Insegnare qualcosa, senza volerlo, discretamente, è da autori che potrebbero diventare grandi

Una base autobiografica. Una cornice storica, quegli degli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, che offre una quinta importante, ma non determinante, alla struttura narrativa. Un personaggio principale, che, senza esprimere esplicitamente un’accusa, è come se lo facesse in modo discreto, vivendo in modo assolutamente normale una condizione che il mondo esterno etichetta come diversa e a-normale. Chi della convivenza con la differenza fisica qualcosa dalla vita ha dovuto imparare non potrà rimanere insensibile a questa lettura. Non capita spesso di leggere opere prime le cui parole ti attraversano e, in alcune pagine e in alcuni momenti della storia narrata, riescono a farti anche male, come avviene in Tu non ci credere maidi Alessandro Marchi (Libro/mania 2018). Aldo va in guerra nel 1935 senza sapere cosa sia l’Africa, dove sia, confondendo Libia e Abissinia, lui che, nato in un paese dell’Appennino emiliano, vede come persona lontana e appartenente a un altro mondo l’abitante della valle limitrofa (e spesso è ancora così in montagna …), che parla un dialetto diverso, talvolta addirittura difficile da comprendere. Aldo vive serenamente la meravigliosa semplicità della vita del piccolo paese, dove le sagre sono le occasioni per avvicinare le ragazze. Aldo vive il dramma della diversità dovuto alla malattia, ma senza mai capire perché venga ritenuto diverso, trattato come diverso, lui che della vita subisce ogni disavventura senza mai poter reagire. Aldo, che si innamora di una ragazza, sorvolando su un difetto fisico di lei che è nata con una malformazione a una gamba che la rende zoppa, diventa lui stesso un monumento vivente alla difficoltà di accettare la differenza, quando deve affrontare, senza armi per poter combattere, una struttura sanitaria, che lo relega in manicomio sulla base di un certificato redatto da un medico militare. Aldo perde Caterina nelle tragiche vicende del passaggio del fronte, ma questo non gli impedisce di mantenerne il ricordo nei tre figli da lei avuti, che continuerà ad amare, ma che sarà ritenuto incapace di accudire. Aldo vede girare con il fazzoletto rosso persone che pochi giorni prima esibivano la camicia nera e non riesce a darsene una ragione, ma riesce a capire una cosa tanto elementare quanto importante: che quelle persone resteranno in piedi, mentre lui precipiterà piano piano nell’abisso. Così descritto Aldo sembrerebbe un eroe. E lo è, in certo senso. Ma la scrittura di Alessandro Marchi lo tratta come un uomo che vive una condizione assolutamente comune, che vive come comunemente vivevano gli abitanti dei paesi dell’appennino, che vive la guerra senza trascinamenti ideologici e come qualcosa che gli passa attraverso la vita sopprimendo l’unica persona che aveva veramente amato, che subisce una burocrazia sanitaria disumana e asettica, in cui la sua vicenda è quella di un numero tra tanti. Il capitolo dell’incontro tra Aldo, in permesso di uscita provvisorio dal manicomio bolognese, e il piccolo Marino, l’ultimo dei figli, nato subito dopo la morte della mamma, e che di lui aveva solo sentito parlare, colloquio che si svolge nell’orfanotrofio di Arezzo, meriterebbe davvero un posto in un’antologia scolastica. E se ve lo dice un insegnante che odia l’antologia come principio in sé … Alessandro Marchi, Tu non ci credere mai, Libro/mania 2018, per leggere imparando o imparare leggendo, se preferite. Imparare cosa? Potrei rispondere con una retorica sfilza di paroloni come quelli che si leggono nei tanti provvedimenti e nei tanti verbali di riunioni dedicati all’inclusione, all’accoglienza e cosi via. Mi limito a una sola parola: ‘ascoltare’; e farlo farlo farlo mille volte questo esercizio, senza mai stancarsi, senza mai pretendere di incasellare la differenza in schemi, prima di parlare.

Il falco di Hernan Diaz (Neri Pozza, 2018) e l’indefinibile immensità della natura e dell’uomo

