Il Canto di Borea

Il meteo annuncia neve. Il mare è in burrasca. I contadini annusano l’aria è dicono che si è aperta la porta della burjana. Nell’aria prima immobile il vento di bora rinforza. Borea è stato declinato in tanti modi. Passa il tempo e invade lo spazio; lo spirito lo ascolta sulla nera battigia. Egli guardò a nordest. Si dispose ad accogliere quel vento con la barba, con corpo di serpente e grandi ali d’aquila, Aquilone per altri. Da anni non andava in spiaggia al buio. Chi ama la solitudine non può non andare in spiaggia al buio in una gelida sera d’inverno. Si diresse a nord. Il gelo di Borea accarezza ora non più la fronte, ma la guancia destra. Il fragore delle onde è assordante. Solo Borea agita così l’Adriatico; nemmeno Austro arriva a tanto. Le sciabolate di Borea portano in alto acqua e sabbia, come le navi di Serse. Così avrà rapito Orizia, pensò. Se rapisse anche me! Avvertì distinto il richiamo delle cavalle di Dardano. S’incamminò verso nord, lentamente. Le onde rotolano una sull’altra, una contro l’altra; gli spiriti nell’anima avvolgono e riavvolgono memorie, una sull’altra, una contro l’altra. Acqua, gocce d’acqua gelata si stampano su quella scena di un palco senza spettatori, in un paesaggio senza spazio e senza tempo, che ora luccica di un licore amaro, ora si rabbuia in una tenebra pacifica. Si fermò e chiuse gli occhi. Borea entrò. Prese la forma di un brivido, che gelando brucia. Un sussulto d’orgoglio gli consentì di riannodare fili di matasse perdute. Solo quel paesaggio consentiva di riprendere controllo del tempo. Il brivido è frenesia ora: ha il capo di una di quelle matasse. Apre gli occhi. Un fiocco di neve, il primo, bagna il guanto destro. Passa attraverso la lana, entra in lui; altri lo seguono; entrano in lui tutti, con la forma di un sapere antico, che soffice e silenzioso prende dolcemente possesso di un mondo puro, squarciando veli resistenti a tutto, tranne che alla conoscenza. Un sapere antico prevalse. Un sapere antico illuminò di nuova forza lo spirito che lo cercava. Borea urlava, spronava, incitava. Borea cantava epinici di gloria. Borea non ha rivali e la neve lo porta qua e là, su e giù, dentro, sempre più dentro, dentro lo spirito che era lì per lui. Riprese a muoversi. Camminare verso nord diventava arduo cimento: Borea urlava e sferzava le guance, colpiva le tempie, bagnava la fronte. L’immagine prese forma. Finalmente chiara. La saggezza dei fiocchi di neve ricomponeva lacerti di tempo, rialzava rovine distrutte. Il passo era sicuro, deciso, diretto a nord, pronto ad elevarsi tra i fiocchi di neve, tra le braccia di Aquilone, dalla sabbia malferma, melmosa e fallace. L’immagine era chiara. Borea non mente. Avanti, sempre avanti, nel buio, nella neve sempre più convincente, che lo accarezzava amica, sul discrimine dolente tra terra e mare. La battigia s’imbianca, si purifica di mesi di dolore; l’anima si vivifica di sapienza nuova. Avanti, avanti con la forza di uno spirito che ha trovato la chiave di lettura di un mondo antico, sommerso, dimenticato. E le sue rappresentazioni sono atti di forza che danno coraggio nel gelo gioioso, nella burrasca, nella burjana, tra le ali di Borea. I fiocchi di neve parlano allo spirito, evocano aquiloni e rose che nella rugiada sbocciano sfidando il tempo; e la loro sapienza disegna nitide forme nello specchio dell’anima. Tra le braccia di Borea si sentiva in pace. Avanti, diretto a nord. Tra le ali di Borea si sentiva in volo. L’immagine è lì. L’immagine è sua. I fiocchi di neve l’hanno disegnata. Il suo candore, la sua bianca purezza sono la forza della sua sicurezza. Si fermò per assaporarla. Tra i fiocchi si aprì uno squarcio di luce, di pace. L’aquila vola nell’immensità del tempo, tra spazi senza un prima, senza un dopo; si libra là dove urla Borea, tra fiocchi di gioia, di candida, gelida, incontaminata purezza.

La bambina ora dorme, tra i fiocchi fitti. L’icona di un mito di purezza, in un mondo di favola. Dormi, mio dolce fiocco di neve. Dormi e assapora la sicura sagacia del vento dell’est. Dormi.

Il silenzio della foglia che cade

Aveva parlato lei per tutto il tempo, da quando erano risaliti in auto, per tornare a casa dalla cena. Luca non era stato capace di ascoltarla. Era stato preso da altro. Era rimasto come impietrito da uno sguardo di Piergiorgio, uno sguardo particolarmente intenso, che aveva letto nel momento del saluto, nel parcheggio dell’agriturismo dove avevano appena cenato, uno sguardo che celava qualcosa che Luca ormai da anni avrebbe dovuto interpretare molto bene. Il modo in cui una persona riesce a imprimere nell’anima il suo suggello con un solo sguardo, anche senza una parola, come Piergiorgio aveva appena fatto, è qualcosa che riesce a condizionare il pensiero, a togliere il sonno, a incatenare i muscoli. Era preso anche da altro Luca in quel momento: una grande foglia d’acero si era posata sull’auto, mentre Luca e Barbara ripartivano, con gli occhi di lui fulminati da quello sguardo dell’amico. Mise in moto. Lo sguardo dell’amico si spense, ma solo apparentemente nel buio della notte. Si riaccese altrove, in un abisso sconvolto da eventi passati, alla ricerca della chiave per interpretare l’espressione dell’amico (lo guardava? sbriciava in lui? cercava di leggere qualcosa? o forse chiedeva qualcosa?) e di quella per dare significato a una foglia che cade. La foglia volò via. Si sollevò in alto alla partenza dell’auto. E fu richiamata indietro dal movimento dell’auto stessa, agitata. Dentro l’anima si agitò un pensiero e sulla foglia si impresse un’immagine. Barbara parlava. Senza sosta. Ma la foglia caduta e volata via parlava ancora più forte. Lo sguardo dell’amico ora gridava nell’abisso oscuro da dove all’anima risalgono soltanto allegorie di dolore.

Luca e Barbara, rincasando, furono d’accordo nel concludere che avevano trascorso, in quell’agriturismo che da tempo cercavano l’occasione per sperimentare, una piacevole serata in compagnia dei loro due amici: Grace, amica e collega di lavoro di Barbara, entrambe infermiere in ospedale, e Piergiorgio, amico di Luca, prima ex compagno di scuola e poi di studi universitari. “Curioso destino il nostro,” aveva commentato Luca un giorno a proposito del lavoro suo e di Piergiorgio. “Siamo stati prima compagni di scuola e in quella scuola ora insegno io, poi di università e di quell’università ora sei docente tu.” Era una delle tante confidenze che, alla partenza o al rientro dalle loro uscite in bici da corsa, reciprocamente scambiavano, davanti a una fetta di strudel, dal sapore settentrionale, come quello del sangue che scorreva nelle vene di Luca, figlio di emigrati veneti, e un caffè forte, dall’anima un po’ più meridionale come quella delle radici, ormai lontane, di Piergiorgio, figlio di emigrati pugliesi. Tutto questo sui tavoli del loro bar prediletto: un anonimo locale di periferia frequentato soprattutto da lavoratori del porto, con tavoli e sedie in alluminio o in plastica e rivestimenti in formica alle pareti. Il bar più improbabile per quegli scavi faticosi e dolorosi nell’anima, qualcuno potrebbe pensare; ma forse proprio per questo, come pensavano invece Piergiorgio e Luca, più gradito e sempre più apprezzato in tutti quegli anni di uscite in bici. In quel bar, in quel quartiere portuale dove tutto si mescolava, il transito del tempo attraverso le vite delle persone assumeva, lì dentro, forme speciali, come scandite dai ritmi dei turni, che, diversamente dalle persone, espressione di una varietà di dialetti e storie, erano identici, immobili, fissi da decenni. Del resto Piergiorgio e Luca stavano perfettamente al gioco: da anni la stessa fetta di strudel era immancabilmente accompagnata dal medesimo caffè ristretto e il barista o la sua commessa, che ben li conoscevano, da anni non avevano bisogno di ordini. Il tempo esigeva quei riti e compierli – lo sapevano tanto bene da non doverselo mai ricordare – era per entrambi un modo per lasciare che il tempo stesso s’insinuasse in maniera indolore in un’amicizia che di dolore ne aveva vissuto fin troppo. “In amicizia è bello anche fare cose brutte; senza amicizia è brutto anche fare cose belle. L’amicizia trasfigura il paesaggio, anche quello più apparentemente anonimo. Nel momento in cui il paesaggio diventa quinta dell’anima, ecco, è proprio allora che le categorie aduse non funzionano più per interpretare i messaggi, come quelli che può trasmettere anche un luogo che l’immaginario comune definirebbe squallido, come questo locale”, gli disse su uno di quei tavoli un giorno l’amico, con il suo lessico sempre ricercato ma mai affettato, proprio mentre Luca stava invece, assai più semplicemente, dicendo che la fetta di torta quel giorno era particolarmente buona. Il rito, l’amicizia, il tempo: temi così forti e importanti da affrontare, che facevano paura, richiedevano rispetto, imponevano puntualmente, su quei tavoli di latta con la pubblicità della birra, lunghe pause di silenzio imbarazzato, prima che uno dei due osasse, timidamente, aprire bocca, per fare domande che andavano dolorosamente a scavare nel magma di quel cratere infuocato che era per loro il tempo: ma se lo facevano, non era per certo per sterile masochismo, bensì per dare un significato più profondo a quel rito quotidiano dello strudel e del caffè e una forza maggiore a quell’amicizia così forte (“spirituale”, ebbe l’audacia di definirla Piergiorgio un giorno), che nessuno di loro due osava nemmeno pensare che potesse un giorno finire. “La volta della vita è retta da due pilastri. Tutti e due sanno che devono essere perfetti e uguali nell’esprimere la propria energia per sorreggerla. Uno si chiama amore. L’altro si chiama dolore”: era una frase che Luca aveva letto nell’unico romanzo che Piergiorgio aveva pubblicato e le cui bozze Luca aveva attentamente visionato e corretto. E quella frase per Luca aveva negli anni assunto la stessa forza dirompente dell’acqua di un torrente in piena, penetrava dappertutto, sfondava ogni resistenza, s’insinuava in ogni pertugio; e chi avrebbe mai potuto negare che quella corrente disponeva di un’energia che mai nessuno avrebbe potuto arginare?

Piergiorgio era stato uno dei più bravi a scuola. Meritava quella carriera universitaria, quantunque, come spesso capita, fosse riuscito a entrare tardi e avesse avuto necessità di svolgere lavori saltuari, per potersi mantenere gli studi e le ricerche: era, infatti, rimasto orfano di entrambi i genitori e, quindi, senza una famiglia alle spalle che lo avesse potuto sostenere, per lui tutto fu più difficile. Ma alla fine ce l’aveva fatta, perché allora la caparbietà era tra le sue migliori virtù. E Luca gli era sempre stato vicino. “Sei il mio sensale preferito,” gli disse un giorno Piergiorgio su uno dei tavoli del loro solito bar del porto, quando Luca gli trovò un libro di notevoli dimensioni da tradurre, una delle tante attività con cui Piergiorgio integrava i miseri proventi della sua collaborazione con l’università, prima di vincere il concorso ed essere assunto come ricercatore di ruolo. I libri da tradurre, Luca avrebbe voluto sceglierli per la loro qualità, se avesse potuto seguire interessi e inclinazioni, ma Piergiorgio aveva bisogno di sostegno economico e a lui servivano opere di tante pagine, non di belle pagine. Anche un manuale tecnico andava bene. Persino con il foglietto illustrativo di una scatola di preservativi trovò il modo di farlo lavorare e sorridere all’idea che qualcuno avesse bisogno di tali istruzioni. Quanto risero quel giorno, quando Luca gli disse che aveva trovato una cosa da tradurre un po’ diversa dalle solite più o meno sdolcinate raccolte di poesie e racconti di anime solitarie o pagine web di uffici turistici, che le associazioni chiedevano più spesso! Erano entrambi laureati in Lettere moderne, ma Piergiorgio aveva sempre coltivato la passione delle lingue straniere, acquisendo negli anni una riconosciuta abilità come traduttore dal tedesco e riuscendo a ottenere quelle borse di studio, che gli consentivano di fare ricerca: ottenne così prima il dottorato in linguistica, poi altri incarichi, fino a quando non vinse finalmente il concorso e poté entrare come ricercatore di ruolo, finalmente dalla porta principale, dopo essere stato costretto per anni a farsi aprire solo postierle e pertugi. Anni belli, ma anche anni di sofferenza furono quelli per la loro forte e robusta amicizia, sempre tesa come la corda di un imbrago che regge una vita e che non potrà mai permettersi di essere lasca. E Luca voleva un bene dell’anima a quel suo amico che conosceva dai banchi di scuola e per questo soffriva, quando lo sapeva in crisi. Sapeva tutto di lui? Forse era meglio dire che era convinto che pochi sapessero più di quanto sapeva lui. Il che è un po’ diverso dal pretendere di saper tutto. E solo con lui Piergiorgio si era confidato nei momenti difficili, nei tanti istanti segnati da amarezza, fasi di una vita che era doloroso ricordare, ma che costituivano – glielo ricordava sempre – i bastioni di quell’amicizia. Ma da anni, da quel giorno in cui tutto cambiò, la caparbietà non era più la sua miglior virtù. Che quello non fosse un periodo bello per lui, del resto lo aveva capito anche Barbara in quei giorni. Lo aveva capito da quel picchiettare nervoso di Luca sulla tastiera del telefonino, dal fatto che da un po’ di tempo la ascoltava distrattamente; Barbara aveva compreso perfettamente che Luca era preso da giorni da qualcosa che aveva a che fare con Piergiorgio, ma che lei non aveva il coraggio, forse neanche la reale intenzione, di indagare. Benché Barbara avesse condiviso i momenti peggiori insieme a lui, Luca del suo amico non diceva quasi nulla, neanche a lei. Era esplicita volontà di Piergiorgio: “L’amico che sa ascoltare, cerca anche di rispettare”, gli disse un giorno, come se, anziché di Luca, avesse voluto parlare di se stesso.

Barbara aveva organizzato tutto: aveva detto a Grace che avrebbe conosciuto una persona interessante, rimanendo misteriosa su chi fosse tale persona, e a Piergiorgio che avrebbe avuto una sorpresa, senza dire altro, senza scendere in ulteriori dettagli. Luca l’aveva lasciata fare, rassegnato ormai al fatto che in quei suoi giochi di prestigio, o presunti tali, Barbara fosse sicuramente imbattibile, sia come organizzatrice nella fase preliminare, sia nel momento della messa in scena; ma era altrettanto convinto che non sarebbe assolutamente successo niente tra l’amico di lui e l’amica di lei, almeno per quanto lui sapeva del suo amico. E sapeva tanto. Sapeva talmente tanto che spesso riteneva lecito chiedersi se meritasse davvero di essere il fiduciario che era stato messo a parte di un mondo di dolore e di sofferenza così impegnativo e difficile da trattare. Barbara, come sempre, era stata l’entusiasta protagonista della serata. Era un vulcano sempre in eruzione, soprattutto quando le circostanze avevano la caratteristica della novità intrigante. Aveva recitato la parte della prima donna per quasi tutta la durata della cena; aveva portato la discussione su tutti i temi che a lei piaceva di più affrontare, ammiccando talvolta maliziosamente a Luca quando non resisteva alla tentazione di addentarsi in regioni pericolose e intime. Lui scuoteva la testa e, tutt’al più, usava il colpo di gomito o il piedino sotto il tavolo per mandarle messaggi, quasi sempre inascoltati. Luca sapeva che li mandava soltanto per mettersi in pace con la sua anima. Barbara quella sera però aveva esagerato, forse per un bicchierino di troppo; aveva passato il segno quando con Grace era entrata sul tema dei vestiti usati per sedurre nelle uscite a cena e aveva detto che quello dell’amica era perfetto per raggiungere l’obiettivo. Luca non aveva avuto il coraggio, dopo l’audace provocazione di Barbara, raccolta da un sorriso di Grace, ma disapprovata da lui, di guardare l’amico in quel momento. Non erano argomenti da gettargli in faccia così brutalmente; era come dare uno schiaffo per un gesto di rabbia inconsulta a una persona innocente. Piergiorgio, che di Barbara accettava tutto, era comunque abituato ad affrontare queste situazioni. La presenza di altre persone era l’unica variabile che poteva determinare imbarazzo. E proprio per quello Luca aveva temuto.

