La volpe di Montalto

Attraversa veloce la strada. Vorrebbe nascondersi alla nostra vista, ma non può: c’è solo erba di qua e di là dalla strada dall’asfalto brusco.

Il sole è pallido. L’aria è grassa. Si respira male in salita. Il corpo non traspira per via del tasso di umidità insolito per questi pendii di alta collina. Siamo sui 700 metri di altitudine. Pedaliamo in tre, due più freschi, io un po’ meno. Ma la gamba c’è e gli accumuli di acido lattico nei muscoli sembrano un pericolo lontano. La stradina scavalca i monti che separano val Bidente dal val Rabbi, monti di pace. La serenità si trasfonde nell’anima che nel silenzio si fa paesaggio di colori, trionfo di odori, palcoscenico di armonie.

Dopo aver attraversato si è acquattata in un divano d’erba a 2 m circa dal ciglio dell’asfalto. La lunga coda si muove, le lunghe orecchie dritte spuntano immobili. Ci guarda. Ci fermiamo, lasciamo le bici e rimaniamo lì a qualche metro da lei. Mi tolgo anche gli scarpini scomodi per camminare per via delle tacchette. Mentre gli altri due restano a guardarla, io mi avvicino a lei, che non si muove. Annusa da lontano. Ascolta. Studia. Mi avvicino ancora. Sono a due metri da lei, sullo sterrato, oltre il limitare dell’asfalto. Mi siedo per terra a gambe incrociate. Ci incontriamo, ci ripassiamo le nostre memorie. La meraviglia ci sopraffà e docili io e te a lei ci abbandoniamo. Nella meraviglia di un mare di emozioni i nostri occhi si profondono in sogni, le icone prendono forma e conquistano vita.

E vedo nei tuoi occhi una vita di corse nei boschi, di salite sui sentieri in tua compagnia, di passeggiate intorno a laghi di montagna, di osservazioni di nubi che ci sorvolano veloci. E vedo nei tuoi occhi quel giorno in cui andammo al belvedere sopra il lago, dopo i campi da tennis: ci bagnammo come due pulcini. Tu me lo dicesti: “Per me prendiamo l’acqua!” E io dissi: “Allora torniamo a casa!” E tu: “Perché? non si muore di acqua! Si muore di alcool, di droga, di fumo, ma non di acqua. Di acqua si vive, non si muore.” Ecco cosa vedo nei tuoi occhi: l’acqua che non c’è in questa lunga torrida estate mediterranea, dopo tre inverni miti. Tu lo sai bene cosa vuol dire. Sei un maschio. La femmina non sarà lontana. Voi volpi state molto insieme, in coppia, e vivete in uno spazio delimitato, soddisfatte delle vostre abitudinarie cacce in paesaggi adusi.

Poi alzo lo sguardo e vedo vicino due case su due distinti poggi. Chissà come sei odiata da loro! Avranno sicuramente un fucile pronto per difendere da te i loro polli o conigli.

Di nuovo nei tuoi occhi. Ti piaccio, eh! Siamo già amici, credo. Vedo nei tuoi occhi ancora vita che fu. Vedo una salita, vedo un pendio, vedo un sentiero in cui mi manca un appiglio. Ho paura di cadere. Ho bisogno di sostegno. Non ho zampe con cui agilmente saltare da una cengia all’altra. Vedo la tua mano che mi prende e mi incoraggia: “Su manca poco e siamo al rifugio!” Il pajolo fuma e il comignolo sbuffa. L’ora tarda rende zaino e sacco a pelo in spalla ancor più gravi.

Gli occhi si chiudono. Li chiudo anch’io. Gli amici chiamano a gran voce: “Facciamo tardi! È ora di riprendere le bici! Ci siamo riposati abbastanza!” Incanto finito. Riapro gli occhi. Ti vedo correre, correre fino alla fine del prato, e poi su su fino al limitare di una macchia. Sei arrivata in alto. Hai approfittato del mio sogno per sfuggire lassù. Addio! Hai trovato forse la tua libertà. Riprendo la bici andando dietro ai due amici, ma nel pensiero sei sempre tu quella volpe di cui cerco, inutilmente, di tenere il passo. La tua alacrità mi incita; il tuo paradigma mi ammalia; la tua forza mi strega. Senza di te non sarei mai arrivato.

L’uscita è stata dura questa volta, molto dura. Ma da tre siamo diventati quattro. E il quarto ha fatto la differenza, nell’anima sempre memore e grata.

Passato che non passa

Ogni tanto senti bisogno di serenità. Leggere un post di fb in cui un amico di Bologna, un ragazzo giovane, si dichiara entusiasta dopo la visione di un film sulle atrocità commesse dai comunisti nella parte da loro occupata della Germania mi ha toccato le corde del cuore e mi ha nesso nella necessità, come dire, di registrare meglio la mira.

“Bravo! Sono molto contento che tu abbia visto quel film. Ma mi sento di dirti anche qualcosa. Non te le prendere. Ascoltami bene. Ma soprattutto, prima di tirare le tue conclusioni, leggi e rileggi più volte quello che ti ho scritto qui sotto.

