Il silenzio della foglia che cade

Aveva parlato lei per tutto il tempo, da quando erano risaliti in auto, per tornare a casa dalla cena. Luca non era stato capace di ascoltarla. Era stato preso da altro. Era rimasto come impietrito da uno sguardo di Piergiorgio, uno sguardo particolarmente intenso, che aveva letto nel momento del saluto, nel parcheggio dell’agriturismo dove avevano appena cenato, uno sguardo che celava qualcosa che Luca ormai da anni avrebbe dovuto interpretare molto bene. Il modo in cui una persona riesce a imprimere nell’anima il suo suggello con un solo sguardo, anche senza una parola, come Piergiorgio aveva appena fatto, è qualcosa che riesce a condizionare il pensiero, a togliere il sonno, a incatenare i muscoli. Era preso anche da altro Luca in quel momento: una grande foglia d’acero si era posata sull’auto, mentre Luca e Barbara ripartivano, con gli occhi di lui fulminati da quello sguardo dell’amico. Mise in moto. Lo sguardo dell’amico si spense, ma solo apparentemente nel buio della notte. Si riaccese altrove, in un abisso sconvolto da eventi passati, alla ricerca della chiave per interpretare l’espressione dell’amico (lo guardava? sbriciava in lui? cercava di leggere qualcosa? o forse chiedeva qualcosa?) e di quella per dare significato a una foglia che cade. La foglia volò via. Si sollevò in alto alla partenza dell’auto. E fu richiamata indietro dal movimento dell’auto stessa, agitata. Dentro l’anima si agitò un pensiero e sulla foglia si impresse un’immagine. Barbara parlava. Senza sosta. Ma la foglia caduta e volata via parlava ancora più forte. Lo sguardo dell’amico ora gridava nell’abisso oscuro da dove all’anima risalgono soltanto allegorie di dolore.

Luca e Barbara, rincasando, furono d’accordo nel concludere che avevano trascorso, in quell’agriturismo che da tempo cercavano l’occasione per sperimentare, una piacevole serata in compagnia dei loro due amici: Grace, amica e collega di lavoro di Barbara, entrambe infermiere in ospedale, e Piergiorgio, amico di Luca, prima ex compagno di scuola e poi di studi universitari. “Curioso destino il nostro,” aveva commentato Luca un giorno a proposito del lavoro suo e di Piergiorgio. “Siamo stati prima compagni di scuola e in quella scuola ora insegno io, poi di università e di quell’università ora sei docente tu.” Era una delle tante confidenze che, alla partenza o al rientro dalle loro uscite in bici da corsa, reciprocamente scambiavano, davanti a una fetta di strudel, dal sapore settentrionale, come quello del sangue che scorreva nelle vene di Luca, figlio di emigrati veneti, e un caffè forte, dall’anima un po’ più meridionale come quella delle radici, ormai lontane, di Piergiorgio, figlio di emigrati pugliesi. Tutto questo sui tavoli del loro bar prediletto: un anonimo locale di periferia frequentato soprattutto da lavoratori del porto, con tavoli e sedie in alluminio o in plastica e rivestimenti in formica alle pareti. Il bar più improbabile per quegli scavi faticosi e dolorosi nell’anima, qualcuno potrebbe pensare; ma forse proprio per questo, come pensavano invece Piergiorgio e Luca, più gradito e sempre più apprezzato in tutti quegli anni di uscite in bici. In quel bar, in quel quartiere portuale dove tutto si mescolava, il transito del tempo attraverso le vite delle persone assumeva, lì dentro, forme speciali, come scandite dai ritmi dei turni, che, diversamente dalle persone, espressione di una varietà di dialetti e storie, erano identici, immobili, fissi da decenni. Del resto Piergiorgio e Luca stavano perfettamente al gioco: da anni la stessa fetta di strudel era immancabilmente accompagnata dal medesimo caffè ristretto e il barista o la sua commessa, che ben li conoscevano, da anni non avevano bisogno di ordini. Il tempo esigeva quei riti e compierli – lo sapevano tanto bene da non doverselo mai ricordare – era per entrambi un modo per lasciare che il tempo stesso s’insinuasse in maniera indolore in un’amicizia che di dolore ne aveva vissuto fin troppo. “In amicizia è bello anche fare cose brutte; senza amicizia è brutto anche fare cose belle. L’amicizia trasfigura il paesaggio, anche quello più apparentemente anonimo. Nel momento in cui il paesaggio diventa quinta dell’anima, ecco, è proprio allora che le categorie aduse non funzionano più per interpretare i messaggi, come quelli che può trasmettere anche un luogo che l’immaginario comune definirebbe squallido, come questo locale”, gli disse su uno di quei tavoli un giorno l’amico, con il suo lessico sempre ricercato ma mai affettato, proprio mentre Luca stava invece, assai più semplicemente, dicendo che la fetta di torta quel giorno era particolarmente buona. Il rito, l’amicizia, il tempo: temi così forti e importanti da affrontare, che facevano paura, richiedevano rispetto, imponevano puntualmente, su quei tavoli di latta con la pubblicità della birra, lunghe pause di silenzio imbarazzato, prima che uno dei due osasse, timidamente, aprire bocca, per fare domande che andavano dolorosamente a scavare nel magma di quel cratere infuocato che era per loro il tempo: ma se lo facevano, non era per certo per sterile masochismo, bensì per dare un significato più profondo a quel rito quotidiano dello strudel e del caffè e una forza maggiore a quell’amicizia così forte (“spirituale”, ebbe l’audacia di definirla Piergiorgio un giorno), che nessuno di loro due osava nemmeno pensare che potesse un giorno finire. “La volta della vita è retta da due pilastri. Tutti e due sanno che devono essere perfetti e uguali nell’esprimere la propria energia per sorreggerla. Uno si chiama amore. L’altro si chiama dolore”: era una frase che Luca aveva letto nell’unico romanzo che Piergiorgio aveva pubblicato e le cui bozze Luca aveva attentamente visionato e corretto. E quella frase per Luca aveva negli anni assunto la stessa forza dirompente dell’acqua di un torrente in piena, penetrava dappertutto, sfondava ogni resistenza, s’insinuava in ogni pertugio; e chi avrebbe mai potuto negare che quella corrente disponeva di un’energia che mai nessuno avrebbe potuto arginare?

Piergiorgio era stato uno dei più bravi a scuola. Meritava quella carriera universitaria, quantunque, come spesso capita, fosse riuscito a entrare tardi e avesse avuto necessità di svolgere lavori saltuari, per potersi mantenere gli studi e le ricerche: era, infatti, rimasto orfano di entrambi i genitori e, quindi, senza una famiglia alle spalle che lo avesse potuto sostenere, per lui tutto fu più difficile. Ma alla fine ce l’aveva fatta, perché allora la caparbietà era tra le sue migliori virtù. E Luca gli era sempre stato vicino. “Sei il mio sensale preferito,” gli disse un giorno Piergiorgio su uno dei tavoli del loro solito bar del porto, quando Luca gli trovò un libro di notevoli dimensioni da tradurre, una delle tante attività con cui Piergiorgio integrava i miseri proventi della sua collaborazione con l’università, prima di vincere il concorso ed essere assunto come ricercatore di ruolo. I libri da tradurre, Luca avrebbe voluto sceglierli per la loro qualità, se avesse potuto seguire interessi e inclinazioni, ma Piergiorgio aveva bisogno di sostegno economico e a lui servivano opere di tante pagine, non di belle pagine. Anche un manuale tecnico andava bene. Persino con il foglietto illustrativo di una scatola di preservativi trovò il modo di farlo lavorare e sorridere all’idea che qualcuno avesse bisogno di tali istruzioni. Quanto risero quel giorno, quando Luca gli disse che aveva trovato una cosa da tradurre un po’ diversa dalle solite più o meno sdolcinate raccolte di poesie e racconti di anime solitarie o pagine web di uffici turistici, che le associazioni chiedevano più spesso! Erano entrambi laureati in Lettere moderne, ma Piergiorgio aveva sempre coltivato la passione delle lingue straniere, acquisendo negli anni una riconosciuta abilità come traduttore dal tedesco e riuscendo a ottenere quelle borse di studio, che gli consentivano di fare ricerca: ottenne così prima il dottorato in linguistica, poi altri incarichi, fino a quando non vinse finalmente il concorso e poté entrare come ricercatore di ruolo, finalmente dalla porta principale, dopo essere stato costretto per anni a farsi aprire solo postierle e pertugi. Anni belli, ma anche anni di sofferenza furono quelli per la loro forte e robusta amicizia, sempre tesa come la corda di un imbrago che regge una vita e che non potrà mai permettersi di essere lasca. E Luca voleva un bene dell’anima a quel suo amico che conosceva dai banchi di scuola e per questo soffriva, quando lo sapeva in crisi. Sapeva tutto di lui? Forse era meglio dire che era convinto che pochi sapessero più di quanto sapeva lui. Il che è un po’ diverso dal pretendere di saper tutto. E solo con lui Piergiorgio si era confidato nei momenti difficili, nei tanti istanti segnati da amarezza, fasi di una vita che era doloroso ricordare, ma che costituivano – glielo ricordava sempre – i bastioni di quell’amicizia. Ma da anni, da quel giorno in cui tutto cambiò, la caparbietà non era più la sua miglior virtù. Che quello non fosse un periodo bello per lui, del resto lo aveva capito anche Barbara in quei giorni. Lo aveva capito da quel picchiettare nervoso di Luca sulla tastiera del telefonino, dal fatto che da un po’ di tempo la ascoltava distrattamente; Barbara aveva compreso perfettamente che Luca era preso da giorni da qualcosa che aveva a che fare con Piergiorgio, ma che lei non aveva il coraggio, forse neanche la reale intenzione, di indagare. Benché Barbara avesse condiviso i momenti peggiori insieme a lui, Luca del suo amico non diceva quasi nulla, neanche a lei. Era esplicita volontà di Piergiorgio: “L’amico che sa ascoltare, cerca anche di rispettare”, gli disse un giorno, come se, anziché di Luca, avesse voluto parlare di se stesso.

Barbara aveva organizzato tutto: aveva detto a Grace che avrebbe conosciuto una persona interessante, rimanendo misteriosa su chi fosse tale persona, e a Piergiorgio che avrebbe avuto una sorpresa, senza dire altro, senza scendere in ulteriori dettagli. Luca l’aveva lasciata fare, rassegnato ormai al fatto che in quei suoi giochi di prestigio, o presunti tali, Barbara fosse sicuramente imbattibile, sia come organizzatrice nella fase preliminare, sia nel momento della messa in scena; ma era altrettanto convinto che non sarebbe assolutamente successo niente tra l’amico di lui e l’amica di lei, almeno per quanto lui sapeva del suo amico. E sapeva tanto. Sapeva talmente tanto che spesso riteneva lecito chiedersi se meritasse davvero di essere il fiduciario che era stato messo a parte di un mondo di dolore e di sofferenza così impegnativo e difficile da trattare. Barbara, come sempre, era stata l’entusiasta protagonista della serata. Era un vulcano sempre in eruzione, soprattutto quando le circostanze avevano la caratteristica della novità intrigante. Aveva recitato la parte della prima donna per quasi tutta la durata della cena; aveva portato la discussione su tutti i temi che a lei piaceva di più affrontare, ammiccando talvolta maliziosamente a Luca quando non resisteva alla tentazione di addentarsi in regioni pericolose e intime. Lui scuoteva la testa e, tutt’al più, usava il colpo di gomito o il piedino sotto il tavolo per mandarle messaggi, quasi sempre inascoltati. Luca sapeva che li mandava soltanto per mettersi in pace con la sua anima. Barbara quella sera però aveva esagerato, forse per un bicchierino di troppo; aveva passato il segno quando con Grace era entrata sul tema dei vestiti usati per sedurre nelle uscite a cena e aveva detto che quello dell’amica era perfetto per raggiungere l’obiettivo. Luca non aveva avuto il coraggio, dopo l’audace provocazione di Barbara, raccolta da un sorriso di Grace, ma disapprovata da lui, di guardare l’amico in quel momento. Non erano argomenti da gettargli in faccia così brutalmente; era come dare uno schiaffo per un gesto di rabbia inconsulta a una persona innocente. Piergiorgio, che di Barbara accettava tutto, era comunque abituato ad affrontare queste situazioni. La presenza di altre persone era l’unica variabile che poteva determinare imbarazzo. E proprio per quello Luca aveva temuto.

Tornati a casa, Barbara si spogliò, appena chiusa la porta di casa, e, completamente nuda, afferrò lui per la cravatta e se lo portò in camera da letto, dicendo: “Ora facciamo quello che sono convinta stiano facendo anche Piero e Grace”. Luca invece aveva buone ragioni per non nutrire la medesima convinzione. La passione cui alludeva Barbara era forse lì in casa sua. Ma altrove no. In tutte le cose che la vedevano, non necessariamente protagonista, ma anche solo presente, Barbara era la personificazione della passione. Sì, proprio in tutte le cose. Una passione forse un po’ infantile, ma tale che trascinava in un modo che Luca non aveva timore di definire affascinante e irresistibile; anche quella sera, senza se e senza ma, Luca si lasciò trascinare da quel fascino, da quegli aromi di passione che solo Barbara sapeva diffondere intorno a lui, a cui la passione non può resistere. Del resto non era forse quello il modo migliore per dare ragione alla teoria dell’amico dei due pilastri della vita?

E proprio nel momento in cui sarebbe stato meglio che non arrivasse giunse sul cellulare di lui un messaggio, che subito lo inquietò. Luca, appena gli fu possibile, si svincolò lentamente dai tentacoli del corpo di Barbara, ancora tenacemente avvinto al suo. Dopo aver avuto ragione della sua non cedevole resistenza, sollevò il lenzuolo, si mise a sedere sul letto e accese il telefonino. Vide la notifica, aprì la chat e lesse subito il nome “Pierre”: non poteva che essere di Piergiorgio un messaggio alle due di notte. Non erano mai belli i messaggi che dall’amico arrivavano in piena notte. E l’ansia iniziò a risalire. La foglia d’acero, lo sguardo di lui … Il destino riprese il suo corso abituale, che non era quasi mai quello di un agevole tragitto in discesa. La memoria dell’anima lo riportò a momenti assai meno piacevoli di quelli appena vissuti con Barbara. Luca non si preoccupò neanche di essere ancora completamente nudo, quando si alzò e andò a sedersi su una delle due poltrone ai piedi del letto. Barbara bevve un sorso d’acqua dal bicchiere che aveva sul comodino e si girò dall’altra parte con un lungo sospiro, soddisfatta del fatto che almeno il messaggio fosse stato letto da lui a cose compiute, dopo che aveva fatto il suo dovere.

Mi sento in debito con te, Luca. Prima lei mi ha invitato in casa sua, facendomi salire su. Avevo mezz’ora da aspettare. Ho passato mezz’ora a dissimulare in modo goffo dei sentimenti che non riuscivo nemmeno a interpretare, rendendomi conto del fatto che lei è troppo diversa da me. Poi mi sono alzato e sono andato a prendere mia figlia Michela, che era alla festa del liceo e che si è divertita ballando e bevendo la sua prima vodka con una sua amica, una brava ragazza che conosce da anni e con cui sta vivendo una bella amicizia. Insomma ho trovato Michela che faceva quello che alla sua età non ho mai potuto fare; e anche se avessi potuto, forse non avrei mai voluto fare. Ho pensato a Michela tutta la notte. A lei devo pensare. Michela sta realizzando tutto quello che non ho mai realizzato, in gran parte per non aver potuto, ben inteso; ma poi, quando non ho avuto più alibi e avrei potuto, anche per non aver voluto, per una base di carattere che era inchiavardata troppo bene per poter spiccare il volo. Sono vissuto per anni come un lupo chiuso in un addiaccio, circondato da prede facili a sua disposizione, ma terrorizzato da loro. Sic et simpliciter. E ora vorrei iniziare, seguendo un tuo consiglio che non ho dimenticato, la lettura di un libro da sempre in attesa nella libreria. Non potendo fare altro, come tu sicuramente stai facendo.”

Luca, avvertendo la tensione che saliva e sentendo la necessità di trovare una posizione più rilassante, si stese e allungò le gambe dalla poltrona lungo il tappeto, mentre Barbara, la cui attenzione era stata attirata dal lungo tempo occorso a Luca per leggere il messaggio, gli chiedeva: “Era Piero?” Lei lo chiamava Piero, lui lo chiamava Pierre. Era proprio difficile rispettare la sua volontà e chiamarlo come i suoi genitori lo avevano chiamato! A Piergiorgio non piaceva essere abbreviato. “Sì, era lui. Dice solo che ha accompagnato Grace a casa, che lei lo ha invitato su e poi è andato a prendere la figlia a una festa. Dice anche che non ha sonno e che leggerà un libro.” Barbara si alzò, andò a sedersi per un attimo sulle sue ginocchia, gli diede un bacio, gli mise una mano sul petto e iniziò ad accarezzarlo. Lui le prese la mano e le disse: “Forse dovrei rispondergli.” Barbara gli disse: “Lo ha fatto salire. Tutto a posto, direi! O no?” Quanto lo faceva innervosire quel suo modo di fare! Sbrigativo, un atteggiamento talvolta irritante e insopportabile per Luca. Lo stesso atteggiamento sbrigativo con il quale era nata in Barbara l’idea di quella cenetta a quattro in un agriturismo di campagna. Andava fiera di questa sua dote e Luca ormai se n’era fatto una ragione. La assecondava in quei suoi piani, anche quando erano palesemente sfrontati e audaci, come era stato quello appena portato a termine. “Ho sonno, notte!” disse Barbara, tornando a letto, girandosi di schiena rispetto a lui e facendo sua tre quarti della coperta. Luca si rimise a sedere in posizione più naturale e pensò invece al messaggio appena arrivato dall’amico, che sapeva che non stava leggendo il libro. Barbara aveva organizzato quella cena, prima invitando la sua amica e collega Grace, cui aveva detto che avrebbe conosciuto una “persona molto interessante”, poi costringendolo ad andare a casa di Piergiorgio, fuori città, in campagna, per invitare anche l’amico, a cui parlarono solo di “una sorpresa”. La chat era sempre aperta. Il messaggio non parlava di Grace. Piergiorgio gli scriveva telegraficamente che l’aveva accompagnata a casa, che lei lo aveva fatto salire e che lui poi era andato a prendere la figlia Michela a una festa. Poi parlava della figlia e di come si era divertita, sottolineando la sua gioia per averla riportata a casa felice e ricordando che lui a quell’età non aveva avuto opportunità per godere di una tale felicità. E alla fine la similitudine del lupo in mezzo alle pecore: le può avere facilmente tutte, ma ha paura di loro. La paura lo immobilizza e, mentre gli altri possono godere dell’amore, come lui aveva appena fatto con Barbara, lui invece può solo decidere di combattere l’insonnia e la malinconia, mettendosi a leggere un libro. Un libro che non stava leggendo, pensava Luca: era insegnante di lettere, amava molto leggere, nutriva una vera passione per la buona narrativa ed era stato lui ad avergli consigliato quel libro da lui letto poco tempo prima. Anche i libri erano, infatti, un ingrediente non secondario di quell’amicizia. E delle loro letture parlavano spesso, anche durante le uscite in bici. Ma quella volta parlare di un libro non avrebbe avuto la funzione consueta, perché il libro, Luca lo sapeva, non esisteva. Doveva rispondere: conosceva fin troppo bene l’amico e aveva subito percepito che c’era qualcosa che non andava in quel messaggio. Non solo: arrivò alla conclusione che quelle parole sembravano quasi una richiesta implicita di aiuto. Lo sguardo di lui nel parcheggio e la foglia d’acero attendevano sempre la giusta chiave di lettura. “Cerca di dormire, Pierre! Buona notte!” Come si pentì di aver dato quella risposta così stupida! Aveva avuto dei sospetti sull’amico. Anzi, di più: aveva quasi la certezza che fosse in crisi e non era riuscito a trovare altre parole che “cerca di dormire!” Maledisse, stramaledisse quella sua fretta di dare una risposta purchessia. Piergiorgio non era uno con cui le parole andavano bene tutte; Piergiorgio vivisezionava le parole. Luca si alzò. Andò in bagno. Si mise il pigiama e tornò a letto. Dormire non era possibile. Il tempo passava e l’amico era sempre presente con la sua vita segnata da un destino che era stato avaro di gioie e puntellato di vari momenti difficili, che erano stati superati insieme grazie alla forza dell’amicizia. Piergiorgio, Michela, Grace, Barbara, gli amici del gruppo di cicloamatori, immagini belle e meno belle si arruffavano tra di loro, pensieri si ammonticchiavano su altri pensieri in tumuli caotici che non riuscivano a prendere la forma organica di una riflessione, di un’idea, di una forma logicamente strutturata. Il tempo passava. L’amico aveva bisogno. Lo sentiva. Quel messaggio era l’inizio di una serie. Ne sarebbero arrivati altri. Lo sapeva. Quelle parole erano un segnale da interpretare. Lo sapeva da anni. Il tempo passava. E il cuore batteva forte e l’ansia cresceva. Luca guardò l’ora proiettata sul soffitto dalla sveglia. Erano già le tre di notte. Erano le undici e tre quarti, quando sull’uscita dell’agriturismo Barbara lo aveva strattonato, dicendo che aveva freddo e che voleva andare a casa, lasciando volutamente soli Piergiorgio e Grace. Luca, divelto da Barbara, non ebbe nemmeno tempo di salutarli. Lo sguardo di lui … La foglia che cade … Lì stava la soluzione, lì era la chiave di lettura del senso di colpa che lo stava torturando da quel momento. Il suo sguardo si era incontrato per un attimo con quello dell’amico, che aveva una mano nella tasca della giacca e con l’altra lo aveva salutato, ma come se non stesse guardando lui: era un’occhiata spenta la sua verso Luca; come del resto decisamente poco passionale era il suo atteggiamento verso la bella e bionda Grace, che per l’occasione aveva indossato un vestitino corto e scollato con il manifesto intendimento di non passare inosservata. Lo sguardo di lui lo aveva colpito in modo diretto. Negli occhi di Piergiorgio c’era qualcosa di strano, qualcosa di nuovo, qualcosa che richiedeva ascolto; per tutto il tragitto in auto Luca non aveva ascoltato una parola di quello che diceva Barbara al suo fianco; per tutto il tempo aveva pensato a quello sguardo che sembrava una beffarda saetta contro di lui; per tutto il tempo non si era dato pace del fatto di averlo lasciato lì da solo. Sì, da solo, perché quella di Grace non era per Luca una compagnia: Grace, reclutata da Barbara per risolvere un problema, era paradossalmente lei un problema nuovo in quel momento. Era come se l’amico gli avesse voluto dire: “E adesso che ci faccio con questa? Mi avete messo in un bel pasticcio voi due.” No, non io, gli avrebbe voluto dire: l’idea è stata tutta di Barbara. Non prendertela con me. Prima o poi ti spiegherò. E due! Eccolo! Ore 3,02. E pensare che al suo attivo per il momento restava solo quello stupido “Cerca di dormire!” La colpa era da anni il distintivo di quelle notti in chat. Ora la colpa era quella di non aver saputo rispondere. Di colpa viveva da anni Luca nel suo avvolgente rapporto di amicizia con Piergiorgio. La teoria dei due pilastri non falliva mai.

Non ne posso più, Luca! È già la seconda crisi d’ansia da quanto sono rientrato a casa, dopo aver ripreso Michela. Ho provato a uscire in auto, ma non riesco a camminare, ho male e non so dove andare. Sedersi da solo in un bar intristisce ancora di più e non sopporto più la gente che mi guarda. Ho letto tanto tra ieri e oggi, ma non posso vivere solo con libri in mano. Sento vicina la terza crisi e ricorrerò al sedativo. Ormai è così: appena Michela se ne va, si fa il vuoto. È stato bello prima a cena. Non stavo così bene a cena da anni. Grace è sicuramente una donna molto attraente e anche simpatica. Ma poi tutto l’incanto si è ridotto alla realtà, appena Michela è uscita dall’auto ed è andata via, ritornando nella casa di sua mamma. Tutto si è spento, non appena sono tornato padrone di questa casa, che ormai è una tortura (ma tutte lo diventerebbero …). Penso a prima, sia alla bella cena, sia alla felicità di Michela dopo la festa. E penso a tutto ciò che il destino mi ha impedito di avere e di cui non potrò mai più godere, al dolore cui mi ha condannato dopo avermi illuso per tanti anni, alla vergogna con cui devo convivere e ai desolanti scenari di solitudine e miseria, di dolore e ansia, che mi si aprono sul futuro. Non ho via di scampo.” Un secondo messaggio seguì immediatamente: “Con il calmante forse riuscirò a dormire un po’. Non va bene così. Me ne rendo conto. So già quello che stai scrivendo per rispondermi. Risparmiati di dire quello che mi hai già detto tante volte. Non serve, perché tutto parte dal corpo, dal dolore, dalle tante, troppe anomalie di una vita che non trova più una motivazione, una ragione per essere goduta. Si trascinano le ore, con lo sguardo fisso al futuro, uno sguardo gravido di ansia. Un futuro che fa paura e moltiplica quest’ansia.”

