Lo smarrimento del significato di servizio

Vivere le fasi di una campagna elettorale significa assistere ad una narrazione molto particolare, in cui non si racconta una storia, ma si vive costantemente, da una parte, di evocazioni proiettate in un futuro non ben definibile, le promesse, e, dall’altra, di rievocazioni più o meno infarcite di nostalgie e di volontà di recupero del rapporto con una Tradizione, che si avverte sempre più lontana e sempre meno probabile ad attuarsi. Questa narrazione ha i suoi attori, che sono i candidati che si possono, sostanzialmente e senza timore di cadere in generalizzazioni, dividere in due categorie: da una parte abbiamo quelli di razza, che praticano la politica di mestiere, che sanno tessere trame, che dovrebbero maturare una formazione a contatto con la vita sociale ed economica e che invece si dimostrano alla prova dei fatti incapaci, perché troppo assorbiti da quella che un tempo si sarebbe detta la vocazione dell’aparatćik; dall’altra abbiamo quelli che – mi sia concessa l’espressione – fanno più tenerezza, persone piene di buona volontà, convinte di spaccare le montagne, spesso, ahimè, invasate, per una sorta di via di Damasco, che può far perdere loro il lume della ragione, spesso blandite con promesse abilmente confezionate dai primi e presentate loro come realizzabili. I primi usano abilmente i secondi che portano contributi alla lista, ma non arriveranno mai a coronare i loro sogni di gloria, perché il partito lavora naturalmente per i primi, non per loro. Parrà strano, ma si ha quasi l’impressione che questo aspetto, scontato per chi assista alla narrazione dall’esterno, non sia affatto tale, tanta è la convinzione che la perdita del lume comporta. L’aspetto paradossale della nostra narrazione è che i secondi appaiono mediamente più graditi alla gente comune, anche perché generalmente dotati di un superiore quoziente intellettivo, non foss’altro perché si sono messi in gioco convinti, in modo più o meno utopistico, di migliorare un mondo di cui sono parte attiva; mentre i primi appaiono come ingessati in parole e gesti dettati da un copione, costretti a recitare una parte in un ruolo che non conoscono, costretti a parlare di tutto, ad affrontare domande su tutto, potenzialmente dotati di un buon quoziente intellettivo, ma impossibilitati dal ruolo ad esprimerlo. Quello che ai secondi sfugge dei primi è un fatto non secondario: di buon mattino, mentre i primi hanno già letto tutti i giornali e controllato tutti i sondaggi, i secondo devono prepararsi per andare al lavoro, attratti dai quei giornali e da quei sondaggi non meno dei primi, ma costretti a sbirciarli in modo più o meno clandestino, nei brevi intervalli che lo consentono, usando inoltre i social più o meno come sfoghi, come li usa la gente comune, senza avere pagine ad hoc sapientemente costruite con i materiali forniti dal partito, come invece hanno i primi. Si ha poi un secondo momento della giornata assai delicato, che marca la differenza nella nostra narrazione che – chiedo venia – assomiglia sempre più ad un’antologia di pagine scelte: quando a sera ci si trova per l’aperitivo o la cena politica in cui devono essere presentati tutti i candidati, i secondi hanno lavorato nei ritagli di tempo o hanno sacrificato al lavoro e alla famiglia le preziose ore del fine settimana, per pensare a come fare bella figura, felici e ansiosi nell’attesa di quel momento per loro importante e a cui hanno invitato decine di amici; ma la loro delusione, che solo chi ha un po’ di esperienza avrebbe potuto prevedere, arriva nel momento in cui si rendono conto che non saranno loro i protagonisti, che loro saranno comprimari e che il loro compito è quello di non rubare rigorosamente la scena ai primi, che, mentre gli altri lavoravano nei preziosi ritagli di tempo, guadagnati con uno spirito di sevizio alla causa e una passione veramente tanto encomiabile quanto inutile alla resa dei conti, hanno invece preparato il momento con l’attenzione di un vero professionista. A questo punto la narrazione arriva a un bivio per i secondi: ci saranno quelli con qualche anno in più sul groppone, più scafati e meno permalosi, pronti ad accettare perché sanno come funziona in questi casi la macchina organizzativa, che non se la prenderanno e accetteranno di buon grado il ruolo di comprimario; purtroppo non saranno in maggioranza, perché i più reagiranno in modo diverso, si lasceranno prendere dal nervoso, si sentiranno accantonati, credevano di essere protagonisti e si trovano citati tra i tanti, credevano di presentarsi con un bel discorso che si erano preparati da giorni e invece vengono loro concessi due minuti a testa per dire nome, cognome, professione e cosa faresti di bello da grande; la differenza la fa quella famiglia a casa, che spesso i primi non hanno, quei figli che sono stati lasciato ai nonni o alle baby sitter e non capiranno perché, quel lavoro che hai trascurato durante il giorno o in cui i risultati sono stati comunque inferiori al solito, un lavoro che i primi non hanno perché per loro quello è il loro lavoro. Queste due categorie di secondi si divideranno: i primi si faranno da parte, in quanto sanno di aver dato quello che a loro era richiesto, contribuiranno nei limiti del possibile ancora alle attività del partito, l’insegnante per la scuola, il medico per la sanità, l’artigiano per la piccola impresa, il disabile per le tematiche sociali dell’inclusione, l’impiegato pubblico per i problemi del suo comparto, consapevoli del loro ruolo ben definito; i secondi dei secondi, quelli dalle belle speranze, spesso vanno veramente in crisi, perché alla delusione del mancato riconoscimento del ruolo che credevano di ricoprire in politica, si aggiungono i problemi determinatisi in casa e i minori risultati nel lavoro nel frattempo trascurato. La narrazione dovrebbe proseguire con mille esempi diversi. Ma saltiamo qualche storia e procediamo oltre.

