nella sua beata inconsapevolezza, perché a quella fine non pensa, perché alla differenza non pensa. Lui adesso, al contrario, su quella panchina, portando addosso l’impronta inequivocabile di quel dono, della differenza aveva il simbolo tra le mani, il suo piede destro. E ci pensava eccome a quella differenza! Ci pensava sempre! Era sempre nei suoi pensieri quella differenza. Aveva faticato con la sua andatura lenta e ondulante ad arrivare fin lì, la sua disarmonia esteriore gli aveva fatto scoprire, e non sarebbe stata certo la prima volta, un’ineffabile armonia interiore, segreta, angusta, rasserenante; e ora aveva il diritto di godersi come pochi quella conquista. Se la sarebbe ugualmente goduta, se ci fosse arrivato con due piedi uguali? Con questo pensiero accarezzò ancor più dolcemente il suo piede destro, con quel gesto riconoscente, che faceva spesso in casa. La mamma lo sgridava, aveva paura che prendesse freddo, diceva. No, aveva paura di altro la mamma: non lo voleva vedere, a lei faceva male, recava dolore e dispiacere, avvertiva un senso di colpa di mamma, comprensibile in tutto e per tutto, per chi non porta addosso le stigmate della differenza, ma sente di averle incolpevolmente inferte ad altri, al proprio figlio. Ma per lui non era così che andava interpretato il suo piede destro; lui adorava la sua differenza, che gli faceva assaporare giorno per giorno conquiste a traguardi nuovi. E avrebbe voluto farlo capire alla mamma, che gli aveva dato un dono immenso e non gli aveva recato un dolore. Mentre stringeva tra le dita della mano sinistra il suo piede destro, i suoi occhi non si staccavano da quella carriola, che fiera resisteva tra le auto. Il suo piede destro, tutto speciale, faceva parte integrante della sua vita informata dalla differenza e resa per questo speciale lei stessa, come quella carriola in quel paesaggio urbano, un paesaggio plasmato di differenza, e proprio per questo assolutamente speciale. Quel gesto di denudarlo e accarezzarlo, perché non piaceva agli altri? li infastidiva? li imbarazzava? costringeva a farsi delle domande? costringeva a pensare forse quanto non sia mai scontato poter camminare senza che tutti abbiano gli occhi puntati morbosamente e fastidiosamente addosso a te? Un giorno, approfittando del fatto che stava facendo una verifica e con il suo banco si trovava in un angolo, lo fece anche in classe. Nessuno se ne accorse dei compagni. Ma la sua professoressa di italiano sì. Mi alzai. Lui non fece nulla. Anche se aveva capito che c’era una insolita coincidenza tra i due fatti. Iniziai, come se nulla fosse, a girare tra i banchi, facendo domande su come andasse, chiedendo se era difficile e così via. Quando arrivai da lui, non fece assolutamente caso al gesto che aveva appena compiuto, mai compiuto prima, di denudarsi il piede destro. Lo aveva fatto in bagno per riposarsi dal dolore della scarpa ortopedica, ma mai in classe. Non era normale che un ragazzino in classe si denudasse un piede durante un’ora di lezione. Mi fermai accanto a lui e mi misi a leggere quello che aveva scritto, come se nulla fosse, ma rimanendo accanto a lui più di quanto avessi fatto con gli altri. Gli indicai una frase con un dito. C’era un’espressione da correggere. Lui ringraziò, correggendo con la mano destra e continuando con la sinistra ad accarezzare il piede. Proseguii diretta verso la cattedra. A quel punto lui mi seguì con lo sguardo. Mi sedetti e le traiettorie dei nostri occhi ebbero un attimo di incontro. Lui sorrise. Io pure. Quel sorriso, che feci d’istinto, senza pensare, sarebbe rimasto per sempre: avrebbe avuto la forza di un monumento indimenticabile. E a quel punto il piede poteva essere calzato. La differenza era stata ascoltata e rispettata in un sorriso, senza che io mi accorgessi di nulla. E lui poteva ritornare a casa, ricco di una nuova armonia interiore. Non era facile conquistarla. Bisognava scoprire segreti e superare angustie. Bisognava saper andare oltre la superficie. Bisognava uscire dai binari. Bisognava saper leggere un sorriso, dietro al quale c’era un mondo di valori la cui importanza pochi in futuro avrebbero apprezzato. Mai avrei immaginato che cosa quel mio sorriso istintivo avrebbe significato per lui in futuro. Me lo scrisse dopo anni in un lettera di auguri natalizi.