Barbara si era svegliata alla notifica di quel messaggio e Luca silenziò la suoneria della chat. Non una parola su Grace. Ormai la mente di Piergiorgio era lontana da quel corpo di donna attraente, forse irresistibile per i più, ma sostanzialmente insignificante per lui in quel momento così particolare e delicato. Barbara era sicuramente convinta che i due avessero consumato una notte di piacere, allietata da quel sesso che aveva appena soddisfatto lei. Luca era convinto dell’esatto contrario: Piergiorgio avrà accompagnato Grace a casa sua, dove lei, un po’ giocherellona e civettuola lo avrà anche invitato a salire. Lui sarà stato lì per passare il tempo in attesa dell’ora in cui sarebbe dovuto andare a prendere la figlia. E poi avrà tolto il disturbo con quel suo fare a metà strada tra lo scostante e il doverosamente cortese, che pochi come Luca negli anni avevano, invece, saputo opportunamente interpretare. Luca non conosceva Grace, se non per sentito dire: da Barbara sapeva che lei e Grace erano colleghe come infermiere in ospedale e che uscivano spesso insieme per la pausa pranzo. Aveva sentito dire che era da tanti anni in Italia e che era figlia di mamma scozzese e babbo norvegese, entrambi dipendenti di una società petrolifera del porto. Altro non sapeva, se non che era molto bella. E aveva appena avuto occasione di constatare che lo era effettivamente. Ma aveva anche potuto constatare, appena la donna ebbe aperto bocca a tavola, che tra lei e il suo Pierre ci sarebbe stata una distanza da misurare in anni luce. Tutto si addiceva perfettamente allo stile di Barbara, tutto combaciava esattamente con la sua idea della vita: Piergiorgio era solo e triste, perché separato da anni; Grace era sola e triste perché separata da poco. Per Barbara questo era sufficiente, come se far nascere l’amore e l’unione di due anime fosse come mescolare acqua a farina sul piano della cucina, quando si faceva la pizza. Non l’aveva mai rimproverata per questo. Anzi, la invidiava per questa sua capacità di essere convinta che tutto in un modo o nell’altro si possa sempre risolvere. Ma l’anima con cui avevano a che fare non era esattamente come la pasta della pizza. No. Non lo era proprio. Era una pasta refrattaria e assai dura da maneggiare, molto delicata da trattare, estremamente sensibile da affrontare. Luca anche questa volta rilesse più volte il messaggio, pensando a una risposta meno banale e possibilmente anche meno stupida di quella precedente. Non una parola era stata dedicata a Grace. L’amico parlava solo della figlia Michela e della sua solitudine. Ma parlava anche della sua vergogna. Ecco cosa faceva male nell’amicizia! Il senso di vergogna. L’amico che sa ascoltare capisce la vergogna di chi è convinto di non aver più carte da giocare nella vita. La separazione era stata un colpo terribile per il suo Pierre. Luca più volte aveva avuto il sospetto che quella donna che aveva sposato, Mariangela, non fosse la persona ideale per il suo Pierre. Ancora una volta era stata Barbara quella ci aveva messo la zampino. Era nato tutto durante una vacanza in crociera, in cui loro due avevano voluto invitare l’amico, sempre troppo solo, e Barbara aveva voluto invitare Mariangela, che lavorava negli uffici dell’amministrazione dell’ospedale. Luca soffriva quando lo vedeva tornare solo dalla stazione a casa, dopo aver fatto lezione all’università, dove ora insegnava al corso per interpreti e traduttori; e poi soffriva quando, sempre solo, lo vedeva prendere l’auto, per recarsi nella sua isolata casa di campagna, che era stata dei nonni con cui era cresciuto. In quella casa lui è Mariangela erano vissuti da marito e moglie appena due anni, giusto il tempo per mettere al mondo Michela. Non aveva mai parlato di quella separazione. Per Luca era stata sin da subito una cosa inevitabile e le cose inevitabili si spiegano da sé. Non aveva neanche mai avvertito il bisogno di fare domande. Era sicuro che avrebbe avuto risposte che già conosceva. Il vero miracolo di tutta quella fugace relazione, nata mala e finita come era inevitabile che finisse, era proprio la bellezza e lo splendore di quella ragazza che ora aveva sedici anni, Michela, da sempre affezionata molto più al babbo che alla mamma. Un miracolo! Per Luca non c’era altra parola che meglio descrivesse quello che Michela rappresentava per il suo amico. Un miracolo vivente: alta, bionda, fisico atletico, occhi neri capaci di penetrare nell’anima altrui con una forza di rara energia. Un miracolo che solo la monumentale grandezza di Piergiorgio avrebbe potuto meritare, pensava Luca quando vedeva Michela. E infatti l’amico si godeva quel merito. Luca doveva però rispondere al messaggio, non pensare a Michela. Sapeva che dall’altra parte c’era una persona che già prevedeva la frase “Vorrei tanto poter fare qualcosa per te, ma non so cosa fare.” Quante volte era caduto in quella trappola! Da un po’ non ci cascava. Eppure si rendeva perfettamente conto che, anche se non avesse usato quelle testuali parole, avrebbe comunque girato attorno al problema, senza venirne a capo. E il problema restava lì, in tutta la sua monumentale e statica drammaticità. “Fa sempre più male quando i tuoi sensi sono catturati da qualcosa che non si muove, che quando invece sono attratti da qualcosa che si muove, perché ciò che si muove può andare a finire male, ma anche bene; mentre ciò che non si muove non ti dà alcuna speranza già in partenza”: glielo aveva scritto una notte, sempre in chat e sempre nel corso di una crisi. “Pierre, sai quanto ti voglio bene e quanto soffro quando sento questi toni e questa sofferenza. Non puoi continuare a tormentarti. Soffro quando sento parlare di sofferenza da parte tua. Da troppo tempo siamo amici …” Le parole di risposta gli arrivavano facilmente, ma non avevano alcun significato. Luca non se ne rendeva conto, preso com’era dalla frenesia di dare una risposta, pur di darla. Sì. Aveva commesso il secondo errore. Erano parole vuote. Meno laconiche di quelle di prima, ma ugualmente inefficaci. Colpa si aggiungeva a colpa in un’anima che, sconsolata nella tempesta, sentendosi inutile sul molo sferzato dal vento, vedeva la pace allontanarsi come una barca alla deriva, con gli ormeggi spezzati inutilmente in mano. Non era così che si consolava un’anima in preda alla devastazione come era quella di Piergiorgio. Ma a chilometri di distanza, su una chat, in piena notte, stanco e nervoso con il cellulare in mano, contagiato ormai dall’angoscia, Luca aveva fatto anche troppo. Gli occhi volevano chiudersi, ma l’anima lo impediva. Un vincolo li teneva legati da anni, dai tempi in cui correvano insieme con le loro bici sulle strade di campagna, sui rivali dei fiumi e dei canali, sui sentieri dei boschi e delle pinete. Un vincolo che non era solo di amicizia. C’era qualcosa di molto più grande, di molto più grave e importante, che li teneva l’uno vicino all’altro. C’era qualcosa che faceva male, ma che sapeva unirli. C’erano quei riti, c’era quel significato profondo del tempo. C’era una foglia d’acero che cadeva soprattutto. L’amicizia richiedeva ascolto. E l’ascolto richiede tempo. C’era un senso di colpa, che prendeva di minuto in minuto sempre la forma di una camicia di forza, di una catena, di ceppi che non consentono fughe. Riandò al messaggio e rilesse una frase: “tutto parte dal corpo, dal dolore, dalle tante, troppe anomalie di una vita che non trova più una motivazione”. Luca stava per piangere, da quanto si sentiva impotente. Non si perdonava di non avere capito una cosa elementare. Quelle erano parole di disperazione, che l’amico già in altre occasioni aveva scritto. Si rialzò senza svegliare Barbara, il cui sonno ormai era pesante. Scalzo, per non fare rumore, andò nello studio, si sedette alla scrivania, accese il computer e, senza neanche sapere per quale ragione, andò a finire nella cartella delle foto. Erano ordinate cronologicamente. In ogni cartella contrassegnata dal numero dell’anno c’erano altre sottocartelle con i nomi dei vari eventi. Fu colpito da quella con il nome Varie, inserita a sua volta in quella di un anno recente, nonostante vi fossero foto che non erano di quell’anno. La aprì e nello scorrere le foto le parole della chat gli tornarono alla mente e si collegarono alle immagini per uno di quegli automatismi che tutti vorremmo poter comprendere e controllare: “tutto parte dal corpo”, “il dolore”, ”la vergogna”, “le anomalie”. La colpa rodeva e quell’immagine del lento e silenzioso cadere della foglia che passava tra lui e l’amico iniziava a dare a quella colpa una forma; con il passare dei minuti la forma che assumeva quell’immagine dava sempre più forza alla teoria dei pilastri. Avrebbe voluto che quella foglia si fermasse proprio lì dove l’aveva colta con lo sguardo, esattamente a metà strada tra lui e l’amico; ma un forza inarrestabile l’avrebbe inevitabilmente portata in un altrove che non aveva ancora la forza di guardare, di cui non aveva ancora la forza di ammettere l’esistenza. Era una drammatica narrazione di dolore quella che stava prendendo forma nella mente di Luca davanti allo schermo del computer acceso. Quelle foto erano lì a parlare di dolore, vergogna, anomalie. Quelle foto eranola colpa, ne costituivano la forma più autentica e sadicamente malvagia. E tutto parte dal corpo. E tutto era lì, spudoratamente squadernato davanti a lui, senza ritegno alcuno. Quella serie di foto capitate – non per caso – davanti ai suoi occhi era quanto di più impietoso potesse essere impartito alla sua anima; erano la punizione più severa per le parole stupide che aveva dato come risposta alle accorate richieste di aiuto che stavano arrivando dall’amicizia. La colpa. Lo sguardo di lui. La foglia che cade. Da dove arrivavano quelle parole? Era veramente a casa sua? Dove sei? Pierre, dove sei? Luca aveva gli occhi bagnati e non riusciva più a contenere la commozione, quando, del tutto inavvertitamente, come guidato da una forza la cui potenza ha di bello il fatto stesso di non avere una spiegazione logica, cliccò sull’icona di una foto che aveva come nome solo una data. Una foto di una pagina di giornale con il titolo dell’evento che aveva cambiato per sempre la vita del suo Pierre e a cui Luca aveva assistito senza poter dare aiuto alcuno. La colpa! Parole stupide, solo stupide parole era riuscito a scrivere in quella maledetta chat a cui l’amico aveva affidato la sua drammatica richiesta di aiuto. Dove sei? Pierre, dove sei? Scendevano lacrime sulle guance di Luca. Il significato del primo messaggio era un altro. Doveva saperlo ormai. Piergiorgio aveva detto di essere uscito, per cercare pace. Era implicito l’invito “Sono fuori. So che sei a letto con Barbara. Vorrei parlarti. Ho bisogno di te.” No. Forse non è vero. Forse sono puerili viaggi mentali. Lacrime su lacrime scendevano, tracciando solchi che fendevano l’anima. La colpa le faceva sembrare strisce di sangue su un asfalto, su quell’asfalto. Solo lacrime. Una seconda foto, una frustata terribile al cuore: era il giorno in cui Piergiorgio era tornato in bici. Luca aveva insistito perché lo facesse. Quanto aveva sofferto insieme a lui in quei giorni! “Sei a casa? Lascio un messaggio a Barbara e vengo a trovarti, se hai bisogno”, gli scrisse direttamente dal computer su cui aveva aperto la stessa chat. Immediata fu la risposta. Non era a tono. Era la punizione della colpa. Se avesse risposto prima, se avesse usato parole più efficaci e meno stolte, gli avrebbe risposto a tono. Non poteva farlo. A quelle parole non si poteva rispondere a tono.

Ormai il blocco, che c’è sempre stato, è tale che non riuscirei mai a fare il passo; non ci riuscirei con nessuna donna. Ho apprezzato il gesto. Grace è veramente bella. Ma credo che tu mi conosca. Anche Barbara mi dovrebbe conoscere ormai. Anche lei sa che ho sofferto per tanti anni. Ma in quegli anni non ero solo. Adesso Michela è grande. Trascorre meno tempo da me. Si è allontanata. Non vive più in questa città. Tutto si aggrava. È difficile capire da fuori. Sono cose in cui bisogna trovare in se stessi la forza, se c’è. Purtroppo gli altri possono poco. Non so cosa uno possa capire di quello che sento io. Prima in casa di lei, di Grace, quando lei mi ha invitato a salire, il pensiero fisso era lì. A quello che non c’è, ovviamente, a quello che ha dato i problemi che hanno portato alla separazione, a quello che non solo mi ha privato della possibilità di godere come tutti, ma mi ha portato a odiarmi, a non sopportare la vista del mio corpo, a soffrire fino a piangere in preda all’ansia ogni volta che sono costretto a vestirmi e svestirmi, a lavarmi. Vergogna e dolore. Solo una quantità senza confine di dolore e di vergogna. E con questi problemi non si può mai avere fiducia neanche in se stessi. Mi sono gettato a capofitto nel lavoro, nello sport e nei libri, perché era una forma di riscatto, come tu ben sai, Luca. Ma nel lavoro non ho coronato i miei progetti come avrei voluto, nello sport mi sono dovuto accontentare di quello che potevo fare e i libri non ho più la forza di pubblicarli. Prova a metterti nei miei panni! Lo hai mai veramente fatto? Non è facile, sai. Prova a immaginare il senso di rabbia che ti viene quando ti devi imporre la maschera di quello che va avanti lo stesso, pur non potendo fare gran parte di quello che fanno i tuoi coetanei, amici e conoscenti. Per quanto alla fine tutto sia andato bene clinicamente, il sigillo nell’anima è ormai di quelli indelebili, che plasmano il carattere e fanno di te un finto eroe che è riuscito a riscattarsi. La realtà è ben altra. Nulla cambia di ciò che è scritto. Adesso vado a dormire. Ciao, Luca.”

Era inevitabile: Luca riandò allora con il pensiero al pomeriggio, all’idea di Barbara di trascorrere quel sabato sera con qualcuno. Erano rimasti a corto di idee e di occasioni. Barbara aveva avuto l’illuminazione di trascorrere la serata con una cena a quattro, a cui invitare Grace e Piergiorgio. Luca ripensò anche all’improvvisata puntata a casa di lui in campagna. Ripensò a quanti anni di vita riavvolgeva nella sua memoria ogni volta che usciva dalla città diretto a casa di lui. E poco dopo casa sua, la casa di Pierre, prima di girare per la carraia, c’era quella curva, c’era il ponte sul canale, c’era la discesa che portava alla carraia dove Pierre solitamente girava, perché lì era casa sua. Luca era estraniato. La sua mente era ormai totalmente schiava della colpa e del passato. Barbara parlava nel vuoto dal sedile accanto al suo, ma non era la voce di Barbara quella che sentiva, non era in auto che stava percorrendo quel tratto di strada. Era sceso nell’abisso del tempo, quello che faceva più male, ma l’unico che dava delle risposte senza equivoci. Piergiorgio avrebbe compiuto venticinque anni l’indomani. Era felice dalla gioia. Era allenatissimo e, nonostante i tanti chilometri percorsi in bici, era ancora fresco di forze, quando arrivò primo del gruppo in cima al ponte, per poi lanciarsi nella discesa. Si era girato un attimo, l’istante fatale, per fare un saluto agli amici, dal momento che in fondo alla discesa avrebbe poi girato a destra verso casa sua e il gruppo avrebbe proseguito per la città. Si era deconcentrato per una frazione di secondo. Luca, mentre Barbara continuava a parlare, avvicinandosi alla casa dell’amico, non poté fare a meno di rallentare e riavvolgere quel capitolo di dolore tremendo che gravava da anni sulla coscienza. La genesi della colpa. Lì tutto era chiaro. “Facciamo a chi arriva prima in cima alla salita del ponte!”, aveva gridato proprio lui, Luca, ai quattro amici, tra cui Piergiorgio, che erano usciti con lui quella domenica mattina. Piergiorgio aveva raccolto la sfida ed era scattato all’inizio della rampa, cambiando rapporto, bruciandoli con tre soli colpi di pedale, lasciandoli di stucco dopo oltre cento chilometri percorsi e arrivando in cima per primo con una freschezza di pedale e una forza nelle gambe che era per tutti sempre motivo di invidia. Non erano ancora giunti in cima alla salita, quando la tragedia si era compiuta. Avevano solo sentito l’urlo straziante dell’amico. Avevano visto una macchina agricola ferma in mezzo alla strada. Quando arrivarono non lo videro. Lo sentivano gemere e urlare. Era rimasto incastrato sotto il mezzo che lo aveva agganciato. Il contadino che lo guidava era un vicino di casa di Piergiorgio. Era disperato. Non si era accorto di nulla. Luca chiamò subito il 118. L’emorragia era grave. C’era sangue ovunque. L’amico arrivò in condizioni disperate all’ospedale. Il primo pensiero di Luca era andato al destino: Pierre aveva perso i genitori per un incidente stradale e, da quando aveva quattro anni, era vissuto con i nonni paterni in quella casa in campagna, che poi sarebbe divenuta la sua, quando a ventidue anni si ritrovò solo, costretto, volente o nolente, a prendere in mano il timone di una barca che, prima di trovare la quiete nel porto, avrebbe avuto ancora, appena tre anni dopo, altre tempeste da attraversare. Quella tempesta. Lì, ai piedi di quel ponte. In fondo a quella discesa.

L’auto di Piergiorgio era nel cortile antistante la casa. Barbara e Luca scesero dalla loro. Dunque, molto probabilmente, pensarono entrambi, l’amico era in casa, se non era fuori in bici. Anche il cancello che dava accesso al cortile esterno era aperto. Lo avevano cercato in casa suonando il campanello, ma non aveva risposto. Quando non era in casa di solito era nel piccolo capannone, un tempo ricovero dei mezzi agricoli del nonno, ora adibito a garage. Luca e Barbara andarono direttamente lì. Lo trovarono che lavorava alla bici da corsa, che aveva appena lavato e asciugato e che ora stava lucidando e oliando. Indossava ancora la divisa del loro comune gruppo sportivo, segno che era appena rientrato da un’uscita in bici. Perciò non aveva la protesi e il pantaloncino corto lasciava nuda la parte terminale del moncone della coscia destra. Qualche anno prima sarebbe stato molto imbarazzato in quella situazione, imbarazzo maggiore se le persone fossero state sconosciute, ancora maggiore se donne. Da quando Luca lo aveva convinto a risalire sulla bici da corsa, sulla quale la protesi non poteva essere indossata, Piergiorgio aveva superato gran parte di quei problemi. Ma su quanti strudel e su quanti caffè ristretti avrebbero dovuto ancora contare, su quei loro tavolini di latta, prima di vedere qualche spiraglio in quella tenebra! Piergiorgio aveva posizionato la bici sul cavalletto da lavoro e stava dando il grasso alla catena, quando sentì arrivare Luca e Barbara, che salutò scusandosi per essere sudato e dicendo che era appena reduce da un’uscita in bici. Era evidente la situazione e assolutamente pleonastiche quelle parole, ma Luca sapeva che quello era per l’amico un modo per vincere l’imbarazzo, quando si trovava con il suo corpo funestato dalla sorte in preda di sguardi altrui non sempre innocui. E quello di Barbara poteva, infatti, non essere del tutto innocuo: Luca lo sapeva. Sedutosi per terra, Piergiorgio si slacciò lo scarpino sinistro e si tolse il calzino. Poi, senza nemmeno usare la stampella che aveva in garage, saltellando sul piede sinistro scalzo, li invitò a entrare in casa, dove infilò nella protesi, che aveva lasciato sull’ingresso, ciò che rimaneva della gamba destra e in un’infradito il piede sinistro. A Luca capitava spesso di vederlo senza protesi, perché era suo compagno quasi fisso nelle uscite in bici e nei raduni amatoriali; ma il senso di colpa di aver avuto lui l’idea di quella stupida gara da ragazzini sulla rampa del ponte non si era mai cancellato. Era quello il vincolo perverso che si aggrovigliava intorno a lui di notte, nei momenti di solitudine. Non si poteva eliminare con un colpo di spugna; era inciso in modo indelebile, come non si era mai potuta cancellare dalla sua mente l’immagine di lui arrivato felicemente primo in cima al ponte. Piergiorgio si distrae per girarsi indietro e lanciare un urlo di vittoria verso i compagni di uscita che aveva staccato, iniziando la discesa. E la colpa inizia il suo lavoro indefesso: rode, divora, lacera e fa a brandelli un’esistenza che non lo meritava. Da quel dolore trasse forza l’amicizia. Da anni Luca era roso e logorato da quel senso di colpa, sempre vivo, sempre capace di fare male. Lo prendeva di notte prima di dormire. Lo assaliva sul lavoro. Lo distraeva alla guida. Era un senso di colpa che si associava sempre a quell’immagine di lui in cima al ponte e a quella di lui poi in ospedale, delle sue lunghissime giornate di lotta tra la vita e la morte, senza più parenti e con pochi amici che lo potessero visitare e confortare. Le domande sul destino della vita erano assillanti, ogniqualvolta il pensiero andava a Piergiorgio, ogniqualvolta un ricordo riaffiorava dagli abissi del passato, ogniqualvolta quello che chiamiamo sempre troppo superficialmente ‘caso’ gli metteva davanti agli occhi foto come quelle. Il senso di colpa lo aveva portato anche a insistere perché tornasse in bici; ma perché? qual era il significato di quella mossa? una pratica apotropaica? un esorcismo? perché doveva tornare per forza in bici? Pierre lo aveva fatto. Lo aveva ascoltato. Era tornato in bici. Ma non aveva risolto il problema così facendo. Far risalire Piergiorgio in bici era una pretesa come l’idea di Barbara della cena per fargli conoscere Grace. Barbara … sì, proprio lei. Luca era dubbioso su come Barbara avesse potuto reagire alla vista della gamba di Pierre, a cui non era abituata; ma era ancor più preoccupato di come Pierre avrebbe reagito alla presenza di Barbara in quel contesto così particolare. Barbara ebbe alcuni colpi di tosse nervosa, quelli che si fanno quando non si è sicuri dell’atteggiamento da tenere, quando non si sa cosa dire e come comportarsi; in poche parole, Barbara non riusciva a simulare quella disinvoltura che invece Luca sapeva esprimere con naturalezza di parole e gesti, senza tradire imbarazzo. Eppure la reazione che pochi istanti dopo lei ebbe lo stupì: fu proprio lei a rompere il ghiaccio e, appena si furono seduti, a lanciare l’idea dell’uscita con l’amica e collega Grace. Barbara, compagna di vita buona e fedele, ancora innamorata di Luca come il primo giorno e sempre capace di conferire allegria nei momenti più difficili, non aveva mai fatto lo sforzo di capire la complessità di quell’anima dell’amico di Luca, un labirinto di tracce che, ritornando sempre al punto di partenza, riuscivano solo a moltiplicare domande senza avere risposte. Piero, come lo chiamava lei, era “una persona che si sentiva sola”, “uno che parla poco”, “un uomo malinconico”, “una persona sfortunata da tirare su”, e via dicendo; cosa mai ci potesse essere da scovare in quel recondito ricettacolo di dolore o da stanare da quell’enigmatica solitudine, dal quel silenzio e da quella malinconia non era per lei un problema. Il vero problema era sempre “dobbiamo fare qualcosa per farlo sorridere”. Così Barbara risolveva tutto. Aveva avuto quell’idea e Luca sapeva che a quel punto bisogna organizzare la cena. Se non l’avesse assecondata, Barbara gli avrebbe piantato il muso per giorni. Ma la amava e le voleva sinceramente bene proprio per quello. Luca sapeva che questa situazione era a dir poco un paradosso: per lui Barbara non era affatto una persona superficiale; per lui Barbara era esattamente quello di cui aveva bisogno, quando si rendeva conto che, al cospetto delle domande troppo difficili che l’anima talvolta poneva, bisognerebbe avere la forza di ammettere che non spetta a noi pretendere di fornire delle risposte. E Barbara non era soltanto utile per quell’esercizio di umiltà: era insostituibile. “Questa sera, poche storie! Esci con noi e ti presento una mia amica che ti piacerà sicuramente. Si chiama Grace, è bella e bionda.” Luca non disse una parola. Piergiorgio disse soltanto: “Va bene: vengo. Ma c’è mia figlia Michela da me oggi: dovrò prima accompagnarla a una festa e poi tornare a prenderla.” Fu in quel momento che gli occhi di Barbara andarono a posarsi sui piedi di Piergiorgio, di cui solo il sinistro si poteva muovere e lo faceva molto nervosamente. Vi rimasero troppo a lungo per Luca, che si alzò, prese Barbara e le disse che era opportuno tornare in città per potersi preparare. Quando si furono alzati entrambi, lo sguardo di Luca si incontrò per un attimo con quello di Piergiorgio e fu come se una scintilla si fosse accesa a metà strada. Una scintilla di rabbia, che entrambi ben conoscevano.

Lei aveva avuto l’idea, dopo che ebbe saputo che a Luca era arrivato qualche giorno prima un messaggio di Piero, in cui l’amico gli parlava del referto di un esame che non era andato bene. Da un po’ di tempo lamentava dolori anche alla gamba sinistra, quella che era stata salvata dall’incidente e di cui solo dopo una lunga riabilitazione Piergiorgio aveva ripreso l’uso. Luca al computer recuperò quel messaggio del mercoledì precedente: “La risonanza è andata male. I miglioramenti nei legamenti sono appena percepibili. La membrana ossea è sempre più infiammata. Da lì viene il dolore che ho avuto tutto ieri e che ho oggi alla gamba sinistra. Non so perché la chiamo così, avendo solo quella. Ma tant’è. Venerdì mi vedrà l’ortopedico d’urgenza nel suo ambulatorio al policlinico. Mi viene da piangere. Ma non posso cedere. Ora devo trovare la forza. Adesso che sono solo si vede la qualità dell’animo, se sa essere ancora vero lottatore o no. Voglio credere che lo sia. Ma il male è tornato forte davvero. E il dolore del corpo mette sempre a dura prova l’anima. Adesso devo chiamare il mio medico. L’ortopedico mi ha dato un altro antidolorifico più forte, per ovviare a quegli effetti collaterali, che si erano manifestati nei mesi passati, quando iniziai ad avere quegli spasmi che non riuscivo a controllare.” Quelle parole erano di mercoledì. Giovedì mattina l’amico gli aveva scritto dall’università: “Stamani alla prima ora niente ascensore in dipartimento: era rotto. E non avevo bastone. Sono salito lentamente e, per scendere per le scale, essendo venuto senza il bastone, ho dovuto chiamare un bidello. Di solito lo riparano subito. Mi sono sentito per la prima volta male sul lavoro, Luca: non un male nel corpo (a quello ho già dimostrato abbastanza, credo, di saper far fronte), ma un male più subdolo, nell’anima. Non mi era mai successo di rendermi conto che senza un ascensore sono in balia di altri. Non è stato per niente bello, credimi.” Nel pomeriggio era arrivato un altro messaggio: “Domani, se sto così, non riuscirò ad andare in ateneo. Là dentro c’è troppo da camminare; distanze enormi per me da un’aula allo studio; oggi ho impiegato tempi lunghissimi per raggiungere le aule. Gli studenti si lamentano dei ritardi. Non capiscono le ragioni. E a me non compete certo dare motivazioni. Questo dolore alla gamba comincia a creare non pochi problemi. E pensare che averla salvata fu ritenuto un successo!” In serata Piergiorgio gli aveva scritto di nuovo: “Luca, sono imbottito di antidolorifici pesanti. Dolore prima fortissimo, ora passato. Avevo finito la medicina. Me lo sono dovuta andare a prendere da solo. Chi mi va a comprare le medicine? Ho già bisogno della badante? Devo fare le pulizie, fare da mangiare, stirare. Tutto devo fare, non avendo nessuno. E tutto va fatto a denti stretti adesso. Ci provo. Vado avanti. Ma non so quanto resisterò. Non voglio più pensare ad altro. Basta sogni di gloria con notti passate scrivendo libri inutili! Basta dedizione totale al lavoro! Basta rischiare per le strade con la bici! Basta illudersi di trovare anime gemelle che non mi accetterebbero mai e che non cercherò mai più per primo io stesso! Devo fare di tutto per sopravvivere adesso. Voglio farcela. Sarò solo, ma devo farcela.” Alle undici di sera era arrivato l’ultimo messaggio di quella giornata di tensione: “Tra l’antidolorifico che è un oppiaceo, prescritto dall’ortopedico, e l’ansiolitico, che mi ha prescritto la psicoterapeuta, sono sedato totalmente adesso, nel corpo e nell’anima. Mi sento veramente un altro. E sto bene. Viva la chimica! A che serve questa linguistica, se non a masturbare l’unica cosa che posso masturbare, cioè il cervello?” Su questa altalena di sentimenti ondeggiava l’amico giovedì. Questo era lo stato d’animo tre giorni prima. Luca aveva parlato anche con Michela, che era a casa della mamma, ora trasferitasi in un’altra città, per parlarle del babbo in crisi e per avere informazioni di cui non fosse stato messo a parte. Ma Michela non sapeva nulla dei nuovi dolori lamentati dal babbo ed era sinceramente preoccupata per il suo stato di salute. Decise pertanto di venire da lui nel fine settimana, cosa che già da un anno faceva ormai da sola. Da due anni Mariangela si era, infatti, trasferita e i contatti tra Piergiorgio e la figlia Michela erano divenuti più radi. Il venerdì sera Michela era arrivata e per il sabato sera le sue amiche di prima, appena ebbero saputo del suo ritorno a casa del babbo, avevano organizzato quell’uscita a cui Piergiorgio l’aveva accompagnata prima di andare a cena con loro due e Grace. Michela era molto preoccupata e Luca lo capì dai messaggi. Era nata dopo l’incidente in bici; non aveva mai rimproverato alla mamma di aver ceduto alle lusinghe di un altro, come diceva spesso lei, “solo per una gamba in più”. Luca aveva subito previsto che Mariangela non avrebbe mai pienamente accettato quell’handicap nel marito. A lui fu subito chiaro che a Mariangela Piergiorgio piaceva, che la sua aria intellettuale era qualcosa che lo rendeva sicuramente interessante, che la sua cultura, la sua posizione di docente universitario avrebbe potuto fare di lui uno strumento per ben figurare in società, nelle cene tra amici importanti, dove una gamba artificiale sotto un bel pantalone lungo si riusciva a nascondere bene. Quello il problema vero che Piergiorgio non aveva capito, ma Luca sì: a Mariangela, che amava frequentare ambienti mondani, serviva fare bella figura in società e con il passare del tempo accettare quella protesi sarebbe stato sempre più impegnativo, perché Piergiorgio non era mai stato, neppure prima dell’incidente, affezionato a quel genere di vita. La decisione della separazione avvenne anche prima del previsto e Michela fu affidata alla mamma, ma rimase sempre molto affezionata al babbo; l’impressione che dava a tutti era addirittura quella di essere più legata a Piergiorgio che a Mariangela. La certezza si ebbe quando la mamma, ormai lanciata nella carriera, accettò un avanzamento di posizione che avrebbe previsto però un trasferimento. Per Michela, quattordicenne al momento del trasloco, fu un bruttissimo colpo, non solo perché si sarebbe dovuta fare nuove amicizie, ma soprattutto perché improvvisamente la distanza tra lei e il babbo sarebbe stata tale che solo nel fine settimana, e non sempre, sarebbe potuta venire a trovarlo. Fu un brutto colpo anche per Piergiorgio. Bruttissimo, davvero. Luca, quando l’amico gli ebbe dato la notizia del trasferimento di Michela, per la prima volta aveva avuto l’impressione che la forza del suo spirito e la sua volontà di riscatto, fino ad allora in risalita dal giorno in cui era stato dichiarato non più in pericolo di vita, avevano avuto una prima avvisaglia, un primo segnale di arresto.