Bisogna ad un certo punto capire dove passa la ‘linea di separazione’ tra la storia e la politica. I comunisti hanno inchiodato alla porta di casa dopo averlo scorticato vivo uno zio di mio babbo a Piangipane, qui nella campagna vicino a Ravenna, dopo che gli avevano ammazzato la moglie, sparandole alla schiena, mentre in bicicletta su una strada di campagna tornava a casa. Grande atto di eroismo saltare fuori da un fosso e sparare alle spalle ad una donna! Ebbene quel prode oggi è ancora vivo, ha 93 anni, ha la medaglia d’oro e con il suo petto di decorazioni è stato per anni in prima fila a tutte le celebrazioni in piazza. A lui fu detto di scrivere la storia, non ai vinti. Cosa dovrei dire io dopo aver sentito per anni parlare solo di odio politico in casa? Per anni ho sentito solo la parola “vendetta” e “verrà un giorno …” Poi ho deciso di laurearmi in storia e di mettermi sui libri, di documentarmi e farmi un’idea quanto più possibile serena dei fatti. Mi sono messo in politica nella destra nazionale come mio babbo e come mio nonno, che di storia e politica hanno sempre fatto un unicum di odio vendicativo, avendone tutte le ragioni e giurando addirittura odio al comunismo, come Annibale lo aveva giurato a Roma nelle mani del padre. Per anni neanch’io sono riuscito a separare le due cose: una era come la radice inestirpabile dell’altra. Poi, ma dopo anni e anni oggi a 54 anni posso finalmente dire di essere riuscito a vedere le cose con un occhio meno accecato da quell’odio aspro e arcigno, in cui sono vissuto immerso per tanto tempo, e con maggiore disincanto. Basta! affrontiamo le cose con lo spirito con cui è giusto che siano affrontate. Cessiamo ogni acrimonia e cerchiamo di guardare avanti e non indietro. Il passato è la nostra memoria ed è giusto studiarlo, non tirarlo per la giacca a destra o a sinistra secondo l’opportunità del momento. Hai fatto bene a vedere “Linea di separazione”; è un bel film. Ma non cadiamo nella trappola, portando in politica questi argomenti. Mia mamma ha perso anche lei uno zio a Zara, in Dalmazia: lo presero da casa di notte i partigiani ed è stato visto andare verso una spiaggia in una fila di persone con le mani sulla testa: molto probabilmente fu annegato per il solo errore di essere italiano; non era né un politico, né un militare; era un titolare di un magazzino di sementi; gli italiani là, dove non c’erano le foibe, venivano portati al largo e buttati in mare; di molti di loro non si è più avuto notizia. Questi argomenti fanno parte della storia ed è giusto che le testimonianze restino ben incise negli annali della documentazione, anche se qualcuno ha fatto e fa di tutto perché si cancellino. Oggi, però, e te lo dico da persona che condivide lo stesso cammino politico che tu hai scelto, dopo tanti anni cè bisogno dell’impegno politico per ben altre cose e su ben altri obiettivi. MI rendo contro che il tempo di solito è la medicina migliore; ma questo, no dimentichiamolo, non è un tempo qualsiasi, è purtroppo il “passato che non passa”, perché le divisioni che ha creato sono fortemente impresse nelle coscienze attraverso il passaggio delle generazioni. Siamo alla terza e ancora si sentono refoli di nostalgia per l’orrore dei totalitarismi, da una parte come dall’altra. Lasciamo tutto allo storico. Del politico c’è bisogno per ben altro! Eccome se c’è bisogno!

