Figure dell’ombra

Vienna, Londra, il fronte occidentale, Ginevra, ancora Londra: sono questi gli spazi narrativi di Aspettando l’alba di William Boyd (Neri Pozza 2012): uno studio di uno psicanalista e una trincea sul fronte occidentale, teatri londinesi e pensioni ginevrine, luoghi pieni di vita e di passione e altri dove i cadaveri generano incubi e sensi di colpa. Erotismo spensierato in ambienti alla moda, case di campagna che potrebbero essere dipinte da Bonnard, dove agiscono figure che sembrano quasi eteree, e squallore spietato in uomini la cui vita non conosce scrupoli e vive in ombre che hanno però la forza di quelle di un quadro di Sironi. Gli anni sono quelli della guerra. La prima guerra mondiale. Uno stile che inizia come quello di un romanzo psicologico e finisce come una spy story, senza che gli si possano attribuire gli elementi né dell’uno né dell’altro. I personaggi dall’ombra escono piano piano alla luce attraverso i loro abiti e le loro parole, i loro gesti e i loro tic, i loro profumi e le loro pistole, i loro cappelli e i loro fucili. Due anni, dal 1913 al 1915, che intendono rappresentare un’epoca, forse – la parola è impegnativa, lo so bene – una civiltà, che vive più che la guerra, ancora la sua ombra, sempre lì accanto, onnipresente, inevitabile, indelebile; una società narrata conoscendone molto bene i dettagli, presenti in un lessico che richiederà sicuramente, almeno per qualcuno, di andare a rispolverare il vocabolario, ma senza che si avverta mai quel sentimento di virtuosistica e superficiale esibizione, che potrà generare effetti speciali, utili sicuramente per i siti di citazioni, ma che non coinvolge mai più di tanto il lettore esigente ed esperto. Il modo di fumare, i capi d’abbigliamento, i giochi di seduzione … tutto contribuisce a sentirsi parte della narrazione, come si dice di solito agli studenti quando si vuole evidenziare la maestria nella tecnica e nello stile. Non cado nella trappola: lascio ovviamente a voi questo giudizio. Il protagonista è un giovane inglese, che da dandy e attore, nel contesto un po’ malinconico ma sempre affascinante della decadente Vienna dell’Austria Felix, la guerra trasforma in un uomo cinico; cinica e anche sadica spia diventa Lysander Rief, che non manca di provare la trincea e il fronte, il cui passaggio segna proprio il cambiamento del ruolo del personaggio nello svolgersi di una trama dal ritmo veloce. Cambia il ruolo, ma non cambia lui. Dalla luce del palcoscenico passa all’ombra delle pensioni svizzere, dove si sente il fetore del fango di una palude in bassa marea, il peggio del peggio che la guerra produce: un marciume di soldi, tanti soldi, donne che si prestano a tutto per passare informazioni, inglesi, tedeschi, uomini e donne dell’una e dell’altra parte, che vendono se stessi e le proprie conoscenze per denaro, vicende personali che si intrecciano con una ragion di stato che ora chiede anche sangue e non solo denaro. Il protagonista è una persona che con la sua vita nell’ombra conosce donne, figure fondamentali nello sviluppo narrativo, tutte dotate di un fascino sempre diverso, ma di cui non si potrà mai dire se il loro ruolo di personaggio è quello di essere lì perché belle piuttosto che abiette. Donne grandi, perché anch’esse avvolte dall’ombra in cui si dipana la trama. Di quell’ombra tutte quante vivono. “Mr Lysander Rief è con ogni evidenza un uomo che preferisce i bordi ai margini delle strade, le zone buie, dove è difficile distinguere e stabilire con esattezza la natura di cose e persone. Mr Lysander Rief sembra un uomo molto più a suo agio nella fredda sicurezza dell’oscurità; un uomo felice del dubbio conforto che offrono le ombre”. In queste ombre avviene una metamorfosi. Ciò che la produce è la guerra. Le figure femminili, tutte, dalla madre alle donne che accompagnano Lysander nella sua metamorfosi, sono forse la raffigurazione di quegli anni riuscita meglio sul piano stilistico. E dunque: impressione finale? Permettete a un recensore di dire “mi sono proprio divertito”?