Erano le cinque del mattino. Luca adesso aveva davvero sonno. Non erano più arrivati messaggi da Piergiorgio. Forse aveva trovato la pace che desiderava? Andò a letto. Il sonno era tanto, ma l’ansia gravava ben più del sonno sull’anima. E la colpa la moltiplicava. Dannata colpa. Questa volta le immagini che lo torturarono furono altre e in quelle immagini apparve il Pierre forte, che più gli era piaciuto in quei lunghi anni di amicizia prima dell’incidente. Ma a ognuna di quelle immagini lo spirito beffardo della memoria ne associava sempre una del periodo successivo, dei giorni in ospedale sospesi nell’ansia, della lunga, lenta e sofferta riabilitazione e soprattutto del dolore dell’anima che subentrò come nota costante, quasi come un segno caratteristico dell’amico. Piergiorgio considerava però proprio quel genere di connessione, quel groviglio di complicità, sempre soltanto intuite ma mai chiaramente esplicitate, il bastione della loro amicizia. Luca si portò le mani agli occhi. Non riusciva a dormire nonostante il sonno. Non voleva che Barbara lo sentisse piangere. Ma piangeva. Piangeva strozzando i singulti in un’odissea di immagini che si sovrapponevano le une alle altre, le une più dolorose delle altre. Le immagini di quei terribili momenti scavavano lacerazioni di dolore nel passato dell’anima: e ancora una volta ecco le giornate in ospedale, al capezzale dell’amico tenuto in coma; la notizia dell’amputazione sopra al ginocchio della gamba destra e delle gravi lesioni multiple alla sinistra; la presenza di poche persone che si interessassero a lui; le reticenze dei medici che non parlavano, se non per dire “stiamo facendo tutto quello che possiamo per salvarlo, ma il quadro generale dei traumi è molto grave”. Tutto ripassava davanti al palcoscenico della memoria nell’inquieto silenzio della notte, accompagnato dal ritmo del respiro pesante di Barbara, che con la sua tranquillità, lì beatamente distesa accanto alla sua devastante angoscia, testimoniava meglio di chiunque altro quanto si è diversi nel modo in cui si realizza l’approccio all’altro, come ci si rapporta ai grandi drammi della vita, come senza dubbio era la vicenda vissuta da Piergiorgio, e, a monte di tutto, come può essere differente il modo di intendere le relazioni umane. Ma anche le parole usate dall’amico nella chat rimbombavano dolorosamente da una parete all’altra nella testa di Luca, scuotendolo in una terrificante ridda di colpi uno più penoso e angosioso dell’altro. “Il sigillo nell’anima è ormai di quelli indelebili”. “Nulla cambia di ciò che è scritto.” “L’Inevitabile è uno spirito che ti sfida, ma che tu, beffardamente, sai che vince sempre,” gli aveva scritto un giorno. Ma perché proprio io sono stato scelto come strumento per realizzare quel destino? Perché? Luca si portò le mani alle tempie. “Nulla cambia di ciò che è scritto.” Fu costretto a rialzarsi per l’ennesima volta. Piangeva. Quanto piangeva! Piangeva in preda alla crisi dettata dal sentimento devastante di sentirsi inutile nel momento determinante. “Nulla cambia.” Era ormai un’eco maligna e malevola, che assumeva la forma di un’ossessione nella sua mente. L’ossessione di una colpa mai risolta. “Nulla cambia”. Le tempie scoppiavano. Il cuore andava a mille. Le gambe tremavano. Si tolse il pigiama. Sentì come un richiamo. Non sapeva da dove veniva. Si vestì con l’accozzaglia di capi che trovò: un paio di vecchi jeans, una polo nera, una giacca elegante in principe di Galles, un paio mocassini. Controllò l’ora: le sette del mattino. Mandò un messaggio a Barbara, mentendo: “Sono andato a prendere le paste per la colazione. Torno subito.” E uscì in auto diretto alla casa di campagna di Pierre.

Il paesaggio invocava pace, la regolarità dei filari delle viti e dei campi di mais supplicava serenità. Una potenza superiore alla comprensione umana trasfigurava tutto, dando la sensazione che quelle invocazioni e quelle suppliche fossero state esaudite. I canali che tagliavano numerosi la campagna conferivano la percezione di un sentimento di vita e di ritrovata tranquillità. Placide le acque fluivano dalle gore accarezzate da bianchi rivali, che si perdevano lontano in un orizzonte dominato da una luce che già dichiarava vittoria. La sua auto procedeva con lentezza e quasi con rispetto in quel paesaggio noto, il paesaggio della colpa. Quella era una strada che aveva già troppi correlati di dolore nella sua mente e per la sua anima sofferente; quella strada non ammetteva più violenza; l’obolo di passaggio era già stato speso. “Nulla cambia di ciò che è scritto.”

Alle sette e mezzo del mattino della domenica il traffico era quasi nullo. Uscito dalla città, arrivò alla carraia sotto il ponte. Avvertiva ora un senso di particolare gaiezza in tutto ciò su cui il suo sguardo si posava, come se lo accarezzasse in segno di ossequio. Percorse la sterrata fino alla casa, le cui luci esterne erano spente. Nessun segno di presenza umana. E non c’era l’auto nel cortile. Ciò che in altre circostanze sarebbe parso strano a lui non parve più tale. Suonò il campanello. Nessuna risposta. Pierre gli aveva detto che Michela era già ripartita per tornare dalla mamma. Mandò un messaggio. Nessuna risposta. Telefonò. Nessuna risposta. Tutto era quieto e silenzioso. Normalmente quieto e inevitabilmente silenzioso. Il cancello non era chiuso a chiave. Entrò a piedi nel cortile. Nessun rumore. Una leggera brezza si levò da est. Una sola grande foglia si posò, danzando dolcemente nell’aria, sull’auto. Anche la porta del garage era appena accostata. La bici da corsa era sempre sul cavalletto, su cui l’aveva vista il giorno prima con Barbara. Qualcosa mancava, ma Luca non capiva cosa. Si sarebbe saputo presto cosa mancava dai giornali: dopo qualche giorno si sarebbe trovata una bici, una vecchia mountain bike, in una delle località costiere vicine alla città, abbandonata all’inizio della diga foranea, dove la massicciata inizia, per addentrarsi nel mare per due chilometri e mezzo. Luca la riconobbe come quella con cui l’amico girava anche per la città e che caricava in auto, quando non andava all’università in treno. Il suo Pierre era lì. Lì accanto a lui. Lo sentiva felice, lì accanto a lui, anche se non riusciva a vederlo. “Che importanza ha quello che vediamo, quello che sentiamo, quello che percepiamo? Non importa niente tutto questo. Importa solo una cosa: quello che noi siamo in grado di rappresentare”: glielo aveva scritto un giorno, tornando in treno dal lavoro. Ebbene, l’immagine di Luca era lì. Era un’immagine felice. Era l’immagine felice di chi è arrivato in cima al ponte. Era quella la rappresentazione cui l’amico aveva accennato. E non recava più dolore.

Sì. Mancava qualcosa in quel garage. Ma non avevano alcuna importanza in quel momento gli oggetti che non c’erano. Luca aveva capito una sola cosa: che mancava lui. E sarebbe mancato per sempre, una mancanza di quelle che avrebbero recato inevitabilmente tristezza, ma non dolore. Una sottile distinzione che in poche situazioni si riesce a realizzare e a comprendere, ma Luca aveva gli strumenti per farlo. Piergiorgio scomparve nel nulla, in silenzio. Nel silenzio della foglia che cade. “Adesso vado a dormire. Ciao, Luca”: erano state quelle le ultime parole dell’unica persona che, vivendo giorno per giorno la violenza del destino e combattendo giorno per giorno l’impari lotta con l’inevitabile, gli aveva insegnato qualcosa di importante nella vita. Luca aveva messo sullo stesso piano quello che gli insegnava giorno per giorno Piergiorgio e quello che apprendeva da Barbara. Anche questa era una sottile distinzione che pochi avevano gli strumenti per comprendere. Ma nessuno dei due avrebbe risolto il problema che per Luca era quello che li generava tutti: in un mare di dolore restava la sua colpa; in un mare vero, probabilmente, aveva trovato infine pace un’anima che solo di pace aveva veramente bisogno. “Nulla cambia di ciò che è scritto.” E la colpa sarebbe rimasta, con o senza Luca e il suo dolore in carne e ossa al suo fianco, con o senza Barbara e il suo amore, sempre fisicamente tangibile e immancabilmente presente accanto a lui.

Ricordati di prenderlo alla crema il bombolone per me”, gli aveva scritto Barbara, mentre Luca richiudeva il garage di Piergiorgio, pensando anche alla pasta e chiedendosi se le aveva veramente mentito. I due pilastri: mai dimenticare che la volta sta in piedi, solo se tutti e due, insieme, la reggono! Una seconda foglia cadde accanto alla prima, le si posò accanto, tremò, si agitò due o tre volte, un po’ a destra e un po’ a sinistra, finché un colpo di vento le fece sue entrambe. Lo sguardò di Luca, alla ricerca delle due foglie volate via insieme, seguì la bianca carraia sterrata, che accarezzava il canale verdastro, dalla parte opposta a quella della strada asfaltata, della curva, del ponte e della discesa. La strada bianca si perdeva nella luce del primo mattino, quasi decollando verso un orizzonte di luce, illuminato di serenità e ora arricchito di un nuovo valore, di un forte significato; la gora verde, che passava sotto il ponte, restava limacciosa e ferma, stantia e triste, senza alcun anelito di librarsi. “La vita beffardamente trae alimento dal dramma della differenza”: quante volte glielo aveva scritto! E quelle parole trovavano conferma in quel trionfo di vita e di luce dorata lassù e in quel canale che, laggiù, mandava invece solo sentore di marcio e putrefatto. E memore di quella differenza ora Luca avrebbe dovuto per forza accettare e vivere quella vita, perché “nulla cambia di quanto scritto”. Nulla. Un’altra grande foglia cadde lentamente da un albero sopra la sua macchina. Luca la seguì e, nell’accompagnare la sua lenta caduta nell’aria immobile e nel silenzio della campagna all’alba, rivide quello sguardo della sera prima nel parcheggio dell’agriturismo, l’ultima immagine di Piergiorgio che si era impressa come un sigillo nell’archivio di quel suo abisso infernale che era stata la sua anima fino a pochi attimi prima, uno sguardo che avrebbe potuto interpretare, uno sguardo che allora aveva parlato senza parole, ma che ora aveva anche troppe parole, parole inevitabili, dettate da uno spirito fin troppo sagace in una chat scontata e inevitabile. Il campo visivo a cui i suoi occhi anelavano con ansia era in alto. Lo sguardò salì, si lasciò alle spalle fango e putredine. Infine l’ansia trovò pace in quella luce dorata.

Il sole prendeva possesso, trionfando nel suo mondo di luce sulla campagna serena, tra le foglie che cadendo danzavano nell’aria in un placido tripudio; la bellezza di quel momento di gioia era data dai movimenti irregolari e dalle diverse traiettorie disegnate nell’aria. Luca risalì in auto e insieme al suo Pierre, inevitabilmente vivo quanto mai nella sua anima serena, tornò a casa, con un impegno da rispettare. Un impegno vero questa volta. Un impegno che si rivelò inevitabile, quando fermò l’auto davanti al bar di periferia. Scese. Entrò nel fumo denso tra i tavoli e i rivestimenti di latta e formica, tra i turnisti del porto smontanti che giovialmente salutavano in quella domenica mattina, un qualunque giorno per loro, quelli dei turni montanti: anche quello era inevitabile, pensò Luca. Si sedette nel tavolo in cui spesso loro due si erano incontrati per il caffè ristretto e la fetta di strudel, il ricettacolo delle loro confidenze più importanti, lì dove tante volte si erano fermati lasciando fuori le loro bici da corsa. Il dolore dell’uno aveva segretamente incontrato tante volte la colpa dell’altro su quelle sedie di alluminio, su quei tavoli di latta che avevano raccolto anche inevitabili lacrime. Accese il cellulare. Aprì la chat. Pierre non aveva più scritto. Ma aveva cambiato l’immagine del profilo: a una grande e bella foglia d’acero, simbolo d’amore e di passione, una foglia che cade danzando nell’aria, era affidato il suo commiato, come un monito: “Vai, Luca, c’è una persona che ti aspetta.” Ecco, quello era per Luca il vero significato di quell’ultimo sguardo, di quell’ultima immagine, a cui ora aveva parole da associare. Una lacrima, lentamente cadendo, bagnò lo schermo. Danzava felice, come una foglia, prima di cadere e di posarsi su quelle parole, su quelle immagini dell’anima, penetrando discretamente in quell’oggetto che si era come trasfigurato in un prezioso scrigno di inestimabili valori. E allora Luca fu attratto ancora dalla galleria delle foto sul cellulare e lo rivide in divisa bianca a azzurra, in divisa gialla e rossa; lo rivide appoggiato al cartello che indicava un passo dolomitico faticosamente conquistato, lo rivide mentre sollevava la bici in cima a un altro di quei valichi con i ghiacciai e le bianche cime sullo sfondo; ma lo rivide soprattutto in una foto recente, scattata in un bar di uno dei paesi delle loro colline e ne risentì la voce: “La bici mette allegria. Ce lo siamo detti spesso in queste soste. Sei stato davvero un grande, Luca, a volere che ci tornassi sopra in tutti i modi. La bici è stata il riscatto della mia vita. E lo devo a te. Ti piaccia o no, la responsabilità è tutta tua.”

Non dimenticarti, Luca! Che sia alla crema il bombolone!”, ribadiva il messaggio di Barbara.

Anche questo, sì, anche questo è inevitabile”, scrisse Luca come epilogo in quella chat con l’amico, che aveva dato un significato terribilmente rasserenante a quella notte appena conclusa. Lo scrisse sotto l’ineffabile bellezza dell’immagine di una silente foglia che, danzando felice nell’aria serena, discende nel profondo della sua anima, posandosi da ultimo su un morbido selciato; e questo basamento naturale assume piano piano la forma di un segreto covile di indelebili ricordi.

Si alzò. Andò al bancone. Vide il bombolone alla crema. “Lo porto via”. Se lo fece mettere in un sacchetto. Pagò. Quando stava già per incamminarsi verso l’uscita, sentì come un richiamo. Veniva da vicino, non da lontano. Veniva da lì, accanto a lui. Tornò indietro. Chiese una fetta di strudel e un caffè ristretto. Si sedette di nuovo, scattò una foto alla torta e la aggiunse al messaggio appena inviato al numero dell’amico: “Nulla cambia di ciò che è scritto.” Sapeva che Pierre lo avrebbe letto.

Con il bombolone nel sacchetto di carta uscì dal chiasso del bar nel silenzio della città. Riprese il telefono. Scrisse a Barbara: “Alla crema. Trovato. Sto arrivando.” “Notizie di Piero?” chiese lei. “Buone notizie. Adesso è qui con me.” Non l’aveva mai delusa in tanti anni. Mai. Del resto, lei era sempre stata uno dei due pilastri della sua vita, secondo la teoria dell’amico, da lui sempre condivisa e rispettata. Non le aveva mai mentito: e infatti quella non era una bugia, perché l’altro dei due pilastri, Pierre, il dolore, doveva rimanere perfettamente in piedi. Quel dolore e quell’amore, Pierre e Barbara, quelle due immagini così distanti tra di loro, esattamente speculari e parallele, reggevano insieme da anni la volta della sua vita. E Pierre, come sempre, anche in quell’ultimo messaggio gli aveva detto la cosa più semplice e più giusta allo stesso tempo. C’era una persona che lo aspettava. La volta sarebbe rimasta in piedi, più forte di prima: e l’energia segreta che la reggeva, quella che prima sarebbe stata la conquista di un valico in bici, o la recensione di un libro, ora era un bombolone alla crema.

Nel silenzio anonimo della città ancora assopita comprese finalmente il significato di un altro silenzio, tutt’altro che anonimo: quello di una fragile foglia d’acero, che era scritto che dovesse cadere. Uscì dal quartiere portuale. Sapeva che forse ci sarebbe ritornato. Lì si passa per uscire in bici da corsa dalla città quando Pierre viene a casa sua e lì ci si ferma per la rituale colazione. Sapeva che avrebbe continuato il rito dello strudel e del caffè ristretto in nome di quel principio che aveva sempre accettato amaramente, ma alla resa dei conti sempre rispettato, che cioè nulla cambia di quanto scritto. Il sole ancora basso rendeva difficile distinguere gli elementi di un paesaggio urbano color ambra, il cui risveglio era lento e in un certo senso distensivo. Zone di luce abbagliante si alternavano ad altre nel buio totale. Da un lato il cemento degli alti condomini, dall’altro le macchie verdi del grande parco pubblico. Sopra l’oro della luce, sempre più splendente e sicuro di sé, sotto il grigio di un asfalto destinato a essere sempre per lui memore di oscure vicende e referente di una colpa indelebile. Una coppia di ciclisti arriva al termine della ciclabile e improvvisamente si ritrova sulla strada davanti a lui: Luca riesce a frenare all’ultimo momento, istintivamente arriva con la mano sul clacson, poi avverte come una mano invisibile che lo ferma; i ciclisti neanche si sono accorti del pericolo corso, procedono diligenti uno davanti all’altro, come se nulla fosse successo. Un uomo solo dall’altra parte della strada gli viene incontro. Arranca in un tentativo di camminata veloce, perché zoppica da una gamba. Luca rallenta. Arriva una notifica dal cellulare. Accosta in una piazzola di fermata per gli autobus e legge il messaggio di Barbara: “Se trovi una farmacia aperta prendimi uno spray nasale, per favore. Su internet ho visto che quella di turno è in viale Manzoni.” “Va bene. Ci vado.” Appena rimesso il cellulare nel taschino della giacca, arriva un secondo messaggio: “Mi ha appena scritto Grace. Ha detto che Piergiorgio si è rivelato molto interessante. Diglielo subito. Gli farà piacere. Ha detto che le piacerebbe conoscerlo meglio. Mi ha anche chiesto se per caso si sentisse imbarazzato per la sua gamba e vorrebbe sapere che cosa può fare per aiutarlo a superare l’imbarazzo. Grace è una ragazza giovane ed è anche sveglia, oltre che molto bella. Pensa che fortuna che sarebbe per lui.” Luca sentì gli occhi bagnarsi. Ma piangere non sarebbe servito più a nulla, se non a indignare di nuovo l’amico, che, anche quando aveva sofferto, mai aveva ceduto al lamento sterile o al pianto di sconfitta o di rassegnazione. Stava per mandare uno di quei messaggi con i quali si cerca di prendere tempo prima di rivelare contenuti troppo impegnativi. Non rispose. Mise in moto. Arrivò nel grande viale alberato dove era la farmacia. Scese dall’auto, dopo aver trovato un comodo parcheggio proprio davanti alla farmacia di viale Manzoni. Un improvviso colpo di vento scosse le chiome ingiallite e Luca, sentendosi ormai sereno in quell’ordine naturale delle cose, che discretamente mandava segnali alla sua vita, vide solo una fitta pioggia di foglie che da ippocastani, platani e aceri cadevano in silenzio tutt’intorno a lui. Rallentò il passo. Si fermò. Ne raccolse una, la più grande di tutte. Era d’acero. La guardò a lungo. Sorrise. La mise nella tasca della giacca. Era sereno quando aprì la porta ed entrò in farmacia. Ancor più sereno sarebbe stato quando, di lì a poco, a casa sua, avrebbe riassaporato l’ineffabile tenerezza dell’abbraccio di Barbara, giustamente riconoscente per il bombolone alla crema. 

 

© Stefano Tramonti. 2018

Gocce dell’anima

Piove. Il vento distribuisce la pioggia regalandola al vetro. Ma il dono è speciale. Ora piove forte e gli alberi, ormai spogli e inerte preda del vento, si agitano come braccia disperate di anime già condannate. Ora piove meno forte e il paesaggio per un attimo si rischiara in un vano imbrunire, che ha già decretato le sue sentenze. La luce appare ormai solo nella forma di barlumi sfuocati di fanali riflessi da sporche pozze stantie. Ma è sul vetro, diaframma tra passato e presente, che si gioca la partita più importante, più importante del vento, della luce, della tempesta. Lì si divide tutto: di là l’oggi, apatico e scialbo, in preda alla devastazione; di qua l’ieri, rasserenante e silenzioso, che evoca figure. E le figure parlano. Parlano all’anima.

Sul vetro scendono gocce. Sul diaframma del Tempo scendono i pensieri, scendono nell’anima, scendono nel passato. E quelle gocce aumentano, aumentano a dismisura, aumentano nel vento di uno spirito che, pur indomito nella sua rassegnazione, può solo guardarle. La loro crescita è un crescere d’angoscia. Ogni goccia è un pensiero. Ogni pensiero è un evento. Ogni evento è una frustata al cuore. Le gocce aumentano. Aumentano senza pace. Una dopo l’altra, addirittura una sull’altra, tumuli in attesa di un destino. E il diaframma si fa crudele: di là la lotta vera, di qua la sua rappresentazione nell’anima, che vede solo quelle. Vede solo lingue di gocce variamente cadenti. Cadono laggiù dove si creano figure e testi. Quei testi sono ricordi che scavano solchi, li incidono nell’anima; sono aliti di un vento che passa e non tornerà mai più; sono illuminazioni da una stagione che trova la forza di esistere solo nelle notti insonni; ma sembrano, pur non potendolo essere, testimoni di una passione che non conosceva dolore. Scendono gocce nell’anima, danzando beffarde nelle loro sinuose traiettorie sul diaframma del Tempo, che le trasmuta in allegorie.

Il loro cammino è in basso. Scendono nell’anima quelle gocce, quei pensieri. Scendono laggiù. Non possono salire. Devono per forza scendere. Possono solo scendere. La legge impone che possano solo scendere. Scendere nell’anima. Hanno paura di scendere laggiù. Per questo le gocce rallentano scendendo. I pensieri si aggrovigliano tra di loro scendendo. Le gocce di assommano, in tumuli d’ansia, l’una sull’altra, scendendo. Il loro aggrovigliarsi nella discesa è come una disperata ricerca di solidarietà e di aiuto nell’incognita di cosa si troverà laggiù.

Si scende. Si va solo in discesa. La legge impone solo questa come possibilità ai pensieri. La discesa è paura, orrore, maledetta ossessione. La discesa si trasforma beffardamente in pericolo, dopo essere stata premio per la salita, per il sacrificio e l’atto stoico, di onore, gloria e virtù. Scendono nell’anima. Non sanno cosa troveranno. La consapevolezza amara nella solidarietà è quella di dover attraversare un Acheronte di dolore. Le gocce scendono. La luce le illumina: conferisce con i suoi sguaiati bagliori un protagonismo non richiesto a quel dolore di gocce che vanno incontro all’inevitabile. Scendono nel Tempo, licore che è preda di un fato oscuro, ignare del castigo di cui sono strumento, abbacinate da un effimero bagliore. Incessantemente scendono. Sempre più numerose, sempre più lente.

La pace si conquista soltanto nella vacua, provvisoria, incostante consapevolezza che in fondo alla discesa ci sia l’anastasi e il ritorno lassù, che ci sia l’amore quale ricompensa della risalita. Il desiderio è lecito. Realizzarlo conviene? La risalita è inevitabile, appena la tempesta finirà. È un’altra legge di natura. E poi?

E poi lo stesso ordine naturale delle cose imporrà di ridiscendere ancora.

Due di noi

Il mio paese. Mi affaccio alla finestra dello studio che dà sulla strada principale. I turisti passano in lunga fila diretti su alle piste, e all’incrocio girano tutti su per la strada del passo. È molto freddo oggi; è sereno, ma l’uscita del sole renderà piacevole la loro giornata di sabato sulle piste. Mia moglie con i bambini sono scesi giù in città, loro per andare a scuola, lei per fare acquisti. Così passa il sabato in una famiglia che alcuni chiamano perfetta e prevedibile. Per me è una delle rare occasioni per riposarmi. Il lavoro in comune in queste giornate, nel pieno della stagione turistica, ne lascia poche di queste pause di riposo. Musica e lettura: null’altro mi riposa veramente. Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen con il sottofondo di Eine Alpensymphonie di Richard Strauss. Mondi diversissimi: due modi, forse, per sovraccaricare di significati questo paesaggio per me assolutamente abituale e consueto. Eppure, è ben curioso che sia sopraffatto da questa singolare associazione d’idee: se, infatti, da una parte penso alla frase di un turista della bassa romagnola che un giorno mi disse che nel suo dialetto non esiste la parola ‘montagna’, dal momento che le montagne dalla sua terra si intravvedono ogni tanto tra le nebbie e che in casa sua venivano chiamate tera ramassëda, terra ammucchiata, dall’altra mi viene da riflettere non tanto sulla musica e sulla letteratura che la montagna ha espresso, quanto piuttosto sul silenzio della montagna stessa, quel silenzio che può averla per qualcun altro trasformata in pretesa spirituale. Chi ha ragione dei due? Bella domanda. Resta il fatto che è comunque un curioso scherzo dell’anima questo improvviso interesse per il silenzio, proprio mentre parole e note, lo stanno quasi negando e combattendo, qui nello studio pieno di libri, che sono fatti di parole, e di musica, che è fatta di note; mentre, allo stesso modo, quella montagna che ha ispirato opere d’arte così diverse come queste, spesso proprio per il suo silenzio, oggi sia invasa da torme vocianti di turisti e sciatori del fine settimana. Resta un fatto che tanti di noi amano questi silenzi, ma sanno che, se possono restare qua a farlo, è anche grazie a queste iniezioni periodiche di denaro che ci vengono dalle città nelle vacanze e nei fine settimane. Alcuni hanno scritto belle pagine sulla montagna e sulla sua essenza spirituale, pagine che spesso son frutto di amore e passione. Altri sono riusciti addirittura a comunicare qualcosa di profondo, talvolta senza nemmeno viverlo da vicino, conoscendolo, quel silenzio, solo da turisti o da frequentatori occasionali. Altri ancora hanno scritto meravigliose pagine spirituali sul significato dell’ascesa, della conquista, della fatica e del sacrificio. Alcune di queste pagine sono diventate classici della letteratura. Non è mancato persino chi ha conosciuto una sua vera e propria via di Damasco dopo un’esperienza di montagna. Che tristezza rendersi conto di tutto questo da un sito internet! La rete è piena di citazioni e aforismi, che spesso purtroppo finiscono per intridersi dello stesso algido sentire delle pubblicità in mezzo alle quali appaiono sul video. L’atto d’amore, credo, non è più bello grazie agli aforismi che condividiamo in rete, anche quando chiama la nostra montagna e il suo paesaggio a suo testimone. L’atto d’amore verso un paesaggio intensamente vissuto e autenticamente amato prende vita da testimonianze reali, che diventano ricordi, che poi diventano immagini, che poi diventano sogni, che poi diventano monumenti nell’anima. E restano. Restano nelle forme più difficili da immaginare, talvolta. Ma restano. E insegnano, bel al di là di queste pretese spirituali che possono indubbiamente affascinare, ma tali restano. Belle opere d’arte, importanti per intendere il vissuto di chi le ha prodotte, ma anche pericolose trappole per chi pretende di innalzarle a monumento.

