Il leccio di Teresa

In una terra antica i cui ulivi hanno radici che sono come braccia che, protendendosi dal suolo, non ti vorrebbero mai lasciare andare, vicina a un mare che nella stagione estiva sembra sentire proprio dei turisti, non suo, in una masseria dove nasce e muore un’utopia giovanile, tra sogni e fantasticherie da una parte, amare delusioni e gravi errori dall’altra, si distende la vicenda di Teresa. Quella terra dà vita e per questo Teresa la ama a tal punto, che tutta la narrazione sembra pervasa dall’ossessivo desiderio di una maternità, di avere un figlio a qualunque costo, a lungo atteso e sempre negato, un figlio che possa nutrire lo stesso rispetto verso la terra che lo ha generato. Tre ragazzi, diversi nelle origini, ma che un sogno comune unirà – nient’altro che l’utopia di tanti giovani di vivere in un ‘mondo migliore’, si potrebbe dire senza temere di scadere nello scontato – s’intrufolano nel racconto, ancora ragazzini, entrando furtivamente di notte nella proprietà del babbo di Teresa per fare il bagno nella piscina, mentre lei li vede dalla sua camera; tutti e tre insieme combattono contro un destino, formando intorno a Teresa una corona di sentimenti dolci e irruenti allo stesso tempo, come dolce e irruento può essere il vento che bagna e inaridisce quella stessa terra, come dolci e irruenti sono i caratteri degli altri personaggi che imprimono nel bene o nel male una direzione al destino di ciascuno di loro. Quei tre ragazzini, che di notte entreranno nella piscina del babbo di Teresa, segnano tutti a modo loro la vita della ragazza, con l’amicizia, con l’amore, che è soprattutto amore per la vita. Bern e suo fratello Tommaso portano le stigmate del disastro della famiglia in cui sono nati, dell’istituto da cui lo zio Cesare li ha presi in affidamento per farli crescere insieme al figlio Nicola, come fratelli, in un clima pervaso da una spiritualità non convenzionale, dal significato atavico di una tradizione che ha il sapore amaro e il carattere rude della terra e fa a botte con quello dei riti del calendario; il luogo che costituisce l’anima di questa narrazione è una masseria attigua alla casa in cui i genitori di Teresa trascorrono le loro estati, che passerà nelle mani di lei, che a sua volta con i soldi ricavati dalla vendita della casa che fu dei genitori acquisterà la masseria stessa, il teatro dell’utopia, dei sogni, delle delusioni, delle tragedie che scandiscono il ritmo della lettura. La forza dei personaggi sta nella loro differenza. La riservatezza di Nicola, le contraddizioni di Bern, le debolezze di Tommaso, l’energia di Teresa sono i punti di partenza di un racconto ricco di tensione dall’inizio alla fine, in cui il dolore e la tragedia fanno da contrappunto costante e immancabile all’amore. Se alla fine di tutto resterà soltanto un leccio e un libro sepolto sotto di esso, nella terra a cui le radici tengono abbarbicato quell’albero, da cui Teresa sente di non potersi separare (perché con gli alberi ci viene ricordato che si può instaurare un dialogo), se alla fine la prosa troverà la sua serenità solo dopo aver espiato dolori e tragedie, la risposta è solo in un sentimento che non avrà mai un nome, ma che, senza dubbio alcuno, non rispetta le regole della ragione. Dogmi religiosi e politici, utopie sociali e ambientali, tutto evapora nella canicola di quelle terre, tutto si disintegra di fronte alla tenacia di uno spirito che altri definirebbero indomito, ma che il personaggio di Teresa, alla resa dei conti, sa domare nel distendersi finale della prosa. Paolo Giordano con il suo Divorare il cielo dona ancora emozioni e raggiunge questo obiettivo tratteggiando caratteri forti, energici, giovani, che si ricaricano pagina dopo pagina, proprio grazie alla tensione tra i poli opposti, grazie alle sincere e incorreggibili contraddizioni di cui vivono e per cui scontano, per un destino in un certo senso inevitabile, per una necessità che non riceve una spiegazione, tutte le conseguenze, nessuna esclusa, senza potersi sottrarre nemmeno alla più tragica. Il mistero della vita, cioè la deliberata volontà di non dare una spiegazione e di lasciare che i personaggi traggano forza proprio da questa contraddizione insoluta che anima il racconto fino all’epilogo, ne esce ancor più monumentale. Alla terra, a un leccio e a un libro sepolto ai piedi di quel leccio e inumato in quella terra è affidato il compito di dialogare con Teresa. Capire che questi segni, che sembrano semplici, sono invece immensi e pervasi di un’energia capace di devastare e rasserenare una vita forse non è alla portata di tutti. Sicuramente non alla mia.