© 2018. Stefano Tramonti

La Distesa Solitaria

Cogliere lo spirito di una terra è possibile solo se la si vive? Esiste un genius loci? Sì. Esiste. L’ho già più volte scritto ed io stesso lo cerco laddove possibile. Certo, si può vivere anche letterariamente una terra e darne al lettore un’immagine, appunto, soltanto letteraria e assolutamente fittizia. Ma non sarà mai la stessa che vi può dare una persona che quella terra ha calcato giorno per giorno, di cui conosce i modi di vivere, di cui riconosce le persone anche solo per il modo in cui vi salutano, per il modo in cui vestono, parlano, si divertono. E infatti l’Alaska che si delinea pagina dopo pagina ne Il grande inverno di Kristin Hannah è quello che sui libri di scuola si chiamerebbe un paesaggio dell’anima, un paesaggio che partecipa di una vicenda che nel suo incredibile intreccio di dolore rappresenta in modo perfetto sul piano narrativo sentimenti come l’angoscia e il patire; percezioni che derivano non da se stessi, ma dalla convivenza con loro di chi li deve subire nel proprio corpo e che è costretto ad alimentare in se stesso come serpi che si cibano a piccoli brani della sua anima. Gli anni Sessanta finiscono per la storia del Stati Uniti con il Vietnam e con le conseguenze che nelle anime tale conflitto ha lasciato. E questo, lo sappiamo, ha dato tanto alla cultura di quegli anni e di quelli immediatamente successivi. In queste pagine si dà un altro contributo. L’ex militare ed ex prigioniero di guerra, l’eroe pluridecorato Ernt Allbright ne esce sconvolto, distrutto, annullato e il suo sconvolgimento mentale avvolge un’intera famiglia, che a lui è legata da spire inestricabili e da lui non vuole proprio districarsi. Il dolore di Ernt avvolge in un amore insano l’affetto di Cosa e Leni, che lui odia amando e che loro amano odiando. Un crescendo di situazioni drammatiche in un paesaggio limite, dove nessuna delle categorie che l’uomo moderno dà per scontate e acquisite posso avere un valore, dove la breve estate viene vissuta non come godimento e vacanza, ma come occasione per l’ansiosa raccolta di tutto quanto serve per un lungo e famelico inverno che ogni anno miete vittime, dove il vicino di casa deve essere per forza, ti piaccia o no, il tuo migliore amico, perché solo lui può salvarti da “mille modi in cui in Alaska si può morire”. Amore e dolore si avvicendano nel rapporto tra Ernt e la moglie Cora, tra Ernt e la figlia Leni, tra Leni e l’amico Matthew, due sentimenti che solo quel paesaggio riesce a rendere indistinguibili l’uno dall’altro. L’Alaska, la Distesa Solitaria, il paesaggio scelto da chi ha bisogno, come Ernt, di isolarsi dal mondo nemico e che vede il nemico ovunque, non appare come spazio narrativo solo nelle pagine iniziali e nelle pagine che precedono la conclusione. L’Alaska, necessità per Ernt, sogno per Leni e Cora, domina la scena con i suoi monti, le sue coste, i suoi ghiacci, i suoi inimmaginabili inverni, i suoi personaggi altrove introvabili, perché solo lì probabili. Questo è il punto di forza del romanzo, la cui trama tiene avvinto il lettore proprio per la capacità dell’autrice di disegnare sempre quinte mai inerti; quel ghiaccio uccide, quegli orsi e quei lupi condizionano le vita, quel buio che non finisce mai, che uccide piano piano e avvolge tutto è all’origine delle vicende che sconvolgono le vite di Ernt e di chi con lui deve convivere, la moglie Cora e la figlia Leni, le due figure femminili, due icone di un dolore di fronte al quale mai ci si arrende, che esse si trasfigurano in amore previa immancabile espiazione, che dominano la scena dall’inizio alla fine. Insomma, non mi sono certamente annoiato. Anzi. Kristin Hannah, Il grande inverno, Mondadori, Milano 2018, resterà il ricordo di un buon libro.

