Segreti che furono

Fu lei a dirglielo. “Non devi tenere dentro. Parlane. Apriti al mondo. Disvela ciò che arde e tortura. Non dare più argomento agli spiriti del Male che ammorbano la tua anima.” La paura era forte. Aveva tentennato a lungo. A lungo era rimasto nell’incertezza più che sul se, sul quando e sul come, perché il problema del se era già risolto: la decisione di parlarne con franchezza era stata già presa. Troppo era il dolore. Troppa l’ansia cresciuta a dismisura in quei tempi. Lei lo aveva avvertito e aveva sofferto molto per lui.

Le domande sulle assenze dal lavoro cominciavano ad essere numerose, la città era troppo piccola per evitare che queste notizie fossero manipolate e distorte. Bisognava troncare al più presto dicerie e falsità, chiacchiere e illazioni. Vivere in provincia ha i suoi pro, ma ha anche i suoi contro. Malelingue e calunniatori vengono in queste città di provincia a prendere la patente. Ma la vera ragione era lui stesso: non c’era più ragione di nascondere. La visita medica gli aveva messo i sospetti, aveva fatto indagini d’archivio in ospedale a Ravenna, Padova, Bologna e Firenze sul suo passato, aveva ottenuto accesso ai documenti che gli servivano e li aveva fatti avere al suo amico medico che aveva avuto il sospetto per primo. “Talidomide. Non si scappa. Date, quadro clinico, cartelle e referti parlano chiaro”, fu la risposta che ebbe. E da allora ebbe anche il sostegno di un’associazione. Ma soprattuto ebbe il sostegno di lei, di un amore che – lo sapeva bene, perché lo diceva sempre – era anche finalizzato a quello: le erbe infestanti andavano sradicate. La condivisione della gioia di un’unione tra due anime, di un amore tra due corpi, di un progetto tra due spiriti parte dalla condivisione della verità. I segreti, gli diceva sempre lei, sono fatti per torturare l’anima. I segreti sono fantasmi mossi da spiriti del Male. Liberatene!

Quel giorno in auto lei gli prese la mano, che afferrava nervosamente un pomello del cambio che non serviva a niente tener stretto in quel momento, lì in quel parcheggio semideserto. Sapeva quanto lui aveva sofferto nei giorni precedenti. Ogni anno l’avvicinarsi di quella data terribile, di quel 7 ottobre, era vissuto da lui sempre peggio. Lei gli prese la mano destra posata sul pomello del cambio. Vide in lui una smorfia di dolore, nel momento in cui mosse la gamba destra, per sollevare il piede dal pedale dell’acceleratore. Comprendendo che quello non era soltanto un dolore del corpo, che pure c’era e innegabile, documentato e clinicamente certificato, ma era anche, forse soprattutto un dolore dello spirito, strinse la mano di lui più forte e ripetè l’invito: “Parlane!”

Lui pensava a sua madre, a quanto aveva sofferto nel silenzio e nel senso di colpa; pensava al suo passato, a quegli otto anni, a proposito dei quali aveva l’abitudine di dire spesso che furono “otto anni che è da criminali chiamare vita”; pensava a quel piede destro, risvegliatosi nel dolore dopo trentasette anni di “normalità” pagata a caro prezzo. Buttò violentemente indietro la testa, chiuse gli occhi, un fremito attraversò le sue labbra. Lei lo colse.

“Stavi dicendo qualcosa. Non aver paura.” La mano di lei passò dalla mano di lui al suo viso. Il dorso della sua mano calda sfiorò la guancia gelida del viso di lui. La nebbia stava avvolgendo il grande parcheggio; le ultime auto dei pendolari stavano lasciando la città; i lampioni segnavano un orizzonte sfumato, in cui i confini tra le dimensioni si perdevano come nella sua anima in bilico tra la sicurezza di un passato vissuto nel tacito e ostinato rifiuto della verità e l’insicurezza di un futuro in cui la verità sarebbe stata libera di volare senza limiti, con tutte le incognite di una libertà senza frontiere. Far sapere significava rendere di dominio pubblico argomenti vissuti con dolore, dare in pasto a chiunque temi delicati, senza sapere come sarebbero stati intesi, se sarebbero stati fraintesi, quali danni l’eventuale, ma possibilissima, miscomprensione di quello che per lui non era un semplice segreto, ma era un vero scrigno di tesori, avrebbe potuto recare ad una vita che meritava rispetto e dignità, per quello che aveva patito. E quanto aveva patito …

Sì. Stava dicendo qualcosa. Quel fremito delle labbra era stato un tentativo abortito di risposta. La mano di lei avvertì meno algida quella guancia. Gli occhi di lui si riaprirono, lasciando scendere una lacrima, che il fascio di luce del lampione sfuocato fece riflettere. Negli ultimi tempi ne aveva viste di lacrime su quelle guance. Le aveva sempre interpretate come il segno di qualcosa che in lui si stava muovendo. Qualcosa che faceva male, ma che stava uscendo. Non vedeva negatività in quelle lacrime di ieri e nemmeno in quella la vide.

Lei gli ripetè: “Devi uscire dal guscio, adesso che tua mamma te ne ha parlato liberamente. Devi interpretarlo come un segnale del fatto che, se lei ha metabolizzato, anche tu, che sei il protagonista principale della vicenda, non puoi non assorbire, non digerire finalmente il magone restato lì per più di cinquant’anni. Soffro io per te. Credimi.” Non c’era bisogno tra loro due di sottolineare la fiducia, il credito. Lui le credeva, senza bisogno che lei glielo ricordasse.

Gli prese il viso tra le sue due mani, lo girò lentamente verso di sé senza trovare resistenza, quasi avesse un manichino tra le mani, avvicinò lentamente il suo volto, avvertì di averlo in suo possesso, ma avvertì anche la necessità di rispettare quel momento di fragilità; si sfiorarono appena le loro labbra e, restando a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro, da quelle di lei uscì sottovoce: “Non hai idea di quanto io stia soffrendo. Ti voglio troppo bene e soffro troppo nel vederti soffrire.”