Non si dimentica facilmente un personaggio come questo. Non si dimentica facilmente una scrittura che riesce a raffigurarlo con una tale efficacia linguistica. Håkan Söderström è un personaggio che domina la scena con l’imponenza della sua essenza genuina, fetale, quasi primordiale. La storia che attorno a lui tesse Hernan Diaz si svolge in un paesaggio le cui forme non sono mai contenute, debordano sempre dai confini della ragione, non possono mai essere identificate su una carta. Håkan, dopo una vita in viaggio in un nulla solo apparente (per lui non esiste un futuro, esiste un passato che sfuma piano piano, resta alla fine solo un presente ‘prendere o lasciare’), alla ricerca di un fine, il ricongiungimento con un fratello smarrito, che con gli anni sfuma lentamente, non possiede altra concezione del passaggio del tempo se non il cambiamento delle forme del suo corpo smisuratamente grande, che si ripiega su se stesso e incanutisce; così come smisuratamente grande, immenso e deserto è ciò che vive, ciò che attraversa, ciò che dà sostanza alla sua persona. Ogni incontro lo mette di fronte a una dimensione estrema, che lo costringe a valicare questi confini di una ragione a lui ormai ignota, dopo anni di peregrinazioni, in ogni sua forma: non conosce una scrittura, apprende solo le parole di un linguaggio basico della lingua dell’America in cui si trova quasi per caso, dimentica piano piano quella lingua materna, lo svedese, che solo l’incontro, alla fine della sua vita e del suo viaggiare con un altro che la parla, richiama dal profondo, non conosce alcuna regola condivisa, se non quella dell’istinto di difendersi dal male. Ecco, il punto: Håkan non conosce altra legge se non quella della sopravvivenza: e questo rende immensa la sua raffigurazione. In nome del sopravvivere Håkan conserva per tutti gli anni, del cui numero lui non sa rendere conto, gli oggetti essenziali per mangiare, bere, difendersi e coprirsi. Håkan sopravvive a paesaggi estremi che hanno una comune caratteristica: sono tutte rappresentazioni in forme diverse di un medesimo deserto, il deserto in cui si attua la sua vita. Storpiato dall’inglese, il suo impronunciabile nome diventa “The Hawk”, il falco. E mentre il falco sopravvive in deserti e canyon, tra arsura e gelo, dove ogni essere è preda e dove ogni forma di umanità è, fino a prova contraria, infida, di lui nasce, in un altrove appena abbozzato, in città dominate da fenomenologie della disumanità tratteggiate in modo narrativamente perfetto (fanatici religiosi, sceriffi sadici, minatori accecati dalla febbre dell’oro, pionieri disperati, bande criminali) un’epopea che lui non conosce, che lui non vive, ma di cui lui è protagonista a sua insaputa. Una scatola di metallo con gli attrezzi per cucire e curare, una pelle di puma, un cavallo: la vita ad Håkan non ha altro da insegnare, se non che, per arrivare al traguardo, tutto questo è bastato. Il gigante, il falco, il mostro, l’essere quasi mitologico che appare ai viaggiatori rimasti intrappolati nel ghiaccio dell’Alaska dà forma a una narrazione che alla fine ricorda che i viaggi sono tanti, le direzioni possono essere le più diverse, ma alla fine si torna dove si è partiti. Senza un lamento. Nel rispetto di quelle uniche regole che è giusto apprendere dalla vita: quelle del sopravvivere. Potrebbe essere interpretato come un messaggio negativo? Qualcuno potrebbe dire che Il Falco è l’elogio della sconfitta? Non credo di poter rispondere a queste domande. Leggendo il libro, percorrendo il viaggio di Håkan ed essendo costretti a leggere la natura sempre dal suo punto di vista tanto basico quanto elementare, tanto essenziale quanto primitivo (questo riesce a realizzare Diaz dalla prima all’ultima pagina, senza mai scadere stilisticamente con scelte lessicali mai controllate, volutamente ‘estreme’) vi assicuro che non lo sarà affatto. Viaggiare con Håkan in fondo non è altro che un conferire una dimensione narrativa e quasi epica al significato della vita, che ho individuato nel sopravvivere, che altri potranno interpretare diversamente. Ma questo, alla resa dei conti, non credo debba interessare alla letteratura.

Le donne di Alice Munro

Sono personaggi a-valoriali. Per questo oggi piacciono. Acquistano spessore per la loro voluta mancanza di spessore. Non esiste indagine introspettiva che li porti a scavare nel passato. Non ci sono speranze che li conducano verso un traguardo futuro. Vivono di un tempo presente quasi agostiniano, che non si può definire. Saltano irrequieti attraverso il tempo, questi personaggi. Ma attraversano anche tutti gli spazi noti a chi ne tiene i fili: le città con le loro anonime periferie che hanno smarrito ogni correlato di identità, i piccoli centri separati da enormi distanze dove tutti devono, per forza di necessità, saper fare tutto. Saltano di qua, saltano di là. Fanno tanti lavori e non ne fanno nessuno. Cercano tanti affetti e ne trovano pochi, instabili ed effimeri. E sfuggono a ogni definizione. Come definire ciò che appare narrativamente costruito per non essere definito? Come descrivere ciò che intenzionalmente manca di un contorno, appare sfumato, colpisce e resta impresso proprio per il carattere indefinito delle sue morfologie indescrivibili? Sono nomi che non si declinano, perché esprimono un’idea tanto universale quanto impalpabile. Chi vi cerca modelli, non li trova. Chi vi cerca una traccia di sentiero su cui impostare un itinerario, si smarrisce. Così facendo, agisce come loro, come quei personaggi. E forse così facendo, rinunciando a ogni pretesa di critica, rinunciando a ogni categoria adusa, rinunciando persino ai consueti canoni del recensire, esercita nel modo migliore il suo semplice mestiere di lettore.