Abbarbicati

Resto qui di Marco Balzano (Einaudi 2018) racconta una storia di radici, di gente di montagna, di abbarbicati, che attraversano la guerra, che vivono una delicata realtà di confine, gente che soffre per quelle lacerazioni e per quelle divisioni su cui già per decenni si è scritto e che, in forme diverse, tutte le nostre famiglie in Italia hanno vissuto, metabolizzandole chi in un modo chi nell’altro, talora superandole, talora no. Dietro la vicenda di Trina c’è quella di un paese cancellato da una diga, di una storia che vede passare guerre, governi e ideologie totalitarie e altre che pretendono di presentarsi democratiche cambiando le forme a sostanze che restano quelle di prima, forme di potere ‘vissute dal basso’, dal punto di vista di semplici valligiani, forme di potere che nelle teorie politiche si dichiarano avversarie, ma che per i montanari producono alla fine lo stesso risultato: a Roma cambia chi comanda, ma gli amministratori, dopo la sosta della guerra, riprendono tutti i progetti di prima, come se nulla fosse successo. Cambiano le uniformi di chi fa rispettare una legge lontana, ma le tute da lavoro di chi realizza quelle leggi sono le stesse di prima. Il libro presenta una narrazione fluida dall’inizio alla fine, senza mai una caduta di tensione, senza mai scadere in eccessi, senza dover mai usare la tecnica dell’elastico della tensione che, se troppo tesa, occorre che sia allentata, perché l’elastico non si rompa; di forte impatto emotivo risulta la forma quasi epistolare che il racconto assume nel dialogo a distanza tra madre e figlia emigrata. Manca, nondimeno, un elemento per me. E chi ama la montagna e ha imparato negli anni a viverla avverte questa carenza. Non si può parlare di persone di montagna senza dimostrare di amare quel paesaggio in un modo diverso da quello del turista che di Curon oggi vede solo il campanile, che spunta dalle acque del lago di diga, il bacino artificiale che di quel paese ha di fatto cancellato radici secolari. E anche quella copertina, con la foto del noto campanile della chiesa del paese sommerso, purtroppo offre una sgradevole sensazione ‘turistica’, quasi da home page di un sito che pubblicizza vacanze. Si poteva graficamente fare di meglio. Quell’immagine appare in certo senso appiccicata lì, come se non si fosse voluto fare lo sforzo di trovare altro: quell’immagine non riesce a rendere la profondità del dramma di una comunità che noi, passando disattenti e distratti, sulla strada del passo Resia, meritiamo di conoscere come sicuramente Marco Balzano ha fatto prima di scrivere il libro (lo dichiara nella postfazione). La figura di Trina e quella di Erich, i paesani, i loro figli, i parenti, la vita del piccolo paese, la resistenza di Trina fino alla fine, il suo antieroismo che assume le forme di un eroismo più vivo di quello del più coriaceo e combattivo Erich, tutto viene raccontato attraverso personaggi ben caratterizzati, ma che si muovono su una quinta sostanzialmente inerte. Non dovrebbe essere così: quella quinta è un paesaggio vivo, quel paesaggio viene colpito e stravolto, quella valle viene completamente snaturata; meriterebbe uno spazio maggiore, diverso, più vivo e meno anonimo questo contesto ambientale, non foss’altro per il ruolo narrativo che svolge dietro e sotto tutta la vicenda. Un buon voto al libro, ma alla fine della lettura resta l’impressione che qualcosa manchi.