Lei seppe che aveva trovato la forza. Le aveva detto in un whatsapp: “Ce l’ho fatta, amore. Bisogna festeggiare!” Sapendo quanto lui avesse sempre ritenuto impegnativo e coraggioso parlare del proprio passato, sapendo la forza che sarebbe occorsa, perché lui aprisse il lucchetto, ormai arrugginito dal tempo, di quel bauletto di segreti, conservato così gelosamente, non poté non esserne fiera lei stessa. Si trattava di parlare di dolori, di sofferenze, di nominare persone care, di nominare suo fratello della cui morte si sentiva responsabile; si trattava di fare outing su un senso di colpa sopito per quasi quarant’anni, per il quale aveva sofferto e soffriva terribilmente tuttora, da quel 7 ottobre 1978. Lei sapeva che avrebbe prima o poi trovato la forza. La sofferenza di quei giorni era stata tanta; aveva visto trapelare sentimenti nuovi nei suoi occhi; aveva sentito forze nuove nelle sue mani che la avvolgevano; aveva sentito un ardore nuovo nell’amore che le dava, pur nel dolore, diceva lui, grazie al dolore, pensava lei.

Lo aspettava al tavolino del bar, quando arrivò il whatsapp con le figurine dell’auto e del cuore, che, tradotto dal loro personale codice, significava: “Sto arrivando, amore.” Di lì a poco vide arrivare la sua Citroën, che fu costretto a parcheggiare lontano, e lo vide scendere. Si era immaginata la sua contrarietà nell’aver trovato posto lontano e nel dover camminare per un lungo tratto, senza poter nascondere in mezzo alla gente la sua evidente zoppìa, risvegliatasi dopo trentasette anni di illusoria, fallace, posticcia ‘normalità’.

Era veramente elegante quella sera: indossava il paio di jeans nuovi che lei gli aveva regalato, un paio di scarpe nere, una camicia sbottonata azzurra e una bella giacca grigia con disegno a principe di Galles di buona sartoria. Sapeva il valore che quelle giacche e quelle camicie avevano per lui: erano quelle giacche e quelle camicie che erano state di suo babbo da poco deceduto e indossarle per lui significava quasi come andare a spasso con il suo povero babbo, a cui tanto era affezionato. Felice com’era di vederlo camminare finalmente sicuro, non notò nemmeno la sua pur vistosa claudicanza dalla parte destra. Non solo: non camminava nemmeno rasente al muro, come era tipico della sua natura appartata e riservata; camminava tra le auto, per arrivare prima al tavolino da cui lei, sbracciandosi, aveva fatto notare la propria presenza. Quando arrivò si baciarono. Fu un bacio diverso. Entrambi avvertirono un flusso nuovo in quel bacio. Lui la stringeva a sé con una sicurezza ignota ai precedenti incontri. Lei avvertiva in lui una voglia di comunicare ben lontana dalle tremende e nervose fluttuazioni dell’anima dei giorni precedenti.

Si sedettero. Lui le prese le mani e lei sorridendo gli chiese: “Sono in ansia di sapere com’è andata. Come ne hai parlato? Dove lo hai fatto?”

“L’ho fatto in classe con i ragazzi di quinta.”

“In classe! Ho sempre pensato che tu qualche volta potessi essere un po’ picchiatello, ma pazzo furioso non ti avrei mai detto.”

“No, no. Aspetta. Stai calma. Ti spiego. Niente pazzi furiosi. Anzi. Si è creata una condizione più normale di quanto tu possa credere. I ragazzi mi hanno chiesto come stessi dopo una settimana di assenza. Alcuni erano sinceramente interessati. L’ho capito dal loro tono. L’ho visto nei loro occhi.” Lei sapeva che lui era attentissimo scrutatore di sguardi e che raramente sbagliava quando analizzava un sentimento altrui dallo sguardo e dagli occhi. “E … beh … allora da lì ho spiegato come stanno le cose per quanto riguarda la gamba e da alcune domande sono venuti quei chiarimenti che hanno poi portato a trattare anche delle cause e di tante altre cose. Sono andato anche sul mio WordPress.”

“No? Non dirmi che gli hai letto dei tuoi pezzi? Sei pazzo furioso. Punto.”

“Ti dirò di più. Ho acceso il videoproiettore. Sono andato su internet. Li hanno letti loro. E sono stati bravissimi. Ne abbiamo letti tre.”

“Ma non possono capire dei ragazzi una vicenda complessa come la tua. Hai sbagliato!”

“No. Anzi. Si sono commossi. Alcuni piangevano. Anche alcuni maschi. Una non ha retto. Piangeva a dirotto. Alla fine tre di loro mi hanno anche ringraziato.”

Lei rifletté un attimo. “Evidentemente hai trovato un momento giusto. Si deve essere creata una congiuntura, come dire?, speciale. Una classe di scuola, in orario di servizio, un insegnante che racconta vicende private della sua vita … permettimi, ma non è cosa che si sente tutti i giorni. Non l’avrei mai fatto.”

“Si è creata una condizione particolare. Ho avvertito un clima in classe idoneo e mi sono lasciato andare. Anzi, ho lasciato che fossero i pezzi da me scritti a parlare. Sono ragazzi di quinta. Sono grandi. Capiscono. Hanno strumenti per comprendere.”

Lei gli gettò le braccia al collo, gli sorrise, un alito di vento le sollevò i lunghi capelli neri che sfiorarono anche il viso di lui. “Era ora. Sapevo che ce l’avresti fatta. Ma ora sono fiera di te, perché mai avrei immaginato che ce l’avresti fatta in questo modo.”

La vide più bella del solito. Per lui era sempre bella. Ma in quel momento la sua chioma nera mossa dal vento, il suo sorriso dai lineamenti delicatissimi, i suoi grandi occhi erano di uno splendore mai visto: “Grazie! Senza di te, non ce l’avrei mai fatta!” Erano parole sentite, perché dietro a quelle parole c’erano anni di un’esperienza che era tale che lui non l’avrebbe mai augurata a nessuno, nemmeno al più acerrimo avversario. Senza di lei, senza il suo sprone non ce l’avrebbe mai fatta. Era sacrosanta verità.

Lei fece indietro la testa. Un altro alito leggero di brezza le mosse i capelli. Lui li prese tra le sue mani e glieli accarezzò. Sapeva quanto lei amasse quel gesto. E dalle labbra di lei, sottovoce, percepibili appena, uscirono parole che il vento portò dirette nel suo cuore: “L’amore unisce, si sa. Ma il dolore ha un potere molto superiore. Se anche il dolore unisce, l’amore diventa qualcosa di ineffabile. Ricordi come ci lasciammo quella sera in auto?”

“Mi dicesti che soffrivi troppo nel vedermi soffrire.”

