In ascolto con lo spirito

Dopo l’ascolto completo della versione wagneriana del Nibelungenlied (che diventa Der Ring des Nibelungen), supportato dalle pagine di Robert Gutman e di Quirino Principe, quella Tetralogia ancora oggi ritenuta dai popoli germanici il punto di riferimento e l’elemento fondante della loro mentalità intesa come struttura antropologica profonda, assolutamente opposta nei sui postulati di base a quella dei popoli latini e mediterranei, e dopo aver raccolto su pagine sparse centinaia di appunti e di riferimenti non solo alle saghe nordiche, ma anche a Novalis, Marx, Feuerbach, Schopenauer, Storm, Bretano, Uhland, von Chamisso, Eichendorff, mi è chiaro perché quei popoli abbiano nel sangue la convinzione della Überlegenheit, perché avvertano un’insaziabile sete di Vorherrschaft, perché siano così diversi nei comportamenti e soprattuto nel relazionarsi con gli altri, perché non sia possibile tradurre alcune loro parole che corrispondono a valori inesistenti nelle culture dei popoli del sud. I momenti di gioia non sono mai ambientati al sole o nella luce, ma sempre nelle tenebre di una notte quasi da romanzo gotico; l’euforia non è la gioia di una comunità che sbandiera vessilli in una piazza, come avviene nella coeva cultura risorgimentale nostrana, ma la deflagrazione di un fuoco interiore che a pochi è dato condividere e tra pochi intimi deve essere partecipato; il romantico Wanderer si arricchisce nelle statuarie individualità wagneriane di tutta l’ineffabile complessità del pastore errante leopardiano, evolvendosi però in paradigma di vittoria sulle forze del male; le negazione delle certezze positivistiche approda ad una spiritualità intensa e tipicamente germanica, in nome di una schopenaueriana idea di nostalgia; l’elogio marxiano della cultura popolare si coniuga perfettamente con l’idea di una pace intesa solo come tregua fra guerre, nelle quali sole si manifesta autenticamente la virtù e la nobiltà d’animo dei titanici personaggi; l’esaltazione dell’eroismo interiore di Siegfried contiene affermazioni che addirittura evocano le complesse pagine anarchiche di Max Stirner. C’è un mondo di idee e di valori che sottostà ad ogni verso, ad ogni parola, ad ogni Begriff (una parola che non riesco mai a tradurre in italiano), che aiuta a capire come e perché sia arduo comprendere una mentalità dalle strutture così peculiari, così autenticamente spirituale, così caratteristica di una terra e di una cultura ben precisa che ancora oggi la studia, la ama e la pratica. Re Ludwig, quando gli fu detto dai progettisti che non sarebbe stato possibile erigere a Monaco il Festspielhaus, il tempio ancora oggi dedicato esclusivamente alle opere del suo amico Wagner, e quando gli fu proposta come sede Bayreuth, volle espressamente che la struttura non fosse nel centro della cittadina, ma isolata su una collina che la dominava discretamente da lontano, perché in effetti “Wagner non si applaude con urla sguaiate, si medita in ascolto spirituale”, disse un giorno Piotr Ilic Ciajkowskij, che delle prime al Festspielhaus fu critico musicale, e che soprattutto tedesco non era.

La paura

La politica è l’arte più nobile che esista. Politica significa occuparsi dello Stato, ossia della comunità di cui si è parte. Con questo significato il vocabolo nasce in Grecia, dove però non si dava affatto per scontato che affidare la politica interamente al popolo fosse la soluzione ottimale. Molti greci non si fidavano della democrazia e ritenevano che una gestione affidata ad una rigorosa selezione di “migliori”, meglio se anziani ed esperti, fosse una garanzia contro derive demagogiche, fideismi in figure effimere di capipopolo, giustizialismi che potevano diventare solo uno strumento per sfogo di rancori repressi, acrimonia, animosità interne di varia genesi e natura. Non mancava nemmeno chi era convinto che persino una guida individuale autorevole, come fu per Atene quella di Pisistrato, potesse essere un’alternativa migliore alla democrazia. Ma per loro la democrazia era diretta, non vi erano delegati deputati a rappresentare in alto le istanze dal basso: questo significava che un’assemblea plenaria di migliaia di persone, la più parte impreparata, poteva facilmente muoversi in modo ondivago, seguendo chi urlava di più e chi meglio maneggiasse la retorica, e non chi avesse più valori e sapienza logico-argomentativa. Non solo. Non vi era la separazione dei poteri: il che significava che, se tra i magistrati uno si fosse macchiato di una qualsiasi forma di oltraggio alla sua carica istituzionale, sarebbe stato giudicato da una giuria espressione dello stesso potere politico che lui incarnava con la sua persona. Insomma, la guerra del Peloponneso con la degenerazione demagogica degli ultimi anni mise a nudo tutte le imperfezioni della macchina di governo democratica, dando le leve del potere in mano a persone non solo inadeguate, ma il cui fine era più la soppressione del dissidio interno che la guerra a quello esterno. Da allora fu solo crisi della politica, fu solo elaborazione teorico-filosofica senza applicazione pratica, perché la guerra aveva impoverito tutto e tutti, aveva privato le città di uomini giovani e forti predisposti al futuro e aveva lasciato solo anziani rivolti al passato. Così la storia della pòlis, dopo aver vissuto stagioni di alti e bassi, finì schiacciata dalla monarchia militare macedone e da allora la Grecia fu solo una provincia tra le tante di imperi altrove governati. La democrazia, uno strumento politico tanto bello quanto difficile da usare, aveva fallito il suo obiettivo di mettere il popolo al centro e la Grecia era ritornata al punto di partenza: era partita dai principi micenei e dai loro potentati verticistici e autoritari ed era tornata nelle mani di re che si consultavano solo con un ristretto numero di consiglieri. La grande cultura che le diede gloria nel passato si rintanò nelle corti e nelle biblioteche, negli studi scientifici e filologici, nella poesia e nella letteratura per pochi amici, nei cenacoli: nessuno scriveva più per la gloria della patria, nell’interesse del suo popolo; si scriveva per se stessi o per pochi intimi. La politica era tornata nelle mani dei re-soldato, perché le alternative non avevano dato i frutti sperati.