Tornati a casa, Barbara si spogliò, appena chiusa la porta di casa, e, completamente nuda, afferrò lui per la cravatta e se lo portò in camera da letto, dicendo: “Ora facciamo quello che sono convinta stiano facendo anche Piero e Grace”. Luca invece aveva buone ragioni per non nutrire la medesima convinzione. La passione cui alludeva Barbara era forse lì in casa sua. Ma altrove no. In tutte le cose che la vedevano, non necessariamente protagonista, ma anche solo presente, Barbara era la personificazione della passione. Sì, proprio in tutte le cose. Una passione forse un po’ infantile, ma tale che trascinava in un modo che Luca non aveva timore di definire affascinante e irresistibile; anche quella sera, senza se e senza ma, Luca si lasciò trascinare da quel fascino, da quegli aromi di passione che solo Barbara sapeva diffondere intorno a lui, a cui la passione non può resistere. Del resto non era forse quello il modo migliore per dare ragione alla teoria dell’amico dei due pilastri della vita?

E proprio nel momento in cui sarebbe stato meglio che non arrivasse giunse sul cellulare di lui un messaggio, che subito lo inquietò. Luca, appena gli fu possibile, si svincolò lentamente dai tentacoli del corpo di Barbara, ancora tenacemente avvinto al suo. Dopo aver avuto ragione della sua non cedevole resistenza, sollevò il lenzuolo, si mise a sedere sul letto e accese il telefonino. Vide la notifica, aprì la chat e lesse subito il nome “Pierre”: non poteva che essere di Piergiorgio un messaggio alle due di notte. Non erano mai belli i messaggi che dall’amico arrivavano in piena notte. E l’ansia iniziò a risalire. La foglia d’acero, lo sguardo di lui … Il destino riprese il suo corso abituale, che non era quasi mai quello di un agevole tragitto in discesa. La memoria dell’anima lo riportò a momenti assai meno piacevoli di quelli appena vissuti con Barbara. Luca non si preoccupò neanche di essere ancora completamente nudo, quando si alzò e andò a sedersi su una delle due poltrone ai piedi del letto. Barbara bevve un sorso d’acqua dal bicchiere che aveva sul comodino e si girò dall’altra parte con un lungo sospiro, soddisfatta del fatto che almeno il messaggio fosse stato letto da lui a cose compiute, dopo che aveva fatto il suo dovere.

Mi sento in debito con te, Luca. Prima lei mi ha invitato in casa sua, facendomi salire su. Avevo mezz’ora da aspettare. Ho passato mezz’ora a dissimulare in modo goffo dei sentimenti che non riuscivo nemmeno a interpretare, rendendomi conto del fatto che lei è troppo diversa da me. Poi mi sono alzato e sono andato a prendere mia figlia Michela, che era alla festa del liceo e che si è divertita ballando e bevendo la sua prima vodka con una sua amica, una brava ragazza che conosce da anni e con cui sta vivendo una bella amicizia. Insomma ho trovato Michela che faceva quello che alla sua età non ho mai potuto fare; e anche se avessi potuto, forse non avrei mai voluto fare. Ho pensato a Michela tutta la notte. A lei devo pensare. Michela sta realizzando tutto quello che non ho mai realizzato, in gran parte per non aver potuto, ben inteso; ma poi, quando non ho avuto più alibi e avrei potuto, anche per non aver voluto, per una base di carattere che era inchiavardata troppo bene per poter spiccare il volo. Sono vissuto per anni come un lupo chiuso in un addiaccio, circondato da prede facili a sua disposizione, ma terrorizzato da loro. Sic et simpliciter. E ora vorrei iniziare, seguendo un tuo consiglio che non ho dimenticato, la lettura di un libro da sempre in attesa nella libreria. Non potendo fare altro, come tu sicuramente stai facendo.”

Luca, avvertendo la tensione che saliva e sentendo la necessità di trovare una posizione più rilassante, si stese e allungò le gambe dalla poltrona lungo il tappeto, mentre Barbara, la cui attenzione era stata attirata dal lungo tempo occorso a Luca per leggere il messaggio, gli chiedeva: “Era Piero?” Lei lo chiamava Piero, lui lo chiamava Pierre. Era proprio difficile rispettare la sua volontà e chiamarlo come i suoi genitori lo avevano chiamato! A Piergiorgio non piaceva essere abbreviato. “Sì, era lui. Dice solo che ha accompagnato Grace a casa, che lei lo ha invitato su e poi è andato a prendere la figlia a una festa. Dice anche che non ha sonno e che leggerà un libro.” Barbara si alzò, andò a sedersi per un attimo sulle sue ginocchia, gli diede un bacio, gli mise una mano sul petto e iniziò ad accarezzarlo. Lui le prese la mano e le disse: “Forse dovrei rispondergli.” Barbara gli disse: “Lo ha fatto salire. Tutto a posto, direi! O no?” Quanto lo faceva innervosire quel suo modo di fare! Sbrigativo, un atteggiamento talvolta irritante e insopportabile per Luca. Lo stesso atteggiamento sbrigativo con il quale era nata in Barbara l’idea di quella cenetta a quattro in un agriturismo di campagna. Andava fiera di questa sua dote e Luca ormai se n’era fatto una ragione. La assecondava in quei suoi piani, anche quando erano palesemente sfrontati e audaci, come era stato quello appena portato a termine. “Ho sonno, notte!” disse Barbara, tornando a letto, girandosi di schiena rispetto a lui e facendo sua tre quarti della coperta. Luca si rimise a sedere in posizione più naturale e pensò invece al messaggio appena arrivato dall’amico, che sapeva che non stava leggendo il libro. Barbara aveva organizzato quella cena, prima invitando la sua amica e collega Grace, cui aveva detto che avrebbe conosciuto una “persona molto interessante”, poi costringendolo ad andare a casa di Piergiorgio, fuori città, in campagna, per invitare anche l’amico, a cui parlarono solo di “una sorpresa”. La chat era sempre aperta. Il messaggio non parlava di Grace. Piergiorgio gli scriveva telegraficamente che l’aveva accompagnata a casa, che lei lo aveva fatto salire e che lui poi era andato a prendere la figlia Michela a una festa. Poi parlava della figlia e di come si era divertita, sottolineando la sua gioia per averla riportata a casa felice e ricordando che lui a quell’età non aveva avuto opportunità per godere di una tale felicità. E alla fine la similitudine del lupo in mezzo alle pecore: le può avere facilmente tutte, ma ha paura di loro. La paura lo immobilizza e, mentre gli altri possono godere dell’amore, come lui aveva appena fatto con Barbara, lui invece può solo decidere di combattere l’insonnia e la malinconia, mettendosi a leggere un libro. Un libro che non stava leggendo, pensava Luca: era insegnante di lettere, amava molto leggere, nutriva una vera passione per la buona narrativa ed era stato lui ad avergli consigliato quel libro da lui letto poco tempo prima. Anche i libri erano, infatti, un ingrediente non secondario di quell’amicizia. E delle loro letture parlavano spesso, anche durante le uscite in bici. Ma quella volta parlare di un libro non avrebbe avuto la funzione consueta, perché il libro, Luca lo sapeva, non esisteva. Doveva rispondere: conosceva fin troppo bene l’amico e aveva subito percepito che c’era qualcosa che non andava in quel messaggio. Non solo: arrivò alla conclusione che quelle parole sembravano quasi una richiesta implicita di aiuto. Lo sguardo di lui nel parcheggio e la foglia d’acero attendevano sempre la giusta chiave di lettura. “Cerca di dormire, Pierre! Buona notte!” Come si pentì di aver dato quella risposta così stupida! Aveva avuto dei sospetti sull’amico. Anzi, di più: aveva quasi la certezza che fosse in crisi e non era riuscito a trovare altre parole che “cerca di dormire!” Maledisse, stramaledisse quella sua fretta di dare una risposta purchessia. Piergiorgio non era uno con cui le parole andavano bene tutte; Piergiorgio vivisezionava le parole. Luca si alzò. Andò in bagno. Si mise il pigiama e tornò a letto. Dormire non era possibile. Il tempo passava e l’amico era sempre presente con la sua vita segnata da un destino che era stato avaro di gioie e puntellato di vari momenti difficili, che erano stati superati insieme grazie alla forza dell’amicizia. Piergiorgio, Michela, Grace, Barbara, gli amici del gruppo di cicloamatori, immagini belle e meno belle si arruffavano tra di loro, pensieri si ammonticchiavano su altri pensieri in tumuli caotici che non riuscivano a prendere la forma organica di una riflessione, di un’idea, di una forma logicamente strutturata. Il tempo passava. L’amico aveva bisogno. Lo sentiva. Quel messaggio era l’inizio di una serie. Ne sarebbero arrivati altri. Lo sapeva. Quelle parole erano un segnale da interpretare. Lo sapeva da anni. Il tempo passava. E il cuore batteva forte e l’ansia cresceva. Luca guardò l’ora proiettata sul soffitto dalla sveglia. Erano già le tre di notte. Erano le undici e tre quarti, quando sull’uscita dell’agriturismo Barbara lo aveva strattonato, dicendo che aveva freddo e che voleva andare a casa, lasciando volutamente soli Piergiorgio e Grace. Luca, divelto da Barbara, non ebbe nemmeno tempo di salutarli. Lo sguardo di lui … La foglia che cade … Lì stava la soluzione, lì era la chiave di lettura del senso di colpa che lo stava torturando da quel momento. Il suo sguardo si era incontrato per un attimo con quello dell’amico, che aveva una mano nella tasca della giacca e con l’altra lo aveva salutato, ma come se non stesse guardando lui: era un’occhiata spenta la sua verso Luca; come del resto decisamente poco passionale era il suo atteggiamento verso la bella e bionda Grace, che per l’occasione aveva indossato un vestitino corto e scollato con il manifesto intendimento di non passare inosservata. Lo sguardo di lui lo aveva colpito in modo diretto. Negli occhi di Piergiorgio c’era qualcosa di strano, qualcosa di nuovo, qualcosa che richiedeva ascolto; per tutto il tragitto in auto Luca non aveva ascoltato una parola di quello che diceva Barbara al suo fianco; per tutto il tempo aveva pensato a quello sguardo che sembrava una beffarda saetta contro di lui; per tutto il tempo non si era dato pace del fatto di averlo lasciato lì da solo. Sì, da solo, perché quella di Grace non era per Luca una compagnia: Grace, reclutata da Barbara per risolvere un problema, era paradossalmente lei un problema nuovo in quel momento. Era come se l’amico gli avesse voluto dire: “E adesso che ci faccio con questa? Mi avete messo in un bel pasticcio voi due.” No, non io, gli avrebbe voluto dire: l’idea è stata tutta di Barbara. Non prendertela con me. Prima o poi ti spiegherò. E due! Eccolo! Ore 3,02. E pensare che al suo attivo per il momento restava solo quello stupido “Cerca di dormire!” La colpa era da anni il distintivo di quelle notti in chat. Ora la colpa era quella di non aver saputo rispondere. Di colpa viveva da anni Luca nel suo avvolgente rapporto di amicizia con Piergiorgio. La teoria dei due pilastri non falliva mai.

Non ne posso più, Luca! È già la seconda crisi d’ansia da quanto sono rientrato a casa, dopo aver ripreso Michela. Ho provato a uscire in auto, ma non riesco a camminare, ho male e non so dove andare. Sedersi da solo in un bar intristisce ancora di più e non sopporto più la gente che mi guarda. Ho letto tanto tra ieri e oggi, ma non posso vivere solo con libri in mano. Sento vicina la terza crisi e ricorrerò al sedativo. Ormai è così: appena Michela se ne va, si fa il vuoto. È stato bello prima a cena. Non stavo così bene a cena da anni. Grace è sicuramente una donna molto attraente e anche simpatica. Ma poi tutto l’incanto si è ridotto alla realtà, appena Michela è uscita dall’auto ed è andata via, ritornando nella casa di sua mamma. Tutto si è spento, non appena sono tornato padrone di questa casa, che ormai è una tortura (ma tutte lo diventerebbero …). Penso a prima, sia alla bella cena, sia alla felicità di Michela dopo la festa. E penso a tutto ciò che il destino mi ha impedito di avere e di cui non potrò mai più godere, al dolore cui mi ha condannato dopo avermi illuso per tanti anni, alla vergogna con cui devo convivere e ai desolanti scenari di solitudine e miseria, di dolore e ansia, che mi si aprono sul futuro. Non ho via di scampo.” Un secondo messaggio seguì immediatamente: “Con il calmante forse riuscirò a dormire un po’. Non va bene così. Me ne rendo conto. So già quello che stai scrivendo per rispondermi. Risparmiati di dire quello che mi hai già detto tante volte. Non serve, perché tutto parte dal corpo, dal dolore, dalle tante, troppe anomalie di una vita che non trova più una motivazione, una ragione per essere goduta. Si trascinano le ore, con lo sguardo fisso al futuro, uno sguardo gravido di ansia. Un futuro che fa paura e moltiplica quest’ansia.”