Il gufo del Torrazzo

Sono molto grandi gli occhi di un gufo, antico simbolo di saggezza, talismano che risolve problemi. Lo si nota da vicino, perché lui non ti rifiuta. Accetta che tu lo avvicini. Mi porto a pochi metri da lui, che è poggiato sul parapetto di un ponticello in muratura su un canale. Dietro, come fosse una quinta su una scena, il Torrazzo, antica torre d’avvistamento, quando il pericolo si chiamava Uscocchi e Saraceni. Tutt’intorno le strade bianche che dalla basilica di Classe portano alla pineta e alla foce del Bevano, tra campagne operosamente lavorate, maneggi di cavalli, case forestali, ciclabili su cui sfrecciano ciclisti, un dedalo di gore, chiuse, idrovore che regimentano quelle acque per gli usi dell’uomo, spiagge con campeggi e stabilimenti balneari. Un paesaggio in cui il selvaggio della pineta con i suoi daini e quello delle piallasse dell’Ortazzo con i loro fenicotteri rosa trova un raro pacifico connubio con le opere dell’uomo, connubio fragile, ma effettivo.

Lì, in mezzo a tutto questo, lui stava immobile con i suoi occhioni fissi su di me. Perché gli antichi ti hanno associato al malocchio? Perché i sumeri e i persiani ti hanno chiamato angelo della morte? Quello era il paesaggio di confine che lui quotidianamente viveva e in cui io saltuariamente facevo capolino, che lui sontuosamente dominava e io discretamente cercavo di rispettare con la mia mountain bike. Che sia la mia divisa colorata bianca e azzurra, decisamente stonata in quel regno assoluto del verde, a tenere quei due grandi occhi su di me? Non si muove. Guarda fisso. Mi porto vicino. Resta lì. Estraggo il cellulare e scatto la foto. Niente. Sempre immobile. Che meraviglia! Sembra imbalsamato. Incurante della presenza della mia compagna d’uscita, che era rimasta sulla sterrata in stabilizzato, giù dal ponte e lontana dalla gora, su quella linea di demarcazione al margine della macchia di lecci, carpini, pini e farnie, incurante anche del sole di luglio che picchiava, malmenava e schiaffeggiava il mio animo decisamente poco amante del caldo, mi porto ad appena due metri da lui e mi siedo per terra, alla stessa altezza, che era di appena 35-40 cm del parapetto su cui lui era appollaiato. Nessun angelo della morte, nessun messaggero di sventure. Un amico con cui condividere.

Non so cosa sia successo esattamente, ma quei due occhi mi hanno trapassato e si sono come trapiantati subito in me. Una comunicazione si è attivata lì sul quel confine tra la macchia selvatica e la gora, che passava tra i coltivi di girasole e mais. In quel contesto estivo di silente e lenta pace pomeridiana il Torrazzo alle sue spalle si è piano piano come sfuocato, i colori del tardo pomeriggio sono diventati un tutt’uno con il verde delle sue piume a squame dalle molteplici sfumature. Non so perché, ma in quei momenti, rivisssuti anche in passato, anche in altri contesti geografici, mi par di cogliere sempre una sorta di messaggio circa la mia posizione nella natura. Una posizione da sempre cercata con ansia. Non saprei come spiegarlo, ma credo di avere un metodo di avvicinare gli animali diverso dalla maggior parte delle persone; mi sono, infatti, trovato in quel modo a tu per tu con due cervi al passo dei Mandrioli, con una volpe a S. Agata in Montalto, con un leprotto sul monte Chioda e con le marmotte al passo del Tonale insieme a Laura, mia figlia. E sempre si è instaurato un clima di simbiotica condivisione, che avvolge lo spirito in un modo che non è facile riuscire a descrivere, lo trascende in una dimensione di confine assolutamente singolare, lo traspone in un clima la cui serenità non sopporta parole e concetti razionali.

I due grandi occhi sono sempre piantati su di me, sui miei: due pupille nere nere, dal cerchio che sembra fatto con il compasso, su due iridi gialle altrettanto perfette nella loro circolarità. Nella natura si riesce a fare di queste cose senza dover studiare geometria. Iridi immobili. Fisse. Piantate su di me. Non un battito d’ala, non un fremito. La mia amica era andata intanto su internet e aveva cercato qualcosa: “Trovato! È un gufo di palude. Nome scientifico Asio flammeus. Tra i rapaci è uno dei rari predatori diurni. Qua dice che è particolarmente attivo nel tardo pomeriggio. Sono le quasi le 18: forse abbiamo preso l’unico pigro della categoria. Sembra finto. Oppure lo hai ipnotizzato tu … Sai che ogni tanto mi spaventi con gli animali.”

Ascoltai. Anzi ascoltammo, perché ormai io e lui condividevamo un territorio. Asio flammeus. Sarà tra i 35 e i 40 cm di altezza. È veramente molto bello. Il sole picchia. Mi tolgo il casco. I capelli e il viso sono madidi di sudore. Una sofferenza da interpretare forse come mònito alla mia innaturale presenza in quel contesto? Anche la parte interna del casco è fradicia di sudore.

Riprendiamo la nostra comunicazione, lì su quel ponte di cemento armato cadente, scrostato e con le anime di ferro ormai a nudo. Laggiù, sotto di noi, le acque basse e limacciose del canale iniziano la loro produzione di zanzare per la gioia dei villeggianti in vacanza sui lidi vicini e degli abitanti della città, le cui prime case da lì distano appena 6-7 km.

Quanto è bello entrare in quelle iridi. Vedo due ali spiegarsi e librarsi nell’azzurro. Vedo un grande aquilone verde come lui, con due cerchi gialli e un punto nero in mezzo, come i suoi grandi occhi. Da quell’aquilone si assapora una vita che nel suo procedere non deve soffrire per camminare, gode del vento e fiduciosa gli si concede, non conosce i limiti alla libertà di movimento posti da congiunture e sofferenze terrene. Volo io, vola il gufo che ora è in me. Vola lui come fosse il mio aquilone. Vola, vola, volta alto e maestoso, sicuro e fiducioso, grandioso e libero. Il verde e l’azzurro si confondono, come è giusto che sia, tra cielo e mare, nell’ordine naturale delle cose. Tutto è verde e tutto è azzurro. Tutto è vita, lassù. E quassù non si si avverte il dolore delle perdite terrene, delle mancanze corporee, dei limiti cogenti della vita che si vive laggiù. Laggiù si vedono ciglioni, si vedono ponti, si vedono cartelli, si vedono divieti, si vedono limiti … Quassù non esiste la Differenza …