La mota di San Paolo in Alpe

Sassi, sassi che si sono nutriti di neve e pioggia nell’incessante e ciclico cammino della Natura, di sangue e piombo nel cessato tormento della Storia, sassi che seguono il tuo passo, lo accompagnano alla gloria che solo una cima conquistata o un valico raggiunto riescono a regalare in modo così dovizioso per l’animo. Camminare quassù, nel silenzio dominato dal vento, dove le aquile ti guardano compiaciute solo perché non vedono in te un concorrente, dove gli uccelli sentinella fischiano per segnalarti come una volpe o un lupo, dove il il trascolorare dal verde del prato al grigio della roccia avviene attraverso una molteplice iride di fiori, camminare quassù assume il significato per qualcuno di isolarsi per arricchirsi, per altri di isolarsi per stornare maligne quotidianità, dipendenze viziose, stressanti ritmi urbani, inutili modi per non mettere a buon frutto il tempo, relazioni personali spesso dispensatrici di pensieri, rancori, avversità varie. Ma è quando il silenzio lo si ascolta fermando il lento e cadenzato procedere del passo, quando si prende la pausa nell’erta, quando l’acqua scende dissetando non solo il corpo ma lo spirito tutto, è allora il momento in cui impari tante cose di te stesso che avevi ritenuto grande, e invece sei piccolo, che avevi ritenuto forte, e invece sei debole, che avevi ritenuto sicuro, e invece sei malfermo, che avevi ritenuto veridico, e invece sei menzognero, che avevi ritenuto divino, e invece sei maledettamente umilmente impietosamente umanissimo al cospetto di quell’immensità senza confini che ti si estende sopra e sotto, a destra come a sinistra. La Natura ha cacciato l’uomo da questi remoti alpeggi non più compatibili con i ritmi della modernità. La Storia lo ha richiamato quando si è trattato di combattere alla macchia. L’Immensità del tutto sola sa il sapore amaro di queste scelte, che furono tragiche, che segnarono addii, che trasformarono economie e paesaggi, che consegnarono al bastone e allo zainetto dell’escursionista della domenica, che spende per sport, ciò che fu lavoro amaro di gioie per famiglie che di poco sono vissute. Operai di oggi, urbanizzati nello stress dei ritmi della modernità, cittadini che hanno conosciuto le memorie di quella vita integrata, consustanziata negli elementi, appassionati che leggono e vogliono rivivere negli impossibili limiti posti dall’inesorabile procedere della Storia quel rapporto leale ma sempre fragile con la Natura, ricercano quelle radici calpestandole, sedendosi su quei sassi, affondando le pedule nella mota che non le nega mai e le avvolge, le segna, imprime il suo marchio di qualità. Come non vorrei mai che quella terra che la scarpa ha riportato a valle si ripulisse! Parla quella terra, comunica, ha un potere unico, che solo lei ha, quella terra …: instaura una connessione tra Natura e Storia, tra il ciclico, apparentemente impassibile e imperturbale immutare del paesaggio, dei suoi silenzi, delle sue aritmiche intermittenze e il temporale mutare del cammino terreno di una parte di umanità che sa e non sa al contempo di essere memore, partecipe di un destino condiviso. Capire significa afferrare e afferrare significa tenere fortemente in mano come si impugna un ferro, una spada; ecco, adesso io posso dire che nell’afferrarla capisco questa scarpa intrisa di Natura e intrisa al contempo di Storia. Ora capisco anch’io, come l’aquila, la mota di San Paolo in Alpe.

Inganno

La strada passa veloce sotto le ruote. I chilometri scorrono rapidi sul piccolo riquadro del computerino sul manubrio. Il vento s’inserisce tra le fessure del casco e prende il sopravvento su tutti i rumori, attira tutte le attenzioni su di sé, annulla per un attimo la percezione, ipnotizza, inebria con immagini nuove. Chiede attenzione. Spengo la musica delle cuffie e lo ascolto, il vento, continuando a pedalare sicuro di quella strada, ormai da anni percorsa, una consuetudine praticata con un malcelato sentimento rituale, quando si avverte quel richiamo. Il vento allora inizia la sua opera di artista, che sa quali corde dell’anima deve tendere; sa che può fare del bene, ma sa anche che la sua opera potrà fare del mare; non solo: sa anche che la sua opera potrebbe in circostanze diverse fare del bene, come pure del male, del bene frainteso e del male malinteso. Dipende dai colori, dipende dai paesaggi viventi, da quelli che mi circondano, che vedo, che sento, che emanano vivaci sentori, come da quelli che non vedo se non con gli occhi del tempo, sensi che nessun medico potrà mai studiare, se non ha mai avuto le chiavi di quello scrigno segreto che si chiama memoria. Lì tengo, gelosamente conservati, tutti i codici che serviranno a dare un significato a queste percezioni.