E allora lui capì, da quel punto di vista speciale, da quella panchina della chiesetta di Santa Margherita a Mòntici, da quel piede destro, da quell’immagine della carriola da cui era partita una danza di altre immagini nella sua mente, da quella sua andatura che destava tanto morboso interesse e che lo rendeva spesso vittima di spietato bullismo, quello che il nonno ciclista sempre gli diceva: una discesa è veramente l’unica cosa meritata della vita.

In fondo a quella discesa, tornato su via Salutati, tra le cataste di auto, si sentì più ricco e felice, pensando all’incommensurabile valore di quella differenza ammirata e goduta lassù in cima, alla chiesetta di Santa Margherita a Mòntici, ora ancor più rispettata e amata quaggiù, nei suoi due piedi. La carriola e la professoressa; l’angustia e il segreto; il paesaggio che dispensava un segreto amore coniugato con un sorriso che aveva dispensato un complice rispetto. Allora non poteva essere in grado di prevedere quante volte quelle immagini, divenute passato, sarebbero risalite in superficie. Sarebbero state intermittenze del Tempo. Così le avrebbe chiamate un giorno. Ma allora non poteva saperlo. Io nemmeno. Figuriamoci!

Prima di entrare in casa, passò dall’attiguo appartamento in cui abitavano i nonni. Vide il nonno e gli disse: “Sai cosa vorrei per Natale, nonno?”. “Dimmi.” “Mi piacerebbe avere una carriola.” Il nonno rimase per un attimo stupito. Poi disse: “Piena di cosa?”. “Quello che vuoi. Ma dammela con un sorriso.”

Ecco perché quella foto di lui sorridente con la carriola è sempre sulla mia scrivania, mentre lavoro a casa, attorniata dai miei figli e godendo di tutte le gioie di un benessere, che, come tanti, anch’io sono indotta a ritenere scontato. Perché non ci sono solo i libri che insegnano qualcosa nel nostro mestiere, ma ci sono anche tante persone speciali, che insegnano, se non di più, almeno tanto quanto insegnano quei libri. Un bambino non fortunato nella sua vita, un bambino che non ride mai a scuola, un bambino che ride con una carriola in campagna, un bambino che con fatica su una stradina in salita raggiunge una chiesetta per lui speciale: cosa unisce tutto questo? cosa dà senso a tutto questo che oggi metto insieme da tante paginette scritte a scuola e da tante lettere inviatemi dopo? E se fosse stato proprio quel gesto istintivo, sicuramente non pensato? Quel sorriso, intendo? Non lo so. Nessuno forse lo potrà mai sapere, se non lui stesso. Ma mi piace pensare che lo sia. Ed è giusto, tutto sommato, che resti nella malinconica ma sapiente angustia di una via segreta, in quel segreto mondo di paginette scritte in cui per anni si è svolta una comunicazione davvero speciale tra me e lui.

Alido scirocco

Lo scirocco sferzava la marina e asciugava i precordi. Lui, seduto sullo scoglio, si lasciava avvolgere dall’aria grassa di salsedine. E i versi del poeta ligure, che alla ragazza dai capelli come l’oro amava ricordare su quello scoglio, arrivarono con quel vento. Versi che lui ad un’altra ragazza dai capelli come l’oro cantò su altri scogli, lassù tra le brume del nord. “O rabido ventare di scirocco / che l’arsiccio terreno gialloverde / bruci; / e su nel cielo pieno / di smorte luci / trapassa qualche biocco / di nuvola, e si perde.” Il bruciore non era solo nel terreno. Scirocco aveva la chiave per entrare in quel tempio di dolore, reso fosco da luci che il tempo rendeva smorte. “Ore perplesse, brividi / d’una vita che fugge / come acqua tra le dita; / inafferrati eventi, / luci-ombre, commovimenti / delle cose malferme della terra; “ Guardò le mani, sulle quali arrivavano a intermittenza spruzzi d’acqua. Quell’acqua era la vita che lei cantava nei fiumi e cercava nel vento, nell’anima, nell’ànemos. Quell’acqua si faceva tutt’uno con l’aria, ma l’acqua sfuggiva. “oh alide ali dell’aria / ora son io / l’agave che s’abbarbica al crepaccio / dello scoglio / e sfugge al mare da le braccia d’alghe / che spalanca ampie gole e abbranca rocce; / e nel fermento / d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci / che non sanno più esplodere oggi sento / la mia immobilità come un tormento.” Alido era lui in quel momento, abbarbicato come l’agave su quello scoglio, mentre, immobile nel suo tormento, ricordava lei e la sua essenza che fermentava amore. E nelle alide ali dell’aria sempre lui volava alto levato, come un falco, l’aquilone colorato con l’effigie della grande rosa rossa.