I nostri Anni Ruggenti dal punto di vista di un veneto in terra di Romagna

Sono gli strani casi della vita che portano a leggere Il grande Gatsby, originale rivisitazione critica degli Anni Ruggenti del primo dopoguerra americano, e poi un libro scritto da un amico e pubblicato da un’associazione culturale romana: Ricordi una giovinezza troppo breve di Lorenzo Pagiaro (Campi di Carta, Roma 2017). Lorenzo è una persona che, sapendoci fare bene con le mani, ha deciso di mettere alla prova anche l’uso delle parole. Ne è uscito un libro che, ammantandolo di ironia, ci riporta agli anni del boom economico, i nostri anni ruggenti, quelli del secondo dopoguerra. Schietto è il quadro in cui si muovono quelli che sono i personaggi della vita di Lorenzo, negli anni in cui avviene la sua crescita; decisamente schietta è la rappresentazione che riceve il tormentato rapporto con il padre, su cui non vorrei soffermarmi. Ma soprattutto schietta è la rappresentazione degli oggetti della vita di quegli anni, le radio, i primi ciclomotori, i primi componenti elettronici; questi gli oggetti, autentici simboli di un’era, in cui trascorre la vita del giovane Lorenzo, figlio, come tanti di noi nati in quegli anni, di una terra che stava cambiando forse troppo in fretta. Ho apprezzato anche le pagine dedicate al servizio militare. Ma su un altro aspetto, più particolare, vorrei soffermarmi. Nelle famiglie si parlava allora un dialetto che ancora sapeva di vita contadina, ma questa stessa vita contadina, con i suoi ritmi che erano rimasti inalterati per secoli, si spegneva, si eclissava, scompariva, perdeva identità, nel momento in cui i giovani di quelle famiglie capivano che il futuro non era più tra i campi, ma sarebbe stato nell’industria, nella manifattura, nel meccanico, nel tessile, o, come dalle mie parti, nel chimico. I giovani studiavano e, se non fosse stato per quell’interessante rapporto con il padre – che non a me ma ad altri spetterebbe analizzare – anche Lorenzo forse avrebbe avuto un destino diverso. La sua vita, dalla provincia padovana, lo ha portato a Ravenna. Allora il Veneto era ancora molto povero e in Romagna il polo chimico di Ravenna attraeva a 360°: dalle campagne venete, soprattutto padovane, rodigine e veneziane (ancora si vedono nel ravennate le costruzioni in stato di abbandono di quello che fu l’Ente Delta Padano), dalle montagne forlivesi e marchigiane e da tutto il litorale adriatico, giù giù fino alla punta del Salento. La famiglia di mia mamma venne a Ravenna da Firenze (mio nonno era ufficiale pilota di Aeronautica) proprio per assistere a quella repentina trasformazione da cittadina a metà strada tra la campagna e il mare – che ancora non era il Divertimentificio della signora Coriandoli – in porto industriale al servizio di uno dei poli chimici più grandi d’Europa. Da meno di 30.000 abitanti in pochi anni la popolazione conobbe un’esplosione fino ad arrivare a poco più dei 100.000 attuali. Tutto questo in pochi anni. Come si può pensare che un processo di questo genere non abbia delle conseguenze all’interno delle famiglie? La sociologia studierà con le statistiche i dati delle migrazioni di quegli anni. Ma cosa potrà rendere meglio di un libro come quello di Lorenzo il mutare dei sentimenti che il boom economico determinò nelle famiglie, nelle singole persone. Questi libri sono sempre utili esercizi di memoria. Colmano un vuoto che le scienze umane non potranno mai riempire: dietro ai processi sociali ed economici ci sono le anime delle persone. Come quella di Lorenzo. Grazie, Lorenzo.

 

 

© 2018. Stefano Tramonti

 

Indentar

“(…) la môrta la-n s’conta. 

La môrta la-t s’insteca

indentar

e la-t fa tent buš

dóv ch’u i pasarà la tu vita.”

“La morte non si racconta. La morte ti si infila dentro e ti fa tanti buchi per i quali passerà la tua vita.” Così si conclude la poesia di Laura Turci E mi ba, Mio babbo, dedicata alla perdita del padre. Spiegare con le parole il significato rovina tutto. Bisogna scontarlo quel significato. Allora si capisce il lavoro del Tempo, che si svolge tutto indentar, dentro. Il dolore consente di andare avanti. E l’amore non si potrà mai realizzare senza scontare tutto questo gravame. Il più delle volte resta illusione, aspirazione e non si realizza proprio. L’amore non colma il vuoto e resta solo il dolore, dei due grandi motori della vita. E quei buchi lasciano solo amara, inconsolabile solitudine. L’ho provato e riprovato. E se ve lo dico, dopo avere avuto esattamente un anno fa la stessa esperienza, è perché, ci piaccia o non piaccia, le cose possono prendere molto facilmente questa piega. Basta guardarsi attorno e saper ascoltare le persone, per capire l’ineluttabilità del dolore. Grazie a lui siamo migliori o peggiori. Solo grazie a lui. Sic et simpliciter.