Il vento, il grande artista, mi riporta a te. Il vento ti scolpisce nel mio mondo di ombre, come l’unica figura dai contorni perfetti, ben delineati, curve ottenute con un tornio su cui hanno agito mani delicate, diligenti e perspicaci. Il vento fa ondeggiare la tua chioma, che sembra voler accennare un volo; ma è solo illusione. L’asfalto riporta alla realtà. L’artista che ti scolpisce nell’anima, insieme a quel folate, che ora portano con sé del bene, un bene malinconico, ora invece la vorrebbero sbranare, lasciando vestigia di lancinanti dolori, folate che diventano frustate, ti fa parlare dei tanti no che mi hanno deluso, ti fa ridire tutto quello che non mi hai mai detto, ti fa dare quelle spiegazioni che a lungo e invano ho atteso. Fischia, quanto fischia nel casco il vento! Urla la tua sicumera, dichiara al mondo la tua inarrivabile dolcezza. La tua immagine si staglia sempre più statuaria nel mondo di ombre che il vento, torturandomi, confonde e agita intorno a te. È una figura meravigliosa quella che vedo, è una figura che Zefiro o Borea o Clori o Aura, qualunque nome assumano, isolano da tutte le altre. E la strada sempre passa sotto le ruote, i chilometri si sommano veloci e lui adesso mi spinge da dietro, mi guida inerte sulla strada di conosco ogni curva, che assume forme amiche, amate, bramate anche in modo avido e straziante, in un senso di malinconica delusione che vede, oggi come allora, l’oggetto del desiderio andare alla deriva e allontanarsi sempre di più da questa grigia realtà d’asfalto. Dove? Mi sento spinto? Non h il controllo. Mi lascio guidare docile dalla sagace guida dell’artista della natura. Dove? Verso di te? Verso l’ennesimo diniego o verso il compimento di un agognato cammino di felicità? Verso l’ennesima illusione di un amplesso, che quella stessa natura che ora mi guida con i suoi strumenti amici, un tempo mi segnò con torture che hanno lasciato indelebili vestigia? Eppure non ho armi per difendermi. Non ho forza in questi muscoli delle gambe, che scolpiti da quella stessa natura, ora spingono sui pedali con una potenza che raramente hanno saputo dimostrare. Mi lascio guidare da lui con la stessa docilità con cui tu ti lasci scolpire e scarmigliare. Mi lascio penetrare, con le uniche, misere, spuntate lance in mio possesso, in quell’abisso di gioia vacua e futile, a cui è sempre mancato un traguardo e che non ha mai goduto il premio agognato. La tua chioma ondeggiante al soffio dell’artista divino mi guida. Sono totalmente e piacevolmente in balia degli elementi, di cui i sento parte attiva, protagonista sincero, non controfigura. Il vento domina tutto. Fischia sempre più forte! Quanto fischia fra queste fessure! E mi spinge. Mi sento penetrare in qualcosa che non è reale, che è stato sempre e solo ambito. La sindrome dell’ultimo chilometro colpisce ancora. Quanta fatica per nulla! Mi fa correre il grande scultore di paesaggi, di figure che si stagliano monumentali sui basamenti dell’anima, con titoli rubricati, figure che si ammirano come il soldato romano, più volte ferito e fiero delle cicatrici, farebbe con l’imperatore, dopo aver combattuto per lui per una vita senza averlo mai visto, come il fedele che viene da un continente lontano farebbe con il papa, come un bambino farebbe con il babbo Natale del supermercato. Lui sa dove mi fa correre. La velocità aumenta. Non sento più fatica. Fischia. Fischia ancora più forte. Quanto fischia! E si vola nel vento che mi porta a te! I filari dei peschi scorrono a destra e a sinistra, i campi di mais e di erba spagna passano come passano i giorni della vita, anche i girasoli ti seguono come un sole e la colza ingiallisce di gioia un paesaggio maledettamente bello, mentre la bici procede sotto ancor più energica guida; ogni colpo che viene inferto ai pedali da quei muscoli è espressione di una potenza che agogna una meta, come sempre ha fatto per anni, in modo indefesso, forse inutile e stolto; i tralicci si susseguono, i canali e i fiumi si superano, le case ora sono poche e rade presenze in una di quelle larghe di bonifica, che solo il vento domina. Dall’idrovora scrocia acqua, come dai capelli quel giorno, quando tutto iniziò, sotto un lampione, in un viale in ombra, le cui chiome sempre lo stesso artista scolpiva. Tra le ombre frenetiche e agitate che scorrono ai miei fianchi nel turbinio del vento, tu sei sempre più luminosa, in un paesaggio che non ha più contorni, dove ogni amplesso abbraccia figure vacue, che svaniscono come l’amata Clorinda per Tancredi. Che grande artista è il vento! Le illusioni sono i più bei desideri; e chi riesce a scolpirle nell’anima è un grande artista.

La strada si allunga sotto le ruote, i chilometri scorrono sempre e il traguardo non si avvicina. Ma, come sempre, qualcosa decide che è il momento di mettere mano ai freni. Riparte la musica nell’Ipod. Le ombre scompaiono. Con loro tutto scompare. Resta la vita di sempre, resta la strada fatta per inerzia; restano i chilometri che hanno misurato solo tempo e mai spazio, restano i peschi, il mais, l’erba spagna, i tanti tralicci, i ponti sui canali, le traverse e le scorciatoie, lo sciabordio dell’idrovora. Restano lì, scolpiti da quella mano infallibile, i giudici, immobili e severi – che tu sai sempre dove trovare e loro sanno sempre dove trovarti – di un sentenza scritta, ma mai dichiarata. Tutto torna rasserenante, ma desolatamente reale. Ancora una volta tu resti un miraggio. La strada curva, la luce cambia, il paesaggio non è più quello, le case non sono più poche e rade e il vento ora mi respinge. Non disegna più bellezza per l’animo, non scolpisce più meraviglia per lo spirito, non fa più ondeggiare la tua chioma che mi spronava alla felicità; ora frena il cammino. La sindrome dell’ultimo chilometro. Laggiù non si deve arrivare. Vuole essere ascoltato? Perché? Chi ha messo mano ai freni? Non volevo frenare. Perché la strada non corre più come prima sotto le ruote? Perché i chilometri si assommano ora stanchi e lenti su quel riquadro pieno di cifre attaccato al manubrio? Perché? Perché ho frenato? Ma sono stato veramente io a frenare? Ti cerco invano. So che sei lì, so che non sei lontana, so che sei nel vento e che lui ti porta. So che sei in buone mani, in quelle di un grande artista che non fallisce. Chi è che ha sbagliato? La strada ha deviato. Tutto è cambiato. L’asfalto passa lento sotto le ruote.