Alte Brücke

Vive sempre un fiume dove scorre una vita; si vive sempre di vita vera dove scorre un fiume. “Sorgenti avevi e fresche ombre al fuggiasco, / e le rive guardando mi seguivano, / e il loro volto amico / tremava sulle onde.” La conclusione dell’ode di Hölderlin alla città di Heidelberg, un vero inno al fiume Neckar, lo conquistò un giorno di primavera. Su quei ponti lui aveva riflettuto a lungo, memore degli insegnamenti della ragazza dai capelli come l’oro, su quel ponte, fuggiasco anche lui dai fantasmi del suo passato, aveva visto tremare un volto amico, un volto di ragazza, un sorriso amico, un sorriso di ragazza dal sorriso come il sole; su quelle onde aveva sentito tremare un aquilone, aveva sentito un urlo di libertà. E sull’aquilone c’era un disegno dai contorni nitidi: una grande rosa rossa.

Riandò a ritroso nei versi della poesia: “Un incanto mandato dagli dei / mi incatenò quando varcai quel ponte / un tempo e alla montagna / mi apparvero richiami di distanze, / mentre il fiume giovane fuggiva / nella pianura, allegro di tristezza, / come un cuore che troppo per sé bello / si getta amando alla marea del tempo.” La ragazza dal sorriso come il sole gli aveva detto che ascoltava lo spirito del Tempo nelle acque del fiume e lui sull’Alte Brücke ripeté l’esperienza, nella quale i richiami di distanze furono forti e chiari nella sua mente che vagava sui colli oltre il fiume, mentre questo fluiva con quel suo carico di allegra tristezza che era lo stesso che da tempo si portava, vanamente fuggiasco, con sé. E in quel dialogo anche in lui si attuava l’incanto mandato dagli dei. E si sentì anche lui come incatenato. Divergenti forze lavoravano in quelle acque, fantasmi squartavano la sua anima, angeli buoni cercavano di guidarla, un’anima buona, l’anima di chi sa, come pochi sanno, dare il sorriso ai bambini con un grande colorato aquilone. E lui nitido tremava nelle onde, con le sue immense ali di libertà.

Parole

Una delle cose più belle del mio mestiere è inserire ogni tanto nella lezione parole scelte non solo in base al loro significato e al loro rapportarsi al contesto, ma anche in base alla loro storia. Oggi in quarta ci è capitato di parlare di angustia. Al singolare significa “ristrettezza”, al plurale “stretto passaggio, gola, forra”. E poi ricevere domande fa pensare che qualcuno abbia fatto girare le rotelle. Dopo aver ricordato che dalla radice si compongono anche il verbo ango, “stringere, soffocare”, più attestato nel mediale angor, “angosciarsi, sentirsi soffocare”, l’aggettivo anxius, eccola lì la domanda che meno ti aspetti: “anche angulus?”. E allora ricorri a Festo, secondo il quale angulus viene dal greco ankylos, “ricurvo”: l’ansia nasce da un “curvarsi” delle vie respiratorie, che stringendosi nella piega, si strozzano e soffocano come un tubo dell’acqua quando si piega, quando fa un angolo. L’uomo collega le idee e questi collegamenti sono ugualmente interessanti anche quando errati sul piano strettamente glottologico. Li fece Festo. Li fanno i miei studenti. È stupefacente notare come il pensiero dell’uomo agisca e viva delle stesse dinamiche attraverso millenni di storia.