Ebbene, se tanti hanno scritto sul silenzio della montagna e sugli effetti che quel silenzio può avere nell’anima, se tanti, anche grandi scrittori, hanno provato a scrivere opere dedicate a questo silenzio, sono pochi, tuttavia, per me che quassù vivo da sempre, quelli che sono riusciti a comunicare qualcosa di forte, di sentito, qualcosa di condivisibile per imparare ad ascoltare e rispettare quel silenzio, che cambia secondo le più bizzarre sintonie dell’anima che lo capta ed entra in empatia con chi vuole. Quando lo fa, agisce secondo regole, spesso beffarde, che non sono scritte in nessun canone. Scendendo nell’anima, questo sentimento ineffabile, privo di parole, privo di suoni, privo di immagini, ma pieno di evocazioni e di emozioni, ha il potere, più di tante parole, di infondere linfa nuova ad un amore che nasce, oppure di dare forza eterna a un amore di cui resta il monumento nella memoria. Ebbene, essendo ora assessore in un paese di montagna, dunque con quello che è a tutti gli effetti un ruolo di responsabilità, essendovi nato e vivendo da sempre quassù, mi crederete se vi dico che in questa impresa così difficile è riuscito un giorno un gruppo di ragazzi di una scuola? Sì, ci è riuscito e vi dirò di più: non lo ha fatto con la tastiera di un computer, di uno smartphone o di un tablet, condividendo foto o selfie, con commenti più o meno dozzinali e bislacchi; non lo ha fatto scrivendo poesie o romanzi, o girando video, né pubblicando post su un social network. Lo ha fatto in un modo molto diverso, che forse fa a pugni con quelle pretese estetizzanti e spiritualistiche, a cui mi richiamano il libro che sto leggendo e la musica che sto ascoltando. Lo ha fatto con un coltellino e un pezzo di legno, deposto insieme a un fiore in un mucchio di sassi nella neve alla fine di un sentiero che esce dal bosco. Né più né meno; e, nel ripensarci, nulla toglie che leggere questo libro e ascoltare questa musica siano sempre una bella esperienza. Contraddizioni? Aporie? Chiamatele come volete, ma lasciatemi nella convinzione che fanno parte della vita, che risolverle non reca più gioia di quanta ne adduca il constatarne la presenza e che, soprattutto, chi non le vive e non le ammette nella sua vita mi spaventa tanto per davvero.

Ma dovete avere pazienza, se vi interessa conoscere la storia. Nel momento in cui il brano musicale arriva al passo indicato nella partitura come Eintritt in der Wald, il tema della marcia, affidato alle pastose e voluttuose sonorità dei corni e dei tromboni, assume per me, pensando a loro due, a loro cui penso spesso in questi momenti, un nuovo significato. Per me è una storia molto dolce e uno dei suoi momenti finali, il Sonnenuntergang, il tramonto del sole nelle note straussiane, ne riesce a comunicare parte dei sentimenti in modo molto intenso, con una malinconia che è però davvero molto originale. Abbandono il libro e il viaggio di Matthiessen nella sua alaya della hima, ossia nella sua casa delle nevi, e mi sprofondo nella mia casa della neve, la mia montagna, che oggi deve tanto rispetto a loro due, cui è andato il mio pensiero, e alla loro storia. Come sempre succede in questi casi, mi tocca tornare un po’ indietro. E nel farlo, credetemi, la commozione mi prende, come prende chiunque di noi qui in paese, nel riandare a quei giorni di alcuni anni fa. Furono i suoi amici a convincermi a scrivere queste pagine, raccogliendo testimonianze, messaggi dai telefonini, qualunque cosa, persino messaggi dalla chat che usiamo per i momenti di emergenza. Tutto mi fu mandato. Ho provato a mettere insieme una storia da quel materiale immenso e confuso di parole, che da tanti amici allora mi arrivò: per qualcuno sicuramente sarà una storia di due persone come tante di quelle che vivono questi paesaggi. Forse sì. Non lo posso negare a chi lo afferma. E forse proprio questo è il suo bello; forse proprio questa è la ragione che mi ha convinto a procedere e a comporre la storia di due di noi.

Intanto i protagonisti. Lei era insegnante di matematica giù in città. Lui era un impiegato della nostra banca e veniva anche lui dalla città, pur essendosi trasferito qua da tempo. Quante volte mi sono arrabbiato quando alcune persone del paese non lo consideravano nei primi tempi ‘uno di noi’. Le nostre comunità sono piccole. Non pochi sono gli sforzi che devono fare per accettare persone che vengono dalla città. Ma ogni tanto ci riescono. Quanto devo combattere, quando scendo in città e mi devo sempre difendere da questa accusa nei nostri confronti! Nel suo caso ci siamo riusciti: lo abbiamo accettato come uno di noi, seppur non immediatamente. Ma la cosa bella della storia, forse la cosa più bella di tutte, è stata un’altra: anche lei, pur non essendo mai venuta in paese, se non a casa di lui, pur non essendosi mai trasferita quassù, è diventata piano piano ‘una di noi’. E questo sì che ha veramente dell’incredibile. Ecco perché la loro vicenda rimarrà come una dolce pausa di tenerezza nella storia di questo paese, che ha conosciuto sacrifici e povertà, emigrazione e separazioni, lutti e tragedie. Il nostro piccolo paese ha vissuto ben pochi episodi che ci hanno pervaso dell’intensità dell’amore; da loro due questo sentimento si espandeva, invece, con veemenza, con la forza di un irrefrenabile contagio che in quegli anni ci coinvolse tutti e che non potremo mai dimenticare. Ci siamo conosciuti, lei ed io, tanti anni fa come colleghi, entrambi ancora precari, non di ruolo, al liceo scientifico giù in città, dove lei insegnava matematica, io italiano e latino. In quel caso ero io, che scendevo dalle valli, a dover esser accettato come uno di loro. E non ho mai capito perché noi, gente di montagna, quando, secondo la vulgata comune, ‘discriminiamo’ e veniamo descritti come poco propensi ad aprirci a chi non vive da noi, immediatamente diventiamo famosi come modelli negativi di chiusura e di arretratezza, mentre loro, quelli di città, se fanno la stessa cosa con noi, non discriminano. Vorrei provare ad andare un po’ oltre questi luoghi comuni, perché – ecco, questo è per me molto importante – il bello di questa storia è proprio anche nel fatto che ha dimostrato che si può andare oltre queste sciocchezze e queste assurde, demenziali paranoie. Quell’incisione su quel tronchetto di legno che resta lassù al passo, al termine della ciclabile, che un tempo fu una carrareccia forestale e d’inverno una pista per sci di fondo, è per tutti noi il più bel ricordo di quella stessa storia d’amore e di passione: non è stata scritta da ‘uno di noi’, ma molto probabilmente da un ragazzo o da una ragazza, o da più ragazzi insieme di una classe di una scuola di città, che quassù vengono a divertirsi, ad arrampicarsi, a camminare, a ciaspolare, a sciare. Eppure alla loro anima quel silenzio, evidentemente, ha saputo parlare con la stessa forza con cui parla alle nostre.

Ma torniamo alle persone. Siccome lei nei primi anni guadagnava poco come supplente e spesso non riusciva nemmeno ad avere la cattedra completa, cercava lavoretti per poter pagare l’affitto. La sua famiglia era lontano, nel sud, e non aveva disponibilità economiche per mantenerla; quassù oltretutto la vita costa molto di più. Sapeva sciare, perché veniva da una regione di montagna, dove la neve non è certamente una rarità. E venendo su nel nel fine settimana, imparò che la società che gestiva gli impianti del passo e il noleggio dei materiali aveva bisogno di più personale in quelle giornate di superlavoro, persone da tenere alle casse delle biglietterie e degli skipass o nel negozio dove si effettuava il noleggio di sci da discesa, da fondo, ciaspole, slitte. Fu così che si conobbero. Lui veniva con gli amici e i colleghi del paese o anche di città il sabato e la domenica a trascorrere qualche ora sulle piste. Fu singolare il modo in cui fecero conoscenza. Lui si mise in fila per fare un abbonamento giornaliero. Lei commise un errore nel calcolo di un biglietto, in cui avrebbe dovuto applicare uno sconto, che viene praticato ad alcune persone del posto, tra le quali, giustamente, i dipendenti della banca che sponsorizza tante nostre iniziative sportive e ci porta tante persone sulle piste con la sua pubblicità. Il direttore, appena ebbe saputo dell’errore, fu molto maleducato e duro con lei, che era alle primissime armi in quel lavoro, e la sgridò in modo umiliante di fronte ai clienti in fila. Lui chiese di entrare nell’ufficio della biglietteria e parlando con il direttore riuscì a fargli capire quanto era stato esageratamente duro con quella ragazza, che aveva commesso un errore, che chiunque nella sua posizione avrebbe potuto commettere. Non solo. Riuscì a convincere il direttore a scusarsi con lei. L’uomo ammise che nella foga dello stress della giornata di superlavoro nel fine settimana aveva ecceduto. Non solo. Ci fu un lieto fine degno del più banale polpettone cinematografico: i tre si ritrovarono a pranzare insieme per suggellare un’amicizia nuova. Quando il direttore degli impianti per primo si alzò da tavola, lasciandoli soli, i loro occhi si incontrarono per un attimo. Lei sorrise. Lui mise la sua mano su quella di lei e le chiese quando avesse un po’ di tempo libero per provare il nuovo tracciato della pista di sci di fondo, di cui lui era più appassionato rispetto alla discesa. Quel giorno era lì sulle piste di discesa solo per far compagnia agli amici della sede centrale che erano venuti su dalla città. Era un sabato. L’indomani lei non avrebbe lavorato e fu così che si diedero appuntamento alla casetta di legno, che fungeva da biglietteria per l’ingresso nel centro di sci di fondo. Nacque tutto lì. Sul nostro passo. E per anni noi li vedevamo lì. Lei veniva su anche durante la settimana e spesso andavano insieme a sciare negli anelli di fondo in inverno o a ciaspolare per i sentieri che lui conosceva come le sue tasche, oppure, in primavera e in estate a camminare su quegli stessi sentieri, che naturalmente conoscevano alla perfezione. La cosa che contagiò tutti noi fu la potenza dell’amore che emanava il solo vederli insieme. Direte che esagero e che sto scadendo io nel polpettone adesso. No: vi assicuro che erano questi i sentimenti con cui noi vivevamo la vicenda. Ovunque fossero, erano abbracciati. Appena poteva, lui se la stringeva e la baciava in modo appassionato, che fossero su un sentiero con le ciaspole, dove li vide un giorno Luigi, il responsabile del soccorso alpino, o che fossero nel parcheggio di un rifugio, dove li vide tante volte Guido, il titolare di quello situato a metà della strada per il passo, dove d’estate partono i sentieri che portano su al valico. Quando scrissi la pagina di presentazione all’ultima edizione della guida escursionistica, gran parte delle informazioni sulla descrizione dei percorsi proposti ai turisti era venuta proprio da loro due. Mancava solo la passione di quei baci e di quegli abbracci in quella guida. A me mancava davvero tanto. E non solo a me. E non è affatto un polpettone quello che vi sto raccontando. Qualcuno dice che scrivere significa dover per forza mentire. Non mi interessa. Fate voi. Mi rimetto al vostro giudizio.

In seguito, dopo tanti anni durante i quali loro due erano come diventati l’immagine della gioia e della spensieratezza per tanti di noi in paese, qualcosa cambiò. Lei veniva su meno spesso. Lui andava giù più spesso. Nessuno seppe mai cosa stesse succedendo. Alle poche domande che qualcuno in banca o fuori gli faceva lui rispondeva in modo elusivo. Il silenzio delle nostre montagne ha tanti volti. Spesso assume quello del segreto. E quando il silenzio diventa immagine del segreto, facilmente finisce per essere tirato per la giacca. Non ho mai voluto ascoltare voci. Ho preferito mettermi in ascolto di quel silenzio, avendo, come tanti del resto, intuito che quello che nascondeva forse non sarebbe stato qualcosa di bello come quello che finora avevamo vissuto grazie al loro lungo e irrefrenabile contagio d’amore. Nicola o Lorenzo, i due finanzieri che hanno la sede della loro piccola stazione, proprio di fronte a casa loro, quante volte scherzosamente ci comunicavano il momento in cui in casa di lui si spegneva la luce della cucina al piano terra e si accendeva quella della camera al primo piano. Questo paese abitato ormai soprattutto da anziani, che vive di turismo e di lavoro pendolare, attendeva il messaggio di uno dei due finanzieri, anche loro provenienti da fuori, anche loro faticosamente ammessi e diventati ‘due di noi’. Qualcosa cambiò, insomma, e mi sembra giusto che la storia inizi da un momento particolare, un venerdì mattina. Lei riapparve dopo un lungo periodo di assenza. E la notizia della sua ricomparsa fece in un attimo il giro del paese. Il proteiforme silenzio della montagna prese in un attimo le sembianze di un cicaleccio mediatico, in cui assunsero forma narrativa le più fantasiose ricostruzioni. Le solite aporie insanabili della vita. Lo ripeto: mi spaventa chi non le ammette.

Guido stava spazzando l’ingresso del bar e stava pulendo anche l’area del parcheggio. Il vento aveva portato lì ogni residuo dell’umana inciviltà: fazzoletti di carta lanciati dai finestrini, lattine di bibite abbandonate, bottigliette vuote di plastica che ruzzolavano qua e là, persino un pannolino lasciato per terra accanto ad un cassonetto. Iniziò a piovere, era acqua mista a neve, proprio quando i due scesero dall’auto nel parcheggio da dove partiva il sentiero. Era un venerdì mattina, giornata di lavoro. Si sarà preso un giorno di ferie, pensò Guido di lui. Di lei già sapevano tutti da anni che il venerdì era il suo giorno libero. Guido, che li conosceva bene, come del resto tutti noi da anni, li salutò da lontano e li sentì parlare tra di loro.

“Temo che non sia un bella giornata per arrivare lassù. Andiamo lo stesso?”, chiese lei. Lo disse in un modo che Guido, attento fisionomista, indagò e notò come distratto. Era come se lei fosse lì con il corpo, ma la sua anima vagasse altrove.

“Adesso ci prendiamo un caffè. Poi decidiamo”, rispose lui, mentre lasciava le scarpe da ginnastica e le calze con cui aveva guidato e indossava le pedule e le calze termiche. Lei, non dovendo guidare, aveva già le pedule ai piedi. Presero gli zaini e andarono verso il bar. C’erano solo loro. Era giornata feriale. Il tempo era brutto. Non era giornata da escursioni quella. Al bar presero due caffè macchiati. Si sedettero in silenzio. Lui guardava fuori. Lei guardava le proprie mani. Nessuno dei due osava incrociare gli occhi dell’altro. Guido notò attentamente anche il comportamento di lui, che era fatto di gesti quasi ripetitivi e rituali, di automatismi quasi dettati dagli obblighi di un’agenda.

Passarono i minuti in silenzio, lasciandosi avvolgere da quello che è il signore incontrastato di questi luoghi da sempre. Un silenzio che, ben al di là delle pretese spiritualistiche di artisti ed esteti vari, ha la peculiarità straordinaria di poter essere interpretato secondo le circostanze, secondo le giornate, secondo il clima, secondo le persone che lo ascoltano e ne restano pervase e spesso anche stregate. Guido aveva la sua interpretazione e, conoscendoli da anni, aveva il presentimento che quella sua interpretazione non fosse affatto lontana dal vero.

“Allora? Cosa facciamo?”, chiese lei, mentre ciò che dall’alto scendeva non era più nevischio, ma diventava sempre più neve.

“Andrei lo stesso”, disse lui.

“Sarà tutto fango e neve bagnata e farinosa.”

“Sì. Sarà tutto fango.” Ci fu una pausa. Lui continuava a guardare fuori. Lei continuava a tenere gli occhi bassi, fissi sulle proprie mani incrociate e poggiate sul piano del tavolino in legno del bar. Quando lei ebbe ricordato il fango, il suo pensiero aveva prodotto una frase. Stava per pronunciarla, ma si frenò. “Non era forse fatta di fango la loro relazione in quel momento? Non era forse stato volutamente gettato fango a manciate su quella vita. Da chi? Perché?” Stava per pronunciare la frase. Ma all’ultimo momento si frenò. Lei gli aveva chiesto di fare quell’escursione. Lui aveva accettato. Insieme erano partiti. Insieme si trovavano seduti allo stesso tavolino dello stesso bar. Insieme dovevano decidere se partire o no. Insieme dovevano decidere come affrontare quel fango. La pioggia aumentava. Le gocce disegnavano sul vetro della finestra, accanto alla quale si trovava il loro tavolino, tracce che si rincorrevano e alla fine, dopo una lunga rincorsa, si univano. Le dita di lei tamburellavano sul tavolino della sedia. Era nervosismo? Era indecisione? Era paura? Lui aveva paura. Non lo poteva dire. Aveva tanta paura. Forse anche nei gesti di lei c’era paura? Era stata in silenzio per tutto il viaggio in auto, muovendosi nervosamente accanto a lui. A Guido nulla di tutto questo poteva sfuggire.

“Andiamo”, decise lui alzandosi.

Lei lo seguì. Ringraziarono e salutarono Guido, che li seguì a sua volta con lo sguardo. Egli notò il gesto molto particolare con cui lui aveva aperto la porta a lei: aveva tossito, emettendo un colpo di tosse nervoso, aveva aperto la porta, aveva abbassato gli occhi, aveva invitato lei a passare e poi aveva lasciato richiudere la porta con un colpo di tosse, sempre di quelli che tradiscono nervoso. Guido andò alla finestra e li seguì. Lui controllò che la macchina fosse chiusa bene. Infilarono le pedule nelle ciaspole e misero le ghette. Indossarono i guanti e misero gli zaini in spalla. Impugnarono i bastoni e, senza mai profferire parola, partirono. “Che coppia incredibile!” pensò Guido. Il vento girò. La temperatura si abbassò di quanto bastò per trasformare l’acquerugiola fine mista a neve, prima in nevischio e poi in neve. Li vide fermarsi per un attimo alla carta murale dei sentieri attaccata sotto la tettoia di legno. Parlarono a lungo. Parlarono animatamente. Lui sembrava molto preoccupato. Lei sembrava impegnata a tranquillizzare lui. Li vide partire. Lei davanti. Lui dietro. Tutti e due con la testa bassa. Passi ritmati, cadenzati, quasi dettati da uno di quegli automatismi spenti di vita che il loro comportamento fino d allora al rifugio aveva espresso. La nevicata s’infittì e la coppia scomparve alla vista, divorati dal silenzio complice della montagna. Il televisore del rifugio di Guido era sintonizzato su un canale locale, che diffuse un bollettino meteo: neve oggi e neve anche dopodomani.

“Che sentiero prenderanno?”, chiese Luigi a Guido, il barista.

“Di solito arrivano al rifugio. Sono venuti spesso. Era da tanto che non li vedevo.”

“Avranno i ramponi? Su in cima ci sono tratti ghiacciati.” Luigi era il responsabile del soccorso alpino. Sapeva di cosa preoccuparsi, quando c’erano escursionisti in cammino in condizioni climatiche un po’ particolari come quelle. Ieri la temperatura era improvvisamente salita. La neve in superficie si era sciolta. Ma il fondo ghiacciato, che si era formato sotto, era sempre un’insidia se la neve sopra non si compattava con quello che c’era sotto.

“Bisogna sapere usare bene i bastoni per capire cosa si ha sotto.”

“Sanno fare. Non è quello che mi preoccupa.”

“E cosa ti preoccupa, Guido?”

“Non hanno quasi detto una parola da quando sono scesi dall’auto a quando li ho visti prendere il sentiero. Hanno parlato del tempo previsto, dicendo due parole qui al tavolino. Li ho visti discutere animatamente all’inizio del sentiero. Poi sono partiti. Sembravano due alieni, due robot.”

“Persone silenziose. Il modo in cui si amano da anni qui in mezzo a noi è una delle cose più belle del nostro paese che sta morendo in questo silenzio. Il loro è un silenzio speciale, che ci anima.”

“Non sempre. Il silenzio è la cosa più difficile da interpretare”, rispose Guido, stupito dell’improvvisa fiammata filosofica dell’amico

“Già. Fammi una spremuta d’arance, Guido!”

Salivano lentamente, alternando in modo ritmato bastoni e ciaspole. Lei davanti. Lui dietro. Camminarono così in silenzio per tre ore nella neve. Lei saggiava sempre il sentiero con il bastone prima di piantare i denti della racchetta nella neve. Erano esperti. Conoscevano bene quei sentieri. Lui le aveva insegnato con il tempo a conoscere, ascoltare e rispettare quel paesaggio con gesti semplici, senza chiedergli nulla di più di quanto gli fosse assegnato di dare.

“Quando si sono conosciuti? Ormai fanno parte così integrante della nostra vita che dimentico certi momenti,” chiese Luigi a Guido.

“Qualche anno fa. Lei veniva dalla città. Era insegnante di matematica. Lavorava saltuariamente su al passo agli impianti, un po’ in ufficio, un po’ allo sportello della biglietteria, pur essendo laureata e facendo delle supplenze con cui non riusciva però a mantenersi. Veniva su solo nel fine settimana, quando agli impianti hanno bisogno di più personale. Lui aveva il pomeriggio libero e andava su con le ciaspole, oppure caricava gli sci in auto e andava a fare qualche pista. Dicono che si sono conosciuti così, su agli impianti. Lei fece un giornaliero sbagliato. Lui andò in ufficio skipass a protestare e il direttore dell’ufficio gli diede ragione. Quando lui vide che il direttore stava rimproverando duramente la ragazza allo sportello che aveva commesso l’errore, intervenne in sua difesa, dicendo che tutti possono sbagliare e che non riteneva giusto che una persona fosse umiliata così di fronte ai clienti. Non perse l’amicizia del direttore degli impianti, che ammise il suo errore, ma guadagnò l’amore di lei. Così si dice. E tutti vissero felici e contenti. Si fa per dire …”

“Poi?”

“Poi … boh … poi lo sai anche tu.”

“No. Non so proprio niente.”

Guido trasalì. Aveva un’incredibile occasione per raccontare qualcosa di assolutamente nuovo e di esplorare un terreno vergine. Luigi, che non era del loro paese, ma abitava in un altro della vallata, in effetti era persona riservata e non era uno che si impicciava molto dei fatti altrui. Guido si sedette a un tavolino del bar ormai vuoto. Fuori nevicava in modo veramente forte e fitto.

“Ecco. Non è una storia come tutte le altre. Qua in montagna non siamo abituati a queste storie, come dire?, complicate.”

“Complicate in che senso?”

“Nel senso che non sembrano storie per gente come noi. Sembrano storie per gente di città.”

“Lei è di città, dunque?”

“Sì, ma lui non propriamente. Cioè, un po’ lo è, ma non proprio. È uno di noi, ma non del tutto.”

“Spiegati meglio, Guido.”

Luigi, che era stato in piedi in mezzo al bar, si tolse il giubbotto giallo catarifrangente e si sedette allo stesso tavolino. Il vento si stava alzando. Era preoccupato per quei due là in mezzo alla bufera.

“Non è nato qui da noi. Venne qui qualche anno prima che tu diventassi il responsabile del soccorso alpino. Ma tu qui in montagna eri nato, anche se non nel nostro paese, ti eri allontanato per studiare e poi sei tornato quando ti sei separato. Lui invece è venuto per trasferimento per motivi di lavoro dalla sua banca. Ha chiesto lui di venire qua. In banca dicono che non era mai successo che uno volontariamente volesse venire in una sede così decentrata, tanto che, per mandare qualcuno quassù, dovevano usare i giovani neoassunti, che venivano quasi ricattati e costretti. Nessuno ha mai saputo perché sia venuto qua. Ma la cosa che ha stupito tutti era la disinvoltura con cui viveva la montagna, proprio come se ci fosse nato.” Guido fece una pausa. Proseguì Luigi:

“Lunghe camminate da solo. Ore sugli anelli di fondo sempre da solo. Ore con le ciaspole da solo. Lo so. Ricordo bene. I carabinieri della stazione, che fanno servizio anche alle piste, mi hanno detto più volte che temevano che prima o poi gli succedesse qualcosa nel fare tutte queste uscite da solo.”

“Sì. Ma io non sono mai stato preoccupato. È persona esperta e sicura. Quando lo vedo partire da qui mi pare sempre felice. Eppure oggi tutti e due abbiamo capito che qualcosa non va.”

“Tu l’hai capito.”

“Anche tu l’hai capito, Luigi. Lo vedo che sei preoccupato, pensando a loro due, là nella bufera di neve. O no?”

“Sì. Sono preoccupato. In banca non sembrava diverso. Ci sono stato due giorni fa.”

I due uomini si fermarono. Luigi finì di bere la sua spremuta d’arancia. Si alzò. Salutò Guido, nel momento in cui parcheggiò nella neve l’auto della Finanza. Scesero dall’auto i due sottufficiali, Nicola e Lorenzo, che Guido conosceva bene e a cui offrì il caffè.

“Si è messo d’impegno Giove questa mattina,” commentò uno dei due entrando.

“Sì, Nicola.”

“Poca gente, eh!”

“Niente gente, come vedi. Com’è la strada per venire su?” chiese Guido.

“Non male. C’è passaggio di auto e già 300 metri più giù diventa pioggia.”

“Cosa vi porta qua, Nicola?”

“Il vento forse,” rispose il finanziere. Classica risposta. Guido sorrise e disse: “Stanno chiudendo gli impianti su al passo. Da qui ad andare su credo che sia più difficile. Non ho visto passare ancora nessuno a pulire.”

“È appena iniziato. Lorenzo, prova a salire e guarda com’è la strada! Se c’è bisogno, facciamo una telefonata e vediamo di fare venire qualcuno.”

L’altro finanziere, con i gradi di brigadiere, uscì, riprese la fuoristrada e partì. Quel bar si trovava a metà della strada che da fondovalle portava al passo. D’estate era il punto di partenza di alcuni sentieri che, attraverso il bosco, arrivavano su al passo e da lì ai laghi alpini poco sopra, dove si trovava la stazione a monte degli impianti delle piste da sci.

Nicola commentò: “Aspettiamo cosa ci dice Lorenzo. Poi decidiamo se chiamare uno spazzaneve. Ma mi sembra che da qui in su non passi nessuno.” Poi vide l’auto dei due escursionisti parcheggiata all’esterno accanto a quella di Guido e chiese: “Hai ospiti nelle camere?”

“No. È l’auto di due escursionisti. Loro due.”

“Loro due?” Nicola sapeva che l’espressione si riferiva all’impiegato di banca, proprietario della casa di fronte alla sua stazione, e all’insegnante, che spesso veniva su dalla città in quella casa e che anni prima aveva lavorato anche agli impianti, per mantenersi l’affitto in città. La casa di lui era esattamente di fronte alla loro stazione.

“Sì, loro due. E la cosa oggi non mi piace per niente, Nicola.”

“Spiegati meglio, Guido.”

“Erano diversi dal solito. Non hanno detto una parola. Ma soprattutto sono venuti qui dopo tanto tempo.”

“Lei non si vedeva in paese da qualche settimana, infatti. Quindi oggi è tornata?”