Barbara si era svegliata alla notifica di quel messaggio e Luca silenziò la suoneria della chat. Non una parola su Grace. Ormai la mente di Piergiorgio era lontana da quel corpo di donna attraente, forse irresistibile per i più, ma sostanzialmente insignificante per lui in quel momento così particolare e delicato. Barbara era sicuramente convinta che i due avessero consumato una notte di piacere, allietata da quel sesso che aveva appena soddisfatto lei. Luca era convinto dell’esatto contrario: Piergiorgio avrà accompagnato Grace a casa sua, dove lei, un po’ giocherellona e civettuola lo avrà anche invitato a salire. Lui sarà stato lì per passare il tempo in attesa dell’ora in cui sarebbe dovuto andare a prendere la figlia. E poi avrà tolto il disturbo con quel suo fare a metà strada tra lo scostante e il doverosamente cortese, che pochi come Luca negli anni avevano, invece, saputo opportunamente interpretare. Luca non conosceva Grace, se non per sentito dire: da Barbara sapeva che lei e Grace erano colleghe come infermiere in ospedale e che uscivano spesso insieme per la pausa pranzo. Aveva sentito dire che era da tanti anni in Italia e che era figlia di mamma scozzese e babbo norvegese, entrambi dipendenti di una società petrolifera del porto. Altro non sapeva, se non che era molto bella. E aveva appena avuto occasione di constatare che lo era effettivamente. Ma aveva anche potuto constatare, appena la donna ebbe aperto bocca a tavola, che tra lei e il suo Pierre ci sarebbe stata una distanza da misurare in anni luce. Tutto si addiceva perfettamente allo stile di Barbara, tutto combaciava esattamente con la sua idea della vita: Piergiorgio era solo e triste, perché separato da anni; Grace era sola e triste perché separata da poco. Per Barbara questo era sufficiente, come se far nascere l’amore e l’unione di due anime fosse come mescolare acqua a farina sul piano della cucina, quando si faceva la pizza. Non l’aveva mai rimproverata per questo. Anzi, la invidiava per questa sua capacità di essere convinta che tutto in un modo o nell’altro si possa sempre risolvere. Ma l’anima con cui avevano a che fare non era esattamente come la pasta della pizza. No. Non lo era proprio. Era una pasta refrattaria e assai dura da maneggiare, molto delicata da trattare, estremamente sensibile da affrontare. Luca anche questa volta rilesse più volte il messaggio, pensando a una risposta meno banale e possibilmente anche meno stupida di quella precedente. Non una parola era stata dedicata a Grace. L’amico parlava solo della figlia Michela e della sua solitudine. Ma parlava anche della sua vergogna. Ecco cosa faceva male nell’amicizia! Il senso di vergogna. L’amico che sa ascoltare capisce la vergogna di chi è convinto di non aver più carte da giocare nella vita. La separazione era stata un colpo terribile per il suo Pierre. Luca più volte aveva avuto il sospetto che quella donna che aveva sposato, Mariangela, non fosse la persona ideale per il suo Pierre. Ancora una volta era stata Barbara quella ci aveva messo la zampino. Era nato tutto durante una vacanza in crociera, in cui loro due avevano voluto invitare l’amico, sempre troppo solo, e Barbara aveva voluto invitare Mariangela, che lavorava negli uffici dell’amministrazione dell’ospedale. Luca soffriva quando lo vedeva tornare solo dalla stazione a casa, dopo aver fatto lezione all’università, dove ora insegnava al corso per interpreti e traduttori; e poi soffriva quando, sempre solo, lo vedeva prendere l’auto, per recarsi nella sua isolata casa di campagna, che era stata dei nonni con cui era cresciuto. In quella casa lui è Mariangela erano vissuti da marito e moglie appena due anni, giusto il tempo per mettere al mondo Michela. Non aveva mai parlato di quella separazione. Per Luca era stata sin da subito una cosa inevitabile e le cose inevitabili si spiegano da sé. Non aveva neanche mai avvertito il bisogno di fare domande. Era sicuro che avrebbe avuto risposte che già conosceva. Il vero miracolo di tutta quella fugace relazione, nata mala e finita come era inevitabile che finisse, era proprio la bellezza e lo splendore di quella ragazza che ora aveva sedici anni, Michela, da sempre affezionata molto più al babbo che alla mamma. Un miracolo! Per Luca non c’era altra parola che meglio descrivesse quello che Michela rappresentava per il suo amico. Un miracolo vivente: alta, bionda, fisico atletico, occhi neri capaci di penetrare nell’anima altrui con una forza di rara energia. Un miracolo che solo la monumentale grandezza di Piergiorgio avrebbe potuto meritare, pensava Luca quando vedeva Michela. E infatti l’amico si godeva quel merito. Luca doveva però rispondere al messaggio, non pensare a Michela. Sapeva che dall’altra parte c’era una persona che già prevedeva la frase “Vorrei tanto poter fare qualcosa per te, ma non so cosa fare.” Quante volte era caduto in quella trappola! Da un po’ non ci cascava. Eppure si rendeva perfettamente conto che, anche se non avesse usato quelle testuali parole, avrebbe comunque girato attorno al problema, senza venirne a capo. E il problema restava lì, in tutta la sua monumentale e statica drammaticità. “Fa sempre più male quando i tuoi sensi sono catturati da qualcosa che non si muove, che quando invece sono attratti da qualcosa che si muove, perché ciò che si muove può andare a finire male, ma anche bene; mentre ciò che non si muove non ti dà alcuna speranza già in partenza”: glielo aveva scritto una notte, sempre in chat e sempre nel corso di una crisi. “Pierre, sai quanto ti voglio bene e quanto soffro quando sento questi toni e questa sofferenza. Non puoi continuare a tormentarti. Soffro quando sento parlare di sofferenza da parte tua. Da troppo tempo siamo amici …” Le parole di risposta gli arrivavano facilmente, ma non avevano alcun significato. Luca non se ne rendeva conto, preso com’era dalla frenesia di dare una risposta, pur di darla. Sì. Aveva commesso il secondo errore. Erano parole vuote. Meno laconiche di quelle di prima, ma ugualmente inefficaci. Colpa si aggiungeva a colpa in un’anima che, sconsolata nella tempesta, sentendosi inutile sul molo sferzato dal vento, vedeva la pace allontanarsi come una barca alla deriva, con gli ormeggi spezzati inutilmente in mano. Non era così che si consolava un’anima in preda alla devastazione come era quella di Piergiorgio. Ma a chilometri di distanza, su una chat, in piena notte, stanco e nervoso con il cellulare in mano, contagiato ormai dall’angoscia, Luca aveva fatto anche troppo. Gli occhi volevano chiudersi, ma l’anima lo impediva. Un vincolo li teneva legati da anni, dai tempi in cui correvano insieme con le loro bici sulle strade di campagna, sui rivali dei fiumi e dei canali, sui sentieri dei boschi e delle pinete. Un vincolo che non era solo di amicizia. C’era qualcosa di molto più grande, di molto più grave e importante, che li teneva l’uno vicino all’altro. C’era qualcosa che faceva male, ma che sapeva unirli. C’erano quei riti, c’era quel significato profondo del tempo. C’era una foglia d’acero che cadeva soprattutto. L’amicizia richiedeva ascolto. E l’ascolto richiede tempo. C’era un senso di colpa, che prendeva di minuto in minuto sempre la forma di una camicia di forza, di una catena, di ceppi che non consentono fughe. Riandò al messaggio e rilesse una frase: “tutto parte dal corpo, dal dolore, dalle tante, troppe anomalie di una vita che non trova più una motivazione”. Luca stava per piangere, da quanto si sentiva impotente. Non si perdonava di non avere capito una cosa elementare. Quelle erano parole di disperazione, che l’amico già in altre occasioni aveva scritto. Si rialzò senza svegliare Barbara, il cui sonno ormai era pesante. Scalzo, per non fare rumore, andò nello studio, si sedette alla scrivania, accese il computer e, senza neanche sapere per quale ragione, andò a finire nella cartella delle foto. Erano ordinate cronologicamente. In ogni cartella contrassegnata dal numero dell’anno c’erano altre sottocartelle con i nomi dei vari eventi. Fu colpito da quella con il nome Varie, inserita a sua volta in quella di un anno recente, nonostante vi fossero foto che non erano di quell’anno. La aprì e nello scorrere le foto le parole della chat gli tornarono alla mente e si collegarono alle immagini per uno di quegli automatismi che tutti vorremmo poter comprendere e controllare: “tutto parte dal corpo”, “il dolore”, ”la vergogna”, “le anomalie”. La colpa rodeva e quell’immagine del lento e silenzioso cadere della foglia che passava tra lui e l’amico iniziava a dare a quella colpa una forma; con il passare dei minuti la forma che assumeva quell’immagine dava sempre più forza alla teoria dei pilastri. Avrebbe voluto che quella foglia si fermasse proprio lì dove l’aveva colta con lo sguardo, esattamente a metà strada tra lui e l’amico; ma un forza inarrestabile l’avrebbe inevitabilmente portata in un altrove che non aveva ancora la forza di guardare, di cui non aveva ancora la forza di ammettere l’esistenza. Era una drammatica narrazione di dolore quella che stava prendendo forma nella mente di Luca davanti allo schermo del computer acceso. Quelle foto erano lì a parlare di dolore, vergogna, anomalie. Quelle foto eranola colpa, ne costituivano la forma più autentica e sadicamente malvagia. E tutto parte dal corpo. E tutto era lì, spudoratamente squadernato davanti a lui, senza ritegno alcuno. Quella serie di foto capitate – non per caso – davanti ai suoi occhi era quanto di più impietoso potesse essere impartito alla sua anima; erano la punizione più severa per le parole stupide che aveva dato come risposta alle accorate richieste di aiuto che stavano arrivando dall’amicizia. La colpa. Lo sguardo di lui. La foglia che cade. Da dove arrivavano quelle parole? Era veramente a casa sua? Dove sei? Pierre, dove sei? Luca aveva gli occhi bagnati e non riusciva più a contenere la commozione, quando, del tutto inavvertitamente, come guidato da una forza la cui potenza ha di bello il fatto stesso di non avere una spiegazione logica, cliccò sull’icona di una foto che aveva come nome solo una data. Una foto di una pagina di giornale con il titolo dell’evento che aveva cambiato per sempre la vita del suo Pierre e a cui Luca aveva assistito senza poter dare aiuto alcuno. La colpa! Parole stupide, solo stupide parole era riuscito a scrivere in quella maledetta chat a cui l’amico aveva affidato la sua drammatica richiesta di aiuto. Dove sei? Pierre, dove sei? Scendevano lacrime sulle guance di Luca. Il significato del primo messaggio era un altro. Doveva saperlo ormai. Piergiorgio aveva detto di essere uscito, per cercare pace. Era implicito l’invito “Sono fuori. So che sei a letto con Barbara. Vorrei parlarti. Ho bisogno di te.” No. Forse non è vero. Forse sono puerili viaggi mentali. Lacrime su lacrime scendevano, tracciando solchi che fendevano l’anima. La colpa le faceva sembrare strisce di sangue su un asfalto, su quell’asfalto. Solo lacrime. Una seconda foto, una frustata terribile al cuore: era il giorno in cui Piergiorgio era tornato in bici. Luca aveva insistito perché lo facesse. Quanto aveva sofferto insieme a lui in quei giorni! “Sei a casa? Lascio un messaggio a Barbara e vengo a trovarti, se hai bisogno”, gli scrisse direttamente dal computer su cui aveva aperto la stessa chat. Immediata fu la risposta. Non era a tono. Era la punizione della colpa. Se avesse risposto prima, se avesse usato parole più efficaci e meno stolte, gli avrebbe risposto a tono. Non poteva farlo. A quelle parole non si poteva rispondere a tono.

Ormai il blocco, che c’è sempre stato, è tale che non riuscirei mai a fare il passo; non ci riuscirei con nessuna donna. Ho apprezzato il gesto. Grace è veramente bella. Ma credo che tu mi conosca. Anche Barbara mi dovrebbe conoscere ormai. Anche lei sa che ho sofferto per tanti anni. Ma in quegli anni non ero solo. Adesso Michela è grande. Trascorre meno tempo da me. Si è allontanata. Non vive più in questa città. Tutto si aggrava. È difficile capire da fuori. Sono cose in cui bisogna trovare in se stessi la forza, se c’è. Purtroppo gli altri possono poco. Non so cosa uno possa capire di quello che sento io. Prima in casa di lei, di Grace, quando lei mi ha invitato a salire, il pensiero fisso era lì. A quello che non c’è, ovviamente, a quello che ha dato i problemi che hanno portato alla separazione, a quello che non solo mi ha privato della possibilità di godere come tutti, ma mi ha portato a odiarmi, a non sopportare la vista del mio corpo, a soffrire fino a piangere in preda all’ansia ogni volta che sono costretto a vestirmi e svestirmi, a lavarmi. Vergogna e dolore. Solo una quantità senza confine di dolore e di vergogna. E con questi problemi non si può mai avere fiducia neanche in se stessi. Mi sono gettato a capofitto nel lavoro, nello sport e nei libri, perché era una forma di riscatto, come tu ben sai, Luca. Ma nel lavoro non ho coronato i miei progetti come avrei voluto, nello sport mi sono dovuto accontentare di quello che potevo fare e i libri non ho più la forza di pubblicarli. Prova a metterti nei miei panni! Lo hai mai veramente fatto? Non è facile, sai. Prova a immaginare il senso di rabbia che ti viene quando ti devi imporre la maschera di quello che va avanti lo stesso, pur non potendo fare gran parte di quello che fanno i tuoi coetanei, amici e conoscenti. Per quanto alla fine tutto sia andato bene clinicamente, il sigillo nell’anima è ormai di quelli indelebili, che plasmano il carattere e fanno di te un finto eroe che è riuscito a riscattarsi. La realtà è ben altra. Nulla cambia di ciò che è scritto. Adesso vado a dormire. Ciao, Luca.”

Era inevitabile: Luca riandò allora con il pensiero al pomeriggio, all’idea di Barbara di trascorrere quel sabato sera con qualcuno. Erano rimasti a corto di idee e di occasioni. Barbara aveva avuto l’illuminazione di trascorrere la serata con una cena a quattro, a cui invitare Grace e Piergiorgio. Luca ripensò anche all’improvvisata puntata a casa di lui in campagna. Ripensò a quanti anni di vita riavvolgeva nella sua memoria ogni volta che usciva dalla città diretto a casa di lui. E poco dopo casa sua, la casa di Pierre, prima di girare per la carraia, c’era quella curva, c’era il ponte sul canale, c’era la discesa che portava alla carraia dove Pierre solitamente girava, perché lì era casa sua. Luca era estraniato. La sua mente era ormai totalmente schiava della colpa e del passato. Barbara parlava nel vuoto dal sedile accanto al suo, ma non era la voce di Barbara quella che sentiva, non era in auto che stava percorrendo quel tratto di strada. Era sceso nell’abisso del tempo, quello che faceva più male, ma l’unico che dava delle risposte senza equivoci. Piergiorgio avrebbe compiuto venticinque anni l’indomani. Era felice dalla gioia. Era allenatissimo e, nonostante i tanti chilometri percorsi in bici, era ancora fresco di forze, quando arrivò primo del gruppo in cima al ponte, per poi lanciarsi nella discesa. Si era girato un attimo, l’istante fatale, per fare un saluto agli amici, dal momento che in fondo alla discesa avrebbe poi girato a destra verso casa sua e il gruppo avrebbe proseguito per la città. Si era deconcentrato per una frazione di secondo. Luca, mentre Barbara continuava a parlare, avvicinandosi alla casa dell’amico, non poté fare a meno di rallentare e riavvolgere quel capitolo di dolore tremendo che gravava da anni sulla coscienza. La genesi della colpa. Lì tutto era chiaro. “Facciamo a chi arriva prima in cima alla salita del ponte!”, aveva gridato proprio lui, Luca, ai quattro amici, tra cui Piergiorgio, che erano usciti con lui quella domenica mattina. Piergiorgio aveva raccolto la sfida ed era scattato all’inizio della rampa, cambiando rapporto, bruciandoli con tre soli colpi di pedale, lasciandoli di stucco dopo oltre cento chilometri percorsi e arrivando in cima per primo con una freschezza di pedale e una forza nelle gambe che era per tutti sempre motivo di invidia. Non erano ancora giunti in cima alla salita, quando la tragedia si era compiuta. Avevano solo sentito l’urlo straziante dell’amico. Avevano visto una macchina agricola ferma in mezzo alla strada. Quando arrivarono non lo videro. Lo sentivano gemere e urlare. Era rimasto incastrato sotto il mezzo che lo aveva agganciato. Il contadino che lo guidava era un vicino di casa di Piergiorgio. Era disperato. Non si era accorto di nulla. Luca chiamò subito il 118. L’emorragia era grave. C’era sangue ovunque. L’amico arrivò in condizioni disperate all’ospedale. Il primo pensiero di Luca era andato al destino: Pierre aveva perso i genitori per un incidente stradale e, da quando aveva quattro anni, era vissuto con i nonni paterni in quella casa in campagna, che poi sarebbe divenuta la sua, quando a ventidue anni si ritrovò solo, costretto, volente o nolente, a prendere in mano il timone di una barca che, prima di trovare la quiete nel porto, avrebbe avuto ancora, appena tre anni dopo, altre tempeste da attraversare. Quella tempesta. Lì, ai piedi di quel ponte. In fondo a quella discesa.

L’auto di Piergiorgio era nel cortile antistante la casa. Barbara e Luca scesero dalla loro. Dunque, molto probabilmente, pensarono entrambi, l’amico era in casa, se non era fuori in bici. Anche il cancello che dava accesso al cortile esterno era aperto. Lo avevano cercato in casa suonando il campanello, ma non aveva risposto. Quando non era in casa di solito era nel piccolo capannone, un tempo ricovero dei mezzi agricoli del nonno, ora adibito a garage. Luca e Barbara andarono direttamente lì. Lo trovarono che lavorava alla bici da corsa, che aveva appena lavato e asciugato e che ora stava lucidando e oliando. Indossava ancora la divisa del loro comune gruppo sportivo, segno che era appena rientrato da un’uscita in bici. Perciò non aveva la protesi e il pantaloncino corto lasciava nuda la parte terminale del moncone della coscia destra. Qualche anno prima sarebbe stato molto imbarazzato in quella situazione, imbarazzo maggiore se le persone fossero state sconosciute, ancora maggiore se donne. Da quando Luca lo aveva convinto a risalire sulla bici da corsa, sulla quale la protesi non poteva essere indossata, Piergiorgio aveva superato gran parte di quei problemi. Ma su quanti strudel e su quanti caffè ristretti avrebbero dovuto ancora contare, su quei loro tavolini di latta, prima di vedere qualche spiraglio in quella tenebra! Piergiorgio aveva posizionato la bici sul cavalletto da lavoro e stava dando il grasso alla catena, quando sentì arrivare Luca e Barbara, che salutò scusandosi per essere sudato e dicendo che era appena reduce da un’uscita in bici. Era evidente la situazione e assolutamente pleonastiche quelle parole, ma Luca sapeva che quello era per l’amico un modo per vincere l’imbarazzo, quando si trovava con il suo corpo funestato dalla sorte in preda di sguardi altrui non sempre innocui. E quello di Barbara poteva, infatti, non essere del tutto innocuo: Luca lo sapeva. Sedutosi per terra, Piergiorgio si slacciò lo scarpino sinistro e si tolse il calzino. Poi, senza nemmeno usare la stampella che aveva in garage, saltellando sul piede sinistro scalzo, li invitò a entrare in casa, dove infilò nella protesi, che aveva lasciato sull’ingresso, ciò che rimaneva della gamba destra e in un’infradito il piede sinistro. A Luca capitava spesso di vederlo senza protesi, perché era suo compagno quasi fisso nelle uscite in bici e nei raduni amatoriali; ma il senso di colpa di aver avuto lui l’idea di quella stupida gara da ragazzini sulla rampa del ponte non si era mai cancellato. Era quello il vincolo perverso che si aggrovigliava intorno a lui di notte, nei momenti di solitudine. Non si poteva eliminare con un colpo di spugna; era inciso in modo indelebile, come non si era mai potuta cancellare dalla sua mente l’immagine di lui arrivato felicemente primo in cima al ponte. Piergiorgio si distrae per girarsi indietro e lanciare un urlo di vittoria verso i compagni di uscita che aveva staccato, iniziando la discesa. E la colpa inizia il suo lavoro indefesso: rode, divora, lacera e fa a brandelli un’esistenza che non lo meritava. Da quel dolore trasse forza l’amicizia. Da anni Luca era roso e logorato da quel senso di colpa, sempre vivo, sempre capace di fare male. Lo prendeva di notte prima di dormire. Lo assaliva sul lavoro. Lo distraeva alla guida. Era un senso di colpa che si associava sempre a quell’immagine di lui in cima al ponte e a quella di lui poi in ospedale, delle sue lunghissime giornate di lotta tra la vita e la morte, senza più parenti e con pochi amici che lo potessero visitare e confortare. Le domande sul destino della vita erano assillanti, ogniqualvolta il pensiero andava a Piergiorgio, ogniqualvolta un ricordo riaffiorava dagli abissi del passato, ogniqualvolta quello che chiamiamo sempre troppo superficialmente ‘caso’ gli metteva davanti agli occhi foto come quelle. Il senso di colpa lo aveva portato anche a insistere perché tornasse in bici; ma perché? qual era il significato di quella mossa? una pratica apotropaica? un esorcismo? perché doveva tornare per forza in bici? Pierre lo aveva fatto. Lo aveva ascoltato. Era tornato in bici. Ma non aveva risolto il problema così facendo. Far risalire Piergiorgio in bici era una pretesa come l’idea di Barbara della cena per fargli conoscere Grace. Barbara … sì, proprio lei. Luca era dubbioso su come Barbara avesse potuto reagire alla vista della gamba di Pierre, a cui non era abituata; ma era ancor più preoccupato di come Pierre avrebbe reagito alla presenza di Barbara in quel contesto così particolare. Barbara ebbe alcuni colpi di tosse nervosa, quelli che si fanno quando non si è sicuri dell’atteggiamento da tenere, quando non si sa cosa dire e come comportarsi; in poche parole, Barbara non riusciva a simulare quella disinvoltura che invece Luca sapeva esprimere con naturalezza di parole e gesti, senza tradire imbarazzo. Eppure la reazione che pochi istanti dopo lei ebbe lo stupì: fu proprio lei a rompere il ghiaccio e, appena si furono seduti, a lanciare l’idea dell’uscita con l’amica e collega Grace. Barbara, compagna di vita buona e fedele, ancora innamorata di Luca come il primo giorno e sempre capace di conferire allegria nei momenti più difficili, non aveva mai fatto lo sforzo di capire la complessità di quell’anima dell’amico di Luca, un labirinto di tracce che, ritornando sempre al punto di partenza, riuscivano solo a moltiplicare domande senza avere risposte. Piero, come lo chiamava lei, era “una persona che si sentiva sola”, “uno che parla poco”, “un uomo malinconico”, “una persona sfortunata da tirare su”, e via dicendo; cosa mai ci potesse essere da scovare in quel recondito ricettacolo di dolore o da stanare da quell’enigmatica solitudine, dal quel silenzio e da quella malinconia non era per lei un problema. Il vero problema era sempre “dobbiamo fare qualcosa per farlo sorridere”. Così Barbara risolveva tutto. Aveva avuto quell’idea e Luca sapeva che a quel punto bisogna organizzare la cena. Se non l’avesse assecondata, Barbara gli avrebbe piantato il muso per giorni. Ma la amava e le voleva sinceramente bene proprio per quello. Luca sapeva che questa situazione era a dir poco un paradosso: per lui Barbara non era affatto una persona superficiale; per lui Barbara era esattamente quello di cui aveva bisogno, quando si rendeva conto che, al cospetto delle domande troppo difficili che l’anima talvolta poneva, bisognerebbe avere la forza di ammettere che non spetta a noi pretendere di fornire delle risposte. E Barbara non era soltanto utile per quell’esercizio di umiltà: era insostituibile. “Questa sera, poche storie! Esci con noi e ti presento una mia amica che ti piacerà sicuramente. Si chiama Grace, è bella e bionda.” Luca non disse una parola. Piergiorgio disse soltanto: “Va bene: vengo. Ma c’è mia figlia Michela da me oggi: dovrò prima accompagnarla a una festa e poi tornare a prenderla.” Fu in quel momento che gli occhi di Barbara andarono a posarsi sui piedi di Piergiorgio, di cui solo il sinistro si poteva muovere e lo faceva molto nervosamente. Vi rimasero troppo a lungo per Luca, che si alzò, prese Barbara e le disse che era opportuno tornare in città per potersi preparare. Quando si furono alzati entrambi, lo sguardo di Luca si incontrò per un attimo con quello di Piergiorgio e fu come se una scintilla si fosse accesa a metà strada. Una scintilla di rabbia, che entrambi ben conoscevano.