Sono sicuro di aver visto una grande conchiglia: era aperta nel vuoto, aperta nell’azzurro.

Due amici

Il Fato sa essere anche garbato. Solo oggi, venendoti a salutare, ho scoperto che lì accanto a te, in uno di quei tumuli di terra sabbiosa sotto i pini del cimitero, è arrivato un tuo amico, partito l’11 gennaio, poche ore dopo di te. Che bello vedervi insieme! E oltretutto tutti e due con la stessa risata schietta, che esplodevate sotto i portici del centro, quando vi incontravate. Conservo ancora la Minolta manuale che Giulio ti consigliò e che mi procurò, quando volesti farmi il regalo per la maturità. Correva l’anno 1982. Anche oggi sei riuscito ad insegnarmi qualcosa: che il Fato sa essere riconoscente, mettendoti accanto una brava persona, appassionata come pochi del suo lavoro; per noi che lavoriamo in centro era un piccolo pezzo di storia, se vogliamo, della nostra piccola città. Chi non conosceva Giulio! Si fanno eco tra di loro nel mio cuore le vostre battute in romagnolo, anche se quello di Giulio era un romagnolo decisamente più urbanizzato, meno memore di quelle radici terragne che tu fieramente avevi conservato. Garbato e riconoscente sa essere il Fato. E anche oggi riesci a farmi ritornare a casa sereno. Grazie.

La paura degli aequora

Percorrere l’Italia, attraversare le valli dell’Italia centrale, svalicare l’Appennino toscoromagnolo o toscoemiliano e scendere nella pianura padana per molti secoli è stato causa di paura. La pianura per gli antichi era “aequora“, ossia distese pianeggianti portatrici di rischio e pericolo tanto quanto quelle marine. Si tratta di un paradosso non facile da comprendere per l’uomo di oggi che invece dalla pianura è agevolato nei modi, nei mezzi e nei tempi di viaggio, nel superamento di ostacoli, può compiere lunghi percorsi rettilinei senza trovare impedimenti di sorta. No. Non è affatto facile. Ma è solo dalla lettura lenta e paziente delle sequenze di geografia descrittiva nei classici greci e romani che si entra in una dimensione molto particolare, recuperando quella geografia della percezione (o del comportamento) nata negli studi sociologici americani degli anni Sessanta del secolo scorso e che mai è stata sufficientemente apprezzata in Europa, dove addirittura scompare del tutto alla fine degli anni Novanta (segnalo gli studi di Paola Pagnini). Eppure servendoci proprio dell’armamentario della geografia comportamentale, possiamo arrivare a comprendere perché la pianura incute paura all’uomo antico. Tutto parte dalle potenzialità di dominio sensoriale dello spazio: fino a quando esso non viene fissato nella carta e fino a quando la carta non diventa essa stessa modalità di rappresentazione del dominio, cioè fino al tardo Rinascimento e all’inizio delle grandi navigazioni extramediterranee, fino ad allora lo spazio poteva essere dominato solo con i sensi. La descrizione di un territorio in un'”itinerario” (i testi ad un uso dei viaggiatori e poi dei pellegrini) terrestre o un “periplo” (i testi ad uso dei marinai per lo studio e la pianificazione delle rotte) non era sufficiente a collocare il destinatario nella posizione del dominatore dello spazio, perché si sapeva che si trattava di documenti passibili di modifiche, di aggiornamenti, di novità sul piano delle conoscenze antropiche e naturali. La carta consentirà all’uomo di esercitare invece una rappresentazione dello spazio come spazio da conquistare e dominare e diventerà oggetto di esibizione, status symbol da ostentare nelle grandi gallerie come quella che vollero i papi a Roma in Vaticano o nelle apposite sale delle carte geografiche come vediamo in Palazzo Vecchio a Firenze o in altre sedi di poteri signorili. L’uomo antico non ha carte geografiche; quelle poche di cui si ha notizia erano opere d’arte assolutamente prive di pretesa di precisione scientifica. Ma sopratutto all’uomo antico manca la capacità di immaginare lo spazio nella sua natura bidimensionale; per l’uomo lo spazio è un’entità che si misura “da” “a”, in senso monodimensionale, lineare. L’esploratore che viaggia non descrive la profondità di un territorio, non allora la prospettiva su ciò che non può vedere dalla linea che la sua marcia disegna sul terreno che attraversa. La sua possibilità di dominare lo spazio si limita ai mezzi di cui dispone sul piano sensoriale per esercitare tale “dominio”: Erodoto descrive ciò che vede e riferisce ciò che sente dire nei suoi tanti viaggi; gli alessandrografi, ossia i descrittori al seguito della spedizione di Alessandro il Grande, fecero la stessa cosa con una maggiore pretesa di scientificità, aggiungendo indicazioni metronomiche come lunghezze di tappe, lunghezza delle salite e delle discese, tempi delle rotte di mare. Ma restiamo sul piano della dimensione lineare; solo la carta, con la sua natura bidimensionale, aggiungere il senso della superficie a quello della linea. L’itinerario e il periplo, i generi della letteratura geografica antica, generi di letteratura odeporica, mancano completamente del senso della superficie e restano fissati sul piano dell’unica dimensione lineare “da a”. La Tabula Peutingeriana è una lunga narrazione per immagini dello spazio dell’impero in cui le terre di distendono nel senso della lunghezza, falsando del tutto la veridicità della rappresentazione, che non interessa nemmeno, in quanto il fine è quello di rappresentare le tappe di un viaggio, di un cammino “da a”, regione per regione, costa per costa. Ecco che allora, sulla base di questa capacità di percezione sensoriale monodimensionale, legata strettamente alla capacità di dominare ciò che si può direttamente vedere con i propri limitatissimi mezzi umani, lo spazio della Grecia continentale o insulare o quello dell’Italia centrale e meridionale risultano essere spazi commensurati alle capacità umane: l’occhio riesce comodamente a passare da valico a valico, da pendio a pendio, da isola a isola, da costa a isola, da promontorio a promontorio. Ma appena si perdono i riferimenti, in mare aperto o in una pianura o in un deserto, l’uomo non riesce più ad esercitare alcuna possibilità di controllo e si smarrisce sul piano della percezione dello spazio, modificando il suo atteggiamento nei confronti dello spazio, non più così facilmente divisibile, parcellizzabile, distribuibile, come era quello delle vallate, delle colline e dei declivi montuosi della parte centrale e meridionale della penisola italica o di quella continentale di quella balcanica. Ecco perché il parlare di “aequora” incute timore nei testi della letteratura classica.