“Direi di sì. Hanno fatto colazione qui, si sono messi le ciaspe e sono saliti per il 103.”

“Sarà una fatica da minatore con questa neve fresca salire su un sentiero non battuto.”

“Più che la fatica mi preoccupa l’animo con cui sono saliti. Sembrava quasi come …”

Guido non trovò le parole. Nicola si era incuriosito, si girò nervosamente il berretto tra le mani e rimase in attesa di una continuazione che non ci fu.

“Sono sempre state due persone particolari. Lui impiegato di banca, lei insegnante. Tutti e due vivono da soli, lui quassù in paese, lei giù in città. Lei che viene su la sera e nel fine settimana e che passa qua le vacanze. Persone particolari, ma che forse hanno dimostrato di amare questi posti più di tanti di noi che ci viviamo. Ci hanno dato una lezione. Questo va ammesso, no?” chiese il finanziere.

Guido aveva ascoltato distrattamente quelle parole. Cercava ancora la conclusione della frase che aveva lasciato a metà.

“Abbiamo il loro numero in caso di necessità?” chiese Nicola.

Guido guardò nel cellulare. Non aveva il numero. “Ma Luigi per me ne ha tanti di numeri di persone del paese. Forse lui ce l’ha. Vuoi che glielo chieda? Sei preoccupato?”

“Tu mi hai messo preoccupazione.”

Guido mandò un messaggio a Luigi, che rispose subito inviando il numero richiesto.

“Visto! Abbiamo un soccorso alpino efficientissimo”, commentò Guido.

Lorenzo intanto era arrivato al passo e chiamò Nicola dicendo che la strada si stava innevando e che forse era il caso di chiamare qualcuno a pulire, perché, anche se c’era poca gente a sciare nelle piste, c’erano diverse persone arrivate presto negli anelli di fondo e che altrettanto presto sarebbero scese. Gente del posto, che approfittava delle neve appena battuta e delle piste ancora poco usate per allenarsi in condizioni migliori, cosa che anche lui, il nostro impiegato di banca, spesso faceva. Nicola, avvalendosi del suo grado superiore di maresciallo che comandava la piccola stazione, incaricò il brigadiere di chiamare lo spazzaneve.

Luigi intanto era arrivato al bar del rifugio situato alla stazione a valle degli impianti, dove terminava il sentiero che saliva su dall’altro rifugio, quello di Guido. Rimase in zona tutta la mattina. Il suo servizio durava tutta la giornata, praticamente fino alla chiusura degli impianti e alle prime ombre della sera. Verso mezzogiorno li vide arrivare, molto provati e affaticati. Apparentemente non erano infelici. L’intensità della nevicata non era calata. Il vento la portava a folate su al passo. Sulle piste la visibilità era compromessa e gli impianti erano stati fermati. L’addetto al gatto delle nevi aveva rinunciato a battere le piste e aveva parcheggiato il mezzo accanto all’auto del soccorso alpino dentro la quale era Luigi.

“Non c’è più una via di mezzo qua. O non nevica per due mesi. O in un giorno ne vengono due metri,” disse l’uomo scendendo dal gatto, con cui aveva cercato inutilmente di tenere battute le piste per i pochi temerari che ancora cercavano di scendere. In quel momento c’era solo qualcuno che scendeva a mangiare. La cabinovia e le quattro seggiovie erano state fermate.

Anche Luigi scese dall’auto. “Non lamentiamoci. Domani è sabato e faremo il pieno, Bob.” E lo seguì dentro al rifugio, accodandosi ai pochi sciatori che erano già scesi e che avevano appena depositato gli sci sugli appositi supporti, sia discesisti che venivano dalle piste lì sopra, sia i fondisti che venivano dall’anello molto amato soprattutto dagli sportivi locali, situato dall’altra parte della strada. Anche questi ultimi si lamentavano per non aver potuto sciare. Roberto, detto Bob, li vide anche lui arrivare con le ciaspe e commentò: “Ecco una cosa da fare oggi: una bella passeggiata con le ciaspe. Loro due non se lo fanno certamente dire da noi, quando è il giorno ideale per venire su con le ciaspe. Era un po’ che non li vedevo. Mi fa piacere che siano tornati anche loro.” Anche Bob li conosceva bene.

“Lui non è mai andato via,”, corresse Luigi. “È lei che mancava da un po’.”

Entrarono nel rifugio, lei davanti, lui dietro, entrambi con un passo lento e stanco per loro non consueto. Non era grande come quella di Guido la sala bar e in più era affollata dai pochi sciatori che avevano sfidato le previsioni ed erano saliti lo stesso. Trovarono un solo tavolino libero e lo occuparono subito. Luigi si ricordò in quel momento che Bob aveva una figlia che a scuola come insegnante di matematica aveva proprio lei. E infatti la donna salutò con un cenno a distanza Bob, che aveva riconosciuto come genitore di una sua alunna.

“È sempre una persona sorridente. Oggi mi sembra triste. Hai visto come mi ha salutato?”

“Li abbiamo visti partire giù da Guido. Hanno preso il sentiero da lui. E lì hanno lasciato l’auto. Hanno fatto colazione da Guido senza dirsi una parola.”

Bob chiamò la figlia e le disse dell’incontro che aveva appena fatto: la sua prof di matematica. La figlia gli rispose che il venerdì era il suo giorno libero e che era tornata al lavoro proprio il giorno prima dopo una lunga malattia di quasi un mese. Lo riferì a Luigi, che lo riferì a sua volta a Guido. Nicola e Lorenzo i due finanzieri arrivarono per il pranzo al rifugio. Si sedettero con Luigi e Bob. Appresero anche loro la notizia della lunga assenza dal lavoro per malattia della donna.

I due erano seduti ad un tavolo non lontano da loro. Luigi e Bob davano loro le spalle, ma i due finanzieri li vedevano bene in faccia. Nicola disse:

“Lei in effetti pare molto affaticata. Lui meno. Hanno fatto una bella salita di quasi quattro ore. Hanno impiegato un’ora più del previsto. Sicuramente hanno trovato tratti con molta neve, che andava battuta bene e questo li ha rallentati. Di solito sono ciaspolatori veloci. Adesso stanno parlando. Lui sembra molto dolce con lei. Lei sorride poco adesso. In effetti pare che solo lui stia parlando.”

I due stettero poco seduti al rifugio. Mangiarono un piatto di pasta e ripartirono quasi subito, sicuramente sapendo di avere tanta strada da percorrere e desiderando arrivare all’auto prima del buio. La montagna li riaccolse con la stessa dolcezza e lo stesso incanto con cui li aveva sempre accolti in quegli anni, ma quel vento che cambiava spesso, quelle nubi che si alzavano e riabbassavano improvvisamente, volevano come comunicare qualcosa di anomalo. Luigi e Bob lo presagivano. I due finanzieri restarono in silenzio. Sapevano che la loro piccola stazione era troppo spesso stata usata dal paese come osservatorio privilegiato per avere notizie sulla presenza o sull’assenza di lei. A quello si limitavano le curiosità della vecchia, stanca e rispettosa anima di quel paese. E Nicola sapeva che il silenzio suo e di Lorenzo era stato vissuto con preoccupazione dalla piccola e sempre solidale comunità, che al suo impiegato di banca e alla sua amata compagna di viaggio era legata da un affetto che tutti davano per scontato, ma nessuno avrebbe mai saputo descrivere con parole. La montagna vive anche di queste recondite ineffabilità. Siamo sempre lì, alle solite insanabili aporie.

Per tutto il pomeriggio le notizie su di loro si rincorsero giù in paese, in modo più o meno confuso. Tutti erano convinti che stessero rompendo e già erano partite le ricostruzioni sulle possibili motivazioni della rottura. Altri parlarono di problemi economici. Altri addirittura vociferarono di un trasferimento che lui avrebbe avuto altrove. Lui aveva preso un giorno di ferie dall’ufficio, all’ultimo momento, trovando le sostituzioni in fretta, adducendo come motivazione un problema personale molto importante. Il direttore non aveva creato difficoltà e gli aveva consentito di godere del giorno di ferie richiesto. Il suo vicino di casa disse che da alcune settimane non cenava a casa sua e che quasi tutti i giorni, appena uscito dal lavoro, scendeva in città e tornava solo la sera tardi. Un collega disse che da alcuni giorni lo vedeva parlare in modo molto animato al cellulare, con tono molto preoccupato. Usciva spesso dal suo ufficio, andava in strada e gesticolava molto, andando avanti e indietro. Al bar in piazza non lo si vedeva da tempo. Guido li vide ritornare all’auto parlando tra di loro. Notò un particolare che non mancò di segnalare in un messaggio a Luigi: lui aiutò lei a togliersi ghette e ciaspole, cosa mai fatta. Dopo avergliele tolte le accarezzò dolcemente il viso e lei rispose con un sorriso altrettanto dolce. Ogni illazione su un litigio si infranse dopo quel messaggio. Tutto sembrava di nuovo a posto tra i due nelle fantasticherie mediatiche del piccolo paese. Partì un secondo tam tam di smentite e riletture. Eppure qualcosa che non andava ci doveva essere: di questo tutti erano convinti.

L’indomani ritornarono. Fu una meravigliosa giornata di sole. Era sabato. Arrivarono sulle piste centinaia di persone, dopo l’abbondante nevicata del giorno prima. Ma loro due andarono su direttamente al passo. Non avevano ciaspe, ma sci di fondo e rimasero sugli anelli a lungo, facendo spesso pause di riposo al rifugio. Nel primo pomeriggio scesero e si fermarono giù al bar dell’altro rifugio, quello di Guido, a metà strada, venendo su dal paese. Luigi era già sceso prima di loro e aveva informato l’amico, con cui non aveva potuto parlare molto, per via della mole di lavoro che impegnava il bar gremito sin dalle prime ore del mattino. Guido aveva cominciato con le colazioni. Poi da lui erano scesi a mangiare tutti quelli che non avevano trovato posto nei più piccoli locali su al passo, sia nella stazione a monte, sia in quella a valle degli impianti.

Loro due avevano trovato posto verso le 15,30 su un tavolino appartato in un angolo del locale ed erano rimasti lì seduti per lungo tempo. Il loro animo appariva molto diverso da quello della giornata precedente, quando erano stati visti parlare poco al bar, alla partenza e poi all’arrivo del tratto in salita, e quando al momento della ripartenza era stato notato quell’aiuto che lui aveva offerto a lei e che Guido aveva registrato come episodio singolare, mai capitato prima. Lo stesso Guido notò un clima particolare tra loro due. Eravamo tutti abituati a vederli spensierati e sorridenti. In quel momento parlava solo lui. Lei appariva molto stanca e provata dalla giornata sugli sci, ascoltava lui, ogni tanto girava la testa come perdendosi fuori del locale con riflessioni incuranti di quello che lui le stava dicendo. Arrivò la sera e tra le persone del paese ricominciò il tam tam di messaggi, in cui si parlava ancora molto di loro due, della ricomparsa di lei dopo tanto tempo e così visibilmente cambiata, affaticata, singolarmente silenziosa.

Per la domenica era prevista un’altra perturbazione e altra neve a partire dalle ore centrali della giornata. Come due giorni prima arrivarono con le ciaspole e lasciarono l’auto giù al rifugio di Guido, che notò che tra di loro c’era più comunicazione questa volta. Si fermarono a fare colazione, lo salutarono cordialmente entrambi, ma senza fermarsi a parlare con lui, cosa che in passato facevano regolarmente. Lui appariva sostanzialmente lo stesso di sempre; lei molto diversa. Era come, pensò Guido, se dieci anni le fossero saltati addosso in un attimo. Non li vide più nessuno quel giorno in giro. Non furono visti al passo. Per chi conosce quelle montagne, in giornate di neve che scende regolare, non di bufera come due giorni prima, la possibilità di addentrarsi in percorsi secondari offre opportunità meravigliose a chi sa ascoltare e rispettare quel paesaggio. Solo Guido li rivide tornare all’auto, senza fermarsi al bar come di consueto. Arrivarono: lei abbracciata a lui. Ma Guido, che era andato alla finestra e osservava attentamente la scena, aveva notato in quell’abbraccio un modo di volersi sentire vicini, che non sembrava dettato soltanto da quel banale sentimenti amore di cui tanto in quegli anni avevano parlato tra di loro. Vedeva sofferenza negli sguardi e nei lenti atteggiamenti di tutti e due. Forse per quello non erano voluti entrare nel rifugio. Accompagnò con lo sguardo l’auto, che ripartì nella neve, che continuava, debole ma incessante, a scendere sin dal mattino. Non si sarebbero più visti sui sentieri e sulle piste del passo. Bob disse solo che dalla figlia aveva appreso che lei era di nuovo assente da scuola e che nessuno sapeva niente. Chi sapeva forse taceva. Il silenzio, nelle sue tante metamorfosi, questa volta aveva preso quella nuova forma del sagace, reciproco rispetto. Nella vita di questa gente fiera e sempre solidale il rispetto è sempre stato un valore importante, un fondamento, un cardine della vita dell’intera comunità. Il silenzio di lui in banca. Il silenzio di Nicola e Lorenzo sulla sua casa. Il silenzio degli altri vicini. Il silenzio di chi non lo vedeva più al bar di piazza. Il silenzio di chi lo vedeva ansioso di chiudere l’agenzia della banca, per precipitarsi giù in città. Era una comunità intera precipitata in un silenzio da cui si era lasciata avvolgere nel segno di un antico rispetto tramandato di generazione in generazione. Un silenzio che era anche un’attesa di un segnale. Nessuno si esponeva in una direzione o nell’altra. Ma quello che quel silenzio non riusciva assolutamente a coprire con il suo manto era il sentimento di sofferenza generale, che si avvertiva in un paese che nel loro amore aveva addirittura visto la possibilità di rinascere. Sono esattamente queste le trappole e le pretese da cui ho imparato a guardarmi in questi anni.

Una domenica alla fine del sentiero che dal rifugio di Guido portava al passo, sul piazzale del parcheggio delle auto degli sciatori che vanno a prendere gli impianti della cabinovia e delle seggiovie delle piste, apparve un mucchietto di pietre a formare un piccolo cono. Tra due pietre una foto di lei e sotto la foto un piccolo tronchetto di legno spaccato longitudinalmente e recante un’incisione: “La tua anima vivrà sempre in queste pietre, in questo legno, in queste nevi, perché queste pietre, questo legno e queste nevi non sono solo qui, parte di questo paesaggio. Sono eternamente vive nella mia anima.” Luigi lo vide per primo. Fece la foto e la mandò agli amici più stretti.

Dal giorno successivo, ogni giorno nella pausa del pranzo, lui saliva al passo e aggiungeva un sasso in quel luogo, si sedeva per terra, ogni tanto depositava un fiore. Si rialzava e tornava al lavoro. Il paese del silenzio non gli chiese mai niente. Tutti avevano ovviamente capito il dolore che quel manto di silenzio aveva dovuto proteggere. Tanti privatamente, ma molto discretamente, gli manifestarono la loro vicinanza. Nessuno seppe nemmeno dove o se furono svolte le esequie. Il silenzio rimase sempre protetto dal rispetto che lui continuava ad emanare con la forza con cui tutte le mattine andava ad aprire la sua banca e la richiudeva la sera. Il silenzio rimase protagonista della tenacia con cui lui ogni giorno aggiungeva un sasso al monumento. Il sabato e la domenica saliva a piedi con un sasso e un fiore, fermandosi a lungo ad occhi chiusi in ascolto di qualcosa che a nessuno sarà mai dato sapere cosa fosse.

In estate il comune decise di risistemare il parcheggio e di realizzare una ciclabile sulla carrareccia che dal rifugio di Guido arrivava al passo, quella in fondo alla quale si trovava l’improvvisato monumento. Il progetto del geometra, realizzato in uno studio giù in città, prevedeva un intervento che avrebbe smantellato il ‘monumento’, che ormai era alto oltre un metro e in cui i sassi accumulati avevano creato come una cornice attorno alla foto e al tronchetto inciso. Appena la cosa si seppe, tutti, senza neanche doverselo comunicare, si trovarono davanti all’ufficio del sindaco a protestare, perché il progetto fosse cambiato: Guido, Luigi, Nicola, Lorenzo, Bob, i gestori dei due rifugi del passo, altri suoi amici. Mancava solo lui, come se sapesse che il paese avrebbe compreso il suo silenzio. Quando a giugno i lavori della ciclabile furono realizzati, il tracciato fu fatto deviare. Nessuno ora poteva evitare di fermarsi di fronte a quel meraviglioso atto d’amore. Tanti chiedevano ai due rifugi, quello a monte e quello a valle delle piste, il significato del singolare manufatto. La semplice storia di amore e dolore dei due sciatori ed escursionisti, appassionati di fondo e ciaspole, di due persone come tante, passò di bocca in bocca, arrivando fino al paese, fino in città. Qualcuno iniziò anche spontaneamente e depositare un fiore. Erano amici di lui, ma anche di lei che venivano su dalla città. Erano quelli che avevano capito, ascoltando quel silenzio, che per noi non erano due persone come tante.

L’inverno dopo arrivò un gruppo scolastico, accompagnato da un’insegnante di educazione fisica. Nessuno mai seppe chi fosse quell’insegnante. Luigi era lì di servizio con la sua auto del soccorso alpino quel giorno, quando il gruppo arrivò a piedi con le ciaspole. Si commosse per la scena che vide. E il racconto che ne avrebbe fatto poi in paese ci contagiò per la carica di indimenticabile commozione che aveva in sé. I ragazzi si misero davanti al ‘monumento’. La loro insegnante disse due parole, forse una preghiera. Luigi non aveva potuto sentire. Gli fu sufficiente assistere alla scena indimenticabile che avvenne subito dopo: uno dopo l’altro i ragazzi estrassero dallo zaino un fiore e lo depositarono sotto la foto. Tanti di loro cedettero anche alla commozione. Quando il gruppo ripartì, Luigi si avvicinò a quello che loro ormai chiamavano il ‘monumento’ e trovò un altro tronchetto inciso, il secondo dopo quello che aveva messo lui, più piccolo di quello, anch’esso incastonato tra i sassi, più in basso, in posizione più rispettosa. Quando il gruppo ripartì, tutti poterono leggere l’incisione sul secondo tronchetto, che recava scritto: “Goethe ha sostenuto che i monti sono maestri muti e rendono i discepoli silenziosi. Il silenzio, che ci hai insegnato per ascoltarti allora, è ora nelle nostre anime l’allievo migliore del silenzio che quassù ti proteggerà con l’amore che la tua infinita dolcezza merita. La tua 4C. 31 gennaio 2015.” Nessuno gli disse niente. Sapevano che veniva su tutti i giorni. Luigi era lì al passo quando lui, venuto su dal paese il giorno dopo, vide quell’incisione, fatta di parole semplici ma forti, come semplice e forte era da sempre lo spirito che animava la gente di quei posti; benché quelle parole venissero dalla città, lo spirito era quello stesso che animava lui e noi da anni. Era una giornata di neve. Luigi gli si avvicinò lentamente. Gli pose una mano sulla spalla. Piansero insieme. In silenzio. Fu la prima volta che qualcuno lo vide piangere. Fu la prima volta che Luigi forse capì la forza del silenzio, fatta di un’ineffabile semplicità.

I violini recitano una struggente melodia là dove la partitura recita Ausklang, epilogo e Nacht, notte. In quella melodia si riconosce una modifica del tema della marcia con cui il brano era iniziato. Dopo il brano Gewitter und Sturm, temporale e tempesta, nulla poteva essere più come prima, perché l’ordine inevitabile delle cose impone queste necessità, cui nessuno sfugge. Tra queste necessità ve n’è una che non è facile descrivere e che si esprime solo in domande, in tante domande: in che modo il Tempo modifica il sentimento attraverso il meccanismo della memoria? come può l’amore da ardente passione del corpo restare vivo sempre, nonostante tutto, come lancinante passione dell’anima? perché il silenzio di queste montagne raramente incontra un interprete che lo sappia ascoltare? perché il modo in cui lo ascolto oggi, nelle stesse condizioni ambientali di ieri, non è mai uguale a quello con cui l’ho ascoltato ieri? che cosa c’è qua dentro di così maledettamente crudele e sadico, che riesce a trasformare in dolore la cosa più bella che dovrebbe esistere nella vita? perché, passando davanti ad una frase incisa su un tronchetto di legno, mi si bagnano gli occhi sotto le palpebre e avverto anch’io il bisogno di lasciare un fiore? Ma la domanda che esercita un singolare e forse persino perverso fascino di attrazione davanti a quel monumento è un’altra. perché questo che dovrebbe essere un atto di amore diventa un atto di dolore?

Nessuno di noi qui in paese ha mai saputo chi sia stato l’anonimo autore della frase incisa su quel legno che decine di persone possono leggere e che il silenzio della sagace montagna ora proteggerà per sempre. Ma, se l’autore di quella frase è uno che legge questa storia, tu, chiunque tu sia, sappi che noi tutti quassù ti vogliamo bene e che da oggi anche tu sei ‘uno di noi’, parte di questi silenzi che sono custodi di sentimenti speciali, espressione di anime e di individualità che a nessuno spetterebbe invadere. Siamo arrivati alla fine. E non posso dirvi altro se non che a questo punto l’unica cosa giusta che mi sento di fare non è dare interpretazioni che a me non spettano, non è spiegare atti e gesti che non potrò mai permettermi di comprendere, non è trasformare in pretesa ciò che non è altro che vita, ma soltanto salire lassù e lasciare, in silenzio come tanti, un fiore.

L’ultima curva

Era prevista da giorni. Dopo settimane di clima primaverile fuori stagione, di turisti con il broncio, di paesaggio finto con le lingue bianche delle piste disegnate dai cannoni nel paesaggio verde, finalmente era arrivata. Ed era arrivata facendo il botto. Aveva iniziato in tarda mattina portata da vento forte. E poi la nevicata si era infittita sempre di più. I due fratelli, Mario, il parrucchiere del paese, e Alberto, proprietario dell’officina meccanica, avevano deciso di chiudere prima le loro attività. Mario era tornato a casa da sua moglie Sofia. Alberto, che, viste le previsioni, aveva già applicato lo spazzaneve al suo camioncino, era pronto, insieme ad altri, a rispondere al messaggio del sindaco e a mettersi al lavoro. Ma i due fratelli, sulle porte delle rispettive case, non parlavano della neve. In montagna la neve non è un problema e fa parte della quotidianità da sempre; lo può essere chi incautamente la sfida. Parlavano del loro amico e vicino di casa, insegnante da anni nella loro comunità, da quando aveva fatto la scelta di lavorare in quel paese e in quella scuola; e lì in quella comunità, appunto, da tempo viveva. Il “prof”, come da tutti era semplicemente chiamato, in quanto unico uomo insieme a un bidello a lavorare in quella piccola scuola, destava preoccupazione in tanti quel giorno, da quando Annamaria, che abitava nell’ultima casa prima della rotonda, dove iniziava la strada del passo, aveva comunicato che, prima che questa fosse chiusa, era passata proprio l’auto del prof. Era il gesto che tanti di quelli che gli volevano bene purtroppo temevano e che puntualmente si era verificato. Non era la prima volta che lo faceva da quel giorno di gennaio di dieci anni prima, quando, sempre sotto una fitta nevicata e sempre con la strada del passo chiusa, lui era andato nella sua baita, in realtà una piccola casetta con piano terra in pietra e alzato in legno, che il marito di Annamaria, geometra, aveva trasformato in un rustico e caldo ambiente unico, una specie di loft. Gli volevano bene, perché era un bravo insegnante, era persona sensibile, era amato dai suoi ragazzi, stava spesso con loro al bar, nella piazza, nel giardino pubblico. Ma gli volevano bene soprattutto dopo quello che era successo anni fa quel giorno di gennaio. Alberto ricorda meglio di tutti quanto successe allora, in quella giornata che lasciò un segno, un brutto segno, in tutta la comunità. La strada del passo era stata chiusa e non ancora pulita dopo un’abbondante nevicata. Arrivò alla stazione dei carabinieri una chiamata di soccorso da parte di una donna rimasta bloccata, evidentemente uscita da una delle strade private e non a conoscenza della temporanea chiusura della strada principale; fu Alberto a salire con lo spazzaneve e a trovare la Cinquecento bianca ferma in mezzo alla bufera, bloccata nella neve. Lei era visibilmente alterata. Alberto, che la conosceva bene, non l’aveva mai vista così: nervosamente si asciugava il viso con un fazzoletto e cercava in modo innaturale e maldestro di dissimulare un malessere che trapelava in modo palese. Alberto riuscì ad estrarre l’auto dalla neve e a metterla dietro il suo mezzo. Disse alla donna di seguirlo standogli vicino. Provò a fare domande sul prof, ma non ebbe alcuna risposta. Arrivati alla fine della discesa, in fondo alla strada, alla rotonda dove iniziano le case del paese, Alberto intravvide una mano che ringraziava da dietro un finestrino appannato. Da quel giorno la Cinquecento bianca e chi l’aveva guidata, popolando fantasie di ogni tipo nelle menti della gente del paese, non si vide più. Dieci anni erano passati. E la piccola comunità sentiva la mancanza di quella Cinquecento bianca. La avvertiva immancabilmente quando vedeva lui, il loro prof, e quando realizzava il cambiamento che quel giorno aveva apportato all’esistenza sua e alla vita di tutti loro. Quando Alberto tornò al bar, vide Mario che gli disse che il prof non rispondeva al telefono. Sapevano tutti che era lassù. Cosa fosse successo non si seppe mai. Lui non ne parlò mai a voce. Erano per tutti loro in paese una coppia bellissima e affiatata. Lei era un’insegnante di educazione fisica di una scuola in città, che portava spesso i ragazzi a sciare e a fare escursioni con le ciaspole nelle piste del loro paese. Il barista del rifugio, Halit, un gioviale quarantenne di origine balcanica, gli aveva parlato di un’insegnante di una scuola di città, “una donna affascinante”, che veniva spesso con i ragazzi sulle piste del passo: nel suo linguaggio semplice e con il suo lessico decisamente diretto e ben poco allusivo non mancò più volte di dire nei suoi messaggi quale notevole esemplare del genere femminile fosse quel giorno arrivato al rifugio. Un giorno in un messaggio Halit descrisse la giovane insegnante in tutti i particolari fisici, partendo ovviamente dalle parti più curvilinee, che a lui evidentemente interessavano di più, e concludendo con la descrizione dei particolari che invece solleticarono l’interesse del prof:  “ha un naso molto particolare, aquilino, lineamenti del viso marcati, un alone vagamente orientaleggiante che noi balcanici, mescolatici per secoli con i turchi, riconosciamo subito, un piccolo neo vicino al naso, occhi neri vivacissimi, una chioma di capelli neri lunghi che è una meraviglia della natura e un sorriso che spakka”.  Nessuno seppe se tutto fosse dipeso dalle quelle due kappa o dal neo, o dai capelli, o dalle curve descritte centimetro per centimetro da Halit, fatto sta che il prof decise di associarsi un giorno con i suoi ragazzi a quelle uscite, che lo incuriosirono, e organizzò un’escursione con le ciaspole con una sua classe, non appena ebbe da Halit la data della prossima comparizione della misteriosa divinità orientale. Fu così che un bel giorno al rifugio su al passo, proprio sui tavoli dove Halit serviva la pasta e fagioli a detta di tanti la più buona di tutta la valle, i due gruppi, quello del prof e quello della divinità orientale, si fermarono per il pranzo e si incontrarono: la freccia di cupido evidentemente fece centro, quando i due insegnanti si conobbero e Halit, ammiccando con il prof, disse: “Sono fiero che nel mio rifugio sia appena nato un gemellaggio tra due scuole. La quota degli accompagnatori è offerta dalla casa.” In effetti, trattandosi di un giovedì, giornata infrasettimanale, quei due gruppi di quasi sessanta persone, compresi gli altri due colleghi del prof e della donna della scuola di città, avevano portato in cassa una cifra che per Halit era assolutamente insperata. Alberto era arrivato al passo, passando per il sentiero nel bosco, che incrociava il pianoro della sua baita; l’altro gruppo aveva preso un’altra mulattiera estiva, che per anni era stata usata come tracciato per una pista di sci di fondo nei mesi invernali. A tavola il prof convinse la collega appena conosciuta a passare per il bosco, dicendole che il panorama sarebbe stato molto più bello, ma che bisognava prestare attenzione ad alcuni tratti ripidi. Halit vide subito dai sorrisi che si scambiavano, dal modo in cui parlavano, da come il prof avesse quasi dimenticato di avere la responsabilità di un gruppo di ragazzi, che la famosa alchimia chimica era scattata. “C’è qualcosa di incredibilmente misterioso che unisce queste due persone”, scrisse nel massaggio che inviò ad Alberto e Mario, che sapeva in paese non solo vicini di casa, ma amici del prof. In pochi minuti tutto il paese seppe. Alberto non vide subito il messaggio, ma Mario sì, lo vide subito e rispose: “Ma lui è così timido …” Halit ribatté: “Anche lei. È questo il bello.” Al ritorno verso il paese, da cui erano partiti per quella escursione con le ciaspole con il gruppo dei ragazzi, passarono infatti proprio dalla carrareccia, che dal passo giungeva alla sua baita e diventava poi lo stradello privato, che portava alla strada principale. Il prof e lei rimasero sempre insieme in fondo al gruppo. Lui, che conosceva benissimo quella pista, spesso aiutò lei nei punti più ripidi. Da lì scendeva anche un sentiero, da cui si arrivava in paese più velocemente a piedi, quello che il prof con i suoi ragazzi avevano già percorso in salita. Alberto li incontrò su quel sentiero e vide che in un tratto un po’ più ripido e delicato il prof era particolarmente attento ad aiutare i ragazzi ad affrontarlo nel giusto modo. Vide anche che per ultima passò lei. Ma la donna scivolò, perdendo l’equilibrio e finendo proprio in braccio al prof. Alberto ebbe la conferma dei sospetti di Halit, nel momento in cui assistette al bacio che i due si diedero quando lei si rialzò, ridendo spensierata e per nulla preoccupata della brutta figura fatta con i suoi ragazzi. Da quel giorno lei veniva su sempre più spesso con la sua Cinquecento bianca. E non veniva mai a casa sua in paese: alla rotonda girava per la strada del passo e andava sempre alla baita. E quella Cinquecento bianca era diventata in cert senso parte delle fantasticherie che tutti in paese iniziarono a raccontare, costruire, inventare, modificare, rielaborare con sempre nuovi dettagli sul loro prof. Era una piccola epica di paese quella che si ambientava in quella baita e che stava prendendo forma nelle riunioni a tavola delle famiglie al termine del dure giornate di lavoro, che la stagione turistica imponeva per il divertimento altrui. Era bello quando la mattina presto scendevano insieme dalla baita, abbracciati per fare colazione insieme al bar, prima che lei scendesse in città alla sua scuola e lui andasse a sua volta alla sua scuola, la loro scuola, la scuola del loro paese, dove tutti loro avevano passato un po’ della loro vita. Era bello il modo semplice in cui il prof e la divinità orientale dichiaravano a tutti di essere innamorati.