Una storia tra le tante

Come mai un aquilone può diventare un’ossessione e dar vita ad un’intensa e appassionata affabulazione narrativa e spirituale? La memoria di un nonno che gioca in spiaggia insieme ad un bambino con un aquilone può generare nel tempo un processo di sedimentazione di immagini che si caricano di valori allegorici? La conoscenza di una persona affetta da disabilità e costretta a lottare come un leone nella vita può insegnare il valore della Differenza e capire la gravità dell’insensibilità generale di fronte a questa stessa Differenza? La conoscenza di alcune forme particolari della spiritualità orientale può aiutare a fornire chiavi di lettura utili anche in questa cultura immanentistica e  ormai anodina in cui quella occidentale è precipitata, fino a negare la Differenza in nome dell’Uguaglianza eretta a sistema addirittura istituzionale? Il valore che con il passaggio del tempo assumono queste allegorie può essere condizionato dall’ambiente, dagli incontri, dalle esperienze di vita? Quanto la psicologia può essere in grado di decifrare il valore che un’allegoria finisce per assumere nella memoria a distanza di tempo? Non potrebbe invece il neuropsichiatra interpretarlo meglio? Ma se si tratta di allegorie, anche il poeta può dare il suo contributo. Per non parlare del filosofo che può comprendere meglio di altri il rapporto che l’allegoria ha con gli ingranaggi del pensiero. Da non trascurare nemmeno lo studioso di linguistica che lavora sui segni e sui codici di comunicazione. E infine, il magistrato: non potrebbe dare un suo contributo quando si tratta di sofferenze dei bambini, insieme al pediatra e all’insegnante che avranno dalla loro professione altri punti di vista da poter utilizzare? Insomma un sogno che diventa allegoria ha bisogno di essere capito. E nulla nella nostra esperienza di esseri umani, che siamo storicamente cresciuti in civiltà condizionate dallo spazio, dal clima, dalle idee, dalle filosofie, dalla politica, dalle letture, dalla scelta di maestri di pensiero, qualche volta azzeccata, qualche altra sbagliata di brutto, nulla ci consente ancora di capire come mai un’ossessione, un’emozione, un sogno possono assumere certe figure nella nostra mente, esprimersi in certi segni, diffondersi in precisi codici di comunicazione. Non lo sappiamo. Punto. E questo ci obbliga a passare alla seconda parte del ragionamento.

Ho scritto un libro, che è arrivato alla revisione finale, insomma pronto per la bozza di stampa. So che nulla di ciò che l’uomo produce è mai perfetto, perché la nostra esperienza professionale e umana ci rende inevitabilmente limitati e la nostra memoria ha un potere selettivo diverso da persona a persona. Questa memoria ci rende esperti chi dell’una chi dell’altra materia, chi dell’una chi dell’altra esperienza. Sono di quelli oltretutto che invitano non solo a diffidare di chi dice che sa tutto, ma che proprio non sopportano i tuttologi. Perciò tutte queste esperienze non solo professionali ma anche umane sono state chiamate a dare ognuna un proprio apporto in termini di consigli, osservazioni, critiche. Mi aspetto tanto da questa collaborazione singolare.

Fare un gruppo in chat con psicologi, poeti, filosofi, narratori, magistrati, pediatri, insegnanti, psichiatri e narratori, per leggere la bozza di un libro, è dunque una scommessa intrigante, se vogliamo innovativa e comunque inusuale, dovuta alla semplice ragione che lo stesso che ha scritto quel libro non sa che cosa ha scritto, se un romanzo psicologico, se un romanzo di formazione, se una storia d’amore, se una favola, se … mah … chissà … forse può aver ragione anche l’amico che semplicemente, in una boutade, ha detto “chiamiamolo uno sfogo”. Spero che dalla chat venga fuori una risposta, su cosa ha guidato la mano sulla tastiera per tanti mesi. Ora queste persone stanno leggendo, alcuni hanno già finito, altri appena iniziato; alcuni hanno già mandato tante osservazioni; altri le manderanno. Forse qualcuno si fermerà e non riuscirà a procedere. Forse qualcuno sarà preso dalla lettura e non vedrà l’ora di sapere come finisce la storia. Questo non mi interessa. A me interessa che nessuno abbia delle pretese; perché? Perché se non le ha avute chi ha scritto il libro, è giusto che non le abbia nemmeno chi lo legge. Il narcisismo ha fatto tanti danni, ma, se ben guidato, può dare anche buoni risultati. Mi tocca dire una cosa che sento molto forte dentro di me adesso: ecco quello che forse manca al libro: una giusta dose di narcisismo. Si rifiuta di essere difficile. Si rifiuta di rivolgersi ad un pubblico dotto. Si rifiuta di essere rivolto allo specialista di quello o di questo. Manca un’ambizione? Come si può scrivere senza un’ambizione? Si può. E l’ho fatto. Perché non volevo nemmeno pubblicarlo. È stato su sollecitazione di alcuni di quelli che sono stati inseriti nella chat che sono stato spronato a pubblicarlo. Alcuni di loro sanno che lo avevo addirittura già cestinato, in preda a quella sindrome dell’Ultimo Chilometro, di cui in un racconto su questo stesso sito già ho parlato. Altrimenti non l’avrei mai fatto. È una cosa brutta la sindrome dell’Ultimo Chilometro. Sì, tanto brutta. Vedi il traguardo, ma resti paralizzato a due passi. E senza aiuto non lo passeresti mai. Dunque? Dunque è una congiunzione conclusiva e una congiunzione conclusiva richiederebbe una conclusione. Non so fare. Non sono in grado di concludere. Gli invitati alla chat leggano e poi concluderemo insieme. Forse questa incapacità di scrivere una conclusione è la prova della mancanza di ambizione e della carenza di sufficiente narcisismo. “Senza narcisimo nessuno può scrivere un libro”, mi disse un’ex collega. Mah … Non ci credo. Ma non sono certamente io quello che deve avere gli strumenti per dirlo. Forse … Comunque quella chat è stata voluta anche per questo. I componenti sono stati adeguatamente selezionati, non scelti a caso. A loro affido la conclusione. Non so neanche che cosa ho scritto. Figuriamoci se posso tirare delle somme su quello che ho scritto.