Ebbro di libertà, ammaliato di pace, non considero il fatto che un filo mi richiama laggiù. Quaggiù esiste, invece, eccome se esiste la Differenza! E tu su questo ponte, a cavallo tra due mondi, tra la macchia con le querce, i lecci e le farnie, i daini e gli scoiattoli, le piallasse con i cavalieri d’Italia, i cormorani e i fenicotteri rosa e, di qua, i coltivi di mais e di girasole, le gore e i ponti vigilati dall’austero Torrazzo, tu su questo ponte, immobile, me lo ricordi che esiste; me lo ricordi tra l’impietoso e il generoso, sempre a metà strada tra due realtà, sempre incerto tra due intendimenti. Non vorrei mai staccare questo filo che, con i suoi dubbi, proprio grazie ai suoi dubbi, riesce a comunicare immensa Bellezza all’anima. Una comunicazione che si fa condivisione di esperienza.

“Facciamo tardi. Bisogna rientrare. Andiamo!”, dalla strada arrivò il richiamo di lei.

Il filo cede, sfugge di mano, l’aquilone vola via. Alzo lo sguardo. Lui si è librato verso est, verso il Torrazzo. Il sole opposto lo illumina. Una grande sapiente macchia verde nell’azzurro, lassù, che mi ha ancora una volta insegnato il significato della mia posizione, quaggiù.

Riprendo la mia impolverata mountain bike, lasciata sul limitare della sterrata, tra i sassi e l’erba. Riprendo il mio cammino pedalando più fiducioso su quel meraviglioso, unico, fantastico scenario di dialettica, su quel discrimine tra mondi diversi, su quel tempio di Differenza. Il piede sinistro pare più sicuro e il colpo che dà al pedale è più potente dalla parte della macchia; il piede destro, più malfermo, dalla parte della gora e dei coltivi, del Torrazzo e delle spiagge, dà il contributo che può, consapevole di vivere in una sapiente e ricca, serena e fiduciosa condizione di Bellezza e di Differenza. Due ali dall’alto vigilano sapienti e libere, fiere di aver insegnato.

E infondono sentimento di fiducia nell’anima, di libertà nello spirito.

Insonnia

Non dormire significa cedere alle lusinghe dell’ansia, sempre in agguato per devastare la mente, ai tanti fantasmi del passato, anch’essi sempre pronti a riprendere possesso della memoria, al panico in tutte le sue più molteplici forme. Non dormire, in un momento in cui si è soli in casa, senza nessuno accanto, senza nessuno con cui scambiare idee, può diventare pericoloso per chi non trova modalità per comunicare quello che sente di dover esprimere, anche uno sfogo.

Scrivere è una risposta. Scrivere significa combattere contro tutto questo male insidiosamente in agguato, cercare un’arma efficace per vincere ansia, memoria e panico, fantasmi vigliacchi e subdoli che possono inferire il colpo inavvedutamente.

Ma è nel momento in cui si sceglie il tema su cui scrivere che quegli spiriti maligni possono riprendere possesso della mente e guidare la mano con intenti pericolosi. La guardia non va mai abbassata. Tutt’altro: va sempre ricordato che la comunicazione è un’arma importante contro il male oscuro. E la notte con la sua pace e serenità può esprimere quanto di meglio abbiamo dentro di noi.

Di notte ho scritto le mie pagine più belle.

L’ultimo chilometro

Quando ci si cimenta nello scrivere, per i più la vera difficoltà consiste nella sindrome da pagina bianca, nell’inizio. Così almeno generalmente si dice e si legge. Poi tutto va in discesa. Per me è esattamente il contrario. È come la prima tappa dolomitica del Giro: oltre 200 km di noioso piattume padano o di fondovalle e poi all’improvviso l’erta finale spaccagambe. L’ultimo chilometro è sempre stato il mio problema. Quante idee si sono arenate lì, nel blocco dell’ultimo chilometro, di fronte alla decisione finale! Potrei fare un lungo elenco di momenti della mia vita che hanno conosciuto il dramma dell’ultimo chilometro.

I pochi traguardi raggiunti devono la conquista al pungolo altrui, quasi sempre ad una mano di donna. Perché? Perché non mi è mai stato esattamente chiaro se traguardare confini significhi arrivare alla fine di un viaggio e di una certezza o iniziare un altro viaggio tra altre incertezze. Ma anche perché il ruolo giocato nella vita dal passato, un gravame tanto impegnativo con cui convivere quanto arduo da condividere, ha sempre oggettivamente reso complesso camminare con lo sguardo proteso con sicurezza in avanti, costituendo zavorra al procedere. Ecco due ragioni, le due ragioni della sindrome dell’ultimo chilometro.

Ora mi trovo di nuovo all’ultimo chilometro: un altro libro è pronto. Ho pedalato in piano attraversando contrade amiche e lande ostili; ho superato ansie e crisi, fame e sete, piacere e dolore; ho fatto tutto con i miei mezzi finora. E adesso sono alla fine di un altro progetto. E di nuovo appare la sindrome dell’ultimo chilometro. Ho ancora bisogno di una mano, mano amica. Da solo non ho mai traguardato confini da lontano, non ho mai ardito varcare soglie. Mano amica, dove sei?

Lampi d’allegria

Sopra il chiosco il lampione lampeggiava a intervalli irregolari. La sua luce era disarmonica e rompeva l’uniformità di quella lunga strada, una delle più lunghe della piccola città, dove invece la luce emanata dagli altri lampioni era ferma e sicura. Lui passava spesso di lì e da giorni quel lampione gli era parso più simpatico. Quelle sue intermittenze gli davano allegria. Si fermò un attimo sotto quelle intermittenze. E l’asfalto della strada divenne un sentiero erboso tra le rocce, la luce a tratti del lampione quella del sole tra le nubi. La vita trae significato da un’intermittenza? Quale significato le intermittenze danno alla vita? La strada è la vita e le intermittenze creano una discrasia nell’uguaglianza, che l’uomo sente un forte bisogno di correggere, sempre. Perché? Forse domani una squadra verrà e riparerà quel lampione e a lui non dirà più niente quel lampione riparato, reso uguale a tutti. Il sole appariva e spariva. Ogni nube era un’intermittenza, ma questo non impediva la prosecuzione del cammino. E nessuno avrebbe mai potuto riparare quelle intermittenze, benché le sentisse come dissonanti, benché le avvertisse come ostacoli, benché le temesse come minacce, benché le interpretasse come ingiurie. No. Non lo erano. E se non lo erano le nubi, perché lo doveva essere un lampione? Le nubi erano diverse e creavano un’intermittenza che la natura considerava parte integrante del proprio ciclo. Quel lampione era diverso e dava allegria proprio per questo. Eppure, l’uomo lo avrebbe reso uguale prima o poi agli altri. Proprio non riusciva a capire perché. Riaprì gli occhi, s’incamminò tra le luci più sicure degli altri lampioni, ma non si sentì più allegro come prima. Si girò indietro, lo rivide con le sue irregolari intermittenze, ma procedette in avanti, perché sapeva che doveva farsi una ragione di quel mondo di posticce certezze e di fittizie uguaglianze.