Roba da gatti

La curiosità è roba da gatti, si dice. Luogo comune quanto si vuole, ma vero in modo sacrosanto. Ebbene, la curiosità mi ha messo tra le mani Diario di un cinico gatto di Daniele Palmieri (Salani 2018). E sentirsi un po’ felino, non fa male dopo averlo letto: può essere un effetto collatetale. Un appetitoso e ironico diario che prende la forma di un vero e proprio romanzo di formazione e di viaggio nella seconda parte, per me la più bella, più coinvolgente, perché avventurosa, perché scritta bene, perché narrata avendo sempre come punto di vista un gatto. Non deve essere stato semplice. L’espediente, alla resa dei conti, dà il suo buon frutto, sotto vari punti di vista, nonostante le dimensioni del libro siano tali da non scoraggiare sicuramente il lettore appassionato e allenato, ma da non attirare immediatamente quello più giovane, a cui questo libro potrebbe piacere. Lo consiglierò ai miei studenti sicuramente. Ho parlato di un buon risultato sotto vari aspetti. Quali? Innanzitutto l’ironia che, se ben trattata e dosata – il lettore esperto lo sa – mantiene sempre alta l’attenzione; poi il punto di vista del gatto, che la scelta della prima persona e dell’andamento solo vagamente diaristico (il titolo svia forse volutamente?), obbliga a conservare fino alla conclusione; infine, l’attenzione ai comportamenti dell’uomo, a quegli ‘stupidi umani’, che, pur essendo figure marginali nell’economia narrativa, finiscono per conferire al libro l’aspetto di una sorta di breviario di filosofia, almeno perché evitiamo tanti errori, di cui molti di noi neanche si accorgono, non cadiamo in certe generalizzazioni e luoghi comuni, proviamo a pensare anche con gli occhi di qualcun altro che fa parte come noi di questa bellezza che si chiama anche biodiversità. Ho due gatte (quelle in foto) e questo sicuramente è un aspetto che mi mette dalla parte del recensore condizionato nelle sue valutazioni, ma vi assicuro che per apprezzare questo libro non è necessario averli. Anzi … Non solo: quelle due gatte che per dormire si acciambellano una sull’altra potrebbero sfatare proprio uno di quei luoghi comuni che vorrebbero il gatto asociale e solitario, uno di quelli che questo libro considera aspetto del carattere individuale. Delicatissime e di rara sensibilità le pagine dedicate ai tre mostri, gatti isolati perché affetti da deformità fisiche. Insomma un libro che, dietro la sua parvenza di racconto per tutti, ironico, semplice e un po’ cinicamente disincantato, alla resa dei conti finisce per avere persino delle pretese quasi (la sparo grossa!) educative. Nei tanti gatti che appaiono come personaggi del libro si possono, infatti, vedere riflessi, con uno stile assolutamente riuscito sul piano della scrittura, le varietà dei tipi umani che quel viaggio che si chiama vita ci fa conoscere e incontrare. Ed è bello che il romanzo si concluda con una profonda riflessione, che lascio a voi godere, proprio sul significato dell’incontro.

Le peste sulla neve non andrebbero mai cancellate

Se vi dovesse capitare di vedermi sorridere “sotto i baffi” (che non ho), come dicono alcuni miei amici e colleghi, quando sento qualcuno parlare di montagna e dire che ne è un appassionato, perché ci va in inverno a sciare o in estate a fare passeggiate, escursioni o scalate, non pensate che lo faccia per snobismo intellettualistico; la stessa cosa vale per quando vi dico che dovreste prima leggere qualche opera di Mario Rigoni Stern, soprattutto i racconti. Se mi comporto così è perché non trovo parole per dire che quella persona, che sceglie l’albergo su internet, è lontana anni luce dalla ‘passione’ per la montagna. Dovrebbe dire che le piace sciare nelle vacanze natalizie o nelle settimane bianche (sostituite ormai dai fine settimana di un turismo usa e getta, più economico ma anche più dannoso per un ambiente che diventa fragile solo se vissuto senza rispetto), che le piace fare escursioni e passeggiate nelle vacanze estive (ridotte anch’esse a pochi giorni di strade intasate, non pensate per reggere un traffico di tale entità). Passione, per me, è ben altro. Una caduta in bici in discesa non mi ha fatto odiare la montagna; al contrario: mi ha indotto ad amarla ancora di più. Perché? Esiste una risposta? Non lo so e non pretendo di averla. Una cosa potrei aggiungere come una specie di prologo a quanto poi vi dirò. Ho sempre pensato che avere un cinquanta per cento del mio sangue con il sapore terragno della bassa ravennate e l’altro cinquanta per cento con quello montano del versante fiorentino dello stesso Appennino, su cui da tempo scorrazzo in bici da corsa o sul rampichino, abbia lasciato delle tracce, sin dagli anni della mia formazione, che con quella stessa Toscana hanno un importante debito, in tutti i sensi. Se a queste persone dico di leggere le opere di Mario Rigoni Stern “e poi ne riparliamo”, vi assicuro che non è certamente per snobismo intellettualistico. Credetemi. Fidatevi di quel che vi dico. Ho conosciuto di persona lo scrittore e chi qualcosa sa di lui non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