Le marmotte di Gioia

Una foto molto bella diffusa in un gruppo Facebook di appassionati di montagna ha avuto centinaia di condivisioni e migliaia di like in questi giorni di vacanza: ritrae un bambino seduto in un ambiente roccioso della val di Fassa, mentre parla con una marmotta. Una foto di rara semplicità e vigore comunicativo. Ma quella marmotta e quel bambino per me hanno avuto un fascino, un potere straordinario, mi hanno riportato sul tratto del sentiero 281 nei pressi di passo Contrabbandieri, sopra il passo del Tonale, quando in mezzo alle marmotte io e Gioia abbiamo ascoltato un brano di natura, assaggiato una fetta di vita, osservato uno spettacolo di montagna, frettolosamente trattato dai più. Non c’era fretta alcuna invece per noi. Avevamo tutta la giornata per noi. Gioia si siede per terra sul limitare del sentiero, estrae dallo zainetto il cellulare, depone i bastoni e senza dirmi niente a gambe incrociate inizia ad ascoltare le marmotte e a cercare di fotografarle. Mi siedo accanto a lei e il modo in cui mi dice di fare silenzio sedendomi mi fa capire quanto l’ambiente l’abbia catturata: siamo come predatori, acquattati nel prato. Non più il ritmo cadenzato del passo degli scarponi, non più il toc toc della punta del bastone sulla terra petrosa della traccia di sentiero, non più le risate allegre di noi turisti ed escursionisti in montagna come centinaia di altri. Ora il ruolo è un altro. È il ruolo di chi non visita più quel paesaggio, non è più turista, ma cerca di farne parte, di esservi accetto, di comprenderne le tante regole non scritte che i suoi abitanti conoscono assai bene e rispettano. Facendo questo esercizio, quanti orrori potremmo evitare, penso tra e me osservando poco più in là il campo gara di downhill dove spericolati ciclisti in rampichino violentano spazi non pensati per loro. Eppure loro, le marmotte, i “fischietti di montagna”, sembrano non curarsene e fanno capolino dalle tane, corrono per i prati. Sono flash nel tempo, ma sono flash da conservare. Si stampano nitidi sulla pagina della memoria. E non vanno cancellati. Un bambino in foto che parla con una marmotta con la stessa naturalezza con cui parlerebbe al suo babbo o alla sua mamma, Gioia che a gambe incrociate richiama il mio silenzio per ascoltare gli inconfondibili fischietti di montagna sono due di questi flash che ci aiutano a capire quanto di bello abbiamo smarrito e quanto di grandioso potremmo riprenderci. Non ci vuole molto: a noi è bastato dimenticare il ritmo della marcia in salita, lo sfrecciare dei ciclisti, la frenesia che trasforma in affollata pista da sci quello spazio verde in inverno e sederci in ascolto di una delle cose più semplici e naturali di quel posto meraviglioso: i fischietti delle marmotte. Arrivati alla fine dell’escursione, una notifica del cellulare tornato in campo mi avvisa dell’arrivo di un messaggio Whatsapp. È di Gioia, è la foto di una marmotta con la didascalia: “Grazie per il silenzio di prima”.