E allora cosa succede? Qui viene il bello. I primi, i politici di mestiere, chiedono aiuto agli altri, mettono in moto le squadre, attivano meccanismi in cui le consulenze, generosamente fornite dai secondi, mai saranno riconosciute, caso mai i primi vincessero e fossero eletti. Il giochino però si rompe subito. E la politica fallisce là dove il cittadino invece la vorrebbe presente e operativa. Schumpeter disse che, nel momento in cui il cittadino si presta alla politica e non la pratica di mestiere, assume inevitabilmente atteggiamenti ridicoli e infantili. Temo avesse ragione da vendere. Come si può allora uscire dall’aporia? Una strada potrebbe essere tentata. Ma occorre un grande coraggio. La via che propongo è quella di ritenersi tutti compagni di viaggio, tutti sulla stessa barca, tutti coinvolti per il buon esito del tragitto, seppur con mansioni e competenze diverse, ma animati da quello spirito di solidale compagnia che porta la squadra alla vittoria, lo spirito di Enea e dei suoi socii, la prima espressione, seppure nella finzione letteraria, di un socialismo compiuto, effettivo e concreto, di un socialismo dal fondamento spirituale, guidato dalla forza del destino e dalla certezza della mèta. Finito il viaggio, chi viene eletto svolgerà il suo servizio, memore del fatto che di servizio allo Stato, e non di professione, si tratta. Forse è un po’ troppo weberiana la mia visione? Sinceramente, stando così le cose, non vedo alternative, se vogliamo riconquistare i giovani alla politica e soprattutto se vogliamo riappropriarci della più nobile forma di cultura che da Platone in poi sia mai stata riconosciuta: servire lo Stato e farlo memori di quella vocazione sociale ben definita per primo da Aristotele. Fare politica non significa altro che questo, alla fine della nostra narrazione: rendere un servizio allo Stato, il più alto e nobile tra tutti. 

Eppure la domanda che resta è questa e non è affatto di poco momento: come mai comprendere questo elemento per tutti fondamentale e indiscutibile, che i miei ragazzi in classe capiscono subito al volo, leggendo e traducendo i classici dal latino e dal greco, risulta invece alla prova dei fatti, nella quotidiana prassi della politica, impresa improba e titanica? Utopia un tanto al chilo? No. Rileggete bene e forse non la definireste così.