Il loro prof da anni scriveva. Aveva iniziato con delle poesie di montagna. A loro piacevano, ma il genere trovava poco interesse giù in città. Decise allora di passare alla narrativa ed ebbe più successo. Sempre racconti di montagna e sempre lei, in forme diverse li popolava, con la sua chioma di capelli neri, i suoi occhi neri, il suo accento orientale. Nessuno di loro aveva mai saputo da dove venisse quello splendore del genere femminile che, ogni volta che faceva la sua apparizione nel bar del paese, lasciava a bocca aperta tutti, soprattutto gli uomini, con quel suo fisico atletico, sempre tonico e perfetto, quei capelli che ora lasciava ondeggiare con voluttuosa civetteria, ora raccoglieva in una lunga coda di cavallo, che spesso era lui a farle lì al bar, accarezzandoglieli morbidamente, incurante degli sguardi altrui. Il piccolo birichino neo a fianco del naso leggermente adunco che tradiva inconfondibile origine orientale per loro, ma dantesca per lui, era stato oggetto di tante ipotesi sulla sua origine. Benché si fosse conquistata l’epiteto di “divinità orientale”, parlava tuttavia italiano perfetto. Non solo: rispondeva alle battute in dialetto, quello di città un po’ imbastardito, ma apprezzato ugualmente dai più puntigliosi puristi locali. E quegli occhi vivaci? Avevano un potere unico di sprigionare fiamme di passione in chi ne fosse colpito. Quanto era bella! Una bellezza di quelle che lasciavano il segno non tanto perché espressa da un fisico, quanto perché diffusa da uno spirito che, potente in modo ineffabile, emanava ogni sua forza al suo passaggio; una bellezza che passava per il sorriso, per gli occhi, per quella leggera e morbida chioma di capelli neri, che sembravano parlare muovendosi in modo così delicato e sinuoso. Aveva avuto proprio un bel fiuto il prof, dicevano spesso, nelle più svariate coloriture che il loro dialetto consentiva. Lo invidiavano. Sì, non riuscivano a celare, anche espressamente nei suoi confronti, la loro bonaria invidia per quella meraviglia di collega di educazione fisica che aveva trovato e che, seppur discretamente, faceva un po’ parte della loro comunità. Ma Alberto e Mario avevano sempre nutrito grande rispetto per lui e per la sua storia con lei; all’inizio qualche battuta piccante sulla bocca di qualcuno c’era stata. Poi i due fratelli erano prontamente intervenuti a difesa del prof e nessuno aveva più osato esprimere né pensare mai niente di volgare né di offensivo. Era un atto di amore di un paese intero quello che accompagnava e partecipava a quella presenza nella baita, due chilometri fuori dalla strada del passo. Una passione che animava, che infondeva vita, ma che, soprattutto ispirava rispetto per qualcosa che loro non avevano mai capito da cosa derivasse. Era il loro prof, gli volevano bene, lo avevano accolto, scriveva di loro cose belle. Che fosse quella la ragione che ispirava quel senso di autorevole semplicità che era nell’aria intorno a lui? Che fosse quello il suo alone particolare? Era un carisma anche quello, in un modo o nell’altro, un carisma fatto di gesti semplici, alieno da protagonismo, ma ricchissimo di affetto e solidarietà. Alberto e Mario erano quelli che più parlavano con lui. Abitavano nelle case del paese da cui partiva il sentiero che, tagliando per il bosco, arrivava direttamente alla baita. Lo vedevano più frequentemente, perché, molto spesso scendeva e risaliva a piedi da lì, quando, anziché a casa in paese, andava su alla baita. Anche d’inverno. Quante volte dentro la loro testa gli avevano dato del matto, vedendolo infilare le pedule nelle ciaspole e salire su per l’erta, nella neve non battuta se non da lui, con lo zaino pesante di libri. E quando passava di lì lo salutavano felici, perché sapevano che lassù andava ad aspettare lei.

Da quel giorno di gennaio il prof era cambiato. Non scriveva più in casa sua in paese, ma solo su alla casetta, dove passava spesso da solo interi fine settimana. D’estate o nelle vacanze di Natale riceveva qualche visita da parte dei suoi due fratelli, sempre giù in paese, mai su alla casetta. Non si muoveva più dal paese. Quando uscì la prima raccolta di racconti, fu intitolata Il tempio della memoria: tutti in paese capirono che il riferimento era alla baita. E da allora tutti capirono che là dentro covava qualcosa di poco bello, di molto diverso da quello che per tanti anni la loro epica di paese aveva immaginato e costruito. Il prof non riusciva più a sorridere come prima. Il dolore lo stava rodendo. Quando andava lassù produceva pagine diverse da quelle di prima, pagine più forti, più vissute, più passionali, riuscendo a esprimere sentimenti che neppure loro, nati lì, sarebbero riusciti a cogliere in quel modo. Trasferiva nel paesaggio quella passione che aveva perduto nell’anima; riempiva con il paesaggio il vuoto che lei aveva lasciato. Quei testi scritti dopo quella giornata di gennaio, rimasta indimenticabile negli annali della piccola comunità, erano più belli, ma lui no. Lui, dentro di sé, nella sua anima, non era più bello come prima per loro. Lo capivano alla colazione al bar. Lo capivano nel bar della scuola all’intervallo. Lo capivano quando si fermava in chiacchiere a commentare il giornale da Mario. Lo capivano sulle panchine del giardino pubblico. Lo capivano quando con Alberto trascorreva ore davanti a un grappino che durava eternamente, tanto a lungo quanto interminabili erano gli sforzi dell’amico per capire cosa stesse succedendo alla sua anima. Alberto leggeva i suoi racconti e aveva capito di quei testi qualcosa che altri forse non avevano percepito. Il prof se ne era accorto. Lo ascoltava con piacere, ma in silenzio, senza mai dargli la soddisfazione di aver compreso un riferimento particolare, di aver interpretato una metafora rappresentata da un animale, da una figura del paesaggio, da una scena. Mai. Ascoltava in silenzio. Annuiva con il capo. Prendeva in mano il bicchierino di grappa. Lo annusava più volte senza bere. Quando beveva, lo faceva a sorsi lentissimi. Ogni incontro terminava con la stessa frase: “Grazie, Alberto. Sei un amico.” Frase che rafforzava un’amicizia, ma che ad Alberto sembrava non servire a risolvere un problema. E ne soffriva quando lavorava nella sua officina, pensando all’amico, vedendolo passare a piedi, per inerpicarsi per quel sentiero: un viaggio dell’anima ormai per lui. Allora Alberto usciva dall’officina, lo seguiva finché riusciva a vederne la sagoma salire su per il bosco. E dentro di sé la sua anima di uomo di montagna, da sempre abituato a essere devoto e religioso, ma soprattutto solidale al momento del bisogno, comprendeva lo stato di chi in quel momento non era felice; e non mancava di rivolgere nel suo animo una preghiera che accompagnava quella faticosa e dolorosa salita alla baita, ben diversa da quella di anni prima.

Qualcuno si era informato giù in città. Sembrava che lei si fosse trasferita. Voci raccolte qua e là dalla curiosità della piccola comunità parlavano di un genitore di uno studente, titolare di un importante studio commerciale in una città vicina dove lei si sarebbe trasferita, convinta da lui ad abbandonare le tristi e malinconiche montagne per la più viva città. Queste voci si rincorrevano di casa in casa e arrivarono anche a lui ovviamente, tanto piccola era la comunità. Sarebbe più volte stata vista in locali notturni insieme a questo benestante professionista, che con grande classe le apriva gli sportelli della sua auto sportiva, la riempiva di gioielli e abiti eleganti. Così si diceva. E lui soffriva. Per la piccola comunità era una grande persona il loro prof. E quelle notizie facevano male non solo a lui, ma anche a tutta la piccola comunità, che lo amava con affetto sincero da sempre, da quando lui aveva scelto di vivere da loro. Alberto e Mario raccoglievano e confrontavano quelle voci su di lei con quello che avveniva in quella baita, al termine di una stretta strada privata, che s’inerpicava ripida su un pendio, che terminava in un piccolo pianoro. Ricordavano quando lei veniva su con i ragazzi della scuola e ricordavano che su al rifugio del passo i due stavano sempre insieme a tavola a mangiare. Ma le donne del paese avevano altri modi per pensare a loro: ricordavano soprattutto che erano stati la coppia dei sogni per molte di loro. Il giornalaio ad alcune affezionate di romanzi rosa faceva spesso la battuta: “Ma non l’abbiamo qui in paese il più bello di tutti i romanzi rosa? Perché comprate questa roba scadente?” Era un romanzo rosa. Sì. Il loro prof era diventato anche quello: il protagonista di un romanzo rosa. Ma a lui non dispiaceva, tutto sommato, recitare quella parte, che si era trovato cucita addosso da quell’antica e resistente tradizione popolare fatta di semplicità. Alla fine dei conti, se era lì a lavorare, era perché la amava, quella comunità, anche per quegli aspetti che lui definiva, solo con chi capiva il significato non offensivo del termine, atavici e primordiali. Non c’era niente di male. Erano brave persone. Gli volevano bene anche così, facendo di lui una specie di JR. Lui ne voleva tanto a loro, in compenso. E non mancava di farlo capire, appena gli si presentava l’occasione. Si aiutavano a vicenda tutti. E aiutarsi tutti a vicenda significava anche regalare un sorriso alle tante persone con le quali il suo lavoro lo metteva in contatto quasi quotidianamente: al genitore che veniva a un colloquio, appena reduce da un lutto familiare; alla mamma del ragazzino disabile che aveva in classe per farle capire che lui comprendeva che il dolore non era solo del ragazzino, ma anche di chi con lui doveva passare giornate intere; allo studente in una di quelle crisi adolescenziali d’amore che anche lui aveva vissuto e passato. Era questo che piaceva di lui a quella piccola comunità che lo aveva saputo accogliere. Non parlava. Appariva poco. Ma quando lo faceva, in un modo o nell’altro lasciava un segno e lasciava sempre un modo per far parlare di sé. I manuali di psicologia sociale sentenziano e pontificano, dichiarando che non è facile interagire con quei gruppi chiusi, soprattutto nelle valli di montagna; lui ci era riuscito. Perciò: o era lui l’eccezione che confermava la regola, o erano i manuali dei corsi di psicologia sociale da rivedere. Insomma, che importava se la baita, il suo tempio della memoria, era diventata per loro lo spazio narrativo di un romanzo rosa? Stava così bene insieme a loro che accettare questa parte, sicuramente non entusiasmante per i più, per lui era il modo per ricambiare l’affetto che loro manifestavano per lui. E a lui piaceva così. Lontano dai riflettori, dedicando ore a pensare e a riflettere sui tanti errori che nella giornata poteva aver commesso.

Era religioso, dicevano di lui i paesani. Andava a messa ogni domenica. Ma non si sapeva mai di che genere fosse veramente il suo essere religioso. Ai ragazzi in classe non parlava bene delle religioni nel loro complesso, soprattutto di quelle che avevano nel tempo assunto un carattere più istituzionale. Non mancava di mettere in luce i difetti del monoteismo. Ne parlava sempre. Eppure andava in chiesa e pregava. Pregava tanto. I suoi racconti erano pervasi fortemente di questo afflato spirituale, in cui entravano riflessioni che erano quelle delle sue lezioni ai ragazzi più grandi del corso scientifico. Questi tornavano a casa, ne discutevano in famiglia, i genitori spesso non capivano i contenuti dei testi di cui i ragazzi parlavano, ma una cosa la capivano, e molto bene: la fede di quell’uomo era forte e incrollabile. Tutto stava nel capire in che cosa egli avesse fede. Nessuno lo aveva mai capito. Eppure quante volte lo vedevano fermarsi un attimo davanti alla chiesa, salutare con un caloroso abbraccio il parroco ed entrare in canonica; e poi vedevano accendersi la luce dello studio del parroco: quella luce rimaneva accesa per ore. Chi abitava vicino alla chiesa parlava di due persone che discutevano animatamente, che prendevano libri e leggevano e spesso il tono di voce era alto, come se litigassero. Il parroco veniva da lontano. Era nato in una famiglia polacca non cattolica. Durante l’occupazione tedesca, un suo nonno, ebreo non osservante, si era convertito al cattolicesimo, facendosi cambiare a pagamento addirittura il cognome, per paura delle rappresaglie; durante il comunismo sua mamma denunciava al partito chi andava in chiesa. Quell’uomo ne aveva tante davvero di esperienze da raccontare e lui ascoltava, ma certe cose non le capiva e spesso in chiesa, durante l’omelia, lo vedevano con i gomiti poggiati sulle ginocchia, mentre scuoteva la testa tra le mani. Ma perché discutevano così animatamente e così a lungo là dentro, nello studio del parroco? Il giornalaio, che, come accade spesso nei paesi di montagna, vendeva anche libri, diceva che il parroco conosceva parola per parola i suoi racconti, ma, quando veniva a prendere il giornale e lui gli chiedeva se gli erano piaciuti, non aveva mai osato dire di sì. Eppure si capiva lontano un miglio che al parroco piacevano.

Gli ultimi racconti che aveva scritto parlavano per immagini. Erano più difficili. E per molti di loro i riferimenti più profondi, anche di tipo filosofico, diventavano ardui da capire. Ma una cosa li colpiva: il titolo dell’ultima raccolta era L’ultima curva. Tutti conoscevano quella strada che arrivava lassù alla casetta e tutti sapevano quanto fosse pericolosa per chi andava su in salita quell’ultima curva, al termine di un tratto impegnativo e molto ripido anche per un’auto, molto stretta, a gomito, quasi un tornante che girava attorno a uno sperone di roccia appuntito, che sembrava voler tagliare la strada. Appariva spesso, in quei testi molto diversi dai primi, pervasi da un sentimento di dolore abilmente dissimulato, una figura femminile che scompariva dietro quella curva. E questa figura era quasi un’ossessione. Il prof dipingeva anche nel tempo libero. E le ultime opere, che a loro piacquero tanto che finirono in quasi tutti i negozi del paese, attiravano l’attenzione dei turisti che vedevano spesso quella figura femminile di spalle con una lunga chioma di capelli neri, sempre raffigurata su una strada in procinto di curvare a destra. Era una strada di montagna, era una strada costiera a picco sul mare, era una carraia di campagna, era un vicolo di periferia urbana: ma la curva e la figura femminile di spalle non mancavano mai in quelle rappresentazioni. Era diventata proprio un’ossessione. Ma con il prof nessuno aveva il coraggio di parlarne, di indagare, di chiedere o soddisfare una semplice curiosità. Sia chi sapeva di più, sia chi sapeva di meno, tutti quanti gli volevano troppo bene per profferire parole che gli potessero fare troppo male.

Alberto partì con lo spazzaneve. Mario tornò a chiudere il negozio. Molte case si prepararono ad affrontare quella serata di neve, tanto attesa da tutti. I messaggi tra di loro avevano compiuto ormai il loro giro: non erano pochi quelli che pensavano a lui. L’auto del prof, ultima a essere passata dalla rotonda e ad aver imboccato la strada del passo, prima che fosse chiusa, li preoccupava davvero. Era quello solo l’ultimo di uno dei tanti comportamenti che negli ultimi dieci anni lo avevano reso oggetto di preoccupazione per tanti di loro. La neve scendeva veramente fitta. Non c’erano più auto in circolazione, se non quelle degli ultimi che rincasavano dal lavoro. I pochi turisti erano tutti nei locali al caldo. Tutti si erano raccolti nelle case al sopraggiungere delle prime ombre serali. Tranne lui.

Arrivò con l’auto all’inizio del bosco sotto una bufera di neve, la cui intensità andava crescendo di minuto in minuto. Le gomme termiche non bastavano. Dovette montare anche le catene, quando ebbe lasciato la strada principale – la via maestra, la chiamava lui – per quella privata, che portava alla sua baita, al tempio della memoria. Sollevò la sbarra e accese il lampioncino, che segnava l’inizio della sua strada privata. Da dieci anni non lo accendeva. Funzionava ancora. Ripartì lentamente nella bufera: la neve si stava alzando di livello sul manto stradale. Erano quelli per lui i due chilometri più belli e più sofferti allo stesso tempo, ogni volta che saliva lassù. Ogni azione sul volante era un ricordo di lei. Ogni movimento dell’auto lo portava istintivamente a cercare lei al suo fianco, sul sedile vuoto del passeggero. Persino i fasci di luce dei fanali, che gli sbalzi violenti dell’auto sul fondo innevato agitavano qua e là, su e giù, sembravano quasi cercare lei tra le folate di neve. Le curve della strada, la dolcezza di quel posarsi della neve fiocco su fiocco, il vento che sembrava avere un carattere diverso a ogni curva e che a ogni curva sembrava modellare il paesaggio stesso in modo diverso, tutto rimandava a lei, tutto rimandava a quelle meravigliose escursioni con le ciaspole con i ragazzi delle loro scuole e a quelle che loro due per tanti anni in quel bosco, che conoscevano come le loro tasche, avevano fatto insieme. Ogni curva era un sorriso di lei, che lì un giorno era stato donato a lui. Ogni curva era un abbraccio, che lì un giorno era stato goduto insieme. Ogni curva era un bacio, che lì un giorno era stato assaporato con passione. Ogni curva era una frustata al cuore. E ogni curva che veniva superata era un supplizio, che diventava sempre più insopportabile nell’attesa della più terribile e devastante di tutte quelle curve, per la sua anima fatta a brandelli da dieci anni di salite e discese solitarie per quella strada verso il tempio della memoria. E quel concetto di curva non era per lui solo banale richiamo alla bellezza di lei, ma soprattutto era il correlato del tormento per tutte le difficoltà e le tortuosità, che avevano avuto come conseguenza l’abbandono di quel luogo da parte di lei. E l’immagine tornava lassù, al pianoro finale, alla baita e a quello sperone di roccia che costringeva la strada a piegare in una curva stretta e pericolosa. E infine all’immagine che era la madre di tutti i dolori da anni: il momento in cui, della sua meravigliosa figura che aveva già passato la curva, il vento riportò alla sua vista per un attimo la lunga chioma di capelli neri. Ossessioni, ammalianti e crudeli ossessioni, che il tempo aveva reso ormai signore incontrastate di quel meraviglioso e affascinante paesaggio dell’anima, di cui era schiavo. La strada passava attraverso il bosco. La neve, che turbinava e contro la quale il tergicristallo sembrava ingaggiare un’impari lotta, non riusciva a modificare i ricordi. Il suo scendere copiosa rendeva sempre più difficile il procedere. La strada saliva ripida e, salendo, aumentava l’intensità della nevicata. Ma l’erta più dura, quella in cui le forze del motore non sarebbero bastate, era quella che avrebbe condotto all’ultima curva, dopo la quale avrebbe visto la baita: mordace e ormai solo canzonatorio premio del doloroso salire, da quando lei non c’era più lì accanto a lui, su quel sedile vuoto. Occorrevano anche le forze dell’anima per affrontare quell’erta finale e soprattutto quella curva. Occorrevano forze superiori, per riuscire a passare oltre, senza avvertire la solita angosciante tortura, che quella curva rappresentava per lui da quel giorno di gennaio di dieci anni prima. Quella curva aveva dato vita a immagini che erano diventate incubi e ossessioni. Aveva deciso di sfruttare quelle ossessioni scrivendo. E aveva pensato che intitolare l’ultimo libro L’ultima curva, ricordando proprio quel tratto di strada, che tanto significato aveva assunto per lui, potesse essere un modo per esorcizzarlo una volta tanto. Forse qualcosa era successo. Non sapeva se fosse andato a segno o no l’esorcismo, ma un segnale era arrivato. Il più inatteso di tutti i segnali: un messaggio di lei.

Lo aveva ricevuto in giornata, quando la neve era ancora una chimera nei bollettini meteo per tanti di loro. E quel messaggio lo aveva portato lassù, incurante delle proibitive condizioni atmosferiche. In quel messaggio lei, che si era fatta sentire nuovamente dopo anni di silenzio, gli diceva che aveva letto il suo ultimo libro, L’ultima curva. “Mi piacerebbe parlarne con te. Magari lassù forse certe cose si potranno chiarire meglio. Non so se mi crederai o no. Conoscendoti forse non mi crederai. Ma questi racconti mi hanno commossa. Oggi verrò su. Costi quel che costi. Sono già in viaggio.” Laconica fu la sua risposta: “Ti aspetterò lassù”. “Ti manderò un altro messaggio quando sarò vicina”, concluse lei.

Anni di silenzio. Anni di tormento. Anni di sofferenza con gli occhi fissi su quella maledetta ossessione, che popolava incubi e generava immagini, di cui ormai era schiavo. Quella curva. Immetteva in uno spazio aprico baciato dal sole e libero da alberi, dopo aver attraversato un bosco opaco, per chi saliva. Introduceva in un mondo oscuro di angosce e tormenti, per chi scendeva. A chi saliva dava il premio della luce. A chi scendeva rammentava il dolore della tenebra. Era questa solo una delle immagini che nelle sue ossessioni essa aveva assunto.

Trovò uno spiazzo in cui il vento aveva accumulato meno neve e fermò l’auto. Scese. Non era molto freddo. Non aveva guanti, né berretta. Tirò su il cappuccio dell’orsetto che indossava. Il vento forte lo muoveva e non riusciva a tenerlo fermo sulla testa. Ormai era lontano dalla strada principale. I rumori delle poche auto, che in quella tormenta avevano osato muoversi, non si sentivano più. Non sapeva che dopo il passaggio della sua auto la strada per il passo era stata chiusa. Prese il telefono. C’era campo. Lo sapeva che in quel punto si prendeva bene. Anche per quello si era fermato. Conosceva centimetro per centimetro quel bosco. Attendeva un altro messaggio. Non era arrivato. L’ansia in cuore montò. Ne approfittò per chiamare Alberto; l’amico in quelle giornate solitamente guidava il mezzo che puliva la strada principale. Sapeva che per una buona grappa avrebbe volentieri fatto un giretto anche sui due chilometri della sua strada. Alberto stava infatti lavorando e gli assicurò che, appena finito il giro su fino al passo, nel tornare in paese avrebbe fatto la deviazione fino alla sua baita, ringraziando della grappa. Ora aveva un impegno da rispettare. Prima di ripartire controllò i messaggi. Niente di nuovo. Ripartì. Lo attendeva il tratto più impegnativo, gli ultimi 500m. La bufera non cessava d’intensità. Ma era abituato ad affrontare quelle condizioni. L’auto saliva lentamente e faticosamente. Quella lentezza e quella fatica non erano solo nel procedere dell’auto, nell’arrancare del motore e nello slittare delle ruote: erano la sofferenza accumulata in anni di solitudine decretati dalla perdita dell’unica persona con cui la sua vita avesse conosciuto una parvenza di felicità al di fuori del lavoro e delle conoscenze della vita del paese. Non fu semplice, con la pendenza dell’ultimo tratto e l’intensità sempre maggiore della nevicata, arrivare a quell’ultima curva. L’ansia cresceva maledettamente, come sempre. Quando la vide da lontano, come sempre, il cuore balzò in gola. Come sempre avrebbe voluto evitarla o percorrerla a occhi chiusi. La temeva. Ne aveva terrore. Ne aveva rispetto. Ma allo stesso tempo ne era anche fortemente attratto. Era la curva dell’ansia, del dolore, della separazione. Era la curva che segnava il momento in cui la sua vita aveva preso quella direzione, che non si era mai rassegnato a stimare definitiva. Non vedeva la strada, non vedeva la neve, il vento non portava più fiocchi contro il parabrezza: il vento portava una morbida e fluente chioma di lunghi capelli neri su quel parabrezza. Il vento giocava una partita che aveva il sapore della sfida con la sua anima. Il telefono suonò. Si fermò di nuovo. Era Mario. “Non ti sei fermato. Ho visto la tua auto passare dalla vetrina del negozio. Non avrai intenzione di andare lassù proprio oggi? Non andarci: è pericoloso. Fermati qui per questa notte. Domani andiamo a pulire la strada e potrai entrare in casa tua. Sofia ha fatto una torta di mele e passare due ore a chiacchierare con te ci fa sempre piacere.” Troppo tardi. Era già a poche centinaia di metri. “Grazie, Mario. Sono quasi arrivato. Sarà per un’altra volta.” Arrivò subito il nuovo messaggio: “Testone che non sei altro. Un giorno o l’altro veniamo lassù e te la buttiamo giù quella baita. Ti sta rovinando. È la tua rovina.” Non rispose. Arrivò alla curva. Avrebbe voluto chiudere gli occhi, ma sapeva che se avesse mai chiuso, anche solo per un attimo, quelli del volto, si sarebbero immancabilmente illuminati quelli dell’anima. E avrebbero fatto male. Un’attrazione malvagia, crudele, una forma di tortura lo teneva inchiodato a quella curva stretta. La frangia rocciosa, in quel punto imponente, di cui la strada seguiva la forma, curvando in modo repentino, non consentiva di vedere niente del tracciato da qualunque parte si guardasse in quella direzione. Ma era l’altra direzione, la direzione in discesa dalla casa alla strada principale, quella che recava più dolore. L’ansia era alle stelle. Ancora quella chioma di capelli: il vento, come in un gesto di crudele tortura ordito per lui, li riportò indietro, mentre lei aveva girato la curva e lui urlava il suo nome in preda alla disperazione dalla soglia della baita. Erano gli incubi di anni di richiami a distanza. Erano gli incubi che avevano preso forma nei racconti dell’ultimo libro. Lei li aveva letti. Lui non lo avrebbe mai immaginato. Andò avanti con la forza d’inerzia. L’anima rispondeva con la forza del dolore alla forza del motore, che faceva salire l’auto. Quella curva era stata più volte fotografata, tante volte dipinta; quella curva era oggetto di ossessione nei suoi sogni; quella curva era sempre popolata di figure fantastiche, che assumevano di volta in volta forme diverse, ora rassicuranti, ora inquietanti. Quale figura questa volta sarebbe apparsa nella sua mente? Si aspettava le figure dei suoi sogni e invece fu sufficiente l’apparizione fugace di un solo corvo nero, sulla neve bianchissima, per far salire ulteriormente l’ansia. Passò la curva. E con il cuore in gola, gli occhi bagnati e l’ansia alle stelle, arrivò finalmente allo spiazzo in cui era stata ristrutturata la vecchia baita abbandonata. Una casetta in legno immersa nella neve gli apparve alla vista. La sua casetta con la base in pietra e tutto l’alzato in legno. Il tempio della memoria. Lì dove i momenti più belli della sua vita prendevano forma attraverso lo scavo della memoria. Ma tra i tanti momenti belli ogni tanto se ne intrufolava anche qualcuno di quelli meno graditi. Ed era sempre quella curva appena passata, quell’ultima curva della strada, a collegarsi a queste intermittenze negative. Il tempio della memoria richiedeva dolorosi sacrifici.