La carriola di Santa Margherita a Mòntici

Parlava spesso nei temi e negli scritti, che per me erano bellissimi per un ragazzino della sua età, delle strade dei colli, della casa del nonno in campagna in mezzo agli ulivi e parlava spesso proprio di via Santa Margherita a Mòntici, che si intravvedeva tra i cipressi e gli ulivi da qualche finestra della scuola. Ma soprattutto accennava spesso all’immagine per lui tutta speciale che quelle strade sui colli e quella strada in particolare assumevano nel suo mondo, che era esso stesso speciale. E appariva spesso un oggetto in quelle paginette, che erano scritte con una calligrafia del tutto unica, fatta di segni stretti e piccoli, di lettere sempre chiuse, dove persino una ‘e’ e una ‘o’ sarebbero state difficili da distinguere: si trattava di una carriola. Allora non lo capivo. O meglio, ancora non lo capivo. Lo ascoltavo. Prestavo a lui un’attenzione curiosa e diligente, timorosa forse. Sapevo che in quelle parole c’era un significato che mi sfuggiva. Ma di una cosa ero convinta: c’era in quelle un desiderio vivo di comunicazione. Oggi, dopo tanti anni, in questa pensione fatta di tanti bei ricordi di una carriera non semplice ma che mi ha dato tanto, ripensando a quei ragazzi, a quella classe e ripensando a lui, sempre nascosto là dietro, rivedendo quei gruppi, lo cerco e non lo trovo mai, perché di lui appare nelle foto di classe sempre e solo un ciuffo di capelli o un braccio. E allora quella carriola comincia ad avere un significato: forse ha preso una forma. Ma fu quando mi mandò una lettera con una foto scattata nella casa di campagna in mezzo agli ulivi forse da suo babbo, o da suo nonno, che la vicenda della salita a piedi a Santa Margherita a Mòntici rappresentò per me una rivelazione. Lì la carriola aveva un ruolo. Per lui era faticoso camminare, ma amava tantissimo farlo. In quella foto con carriola, che mi aveva mandato, lui sorrideva – a scuola non lo faceva mai – e spingeva una carriola. Forse vi sto confondendo le idee. Sono confuse le mie: sapeste che fatica mettere insieme tutto! Ma proviamo a fare un passo indietro, cercando di mettere insieme un po’ di frammenti e di ricostruire quell’episodio della sua vita, quella passeggiata su quella stradina, anche per cercare di comprendere il valore di quella carriola: una passeggiata all’uscita della scuola proprio su quella strada, via di Santa Margherita a Mòntici. Lo facciamo usando quello che mi ha scritto in frammenti sparsi. Ogni tanto, alla fine delle lezioni – l’avrà fatto cinque o sei volte – dopo aver controllato di essere solo con me e che tutti i suoi compagni fossero usciti dall’aula mi si avvicinava, sempre serio, e mi lasciava due paginette dicendo: “Questo è per lei.” Non diceva altro. E scappava via. Lo faceva sempre quando era sicuro che tutti fossero fuori e lontano dalla sua portata. Ma due o tre volte trovai queste paginette anche nella mia buchetta della posta nella sala docenti; avvicinava in silenzio un bidello e diceva di mettere nella mia buchetta questa busta. Era un bisogno di comunicare. Non potevo sottrarmi. Quando passò alle superiori, iniziò a scrivermi delle lettere: lo faceva dai luoghi di vacanza, sempre in montagna, lo faceva per l’occasione degli auguri natalizi, ma anche senza pretesti particolari. Si trattava di scritti brevi, con una prosa sempre più franta e nervosa, di una potenza comunicativa che, se restava straordinaria in quella forma scritta, contrastava con i silenzi inquietanti di quando era sottoposto a verifiche orali. Ricordo questo di lui: prove scritte sempre eccellenti, ma all’orale … non saprei proprio cosa dire: la soddisfazione era quella che uno potrebbe ricevere dal parlare con una di quelle statue egizie, immobili, rigide, indecifrabili. Così come l’espressione, lo stile in cui scriveva: sentimenti forti nelle pagine scritte, impassibilità totale nel rapporto personale, a cui lui sfuggiva; una vicinanza quasi fraterna nelle paginette che mi recapitava, un’incapacità espressiva disarmante quando ti stava di fronte. I colleghi dicevano che avevano paura quando faceva così. A me non ha mai fatto paura. Ma c’era quel desiderio innegabile di comunicare; era una sfida per me; e la accettai, forse inconsapevolmente, forse solo per curiosità, forse, perché no?, addirittura solo per l’istinto che ho sempre avuto di indagare qualcosa di diverso dal solito. E lì c’era tanto materiale, ma tanto davvero.