Non è bello esultare per la sconfitta della ragione, ma talvolta occorre

Saper scrivere mescolando stili e generi è cosa solitamente gradita al lettore appassionato di oggi. Matt Haigh lo fa in Come fermare il tempo (Edizioni e/o 2018): quello che ha come protagonista Tom può essere un esempio di letteratura di viaggio nel tempo, la presenza della società segreta degli Albatros e del personaggio, sicuramente ben riuscito, di Hendrich ne fa per certi aspetti una spy story; ma questo libro è anche una storia d’amore, un amore impossibile per la sindrome di cui soffre il protagonista costretto a lasciare l’amata Rose, un viaggio nel dolore alla ricerca della figlia Marion, affetta dalla sua stessa disfunzione, se vogliamo anche un romanzo storico, nel momento in cui il protagonista è costretto a vivere dall’età elisabettiana fino ai nostri tempi; ma il fatto che Tom sia insegnante di storia non è una scelta casuale, nella misura in cui il Tempo, che è il protagonista multiforme della Storia, diventa il vero referente delle pagine forse più dense e meglio riuscite di questo libro. E la sua professione gli tende quelle trappole che il senso di colpa puntualmente dissemina nella vita di ognuno: Tom deve parlare da professore di momenti della storia di cui è stato protagonista e che non ha dovuto studiare sui libri; e il modo in cui riesce a rendere viva la Storia non deve tradirlo. Questa è tra tutte le situazioni paradossali che Tom vive forse la più tragica. L’autore nella postfazione arriva, in questo contesto di paradosso in cui si vive inseriti sin dalla prima pagina, a parlare del libro quasi come se fosse il risultato di una seduta nello studio di uno psicoterapeuta. Una lettura plausibile. Sì, perché il libro affronta il delicato tema del valore educativo del tempo, della memoria, delle rispetto della differenza, di chi avrebbe qualcosa da insegnare ma non lo fa; e questa analisi avviene in modo profondo, rendendo il personaggio di Tom sempre più complesso e sofferente per questa sua condizione, che lui è costretto a vivere in modo sempre paradossale, sempre in bilico tra un presente che non prende mai forma e un passato ingombrante e doloroso che di forme ne ha fin troppe. Ed è per questo che vorrei che l’analisi del volume si concentrasse sul destino del protagonista condizionato dalla sindrome dell’anageria, invenzione letteraria che rappresenta il contrario della sindrome dell’invecchiamento precoce. Tom ha una possibilità che pochi possono avere, quella di vivere attraverso la Storia, fino al punto di poterla insegnare. La sua vita è come controllata da Hendrich, che nella prime righe presenta subito senza mezzi termini, con tutto il lessico del paradosso e con toni che oserei definire quasi pirandelliani, cosa significa soffrire di questa disfunzione, rivolgendosi a Tom: «Bene. Naturalmente hai il permesso di amare il cibo, la musica, lo champagne e i rari pomeriggi soleggiati di ottobre. Puoi amare lo spettacolo delle cascate e l’odore dei vecchi libri, ma l’amore per gli esseri umani è vietato. Siamo intesi? Non creare legami con il tuo prossimo, e vedi di affezionarti il meno possibile alle persone che incontri. Perché altrimenti finirai col perdere lentamente la ragione.” Tom dunque deve decidere tra l’amore e la ragione. Per secoli ha scelto la ragione, per secoli ha obbedito a Hendrich, per secoli è vissuto secondo la logica ferrea degli ‘alba’, incompatibile con quella dei comuni mortali, le ‘effimere’, arrivando a dover abbandonare la donna che aveva amato, un’effimera, e la figlia che aveva avuto, un alba come lui. Un atto d’accusa a tutto il male che la superstizione nei secoli ha riversato su ogni persona che avesse una qualche carica di differenza. Lui non invecchia e come tale è differente, e questa sua natura differente ne fa, quasi automaticamente e senza alcuna possibilità di appello, una delle raffigurazioni popolari che il demoniaco può assumere nella vita; la madre che, facendolo nascere, lo ha reso affetto da questa disfunzione, è naturalmente una strega e come tale deve essere giustiziata. Si può cantare un inno alla differenza in tanti modi; Haigh lo fa attraverso l’invenzione letteraria del paradosso dell’anageria.