Congedo

La comunicazione “social” mi ha deluso. Sono arrivato alla conclusione che questo è un contesto comunicativo per una nuova generazione e in cui è giusto lasciare spazio a queste persone, che forse hanno attese diverse e soprattutto diverse predisposizioni. Sono stato educato e abituato a parlare con argomentazioni di lungo respiro, con discorsi ampi e curati nell’uso della lingua italiana e non per slogan e condivisioni di foto e filmati con tre paroline inglesi. Perciò dopo 9 anni di post, in cui ho assistito non al progresso ma all’imbarbarimento della comunicazione tra offese, bufale, menzogne, gonfiature, omissioni, volgarità, maleducazione, ho deciso di congedarmi da questo spazio, in cui mi sento ormai a disagio, per quanto attiene alle discussioni e ai temi “alti”. Non è questo il mio mondo. Torno in quello che è sempre stato il mio, tra libri e letture scelte, uso della parola per crescere e far crescere; amo ricollocarmi in una cultura praticata da sempre con passione per approfondire e trasmettere valori nell’intendimento di portare gli altri in alto insieme a me e salendo io stesso insieme a loro, e non dovendomi abbassare ad un livello di abissale e non infrequentemente triviale bassezza; mi reintroduco con sommo piacere in una tradizione intesa come atto di umiltà e responsabilità nella scelta di quanto atto al progresso dell’uomo e alla formazione delle più giovani menti e non come arrogante rifiuto di ogni dialettica affidato a slogan preconfezionati o, peggio, alla diffusione, consapevolmente e scientemente deliberata, di offese e menzogne, bufale e vacue quanto illusorie chimere. Chiamatemi vecchio. Non mi offendo. Per certi aspetti è stato anche un piacere partecipare a questo canale di comunicazione, per quanto afferisce agli aspetti ludici; ma, siccome usando la bilancia pesa di più il piatto con gli aspetti negativi, preferisco ritirarmi in un mondo che forse per qualcuno sarà più elitario – e neanch’io oso negare che lo possa essere – ma che ho la personale convinzione che sia quanto meno un pochino migliore di questo che è stato, tirate le somme, deludente. Chi vuole parlare con me, mi chieda il numero di telefono e d’ora in poi le discussioni intendo tornare a sostenerle guardando l’interlocutore nelle palle degli occhi e non in una realtà che qualcuno chiamerà anche virtuale e tecnologicamente “avanzata”, ma che io invece, maturate le opportune esperienze, posso ora senza tema reputare fondamentalmente illusoria, traviante, fallace. Non elimino il profilo Facebook per ora, ma lo userò, come ho già avuto occasione di dire, solo per “nugae” (al buiédi, diciamo dalle nostre parti): foto di viaggi, di piatti, uscite in bici … Per le cose importanti continuerò ad usare WordPress.

Impariamo ad ascoltarli

Solitudine. Buio. Ansia. Insonnia. Senza farmaci, in condizioni naturali, le ore della notte possono diventare un inferno per chi soffre di quello che si chiama il “male oscuro”. Troppo spesso ne sento parlare come della malattia di chi è stato viziato e non conosce i veri dolori della vita, di chi “ha avuto tutto”; troppo spesso lo si sente trattare con risolini superficiali, con battutine da bar; il depresso non è il matto, è una persona come noi e ce ne sono in mezzo a noi più di quante immaginiate. La chiamano infatti “depressione”. E quando si parla di una persona che viene definita nei discorsi superficiali come “depressa”, pare un modo per liberarsi di un peso, una difesa per esorcizzare un problema che tutti sappiamo essere vero, ma di cui preferiamo parlare con quelle battutine e quei risolini. La conseguenza di tutto questo è che la persona che si trova sola e che soffre, soprattutto in casa e soprattutto nelle ore notturne, le più lunghe e le più brutte, si trova senza le uniche armi in cui confidava, sapendo che i farmaci sono solo palliativi e lenitivi, ma non guariscono. Tutti sappiamo che è una vera malattia, che non dipende dal benessere o da un’educazione; può nascere per un cambiamento di vita improvviso, per una malattia, un incidente, un lutto, una separazione; colpisce il ricco come il povero senza distinzione, come tutte le malattie. E con l’educazione e lo stato sociale non ha nulla a che vedere. Ha a che vedere, eccome invece, con l’ambiente circostante, con il lavoro, le relazioni e soprattutto il carattere del singolo individuo.

Facciamo un esempio di quelli che possono essere ben comprensibili perché tra i più diffusi: una separazione. Chi di noi non conosce persone separate o divorziate? Quando ero piccolo, a scuola i bambini figli di famiglie con divorzi o separazioni, nel 90% dei casi appartenenti ad una fascia sociale alta, venivano segnati a dito, non dico come lebbrosi, ma quasi, e, nella migliore delle ipotesi, trattati con un “poverino, vive senza più il babbo”, come se il babbo fosse morto. Ne ricordo alcuni di casi come questo.

Ad una separazione si reagisce secondo il carattere.

Chi prima aveva tanti amici, una fitta rete di conoscenze, il tutto favorito da un carattere estroverso, gioviale, aperto, tendenzialmente portato ad affrontare in modo positivo le situazioni della vita, solitamente reagisce bene, tanto da rifarsi una vita in tempi piuttosto veloci e da superare il breve momento di disagio iniziale. Queste persone hanno spesso il vantaggio di essere loro stesse polo di attrazione, di essere abituate a conoscenze sempre nuove; e questo le facilita nel momento in cui devono affrontare una situazione nuova come può essere appunto una separazione.