Amava camminare. Era un ragazzino che, malgrado la sfortuna, amava molto camminare. Era curioso. La sua curiosità lo portava nei posti dove il suo sguardo vigile più volte evidentemente lo aveva attirato. Quella stradina stretta stretta, per esempio: inizia con un’audace erta e lo aveva sempre incuriosito. Dove lo avrebbe portato? Non lo sapeva. O meglio, gli era stato detto e lo sapeva, ma, se lui non verificava guardando con i suoi occhi e pestando la strada con i suoi piedi, era come se non lo sapesse. L’età era quella del rifiuto di ogni astrazione. Si crede a ciò che si vede; e poi si vede ciò che si crede. Così, quel giorno le cose devono proprio essere andate a modo suo. Tornando a casa da scuola, fece la deviazione da piazzale Ferrucci verso via Salutati e poi, poche decine di metri dopo, dal traffico caotico di quel grigio frammento di urbanità moderna, si immerse nel silenzio quasi surreale di un mondo per lui inimmaginabile solo pochi metri prima. Così si vedono le cose a quell’età. Ci si stupisce ancora di queste cose. Via Fortini partiva ripida e stretta e lui doveva stringersi al muretto, quando passava una delle rare auto. Già dopo la prima curva, scrisse in uno di quei testi, il silenzio e l’odore forte di resina presero il sopravvento sui clacson, sulle sirene e sui gas dei tubi di scappamento dei tanti autobus urbani e turistici che dal fragore dei viali del Lungarno caricavano centinaia di persone da vomitare poi su piazzale Michelangelo. Per sentire sua la magia di Firenze, aveva già capito che erano quelle le tracce da pestare, lui che abitava sul Lungarno, accanto a un grande albergo a quattro stelle, con i pullman che parcheggiavano proprio davanti alla sua finestra, riempiendo di puzza di nafta la sua camera. Quella non era la città che sentiva sua. Eppure qualcosa da sentire mio ci deve essere da qualche parte, pensava. Per questo era attratto da quelle insolite deviazioni. Erano i misteri di quella città, che rivelava di sé un’immagine da cartolina con l’arte e i grandi monumenti, con le opere dell’uomo firmate dai protagonisti dei libri scolastici, ma ne custodiva altre segretamente per pochi veri amanti del bello: le custodiva, per esempio, in una strada angusta di cui lui sapeva solo perché passava dietro la sua scuola e ci abitava un suo compagno di classe. E con il suo passo, reso lento, ma speciale, dalla sua altrettanto speciale gamba destra, si inerpicò tra i torreggianti cipressi e le macchie degli ulivi che disegnavano lo scenario che si apriva verso il colle di Mòntici. Un paesaggio nuovo, irreale, forse anche fantastico dal suo punto di vista, si squadernava repentino: era come in un film di Miyazaki. Lì sotto, appena una curva più indietro, il caos moderno, repellente, il traffico, gli autobus, i pullman turistici, le macchine parcheggiate fin sui marciapiedi; lì sopra, appena due cipressi oltre, un mondo amico, ammaliante, un paesaggio che ti accoglieva a braccia aperte con il sapore di una storia che affondava le radici lontano lontano. Insomma, sempre dal suo particolare punto di vista, una meraviglia senza se e senza ma. Era ormai preda di quel fascino e sentiva il suo cuore battere, non appena imboccò via di S. Margherita a Mòntici, che sapeva lunga e tortuosa. Ma il fascino e lo stupore di quell’età, che lui stava godendo pienamente, con una gioia assolutamente unica, sono qualcosa che è davvero un peccato perdere. E infatti non l’ha perso, come queste parole testimoniano. Nel salire andava, come puntualmente scriveva nelle tante paginette con cui comunicava a me le sue sensazioni del tutto speciali, con lo sguardo oltre il basso muretto, oltre i cipressi, oltre la bassa dell’Ema, oltre, lontano, su, su fino all’orizzonte su cui le cime dell’Appennino erano chiaramente visibili. E là c’era la casa del nonno, con i suoi ulivi secolari, altro paesaggio di storia, di una storia che sui libri non si legge, diceva lui, la storia di una famiglia, che si racconta di padre in figlio e che in questo tramandarsi rende vive anche le pietre delle case, rende pregevoli anche stabbioli e sterquilini, fa apprezzare anche lo stallatico con cui s’ingrassa il terreno. Lassù è veramente tutto bello, pensava salendo. E salendo pensava a quei paesaggi del tempo, a quegli spazi che non hanno passato e presente, ma sembrano immobili, eterni nella loro fragilità che solo la natura mette duramente alla prova. Quegli ulivi lì attorno alla strada erano adesso, nei suoi scritti originali in cui difficile diventava discernere simbolo da realtà, quelli del nonno. “Sono questi che con i loro robusti fittoni e i loro barbiconi tengono stretta la terra su cui sta la casa. Per questo li amo come fossero miei figli e soffro quando vedo su di loro il bacchio dei raccoglitori,” mi scrisse riportando e parole del nonno, quando li guardava dalla finestra. E lui li guardava lì, di là dal basso muretto. Un pezzo di intonaco si staccò dal muretto e cadde al suo passaggio. Gli antichi ulivi sembravano sorridere superbi di quell’effimera fragilità. Fabio lo aveva deriso anche quel giorno, perché non sapeva giocare a calcio, aveva deriso lui che semplicemente non poteva giocare a calcio. Jonathan gli aveva tirato deliberatamente una pallonata addosso, mentre era seduto sulla panchina, dove il professore di educazione fisica lo lasciava, del tutto incurante di lui, senza fare mai il minimo sforzo mentale di pensare qualcosa che anche lui potesse fare. Lui era abituato a quelle derisioni. Oggi si ripensa, quando ci si rivede o ci si scrive un saluto, a quei giorni e lui non parla mai di bullismo. Siamo noi insegnanti che lo facciamo. Per lui non erano bulli: erano solo i ragazzi a cui nessuno aveva mai spiegato che ogni tanto qualcosa alla nascita può andare storto e non avevano colpa se erano così. Era avanti lui. Oh sì! Era avanti anni luce. Ma taceva, accusava il colpo e, se piangeva, lo andava a fare in silenzio e in segreto. Nessuno lo ha mai visto piangere, tranne me. Ma non so se faccio bene a farglielo sapere. Sì, lo vidi piangere, mentre scendeva per lo stradello ripido che dalla scuola portava alla strada principale. Non so perché lo facesse, ma credo che fosse uno sfogo per aver represso tutto in quelle ore in aula. Chissà quante volte lo faceva e nessuno se ne accorgeva. Fu un caso che io lo abbia visto. Non dissi nulla. Forse sbagliai. Forse invece feci bene a rispettare la sua estrema riservatezza e il suo speciale mondo di segreti. Comunque sia, oggi posso dire che da lui, dalla quotidiana esperienza della sua timida e discreta presenza in aula, imparai nella mia carriera in quei tre anni più di quanto mi provassero a inculcare in ore e ore di corsi di aggiornamento.