Tutto cominciò …

Tutto iniziò una sera di pioggia di novembre nel viale alberato illuminato dalle fioche luci dei lampioni seminascosti tra le fronde. Lui l’aveva riportata a casa, si erano baciati e lei, mentre stava scendendo dall’auto, gli aveva chiesto:

“Che sia il caso di finire di nascondersi dietro ad un dito?”

Tutto iniziò così, battezzato da una leggera pioggerellina autunnale.

Ha sempre amato la pioggia nelle sue molteplici forme, ma soprattutto in quella che era la più dolce e discreta. Gli piace tuttora la pioggia. Gli piace il modo in cui lo attraversa gelida lungo il collo e per il corpo, mentre pedala in bici senza impermeabili, lasciandosi volutamente intridere; gli piace il modo in cui lo accarezza, mentre cammina, mentre il suo malfermo incedere di un tempo ricorda la forza che trovava già allora nella sincerità della natura, attraverso la pioggia, grazie alla pioggia. Nella pioggia l’aria assume per lui una forza invasiva e pervasiva e tutto sembra più limpido. Liquido, dicevano gli antichi. Si respira meglio nella pioggia e il suo respiro libero si sente nelle narici, in gola, fin dentro gli intimi precordi, nella pioggia, nell’acqua, nella vita. E ogni volta in cui la pioggia lo bagna, sente lei su di sé, in sé, attraverso di sé. La vita scende da lassù e prende forma quaggiù; ci piaccia o no.

Ma in quel momento, mentre i suoi occhi, pregni di memoria, seguono inerti l’andirivieni delle spazzole del tergicristallo sul parabrezza, la pioggia assume un connotato nuovo, mai considerato prima. L’impressione è che la pioggia componga delle pagine, imprima dei segni e dei disegni su quella tavola della vita che è il vetro dell’auto; l’impressione è che quella rispettosa, mai invadente e delicata pioggia scriva sul vetro quasi come scrive un bambino chino sulla sua pagina, con linee oblique che scendono lente, che difficilmente seguono le righe del foglio, che cercano rispetto e diligenza nel tratto.

Ha un che di magico la pioggia, quella d’autunno soprattutto. Richiama amore.

Routine di dolore, dolore di routine

Anche quel giorno al laboratorio dell’ortopedia pediatrica del Meyer nel policlinico di Careggi volle venire anche Fede. Ci accompagnò tutti e due la nonna con la sua Fiat 127. Io andai dietro per poter stendere la mia gamba, che per via della gabbia dei fissatori esterni non poteva essere piegata. E condivisi il sedile posteriore con la carrozzina di Fede smontata. Come sempre Fede era salito da solo. La sua lentezza ci faceva perdere tempo e ci avrebbe fatto arrivare tardi all’appuntamento. Ma la nonna amava vederlo felice e contento quando, dopo l’immensa fatica dei suoi spostamenti lenti, faceva il suo bel sospirone accompagnato dal sorriso e buttava indietro la testa, esibendo tutta la sua soddisfatta fierezza. Quando Fede fu seduto davanti accanto alla nonna, gli misi una mano sulla spalla. A lui piaceva, quando gli manifestavo in silenzio con quei piccoli gesti di affetto la mia approvazione per le sue piccole conquiste quotidiane, come quell’operazione di salire in auto. Fede sollevò il braccio destro, gli presi il polso fin dove aveva sensibilità e glielo strinsi forte tra le mie mani. Potevo permettermi di lasciare scendere una lacrima, tanto lui non mi vedeva.

Fede era voluto venire sempre quell’anno in sala di tortura al Meyer con me. Sapeva che il mio dolore in quel momento superava il suo. Lui ormai era lì, condannato lì, immobile lì, fiero e contento del poco di autonomia che si era conservato. Stringere quel polso da cui penzolava quella mano inerte per me era cosa di una tristezza indicibile. Sapevo che a Fede piaceva stare a contatto con me, a contatto fisico, tattile. Sapevo anche che non dovevo mai cedere in quei momenti: lui chiedeva energia da quei contatti e io dovevo dimostrarmi forte per dargli la carica che voleva. Era tutta la sua vita in quei contatti fisici con me, in quella consustanzialità assoluta tra la mia e la sua esistenza, in quell’abbraccio totalizzante tra il mio e il suo corpo: tutta la sua vita era lì. Non mi interessava se non sentiva le mani; lui vedeva il mio gesto e gliela accarezzai. Lo facevo spesso. L’avevamo fatto poco prima in camera, quando lui volle incoraggiarmi, vedendomi spaurito all’idea dell’appuntamento con la tortura; allungò le braccia con le sue mani penzolanti, gli afferrai i polsi; lo tirai a me e lui mi abbracciò. Stavamo minuti interi così; in spirituale, tacita, comunicazione; era una condivisione di sofferenza che andava oltre la fisicità dell’esperienza del dolore; era un’unione di anime in un unico progetto di vita. In quei momenti sapevamo che nulla ci avrebbe mai dovuto dividere.