Chi invece non aveva amici, o, se ne aveva, come spesso succede, erano persone legate più al coniuge o anche ai figli, non disponendo nemmeno di una fitta rete di conoscenze, perché dotato di carattere più introverso e timido, si trova invece in seria difficoltà ad affrontare una situazione come una separazione. E qui interviene anche una differenza tra l’uomo e la donna, perché le donne riescono più facilmente a trovare, anche nelle difficoltà caratteriali, qualcuno disposto a dare loro una mano; penso di poter dire che usualmente la donna in difficoltà susciti negli altri più desiderio di essere aiutata. L’uomo invece, il più delle volte, non ha questa via d’uscita. Tanti uomini non dotati di carattere estroverso, con difficoltà a relazionarsi in modo dinsivolto tra gli altri, entrano in crisi, perché si sentono veramente soli e abbandonati da tutti. Quei pochi rapporti, di origine riflessa, che avevano avuto prima, s’interrompono improvvisamente.

Ho fatto un esempio. Avrei potuto parlare di un lutto, di un incidente che determina una nuova vita da ricominciare. Insomma, qualunque possa essere la ragione del cambiamento improvviso delle condizioni di vita, sono il carattere persone e l’ambiente circostante, non lo stato sociale o l’educazione avuta, a determinare la reazione.

Quando sento parlare di persone “depresse”, avverto un senso di ribrezzo per la superficialità con cui i casi vengono trattati, come se facesse prurito parlarne. La cosa peggiore è che, se si tratta di persone che prima erano al centro dell’attenzione, che avevano tanti amici, che amavano stare in mezzo agli altri e ci si sentivano bene, allora si assumono atteggiamenti di comprensione; se invece si tratta di persone più appartate e riservate, la discussione finisce lì e si cambia argomento. Quando pertanto si dice che il “depresso” deve cavarsela con le sue forze e non contare sugli altri, in gran parte si sbaglia, perché in realtà solo nel secondo caso questo è vero.

La persona sola si riconosce per strada. Raramente la vedete sorridere. Raramente la vedete in giro. Se frequenta un ambiente di lavoro, farà tante assenze per malattia; se è costretta per lavoro a stare in mezzo agli altri, la riconoscete perché lo fa con senso di evidente disagio. La persona sola che è costretta a stare con gli altri, perché le circostanze glielo impongono, per esempio ragioni di lavoro, o se ne sta in un angolo guardando l’orologio, oppure, se chiamata in causa per una qualsivoglia ragione, esprime il suo disagio manifestando aggressività nei gesti e nelle parole.

La cosa di cui non ci rendiamo conto e che, se stiamo attenti e cerchiamo di osservare bene le persone, di casi come quelli ce ne sono tantissimi, tutti più o meno a rischio. Se di loro non si sa più nulla, il loro caso finisce lì, proprio così come loro sono sempre vissute: nell’ombra, nel silenzio, nel generale menefreghismo della comunità a cui erano appartenute prima. Ci siamo mai chiesti come mai solo in Italia ci sono ben 48.000 persone di cui non si sa più nulla, scomparse, sparite, vanificatesi nel nulla? Che fine hanno fatto? Quanti corpi vengono trovati senza mai riuscire a capire di chi fossero stati?

Non siamo insensibili al male oscuro. Non ridiamoci sopra. Il male oscuro uccide più di tanti altri. E il disinteresse di chi ci ride sopra o lo minimizza per stornarlo da se stesso lo aggrava ancora di più. Soprattutto non pensiamo che siano errori dell’educazione o la condizione sociale a causarlo: dipende solo dalla persona, dal suo carattere, dalla sua minore facilità a relazionarsi con gli altri. Questo richiede da parte di tutti una grande capacità di ascolto. Se durante una riunione di lavoro vedete uno che prima se ne stava zitto in un angolo e poi improvvisamente sbotta in modo aggressivo, cercate di capire perché lo ha fatto, domandatevi se quella persona negli altri momenti ha comportamenti cosiddetti “normali”, se tende a incupirsi, a chiudersi in se stessa, se parla volentieri di sé, o addirittura se parla. Le persone, per essere capite e aiutate, hanno una sola necessità: quella di essere ascoltate.

La loro sofferenza si aggrava quando sono in casa propria, sole con se stesse. Ma è nelle ore della notte che il peso dell’ansia diventa per loro insopportabile. Cercano allora sollievo nei farmaci e la loro sofferenza diventa una specie di dipendenza da sofferenza. Alcune finiscono per amarla e autocompiacersi in questa sofferenza, diventando oggetto di ulteriori risolini e chiacchiere, ma sono un’esigua minoranza; ho il fondato sospetto che la maggior parte di loro finisca invece in quelle 48.000 di cui nessuno mai parla. 48.000! Sono tante, ma tante davvero …

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