Ecco perché rileggere tutto d’un fiato le due raccolte di racconti Il bosco degli urogalli (1962) e Uomini, boschi e api (1980) e scoprire Aspettando l’alba (2004) non serve solo per apprezzare uno stile del narrare decisamente particolare nella sua disarmante semplicità; non serve neppure soltanto per chiedersi se l’autore davvero pensava in italiano e non in cimbro quando scriveva. Riterrei piuttosto che sia utile soprattutto per colmare una lacuna, su cui la scuola ha sicuramente una sua responsabilità: Rigoni Stern non è soltanto l’alpino cantore della ritirata dalla Russia, della guerra in Albania e Grecia, dell’umanità sconvolta da quella stessa guerra. Questi racconti rappresentano nel modo più immediato (perché autenticamente vissuto) l’amore infinito per una terra che ha sofferto, per montagne due volte insanguinate, per una natura che – lo dichiara testualmente – solo un cacciatore esperto sa amare e rispettare. Apprezzo Rigoni Stern molto di più quando manifesta il suo amore per questo paesaggio, che quando soffre per quanto patito in guerra. Ammiro di queste pagine il momento in cui il narratore raffigura come protagonista un capriolo che, inseguito da un’auto su una strada appena pulita dallo sgombraneve, non riesce a saltare nel bosco perché i cumuli di neve sui lati sono troppo alti per lui e rischia di essere investito; quando primadonna è una lepre; quando si commuove per il suo cane che accoglie nel caldo della sua cuccia altri animali e li protegge dal gelo dell’altopiano; quando vive il rapporto con il suo cane come quello con un compagno di vita; quando il simbolo di una vita diventa la pietra muschiata fatta rotolare sulla fossa del cane che lo lascia dopo anni di onorata compagnia; quando una giornata di “buiofuori”, blackout, ossia di mancanza di corrente che l’interruttore generale non potrà ridare alla casa, fa riflettere più di tante altre cose sul significato del progredire, e non solo facendo riscoprire candele e stufe a legna; quando le pale del Bassano diventano le vere animatrici di una lettera in cui si rivive del pittore veneto del XVI secolo il rapporto stretto con quell’altopiano da cui veniva la sua famiglia, con le montagne, con i paesaggi, con i boschi e le api che non cambiano allo stesso ritmo che la tecnologia ha imposto alla vita umana; quando, alla fine di tutto questo, ci si convince che leggere i racconti di Rigoni Stern non è assolutamente la ricerca di uno sterile compianto nostalgico per qualcosa di finito, come purtroppo tanti vorrebbero. Al contrario: è il monito a ricordarsi che quello che noi giudichiamo finito è quanto mai vivo in noi, e lo sarà finché quel paesaggio, quei monti e quelle cavedagne, quei boschi e quelle api, quelle lepri e quei caprioli, quei cani da caccia e quelle cince dal ciuffo saranno lì a rammentarcelo. Si tratta di un altro Rigoni Stern, non tanto diverso ma complementare rispetto a quello della guerra e degli uomini sofferenti, che la scuola fa conoscere agli studenti e che per questo è decisamente più noto. Ma il lettore appassionato non sarà mai deluso. Adesso avete capito cosa significa quando dico “prima di dire che amate la montagna, leggete Mario Rigoni Stern” e non solo quello delle memorie militari; e allora capirete come mai da quell’altopiano non si sia mai spostato, neanche quando agli ambientalisti che lo vollero proporre come senatore a vita disse che non avrebbe mai lasciato le sue montagne “per uno scranno in parlamento”, anche quando, ormai distrutto dal male, chiese di essere riportato per l’ultima volta lassù dove sempre era vissuto. Mia mamma mi ricorda che suo babbo, mio nonno, diceva spesso “Le peste sulla neve non andrebbero mai cancellate.” Credo che sia proprio vero. E quando dico ai miei studenti che tra lettura e lezione non dovrebbe mai esistere un solco, sono consapevole del fatto che dico qualcosa di fondato. Fondato, perché scolpito in una traccia che dentro di noi resterà indelebile, che la forza del sole non scioglierà mai.