Lei aveva avuto l’idea, dopo che ebbe saputo che a Luca era arrivato qualche giorno prima un messaggio di Piero, in cui l’amico gli parlava del referto di un esame che non era andato bene. Da un po’ di tempo lamentava dolori anche alla gamba sinistra, quella che era stata salvata dall’incidente e di cui solo dopo una lunga riabilitazione Piergiorgio aveva ripreso l’uso. Luca al computer recuperò quel messaggio del mercoledì precedente: “La risonanza è andata male. I miglioramenti nei legamenti sono appena percepibili. La membrana ossea è sempre più infiammata. Da lì viene il dolore che ho avuto tutto ieri e che ho oggi alla gamba sinistra. Non so perché la chiamo così, avendo solo quella. Ma tant’è. Venerdì mi vedrà l’ortopedico d’urgenza nel suo ambulatorio al policlinico. Mi viene da piangere. Ma non posso cedere. Ora devo trovare la forza. Adesso che sono solo si vede la qualità dell’animo, se sa essere ancora vero lottatore o no. Voglio credere che lo sia. Ma il male è tornato forte davvero. E il dolore del corpo mette sempre a dura prova l’anima. Adesso devo chiamare il mio medico. L’ortopedico mi ha dato un altro antidolorifico più forte, per ovviare a quegli effetti collaterali, che si erano manifestati nei mesi passati, quando iniziai ad avere quegli spasmi che non riuscivo a controllare.” Quelle parole erano di mercoledì. Giovedì mattina l’amico gli aveva scritto dall’università: “Stamani alla prima ora niente ascensore in dipartimento: era rotto. E non avevo bastone. Sono salito lentamente e, per scendere per le scale, essendo venuto senza il bastone, ho dovuto chiamare un bidello. Di solito lo riparano subito. Mi sono sentito per la prima volta male sul lavoro, Luca: non un male nel corpo (a quello ho già dimostrato abbastanza, credo, di saper far fronte), ma un male più subdolo, nell’anima. Non mi era mai successo di rendermi conto che senza un ascensore sono in balia di altri. Non è stato per niente bello, credimi.” Nel pomeriggio era arrivato un altro messaggio: “Domani, se sto così, non riuscirò ad andare in ateneo. Là dentro c’è troppo da camminare; distanze enormi per me da un’aula allo studio; oggi ho impiegato tempi lunghissimi per raggiungere le aule. Gli studenti si lamentano dei ritardi. Non capiscono le ragioni. E a me non compete certo dare motivazioni. Questo dolore alla gamba comincia a creare non pochi problemi. E pensare che averla salvata fu ritenuto un successo!” In serata Piergiorgio gli aveva scritto di nuovo: “Luca, sono imbottito di antidolorifici pesanti. Dolore prima fortissimo, ora passato. Avevo finito la medicina. Me lo sono dovuta andare a prendere da solo. Chi mi va a comprare le medicine? Ho già bisogno della badante? Devo fare le pulizie, fare da mangiare, stirare. Tutto devo fare, non avendo nessuno. E tutto va fatto a denti stretti adesso. Ci provo. Vado avanti. Ma non so quanto resisterò. Non voglio più pensare ad altro. Basta sogni di gloria con notti passate scrivendo libri inutili! Basta dedizione totale al lavoro! Basta rischiare per le strade con la bici! Basta illudersi di trovare anime gemelle che non mi accetterebbero mai e che non cercherò mai più per primo io stesso! Devo fare di tutto per sopravvivere adesso. Voglio farcela. Sarò solo, ma devo farcela.” Alle undici di sera era arrivato l’ultimo messaggio di quella giornata di tensione: “Tra l’antidolorifico che è un oppiaceo, prescritto dall’ortopedico, e l’ansiolitico, che mi ha prescritto la psicoterapeuta, sono sedato totalmente adesso, nel corpo e nell’anima. Mi sento veramente un altro. E sto bene. Viva la chimica! A che serve questa linguistica, se non a masturbare l’unica cosa che posso masturbare, cioè il cervello?” Su questa altalena di sentimenti ondeggiava l’amico giovedì. Questo era lo stato d’animo tre giorni prima. Luca aveva parlato anche con Michela, che era a casa della mamma, ora trasferitasi in un’altra città, per parlarle del babbo in crisi e per avere informazioni di cui non fosse stato messo a parte. Ma Michela non sapeva nulla dei nuovi dolori lamentati dal babbo ed era sinceramente preoccupata per il suo stato di salute. Decise pertanto di venire da lui nel fine settimana, cosa che già da un anno faceva ormai da sola. Da due anni Mariangela si era, infatti, trasferita e i contatti tra Piergiorgio e la figlia Michela erano divenuti più radi. Il venerdì sera Michela era arrivata e per il sabato sera le sue amiche di prima, appena ebbero saputo del suo ritorno a casa del babbo, avevano organizzato quell’uscita a cui Piergiorgio l’aveva accompagnata prima di andare a cena con loro due e Grace. Michela era molto preoccupata e Luca lo capì dai messaggi. Era nata dopo l’incidente in bici; non aveva mai rimproverato alla mamma di aver ceduto alle lusinghe di un altro, come diceva spesso lei, “solo per una gamba in più”. Luca aveva subito previsto che Mariangela non avrebbe mai pienamente accettato quell’handicap nel marito. A lui fu subito chiaro che a Mariangela Piergiorgio piaceva, che la sua aria intellettuale era qualcosa che lo rendeva sicuramente interessante, che la sua cultura, la sua posizione di docente universitario avrebbe potuto fare di lui uno strumento per ben figurare in società, nelle cene tra amici importanti, dove una gamba artificiale sotto un bel pantalone lungo si riusciva a nascondere bene. Quello il problema vero che Piergiorgio non aveva capito, ma Luca sì: a Mariangela, che amava frequentare ambienti mondani, serviva fare bella figura in società e con il passare del tempo accettare quella protesi sarebbe stato sempre più impegnativo, perché Piergiorgio non era mai stato, neppure prima dell’incidente, affezionato a quel genere di vita. La decisione della separazione avvenne anche prima del previsto e Michela fu affidata alla mamma, ma rimase sempre molto affezionata al babbo; l’impressione che dava a tutti era addirittura quella di essere più legata a Piergiorgio che a Mariangela. La certezza si ebbe quando la mamma, ormai lanciata nella carriera, accettò un avanzamento di posizione che avrebbe previsto però un trasferimento. Per Michela, quattordicenne al momento del trasloco, fu un bruttissimo colpo, non solo perché si sarebbe dovuta fare nuove amicizie, ma soprattutto perché improvvisamente la distanza tra lei e il babbo sarebbe stata tale che solo nel fine settimana, e non sempre, sarebbe potuta venire a trovarlo. Fu un brutto colpo anche per Piergiorgio. Bruttissimo, davvero. Luca, quando l’amico gli ebbe dato la notizia del trasferimento di Michela, per la prima volta aveva avuto l’impressione che la forza del suo spirito e la sua volontà di riscatto, fino ad allora in risalita dal giorno in cui era stato dichiarato non più in pericolo di vita, avevano avuto una prima avvisaglia, un primo segnale di arresto.

Erano le cinque del mattino. Luca adesso aveva davvero sonno. Non erano più arrivati messaggi da Piergiorgio. Forse aveva trovato la pace che desiderava? Andò a letto. Il sonno era tanto, ma l’ansia gravava ben più del sonno sull’anima. E la colpa la moltiplicava. Dannata colpa. Questa volta le immagini che lo torturarono furono altre e in quelle immagini apparve il Pierre forte, che più gli era piaciuto in quei lunghi anni di amicizia prima dell’incidente. Ma a ognuna di quelle immagini lo spirito beffardo della memoria ne associava sempre una del periodo successivo, dei giorni in ospedale sospesi nell’ansia, della lunga, lenta e sofferta riabilitazione e soprattutto del dolore dell’anima che subentrò come nota costante, quasi come un segno caratteristico dell’amico. Piergiorgio considerava però proprio quel genere di connessione, quel groviglio di complicità, sempre soltanto intuite ma mai chiaramente esplicitate, il bastione della loro amicizia. Luca si portò le mani agli occhi. Non riusciva a dormire nonostante il sonno. Non voleva che Barbara lo sentisse piangere. Ma piangeva. Piangeva strozzando i singulti in un’odissea di immagini che si sovrapponevano le une alle altre, le une più dolorose delle altre. Le immagini di quei terribili momenti scavavano lacerazioni di dolore nel passato dell’anima: e ancora una volta ecco le giornate in ospedale, al capezzale dell’amico tenuto in coma; la notizia dell’amputazione sopra al ginocchio della gamba destra e delle gravi lesioni multiple alla sinistra; la presenza di poche persone che si interessassero a lui; le reticenze dei medici che non parlavano, se non per dire “stiamo facendo tutto quello che possiamo per salvarlo, ma il quadro generale dei traumi è molto grave”. Tutto ripassava davanti al palcoscenico della memoria nell’inquieto silenzio della notte, accompagnato dal ritmo del respiro pesante di Barbara, che con la sua tranquillità, lì beatamente distesa accanto alla sua devastante angoscia, testimoniava meglio di chiunque altro quanto si è diversi nel modo in cui si realizza l’approccio all’altro, come ci si rapporta ai grandi drammi della vita, come senza dubbio era la vicenda vissuta da Piergiorgio, e, a monte di tutto, come può essere differente il modo di intendere le relazioni umane. Ma anche le parole usate dall’amico nella chat rimbombavano dolorosamente da una parete all’altra nella testa di Luca, scuotendolo in una terrificante ridda di colpi uno più penoso e angosioso dell’altro. “Il sigillo nell’anima è ormai di quelli indelebili”. “Nulla cambia di ciò che è scritto.” “L’Inevitabile è uno spirito che ti sfida, ma che tu, beffardamente, sai che vince sempre,” gli aveva scritto un giorno. Ma perché proprio io sono stato scelto come strumento per realizzare quel destino? Perché? Luca si portò le mani alle tempie. “Nulla cambia di ciò che è scritto.” Fu costretto a rialzarsi per l’ennesima volta. Piangeva. Quanto piangeva! Piangeva in preda alla crisi dettata dal sentimento devastante di sentirsi inutile nel momento determinante. “Nulla cambia.” Era ormai un’eco maligna e malevola, che assumeva la forma di un’ossessione nella sua mente. L’ossessione di una colpa mai risolta. “Nulla cambia”. Le tempie scoppiavano. Il cuore andava a mille. Le gambe tremavano. Si tolse il pigiama. Sentì come un richiamo. Non sapeva da dove veniva. Si vestì con l’accozzaglia di capi che trovò: un paio di vecchi jeans, una polo nera, una giacca elegante in principe di Galles, un paio mocassini. Controllò l’ora: le sette del mattino. Mandò un messaggio a Barbara, mentendo: “Sono andato a prendere le paste per la colazione. Torno subito.” E uscì in auto diretto alla casa di campagna di Pierre.

Il paesaggio invocava pace, la regolarità dei filari delle viti e dei campi di mais supplicava serenità. Una potenza superiore alla comprensione umana trasfigurava tutto, dando la sensazione che quelle invocazioni e quelle suppliche fossero state esaudite. I canali che tagliavano numerosi la campagna conferivano la percezione di un sentimento di vita e di ritrovata tranquillità. Placide le acque fluivano dalle gore accarezzate da bianchi rivali, che si perdevano lontano in un orizzonte dominato da una luce che già dichiarava vittoria. La sua auto procedeva con lentezza e quasi con rispetto in quel paesaggio noto, il paesaggio della colpa. Quella era una strada che aveva già troppi correlati di dolore nella sua mente e per la sua anima sofferente; quella strada non ammetteva più violenza; l’obolo di passaggio era già stato speso. “Nulla cambia di ciò che è scritto.”

Alle sette e mezzo del mattino della domenica il traffico era quasi nullo. Uscito dalla città, arrivò alla carraia sotto il ponte. Avvertiva ora un senso di particolare gaiezza in tutto ciò su cui il suo sguardo si posava, come se lo accarezzasse in segno di ossequio. Percorse la sterrata fino alla casa, le cui luci esterne erano spente. Nessun segno di presenza umana. E non c’era l’auto nel cortile. Ciò che in altre circostanze sarebbe parso strano a lui non parve più tale. Suonò il campanello. Nessuna risposta. Pierre gli aveva detto che Michela era già ripartita per tornare dalla mamma. Mandò un messaggio. Nessuna risposta. Telefonò. Nessuna risposta. Tutto era quieto e silenzioso. Normalmente quieto e inevitabilmente silenzioso. Il cancello non era chiuso a chiave. Entrò a piedi nel cortile. Nessun rumore. Una leggera brezza si levò da est. Una sola grande foglia si posò, danzando dolcemente nell’aria, sull’auto. Anche la porta del garage era appena accostata. La bici da corsa era sempre sul cavalletto, su cui l’aveva vista il giorno prima con Barbara. Qualcosa mancava, ma Luca non capiva cosa. Si sarebbe saputo presto cosa mancava dai giornali: dopo qualche giorno si sarebbe trovata una bici, una vecchia mountain bike, in una delle località costiere vicine alla città, abbandonata all’inizio della diga foranea, dove la massicciata inizia, per addentrarsi nel mare per due chilometri e mezzo. Luca la riconobbe come quella con cui l’amico girava anche per la città e che caricava in auto, quando non andava all’università in treno. Il suo Pierre era lì. Lì accanto a lui. Lo sentiva felice, lì accanto a lui, anche se non riusciva a vederlo. “Che importanza ha quello che vediamo, quello che sentiamo, quello che percepiamo? Non importa niente tutto questo. Importa solo una cosa: quello che noi siamo in grado di rappresentare”: glielo aveva scritto un giorno, tornando in treno dal lavoro. Ebbene, l’immagine di Luca era lì. Era un’immagine felice. Era l’immagine felice di chi è arrivato in cima al ponte. Era quella la rappresentazione cui l’amico aveva accennato. E non recava più dolore.