Insomma, per tornare al punto di partenza, questo libro intende percorrere una strada a metà strada tra il romanzo psicologico e il romanzo d’amore, con inserti di altri generi, senza poter essere incasellato. Ed è un suo merito, evidenziato del resto da tanti altri che lo hanno già recensito. Ma quello che resta alla fine dopo questa lettura, composta di frammenti di memoria e di intersezioni nel passato, è proprio la riflessione sul Tempo, che nel suo aspetto paradossale di lungo viaggio nella storia termina con un elogio di un presente tanto effimero quanto inconsistente. Una sorta di sconfitta della ragione in nome dell’amore. Non so cosa succederà a voi dopo averlo letto; vi dico quello che è successo a me: ho ripreso in mano l’undicesimo libro delle Confessioni di Agostino.

Insegnare qualcosa, senza volerlo, discretamente, è da autori che potrebbero diventare grandi

Una base autobiografica. Una cornice storica, quegli degli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, che offre una quinta importante, ma non determinante, alla struttura narrativa. Un personaggio principale, che, senza esprimere esplicitamente un’accusa, è come se lo facesse in modo discreto, vivendo in modo assolutamente normale una condizione che il mondo esterno etichetta come diversa e a-normale. Chi della convivenza con la differenza fisica qualcosa dalla vita ha dovuto imparare non potrà rimanere insensibile a questa lettura. Non capita spesso di leggere opere prime le cui parole ti attraversano e, in alcune pagine e in alcuni momenti della storia narrata, riescono a farti anche male, come avviene in Tu non ci credere maidi Alessandro Marchi (Libro/mania 2018). Aldo va in guerra nel 1935 senza sapere cosa sia l’Africa, dove sia, confondendo Libia e Abissinia, lui che, nato in un paese dell’Appennino emiliano, vede come persona lontana e appartenente a un altro mondo l’abitante della valle limitrofa (e spesso è ancora così in montagna …), che parla un dialetto diverso, talvolta addirittura difficile da comprendere. Aldo vive serenamente la meravigliosa semplicità della vita del piccolo paese, dove le sagre sono le occasioni per avvicinare le ragazze. Aldo vive il dramma della diversità dovuto alla malattia, ma senza mai capire perché venga ritenuto diverso, trattato come diverso, lui che della vita subisce ogni disavventura senza mai poter reagire. Aldo, che si innamora di una ragazza, sorvolando su un difetto fisico di lei che è nata con una malformazione a una gamba che la rende zoppa, diventa lui stesso un monumento vivente alla difficoltà di accettare la differenza, quando deve affrontare, senza armi per poter combattere, una struttura sanitaria, che lo relega in manicomio sulla base di un certificato redatto da un medico militare. Aldo perde Caterina nelle tragiche vicende del passaggio del fronte, ma questo non gli impedisce di mantenerne il ricordo nei tre figli da lei avuti, che continuerà ad amare, ma che sarà ritenuto incapace di accudire. Aldo vede girare con il fazzoletto rosso persone che pochi giorni prima esibivano la camicia nera e non riesce a darsene una ragione, ma riesce a capire una cosa tanto elementare quanto importante: che quelle persone resteranno in piedi, mentre lui precipiterà piano piano nell’abisso. Così descritto Aldo sembrerebbe un eroe. E lo è, in certo senso. Ma la scrittura di Alessandro Marchi lo tratta come un uomo che vive una condizione assolutamente comune, che vive come comunemente vivevano gli abitanti dei paesi dell’appennino, che vive la guerra senza trascinamenti ideologici e come qualcosa che gli passa attraverso la vita sopprimendo l’unica persona che aveva veramente amato, che subisce una burocrazia sanitaria disumana e asettica, in cui la sua vicenda è quella di un numero tra tanti. Il capitolo dell’incontro tra Aldo, in permesso di uscita provvisorio dal manicomio bolognese, e il piccolo Marino, l’ultimo dei figli, nato subito dopo la morte della mamma, e che di lui aveva solo sentito parlare, colloquio che si svolge nell’orfanotrofio di Arezzo, meriterebbe davvero un posto in un’antologia scolastica. E se ve lo dice un insegnante che odia l’antologia come principio in sé … Alessandro Marchi, Tu non ci credere mai, Libro/mania 2018, per leggere imparando o imparare leggendo, se preferite. Imparare cosa? Potrei rispondere con una retorica sfilza di paroloni come quelli che si leggono nei tanti provvedimenti e nei tanti verbali di riunioni dedicati all’inclusione, all’accoglienza e cosi via. Mi limito a una sola parola: ‘ascoltare’; e farlo farlo farlo mille volte questo esercizio, senza mai stancarsi, senza mai pretendere di incasellare la differenza in schemi, prima di parlare.