Figure dell’ombra

Vienna, Londra, il fronte occidentale, Ginevra, ancora Londra: sono questi gli spazi narrativi di Aspettando l’alba di William Boyd (Neri Pozza 2012): uno studio di uno psicanalista e una trincea sul fronte occidentale, teatri londinesi e pensioni ginevrine, luoghi pieni di vita e di passione e altri dove i cadaveri generano incubi e sensi di colpa. Erotismo spensierato in ambienti alla moda, case di campagna che potrebbero essere dipinte da Bonnard, dove agiscono figure che sembrano quasi eteree, e squallore spietato in uomini la cui vita non conosce scrupoli e vive in ombre che hanno però la forza di quelle di un quadro di Sironi. Gli anni sono quelli della guerra. La prima guerra mondiale. Uno stile che inizia come quello di un romanzo psicologico e finisce come una spy story, senza che gli si possano attribuire gli elementi né dell’uno né dell’altro. I personaggi dall’ombra escono piano piano alla luce attraverso i loro abiti e le loro parole, i loro gesti e i loro tic, i loro profumi e le loro pistole, i loro cappelli e i loro fucili. Due anni, dal 1913 al 1915, che intendono rappresentare un’epoca, forse – la parola è impegnativa, lo so bene – una civiltà, che vive più che la guerra, ancora la sua ombra, sempre lì accanto, onnipresente, inevitabile, indelebile; una società narrata conoscendone molto bene i dettagli, presenti in un lessico che richiederà sicuramente, almeno per qualcuno, di andare a rispolverare il vocabolario, ma senza che si avverta mai quel sentimento di virtuosistica e superficiale esibizione, che potrà generare effetti speciali, utili sicuramente per i siti di citazioni, ma che non coinvolge mai più di tanto il lettore esigente ed esperto. Il modo di fumare, i capi d’abbigliamento, i giochi di seduzione … tutto contribuisce a sentirsi parte della narrazione, come si dice di solito agli studenti quando si vuole evidenziare la maestria nella tecnica e nello stile. Non cado nella trappola: lascio ovviamente a voi questo giudizio. Il protagonista è un giovane inglese, che da dandy e attore, nel contesto un po’ malinconico ma sempre affascinante della decadente Vienna dell’Austria Felix, la guerra trasforma in un uomo cinico; cinica e anche sadica spia diventa Lysander Rief, che non manca di provare la trincea e il fronte, il cui passaggio segna proprio il cambiamento del ruolo del personaggio nello svolgersi di una trama dal ritmo veloce. Cambia il ruolo, ma non cambia lui. Dalla luce del palcoscenico passa all’ombra delle pensioni svizzere, dove si sente il fetore del fango di una palude in bassa marea, il peggio del peggio che la guerra produce: un marciume di soldi, tanti soldi, donne che si prestano a tutto per passare informazioni, inglesi, tedeschi, uomini e donne dell’una e dell’altra parte, che vendono se stessi e le proprie conoscenze per denaro, vicende personali che si intrecciano con una ragion di stato che ora chiede anche sangue e non solo denaro. Il protagonista è una persona che con la sua vita nell’ombra conosce donne, figure fondamentali nello sviluppo narrativo, tutte dotate di un fascino sempre diverso, ma di cui non si potrà mai dire se il loro ruolo di personaggio è quello di essere lì perché belle piuttosto che abiette. Donne grandi, perché anch’esse avvolte dall’ombra in cui si dipana la trama. Di quell’ombra tutte quante vivono. “Mr Lysander Rief è con ogni evidenza un uomo che preferisce i bordi ai margini delle strade, le zone buie, dove è difficile distinguere e stabilire con esattezza la natura di cose e persone. Mr Lysander Rief sembra un uomo molto più a suo agio nella fredda sicurezza dell’oscurità; un uomo felice del dubbio conforto che offrono le ombre”. In queste ombre avviene una metamorfosi. Ciò che la produce è la guerra. Le figure femminili, tutte, dalla madre alle donne che accompagnano Lysander nella sua metamorfosi, sono forse la raffigurazione di quegli anni riuscita meglio sul piano stilistico. E dunque: impressione finale? Permettete a un recensore di dire “mi sono proprio divertito”?