Era la sesta volta in un mese che i miei o i nonni mi portavano al laboratorio a stringere le viti dei fissatori. Con la mia gamba avvolta da tre anni ormai nella ferraglia, torturata in nome della scienza e del progresso con una gabbia di chiodi e tiranti che sembrava una macchina da tortura medievale, arrivai al laboratorio. Accanto a me Fede che si spingeva la carrozzina sempre da solo, quando non aveva ostacoli da superare. In ospedale non ce n’erano. Quante volte ci ero già entrato in quel laboratorio! I due tecnici e le due infermiere, tra cui l’esperta e ormai non più giovane Martina, ormai mia amica, chiesero come al solito a Fede e alla nonna di restare fuori. Fede quel giorno volle venire con me. I tecnici dissero che era meglio di no. Sapevano bene cosa sarebbe successo là dentro e temevano che Fede, che non era mai entrato, si sarebbe impressionato. Incontrai per un attimo gli occhi di Fede. Non avevamo bisogno di parole noi due. Capii il suo desiderio di non abbandonarmi. Insistetti perché rimanesse con me. La nonna non disse niente. Alla fine Martina parlò con un medico di quelli che mi seguiva da anni e che passava di lì e il medico autorizzò la presenza di Fede. Non solo: si fermò lì con noi. Io e Fede eravamo una specie di celebrità ormai là dentro. Eravamo di casa. Venivamo salutati quasi come il direttore generale quando passavamo. Il medico si fermò a chiacchierare. Poi estrasse un pacchetto di chewing gum e ce li offrì. Dovetti scartare io il suo a Fede, che poi con i suoi due polsi se lo prese e se lo portò alla bocca con la sua ormai consueta abilità nel trovare le famose ‘soluzioni alternative’, che sono il segreto della sopravvivenza per tutti noi che viviamo di differenza.

Mi stesi sul lettino. Sapevo già che avrei urlato. La sofferenza era parte integrante di questa vita. Ma ero preoccupato anche per Fede questa volta, non solo per me. Lo guardavo fisso. E se si fosse impressionato? Le due infermiere mi immobilizzarono le braccia, mentre i due tecnici si apprestarono alle regolazione delle viti e dei chiodi dei fissatori di Lizarov. Iniziai a tremare. Chiusi gli occhi. Era impossibile abituarsi a quel rito maledetto. I tecnici iniziarono a girare le viti. Urlavo, urlavo, quanto urlavo! Il dolore era lancinante, indescrivibile. Sentivo la testa scoppiare, il cuore esplodere, mi agitavo urlando a squarciagola, vedevo le mie braccia che erano tenute immobilizzate diventare di colore violaceo. Durò tutto un attimo, ma in quell’attimo eterno, infinito, in quell’attimo dal significato e dalla finalità incomprensibile a tutti noi che eravamo lì dentro le domande che sulla lucida lavagna della mente venivano scritte erano invece chiarissime. Ed erano domande terribili, che squarciavano veli e aprivano riflessioni molto profonde sul senso di quella vita. La gamba faceva ancora molto male. Il giro di vite questa volta era stato molto più doloroso degli altri. Aprii con fatica gli occhi inondati di lacrime. Non avevo più voce per parlare. Non avevo più forza per agire. Fede aveva avvicinato la carrozzina al mio lettino e aveva tenuto per tutto il tempo le sue mani inerti sotto la mia testa. Mi fece un sorriso senza parole alla fine con il viso bagnato dalle lacrime. Lo ringraziai con un cenno della testa. Non potevo fare altro, stremato com’ero. Martina, mentre mi teneva stretto insieme alla sua collega, mi aveva accarezzato sempre. Notai un particolare quel giorno in lei. Notai che Martina, mentre si allontanava dal lettino per andare al prendere delle garzette, scosse la testa più volte. Anche lei si chiedeva tra sé e sé “Perché?”. Fede si chiedeva tra sé e sé “Perché?”. Io mi chiedevo tra me e me “Perché?”.