Il falco di Hernan Diaz (Neri Pozza, 2018) e l’indefinibile immensità della natura e dell’uomo

Non si dimentica facilmente un personaggio come questo. Non si dimentica facilmente una scrittura che riesce a raffigurarlo con una tale efficacia linguistica. Håkan Söderström è un personaggio che domina la scena con l’imponenza della sua essenza genuina, fetale, quasi primordiale. La storia che attorno a lui tesse Hernan Diaz si svolge in un paesaggio le cui forme non sono mai contenute, debordano sempre dai confini della ragione, non possono mai essere identificate su una carta. Håkan, dopo una vita in viaggio in un nulla solo apparente (per lui non esiste un futuro, esiste un passato che sfuma piano piano, resta alla fine solo un presente ‘prendere o lasciare’), alla ricerca di un fine, il ricongiungimento con un fratello smarrito, che con gli anni sfuma lentamente, non possiede altra concezione del passaggio del tempo se non il cambiamento delle forme del suo corpo smisuratamente grande, che si ripiega su se stesso e incanutisce; così come smisuratamente grande, immenso e deserto è ciò che vive, ciò che attraversa, ciò che dà sostanza alla sua persona. Ogni incontro lo mette di fronte a una dimensione estrema, che lo costringe a valicare questi confini di una ragione a lui ormai ignota, dopo anni di peregrinazioni, in ogni sua forma: non conosce una scrittura, apprende solo le parole di un linguaggio basico della lingua dell’America in cui si trova quasi per caso, dimentica piano piano quella lingua materna, lo svedese, che solo l’incontro, alla fine della sua vita e del suo viaggiare con un altro che la parla, richiama dal profondo, non conosce alcuna regola condivisa, se non quella dell’istinto di difendersi dal male. Ecco, il punto: Håkan non conosce altra legge se non quella della sopravvivenza: e questo rende immensa la sua raffigurazione. In nome del sopravvivere Håkan conserva per tutti gli anni, del cui numero lui non sa rendere conto, gli oggetti essenziali per mangiare, bere, difendersi e coprirsi. Håkan sopravvive a paesaggi estremi che hanno una comune caratteristica: sono tutte rappresentazioni in forme diverse di un medesimo deserto, il deserto in cui si attua la sua vita. Storpiato dall’inglese, il suo impronunciabile nome diventa “The Hawk”, il falco. E mentre il falco sopravvive in deserti e canyon, tra arsura e gelo, dove ogni essere è preda e dove ogni forma di umanità è, fino a prova contraria, infida, di lui nasce, in un altrove appena abbozzato, in città dominate da fenomenologie della disumanità tratteggiate in modo narrativamente perfetto (fanatici religiosi, sceriffi sadici, minatori accecati dalla febbre dell’oro, pionieri disperati, bande criminali) un’epopea che lui non conosce, che lui non vive, ma di cui lui è protagonista a sua insaputa. Una scatola di metallo con gli attrezzi per cucire e curare, una pelle di puma, un cavallo: la vita ad Håkan non ha altro da insegnare, se non che, per arrivare al traguardo, tutto questo è bastato. Il gigante, il falco, il mostro, l’essere quasi mitologico che appare ai viaggiatori rimasti intrappolati nel ghiaccio dell’Alaska dà forma a una narrazione che alla fine ricorda che i viaggi sono tanti, le direzioni possono essere le più diverse, ma alla fine si torna dove si è partiti. Senza un lamento. Nel rispetto di quelle uniche regole che è giusto apprendere dalla vita: quelle del sopravvivere. Potrebbe essere interpretato come un messaggio negativo? Qualcuno potrebbe dire che Il Falco è l’elogio della sconfitta? Non credo di poter rispondere a queste domande. Leggendo il libro, percorrendo il viaggio di Håkan ed essendo costretti a leggere la natura sempre dal suo punto di vista tanto basico quanto elementare, tanto essenziale quanto primitivo (questo riesce a realizzare Diaz dalla prima all’ultima pagina, senza mai scadere stilisticamente con scelte lessicali mai controllate, volutamente ‘estreme’) vi assicuro che non lo sarà affatto. Viaggiare con Håkan in fondo non è altro che un conferire una dimensione narrativa e quasi epica al significato della vita, che ho individuato nel sopravvivere, che altri potranno interpretare diversamente. Ma questo, alla resa dei conti, non credo debba interessare alla letteratura.