© 2018. Stefano Tramonti

La Distesa Solitaria

Cogliere lo spirito di una terra è possibile solo se la si vive? Esiste un genius loci? Sì. Esiste. L’ho già più volte scritto ed io stesso lo cerco laddove possibile. Certo, si può vivere anche letterariamente una terra e darne al lettore un’immagine, appunto, soltanto letteraria e assolutamente fittizia. Ma non sarà mai la stessa che vi può dare una persona che quella terra ha calcato giorno per giorno, di cui conosce i modi di vivere, di cui riconosce le persone anche solo per il modo in cui vi salutano, per il modo in cui vestono, parlano, si divertono. E infatti l’Alaska che si delinea pagina dopo pagina ne Il grande inverno di Kristin Hannah è quello che sui libri di scuola si chiamerebbe un paesaggio dell’anima, un paesaggio che partecipa di una vicenda che nel suo incredibile intreccio di dolore rappresenta in modo perfetto sul piano narrativo sentimenti come l’angoscia e il patire; percezioni che derivano non da se stessi, ma dalla convivenza con loro di chi li deve subire nel proprio corpo e che è costretto ad alimentare in se stesso come serpi che si cibano a piccoli brani della sua anima. Gli anni Sessanta finiscono per la storia del Stati Uniti con il Vietnam e con le conseguenze che nelle anime tale conflitto ha lasciato. E questo, lo sappiamo, ha dato tanto alla cultura di quegli anni e di quelli immediatamente successivi. In queste pagine si dà un altro contributo. L’ex militare ed ex prigioniero di guerra, l’eroe pluridecorato Ernt Allbright ne esce sconvolto, distrutto, annullato e il suo sconvolgimento mentale avvolge un’intera famiglia, che a lui è legata da spire inestricabili e da lui non vuole proprio districarsi. Il dolore di Ernt avvolge in un amore insano l’affetto di Cosa e Leni, che lui odia amando e che loro amano odiando. Un crescendo di situazioni drammatiche in un paesaggio limite, dove nessuna delle categorie che l’uomo moderno dà per scontate e acquisite posso avere un valore, dove la breve estate viene vissuta non come godimento e vacanza, ma come occasione per l’ansiosa raccolta di tutto quanto serve per un lungo e famelico inverno che ogni anno miete vittime, dove il vicino di casa deve essere per forza, ti piaccia o no, il tuo migliore amico, perché solo lui può salvarti da “mille modi in cui in Alaska si può morire”. Amore e dolore si avvicendano nel rapporto tra Ernt e la moglie Cora, tra Ernt e la figlia Leni, tra Leni e l’amico Matthew, due sentimenti che solo quel paesaggio riesce a rendere indistinguibili l’uno dall’altro. L’Alaska, la Distesa Solitaria, il paesaggio scelto da chi ha bisogno, come Ernt, di isolarsi dal mondo nemico e che vede il nemico ovunque, non appare come spazio narrativo solo nelle pagine iniziali e nelle pagine che precedono la conclusione. L’Alaska, necessità per Ernt, sogno per Leni e Cora, domina la scena con i suoi monti, le sue coste, i suoi ghiacci, i suoi inimmaginabili inverni, i suoi personaggi altrove introvabili, perché solo lì probabili. Questo è il punto di forza del romanzo, la cui trama tiene avvinto il lettore proprio per la capacità dell’autrice di disegnare sempre quinte mai inerti; quel ghiaccio uccide, quegli orsi e quei lupi condizionano le vita, quel buio che non finisce mai, che uccide piano piano e avvolge tutto è all’origine delle vicende che sconvolgono le vite di Ernt e di chi con lui deve convivere, la moglie Cora e la figlia Leni, le due figure femminili, due icone di un dolore di fronte al quale mai ci si arrende, che esse si trasfigurano in amore previa immancabile espiazione, che dominano la scena dall’inizio alla fine. Insomma, non mi sono certamente annoiato. Anzi. Kristin Hannah, Il grande inverno, Mondadori, Milano 2018, resterà il ricordo di un buon libro.

Abbarbicati

Resto qui di Marco Balzano (Einaudi 2018) racconta una storia di radici, di gente di montagna, di abbarbicati, che attraversano la guerra, che vivono una delicata realtà di confine, gente che soffre per quelle lacerazioni e per quelle divisioni su cui già per decenni si è scritto e che, in forme diverse, tutte le nostre famiglie in Italia hanno vissuto, metabolizzandole chi in un modo chi nell’altro, talora superandole, talora no. Dietro la vicenda di Trina c’è quella di un paese cancellato da una diga, di una storia che vede passare guerre, governi e ideologie totalitarie e altre che pretendono di presentarsi democratiche cambiando le forme a sostanze che restano quelle di prima, forme di potere ‘vissute dal basso’, dal punto di vista di semplici valligiani, forme di potere che nelle teorie politiche si dichiarano avversarie, ma che per i montanari producono alla fine lo stesso risultato: a Roma cambia chi comanda, ma gli amministratori, dopo la sosta della guerra, riprendono tutti i progetti di prima, come se nulla fosse successo. Cambiano le uniformi di chi fa rispettare una legge lontana, ma le tute da lavoro di chi realizza quelle leggi sono le stesse di prima. Il libro presenta una narrazione fluida dall’inizio alla fine, senza mai una caduta di tensione, senza mai scadere in eccessi, senza dover mai usare la tecnica dell’elastico della tensione che, se troppo tesa, occorre che sia allentata, perché l’elastico non si rompa; di forte impatto emotivo risulta la forma quasi epistolare che il racconto assume nel dialogo a distanza tra madre e figlia emigrata. Manca, nondimeno, un elemento per me. E chi ama la montagna e ha imparato negli anni a viverla avverte questa carenza. Non si può parlare di persone di montagna senza dimostrare di amare quel paesaggio in un modo diverso da quello del turista che di Curon oggi vede solo il campanile, che spunta dalle acque del lago di diga, il bacino artificiale che di quel paese ha di fatto cancellato radici secolari. E anche quella copertina, con la foto del noto campanile della chiesa del paese sommerso, purtroppo offre una sgradevole sensazione ‘turistica’, quasi da home page di un sito che pubblicizza vacanze. Si poteva graficamente fare di meglio. Quell’immagine appare in certo senso appiccicata lì, come se non si fosse voluto fare lo sforzo di trovare altro: quell’immagine non riesce a rendere la profondità del dramma di una comunità che noi, passando disattenti e distratti, sulla strada del passo Resia, meritiamo di conoscere come sicuramente Marco Balzano ha fatto prima di scrivere il libro (lo dichiara nella postfazione). La figura di Trina e quella di Erich, i paesani, i loro figli, i parenti, la vita del piccolo paese, la resistenza di Trina fino alla fine, il suo antieroismo che assume le forme di un eroismo più vivo di quello del più coriaceo e combattivo Erich, tutto viene raccontato attraverso personaggi ben caratterizzati, ma che si muovono su una quinta sostanzialmente inerte. Non dovrebbe essere così: quella quinta è un paesaggio vivo, quel paesaggio viene colpito e stravolto, quella valle viene completamente snaturata; meriterebbe uno spazio maggiore, diverso, più vivo e meno anonimo questo contesto ambientale, non foss’altro per il ruolo narrativo che svolge dietro e sotto tutta la vicenda. Un buon voto al libro, ma alla fine della lettura resta l’impressione che qualcosa manchi.