E, se alla fine vi ho annoiato, credetemi, non l’ho fatto intenzionalmente. Avrò scritto comunque una storia tra le tante. Che male c’è? Vi confido in tutta onestà questo: aver scritto una storia tra le tante in un mondo di pseudoeroi, dove una tastiera ci fa credere di aver un potere che di fronte ai problemi veri della vita si squaglia come neve al sole, dove chi è convinto di contare di più è chi urla di più o chi fa più post sui social, dove chi crede di aver più seguito è chi ha più ‘amici’ o ‘follower’, sarebbe già un grande successo, perché, quando avrete letto, allora forse avrete finalmente capito che questa è veramente, né più né meno, una storia tra le tante.

La favola di un aquilone

Imminente è l’uscita del mio ultimo libro, che è nelle fasi finali della sua revisione. Non è esattamente un’opera prima, perché ho già pubblicato per diversi anni nel settore della saggistica storica. E non è nemmeno un esordio nel settore della narrativa, avendo su questo sito pubblicato già diversi racconti. Ma è il primo romanzo che propongo ai lettori, sperando di riuscire nell’intendimento che è quello di concentrare l’attenzione sul tema della Differenza: ho infatti avuto nella mia esperienza professionale la fortuna di incontrare alcune persone, che hanno saputo insegnare tanto su questo tema della Differenza; tra queste una in particolare, che è quella che ha ispirato la protagonista della narrazione. Di questo romanzo di imminente uscita propongo qui di seguito la Prefazione.

Un dialogo con il Tempo può essere un utile esercizio. Dialogare con il Tempo, la cui esistenza molti filosofi avrebbero addirittura escluso, consente proprio di riflettere anche sulla sua caratteristica di fattore che sa informare la vita dell’uomo in modo assolutamente unico. Se non esiste il Tempo, come mai esiste il cambiamento, la differenza, il progresso, il regresso, tutti atti che hanno uno sviluppo diacronico, dunque nel Tempo?

Il Tempo con le sue corse e le sue pause accompagna passo dopo passo la vita dell’uomo; le corse non interesseranno molto, ma la pause sì. Nelle pause si collocano gli snodi importanti della vita. Con il Tempo noi tutti giochiamo una scommessa che, come tutte le scommesse, affascina per la sua forte carica attrattiva di rischio, di pericolo, di cimento, di misura del limite. Il tempo, però, si divora anche spazi significativi di quella vita, di quella storia, di questi uomini, di questi sconfinati paesaggi interiori che si chiamano con una parola bellissima: Anima.

Anima, dal greco ànemos, richiama il soffio, il vento, l’alito di vita che muove, agita, che dà forza e vigore alla natura e all’uomo, che ne è parte non solo attiva, ma protagonista. Questo soffio vitale qualche volta urla dentro di noi, sente il bisogno di esprimersi, di farsi capire, interpretare, leggere, immaginare, sognare. E lo fa in tanti modi: lo fa con le percezioni dei sensi e con quelle dell’intelletto; lo fa con i sentimenti e gli affetti, che, come ci insegna meravigliosamente la storia della parola dal latino, sono ciò che, colpendoci, ci caratterizza e ci plasma; lo fa con i sogni e le emozioni, che sono ciò che ci distoglie da noi e ci sposta, ci muove, ci porta altrove, come ancora una volta ci insegna la storia di questa parola “e-mozione”, un movimento di allontanamento per uscire da qualcosa. Lo fa, facendo danzare nel vento un aquilone.

Ed eccoci subito al punto fondamentale: i sogni e le emozioni, che nella nostra vita avranno un ruolo non secondario nel formare immagini che percepiamo, nella caratterizzazione dei vari personaggi che vivono intorno a noi e nelle scelte linguistiche e stilistiche che adottiamo per comunicare tra di noi, hanno un terribile potere ipocrita sul nostro vivere e sul nostro tentativo, mai uguale, sempre particolare, di dare una personale ed auspicabilmente plausibile interpretazione di quel soffio, di quell’ànemos. Possono portarci lontano, possono farci volare nelle dimensioni, inimmaginabili e imponderabili, proprio perché oniriche, di una fantasia che noi coartiamo troppo nelle gabbie della ragione; possono farci vivere come trasposti in quella sostanza impalpabile di affetti e sentimenti, di sensazioni e argomentazioni che, arricchiti della forza del sogno e dell’emozione, diventano talvolta l’illusoria quadratura del cerchio per il nostro ànemos, la cui curiosità è, per forza di natura, illimitata.

Ma, al di là di questo enorme potenziale di dolcezza e tenerezza, di cui l’uomo ha bisogno, essi possono essere anche la nostra schiavitù.