Le donne di Alice Munro

Sono personaggi a-valoriali. Per questo oggi piacciono. Acquistano spessore per la loro voluta mancanza di spessore. Non esiste indagine introspettiva che li porti a scavare nel passato. Non ci sono speranze che li conducano verso un traguardo futuro. Vivono di un tempo presente quasi agostiniano, che non si può definire. Saltano irrequieti attraverso il tempo, questi personaggi. Ma attraversano anche tutti gli spazi noti a chi ne tiene i fili: le città con le loro anonime periferie che hanno smarrito ogni correlato di identità, i piccoli centri separati da enormi distanze dove tutti devono, per forza di necessità, saper fare tutto. Saltano di qua, saltano di là. Fanno tanti lavori e non ne fanno nessuno. Cercano tanti affetti e ne trovano pochi, instabili ed effimeri. E sfuggono a ogni definizione. Come definire ciò che appare narrativamente costruito per non essere definito? Come descrivere ciò che intenzionalmente manca di un contorno, appare sfumato, colpisce e resta impresso proprio per il carattere indefinito delle sue morfologie indescrivibili? Sono nomi che non si declinano, perché esprimono un’idea tanto universale quanto impalpabile. Chi vi cerca modelli, non li trova. Chi vi cerca una traccia di sentiero su cui impostare un itinerario, si smarrisce. Così facendo, agisce come loro, come quei personaggi. E forse così facendo, rinunciando a ogni pretesa di critica, rinunciando a ogni categoria adusa, rinunciando persino ai consueti canoni del recensire, esercita nel modo migliore il suo semplice mestiere di lettore.