Non è bello esultare per la sconfitta della ragione, ma talvolta occorre

Saper scrivere mescolando stili e generi è cosa solitamente gradita al lettore appassionato di oggi. Matt Haigh lo fa in Come fermare il tempo (Edizioni e/o 2018): quello che ha come protagonista Tom può essere un esempio di letteratura di viaggio nel tempo, la presenza della società segreta degli Albatros e del personaggio, sicuramente ben riuscito, di Hendrich ne fa per certi aspetti una spy story; ma questo libro è anche una storia d’amore, un amore impossibile per la sindrome di cui soffre il protagonista costretto a lasciare l’amata Rose, un viaggio nel dolore alla ricerca della figlia Marion, affetta dalla sua stessa disfunzione, se vogliamo anche un romanzo storico, nel momento in cui il protagonista è costretto a vivere dall’età elisabettiana fino ai nostri tempi; ma il fatto che Tom sia insegnante di storia non è una scelta casuale, nella misura in cui il Tempo, che è il protagonista multiforme della Storia, diventa il vero referente delle pagine forse più dense e meglio riuscite di questo libro. E la sua professione gli tende quelle trappole che il senso di colpa puntualmente dissemina nella vita di ognuno: Tom deve parlare da professore di momenti della storia di cui è stato protagonista e che non ha dovuto studiare sui libri; e il modo in cui riesce a rendere viva la Storia non deve tradirlo. Questa è tra tutte le situazioni paradossali che Tom vive forse la più tragica. L’autore nella postfazione arriva, in questo contesto di paradosso in cui si vive inseriti sin dalla prima pagina, a parlare del libro quasi come se fosse il risultato di una seduta nello studio di uno psicoterapeuta. Una lettura plausibile. Sì, perché il libro affronta il delicato tema del valore educativo del tempo, della memoria, delle rispetto della differenza, di chi avrebbe qualcosa da insegnare ma non lo fa; e questa analisi avviene in modo profondo, rendendo il personaggio di Tom sempre più complesso e sofferente per questa sua condizione, che lui è costretto a vivere in modo sempre paradossale, sempre in bilico tra un presente che non prende mai forma e un passato ingombrante e doloroso che di forme ne ha fin troppe. Ed è per questo che vorrei che l’analisi del volume si concentrasse sul destino del protagonista condizionato dalla sindrome dell’anageria, invenzione letteraria che rappresenta il contrario della sindrome dell’invecchiamento precoce. Tom ha una possibilità che pochi possono avere, quella di vivere attraverso la Storia, fino al punto di poterla insegnare. La sua vita è come controllata da Hendrich, che nella prime righe presenta subito senza mezzi termini, con tutto il lessico del paradosso e con toni che oserei definire quasi pirandelliani, cosa significa soffrire di questa disfunzione, rivolgendosi a Tom: «Bene. Naturalmente hai il permesso di amare il cibo, la musica, lo champagne e i rari pomeriggi soleggiati di ottobre. Puoi amare lo spettacolo delle cascate e l’odore dei vecchi libri, ma l’amore per gli esseri umani è vietato. Siamo intesi? Non creare legami con il tuo prossimo, e vedi di affezionarti il meno possibile alle persone che incontri. Perché altrimenti finirai col perdere lentamente la ragione.” Tom dunque deve decidere tra l’amore e la ragione. Per secoli ha scelto la ragione, per secoli ha obbedito a Hendrich, per secoli è vissuto secondo la logica ferrea degli ‘alba’, incompatibile con quella dei comuni mortali, le ‘effimere’, arrivando a dover abbandonare la donna che aveva amato, un’effimera, e la figlia che aveva avuto, un alba come lui. Un atto d’accusa a tutto il male che la superstizione nei secoli ha riversato su ogni persona che avesse una qualche carica di differenza. Lui non invecchia e come tale è differente, e questa sua natura differente ne fa, quasi automaticamente e senza alcuna possibilità di appello, una delle raffigurazioni popolari che il demoniaco può assumere nella vita; la madre che, facendolo nascere, lo ha reso affetto da questa disfunzione, è naturalmente una strega e come tale deve essere giustiziata. Si può cantare un inno alla differenza in tanti modi; Haigh lo fa attraverso l’invenzione letteraria del paradosso dell’anageria.