La salita proseguiva. E lui avvertiva nei dolci saliscendi della via qualcosa di amico per i dolci saliscendi della sua andatura speciale. La mamma lo avrebbe sgridato per non aver messo la scarpa ortopedica, quell’orribile tortura da medioevo, che lo faceva soffrire. “Tutto è silenzio ne l’ardente pian, / Ti canteremo noi cipressi i cori / Che vanno eterni fra la terra e il cielo”, gli risuonava il testo pochi giorni fa letto in classe sull’antologia di italiano. Quell’insegnante gli voleva bene, pensava lui di me. E lui lo avvertiva non perché lo trattassi in modo particolare, ma proprio perché cercavo, nei limiti delle mie possibilità, di trattarlo come gli altri. E questo fatto che lui notasse che questa persona riuscisse a vedere oltre il suo corpo, oltre la sua differenza, oltre tutto quello che lo rendeva particolare e comunque diverso, lo faceva sentire importante, perché era proprio quello che lui sempre avrebbe desiderato negli altri: raggiungere quel difficile traguardo di sapere leggere i sentimenti dell’altro, provando ad ascoltarlo e dimostrando così il proprio rispetto. La camminata fu lunga e i pensieri divennero segreti. Che bella parola! Secretus, scelto e messo da parte. Ne avevamo parlato in classe. Lui si sentiva scelto per godere quell’esperienza, scelto dalla natura che gli aveva dato il dono della differenza. E lì tutto era un grandioso inno alla differenza, perché quella era città, ma non poteva soddisfare le esigenze della città: l’angustia di quella stradina, quei muretti malamente intonacati che ricordavano i colli senesi e che difendevano gli antichi stipi degli ulivi, quelle torri di cipressi che controllavano il paesaggio, come vedette dall’alto, da intrusioni indebite, tutto rendeva familiare quel contesto fatato, familiare a lui, ben inteso. Perché, a parte un ridotto traffico locale, quella strada era sconosciuta alle orde che sui pullman, poche decine di metri più in là, facevano la spola dal piazzale Michelangelo al Lungarno. Lì non rischiava di finire nel rullino di una macchina fotografica di un turista dagli occhi a mandorla, che nel fotografare, chissà perché, rideva sempre. Lui non rideva mai. La modernità con la sua puzza di benzina e le sue cacofonie, con il turismo di massa di cui quella città era immeritatamente ma inevitabilmente schiava, era lì dietro, perché, se lui fosse riuscito a salire su uno dei muretti, avrebbe visto a pochi passi il colle di San Miniato. Angustia: la stradina era angusta. Sentiva in quella parola tutta la forza di angor, mi preoccupo. Anche di questo parlammo in classe. Quando la strettoia si restringe, ci si preoccupa. Quando il sentiero s’addentra nella forra, ci si preoccupa. Quando la bianca forestale in stabilizzato diventa erbosa traccia indistinta, ci si preoccupa. Ma lui no. Non si preoccupava, pensando ancora una volta a quella figura della sua insegnante di italiano e anche di latino. Oh, se allora avessi capito che cosa veramente ero per lui! La strada angusta proseguiva con altro nome e lì su via Pian dei Giullari era l’antica chiesetta, una delle più antiche e meno conosciute non solo dai turisti, il che non stupisce, ma addirittura dai fiorentini. La chiesetta di Santa Margherita a Mòntici era stata costruita in stile romanico, quando già in tutta Europa partivano le fabbriche dei maestosi templi gotici. Anche lei gli era familiare per questo: era nata diversa. Non solo. “La mia insegnante di italiano mi aveva detto che era nata per un voto di una famiglia che era stata colpita dalle malattie. Lì si portava chi soffriva tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo”, mi ricordò in una delle paginette che trovai nella buchetta in sala docenti. La porta era chiusa. Si sedette sulla panchina con vista a sud, verso Ema e verso un altro frantumo di urbanità molesta per quell’idillio, l’uscita autostradale di Firenze Sud. “Lì si portava chi soffriva”. Non potei non ripensare e non potei esimermi dal collegare. Ma non volli indugiare con il pensiero. E ripresi a mettere insieme i frammenti di quella passeggiata in uno spazio che si confondeva ormai con il tempo.