Quando ci si confronta su questi temi sia ha l’occasione per riflettere su aspetti fondanti della nostra esistenza: per esempio, su quale importanza nella nostra vita abbia veramente il dialogo con il Tempo, da cui siamo partiti. Si ha soprattutto l’opportunità di riflettere sul significato di tanti aspetti, su cui il nostro ignavo e accidioso operato quotidiano spesso non consente di fare quelle intermittenze di pensiero, quelle pause di riflessione, quelle analisi attente a cogliere dettagli in tutto quanto ci circonda.

Il Tempo è infido.

Il Tempo è fugace.

Il Tempo è fallace.

Ma il tempo è tutto. Senza il Tempo, la Vita non c’è, perché la Vita è cambiamento, evoluzione o involuzione: tutti processi che hanno uno sviluppo, come si è detto, diacronico. Banalità? Non tanto dopo aver seguito l’evoluzione di tanti di quei protagonisti della natura, che vorrebbero poter vivere una vita senza Tempo; e invece sono costretti a subirne gli effetti.

Abbiamo bisogno di studiarne le intermittenze, perché è lì, è in quelle soluzioni di continuità, ora benevole, ora foriere di sventura, è in quell’attimo che sfugge alla individuale previdenza e alla provvidenza della ragione, della logica, del parlare sempre studiato e argomentato, della dialettica fatta di mosse e contromosse dettate da calcoli strategici, che si cela il segreto della storia di noi uomini in questo contesto spaziale che si sviluppa nel Tempo. Ogni intermittenza del Tempo è un punto interrogativo. Ma, siccome dopo quell’intermittenza nulla sarà più come prima, avvertiamo in modo abbastanza categorico il dovere di cercare in qualche modo una risposta. Con umiltà e semplicità.

E solo chi pratica l’arte dell’ascolto, la più nobile e più difficile di tutte, tanto fondamentale quanto rara perché la dialettica porti ad un risultato, sa sperimentare questa umiltà e questa semplicità. Nutro nel mio animo la radicata convinzione che chi sa ascoltare saprà anche capire il senso di tutte quelle pagine di invenzione e di realtà, che spesso vivono dell’intendimento di utilizzare come paradigma un personaggio semplice, una sorta di anti-eroe, che, se combatte, lo fa perché costretto da forza di necessità.

Nella stesura di queste righe, in cui non potrà non avvertirsi una certa passione e anche un po’ di sofferenza, si arriva ad apprendere piano piano anche una verità decisamente interessante, che bisogna conservare stampata nella pagina principale dell’archivio della memoria. Si tratta di una verità per la quale si avverte la necessità, forse addirittura una sorta di fatale inevitabilità, di riflettere: se vogliamo evitare di cadere in quella trappola di schiavitù che è il cullarsi nell’universo delle emozioni, ma se vogliamo anche fare sì che quel fascio di sogni e di aspirazioni, di aneliti e di speranze, che fanno parte integrante dei nostri vitali bisogni e che ci tiene avvinti e avvolti nel suo tenace abbraccio, non si esaurisca nell’inane e algido razionalismo della contemporaneità, allora non abbiamo che un dovere: quello di costruire la nostra libertà passo dopo passo, anche nella materica e anodina concretezza dell’oggi, consapevoli dei passi compiuti, ma soprattutto fiduciosi in due cose: 1) nell’avvenire, 2) nella condivisione del viaggio della vita con le persone, che gli incontri di ieri, di oggi e di domani, ci hanno messo, ci mettono e ci metteranno lungo il percorso, ciascuno di essi dotato di valori suoi peculiari, nessuno mai uguale all’altro. Anche per questo i personaggi che vengono proposti come protagonisti del viaggio nel Tempo ambiscono spesso ad essere paradigmi e latori di un messaggio di solidarietà.

Dare alla vita un significato, secondo il modello espresso da questi che abbiamo definito i protagonisti della narrazione della vita, significa esercitarla nella pratica quotidiana avendo sempre di mira pochi e semplici fondamenti. È nel rispetto consapevole di questa sorta di ordine naturale delle cose, che si chiama in tanti modi e con tante belle e varie sfumature che la lingua italiana può offrire: differenza, alterità, divergenza, diversità, peculiarità, particolarità, individualità, personalità. Ognuno di noi ha la sua carica di Differenza. Questa è un’arma potente da maneggiare con rispetto e che esige onore, deferenza, dignità. Chi ne ha congrua consapevolezza è sui binari giusti nel suo irrefrenabile volo verso la libertà: questo ci vorrebbero insegnare ancora una volta i protagonisti di quella narrazione. E le pagine di vita vogliono essere un tentativo di dare una risposta a questa continua, incessante, talvolta spasmodica, talvolta eccitante ricerca di libertà.