Insomma, per tornare al punto di partenza, questo libro intende percorrere una strada intermedia tra il romanzo psicologico e il romanzo d’amore, con inserti di altri generi, senza poter essere incasellato. Ed è un suo merito, evidenziato del resto da tanti altri che lo hanno già recensito. Ma quello che resta alla fine dopo questa lettura, composta di frammenti di memoria e di intersezioni nel passato, è proprio la riflessione sul Tempo, che nel suo aspetto paradossale di lungo viaggio nella storia termina con un elogio di un presente tanto effimero quanto inconsistente. Una sorta di sconfitta della ragione in nome dell’amore. Non so cosa succederà a voi dopo averlo letto; vi dico quello che è successo a me: ho ripreso in mano l’undicesimo libro delle Confessioni di Agostino.

Insegnare qualcosa, senza volerlo, discretamente, è da autori che potrebbero diventare grandi

Una base autobiografica. Una cornice storica, quegli degli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, che offre una quinta importante, ma non determinante, alla struttura narrativa. Un personaggio principale, che, senza esprimere esplicitamente un’accusa, è come se lo facesse in modo discreto, vivendo in modo assolutamente normale una condizione che il mondo esterno etichetta come diversa e a-normale. Chi della convivenza con la differenza fisica qualcosa dalla vita ha dovuto imparare non potrà rimanere insensibile a questa lettura. Non capita spesso di leggere opere prime le cui parole ti attraversano e, in alcune pagine e in alcuni momenti della storia narrata, riescono a farti anche male, come avviene in Tu non ci credere maidi Alessandro Marchi (Libro/mania 2018). Aldo va in guerra nel 1935 senza sapere cosa sia l’Africa, dove sia, confondendo Libia e Abissinia, lui che, nato in un paese dell’Appennino emiliano, vede come persona lontana e appartenente a un altro mondo l’abitante della valle limitrofa (e spesso è ancora così in montagna …), che parla un dialetto diverso, talvolta addirittura difficile da comprendere. Aldo vive serenamente la meravigliosa semplicità della vita del piccolo paese, dove le sagre sono le occasioni per avvicinare le ragazze. Aldo vive il dramma della diversità dovuto alla malattia, ma senza mai capire perché venga ritenuto diverso, trattato come diverso, lui che della vita subisce ogni disavventura senza mai poter reagire. Aldo, che si innamora di una ragazza, sorvolando su un difetto fisico di lei che è nata con una malformazione a una gamba che la rende zoppa, diventa lui stesso un monumento vivente alla difficoltà di accettare la differenza, quando deve affrontare, senza armi per poter combattere, una struttura sanitaria, che lo relega in manicomio sulla base di un certificato redatto da un medico militare. Aldo perde Caterina nelle tragiche vicende del passaggio del fronte, ma questo non gli impedisce di mantenerne il ricordo nei tre figli da lei avuti, che continuerà ad amare, ma che sarà ritenuto incapace di accudire. Aldo vede girare con il fazzoletto rosso persone che pochi giorni prima esibivano la camicia nera e non riesce a darsene una ragione, ma riesce a capire una cosa tanto elementare quanto importante: che quelle persone resteranno in piedi, mentre lui precipiterà piano piano nell’abisso. Così descritto Aldo sembrerebbe un eroe. E lo è, in certo senso. Ma la scrittura di Alessandro Marchi lo tratta come un uomo che vive una condizione assolutamente comune, che vive come comunemente vivevano gli abitanti dei paesi dell’appennino, che vive la guerra senza trascinamenti ideologici e come qualcosa che gli passa attraverso la vita sopprimendo l’unica persona che aveva veramente amato, che subisce una burocrazia sanitaria disumana e asettica, in cui la sua vicenda è quella di un numero tra tanti. Il capitolo dell’incontro tra Aldo, in permesso di uscita provvisorio dal manicomio bolognese, e il piccolo Marino, l’ultimo dei figli, nato subito dopo la morte della mamma, e che di lui aveva solo sentito parlare, colloquio che si svolge nell’orfanotrofio di Arezzo, meriterebbe davvero un posto in un’antologia scolastica. E se ve lo dice un insegnante che odia l’antologia come principio in sé … Alessandro Marchi, Tu non ci credere mai, Libro/mania 2018, per leggere imparando o imparare leggendo, se preferite. Imparare cosa? Potrei rispondere con una retorica sfilza di paroloni come quelli che si leggono nei tanti provvedimenti e nei tanti verbali di riunioni dedicati all’inclusione, all’accoglienza e cosi via. Mi limito a una sola parola: ‘ascoltare’; e farlo farlo farlo mille volte questo esercizio, senza mai stancarsi, senza mai pretendere di incasellare la differenza in schemi, prima di parlare.