Questa non è storia antica: questa è la stessa storia che descrive l’evoluzione della cosiddetta civiltà occidentale da quando realizza per la prima volta compiutamente la democrazia in Inghilterra e Francia a quando ritorna nelle mani dei politici-soldato proprio a causa del fallimento degli obiettivi democratici, per la disillusione del popolo negli strumenti della rappresentanza, per l’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di persone non elette, per la palese impreparazione della classe politica, per la burocrazia e la partitocrazia che danno vita a caste di arroganti e intoccabili. Le grandi democrazie occidentali sono in crisi per questo: non hanno saputo governare i processi di crescita dei poteri finanziari, delle lobby dell’energia e della comunicazione, che sono diventati dominanti e che manovrano come marionette i politici stessi.

Come sempre in questi casi, la mancanza di fiducia nella guida determina il sentimento di sbando della comunità; da qui la paura che, come mirabilmente scrisse Vittorio Alfieri, “è quella che governa il mondo”.

Amici

Il Fato sa essere anche garbato. Solo oggi, venendoti a salutare, ho scoperto che lì accanto a te, in uno di quei tumuli di terra sabbiosa sotto i pini del cimitero, è arrivato un tuo amico, partito l’11 gennaio, poche ore dopo di te. Che bello vedervi insieme! E oltretutto tutti e due con la stessa risata schietta, che esplodevate sotto i portici del centro, quando vi incontravate. Conservo ancora la Minolta manuale che Giulio ti consigliò e che mi procurò, quando volesti farmi il regalo per la maturità. Correva l’anno 1982. Anche oggi sei riuscito ad insegnarmi qualcosa: che il Fato sa essere riconoscente, mettendoti accanto una brava persona, appassionata come pochi del suo lavoro; per noi che lavoriamo in centro era un piccolo pezzo di storia, se vogliamo, della nostra piccola città. Chi non conosceva Giulio! Si fanno eco tra di loro nel mio cuore le vostre battute in romagnolo, anche se quello di Giulio era un romagnolo decisamente più urbanizzato, meno memore di quelle radici terragne che tu fieramente avevi conservato. Garbato e riconoscente sa essere il Fato. E anche oggi riesci a farmi ritornare a casa sereno. Grazie.

Tre mesi fa …

Tre mesi fa a quest’ora riportai a casa la mamma che, dopo essere stata in ospedale tutto il giorno con te, era molto stanca. Mi stringevi la mano. Sapevi che le forze ti stavano lasciando. Lì rimase con te Maria Teresa. La mamma non poteva essere lasciata sola. Io a casa mia, lei a casa sua, ma vicini, non dormimmo ovviamente quella notte. Aspettavamo la chiamata ed eravamo lì con te. Chiamata che arrivò alle 5 del mattino. Sappi che da allora ogni giorno indosso qualcosa di tuo: è come averti sempre con me; e oggi ho guardato insieme a te quella Parigi – Roubaix che tu non avresti perso per nulla al mondo. Anche in bici oggi pensavo a te, che sulla bici mi portavi a scuola da bambino ogni giorno e mi venivi a riprendere la sera. Quant’era bello attraversare al buio la città scomodamente seduto sul cannone della tua Legnano! È uno dei ricordi più belli. Tre mesi sono passati, ma tu sei sempre qui. Tutto respira di te.

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