Proviamo ad immaginare di vivere calati in una finzione letteraria che consiste nell’ipotizzare che il libro della nostra vita sia stato scritto da una persona che recita come personaggio secondario solo nei capitoli finali: questo espediente può consentire a chi porta avanti e conduce per mano la narrazione di concentrare l’attenzione sul ruolo didascalico del modello di vita e della visione del mondo che sono rappresentati sulla scena dai protagonisti del viaggio stesso. Ma risponde anche ad un altro fine, che è quello di evidenziare il ruolo solidale dell’amicizia, tema presente dall’inizio alla fine, perché la protagonista della narrazione è il personaggio che si trova al centro di un gruppo di amiche, che costituiscono, insieme a colui che subentrerà con la funzione di introdurre nell’amicizia anche l’amore, i personaggi solo apparentemente minori dell’opera. Quella che si sviluppa, nel rapporto a quattro, se vogliamo a cinque con l’inserimento di questa figura, è un’amicizia particolarmente solida, perché cementata proprio da dolore e amore, i due principi attivi attorno ai quali si organizzano tante riflessioni, i due elementi antitetici che meglio rappresentano quel dualismo spirituale tra forze del Bene e forze de Male, tra i quali combatte l’anima. Un dualismo che riporta nelle pagine del racconto indietro nei secoli, che ci riporta a riflettere su quei fondamenti culturali, in cui affondano le radici della nostra civiltà, di cui la matrice giudaico-cristiana per secoli dominante è solo uno di pilastri. Ecco allora che si chiarirà pagina per pagina anche il ruolo di quello che possiamo considerare il coprotagonista, al centro di un processo di dolorosa meditazione sul tema della memoria e sulla funzione che questa assume inserita nell’altra grande riflessione sul significato delle intermittenze del Tempo: l’aquilone sarà il suo Leit Motiv.

La protagonista di questa narrazione, rischia di diventare a questo punto una terribile pretesa nelle mani di chi ne fa uso narrativo – e per questo può spaventare, ma intrigare al contempo – in quanto assurge al ruolo di una grande metafora della condizione umana. Grande perché semplice, grande perché fragile (come tutti siamo, anche quando non lo vogliamo riconoscere), grande perché sensibile, grande perché è una donna che con la sua semplice testimonianza quotidiana di persona costretta a combattere più di altri, esprime con forza quello a cui tutti noi aneliamo, a cui ogni uomo deve avere il diritto di anelare: la conquista della libertà, che non credo mi accusiate di essere retorico se dichiaro che è la cosa più bella e importante per l’uomo, a prescindere da come è nato; di questo ci rendiamo conto soprattutto quando la natura e la storia ci mettono nella condizione di dover lottare per averla, per vedercela riconosciuta, anche solo quando si deve affrontare uno sguardo lanciato di traverso, una parola scappata male, un gesto finito fuori controllo, un atto compiuto inavvedutamente, ma che, se avessimo provato ad ascoltare meglio, forse non avremmo commesso. Uno degli insegnamenti che da queste persone vengono sempre è che mai nulla dobbiamo dare per scontato, a partire proprio dalla libertà che possiamo esercitare.

La ricerca di questa libertà nasce allora da qui, dall’esercizio dell’ascolto.

Vi prego non di leggere, ma di ascoltare queste pagine. Se le leggete, potrete forse ammirarne o criticarne la forma; se le ascoltate, chissà, forse potreste imparare da Giulia quello che io ho imparato dalla sua ispiratrice.

Ci sarà sicuramente qualcosa di più grande da imparare, ma ancora non l’ho trovato.

Insomma, dopo aver messo la parola fine a quest’opera, dopo averla letta e riletta, limata e modificata, dopo un lungo lavorio di taglio e cucito, di studio sulle figure e sulle parole, un lettore potrebbe pensare che ci sia un messaggio spirituale di fondo; possiamo anche sbilanciarci e chiamarlo un messaggio religioso, se si preferisce. Non mi stupirebbe affatto se si determinasse una tale impressione. Quest’opera ha, come tante, la sua ispiratrice e ispirare significa infondere un soffio vitale, un’ànemos, o, come dicevano i latini, uno spiritus. Mi fermo. Non lo nego e non lo affermo questo possibile messaggio. Lascio a voi trarre le conclusioni su questa materia. Se alla fine della lettura del racconto si riuscisse anche soltanto a cogliere il semplice messaggio di ascolto e di rispetto della Differenza, sarebbe un gran bel risultato.

Ma se qualcuno, un giorno ancor più semplicemente, dicesse che in fondo questa è solo la storia di un aquilone, lo abbraccerei felice.

Questa in fondo è la storia o, meglio ancora, la ‘favola’ di un aquilone.

Ravenna, 13 gennaio 2018

Un’altra Firenze

Riuscire ad essere dissacranti e impietosi con la propria città e con chi la amministra non è dote di pochi, se lo si fa mantenendosi nei binari di un’ironia bonaria, anche un po’ acre talvolta, ma mai di cattivo gusto. Ebbene, leggere un romanzo di un autore fiorentino, che di professione è giornalista – e che quindi con le parole ha discreta consuetudine – il quale non manca di lanciare frecciate anche dirette alla sua città, al suo blasonato centro storico e persino ad alcuni centri nevralgici della sua importanza storico-artistica, santificati dalla gloria dei secoli e dai manuali di storia dell’arte, è una scoperta interessante per un impenitente lettore come sono io … e dal giudizio anche piuttosto severo.

Vorrei raccogliere alcuni punti.