R. come K.: originali distopie a confronto

“Sono convinto (…) che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.”

Mi rendo perfettamente conto che questa frase di Ágota Kristóf è citata spesso, ma questo non toglie che a me piaccia riprenderla per parlare di un altro scrittore che ha lavorato sul tema della città immaginaria. L’autore è Marco Missiroli nel suo romanzo Il buio addosso (Tea, Milano 2011). La città è quella di R., ubicata in una non ben definita Francia, forse del sud; la presenza della lavanda nel paesaggio e l’economia della lana fanno pensare alla Provenza, ma non importa. Il romanzo è la storia di un’emarginazione e di un’espiazione, di una condanna e di una tragedia collettiva, di una dolce amicizia tra due bambini rifiutati perché diversi e di un’odiosa cattiveria eretta a sistema politico. L’economia di R. era fondata sulla produzione della lana. Ma la lana marcisce e la città di R. prende provvedimenti drastici: i bambini nati malformati sono la causa della crisi e vanno soppressi con la polvere dolce. Politica e religione vanno a braccetto. Ma una bambina, la figlia del sindaco Jerome, nata con una gamba più corta e più debole, viene salvata. La città di R. non perdona: costringe il sindaco a non farla uscire di casa. Poline la zoppa si trova a condividere la sua reclusione con un altro bambino salvato sempre dalla generosità di Jerome, Nunù il matto. Per R. è troppo: Jerome viene addormentato con la polvere dolce, Poline e Nunù costretti a restare per sempre rinchiusi nella torre in cui era vissuto il loro maestro, Gustave l’orologiaio, voluto da Jerome per dare ai due bambini l’educazione che gli altri potevano avere nella scuola, ma loro no. Nella seconda parte del romanzo Poline e Nunù sono protagonisti e danno vita a una specie di singolare famiglia nel loro isolamento nella torre dell’orologio, nel ricordo buono del babbo di lei e di Gustave, dell’amica bottegaia Marie e del gendarme Pierre: sono loro due, la zoppa e il matto, i signori del tempo, sono loro due quelli che lo possono truccare. La fiaba arriverà al suo epilogo, nel modo in cui ogni fiaba deve pervenirci, tra allegorie e simboli, nella lotta tra il bene e il male, con il tempo, signore della narrazione, che alla fine svelerà tutto.

Il racconto si svolge in modo apparentemente semplice, il finale non sorprende se si colgono attentamente i segni che l’autore lascia qua e là tra le righe e si può discutere sulle interpretazioni, sull’eccessiva oscurità di certi simboli, su una certa pretesa nell’esibire eccessivamente le tante allegorie di cui il romanzo è ricco; ma quello che resta come nota veramente positiva alla conclusione della lettura è il tono, che è quello proprio di una fiaba, in cui dolce e grottesco si fondono in un linguaggio estremamente personale e trovano così una loro particolare e del tutto originale armonia. Può piacere o no la complessità del gioco simbolico, può apparire troppo difficile ad alcuni il gioco delle allegorie. Concordo soltanto in parte: l’impressione può essere questa. Ma un libro non è forse bello anche perché lascia in noi delle domande? Dopo aver letto la Trilogia della città di K. della Kristóf chi non ha rilevato come nota positiva dei tre romanzi proprio le domande che restano inevase? Lo scrittore prosegue oggi il lavoro seguendo un suo filo. Lasciamolo lavorare. Il buio addosso merita di essere letto con l’attesa giusta, quella della fiaba.

Un merito particolare vorrei, in conclusione, riconoscere al libro: quello di aver messo al centro della narrazione il tema del rifiuto della persona emarginata e dell’ignoranza arrogante eretta a sistema, spesso con il complice contributo della religione. Solo questo basterebbe a spezzare una lancia per Marco Missiroli, perché questo obiettivo viene centrato in modo perfetto attraverso la costruzione di un messaggio affidato al codice della fiaba e ai personaggi, perfetti dal punto di vista narrativo, di due bambini che vivono, nonostante tutto l’odio che li circonda, la loro formazione e il loro riscatto.

Blog su WordPress.com.

Su ↑