Sì. Mancava qualcosa in quel garage. Ma non avevano alcuna importanza in quel momento gli oggetti che non c’erano. Luca aveva capito una sola cosa: che mancava lui. E sarebbe mancato per sempre, una mancanza di quelle che avrebbero recato inevitabilmente tristezza, ma non dolore. Una sottile distinzione che in poche situazioni si riesce a realizzare e a comprendere, ma Luca aveva gli strumenti per farlo. Piergiorgio scomparve nel nulla, in silenzio. Nel silenzio della foglia che cade. “Adesso vado a dormire. Ciao, Luca”: erano state quelle le ultime parole dell’unica persona che, vivendo giorno per giorno la violenza del destino e combattendo giorno per giorno l’impari lotta con l’inevitabile, gli aveva insegnato qualcosa di importante nella vita. Luca aveva messo sullo stesso piano quello che gli insegnava giorno per giorno Piergiorgio e quello che apprendeva da Barbara. Anche questa era una sottile distinzione che pochi avevano gli strumenti per comprendere. Ma nessuno dei due avrebbe risolto il problema che per Luca era quello che li generava tutti: in un mare di dolore restava la sua colpa; in un mare vero, probabilmente, aveva trovato infine pace un’anima che solo di pace aveva veramente bisogno. “Nulla cambia di ciò che è scritto.” E la colpa sarebbe rimasta, con o senza Luca e il suo dolore in carne e ossa al suo fianco, con o senza Barbara e il suo amore, sempre fisicamente tangibile e immancabilmente presente accanto a lui.

Ricordati di prenderlo alla crema il bombolone per me”, gli aveva scritto Barbara, mentre Luca richiudeva il garage di Piergiorgio, pensando anche alla pasta e chiedendosi se le aveva veramente mentito. I due pilastri: mai dimenticare che la volta sta in piedi, solo se tutti e due, insieme, la reggono! Una seconda foglia cadde accanto alla prima, le si posò accanto, tremò, si agitò due o tre volte, un po’ a destra e un po’ a sinistra, finché un colpo di vento le fece sue entrambe. Lo sguardò di Luca, alla ricerca delle due foglie volate via insieme, seguì la bianca carraia sterrata, che accarezzava il canale verdastro, dalla parte opposta a quella della strada asfaltata, della curva, del ponte e della discesa. La strada bianca si perdeva nella luce del primo mattino, quasi decollando verso un orizzonte di luce, illuminato di serenità e ora arricchito di un nuovo valore, di un forte significato; la gora verde, che passava sotto il ponte, restava limacciosa e ferma, stantia e triste, senza alcun anelito di librarsi. “La vita beffardamente trae alimento dal dramma della differenza”: quante volte glielo aveva scritto! E quelle parole trovavano conferma in quel trionfo di vita e di luce dorata lassù e in quel canale che, laggiù, mandava invece solo sentore di marcio e putrefatto. E memore di quella differenza ora Luca avrebbe dovuto per forza accettare e vivere quella vita, perché “nulla cambia di quanto scritto”. Nulla. Un’altra grande foglia cadde lentamente da un albero sopra la sua macchina. Luca la seguì e, nell’accompagnare la sua lenta caduta nell’aria immobile e nel silenzio della campagna all’alba, rivide quello sguardo della sera prima nel parcheggio dell’agriturismo, l’ultima immagine di Piergiorgio che si era impressa come un sigillo nell’archivio di quel suo abisso infernale che era stata la sua anima fino a pochi attimi prima, uno sguardo che avrebbe potuto interpretare, uno sguardo che allora aveva parlato senza parole, ma che ora aveva anche troppe parole, parole inevitabili, dettate da uno spirito fin troppo sagace in una chat scontata e inevitabile. Il campo visivo a cui i suoi occhi anelavano con ansia era in alto. Lo sguardò salì, si lasciò alle spalle fango e putredine. Infine l’ansia trovò pace in quella luce dorata.

Il sole prendeva possesso, trionfando nel suo mondo di luce sulla campagna serena, tra le foglie che cadendo danzavano nell’aria in un placido tripudio; la bellezza di quel momento di gioia era data dai movimenti irregolari e dalle diverse traiettorie disegnate nell’aria. Luca risalì in auto e insieme al suo Pierre, inevitabilmente vivo quanto mai nella sua anima serena, tornò a casa, con un impegno da rispettare. Un impegno vero questa volta. Un impegno che si rivelò inevitabile, quando fermò l’auto davanti al bar di periferia. Scese. Entrò nel fumo denso tra i tavoli e i rivestimenti di latta e formica, tra i turnisti del porto smontanti che giovialmente salutavano in quella domenica mattina, un qualunque giorno per loro, quelli dei turni montanti: anche quello era inevitabile, pensò Luca. Si sedette nel tavolo in cui spesso loro due si erano incontrati per il caffè ristretto e la fetta di strudel, il ricettacolo delle loro confidenze più importanti, lì dove tante volte si erano fermati lasciando fuori le loro bici da corsa. Il dolore dell’uno aveva segretamente incontrato tante volte la colpa dell’altro su quelle sedie di alluminio, su quei tavoli di latta che avevano raccolto anche inevitabili lacrime. Accese il cellulare. Aprì la chat. Pierre non aveva più scritto. Ma aveva cambiato l’immagine del profilo: a una grande e bella foglia d’acero, simbolo d’amore e di passione, una foglia che cade danzando nell’aria, era affidato il suo commiato, come un monito: “Vai, Luca, c’è una persona che ti aspetta.” Ecco, quello era per Luca il vero significato di quell’ultimo sguardo, di quell’ultima immagine, a cui ora aveva parole da associare. Una lacrima, lentamente cadendo, bagnò lo schermo. Danzava felice, come una foglia, prima di cadere e di posarsi su quelle parole, su quelle immagini dell’anima, penetrando discretamente in quell’oggetto che si era come trasfigurato in un prezioso scrigno di inestimabili valori. E allora Luca fu attratto ancora dalla galleria delle foto sul cellulare e lo rivide in divisa bianca a azzurra, in divisa gialla e rossa; lo rivide appoggiato al cartello che indicava un passo dolomitico faticosamente conquistato, lo rivide mentre sollevava la bici in cima a un altro di quei valichi con i ghiacciai e le bianche cime sullo sfondo; ma lo rivide soprattutto in una foto recente, scattata in un bar di uno dei paesi delle loro colline e ne risentì la voce: “La bici mette allegria. Ce lo siamo detti spesso in queste soste. Sei stato davvero un grande, Luca, a volere che ci tornassi sopra in tutti i modi. La bici è stata il riscatto della mia vita. E lo devo a te. Ti piaccia o no, la responsabilità è tutta tua.”

Non dimenticarti, Luca! Che sia alla crema il bombolone!”, ribadiva il messaggio di Barbara.

Anche questo, sì, anche questo è inevitabile”, scrisse Luca come epilogo in quella chat con l’amico, che aveva dato un significato terribilmente rasserenante a quella notte appena conclusa. Lo scrisse sotto l’ineffabile bellezza dell’immagine di una silente foglia che, danzando felice nell’aria serena, discende nel profondo della sua anima, posandosi da ultimo su un morbido selciato; e questo basamento naturale assume piano piano la forma di un segreto covile di indelebili ricordi.

Si alzò. Andò al bancone. Vide il bombolone alla crema. “Lo porto via”. Se lo fece mettere in un sacchetto. Pagò. Quando stava già per incamminarsi verso l’uscita, sentì come un richiamo. Veniva da vicino, non da lontano. Veniva da lì, accanto a lui. Tornò indietro. Chiese una fetta di strudel e un caffè ristretto. Si sedette di nuovo, scattò una foto alla torta e la aggiunse al messaggio appena inviato al numero dell’amico: “Nulla cambia di ciò che è scritto.” Sapeva che Pierre lo avrebbe letto.

Con il bombolone nel sacchetto di carta uscì dal chiasso del bar nel silenzio della città. Riprese il telefono. Scrisse a Barbara: “Alla crema. Trovato. Sto arrivando.” “Notizie di Piero?” chiese lei. “Buone notizie. Adesso è qui con me.” Non l’aveva mai delusa in tanti anni. Mai. Del resto, lei era sempre stata uno dei due pilastri della sua vita, secondo la teoria dell’amico, da lui sempre condivisa e rispettata. Non le aveva mai mentito: e infatti quella non era una bugia, perché l’altro dei due pilastri, Pierre, il dolore, doveva rimanere perfettamente in piedi. Quel dolore e quell’amore, Pierre e Barbara, quelle due immagini così distanti tra di loro, esattamente speculari e parallele, reggevano insieme da anni la volta della sua vita. E Pierre, come sempre, anche in quell’ultimo messaggio gli aveva detto la cosa più semplice e più giusta allo stesso tempo. C’era una persona che lo aspettava. La volta sarebbe rimasta in piedi, più forte di prima: e l’energia segreta che la reggeva, quella che prima sarebbe stata la conquista di un valico in bici, o la recensione di un libro, ora era un bombolone alla crema.

Nel silenzio anonimo della città ancora assopita comprese finalmente il significato di un altro silenzio, tutt’altro che anonimo: quello di una fragile foglia d’acero, che era scritto che dovesse cadere. Uscì dal quartiere portuale. Sapeva che forse ci sarebbe ritornato. Lì si passa per uscire in bici da corsa dalla città quando Pierre viene a casa sua e lì ci si ferma per la rituale colazione. Sapeva che avrebbe continuato il rito dello strudel e del caffè ristretto in nome di quel principio che aveva sempre accettato amaramente, ma alla resa dei conti sempre rispettato, che cioè nulla cambia di quanto scritto. Il sole ancora basso rendeva difficile distinguere gli elementi di un paesaggio urbano color ambra, il cui risveglio era lento e in un certo senso distensivo. Zone di luce abbagliante si alternavano ad altre nel buio totale. Da un lato il cemento degli alti condomini, dall’altro le macchie verdi del grande parco pubblico. Sopra l’oro della luce, sempre più splendente e sicuro di sé, sotto il grigio di un asfalto destinato a essere sempre per lui memore di oscure vicende e referente di una colpa indelebile. Una coppia di ciclisti arriva al termine della ciclabile e improvvisamente si ritrova sulla strada davanti a lui: Luca riesce a frenare all’ultimo momento, istintivamente arriva con la mano sul clacson, poi avverte come una mano invisibile che lo ferma; i ciclisti neanche si sono accorti del pericolo corso, procedono diligenti uno davanti all’altro, come se nulla fosse successo. Un uomo solo dall’altra parte della strada gli viene incontro. Arranca in un tentativo di camminata veloce, perché zoppica da una gamba. Luca rallenta. Arriva una notifica dal cellulare. Accosta in una piazzola di fermata per gli autobus e legge il messaggio di Barbara: “Se trovi una farmacia aperta prendimi uno spray nasale, per favore. Su internet ho visto che quella di turno è in viale Manzoni.” “Va bene. Ci vado.” Appena rimesso il cellulare nel taschino della giacca, arriva un secondo messaggio: “Mi ha appena scritto Grace. Ha detto che Piergiorgio si è rivelato molto interessante. Diglielo subito. Gli farà piacere. Ha detto che le piacerebbe conoscerlo meglio. Mi ha anche chiesto se per caso si sentisse imbarazzato per la sua gamba e vorrebbe sapere che cosa può fare per aiutarlo a superare l’imbarazzo. Grace è una ragazza giovane ed è anche sveglia, oltre che molto bella. Pensa che fortuna che sarebbe per lui.” Luca sentì gli occhi bagnarsi. Ma piangere non sarebbe servito più a nulla, se non a indignare di nuovo l’amico, che, anche quando aveva sofferto, mai aveva ceduto al lamento sterile o al pianto di sconfitta o di rassegnazione. Stava per mandare uno di quei messaggi con i quali si cerca di prendere tempo prima di rivelare contenuti troppo impegnativi. Non rispose. Mise in moto. Arrivò nel grande viale alberato dove era la farmacia. Scese dall’auto, dopo aver trovato un comodo parcheggio proprio davanti alla farmacia di viale Manzoni. Un improvviso colpo di vento scosse le chiome ingiallite e Luca, sentendosi ormai sereno in quell’ordine naturale delle cose, che discretamente mandava segnali alla sua vita, vide solo una fitta pioggia di foglie che da ippocastani, platani e aceri cadevano in silenzio tutt’intorno a lui. Rallentò il passo. Si fermò. Ne raccolse una, la più grande di tutte. Era d’acero. La guardò a lungo. Sorrise. La mise nella tasca della giacca. Era sereno quando aprì la porta ed entrò in farmacia. Ancor più sereno sarebbe stato quando, di lì a poco, a casa sua, avrebbe riassaporato l’ineffabile tenerezza dell’abbraccio di Barbara, giustamente riconoscente per il bombolone alla crema. 

 

© Stefano Tramonti. 2018

Gocce dell’anima

Piove. Il vento distribuisce la pioggia regalandola al vetro. Ma il dono è speciale. Ora piove forte e gli alberi, ormai spogli e inerte preda del vento, si agitano come braccia disperate di anime già condannate. Ora piove meno forte e il paesaggio per un attimo si rischiara in un vano imbrunire, che ha già decretato le sue sentenze. La luce appare ormai solo nella forma di barlumi sfuocati di fanali riflessi da sporche pozze stantie. Ma è sul vetro, diaframma tra passato e presente, che si gioca la partita più importante, più importante del vento, della luce, della tempesta. Lì si divide tutto: di là l’oggi, apatico e scialbo, in preda alla devastazione; di qua l’ieri, rasserenante e silenzioso, che evoca figure. E le figure parlano. Parlano all’anima.

Sul vetro scendono gocce. Sul diaframma del Tempo scendono i pensieri, scendono nell’anima, scendono nel passato. E quelle gocce aumentano, aumentano a dismisura, aumentano nel vento di uno spirito che, pur indomito nella sua rassegnazione, può solo guardarle. La loro crescita è un crescere d’angoscia. Ogni goccia è un pensiero. Ogni pensiero è un evento. Ogni evento è una frustata al cuore. Le gocce aumentano. Aumentano senza pace. Una dopo l’altra, addirittura una sull’altra, tumuli in attesa di un destino. E il diaframma si fa crudele: di là la lotta vera, di qua la sua rappresentazione nell’anima, che vede solo quelle. Vede solo lingue di gocce variamente cadenti. Cadono laggiù dove si creano figure e testi. Quei testi sono ricordi che scavano solchi, li incidono nell’anima; sono aliti di un vento che passa e non tornerà mai più; sono illuminazioni da una stagione che trova la forza di esistere solo nelle notti insonni; ma sembrano, pur non potendolo essere, testimoni di una passione che non conosceva dolore. Scendono gocce nell’anima, danzando beffarde nelle loro sinuose traiettorie sul diaframma del Tempo, che le trasmuta in allegorie.

Il loro cammino è in basso. Scendono nell’anima quelle gocce, quei pensieri. Scendono laggiù. Non possono salire. Devono per forza scendere. Possono solo scendere. La legge impone che possano solo scendere. Scendere nell’anima. Hanno paura di scendere laggiù. Per questo le gocce rallentano scendendo. I pensieri si aggrovigliano tra di loro scendendo. Le gocce di assommano, in tumuli d’ansia, l’una sull’altra, scendendo. Il loro aggrovigliarsi nella discesa è come una disperata ricerca di solidarietà e di aiuto nell’incognita di cosa si troverà laggiù.

Si scende. Si va solo in discesa. La legge impone solo questa come possibilità ai pensieri. La discesa è paura, orrore, maledetta ossessione. La discesa si trasforma beffardamente in pericolo, dopo essere stata premio per la salita, per il sacrificio e l’atto stoico, di onore, gloria e virtù. Scendono nell’anima. Non sanno cosa troveranno. La consapevolezza amara nella solidarietà è quella di dover attraversare un Acheronte di dolore. Le gocce scendono. La luce le illumina: conferisce con i suoi sguaiati bagliori un protagonismo non richiesto a quel dolore di gocce che vanno incontro all’inevitabile. Scendono nel Tempo, licore che è preda di un fato oscuro, ignare del castigo di cui sono strumento, abbacinate da un effimero bagliore. Incessantemente scendono. Sempre più numerose, sempre più lente.

La pace si conquista soltanto nella vacua, provvisoria, incostante consapevolezza che in fondo alla discesa ci sia l’anastasi e il ritorno lassù, che ci sia l’amore quale ricompensa della risalita. Il desiderio è lecito. Realizzarlo conviene? La risalita è inevitabile, appena la tempesta finirà. È un’altra legge di natura. E poi?

E poi lo stesso ordine naturale delle cose imporrà di ridiscendere ancora.