Il falco di Hernan Diaz (Neri Pozza, 2018) e l’indefinibile immensità della natura e dell’uomo

Non si dimentica facilmente un personaggio come questo. Non si dimentica facilmente una scrittura che riesce a raffigurarlo con una tale efficacia linguistica. Håkan Söderström è un personaggio che domina la scena con l’imponenza della sua essenza genuina, fetale, quasi primordiale. La storia che attorno a lui tesse Hernan Diaz si svolge in un paesaggio le cui forme non sono mai contenute, debordano sempre dai confini della ragione, non possono mai essere identificate su una carta. Håkan, dopo una vita in viaggio in un nulla solo apparente (per lui non esiste un futuro, esiste un passato che sfuma piano piano, resta alla fine solo un presente ‘prendere o lasciare’), alla ricerca di un fine, il ricongiungimento con un fratello smarrito, che con gli anni sfuma lentamente, non possiede altra concezione del passaggio del tempo se non il cambiamento delle forme del suo corpo smisuratamente grande, che si ripiega su se stesso e incanutisce; così come smisuratamente grande, immenso e deserto è ciò che vive, ciò che attraversa, ciò che dà sostanza alla sua persona. Ogni incontro lo mette di fronte a una dimensione estrema, che lo costringe a valicare questi confini di una ragione a lui ormai ignota, dopo anni di peregrinazioni, in ogni sua forma: non conosce una scrittura, apprende solo le parole di un linguaggio basico della lingua dell’America in cui si trova quasi per caso, dimentica piano piano quella lingua materna, lo svedese, che solo l’incontro, alla fine della sua vita e del suo viaggiare con un altro che la parla, richiama dal profondo, non conosce alcuna regola condivisa, se non quella dell’istinto di difendersi dal male. Ecco, il punto: Håkan non conosce altra legge se non quella della sopravvivenza: e questo rende immensa la sua raffigurazione. In nome del sopravvivere Håkan conserva per tutti gli anni, del cui numero lui non sa rendere conto, gli oggetti essenziali per mangiare, bere, difendersi e coprirsi. Håkan sopravvive a paesaggi estremi che hanno una comune caratteristica: sono tutte rappresentazioni in forme diverse di un medesimo deserto, il deserto in cui si attua la sua vita. Storpiato dall’inglese, il suo impronunciabile nome diventa “The Hawk”, il falco. E mentre il falco sopravvive in deserti e canyon, tra arsura e gelo, dove ogni essere è preda e dove ogni forma di umanità è, fino a prova contraria, infida, di lui nasce, in un altrove appena abbozzato, in città dominate da fenomenologie della disumanità tratteggiate in modo narrativamente perfetto (fanatici religiosi, sceriffi sadici, minatori accecati dalla febbre dell’oro, pionieri disperati, bande criminali) un’epopea che lui non conosce, che lui non vive, ma di cui lui è protagonista a sua insaputa. Una scatola di metallo con gli attrezzi per cucire e curare, una pelle di puma, un cavallo: la vita ad Håkan non ha altro da insegnare, se non che, per arrivare al traguardo, tutto questo è bastato. Il gigante, il falco, il mostro, l’essere quasi mitologico che appare ai viaggiatori rimasti intrappolati nel ghiaccio dell’Alaska dà forma a una narrazione che alla fine ricorda che i viaggi sono tanti, le direzioni possono essere le più diverse, ma alla fine si torna dove si è partiti. Senza un lamento. Nel rispetto di quelle uniche regole che è giusto apprendere dalla vita: quelle del sopravvivere. Potrebbe essere interpretato come un messaggio negativo? Qualcuno potrebbe dire che Il Falco è l’elogio della sconfitta? Non credo di poter rispondere a queste domande. Leggendo il libro, percorrendo il viaggio di Håkan ed essendo costretti a leggere la natura sempre dal suo punto di vista tanto basico quanto elementare, tanto essenziale quanto primitivo (questo riesce a realizzare Diaz dalla prima all’ultima pagina, senza mai scadere stilisticamente con scelte lessicali mai controllate, volutamente ‘estreme’) vi assicuro che non lo sarà affatto. Viaggiare con Håkan in fondo non è altro che un conferire una dimensione narrativa e quasi epica al significato della vita, che ho individuato nel sopravvivere, che altri potranno interpretare diversamente. Ma questo, alla resa dei conti, non credo debba interessare alla letteratura.

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