Quante notti lassù come quella erano state passate senza quell’ansia, senza quell’angoscia, senza che quella casa e quella strada con quella curva stramaledetta iniziassero a caricarsi di tutti quei significati! La neve impediva l’accesso. La pala era nella casetta degli attrezzi. Dovette raggiungerla, ma era esterna, distante dalla baita; ci riuscì solo affondando fino al polpaccio nella neve fresca, caduta a quell’altitudine assai più copiosa che giù in paese. Aprire la porta non fu facile. Neve recente e ghiaccio meno recente l’avevano bloccata proprio bene. Alla fine ci riuscì, entrò e prese la pala da neve, con la quale pulì il viottolo d’ingresso. Compiva quei gesti quasi in preda a una frenesia che guidava irrazionalmente i suoi muscoli. Quando ripose la pala, alzò l’interruttore generale della corrente elettrica. Si accesero i lampioncini bassi esterni che delimitavano l’area di proprietà: lo spiazzo del pianoro e la parte della strada coperta dalla neve fino alla curva. Disinserì l’antifurto, che aveva dovuto contro voglia far installare per via della posizione isolata della casetta. Dovette spalare molto, prima di poter liberare la porta d’ingresso. La neve aveva lavorato bene accumulandosi proprio tutta lì. Ma quella fresca, ancora soffice, si spalava ancora bene. Lavorò con pazienza, mentre il vento gli faceva ancora volare su e giù il cappuccio dell’orsetto. Aveva sempre amato quel lavoro, quel movimento della pala che dava forma a un viottolo, un viottolo che portava alla strada, una strada che arrivava a quella curva; e lì l’amore prendeva altra forma: la forma della dolorosa separazione di due strade in una via. Chi resta di qua, nel terreno noto e rassicurante della pace della casetta di legno e pietra in montagna, chi va oltre, affidandosi a un ignoto che ha assunto la forma dell’infida libertà. Ma per altri diversi potevano essere i significati. Molto diversi. Ora odiava quella curva, ma ne era attratto in modo affascinante, come spesso capita con gli oggetti che diventano ossessioni della mente e di cui si resta schiavi. Come di un pericoloso feticcio.

Spalando arrivò prima allo spiazzo dove aveva lasciato l’auto, poi alla strada. Non ebbe il coraggio di alzare lo sguardo, che lo avrebbe portato a quello sperone di roccia, che costringeva a quella brusca deviazione. Tornò indietro senza ormai più la possibilità di trattenere il cappuccio, che il vento faceva svolazzare e la neve aveva ormai completamente bagnato. Entrò in casa, lasciando gli scarponi e l’orsetto tutto bagnato sull’ingresso. Andò subito ad accendere il camino. Si sedette in attesa. Il geometra aveva lavorato bene, per realizzare quella specie di ambiente unico: il piano terra era una sala con cucina e un bagno; da qui una scaletta in legno a chiocciola portava su un grande soppalco con una camera e un secondo bagno. Il camino riscaldava tranquillamente tutto, ma c’era anche l’impianto di riscaldamento a gasolio. Tanti tappeti riscaldavano ulteriormente un bellissimo pavimento originale costituito da un parquet che il geometra aveva voluto conservare, come i rivestimenti in legno delle pareti. Un divano, due poltrone, un tavolino di cristallo, un tavolo angolare in legno con panca a elle e l’angolo cucina completavano quell’ambiente, che lui aveva saputo conservare con gusto. Non essendo quindi grande come abitazione, il camino la riscaldò in tempo, per offrire ad Alberto un ambiente abbastanza accogliente. Andò di sopra e si gettò sul letto a occhi chiusi lasciandosi vincere dal dolore e dalla memoria a cui quel tempio era stato consacrato. Proprio nel momento in cui accese il cellulare e rilesse la chat con lei, fu infatti scosso dal clacson del camion spazzaneve: i suoi pensieri, o forse i suoi sogni – chissà se si era addormentato? – erano popolati come da anni dalla stessa figura e dalla stessa curva. Era solo quella stramaledetta curva che lo attirava lì a quella casetta, a quel tempio della memoria. Questa volta un messaggio.

“Ma cosa c’è in questa tua testa per venire quassù in giornate come queste? Mario è preoccupatissimo. Mi ha telefonato per raccomandarmi di venire a controllare che tutto andasse bene. Siamo preoccupati in tanti per te.”

“Siediti, Alberto. Grazie per essere venuto a pulire la strada. Sarai stanco. Da quante ore stai lavorando?”

“No. Non sono stanco. Sto male per te.”

“Lo vuoi un goccio?”

“Non potrei, ma lo prendo volentieri.”

Andò al mobiletto bar ed estrasse della grappa ghiacciata, di cui riempì un bicchiere, che Alberto non si fece pregare di bere.

“Se continua a nevicare così, dovrò ripassare fra qualche ora. Non lo dirò a nessuno. Lo faccio per te.”

La strada era privata e la pulizia sarebbe spettata a lui, non ai mezzi pubblici. Ma siccome in paese aveva aiutato tante persone, soprattutto anziane, ed era molto amato da tanti, nessuno aveva mai protestato se con il mezzo pubblico qualcuno saliva a pulirgli la strada; di quanti lavori e lavoretti fatti dalla gente del paese nella sua casetta sarebbe stato in debito? Alberto si sedette per bere con calma la sua grappa. Lui restò in piedi con la faccia rivolta al muro, davanti a un quadro. Alberto sapeva bene chi aveva dipinto quel quadro e sapeva bene che tutto in quella casa era in un modo o nell’altro legato alla memoria, al passato, alle emozioni, ma soprattutto, purtroppo, alle ormai malinconiche ossessioni di un tempo e di una vita che da tanti anni si era come ibernata, anche per la loro piccola comunità. Lo vide poi spostarsi dal muro alla finestra e guardare fuori. La finestra dava sul davanti proprio in direzione della strada e dell’ultima curva, prima di arrivare allo spiazzo della casetta.

“Ora dovrei andare. Se hai bisogno, chiama”, gli disse, alzandosi, dopo aver lasciato il bicchiere sul tavolino. Gli si avvicinò. Gli pose una mano sulla spalla. La lasciò a lungo lì sopra la spalla di lui. Poi con tutte e due le mani in silenzio gli prese la destra. La strinse. Uscì in silenzio. Il suo camion fu seguito dal suo sguardo, finché non scomparve dietro quella curva. Alberto conosceva i racconti. Sapeva che l’ossessione di lui era legata al fatto che l’aveva vista andarsene, seguendola con lo sguardo e cercando disperatamente di trattenerla con gli occhi, visto che le braccia non c’erano riuscite, fino a quando non scomparve dietro quello sperone che costringeva la strada a una brusca piega. Alberto ricordava quanto spesso quella chioma di capelli che il vento respinse indietro all’improvviso avesse assunto nella sua mente la forma di un beffardo segnale del destino. Per lui invece adesso non era più beffardo quel segnale.

Con il calare della luce, diminuì anche l’intensità della nevicata. I fiocchi ora danzavano più leggeri, portati da un vento meno furioso. Riprese il cellulare in attesa del messaggio. Niente. Lo richiuse. Mentre mangiava un toast, per placare l’ansia in attesa della cena, il telefono suonò. Era ancora Mario che gli chiedeva se avesse bisogno di qualcosa. Gli disse che aveva tutto e che non gli mancava niente. In paese la notizia che il prof che era andato alla casetta sotto il passo era ormai di dominio comune. Come di dominio comune era che nessuno avrebbe mai potuto impedirgli di andarci, quando lui sentiva il bisogno di salirci. Nemmeno una bufera di neve di rara intensità come quella. Uscì fuori e sulla neve fresca con il manico della pala, quella usata per tracciare il viottolo che portava all’ingresso, scrisse una frase.

Sofia disse che forse era il caso di andarlo a trovare, se Alberto aveva pulito la strada. Mario le disse che lui, se andava là, era perché non voleva altri con sé, che aveva da anni la sua casa in paese e che, se la lasciava per la baita, c’era una ragione che non stava a loro indagare. Sofia era preoccupata che gli potesse succedere qualcosa. Mario no. Sofia insisteva perché almeno si informasse se tutto andava bene, perché le previsioni meteo non erano buone. Mario le rispose che anche lui lassù poteva informarsi sulle previsioni meteo. Alberto però aveva avuto un particolare presentimento, quando, arrivato all’incrocio con la strada principale, dove c’era la sbarra, aveva visto accesa la luce che indicava l’inizio della strada. Era stata sempre spenta quella luce da anni. Perché quel giorno l’aveva accesa? Alberto non si fece domande. Sapeva che qualcosa di diverso dal solito stava accadendo. Si augurava in cuor suo che fosse qualcosa di bello, perché nessuno aveva mai avuto ragione per volere del male a quell’anima che da tempo visibilmente soffriva. La neve continuava ad accumularsi anche sulla strada principale. Riprese il suo lavoro di pulizia su e giù dal passo al paese. Arrivato al passo, al bar del rifugio gli fu offerto da bere di nuovo da Halit. Secondo strappo alla regola. Arrivò l’auto dei carabinieri. Uno dei due diede una pacca sulla spalla ad Alberto dicendogli che anche Luciano, il proprietario del secondo mezzo spazzaneve in paese, si era messo in moto su loro richiesta, data l’intensità della nevicata, e che in due avrebbero lavorato meglio. Fu una buona notizia. La solidarietà di paese era una pacca sulla spalla che il carabiniere gli diede. Valeva più di tanti grazie. Si parlava di chi abitava nelle case private e degli stradelli privati di accesso. I carabinieri avevano i cellulari di tutti quelli che abitavano in quelle case, tranne quella del prof, perché era una seconda casa: lui abitava giù in paese e, come dissero tra di loro, confermati dal proprietario del rifugio, da Halit, in una giornata come quella non gli sarebbe sicuramente saltato in testa di andare lassù. Alberto tacque. Tacque anche alla battuta del proprietario del rifugio che disse che dopo la nota vicenda il professore era diventato imprevedibile. “Allora andiamo a fare un salto?”, chiese l’altro carabiniere. “Per quella strada? Ma sei matto.”

“Il prof è in paese”, mentì Alberto, ammiccando ad Halit.

“Uno in meno. Problema risolto”, disse il primo carabiniere. Sapevano che gli uomini del paese avevano una chat per le emergenze, in cui comunicavano tra di loro e in cui avevano inserito anche i cellulari dei carabinieri della stazione. In questa chat particolare attenzione veniva sempre rivolta alle persone anziane e a chi abitava nelle case più isolate.

Alberto salutò tutti e riprese il suo lavoro. Uscendo, come sempre i suoi occhi si posarono sulla piccola vetrina con i libri in vendita, tra i quali in bell’evidenza era proprio quello dell’ultima raccolta di racconti di montagna del loro amato prof intitolato L’ultima curva. Mentre metteva in moto il camion, arrivò un messaggio sul cellulare. Era Mario. “Non ci crederai. Sofia ha detto di aver visto una Cinquecento bianca girare alla rotonda su per la strada del passo.”

Alberto mise in moto e scese fino al bivio con lo stradello della baita del prof. Aprì la sbarra. Pulì la strada fino all’ultima curva, senza farsi vedere da lui e spegnendo i fanali nell’ultimo tratto. Tornò indietro. Richiuse la sbarra e scese in paese. Mentre scendeva, vide salire la Cinquecento bianca, che tutti loro conoscevano bene e che da tempo non vedevano più. Rallentò. Fu riconosciuto. Salutò con un lampeggio. Lei rispose con un altro lampeggio, procedendo lentamente in salita. Per Alberto era come se quei dieci anni non fossero mai passati. Era contento di aver pulito la strada adesso. Mandò messaggi a mezzo paese dalla gioia. Alberto viveva da vedovo da ormai sette anni e come pochi comprendeva il significato di una perdita; e proprio in quel momento si rendeva conto più che mai della differenza che c’era tra quelle irrimediabili e quelle invece rimediabili. Era veramente contento di aver pulito la strada. Fu l’ultimo a vederla quel giorno di dieci anni prima in circostanze atmosferiche quasi identiche. Allora aveva pulito la strada per renderle più facile la partenza. E si sentiva in parte responsabile per quel gesto. Ma adesso avvertiva come la liberazione di un peso dall’anima. La strada era pulita e la Cinquecento bianca poteva arrivare senza problemi alla baita.

Sofia, che, dopo aver letto i racconti de L’ultima curva, si era dedicata alla lettura del precedente romanzo del loro prof, disse a Mario, che stava entrando nel letto dove lei era già stesa a leggere: “Penso che questa neve non sia un male che viene per nuocere questa sera.”

“Da noi la neve non è mai un male che nuoce, Sofia. Com’è quel libro?”

“Particolare. Come lui che l’ha scritto, del resto. Sono tutti racconti di storie che finiscono qualche volta male, qualche volta bene: e alla fine c’è sempre un bivio, una curva, una scelta sbagliata. Qualche volta si rimedia all’errore, altre no. Sono tutti ambientati qui e sembra quasi che lui li abbia scritti … come dire …  non trovo le parole, Mario.”

“Forse volevi dire che sembra che li abbia scritti con la sguardo fisso su quella strada, su quello sperone di roccia e su quella curva stretta?”

“Ecco, sì. Forse sì. Forse hai ragione. Ma come fai a capirlo se non li hai letti?”

“Non lo so. Mi è venuta un’idea, così …”, mentì Mario, che in negozio aveva invece letto il libro nelle pause tra un cliente e l’altro. Non seppe dire esattamente perché avesse mentito. Troppi significati aveva quella curva anche per lui. Troppe complicità lo legavano a quell’amico particolare. Cosa che del resto capitava anche a suo fratello Alberto. Quante ore in negozio a parlare di quella giornata in cui lui, il loro prof, cercò disperatamente di aggrapparsi alla vita e all’amore, che tanto faticosamente aveva costruito e tanto generosamente legato a quella casetta; di quella giornata in cui i colori belli e luminosi della tavolozza si erano come spenti, seguendo la figura di lei passare dietro quella curva e svanire nel nulla. Quante ore a sentirsi descrivere quella chioma di capelli che il vento rimandò indietro improvvisamente, malignamente e beffardamente. Anche suo fratello Alberto pensava, nel suo andare su e giù con lo spazzaneve, a quell’auto che aveva incontrato. Quante sere su al rifugio di Halit il prof gli aveva parlato di quella casa e di quella strada, di quel bosco e di quella curva. Ogni racconto partiva sempre da lì, da quella curva, e lì finiva. Alberto sapeva che quel libro che aveva letto era più importante di quanto avesse creduto. L’aveva preso per fare piacere al prof, non era un grande lettore; eppure gli aveva spalancato un mondo immenso, seppur contenuto nell’anima di un solo uomo.

Il forno era caldo, pronto per cucinare l’arrosto con le patate, il piatto che per tanti anni era stato quello dell’accoglienza di lei su alla baita. Il tavolo fu apparecchiato per due. Accese  nell’attesa la tv della casetta, in cui il segnale arrivava appena, ma sufficiente per sintonizzarsi su un canale radio che trasmetteva buona musica. Il camino crepitava bene e tirava a meraviglia, avendo ormai riscaldato perfettamente la casa. Era seduto con il telecomando in mano, quando arrivò il messaggio. La suoneria era quella. “Sto arrivando.” La Cinquecento bianca arrivò alla casetta nello spiazzo illuminato dal lampione, la cui luce arrivava fino alla curva. Una sagoma femminile nella penombra scese dall’auto. Indossava una tuta da sci e un paio di pedule. Come d’incanto la bufera si era placata. Lui la seguì mentre si avvicinava alla porta. Non aveva niente in testa. I capelli erano sciolti. E fu quello che spalancò l’anima e la liberò da ogni dubbio. Scioglieva sempre i capelli quando si voleva concedere a lui. Sempre. Era un segnale che per anni lui aveva ritenuto appartenente a un codice esclusivo tra loro due. Lei si portò lentamente verso la baita, con il volto rivolto in basso sulla traccia di sentiero che lui aveva spalato sulla neve. Prima di mettere i piedi sull’assito del pavimento del loggiato d’ingresso, trovò una frase disegnata sulla neve fresca: “Questa è casa tua. Non avere più dubbi!” Quando lei arrivò vicino a lui, rimase con il volto basso. Non osò alzarlo. Lui non si mosse. Fu quella morbida e fluente chioma nera, che fu portata a lui da una folata di vento, ad accarezzargli il volto. Lei allora alzò lentamente il viso. Il suo era già in attesa. Lei si alzò sui piedi e portò le braccia sulle sue spalle. Lui sorrise. Non la abbracciò subito, come se esigesse altri segni e dimostrazioni. Lei aveva viaggiato tra mille dubbi. “Non avere più dubbi!”, le aveva scritto lui nella neve. Una lacrima solcò il volto di lei. Lui gliela asciugò.

“Questa lacrima è l’ammissione di un errore durato dieci anni?” La sua voce uscì strozzata. Il suo sguardo tornò alla curva, dietro le spalle di lei. “Eppure per me tu sei sempre stata lì, dietro quella curva.”

Lei non rispose. Si voltò verso la curva di cui aveva letto tanto in quel tempo, rimanendo con le braccia sulle sue spalle. Fu allora che lui la abbracciò e la tenne a lungo stretta a sé. Tutti e due avevano lo sguardo adesso nella stessa direzione, concentrato sullo stesso luogo. Ognuno dei due si faceva la stessa domanda che nessuno di loro aveva il coraggio di fare all’altro: “Quanto male ti ha fatto in questi anni?” Abbassò le mani dalle spalle di lui e da una tasca della giacca estrasse il libro. Entrarono. La porta si chiuse alle loro spalle e in un attimo il freddo della bufera e il buio delle sera furono sostituiti dal caldo del camino e dalla luce di due anime che per tanti anni si erano cercate e ora si erano ritrovate nelle pagine di un libro.

Lei, con il suo libro in mano si pose accanto al camino; glielo pose di fronte agli occhi tenendo il viso basso. Non riusciva a far entrare i suoi occhi in quelli di lui. “Non avere più dubbi!” Dubbi forse non ne aveva, ma vergogna e rimorso non erano ancora usciti dal cuore. Gli occhi di lui adesso erano bagnati. Gli occhi di lei anche. Una comunicazione durata dieci anni era in quelle pagine. Lui tentò di incontrare gli occhi di lei. Lei non riusciva ancora ad alzare i suoi. Il libro cadde per terra. Si abbracciarono di nuovo in silenzio. Lei scoppiò in un pianto dirotto. Liberatorio. Lui la lasciò piangere. Poi andò all’ingresso e abbassò l’interruttore delle luci esterne. Non più un fiocco di neve scendeva. Non un soffio di vento spostava più le fronde. Tutto si era fermato per assistere all’atto finale di una commedia, che sembrava avesse preso in giro un paese intero per dieci lunghi anni. “Era nell’ordine naturale delle cose che succedesse”, disse lei, trovata finalmente la forza per alzare gli occhi e incontrare quelli di lui. Salì su per la scala a chiocciola nella camera. Lui la seguì. Lei si spogliò: la morbida chioma nera le scese sulle spalle, mentre, come era stata sempre loro tradizione, metteva foglie d’acero ai piedi del letto.

L’ultima curva non era più illuminata e non era più diversa dalle altre. Mario dalla finestra della sua casa in paese vedeva la strada che conduceva alla baita e aveva visto spegnersi le luci. “Credo che sia arrivata su da lui. Forse per noi tutti ricomincia qualcosa di nuovo. Chissà …” Alberto parcheggiò il camion e guardò in alto, in direzione del bosco, che seguì fino in cima, fin dove finiva la strada della baita. Le luci esterne, l’unica cosa che di sera si vedeva dal paese, non erano più accese. Nulla era più diverso. Tutto era tornato come doveva. Come era giusto che fosse. Era giusto anche che quel lampioncino all’inizio dello stradello fosse acceso. Era giusto che la strada fosse pulita. Era giusto che la loro Cinquecento bianca fosse tornata. Spense le luci del camion. Scese nella neve. Entrò in casa. Gli occhi si posarono su un quadro di lui, il suo ultimo regalo, addirittura del giorno prima: una donna di spalle in ombra su un pontile, rivolta verso un lago, una lunga chioma di capelli neri, una luce sfuocata su di lei, in lontananza un pendio illuminato da un violento raggio di sole, un bosco, una strada, una casetta. Lo guardò bene. Guardò attentamente il particolare della strada e della casetta: mancava qualcosa in quel quadro, che gli era stato appena regalato. Mancava la curva. Sentì il cuore balzargli in gola e gli mandò un messaggio: “Bravo prof! Siamo tutti con te!” Halit dal rifugio scrisse un messaggio a tutti nel gruppo delle emergenze: “Al passo non nevica più. Sapete niente del prof?” Alberto gli rispose per primo: “L’ho sentito poco fa. Sta bene, Halit. Finalmente credo che stia bene.”

La strada che portava al tempio della memoria, anche in quel particolare suo tratto finale, ripido e tortuoso, aveva ripreso i colori di tutto il resto del paesaggio, finalmente addormentatosi e placatosi, dopo essere stato duramente provato dalla furia degli elementi per tante ore, ore di ansia per tutto il paese. Tutti loro ebbero pace. La bufera era finita. Loro erano tutti sereni. Le luci delle case del paese si spensero una ad una. I turisti l’indomani avrebbero trovato tanta neve fresca sulle piste. La baita fumava di nuovo al buio, emanando un calore che da dieci anni loro non sentivano più. E anche lei, l’ultima curva, era rientrata, come del resto era inevitabile, nell’ordine naturale delle cose.

Il bob del passo Costalunga

Era seduto sul divano e guardava un programma televisivo. Lei era stesa con la testa sulle gambe di lui e leggeva un libro. Lui le accarezzava i capelli. A lei piaceva tanto, sin da quando era bambina. E lui pensava sempre a quando era bambina in quei momenti. Chiuse gli occhi e quei capelli lo portarono ad una sera in montagna. Avevano affittato un appartamento in una località di quelle che si leggono nelle favole. Su un passo dolomitico, a 1750m di quota, il passo Costalunga. L’aveva trovato per caso conoscendo una signora che gestiva un bar in un rifugio su un altro passo. Era una mansarda in legno. Anche lì un divano. Anche lì un televisore. Anche lì un libro. E anche lì lei stesa a leggere su di lui. Ma erano sei gli anni che separavano quelle carezze sui capelli. Aveva undici anni lassù quella sera d’inverno, mentre sui prati bianchi si posava una neve a fiocchi radi; ne aveva diciassette in quel momento lì in casa sua. Ma quei fiocchi di neve che danzavano nel vento non furono mai dimenticati, come impossibile da dimenticare fu l’improvvisata pista di bob che nel pomeriggio si erano inventati, lui, lei e la sua amica, venuta in vacanza con loro, sul retro della casa, proprio dove partiva il sentiero che portava alla Roda di Vael, per cui passavano spesso appassionati di escursioni con le ciaspole. Un ragazzo e una ragazza, che passavano proprio con le ciaspole e lo zaino in spalla, erano rimasti colpiti dalla gioia della bambina e della sua amica, che andavano su e giù per quella pista, che da sole si erano disegnate, tracciate, costruite: insomma, inventate. Stettero a lungo fermi i due giovani escursionisti a guardare, felici loro stessi della felicità che le due bambine riuscivano a comunicare. Esperienze che hanno sempre il sapore, per chi le sa ascoltare, di un sano, autentico e spensierato modo di vivere l’infanzia. Era stato un piacere anche per lui vedere da una delle finestre della mansarda lei e la sua amica divertirsi con un oggetto così banale, su un prato coperto di neve, mentre altri spendevano centinaia di euro al giorno in skipass, magari per litigare sulle piste e nei rifugi affollati o tornare stanchi e annoiati la sera in albergo o in appartamento. No. Lì la noia non era padrona. Quella gioia, quelle risate si erano incise in modo indelebile. Le giornate passate nella neve sono i ricordi più belli; ma tra tutti quei ricordi, tanti davvero ormai, quelli che si arricchiscono del sorriso di lei bambina, assumono ora un significato speciale, sempre più speciale per lui. Se poi il sorriso diventa la risata di due bambine che si sono inventate un divertimento, come soltanto loro, i bambini, sanno fare, allora non solo resterà nella memoria, ma avrà il potere di rigenerare commozione ogni volta che risalirà dal passato. E in quel momento di commozione ne aveva fatta risalire tanta per davvero in quell’intenso dialogo con il tempo.

Accarezzava i capelli proprio come quella sera. Ricordava anche il mazzo delle carte sul tavolo, ma ricordava soprattutto il gioco danzante di quei fiocchi attraverso l’abbaino della mansarda, quei fiocchi che per tutto il giorno avevano accompagnato l’allegria delle bambine con quella stessa loro dolcissima danza. Si erano improvvisate quel gioco, come lui si era improvvisato la cena con i surgelati comprati al supermercato giù in paese: risorsa preziosa i surgelati in un appartamento turistico in affitto. Insieme diventa bello fare anche cose brutte, ebbe occasione di dire ad un amico un giorno: come allestire una cena di surgelati. Ma a una cotoletta con le patatine quali bambine di undici anni dicono di no? Ripassate con gli occhi chiusi queste scene non erano più ricordi: erano vivo presente. Non erano malinconia. Erano il segno di una gioia data a mani piene e ricambiata con un sorriso. A lui bastava.

Quel bob, che aveva dato la gioia in un prato in una pista improvvisata, si sarebbe rotto contro un albero in una vera pista per bob. È in garage con un pattino rotto adesso. Ma non sarà mai buttato via. Ciò che ha saputo regalare in modo così sincero e gratuito un sorriso a due bambine, tra cui la sua bambina, lui non lo butterà mai via. Ogni mattina, quando prende la bicicletta per recarsi al lavoro, il bob è lì, accanto alla rastrelliera, accanto alla sacca con gli sci, a quella con le ciaspole e a quella con i pattini da ghiaccio. E resterà lì, vivo e allegro di quelle indimenticabili risate.