Due di noi

Il mio paese. Mi affaccio alla finestra dello studio che dà sulla strada principale. I turisti passano in lunga fila diretti su alle piste, e all’incrocio girano tutti su per la strada del passo. È molto freddo oggi; è sereno, ma l’uscita del sole renderà piacevole la loro giornata di sabato sulle piste. Mia moglie con i bambini sono scesi giù in città, loro per andare a scuola, lei per fare acquisti. Così passa il sabato in una famiglia che alcuni chiamano perfetta e prevedibile. Per me è una delle rare occasioni per riposarmi. Il lavoro in comune in queste giornate, nel pieno della stagione turistica, ne lascia poche di queste pause di riposo. Musica e lettura: null’altro mi riposa veramente. Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen con il sottofondo di Eine Alpensymphonie di Richard Strauss. Mondi diversissimi: due modi, forse, per sovraccaricare di significati questo paesaggio per me assolutamente abituale e consueto. Eppure, è ben curioso che sia sopraffatto da questa singolare associazione d’idee: se, infatti, da una parte penso alla frase di un turista della bassa romagnola che un giorno mi disse che nel suo dialetto non esiste la parola ‘montagna’, dal momento che le montagne dalla sua terra si intravvedono ogni tanto tra le nebbie e che in casa sua venivano chiamate tera ramassëda, terra ammucchiata, dall’altra mi viene da riflettere non tanto sulla musica e sulla letteratura che la montagna ha espresso, quanto piuttosto sul silenzio della montagna stessa, quel silenzio che può averla per qualcun altro trasformata in pretesa spirituale. Chi ha ragione dei due? Bella domanda. Resta il fatto che è comunque un curioso scherzo dell’anima questo improvviso interesse per il silenzio, proprio mentre parole e note, lo stanno quasi negando e combattendo, qui nello studio pieno di libri, che sono fatti di parole, e di musica, che è fatta di note; mentre, allo stesso modo, quella montagna che ha ispirato opere d’arte così diverse come queste, spesso proprio per il suo silenzio, oggi sia invasa da torme vocianti di turisti e sciatori del fine settimana. Resta un fatto che tanti di noi amano questi silenzi, ma sanno che, se possono restare qua a farlo, è anche grazie a queste iniezioni periodiche di denaro che ci vengono dalle città nelle vacanze e nei fine settimane. Alcuni hanno scritto belle pagine sulla montagna e sulla sua essenza spirituale, pagine che spesso son frutto di amore e passione. Altri sono riusciti addirittura a comunicare qualcosa di profondo, talvolta senza nemmeno viverlo da vicino, conoscendolo, quel silenzio, solo da turisti o da frequentatori occasionali. Altri ancora hanno scritto meravigliose pagine spirituali sul significato dell’ascesa, della conquista, della fatica e del sacrificio. Alcune di queste pagine sono diventate classici della letteratura. Non è mancato persino chi ha conosciuto una sua vera e propria via di Damasco dopo un’esperienza di montagna. Che tristezza rendersi conto di tutto questo da un sito internet! La rete è piena di citazioni e aforismi, che spesso purtroppo finiscono per intridersi dello stesso algido sentire delle pubblicità in mezzo alle quali appaiono sul video. L’atto d’amore, credo, non è più bello grazie agli aforismi che condividiamo in rete, anche quando chiama la nostra montagna e il suo paesaggio a suo testimone. L’atto d’amore verso un paesaggio intensamente vissuto e autenticamente amato prende vita da testimonianze reali, che diventano ricordi, che poi diventano immagini, che poi diventano sogni, che poi diventano monumenti nell’anima. E restano. Restano nelle forme più difficili da immaginare, talvolta. Ma restano. E insegnano, bel al di là di queste pretese spirituali che possono indubbiamente affascinare, ma tali restano. Belle opere d’arte, importanti per intendere il vissuto di chi le ha prodotte, ma anche pericolose trappole per chi pretende di innalzarle a monumento.

Ebbene, se tanti hanno scritto sul silenzio della montagna e sugli effetti che quel silenzio può avere nell’anima, se tanti, anche grandi scrittori, hanno provato a scrivere opere dedicate a questo silenzio, sono pochi, tuttavia, per me che quassù vivo da sempre, quelli che sono riusciti a comunicare qualcosa di forte, di sentito, qualcosa di condivisibile per imparare ad ascoltare e rispettare quel silenzio, che cambia secondo le più bizzarre sintonie dell’anima che lo capta ed entra in empatia con chi vuole. Quando lo fa, agisce secondo regole, spesso beffarde, che non sono scritte in nessun canone. Scendendo nell’anima, questo sentimento ineffabile, privo di parole, privo di suoni, privo di immagini, ma pieno di evocazioni e di emozioni, ha il potere, più di tante parole, di infondere linfa nuova ad un amore che nasce, oppure di dare forza eterna a un amore di cui resta il monumento nella memoria. Ebbene, essendo ora assessore in un paese di montagna, dunque con quello che è a tutti gli effetti un ruolo di responsabilità, essendovi nato e vivendo da sempre quassù, mi crederete se vi dico che in questa impresa così difficile è riuscito un giorno un gruppo di ragazzi di una scuola? Sì, ci è riuscito e vi dirò di più: non lo ha fatto con la tastiera di un computer, di uno smartphone o di un tablet, condividendo foto o selfie, con commenti più o meno dozzinali e bislacchi; non lo ha fatto scrivendo poesie o romanzi, o girando video, né pubblicando post su un social network. Lo ha fatto in un modo molto diverso, che forse fa a pugni con quelle pretese estetizzanti e spiritualistiche, a cui mi richiamano il libro che sto leggendo e la musica che sto ascoltando. Lo ha fatto con un coltellino e un pezzo di legno, deposto insieme a un fiore in un mucchio di sassi nella neve alla fine di un sentiero che esce dal bosco. Né più né meno; e, nel ripensarci, nulla toglie che leggere questo libro e ascoltare questa musica siano sempre una bella esperienza. Contraddizioni? Aporie? Chiamatele come volete, ma lasciatemi nella convinzione che fanno parte della vita, che risolverle non reca più gioia di quanta ne adduca il constatarne la presenza e che, soprattutto, chi non le vive e non le ammette nella sua vita mi spaventa tanto per davvero.

Ma dovete avere pazienza, se vi interessa conoscere la storia. Nel momento in cui il brano musicale arriva al passo indicato nella partitura come Eintritt in der Wald, il tema della marcia, affidato alle pastose e voluttuose sonorità dei corni e dei tromboni, assume per me, pensando a loro due, a loro cui penso spesso in questi momenti, un nuovo significato. Per me è una storia molto dolce e uno dei suoi momenti finali, il Sonnenuntergang, il tramonto del sole nelle note straussiane, ne riesce a comunicare parte dei sentimenti in modo molto intenso, con una malinconia che è però davvero molto originale. Abbandono il libro e il viaggio di Matthiessen nella sua alaya della hima, ossia nella sua casa delle nevi, e mi sprofondo nella mia casa della neve, la mia montagna, che oggi deve tanto rispetto a loro due, cui è andato il mio pensiero, e alla loro storia. Come sempre succede in questi casi, mi tocca tornare un po’ indietro. E nel farlo, credetemi, la commozione mi prende, come prende chiunque di noi qui in paese, nel riandare a quei giorni di alcuni anni fa. Furono i suoi amici a convincermi a scrivere queste pagine, raccogliendo testimonianze, messaggi dai telefonini, qualunque cosa, persino messaggi dalla chat che usiamo per i momenti di emergenza. Tutto mi fu mandato. Ho provato a mettere insieme una storia da quel materiale immenso e confuso di parole, che da tanti amici allora mi arrivò: per qualcuno sicuramente sarà una storia di due persone come tante di quelle che vivono questi paesaggi. Forse sì. Non lo posso negare a chi lo afferma. E forse proprio questo è il suo bello; forse proprio questa è la ragione che mi ha convinto a procedere e a comporre la storia di due di noi.

Intanto i protagonisti. Lei era insegnante di matematica giù in città. Lui era un impiegato della nostra banca e veniva anche lui dalla città, pur essendosi trasferito qua da tempo. Quante volte mi sono arrabbiato quando alcune persone del paese non lo consideravano nei primi tempi ‘uno di noi’. Le nostre comunità sono piccole. Non pochi sono gli sforzi che devono fare per accettare persone che vengono dalla città. Ma ogni tanto ci riescono. Quanto devo combattere, quando scendo in città e mi devo sempre difendere da questa accusa nei nostri confronti! Nel suo caso ci siamo riusciti: lo abbiamo accettato come uno di noi, seppur non immediatamente. Ma la cosa bella della storia, forse la cosa più bella di tutte, è stata un’altra: anche lei, pur non essendo mai venuta in paese, se non a casa di lui, pur non essendosi mai trasferita quassù, è diventata piano piano ‘una di noi’. E questo sì che ha veramente dell’incredibile. Ecco perché la loro vicenda rimarrà come una dolce pausa di tenerezza nella storia di questo paese, che ha conosciuto sacrifici e povertà, emigrazione e separazioni, lutti e tragedie. Il nostro piccolo paese ha vissuto ben pochi episodi che ci hanno pervaso dell’intensità dell’amore; da loro due questo sentimento si espandeva, invece, con veemenza, con la forza di un irrefrenabile contagio che in quegli anni ci coinvolse tutti e che non potremo mai dimenticare. Ci siamo conosciuti, lei ed io, tanti anni fa come colleghi, entrambi ancora precari, non di ruolo, al liceo scientifico giù in città, dove lei insegnava matematica, io italiano e latino. In quel caso ero io, che scendevo dalle valli, a dover esser accettato come uno di loro. E non ho mai capito perché noi, gente di montagna, quando, secondo la vulgata comune, ‘discriminiamo’ e veniamo descritti come poco propensi ad aprirci a chi non vive da noi, immediatamente diventiamo famosi come modelli negativi di chiusura e di arretratezza, mentre loro, quelli di città, se fanno la stessa cosa con noi, non discriminano. Vorrei provare ad andare un po’ oltre questi luoghi comuni, perché – ecco, questo è per me molto importante – il bello di questa storia è proprio anche nel fatto che ha dimostrato che si può andare oltre queste sciocchezze e queste assurde, demenziali paranoie. Quell’incisione su quel tronchetto di legno che resta lassù al passo, al termine della ciclabile, che un tempo fu una carrareccia forestale e d’inverno una pista per sci di fondo, è per tutti noi il più bel ricordo di quella stessa storia d’amore e di passione: non è stata scritta da ‘uno di noi’, ma molto probabilmente da un ragazzo o da una ragazza, o da più ragazzi insieme di una classe di una scuola di città, che quassù vengono a divertirsi, ad arrampicarsi, a camminare, a ciaspolare, a sciare. Eppure alla loro anima quel silenzio, evidentemente, ha saputo parlare con la stessa forza con cui parla alle nostre.

Ma torniamo alle persone. Siccome lei nei primi anni guadagnava poco come supplente e spesso non riusciva nemmeno ad avere la cattedra completa, cercava lavoretti per poter pagare l’affitto. La sua famiglia era lontano, nel sud, e non aveva disponibilità economiche per mantenerla; quassù oltretutto la vita costa molto di più. Sapeva sciare, perché veniva da una regione di montagna, dove la neve non è certamente una rarità. E venendo su nel nel fine settimana, imparò che la società che gestiva gli impianti del passo e il noleggio dei materiali aveva bisogno di più personale in quelle giornate di superlavoro, persone da tenere alle casse delle biglietterie e degli skipass o nel negozio dove si effettuava il noleggio di sci da discesa, da fondo, ciaspole, slitte. Fu così che si conobbero. Lui veniva con gli amici e i colleghi del paese o anche di città il sabato e la domenica a trascorrere qualche ora sulle piste. Fu singolare il modo in cui fecero conoscenza. Lui si mise in fila per fare un abbonamento giornaliero. Lei commise un errore nel calcolo di un biglietto, in cui avrebbe dovuto applicare uno sconto, che viene praticato ad alcune persone del posto, tra le quali, giustamente, i dipendenti della banca che sponsorizza tante nostre iniziative sportive e ci porta tante persone sulle piste con la sua pubblicità. Il direttore, appena ebbe saputo dell’errore, fu molto maleducato e duro con lei, che era alle primissime armi in quel lavoro, e la sgridò in modo umiliante di fronte ai clienti in fila. Lui chiese di entrare nell’ufficio della biglietteria e parlando con il direttore riuscì a fargli capire quanto era stato esageratamente duro con quella ragazza, che aveva commesso un errore, che chiunque nella sua posizione avrebbe potuto commettere. Non solo. Riuscì a convincere il direttore a scusarsi con lei. L’uomo ammise che nella foga dello stress della giornata di superlavoro nel fine settimana aveva ecceduto. Non solo. Ci fu un lieto fine degno del più banale polpettone cinematografico: i tre si ritrovarono a pranzare insieme per suggellare un’amicizia nuova. Quando il direttore degli impianti per primo si alzò da tavola, lasciandoli soli, i loro occhi si incontrarono per un attimo. Lei sorrise. Lui mise la sua mano su quella di lei e le chiese quando avesse un po’ di tempo libero per provare il nuovo tracciato della pista di sci di fondo, di cui lui era più appassionato rispetto alla discesa. Quel giorno era lì sulle piste di discesa solo per far compagnia agli amici della sede centrale che erano venuti su dalla città. Era un sabato. L’indomani lei non avrebbe lavorato e fu così che si diedero appuntamento alla casetta di legno, che fungeva da biglietteria per l’ingresso nel centro di sci di fondo. Nacque tutto lì. Sul nostro passo. E per anni noi li vedevamo lì. Lei veniva su anche durante la settimana e spesso andavano insieme a sciare negli anelli di fondo in inverno o a ciaspolare per i sentieri che lui conosceva come le sue tasche, oppure, in primavera e in estate a camminare su quegli stessi sentieri, che naturalmente conoscevano alla perfezione. La cosa che contagiò tutti noi fu la potenza dell’amore che emanava il solo vederli insieme. Direte che esagero e che sto scadendo io nel polpettone adesso. No: vi assicuro che erano questi i sentimenti con cui noi vivevamo la vicenda. Ovunque fossero, erano abbracciati. Appena poteva, lui se la stringeva e la baciava in modo appassionato, che fossero su un sentiero con le ciaspole, dove li vide un giorno Luigi, il responsabile del soccorso alpino, o che fossero nel parcheggio di un rifugio, dove li vide tante volte Guido, il titolare di quello situato a metà della strada per il passo, dove d’estate partono i sentieri che portano su al valico. Quando scrissi la pagina di presentazione all’ultima edizione della guida escursionistica, gran parte delle informazioni sulla descrizione dei percorsi proposti ai turisti era venuta proprio da loro due. Mancava solo la passione di quei baci e di quegli abbracci in quella guida. A me mancava davvero tanto. E non solo a me. E non è affatto un polpettone quello che vi sto raccontando. Qualcuno dice che scrivere significa dover per forza mentire. Non mi interessa. Fate voi. Mi rimetto al vostro giudizio.

In seguito, dopo tanti anni durante i quali loro due erano come diventati l’immagine della gioia e della spensieratezza per tanti di noi in paese, qualcosa cambiò. Lei veniva su meno spesso. Lui andava giù più spesso. Nessuno seppe mai cosa stesse succedendo. Alle poche domande che qualcuno in banca o fuori gli faceva lui rispondeva in modo elusivo. Il silenzio delle nostre montagne ha tanti volti. Spesso assume quello del segreto. E quando il silenzio diventa immagine del segreto, facilmente finisce per essere tirato per la giacca. Non ho mai voluto ascoltare voci. Ho preferito mettermi in ascolto di quel silenzio, avendo, come tanti del resto, intuito che quello che nascondeva forse non sarebbe stato qualcosa di bello come quello che finora avevamo vissuto grazie al loro lungo e irrefrenabile contagio d’amore. Nicola o Lorenzo, i due finanzieri che hanno la sede della loro piccola stazione, proprio di fronte a casa loro, quante volte scherzosamente ci comunicavano il momento in cui in casa di lui si spegneva la luce della cucina al piano terra e si accendeva quella della camera al primo piano. Questo paese abitato ormai soprattutto da anziani, che vive di turismo e di lavoro pendolare, attendeva il messaggio di uno dei due finanzieri, anche loro provenienti da fuori, anche loro faticosamente ammessi e diventati ‘due di noi’. Qualcosa cambiò, insomma, e mi sembra giusto che la storia inizi da un momento particolare, un venerdì mattina. Lei riapparve dopo un lungo periodo di assenza. E la notizia della sua ricomparsa fece in un attimo il giro del paese. Il proteiforme silenzio della montagna prese in un attimo le sembianze di un cicaleccio mediatico, in cui assunsero forma narrativa le più fantasiose ricostruzioni. Le solite aporie insanabili della vita. Lo ripeto: mi spaventa chi non le ammette.

Guido stava spazzando l’ingresso del bar e stava pulendo anche l’area del parcheggio. Il vento aveva portato lì ogni residuo dell’umana inciviltà: fazzoletti di carta lanciati dai finestrini, lattine di bibite abbandonate, bottigliette vuote di plastica che ruzzolavano qua e là, persino un pannolino lasciato per terra accanto ad un cassonetto. Iniziò a piovere, era acqua mista a neve, proprio quando i due scesero dall’auto nel parcheggio da dove partiva il sentiero. Era un venerdì mattina, giornata di lavoro. Si sarà preso un giorno di ferie, pensò Guido di lui. Di lei già sapevano tutti da anni che il venerdì era il suo giorno libero. Guido, che li conosceva bene, come del resto tutti noi da anni, li salutò da lontano e li sentì parlare tra di loro.

“Temo che non sia un bella giornata per arrivare lassù. Andiamo lo stesso?”, chiese lei. Lo disse in un modo che Guido, attento fisionomista, indagò e notò come distratto. Era come se lei fosse lì con il corpo, ma la sua anima vagasse altrove.