Primo punto: Ponte Vecchio, famoso per le sue prestigiose gioiellerie. Di esso si dice che sia un peccato che dopo tanti secoli si sia mestamente ritrovato parte della “più grande bigiotteria del mondo”. Definizione fantastica per chi, come me, sa cosa significa avere avuto dimora nei pressi di un grande albergo e aver visto i turisti aggrediti da venditori di chincaglierie varie, oppure i mercatini del centro invasi da tali oggetti, spesso di dubbio gusto.

Secondo punto: ponte Santa Trìnita. Viene impietosamente ricordata la sua storia. Non solo vergognosamente crollato subito dopo la sua costruzione, per non aver retto il peso della folla al momento dell’inaugurazione, ma anche fatto saltare dai tedeschi in ritirata durante la guerra. Quando si trattò di ricostruirlo, utilizando le macerie finite nel fiume, comprese le statue delle Quattro Stagioni, che ne sono forse la nota dominante, la testa della Primavera non si trovò. Venne indetto un bando per la ricostruzione e fissato anche un premio per il ritrovamento del pezzo mancante; e fu uno di quei “renaioli”, spesso immortalati nei quadri dei Macchiaioli che li hanno particolarmente amati, che, nel raccogliere sabbia di fiume, trovò la testa mancante. Fatto sta che, forse per la fretta, forse per un errore, fu riattaccata allungando il collo. Come spesso pensavo anch’io, quando ci passavo accanto da ragazzo – e anche mio nonno puntualmente mi ricordava la singolare storia della testa – l’operazione di super-Attak al collo della povera Primavera mi rimandava più al mio libro di geografia e alla foto del collo delle donne Kayan birmane che ad un monumento del prestigioso Cinquecento fiorentino.

Terzo punto: sempre via Maggio. Onore all’amministrazione comunale, che ha reso così razionale la circolazione! l’unica amministrazione al mondo ad essere riuscita, in una strada talmente stretta che un tempo facevano fatica ad incrociarsi due birocciai del vicino San Frediano, a mettere pista ciclabile, parcheggio per le auto e corsia preferenziale per gli autobus, creando un traffico così meravigliosamente ordinato che manco a Bangkok …

Quarto punto: gli alti palazzi antichi del centro storico nella zona di Oltrarno, tutti altrettanto storicamente agghindati di impalcature, che fanno ormai parte del paesaggio urbano, e che per me sono ormai monumento esse stesse, essendo entrate nelle raccolte di foto dei computer e degli smartphone di turisti di tutto il pianeta. Malinconicamente abbandonati dal turista che raramente finisce da quelle parti, sembra che riescano a restare in piedi, solo fintanto che hanno la forza di reggersi l’un l’altro. Effettivamente, avendo frequentato anch’io nel percorso casa-scuola parte di quella parte di città, ho sempre avuto un sentimento tra la tenerezza e la malinconia per quei palazzi negletti da guide e siti turistici – talmente negletti che giustamente nemmeno Lonely Planet li cita … – oltretutto nel disinteresse di chi dovrebbe forse di loro occuparsi un po’ di più. Anche a me la malinconia di quell’abbraccio di impalcature ha sempre comunicato un grande sentimento di solidarietà … storica solidarietà.

La lettura del thriller di Gigi Paoli, Il rumore della pioggia, prosegue, chissà, forse portando altre perle, altre “chicche” di questo acre, caustico, impietoso e mordace, ma anche sagace sarcasmo, che quel 50% di sangue fiorentino che in me scorre non mancherà certo di apprezzare.

La forza delle radici

Sradicarsi. Che brutta cosa!

La storia di Lorenzo detto Meraviglia è la vicenda di un ragazzo costretto a sradicarsi dall’ambiente che amava, dalla sua montagna, dal suo Cadore, dal paese di Tai, per andare a vivere in una città, nemmeno una metropoli, certamente, trattandosi di Conegliano, ma che tale a lui sembrava. L’insuccesso scolastico e la descrizione di una gioventù di amici alla continua ricerca di una felicità tra eccessi e desideri inappagati è impietosa. La difficoltà nel rapportarsi con un contesto familiare che sente avulso alla sua crescita, il richiamo sempre più forte della montagna e del paesaggio che lo ha plasmato, la scoperta della lettura e poi della scrittura, tutto questo si intreccia con le figure femminili, soprattutto quella di Lavinia, forse vero protagonista di questa narrazione, una figura che è il vero “motore” del libro. La storia di Lavinia, letterariamente bella nel suo realistico squallore, è tratteggiata in modo quasi crudo, nel momento in cui si viene a delineare pagina dopo pagina la fragilità di questa ragazza e la sua irreversibile caduta nel dramma. Il bel finale riporta al tema delle radici, alla necessità di non perdere mai il rapporto con quello da cui parte il cammino della nostra vita, non sempre necessariamente un luogo. Meraviglia, romanzo di Francesco Vidotto, è stata una scoperta. Una scoperta veramente piacevole, proprio per come induce a riflettere sul tema delle radici e su come la scuola, qui condannata senz’appello nella figura della burbera professoressa di italiano che tempestava di quattro il giovane Lorenzo, ben pochi sforzi faccia spesso per capire cosa ci sia dietro un profitto negativo, un insuccesso, in questo caso, nel caso di “Meraviglia”, dettato proprio dall’essere costretti a vivere lontano dalle proprie radici.

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