Lei chiuse il libro. “Sta cominciando a nevicare.”

“Non è forse giusto che sia così?”

“Sì, credo di sì.” Un sorriso complice diede forza alla concordia delle anime. Riaprì il libro e riprese a leggere. Un bob, due bambine che ridevano allegre, fiocchi che danzavano leggeri nell’aria erano ciò che univa quel dialogo silenzioso che passava attraverso la mano di lui che accarezzava i capelli di lei, con la stessa dolcezza con cui quel bob accarezzava la neve di un prato di montagna, con la stessa dolcezza con cui i fiocchi di neve danzavano nell’anima di chi ascoltando ama.

Lo scrigno

Non conobbi mai abbastanza bene quella persona. Lo ammetto e me ne dispiaccio. Era una di quelle persone apparentemente come tante, riservata, parlava poco, raramente si vedeva in luoghi diversi da quello di lavoro. Stava molto in casa. Scriveva e leggeva tanto. Avrei voluto conoscerlo meglio. Abitava da solo in una grande casa. Mi chiamava amico, perché a me disse certe cose che ad altri non ebbe mai né coraggio, né forse solo voglia di dire. E quanto per me, e per lui, questo significasse solo a distanza di anni avrei capito.

Mi ha sempre incuriosito quella stanza in un interrato ricca di segreti che rimane nel buio per tanti anni. Nessuno la visita. Le finestre restano sempre chiuse. Il suo padrone se ne è dimenticato o deliberatamente la tiene chiusa? Là dentro però tutto vive di lui, nonostante l’oblio, non si sa se voluto o inconsapevole. Quei segreti però là dentro continuano a vivere. E la loro vita sortisce comunque un effetto nell’anima del loro padrone, che da quel luogo vive lontano nel tempo, non nello spazio, che finge di non sapere dove tiene nascosta la chiave di quella stanza, in quell’oscuro interrato, che lui vorrebbe credere morto e sepolto, ma non vuole ammettere che invece è quanto mai vivo. L’anima entra in comunicazione con quei segreti nel silenzio della notte, quando lui scrive; e quelle note scritte di notte, in un dialogo con quella parte della casa nascosta nel profondo del suo animo, per lui sono le pagine migliori. Dice spesso ai pochi conoscenti – forse uno o due di quelli arrivano al grado di amico – che la sua casa è triste nella sua tetra grandezza, per accogliere un uomo solo. Loro sanno che ha ragione, ma nessuno di loro si è mai peritato di conoscere meglio quella persona, per cercare di ascoltare quella solitudine, per capire quanta ricchezza inespressa contiene quella casa, un tempio di segreti affascinanti, uno più bello dell’altro, un luogo di diafana dolcezza che aveva saputo produrre sincera bellezza. Dice spesso, sempre a quei pochi sparuti conoscenti, che gli piace scrivere di notte proprio perché di notte la sua casa gli incute un senso di minore depressione, sembrando simile a tutte le altre. E anche in questo loro sanno che ha ragione. Leggono quello che scrive, ma nessuno di loro capisce a fondo il senso di quelle pagine, che parlano tanto di ascolto e di dialogo, vanamente. Solo aprendo quella stanza lo capirebbero. Ma loro sanno anche che è bene che resti chiusa. In quelle notti non scrive soltanto. Si mette in ascolto dell’anima ed è costretto a combattere fantasmi oscuri che dagli abissi del male tentano incessantemente insidiose risalite. I farmaci non bastano per vincere quelle battaglie quotidiane, non solo notturne. La scrittura è per lui il farmaco migliore e, prima della scrittura, la lettura. La casa di sopra, nella parte vissuta dalla sua presenza, da noi giudicata sbrigativamente solitaria e impersonale, è stracolma di libri. Ne ha dappertutto, ammucchiati ovunque, in un disordine ordinatissimo, in cui cui lui trova sempre quello che cerca. Ci sono libri anche in cucina, nei corridoi, sui comodini, sui televisori. Ma ci sono tanti, tantissimi libri, anche laggiù, nello scrigno dei segreti della sua vita. E sono i libri più belli, quelli da cui sono partite spesso quelle illuminazioni che hanno prodotto pagine scritte con l’agrodolce retrogusto di una memoria sofferta, sempre troppo tenace a scomparire e lasciar dimenticare i suoi sapori.

Uno di loro, uno dei suoi conoscenti – lui assegnava con grande discrezione il titolo di amico – un giorno gli chiese di quelle finestre sempre chiuse a pelo del marciapiede, le finestre dell’interrato. “Ma niente … ci tengo roba vecchia. Chissà, sarà pieno di polvere.” Fu l’unica volta in cui uno di loro riuscì ad avere tre parole su quella stanza: piena di polvere. Nessuno gli chiese più nulla. Ma quel giorno lui per la prima volta andò nello studio, aprì il cassetto della scrivania, rovistò fino ad arrivare in fondo e trovò la vecchia scatola di latta: la aprì e prese la chiave. La rigirò a lungo tra le mani. Una forza irresistibile lo avrebbe condotto laggiù, ma un’altra forza riemerse, altrettanto irresistibile; la seconda vinse. La chiave fu rimessa nella scatola, la scatola in fondo al cassetto e il cassetto richiuso. Come al solito vanamente richiuso, perché lui – non voleva mai ammetterlo – sapeva che quei segreti erano solo materialmente sepolti tra la polvere degli anni nell’interrato della sua tetra dimora, ma nell’anima da qualche parte vivevano, sempre più attivi, se mai si fosse voluto prestare ad ascoltare quello che ancora avevano da comunicare. Da loro era lontano nel tempo e vicino nello spazio di giorno, lontano nello spazio e vicino nel tempo di notte. Non era il momento per andare laggiù. Bisognava andarci di notte. Era giorno. La casa di giorno non era bella. Era una casa che soffriva di giorno. Soffriva della sua grandezza. Soffriva della sua solitudine. Di notte invece era come se volesse assomigliargli, prendendo le sembianze del suo padrone. Di notte si sentiva sicura, poco osservata. Di notte si sentiva più simile alle altre, nella segreta riservatezza che solo quelle ore garantiscono alle anime che si mettono in ascolto del Tempo. Decise pertanto di aspettare la notte a lui sempre amica per compiere il grande passo, nella triste consapevolezza, però, che forse anche quella notte si sarebbe fermato sulla soglia e non avrebbe mai aperto quella porta. E così puntualmente andò. Scese con la chiave. Ogni gradino era un anno di vita. Ogni gradino era un’iniezione di dolcezza, di amore, di gioia, di vita insieme; ogni gradino non era una discesa qualunque, ma un tuffo in uno sconfinato oceano che di ineffabile tenerezza avvolgeva i precordi. Ogni gradino era un crescendo di pulsioni e di eccitanti emozioni. Per questo l’arrivo alla porta lo appesantiva di un gravame di responsabilità, di fronte alle quali si sentiva inetto, incapace, ma soprattutto indegno ormai di varcare quella porta, che gli avrebbe aperto mondi sicuramente belli, ma per questo maledettamente infidi. Occorreva tanta forza per aprire quella porta. A lui da tempo quella forza mancava. Mancava per una ragione ben precisa. Lui conosceva quella ragione.

Uno di loro un giorno lo accompagnò in un giro in bici. Gli parlava di vita, di viaggi, di amori, di spensieratezza, di relazioni, di passioni, di dolcezze e tenerezze; gli parlava di tutto quello che lui aveva ritenuto non più appartenente alla sua vita, alla parte della sua casa in cui passava la maggior parte del suo tempo, quella di sopra, quella tetra e oscura, quella solitaria e malinconica. Lui sapeva che tutto quello di cui il compagno di uscita gli stava parlando era proprio ciò che non apparteneva ad altro se non a quello scrigno di segreti che da anni teneva chiuso, laggiù, nell’abisso dell’anima, l’interrato del suo spirito. Sapeva che le forze migliori della sua vita erano sotto quella polvere. Ma sapeva che da solo non le avrebbe mai disseppellite. Troppe volte si era fermato con mano tremante su quella soglia. Mentre l’amico – lui lo meritava, il titolo – parlava mentre proseguivano la loro uscita in bici per le campagne bruciate dal sole, altre immagini popolavano la sua mente. Avrebbe sicuramente elaborato quelle immagini in pagine scritte in una delle sue tante notti di lavoro.

Una donna, che conosceva per ragioni di lavoro, un giorno lo chiamò. Con lei si era fino ad allora sentito solo in chat parlando del più e del meno. Poi la chat si era piano piano aperta a qualche confidenza di più. Insomma iniziò ad insistere perché smettessero di chattare e si vedessero. Non fu facile. Dopo un lungo tira e molla di sì e di no, riuscì a strappare un sì per una cena. E cena fu. Scelse un locale in collina, in uno dei suoi paesaggi dell’anima, quelli dove sfogava in bici le sue commozioni più dolorose e dove trovava la pace che la parte di sopra della sua casa mai gli avrebbe dato. Fu una bella serata. Con il flirtare non si andò oltre ad occhiate intriganti e non ci furono contatti fisici oltre al bacio iniziale di saluto e a quello di finale di congedo. Lui usava con grande discrezione il contatto fisico. L’avevamo notato da tempo, noi che lo conoscevamo un po’ di più. Ma la comunicazione, mi confidò un giorno, fu intensa, ricca, emozionante. Dopo anni riassaporò il piacere della passione e qualcosa dentro di lui si mosse, finalmente. Lei era di una dolcezza indicibile nel parlare, ammaliava con il suo sorriso; ma fu un gesto ad imprimersi nel cuore, prima che nella memoria: il momento in cui lei sfilò la bacchetta fermacapelli e la chioma nera le avvolse le spalle in una morbida cascata che lo agitò più dei sorrisi, più delle parole, più dei gesti, più di tutto quanto era stato amabile strumento di flirt e seduzione. Quei capelli che si sciolsero in un attimo, quella chioma che lo aveva riportato al passato, gli avevano dato la forza necessaria per aprire la porta di quel mondo che aveva tenuto segregato. Aveva preferito la tortura per anni a quel piacere. Era autocompiacimento, gli dicevamo noi, i suoi sparuti conoscenti, tra cui uno o due amici. Psicologia da persone non propriamente esperte del mestiere, pensava lui. Non era autocompiacimento. Troppo facile tentare delle risposte sulla base del credo comune. Cosa sapevano loro del suo passato? Quale esperienza avevano loro delle sue sofferenze? Cosa sapevano loro dei terribili momenti trascorsi? Dei complessi derivanti da quei momenti e da quelle sofferenze? Tutto quel mondo di dolore e di concreta e tangibile sofferenza non era stato mai lasciato laggiù nell’interrato dei segreti. Quelle ossessioni erano ciò che rendeva tetra e buia di giorno la parte di sopra, la parte della sua casa in cui ancora trascorreva tante ore. Quella parte della casa viveva di quel dolore. Ne viveva ora per ora. E grazie a quel dolore trovava la forza di reagire di giorno con la lettura, di notte con la scrittura. Erano due motori che funzionavano. La macchina andava avanti. Il viaggio della vita, triste e malinconico, proseguiva comunque. Lo scrigno dei segreti dispensava goccia dopo goccia quello di cui lui aveva bisogno per sopravvivere. Se lassù c’era malinconia, solitudine e dolore, era perché laggiù, tra i segreti dell’anima, tra le tante cose belle, c’era tutto quanto aveva prodotto quello stesso dolore, quella stessa solitudine, quella stessa malinconia. Laggiù il Tempo parlava e il Tempo, solo il Tempo, sapeva cosa nella copertina della sua memoria andava stampato a chiare lettere e cosa invece era assai meglio che restasse celato dietro ardue allegorie e non semplici metafore. Quella porta andava trattata con rispetto. Ma si sa. La vita dell’uomo vive di intermittenze, che spesso non è facile spiegare, e ogni tanto prende delle strane, impreviste e imponderabili direzioni.

Ebbene, quella sera, dopo quell’iniezione di passione, esperienza che da tanti anni non aveva vissuto, esperienza che per tanti anni aveva rigettato come non più degna di appartenere al suo mondo, rientrò tardi. Andò subito nello studio a prendere la chiave. Scese nell’interrato. La morbida chioma di capelli neri, che avevano prodotto una cascata di gioia nel cuore, lo convinse a scendere con maggiore decisione in quell’anima. Ma i gradini sotto i suoi piedi scricchiolavano, producendo un suono nuovo, per la prima volta. Non lo ascoltò. Quel suono era un avvertimento, un invito alla cautela. Era euforico. La chiave era incredibilmente lucida. La toppa arrugginita. Come poteva una chiave luccicante di passione accordarsi con una toppa così devastata dal degrado e dall’oblio? Anche quello era un cartello che invitava all’attenzione, che trascurò. Era sempre più euforico. Inserì la chiave nella toppa. La mano incredibilmente non tremava. Tremava sempre. Perché oggi non tremava? Tutto era incredibilmente nuovo. La cascata della chioma di capelli neri, che avvolgeva quel sorriso luminoso, lo aveva affascinato. Non diede ascolto a nessuna avvisaglia. Dall’assito, consunto nell’abbandono, una trave si sollevò, denudando un vecchio ribattino completamente ossidato. Non lo ascoltò. L’euforia era al livello della massima tensione emotiva. Due giri di chiave nella toppa. Anche il cilindro resisteva più che poteva. Tutto quanto lo stava avvisando. “Aspetta! È troppo presto! Non sei ancora pronto! Aspetta! Sei sicuro di voler per davvero entrare qua dentro? Tu sai bene che cosa ti aspetta qua dentro.” Non ascoltò le voci di saggezza della parte segreta della casa, dall’anima, dalla parte proficua del lungo dialogo che intratteneva con il Tempo. Venivano da là dietro quelle voci, venivano da là dentro, venivano da lontano quelle voci vicine. Venivano da dietro quella porta. Urlavano di essere ascoltate. Non le ascoltò. Avrebbe dovuto. Quella era la parte viva della casa. Lì c’era tutta la verità, che finora aveva comunicato con lui come doveva: per immagini, nei libri, nella scrittura. Quella era la parte dell’anima che finora aveva saputo come comunicare con lui. E quello era stato per anni un modo per ascoltare con il doveroso rispetto quello scrigno. Lui, lo scrigno dei segreti, era sempre entrato in dialogo con la sua anima con discrezione, nei momenti di pace, per combatterne il dolore. Come un amico, che aveva trovato un metodo, amabile e rispettoso, per non lenire il suo dolore.

Non ascoltò lo spirito del Tempo che invano aveva chiesto rispetto. Aprì la porta. Accese la luce. E con quell’inondazione di luce repentina il sorriso di lei si spense. Il buio lo assalì nell’anima, mentre il corpo era invaso di luce infida. La chioma dei capelli si trasformò in un torciglione di tentacoli. Il Tempo gli mise tutto a sua disposizione, come fa quando sai che stai facendo quello che non avresti dovuto fare, obbedendo solo ad un fallace istinto di cupidigia. Gli mise a disposizione tutto in un attimo, come un ragazzo che marina la scuola e si sente libero in uno spazio vietato. Effimera libertà: non aveva ascoltato le voci, che invitavano a cautela. Il Tempo, finora sagacemente rispettato, gli mise a disposizione con inaudita e devastante violenza quello che sapientemente gli aveva centellinato a spizzichi nelle notti di scrittura e nei momenti di lettura, dispensandogli con dolcezza e tenerezza emozioni e  immagini, destinate a diventare parole, come gocce di un potentissimo farmaco, che lui, lo spirito del Tempo sapeva come somministrare. Dolore e sofferenza erano i temi di quella parte viva della casa. Non era così che gli aveva finora parlato. Perché? Di dolore e sofferenza parlava ora soltanto quello scrigno di tesori, tanto amato a lungo e che tanta ferace ispirazione aveva prodotto in parole e personaggi. Non c’era solo quello, ma solo quello ora lui vedeva. Nulla cambia di quanto è scritto: la chiave, la porta, lo scrigno erano fatti per l’ascolto e il rispetto. E invece lui aveva usato superbia, arroganza, violenza. Il Tempo fu violentato da quella porta aperta e da quella luce. La sua vista andò su oggetti che, se erano lì da anni, erano lì per una ragione che li aveva confinati in quello spazio, nello scrigno dei segreti. Aveva violentato il Tempo. Violenza, solo stolta e bramosa violenza. Orrendo, infame, indegno atto di violenza era quello che aveva perpetrato alla parte più bella della sua casa, della sua vita, della sua anima, nonostante le avvisaglie. Rivide l’asse rialzata con il chiodo arrugginito. E fu punito dal Tempo. Non contò più nulla spegnere la luce e richiudere la stanza con gli occhi bagnati di un dolore che aveva il maledetto sapore di errori passati, di relazioni sbagliate, di azioni dettate da infingardaggine, di mosse dettate da frettolosa superbia. I gradini scricchiolano ancora di più nel risalire tra lacrime tanto devastanti quanto ormai del tutto inutili. Ogni gradino era un errore del passato. Ogni gradino era una frustata terribilmente dolorosa all’animo. Ogni gradino era un urlo di devastante sofferenza. Ogni gradino era un amico vanamente inascoltato. Ogni gradino era un peccato commesso, un inutile e inconsolabile rimorso. I tentacoli lo avevano avvolto e sconfitto. Accese il cellulare. Cercò la chat. Non c’era più. Spense la luce. Richiuse la porta dell’interrato. Uscì di casa orrendamente sconvolto dalle verità che il Tempo sapeva che dovevano restare protette. Sapeva di aver commesso, tra tutti quelli che mai avrebbe potuto commettere, l’errore più irreparabile. Sapeva che per quell’errore non ci sarebbe mai stato il rimedio. Guardò la chiave. Luccicava sempre. La gettò con gesto tanto violento quanto ormai inutile. Guardò la strada nella silente e complice, ma veritiera e amica oscurità, che entrò finalmente in lui. E solo così trovò pace. Nulla cambia di quanto scritto.

Sono tornato sul luogo di quella casa dopo tanto tempo. C’è un cartello “Vendesi”. Da anni è attaccato a quel cancello, che è stato aperto da alcune persone senza fissa dimora, che hanno occupato la casa. Venimmo a sapere che lui era partito, dopo aver conosciuto quella persona. Nessuno ha mai saputo dove fosse andato. Non ha più scritto niente da quel giorno. Vani sono stati i tentativi di rintracciarlo. Ma io ero passato di lì a salutarlo quel giorno della sua partenza e ricordo bene che sul camion dei traslochi finì solo la parte di sopra della casa. Quel giorno … L’ultimo giorno in cui ci vedemmo. A pochi aveva dato il titolo di amico. Credo che solo a me abbia dato l’onore di un abbraccio. Entro. Non c’è nessuno degli abusivi occupanti. Di solito ci vengono di notte. L’abbandono, il degrado e l’odore acre delle tracce di vita sono ovunque nella parte di sopra. Ma a me non interessa la parte di sopra. La conosciamo tutti troppo bene quella parte. Parlava tutta di lui quella parte di sopra. A me interessa la parte di sotto, quella piena di polvere. Ecco la porta dell’interrato che ci ha sempre incuriosito. Ero di quelli che gli facevano spesso domande su quella stanza. La porta è chiusa. Ma oppone scarsa resistenza. Cede facilmente adesso. Qua nessuno è venuto. Si vede da come tutto è straordinariamente ordinato. La commozione, come è giusto, risale.

E capisco, avendo letto tutto quello che lui ha scritto. Non è roba mia quella che vedo, ma la sento come fosse mia quella roba adesso: decido di riempire la mia auto di tutto quanto trovo, trattando con amore e grande rispetto quegli oggetti che avevano dato un senso ad una vita vera. Non mi sento ladro, ma salvatore. Le pagine più belle sono nate da quegli oggetti. A lui comunicavano amore, perché qualcosa di ineffabile li aveva trasfigurati in parole d’amore. A me comunicano solo dolore adesso. È inevitabile che sia così. Forse anche giusto.

Amico mio, ovunque tu sia, se rivuoi il tuo scrigno, vieni da me. Lo conservo con la stessa rispettosa segretezza e lo stesso sagace amore, che hai usato tu verso di lui, fino a quella notte maledetta. Non ti ho saputo ascoltare allora. In tanti non ti abbiamo saputo ascoltare. Ma adesso ho letto tutto e possiedo tutto quello di più caro che tu forse, sbagliando, credevi di non avere: sono convinto di essere una persona in grado di ascoltare questa volta. Era con noi che dovevi aprirlo, il tuo scrigno. Non ti avrebbe fatto così male, se ci avessi chiesto di aprirlo insieme.

Fischia! Fischia felice alle mie spalle!

Indossare il tuo giubbotto, per andare a scuola, è come andare a spasso con te. Sedersi a leggere sulla tua poltrona, dove hai letto tanto anche tu,  è come tornare bambino in braccio a te. Sedermi al tuo posto a casa della mamma è come mangiare con te. Il Tempo porta folate di memoria che attraversano le stanze, entrano negli armadi, si posano sui tavoli, si fanno accogliere come gradite ospiti nel tempio che fu tuo, ora mio. I gabbiani dal canale stridono voci che richiamano lacerti d’amore. Sedermi su questa terra, qui nel silenzio che ti protegge, sotto questi rassicuranti, immensi pini evoca sempre soavi canti di un evo antico che nella volta chiusa dalle fronde restano segreti tra me e te. Oggi in bici, andando a scuola, ti ho sentito. Ero in largo Firenze. Sì, dove tu mi prendevi. Fischi alle mie spalle. È buio. Tanta nebbia. Mi sei venuto a prendere da scuola. Sul cannone della bicicletta si sta scomodi. Ma quanto è più bello andare a casa così piuttosto che in macchina! Tu fischi alle mie spalle. Ci provo anch’io. Ma come si fa a fischiare? Tu come hai fatto a imparare? “Ho imparato provando un giorno ed è venuto da solo il fischio.” Provo e riprovo a fischiare come te. Accidenti. Ma è difficile! Tu fischi alle mie spalle. Chiudo gli occhi. I gabbiani stridono malinconia tra i lacerti d’amore. Sento bagnati gli occhi sotto le palpebre. Fischi alle mie spalle, pedalando nel buio: via Guaccimanni, via Oriani, via Pascoli, via Renato Serra, via Molinetto, via Rubicone, via Marecchia e via Tevere. Casa. E Dick che ci salta addosso. Ora non si potrebbe: ci sono i sensi unici. Vorrei ripetere quel percorso. Fischiando felice come tu sapevi fare. Stridono gioia nel tempio dell’anima i gabbiani del Candiano, fischiano amore sotto la volta dei pini maestosi e sagaci d’antico rispetto; è sempre la voce, riconoscente e rassicurante, dello spirito del Tempo. Torno a casa, fischiando. Tu continua. Non smettere mai! Fischia, fischia felice alle mie spalle!

Oggi ho ascoltato un altro fiume

Tutto scorre, ma non tutto scorre nello stesso modo. I fiumi sono grandi maestri e i grandi maestri sono sempre originali, mai scontati, non parlano, non interagiscono mai nello stesso modo. Ogni uscita lungo un fiume assume un suo particolare significato. Come può un fiume attrarre in questo modo? Non riesco a fare un’uscita in bici senza passare su un fiume, senza avvertirne la presenza vicina, senza accarezzarlo correndo sui rivali. Ho il computer pieno di foto delle mie tre bici da corsa o delle mie due mountain bike appoggiate a un ponte, a una chiusa, a un parapetto. Me lo chiedo da anni, da cosa dipende questo fascino. La risposta più semplice, che un amico mi ha proposto, è l’attrazione esercitata dall’acqua e dal femmineo. Ma non credo che sia solo questione di acqua. Il mare non mi attrae. I laghi sono belli, ma non esercitano questo potere su di me. Sarei capace di stare ore in ascolto di un fiume, se ne avessi il tempo. Ci sono alcuni luoghi fatati lungo i fiumi. I ricordi vanno a ore di lettura o a momenti di riposo passati accanto a un fiume, accanto all’Ansiei sulla strada tra Auronzo e Misurina, accanto al Montone alla chiusa di San Marco, sul parco fluviale sul Bidente di Santa Sofia, alla confluenza di Villapianta del Santerno nel Reno, alla foce del Lamone a Casalborsetti, sulle panchine sotto il ponte degli Alpini lungo il Brenta a Bassano, tra i faggi del torrente Samoggia ai piedi dell’eremo di Monte Paolo, ai tavolini del bici grill di Volta Mantovana sul Mincio, sul lungofiume che costeggia il Santerno a Borgo Tossignano, sui tornanti della Cavallera a Perarolo lungo il Piave. Sono solo alcuni dei tanti fiumi che ho amato e ascoltato. Ognuno di questi parla lingue diverse. Lingue che cambiano con il tempo, facendo della memoria uno scrigno di segreti che dispensa immagini con molta discrezione. Ognuno di questi regala lampi di luce nel buio della notte, in quei lunghi viaggi nel segreto del mondo interiore, in cui un fiume è sempre presente, con una carica di valori ogni volta diversa. Le parole non renderanno mai abbastanza questo mondo di acqua che scorre, che s’invortica, che s’incanala tra paratie da cui si dipanano gore tra i girasoli della campagna ravennate, come avviene alla chiusa dei Fiumi Uniti, o tra i campi di mais, come avviene a quella di San Marco, o tra quelli di grano, come avviene a quella di San Bartolomeo. Quando l’acqua s’incanala tra le paratie delle chiuse, allora non parla: urla. Oggi urlava alla chiusa di San Marco. Era un urlo che si è rivolto al mio spirito. Docile al richiamo, l’ho accolto. E la fiducia nello spirito del Tempo ha dato forza a questa gamba destra, ora un po’ più sofferente e pigra, che ne aveva necessità. Ecco perché mi ha parlato urlando questa volta. I fiumi sanno dialogare scorrendomi dentro. È solo un esempio di come da anni ascolto i fiumi e il loro lento fluire nei meandri della memoria, fino a che non si depositano nello scrigno che li conserva e, piano piano, notte dopo notte, li trasforma in allegorie ineffabili, emozioni che illuminano le tenebre, iniezioni di sogno in momenti di riflessione, di solitudine, di abbandono allo spirito del Tempo. Ogni fiume ha un storia? No. Non solo. Ogni fiume è una Storia.

(foto scattata da me durante un viaggio in solitaria in bici sulla ciclabile del Piave tra Castellavazzo e Ospitale di Cadore)

Indentar

“(…) la môrta la-n s’conta. 

La môrta la-t s’insteca

indentar

e la-t fa tent buš

dóv ch’u i pasarà la tu vita.”

“La morte non si racconta. La morte ti si infila dentro e ti fa tanti buchi per i quali passerà la tua vita.” Così si conclude la poesia di Laura Turci E mi ba, Mio babbo, dedicata alla perdita del padre. Spiegare con le parole il significato rovina tutto. Bisogna scontarlo quel significato. Allora si capisce il lavoro del Tempo, che si svolge tutto indentar, dentro. Il dolore consente di andare avanti. E l’amore non si potrà mai realizzare senza scontare tutto questo gravame. Il più delle volte resta illusione, aspirazione e non si realizza proprio. L’amore non colma il vuoto e resta solo il dolore, dei due grandi motori della vita. E quei buchi lasciano solo amara, inconsolabile solitudine. L’ho provato e riprovato. E se ve lo dico, dopo avere avuto esattamente un anno fa la stessa esperienza, è perché, ci piaccia o non piaccia, le cose possono prendere molto facilmente questa piega. Basta guardarsi attorno e saper ascoltare le persone, per capire l’ineluttabilità del dolore. Grazie a lui siamo migliori o peggiori. Solo grazie a lui. Sic et simpliciter.

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