“Adesso ci prendiamo un caffè. Poi decidiamo”, rispose lui, mentre lasciava le scarpe da ginnastica e le calze con cui aveva guidato e indossava le pedule e le calze termiche. Lei, non dovendo guidare, aveva già le pedule ai piedi. Presero gli zaini e andarono verso il bar. C’erano solo loro. Era giornata feriale. Il tempo era brutto. Non era giornata da escursioni quella. Al bar presero due caffè macchiati. Si sedettero in silenzio. Lui guardava fuori. Lei guardava le proprie mani. Nessuno dei due osava incrociare gli occhi dell’altro. Guido notò attentamente anche il comportamento di lui, che era fatto di gesti quasi ripetitivi e rituali, di automatismi quasi dettati dagli obblighi di un’agenda.

Passarono i minuti in silenzio, lasciandosi avvolgere da quello che è il signore incontrastato di questi luoghi da sempre. Un silenzio che, ben al di là delle pretese spiritualistiche di artisti ed esteti vari, ha la peculiarità straordinaria di poter essere interpretato secondo le circostanze, secondo le giornate, secondo il clima, secondo le persone che lo ascoltano e ne restano pervase e spesso anche stregate. Guido aveva la sua interpretazione e, conoscendoli da anni, aveva il presentimento che quella sua interpretazione non fosse affatto lontana dal vero.

“Allora? Cosa facciamo?”, chiese lei, mentre ciò che dall’alto scendeva non era più nevischio, ma diventava sempre più neve.

“Andrei lo stesso”, disse lui.

“Sarà tutto fango e neve bagnata e farinosa.”

“Sì. Sarà tutto fango.” Ci fu una pausa. Lui continuava a guardare fuori. Lei continuava a tenere gli occhi bassi, fissi sulle proprie mani incrociate e poggiate sul piano del tavolino in legno del bar. Quando lei ebbe ricordato il fango, il suo pensiero aveva prodotto una frase. Stava per pronunciarla, ma si frenò. “Non era forse fatta di fango la loro relazione in quel momento? Non era forse stato volutamente gettato fango a manciate su quella vita. Da chi? Perché?” Stava per pronunciare la frase. Ma all’ultimo momento si frenò. Lei gli aveva chiesto di fare quell’escursione. Lui aveva accettato. Insieme erano partiti. Insieme si trovavano seduti allo stesso tavolino dello stesso bar. Insieme dovevano decidere se partire o no. Insieme dovevano decidere come affrontare quel fango. La pioggia aumentava. Le gocce disegnavano sul vetro della finestra, accanto alla quale si trovava il loro tavolino, tracce che si rincorrevano e alla fine, dopo una lunga rincorsa, si univano. Le dita di lei tamburellavano sul tavolino della sedia. Era nervosismo? Era indecisione? Era paura? Lui aveva paura. Non lo poteva dire. Aveva tanta paura. Forse anche nei gesti di lei c’era paura? Era stata in silenzio per tutto il viaggio in auto, muovendosi nervosamente accanto a lui. A Guido nulla di tutto questo poteva sfuggire.

“Andiamo”, decise lui alzandosi.

Lei lo seguì. Ringraziarono e salutarono Guido, che li seguì a sua volta con lo sguardo. Egli notò il gesto molto particolare con cui lui aveva aperto la porta a lei: aveva tossito, emettendo un colpo di tosse nervoso, aveva aperto la porta, aveva abbassato gli occhi, aveva invitato lei a passare e poi aveva lasciato richiudere la porta con un colpo di tosse, sempre di quelli che tradiscono nervoso. Guido andò alla finestra e li seguì. Lui controllò che la macchina fosse chiusa bene. Infilarono le pedule nelle ciaspole e misero le ghette. Indossarono i guanti e misero gli zaini in spalla. Impugnarono i bastoni e, senza mai profferire parola, partirono. “Che coppia incredibile!” pensò Guido. Il vento girò. La temperatura si abbassò di quanto bastò per trasformare l’acquerugiola fine mista a neve, prima in nevischio e poi in neve. Li vide fermarsi per un attimo alla carta murale dei sentieri attaccata sotto la tettoia di legno. Parlarono a lungo. Parlarono animatamente. Lui sembrava molto preoccupato. Lei sembrava impegnata a tranquillizzare lui. Li vide partire. Lei davanti. Lui dietro. Tutti e due con la testa bassa. Passi ritmati, cadenzati, quasi dettati da uno di quegli automatismi spenti di vita che il loro comportamento fino d allora al rifugio aveva espresso. La nevicata s’infittì e la coppia scomparve alla vista, divorati dal silenzio complice della montagna. Il televisore del rifugio di Guido era sintonizzato su un canale locale, che diffuse un bollettino meteo: neve oggi e neve anche dopodomani.

“Che sentiero prenderanno?”, chiese Luigi a Guido, il barista.

“Di solito arrivano al rifugio. Sono venuti spesso. Era da tanto che non li vedevo.”

“Avranno i ramponi? Su in cima ci sono tratti ghiacciati.” Luigi era il responsabile del soccorso alpino. Sapeva di cosa preoccuparsi, quando c’erano escursionisti in cammino in condizioni climatiche un po’ particolari come quelle. Ieri la temperatura era improvvisamente salita. La neve in superficie si era sciolta. Ma il fondo ghiacciato, che si era formato sotto, era sempre un’insidia se la neve sopra non si compattava con quello che c’era sotto.

“Bisogna sapere usare bene i bastoni per capire cosa si ha sotto.”

“Sanno fare. Non è quello che mi preoccupa.”

“E cosa ti preoccupa, Guido?”

“Non hanno quasi detto una parola da quando sono scesi dall’auto a quando li ho visti prendere il sentiero. Hanno parlato del tempo previsto, dicendo due parole qui al tavolino. Li ho visti discutere animatamente all’inizio del sentiero. Poi sono partiti. Sembravano due alieni, due robot.”

“Persone silenziose. Il modo in cui si amano da anni qui in mezzo a noi è una delle cose più belle del nostro paese che sta morendo in questo silenzio. Il loro è un silenzio speciale, che ci anima.”

“Non sempre. Il silenzio è la cosa più difficile da interpretare”, rispose Guido, stupito dell’improvvisa fiammata filosofica dell’amico

“Già. Fammi una spremuta d’arance, Guido!”

Salivano lentamente, alternando in modo ritmato bastoni e ciaspole. Lei davanti. Lui dietro. Camminarono così in silenzio per tre ore nella neve. Lei saggiava sempre il sentiero con il bastone prima di piantare i denti della racchetta nella neve. Erano esperti. Conoscevano bene quei sentieri. Lui le aveva insegnato con il tempo a conoscere, ascoltare e rispettare quel paesaggio con gesti semplici, senza chiedergli nulla di più di quanto gli fosse assegnato di dare.

“Quando si sono conosciuti? Ormai fanno parte così integrante della nostra vita che dimentico certi momenti,” chiese Luigi a Guido.

“Qualche anno fa. Lei veniva dalla città. Era insegnante di matematica. Lavorava saltuariamente su al passo agli impianti, un po’ in ufficio, un po’ allo sportello della biglietteria, pur essendo laureata e facendo delle supplenze con cui non riusciva però a mantenersi. Veniva su solo nel fine settimana, quando agli impianti hanno bisogno di più personale. Lui aveva il pomeriggio libero e andava su con le ciaspole, oppure caricava gli sci in auto e andava a fare qualche pista. Dicono che si sono conosciuti così, su agli impianti. Lei fece un giornaliero sbagliato. Lui andò in ufficio skipass a protestare e il direttore dell’ufficio gli diede ragione. Quando lui vide che il direttore stava rimproverando duramente la ragazza allo sportello che aveva commesso l’errore, intervenne in sua difesa, dicendo che tutti possono sbagliare e che non riteneva giusto che una persona fosse umiliata così di fronte ai clienti. Non perse l’amicizia del direttore degli impianti, che ammise il suo errore, ma guadagnò l’amore di lei. Così si dice. E tutti vissero felici e contenti. Si fa per dire …”

“Poi?”

“Poi … boh … poi lo sai anche tu.”

“No. Non so proprio niente.”

Guido trasalì. Aveva un’incredibile occasione per raccontare qualcosa di assolutamente nuovo e di esplorare un terreno vergine. Luigi, che non era del loro paese, ma abitava in un altro della vallata, in effetti era persona riservata e non era uno che si impicciava molto dei fatti altrui. Guido si sedette a un tavolino del bar ormai vuoto. Fuori nevicava in modo veramente forte e fitto.

“Ecco. Non è una storia come tutte le altre. Qua in montagna non siamo abituati a queste storie, come dire?, complicate.”

“Complicate in che senso?”

“Nel senso che non sembrano storie per gente come noi. Sembrano storie per gente di città.”

“Lei è di città, dunque?”

“Sì, ma lui non propriamente. Cioè, un po’ lo è, ma non proprio. È uno di noi, ma non del tutto.”

“Spiegati meglio, Guido.”

Luigi, che era stato in piedi in mezzo al bar, si tolse il giubbotto giallo catarifrangente e si sedette allo stesso tavolino. Il vento si stava alzando. Era preoccupato per quei due là in mezzo alla bufera.

“Non è nato qui da noi. Venne qui qualche anno prima che tu diventassi il responsabile del soccorso alpino. Ma tu qui in montagna eri nato, anche se non nel nostro paese, ti eri allontanato per studiare e poi sei tornato quando ti sei separato. Lui invece è venuto per trasferimento per motivi di lavoro dalla sua banca. Ha chiesto lui di venire qua. In banca dicono che non era mai successo che uno volontariamente volesse venire in una sede così decentrata, tanto che, per mandare qualcuno quassù, dovevano usare i giovani neoassunti, che venivano quasi ricattati e costretti. Nessuno ha mai saputo perché sia venuto qua. Ma la cosa che ha stupito tutti era la disinvoltura con cui viveva la montagna, proprio come se ci fosse nato.” Guido fece una pausa. Proseguì Luigi:

“Lunghe camminate da solo. Ore sugli anelli di fondo sempre da solo. Ore con le ciaspole da solo. Lo so. Ricordo bene. I carabinieri della stazione, che fanno servizio anche alle piste, mi hanno detto più volte che temevano che prima o poi gli succedesse qualcosa nel fare tutte queste uscite da solo.”

“Sì. Ma io non sono mai stato preoccupato. È persona esperta e sicura. Quando lo vedo partire da qui mi pare sempre felice. Eppure oggi tutti e due abbiamo capito che qualcosa non va.”

“Tu l’hai capito.”

“Anche tu l’hai capito, Luigi. Lo vedo che sei preoccupato, pensando a loro due, là nella bufera di neve. O no?”

“Sì. Sono preoccupato. In banca non sembrava diverso. Ci sono stato due giorni fa.”

I due uomini si fermarono. Luigi finì di bere la sua spremuta d’arancia. Si alzò. Salutò Guido, nel momento in cui parcheggiò nella neve l’auto della Finanza. Scesero dall’auto i due sottufficiali, Nicola e Lorenzo, che Guido conosceva bene e a cui offrì il caffè.

“Si è messo d’impegno Giove questa mattina,” commentò uno dei due entrando.

“Sì, Nicola.”

“Poca gente, eh!”

“Niente gente, come vedi. Com’è la strada per venire su?” chiese Guido.

“Non male. C’è passaggio di auto e già 300 metri più giù diventa pioggia.”

“Cosa vi porta qua, Nicola?”

“Il vento forse,” rispose il finanziere. Classica risposta. Guido sorrise e disse: “Stanno chiudendo gli impianti su al passo. Da qui ad andare su credo che sia più difficile. Non ho visto passare ancora nessuno a pulire.”

“È appena iniziato. Lorenzo, prova a salire e guarda com’è la strada! Se c’è bisogno, facciamo una telefonata e vediamo di fare venire qualcuno.”

L’altro finanziere, con i gradi di brigadiere, uscì, riprese la fuoristrada e partì. Quel bar si trovava a metà della strada che da fondovalle portava al passo. D’estate era il punto di partenza di alcuni sentieri che, attraverso il bosco, arrivavano su al passo e da lì ai laghi alpini poco sopra, dove si trovava la stazione a monte degli impianti delle piste da sci.

Nicola commentò: “Aspettiamo cosa ci dice Lorenzo. Poi decidiamo se chiamare uno spazzaneve. Ma mi sembra che da qui in su non passi nessuno.” Poi vide l’auto dei due escursionisti parcheggiata all’esterno accanto a quella di Guido e chiese: “Hai ospiti nelle camere?”

“No. È l’auto di due escursionisti. Loro due.”

“Loro due?” Nicola sapeva che l’espressione si riferiva all’impiegato di banca, proprietario della casa di fronte alla sua stazione, e all’insegnante, che spesso veniva su dalla città in quella casa e che anni prima aveva lavorato anche agli impianti, per mantenersi l’affitto in città. La casa di lui era esattamente di fronte alla loro stazione.

“Sì, loro due. E la cosa oggi non mi piace per niente, Nicola.”

“Spiegati meglio, Guido.”

“Erano diversi dal solito. Non hanno detto una parola. Ma soprattutto sono venuti qui dopo tanto tempo.”

“Lei non si vedeva in paese da qualche settimana, infatti. Quindi oggi è tornata?”

“Direi di sì. Hanno fatto colazione qui, si sono messi le ciaspe e sono saliti per il 103.”

“Sarà una fatica da minatore con questa neve fresca salire su un sentiero non battuto.”

“Più che la fatica mi preoccupa l’animo con cui sono saliti. Sembrava quasi come …”

Guido non trovò le parole. Nicola si era incuriosito, si girò nervosamente il berretto tra le mani e rimase in attesa di una continuazione che non ci fu.

“Sono sempre state due persone particolari. Lui impiegato di banca, lei insegnante. Tutti e due vivono da soli, lui quassù in paese, lei giù in città. Lei che viene su la sera e nel fine settimana e che passa qua le vacanze. Persone particolari, ma che forse hanno dimostrato di amare questi posti più di tanti di noi che ci viviamo. Ci hanno dato una lezione. Questo va ammesso, no?” chiese il finanziere.

Guido aveva ascoltato distrattamente quelle parole. Cercava ancora la conclusione della frase che aveva lasciato a metà.

“Abbiamo il loro numero in caso di necessità?” chiese Nicola.

Guido guardò nel cellulare. Non aveva il numero. “Ma Luigi per me ne ha tanti di numeri di persone del paese. Forse lui ce l’ha. Vuoi che glielo chieda? Sei preoccupato?”

“Tu mi hai messo preoccupazione.”

Guido mandò un messaggio a Luigi, che rispose subito inviando il numero richiesto.

“Visto! Abbiamo un soccorso alpino efficientissimo”, commentò Guido.

Lorenzo intanto era arrivato al passo e chiamò Nicola dicendo che la strada si stava innevando e che forse era il caso di chiamare qualcuno a pulire, perché, anche se c’era poca gente a sciare nelle piste, c’erano diverse persone arrivate presto negli anelli di fondo e che altrettanto presto sarebbero scese. Gente del posto, che approfittava delle neve appena battuta e delle piste ancora poco usate per allenarsi in condizioni migliori, cosa che anche lui, il nostro impiegato di banca, spesso faceva. Nicola, avvalendosi del suo grado superiore di maresciallo che comandava la piccola stazione, incaricò il brigadiere di chiamare lo spazzaneve.

Luigi intanto era arrivato al bar del rifugio situato alla stazione a valle degli impianti, dove terminava il sentiero che saliva su dall’altro rifugio, quello di Guido. Rimase in zona tutta la mattina. Il suo servizio durava tutta la giornata, praticamente fino alla chiusura degli impianti e alle prime ombre della sera. Verso mezzogiorno li vide arrivare, molto provati e affaticati. Apparentemente non erano infelici. L’intensità della nevicata non era calata. Il vento la portava a folate su al passo. Sulle piste la visibilità era compromessa e gli impianti erano stati fermati. L’addetto al gatto delle nevi aveva rinunciato a battere le piste e aveva parcheggiato il mezzo accanto all’auto del soccorso alpino dentro la quale era Luigi.

“Non c’è più una via di mezzo qua. O non nevica per due mesi. O in un giorno ne vengono due metri,” disse l’uomo scendendo dal gatto, con cui aveva cercato inutilmente di tenere battute le piste per i pochi temerari che ancora cercavano di scendere. In quel momento c’era solo qualcuno che scendeva a mangiare. La cabinovia e le quattro seggiovie erano state fermate.

Anche Luigi scese dall’auto. “Non lamentiamoci. Domani è sabato e faremo il pieno, Bob.” E lo seguì dentro al rifugio, accodandosi ai pochi sciatori che erano già scesi e che avevano appena depositato gli sci sugli appositi supporti, sia discesisti che venivano dalle piste lì sopra, sia i fondisti che venivano dall’anello molto amato soprattutto dagli sportivi locali, situato dall’altra parte della strada. Anche questi ultimi si lamentavano per non aver potuto sciare. Roberto, detto Bob, li vide anche lui arrivare con le ciaspe e commentò: “Ecco una cosa da fare oggi: una bella passeggiata con le ciaspe. Loro due non se lo fanno certamente dire da noi, quando è il giorno ideale per venire su con le ciaspe. Era un po’ che non li vedevo. Mi fa piacere che siano tornati anche loro.” Anche Bob li conosceva bene.

“Lui non è mai andato via,”, corresse Luigi. “È lei che mancava da un po’.”