Perché? Perché? Perché? A che pro tutto questo?

Il tecnico mi regalò dieci bustine di figurine. Erano i piccoli gesti di umanità che rendevano grandi quelle persone monumentali che vivevano tra le sofferenze di chi mai dovrebbe soffrire: i bambini. Quando uscimmo, Fede aveva gli occhi lucidi, ma mi disse: “Sei un leone, fratellino!”. Era la bugia più grande che avrebbe mai potuto dire, ma era bella quella bugia. Detto da lui, tutto era bello.

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Irene

Irene che ti sale addosso a farti le fusa ti ricorda che qualcosa di bene devi avere fatto nella vita. Non le farebbe, se così non fosse. E in quest’ansia che il farmaco soavemente lenisce lei stessa assume funzione di farmaco.

La gratitudine è arte antica e rara. La gratitudine rasserena chi la riceve e sgrava chi la dà. La gratitudine di Irene edulcora la malinconia di un sabato sera trascorso nel dolore di un deserto interiore ormai divenuto un abisso di incorreggibili frustrazioni, di lancinanti rimorsi, di graffianti memorie, di penose nostalgie che dischiudono paesaggi devastanti dell’anima e racchiudono segreti che non vuoi, non puoi rivelare.

Irene ti guarda, lecca e mordicchia le dita e nei suoi occhi riconoscenti vedo tutto ciò che avrei potuto avere, ma la natura non mi ha voluto dare. Vedo il riscatto mai trovato, vedo l’audacia mai conosciuta, vedo la consapevolezza delle mie qualità sempre stornata, mai accolta nelle praterie devastate dell’animo, vedo tutti i traguardi rifiutati all’ultimo chilometro, vedo il merito recusato, vedo ciò che mi è stato ingiustamente e colpevolmente negato, vedo le irrisolvibili mancanze e le atroci sofferenze per esse patite. Sono pupille veridiche, ingenue e sincere nelle quali rispecchiarsi addolora, ma giova: e giova non perché ci si coccola nel compiacimento della commiserazione. Tutt’altro: giova perché quel fenomeno che appare è la vita vissuta, una vita i cui bilanci precocemente, troppo precocemente sarebbero stati manifesti nel loro impietoso e cinico messaggio di sofferenza.

Eppure in quegli occhi che riempiono il deserto vedo la gratitudine di chi ti esorta e ti ammonisce a non cedere alle lusinghe del disfattismo. Ci sono state battaglie dure. Le ho affrontate con mezzi deboli, ma le ho superate. Ce ne saranno altre di tenzoni severe. Lei riprende le fusa: “Non mollare! Su! Vai avanti! Non fermarti ancora una volta a due passi dal traguardo!”

Il deserto ricorda una cosa: le più grandi battaglie dell’anima sono quelle che vengono combattute in solitaria. La solidarietà resta epidermico atteggiamento che si rivela sterile all’effettiva prova dei fatti. La solidarietà è un ipocrita fasciame di parole tessute senza un fine, perché non è quasi mai il risultato di empatico ascolto. Le battaglie dell’anima perciò sono le più emozionanti, perché le devi combattere con i tuoi mezzi, senza contare sull’ “arrivano i nostri!” Il fortino resisterà? Gli assalti che sta sostenendo lo stanno mettendo veramente a dura prova. Irene si acciambella su di me. La natura che si esprime in lei è monito a stringere i denti: il frangente è un discrimine di quelli che contano, che cuciono medaglie sul petto.

Irene è la morbida pace che ti assopisce con tenerezza in una costellazione di sogni in cui da sempre ambisci ad emozioni che tu ben sai che non potranno mai essere tue, ma pur sempre dolci, rasserenanti emozioni sono.

Al lettore

Chi pensa di scegliere le letture solo per poterne condividere la generale visione del mondo, commette peccato di egoismo e si dimostra assolutamente incapace di ascoltare, di accettare l’esistenza dell’unico immenso valore della vita, l’originalità e l’unicità nella differenza.

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