I nostri Anni Ruggenti dal punto di vista di un veneto in terra di Romagna

Sono gli strani casi della vita che portano a leggere Il grande Gatsby, originale rivisitazione critica degli Anni Ruggenti del primo dopoguerra americano, e poi un libro scritto da un amico e pubblicato da un’associazione culturale romana: Ricordi una giovinezza troppo breve di Lorenzo Pagiaro (Campi di Carta, Roma 2017). Lorenzo è una persona che, sapendoci fare bene con le mani, ha deciso di mettere alla prova anche l’uso delle parole. Ne è uscito un libro che, ammantandolo di ironia, ci riporta agli anni del boom economico, i nostri anni ruggenti, quelli del secondo dopoguerra. Schietto è il quadro in cui si muovono quelli che sono i personaggi della vita di Lorenzo, negli anni in cui avviene la sua crescita; decisamente schietta è la rappresentazione che riceve il tormentato rapporto con il padre, su cui non vorrei soffermarmi. Ma soprattutto schietta è la rappresentazione degli oggetti della vita di quegli anni, le radio, i primi ciclomotori, i primi componenti elettronici; questi gli oggetti, autentici simboli di un’era, in cui trascorre la vita del giovane Lorenzo, figlio, come tanti di noi nati in quegli anni, di una terra che stava cambiando forse troppo in fretta. Ho apprezzato anche le pagine dedicate al servizio militare. Ma su un altro aspetto, più particolare, vorrei soffermarmi. Nelle famiglie si parlava allora un dialetto che ancora sapeva di vita contadina, ma questa stessa vita contadina, con i suoi ritmi che erano rimasti inalterati per secoli, si spegneva, si eclissava, scompariva, perdeva identità, nel momento in cui i giovani di quelle famiglie capivano che il futuro non era più tra i campi, ma sarebbe stato nell’industria, nella manifattura, nel meccanico, nel tessile, o, come dalle mie parti, nel chimico. I giovani studiavano e, se non fosse stato per quell’interessante rapporto con il padre – che non a me ma ad altri spetterebbe analizzare – anche Lorenzo forse avrebbe avuto un destino diverso. La sua vita, dalla provincia padovana, lo ha portato a Ravenna. Allora il Veneto era ancora molto povero e in Romagna il polo chimico di Ravenna attraeva a 360°: dalle campagne venete, soprattutto padovane, rodigine e veneziane (ancora si vedono nel ravennate le costruzioni in stato di abbandono di quello che fu l’Ente Delta Padano), dalle montagne forlivesi e marchigiane e da tutto il litorale adriatico, giù giù fino alla punta del Salento. La famiglia di mia mamma venne a Ravenna da Firenze (mio nonno era ufficiale pilota di Aeronautica) proprio per assistere a quella repentina trasformazione da cittadina a metà strada tra la campagna e il mare – che ancora non era il Divertimentificio della signora Coriandoli – in porto industriale al servizio di uno dei poli chimici più grandi d’Europa. Da meno di 30.000 abitanti in pochi anni la popolazione conobbe un’esplosione fino ad arrivare a poco più dei 100.000 attuali. Tutto questo in pochi anni. Come si può pensare che un processo di questo genere non abbia delle conseguenze all’interno delle famiglie? La sociologia studierà con le statistiche i dati delle migrazioni di quegli anni. Ma cosa potrà rendere meglio di un libro come quello di Lorenzo il mutare dei sentimenti che il boom economico determinò nelle famiglie, nelle singole persone. Questi libri sono sempre utili esercizi di memoria. Colmano un vuoto che le scienze umane non potranno mai riempire: dietro ai processi sociali ed economici ci sono le anime delle persone. Come quella di Lorenzo. Grazie, Lorenzo.

 

 

© 2018. Stefano Tramonti

 

Indentar

“(…) la môrta la-n s’conta. 

La môrta la-t s’insteca

indentar

e la-t fa tent buš

dóv ch’u i pasarà la tu vita.”

“La morte non si racconta. La morte ti si infila dentro e ti fa tanti buchi per i quali passerà la tua vita.” Così si conclude la poesia di Laura Turci E mi ba, Mio babbo, dedicata alla perdita del padre. Spiegare con le parole il significato rovina tutto. Bisogna scontarlo quel significato. Allora si capisce il lavoro del Tempo, che si svolge tutto indentar, dentro. Il dolore consente di andare avanti. E l’amore non si potrà mai realizzare senza scontare tutto questo gravame. Il più delle volte resta illusione, aspirazione e non si realizza proprio. L’amore non colma il vuoto e resta solo il dolore, dei due grandi motori della vita. E quei buchi lasciano solo amara, inconsolabile solitudine. L’ho provato e riprovato. E se ve lo dico, dopo avere avuto esattamente un anno fa la stessa esperienza, è perché, ci piaccia o non piaccia, le cose possono prendere molto facilmente questa piega. Basta guardarsi attorno e saper ascoltare le persone, per capire l’ineluttabilità del dolore. Grazie a lui siamo migliori o peggiori. Solo grazie a lui. Sic et simpliciter.

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