Entrarono nel rifugio, lei davanti, lui dietro, entrambi con un passo lento e stanco per loro non consueto. Non era grande come quella di Guido la sala bar e in più era affollata dai pochi sciatori che avevano sfidato le previsioni ed erano saliti lo stesso. Trovarono un solo tavolino libero e lo occuparono subito. Luigi si ricordò in quel momento che Bob aveva una figlia che a scuola come insegnante di matematica aveva proprio lei. E infatti la donna salutò con un cenno a distanza Bob, che aveva riconosciuto come genitore di una sua alunna.

“È sempre una persona sorridente. Oggi mi sembra triste. Hai visto come mi ha salutato?”

“Li abbiamo visti partire giù da Guido. Hanno preso il sentiero da lui. E lì hanno lasciato l’auto. Hanno fatto colazione da Guido senza dirsi una parola.”

Bob chiamò la figlia e le disse dell’incontro che aveva appena fatto: la sua prof di matematica. La figlia gli rispose che il venerdì era il suo giorno libero e che era tornata al lavoro proprio il giorno prima dopo una lunga malattia di quasi un mese. Lo riferì a Luigi, che lo riferì a sua volta a Guido. Nicola e Lorenzo i due finanzieri arrivarono per il pranzo al rifugio. Si sedettero con Luigi e Bob. Appresero anche loro la notizia della lunga assenza dal lavoro per malattia della donna.

I due erano seduti ad un tavolo non lontano da loro. Luigi e Bob davano loro le spalle, ma i due finanzieri li vedevano bene in faccia. Nicola disse:

“Lei in effetti pare molto affaticata. Lui meno. Hanno fatto una bella salita di quasi quattro ore. Hanno impiegato un’ora più del previsto. Sicuramente hanno trovato tratti con molta neve, che andava battuta bene e questo li ha rallentati. Di solito sono ciaspolatori veloci. Adesso stanno parlando. Lui sembra molto dolce con lei. Lei sorride poco adesso. In effetti pare che solo lui stia parlando.”

I due stettero poco seduti al rifugio. Mangiarono un piatto di pasta e ripartirono quasi subito, sicuramente sapendo di avere tanta strada da percorrere e desiderando arrivare all’auto prima del buio. La montagna li riaccolse con la stessa dolcezza e lo stesso incanto con cui li aveva sempre accolti in quegli anni, ma quel vento che cambiava spesso, quelle nubi che si alzavano e riabbassavano improvvisamente, volevano come comunicare qualcosa di anomalo. Luigi e Bob lo presagivano. I due finanzieri restarono in silenzio. Sapevano che la loro piccola stazione era troppo spesso stata usata dal paese come osservatorio privilegiato per avere notizie sulla presenza o sull’assenza di lei. A quello si limitavano le curiosità della vecchia, stanca e rispettosa anima di quel paese. E Nicola sapeva che il silenzio suo e di Lorenzo era stato vissuto con preoccupazione dalla piccola e sempre solidale comunità, che al suo impiegato di banca e alla sua amata compagna di viaggio era legata da un affetto che tutti davano per scontato, ma nessuno avrebbe mai saputo descrivere con parole. La montagna vive anche di queste recondite ineffabilità. Siamo sempre lì, alle solite insanabili aporie.

Per tutto il pomeriggio le notizie su di loro si rincorsero giù in paese, in modo più o meno confuso. Tutti erano convinti che stessero rompendo e già erano partite le ricostruzioni sulle possibili motivazioni della rottura. Altri parlarono di problemi economici. Altri addirittura vociferarono di un trasferimento che lui avrebbe avuto altrove. Lui aveva preso un giorno di ferie dall’ufficio, all’ultimo momento, trovando le sostituzioni in fretta, adducendo come motivazione un problema personale molto importante. Il direttore non aveva creato difficoltà e gli aveva consentito di godere del giorno di ferie richiesto. Il suo vicino di casa disse che da alcune settimane non cenava a casa sua e che quasi tutti i giorni, appena uscito dal lavoro, scendeva in città e tornava solo la sera tardi. Un collega disse che da alcuni giorni lo vedeva parlare in modo molto animato al cellulare, con tono molto preoccupato. Usciva spesso dal suo ufficio, andava in strada e gesticolava molto, andando avanti e indietro. Al bar in piazza non lo si vedeva da tempo. Guido li vide ritornare all’auto parlando tra di loro. Notò un particolare che non mancò di segnalare in un messaggio a Luigi: lui aiutò lei a togliersi ghette e ciaspole, cosa mai fatta. Dopo avergliele tolte le accarezzò dolcemente il viso e lei rispose con un sorriso altrettanto dolce. Ogni illazione su un litigio si infranse dopo quel messaggio. Tutto sembrava di nuovo a posto tra i due nelle fantasticherie mediatiche del piccolo paese. Partì un secondo tam tam di smentite e riletture. Eppure qualcosa che non andava ci doveva essere: di questo tutti erano convinti.

L’indomani ritornarono. Fu una meravigliosa giornata di sole. Era sabato. Arrivarono sulle piste centinaia di persone, dopo l’abbondante nevicata del giorno prima. Ma loro due andarono su direttamente al passo. Non avevano ciaspe, ma sci di fondo e rimasero sugli anelli a lungo, facendo spesso pause di riposo al rifugio. Nel primo pomeriggio scesero e si fermarono giù al bar dell’altro rifugio, quello di Guido, a metà strada, venendo su dal paese. Luigi era già sceso prima di loro e aveva informato l’amico, con cui non aveva potuto parlare molto, per via della mole di lavoro che impegnava il bar gremito sin dalle prime ore del mattino. Guido aveva cominciato con le colazioni. Poi da lui erano scesi a mangiare tutti quelli che non avevano trovato posto nei più piccoli locali su al passo, sia nella stazione a monte, sia in quella a valle degli impianti.

Loro due avevano trovato posto verso le 15,30 su un tavolino appartato in un angolo del locale ed erano rimasti lì seduti per lungo tempo. Il loro animo appariva molto diverso da quello della giornata precedente, quando erano stati visti parlare poco al bar, alla partenza e poi all’arrivo del tratto in salita, e quando al momento della ripartenza era stato notato quell’aiuto che lui aveva offerto a lei e che Guido aveva registrato come episodio singolare, mai capitato prima. Lo stesso Guido notò un clima particolare tra loro due. Eravamo tutti abituati a vederli spensierati e sorridenti. In quel momento parlava solo lui. Lei appariva molto stanca e provata dalla giornata sugli sci, ascoltava lui, ogni tanto girava la testa come perdendosi fuori del locale con riflessioni incuranti di quello che lui le stava dicendo. Arrivò la sera e tra le persone del paese ricominciò il tam tam di messaggi, in cui si parlava ancora molto di loro due, della ricomparsa di lei dopo tanto tempo e così visibilmente cambiata, affaticata, singolarmente silenziosa.

Per la domenica era prevista un’altra perturbazione e altra neve a partire dalle ore centrali della giornata. Come due giorni prima arrivarono con le ciaspole e lasciarono l’auto giù al rifugio di Guido, che notò che tra di loro c’era più comunicazione questa volta. Si fermarono a fare colazione, lo salutarono cordialmente entrambi, ma senza fermarsi a parlare con lui, cosa che in passato facevano regolarmente. Lui appariva sostanzialmente lo stesso di sempre; lei molto diversa. Era come, pensò Guido, se dieci anni le fossero saltati addosso in un attimo. Non li vide più nessuno quel giorno in giro. Non furono visti al passo. Per chi conosce quelle montagne, in giornate di neve che scende regolare, non di bufera come due giorni prima, la possibilità di addentrarsi in percorsi secondari offre opportunità meravigliose a chi sa ascoltare e rispettare quel paesaggio. Solo Guido li rivide tornare all’auto, senza fermarsi al bar come di consueto. Arrivarono: lei abbracciata a lui. Ma Guido, che era andato alla finestra e osservava attentamente la scena, aveva notato in quell’abbraccio un modo di volersi sentire vicini, che non sembrava dettato soltanto da quel banale sentimenti amore di cui tanto in quegli anni avevano parlato tra di loro. Vedeva sofferenza negli sguardi e nei lenti atteggiamenti di tutti e due. Forse per quello non erano voluti entrare nel rifugio. Accompagnò con lo sguardo l’auto, che ripartì nella neve, che continuava, debole ma incessante, a scendere sin dal mattino. Non si sarebbero più visti sui sentieri e sulle piste del passo. Bob disse solo che dalla figlia aveva appreso che lei era di nuovo assente da scuola e che nessuno sapeva niente. Chi sapeva forse taceva. Il silenzio, nelle sue tante metamorfosi, questa volta aveva preso quella nuova forma del sagace, reciproco rispetto. Nella vita di questa gente fiera e sempre solidale il rispetto è sempre stato un valore importante, un fondamento, un cardine della vita dell’intera comunità. Il silenzio di lui in banca. Il silenzio di Nicola e Lorenzo sulla sua casa. Il silenzio degli altri vicini. Il silenzio di chi non lo vedeva più al bar di piazza. Il silenzio di chi lo vedeva ansioso di chiudere l’agenzia della banca, per precipitarsi giù in città. Era una comunità intera precipitata in un silenzio da cui si era lasciata avvolgere nel segno di un antico rispetto tramandato di generazione in generazione. Un silenzio che era anche un’attesa di un segnale. Nessuno si esponeva in una direzione o nell’altra. Ma quello che quel silenzio non riusciva assolutamente a coprire con il suo manto era il sentimento di sofferenza generale, che si avvertiva in un paese che nel loro amore aveva addirittura visto la possibilità di rinascere. Sono esattamente queste le trappole e le pretese da cui ho imparato a guardarmi in questi anni.

Una domenica alla fine del sentiero che dal rifugio di Guido portava al passo, sul piazzale del parcheggio delle auto degli sciatori che vanno a prendere gli impianti della cabinovia e delle seggiovie delle piste, apparve un mucchietto di pietre a formare un piccolo cono. Tra due pietre una foto di lei e sotto la foto un piccolo tronchetto di legno spaccato longitudinalmente e recante un’incisione: “La tua anima vivrà sempre in queste pietre, in questo legno, in queste nevi, perché queste pietre, questo legno e queste nevi non sono solo qui, parte di questo paesaggio. Sono eternamente vive nella mia anima.” Luigi lo vide per primo. Fece la foto e la mandò agli amici più stretti.

Dal giorno successivo, ogni giorno nella pausa del pranzo, lui saliva al passo e aggiungeva un sasso in quel luogo, si sedeva per terra, ogni tanto depositava un fiore. Si rialzava e tornava al lavoro. Il paese del silenzio non gli chiese mai niente. Tutti avevano ovviamente capito il dolore che quel manto di silenzio aveva dovuto proteggere. Tanti privatamente, ma molto discretamente, gli manifestarono la loro vicinanza. Nessuno seppe nemmeno dove o se furono svolte le esequie. Il silenzio rimase sempre protetto dal rispetto che lui continuava ad emanare con la forza con cui tutte le mattine andava ad aprire la sua banca e la richiudeva la sera. Il silenzio rimase protagonista della tenacia con cui lui ogni giorno aggiungeva un sasso al monumento. Il sabato e la domenica saliva a piedi con un sasso e un fiore, fermandosi a lungo ad occhi chiusi in ascolto di qualcosa che a nessuno sarà mai dato sapere cosa fosse.

In estate il comune decise di risistemare il parcheggio e di realizzare una ciclabile sulla carrareccia che dal rifugio di Guido arrivava al passo, quella in fondo alla quale si trovava l’improvvisato monumento. Il progetto del geometra, realizzato in uno studio giù in città, prevedeva un intervento che avrebbe smantellato il ‘monumento’, che ormai era alto oltre un metro e in cui i sassi accumulati avevano creato come una cornice attorno alla foto e al tronchetto inciso. Appena la cosa si seppe, tutti, senza neanche doverselo comunicare, si trovarono davanti all’ufficio del sindaco a protestare, perché il progetto fosse cambiato: Guido, Luigi, Nicola, Lorenzo, Bob, i gestori dei due rifugi del passo, altri suoi amici. Mancava solo lui, come se sapesse che il paese avrebbe compreso il suo silenzio. Quando a giugno i lavori della ciclabile furono realizzati, il tracciato fu fatto deviare. Nessuno ora poteva evitare di fermarsi di fronte a quel meraviglioso atto d’amore. Tanti chiedevano ai due rifugi, quello a monte e quello a valle delle piste, il significato del singolare manufatto. La semplice storia di amore e dolore dei due sciatori ed escursionisti, appassionati di fondo e ciaspole, di due persone come tante, passò di bocca in bocca, arrivando fino al paese, fino in città. Qualcuno iniziò anche spontaneamente e depositare un fiore. Erano amici di lui, ma anche di lei che venivano su dalla città. Erano quelli che avevano capito, ascoltando quel silenzio, che per noi non erano due persone come tante.

L’inverno dopo arrivò un gruppo scolastico, accompagnato da un’insegnante di educazione fisica. Nessuno mai seppe chi fosse quell’insegnante. Luigi era lì di servizio con la sua auto del soccorso alpino quel giorno, quando il gruppo arrivò a piedi con le ciaspole. Si commosse per la scena che vide. E il racconto che ne avrebbe fatto poi in paese ci contagiò per la carica di indimenticabile commozione che aveva in sé. I ragazzi si misero davanti al ‘monumento’. La loro insegnante disse due parole, forse una preghiera. Luigi non aveva potuto sentire. Gli fu sufficiente assistere alla scena indimenticabile che avvenne subito dopo: uno dopo l’altro i ragazzi estrassero dallo zaino un fiore e lo depositarono sotto la foto. Tanti di loro cedettero anche alla commozione. Quando il gruppo ripartì, Luigi si avvicinò a quello che loro ormai chiamavano il ‘monumento’ e trovò un altro tronchetto inciso, il secondo dopo quello che aveva messo lui, più piccolo di quello, anch’esso incastonato tra i sassi, più in basso, in posizione più rispettosa. Quando il gruppo ripartì, tutti poterono leggere l’incisione sul secondo tronchetto, che recava scritto: “Goethe ha sostenuto che i monti sono maestri muti e rendono i discepoli silenziosi. Il silenzio, che ci hai insegnato per ascoltarti allora, è ora nelle nostre anime l’allievo migliore del silenzio che quassù ti proteggerà con l’amore che la tua infinita dolcezza merita. La tua 4C. 31 gennaio 2015.” Nessuno gli disse niente. Sapevano che veniva su tutti i giorni. Luigi era lì al passo quando lui, venuto su dal paese il giorno dopo, vide quell’incisione, fatta di parole semplici ma forti, come semplice e forte era da sempre lo spirito che animava la gente di quei posti; benché quelle parole venissero dalla città, lo spirito era quello stesso che animava lui e noi da anni. Era una giornata di neve. Luigi gli si avvicinò lentamente. Gli pose una mano sulla spalla. Piansero insieme. In silenzio. Fu la prima volta che qualcuno lo vide piangere. Fu la prima volta che Luigi forse capì la forza del silenzio, fatta di un’ineffabile semplicità.

I violini recitano una struggente melodia là dove la partitura recita Ausklang, epilogo e Nacht, notte. In quella melodia si riconosce una modifica del tema della marcia con cui il brano era iniziato. Dopo il brano Gewitter und Sturm, temporale e tempesta, nulla poteva essere più come prima, perché l’ordine inevitabile delle cose impone queste necessità, cui nessuno sfugge. Tra queste necessità ve n’è una che non è facile descrivere e che si esprime solo in domande, in tante domande: in che modo il Tempo modifica il sentimento attraverso il meccanismo della memoria? come può l’amore da ardente passione del corpo restare vivo sempre, nonostante tutto, come lancinante passione dell’anima? perché il silenzio di queste montagne raramente incontra un interprete che lo sappia ascoltare? perché il modo in cui lo ascolto oggi, nelle stesse condizioni ambientali di ieri, non è mai uguale a quello con cui l’ho ascoltato ieri? che cosa c’è qua dentro di così maledettamente crudele e sadico, che riesce a trasformare in dolore la cosa più bella che dovrebbe esistere nella vita? perché, passando davanti ad una frase incisa su un tronchetto di legno, mi si bagnano gli occhi sotto le palpebre e avverto anch’io il bisogno di lasciare un fiore? Ma la domanda che esercita un singolare e forse persino perverso fascino di attrazione davanti a quel monumento è un’altra. perché questo che dovrebbe essere un atto di amore diventa un atto di dolore?

Nessuno di noi qui in paese ha mai saputo chi sia stato l’anonimo autore della frase incisa su quel legno che decine di persone possono leggere e che il silenzio della sagace montagna ora proteggerà per sempre. Ma, se l’autore di quella frase è uno che legge questa storia, tu, chiunque tu sia, sappi che noi tutti quassù ti vogliamo bene e che da oggi anche tu sei ‘uno di noi’, parte di questi silenzi che sono custodi di sentimenti speciali, espressione di anime e di individualità che a nessuno spetterebbe invadere. Siamo arrivati alla fine. E non posso dirvi altro se non che a questo punto l’unica cosa giusta che mi sento di fare non è dare interpretazioni che a me non spettano, non è spiegare atti e gesti che non potrò mai permettermi di comprendere, non è trasformare in pretesa ciò che non è altro che vita, ma soltanto salire lassù e lasciare, in silenzio come tanti, un fiore.

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