Il leccio di Teresa

In una terra antica i cui ulivi hanno radici che sono come braccia che, protendendosi dal suolo, non ti vorrebbero mai lasciare andare, vicina a un mare che nella stagione estiva sembra sentire proprio dei turisti, non suo, in una masseria dove nasce e muore un’utopia giovanile, tra sogni e fantasticherie da una parte, amare delusioni e gravi errori dall’altra, si distende la vicenda di Teresa. Quella terra dà vita e per questo Teresa la ama a tal punto, che tutta la narrazione sembra pervasa dall’ossessivo desiderio di una maternità, di avere un figlio a qualunque costo, a lungo atteso e sempre negato, un figlio che possa nutrire lo stesso rispetto verso la terra che lo ha generato. Tre ragazzi, diversi nelle origini, ma che un sogno comune unirà – nient’altro che l’utopia di tanti giovani di vivere in un ‘mondo migliore’, si potrebbe dire senza temere di scadere nello scontato – s’intrufolano nel racconto, ancora ragazzini, entrando furtivamente di notte nella proprietà del babbo di Teresa per fare il bagno nella piscina, mentre lei li vede dalla sua camera; tutti e tre insieme combattono contro un destino, formando intorno a Teresa una corona di sentimenti dolci e irruenti allo stesso tempo, come dolce e irruento può essere il vento che bagna e inaridisce quella stessa terra, come dolci e irruenti sono i caratteri degli altri personaggi che imprimono nel bene o nel male una direzione al destino di ciascuno di loro. Quei tre ragazzini, che di notte entreranno nella piscina del babbo di Teresa, segnano tutti a modo loro la vita della ragazza, con l’amicizia, con l’amore, che è soprattutto amore per la vita. Bern e suo fratello Tommaso portano le stigmate del disastro della famiglia in cui sono nati, dell’istituto da cui lo zio Cesare li ha presi in affidamento per farli crescere insieme al figlio Nicola, come fratelli, in un clima pervaso da una spiritualità non convenzionale, dal significato atavico di una tradizione che ha il sapore amaro e il carattere rude della terra e fa a botte con quello dei riti del calendario; il luogo che costituisce l’anima di questa narrazione è una masseria attigua alla casa in cui i genitori di Teresa trascorrono le loro estati, che passerà nelle mani di lei, che a sua volta con i soldi ricavati dalla vendita della casa che fu dei genitori acquisterà la masseria stessa, il teatro dell’utopia, dei sogni, delle delusioni, delle tragedie che scandiscono il ritmo della lettura. La forza dei personaggi sta nella loro differenza. La riservatezza di Nicola, le contraddizioni di Bern, le debolezze di Tommaso, l’energia di Teresa sono i punti di partenza di un racconto ricco di tensione dall’inizio alla fine, in cui il dolore e la tragedia fanno da contrappunto costante e immancabile all’amore. Se alla fine di tutto resterà soltanto un leccio e un libro sepolto sotto di esso, nella terra a cui le radici tengono abbarbicato quell’albero, da cui Teresa sente di non potersi separare (perché con gli alberi ci viene ricordato che si può instaurare un dialogo), se alla fine la prosa troverà la sua serenità solo dopo aver espiato dolori e tragedie, la risposta è solo in un sentimento che non avrà mai un nome, ma che, senza dubbio alcuno, non rispetta le regole della ragione. Dogmi religiosi e politici, utopie sociali e ambientali, tutto evapora nella canicola di quelle terre, tutto si disintegra di fronte alla tenacia di uno spirito che altri definirebbero indomito, ma che il personaggio di Teresa, alla resa dei conti, sa domare nel distendersi finale della prosa. Paolo Giordano con il suo Divorare il cielo dona ancora emozioni e raggiunge questo obiettivo tratteggiando caratteri forti, energici, giovani, che si ricaricano pagina dopo pagina, proprio grazie alla tensione tra i poli opposti, grazie alle sincere e incorreggibili contraddizioni di cui vivono e per cui scontano, per un destino in un certo senso inevitabile, per una necessità che non riceve una spiegazione, tutte le conseguenze, nessuna esclusa, senza potersi sottrarre nemmeno alla più tragica. Il mistero della vita, cioè la deliberata volontà di non dare una spiegazione e di lasciare che i personaggi traggano forza proprio da questa contraddizione insoluta che anima il racconto fino all’epilogo, ne esce ancor più monumentale. Alla terra, a un leccio e a un libro sepolto ai piedi di quel leccio e inumato in quella terra è affidato il compito di dialogare con Teresa. Capire che questi segni, che sembrano semplici, sono invece immensi e pervasi di un’energia capace di devastare e rasserenare una vita forse non è alla portata di tutti. Sicuramente non alla mia.

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