C’era qualcosa che non andava adesso. L’armonia del paesaggio sembrava infranta. Perché quelle vistose discrasie nel paesaggio? Perché le avvertiva come violenze? Eppure qualcosa di bello c’è. Sono salito felice fin quassù, ci deve essere una ragione che mi ha portato quassù e mi ci ha portato felice. Cosa ci poteva essere in quello spicchio di paesaggio, in cui sereno comunque si specchiava, di amico e rasserenante? Un uomo passò con una carriola e delle sterpaglie. Un’auto sfrecciò e lo sfiorò. La differenza era nella vita. Era il valore della vita. Ma perché in quella differenza sentiva disarmonia? I suoi occhi caddero sui suoi piedi. Il sinistro era ben piantato per terra, il destro non ci arrivava. Il sinistro era sicuro e rivolto in avanti, il destro era malfermo e piegato di lato. La carriola e l’auto. Il passato e il presente. La difficile convivenza di tutto quello che nel tempo avrebbe costituito un macigno ingombrante per l’anima con la necessità di vincerlo in nome del riscatto, o della rivalsa. La differenza è parte integrante di quest’esperienza meravigliosa che si chiama vita, ma le sue eccentriche dismetrie erano avvertite come una nota che provocava angoscia, l’angustia della stradina, appartata, secreta, dopo il turbinio caotico dei pullman di piazzale Ferrucci. Tutto era differenza. Si tolse la scarpa destra e anche il calzino. Portò su il piede destro nudo, lo passò sotto la coscia sinistra e accarezzò quella differenza, quella nota speciale che rendeva al contempo maestoso e doloroso il tutto e che lui, solo lui, sapeva amare. Per Gozzano la differenza tra il poeta e l’oca consisteva nel fatto che entrambi vanno verso la fine, ma l’oca, destinata a finire sulla tavola per il pranzo di Natale, salta e gioca felice nella sua beata inconsapevolezza, perché a quella fine non pensa, perché alla differenza non pensa. Lui adesso, al contrario, su quella panchina, portando addosso l’impronta inequivocabile di quel dono, della differenza aveva il simbolo tra le mani, il suo piede destro. E ci pensava eccome a quella differenza! Ci pensava sempre! Era sempre nei suoi pensieri quella differenza. Aveva faticato con la sua andatura lenta e ondulante ad arrivare fin lì, la sua disarmonia esteriore gli aveva fatto scoprire, e non sarebbe stata certo la prima volta, un’ineffabile armonia interiore, segreta, angusta, rasserenante; e ora aveva il diritto di godersi come pochi quella conquista. Se la sarebbe ugualmente goduta, se ci fosse arrivato con due piedi uguali? Con questo pensiero accarezzò ancor più dolcemente il suo piede destro, con quel gesto riconoscente, che faceva spesso in casa. La mamma lo sgridava, aveva paura che prendesse freddo, diceva. No, aveva paura di altro la mamma: non lo voleva vedere, a lei faceva male, recava dolore e dispiacere, avvertiva un senso di colpa di mamma, comprensibile in tutto e per tutto, per chi non porta addosso le stigmate della differenza, ma sente di averle incolpevolmente inferte ad altri, al proprio figlio. Ma per lui non era così che andava interpretato il suo piede destro; lui adorava la sua differenza, che gli faceva assaporare giorno per giorno conquiste a traguardi nuovi. E avrebbe voluto farlo capire alla mamma, che gli aveva dato un dono immenso e non gli aveva recato un dolore. Mentre stringeva tra le dita della mano sinistra il suo piede destro, i suoi occhi non si staccavano da quella carriola, che fiera resisteva tra le auto. Il suo piede destro, tutto speciale, faceva parte integrante della sua vita informata dalla differenza e resa per questo speciale lei stessa, come quella carriola in quel paesaggio urbano, un paesaggio plasmato di differenza, e proprio per questo assolutamente speciale. Quel gesto di denudarlo e accarezzarlo, perché non piaceva agli altri? li infastidiva? li imbarazzava? costringeva a farsi delle domande? costringeva a pensare forse quanto non sia mai scontato poter camminare senza che tutti abbiano gli occhi puntati morbosamente e fastidiosamente addosso a te? Un giorno, approfittando del fatto che stava facendo una verifica e con il suo banco si trovava in un angolo, lo fece anche in classe. Nessuno se ne accorse dei compagni. Ma la sua professoressa di italiano sì. Mi alzai. Lui non fece nulla. Anche se aveva capito che c’era una insolita coincidenza tra i due fatti. Iniziai, come se nulla fosse, a girare tra i banchi, facendo domande su come andasse, chiedendo se era difficile e così via. Quando arrivai da lui, non fece assolutamente caso al gesto che aveva appena compiuto, mai compiuto prima, di denudarsi il piede destro. Lo aveva fatto in bagno per riposarsi dal dolore della scarpa ortopedica, ma mai in classe. Non era normale che un ragazzino in classe si denudasse un piede durante un’ora di lezione. Mi fermai accanto a lui e mi misi a leggere quello che aveva scritto, come se nulla fosse, ma rimanendo accanto a lui più di quanto avessi fatto con gli altri. Gli indicai una frase con un dito. C’era un’espressione da correggere. Lui ringraziò, correggendo con la mano destra e continuando con la sinistra ad accarezzare il piede. Proseguii diretta verso la cattedra. A quel punto lui mi seguì con lo sguardo. Mi sedetti e le traiettorie dei nostri occhi ebbero un attimo di incontro. Lui sorrise. Io pure. Quel sorriso, che feci d’istinto, senza pensare, sarebbe rimasto per sempre: avrebbe avuto la forza di un monumento indimenticabile. E a quel punto il piede poteva essere calzato. La differenza era stata ascoltata e rispettata in un sorriso, senza che io mi accorgessi di nulla. E lui poteva ritornare a casa, ricco di una nuova armonia interiore. Non era facile conquistarla. Bisognava scoprire segreti e superare angustie. Bisognava saper andare oltre la superficie. Bisognava uscire dai binari. Bisognava saper leggere un sorriso, dietro al quale c’era un mondo di valori la cui importanza pochi in futuro avrebbero apprezzato. Mai avrei immaginato che cosa quel mio sorriso istintivo avrebbe significato per lui in futuro. Me lo scrisse dopo anni in un lettera di auguri natalizi.

E allora lui capì, da quel punto di vista speciale, da quella panchina della chiesetta di Santa Margherita a Mòntici, da quel piede destro, da quell’immagine della carriola da cui era partita una danza di altre immagini nella sua mente, da quella sua andatura che destava tanto morboso interesse e che lo rendeva spesso vittima di spietato bullismo, quello che il nonno ciclista sempre gli diceva: una discesa è veramente l’unica cosa meritata della vita.

In fondo a quella discesa, tornato su via Salutati, tra le cataste di auto, si sentì più ricco e felice, pensando all’incommensurabile valore di quella differenza ammirata e goduta lassù in cima, alla chiesetta di Santa Margherita a Mòntici, ora ancor più rispettata e amata quaggiù, nei suoi due piedi. La carriola e la professoressa; l’angustia e il segreto; il paesaggio che dispensava un segreto amore coniugato con un sorriso che aveva dispensato un complice rispetto. Allora non poteva essere in grado di prevedere quante volte quelle immagini, divenute passato, sarebbero risalite in superficie. Sarebbero state intermittenze del Tempo. Così le avrebbe chiamate un giorno. Ma allora non poteva saperlo. Io nemmeno. Figuriamoci!

Prima di entrare in casa, passò dall’attiguo appartamento in cui abitavano i nonni. Vide il nonno e gli disse: “Sai cosa vorrei per Natale, nonno?”. “Dimmi.” “Mi piacerebbe avere una carriola.” Il nonno rimase per un attimo stupito. Poi disse: “Piena di cosa?”. “Quello che vuoi. Ma dammela con un sorriso.”

Ecco perché quella foto di lui sorridente con la carriola è sempre sulla mia scrivania, mentre lavoro a casa, attorniata dai miei figli e godendo di tutte le gioie di un benessere, che, come tanti, anch’io sono indotta a ritenere scontato. Perché non ci sono solo i libri che insegnano qualcosa nel nostro mestiere, ma ci sono anche tante persone speciali, che insegnano, se non di più, almeno tanto quanto insegnano quei libri. Un bambino non fortunato nella sua vita, un bambino che non ride mai a scuola, un bambino che ride con una carriola in campagna, un bambino che con fatica su una stradina in salita raggiunge una chiesetta per lui speciale: cosa unisce tutto questo? cosa dà senso a tutto questo che oggi metto insieme da tante paginette scritte a scuola e da tante lettere inviatemi dopo? E se fosse stato proprio quel gesto istintivo, sicuramente non pensato? Quel sorriso, intendo? Non lo so. Nessuno forse lo potrà mai sapere, se non lui stesso. Ma mi piace pensare che lo sia. Ed è giusto, tutto sommato, che resti nella malinconica ma sapiente angustia di una via segreta, in quel segreto mondo di paginette scritte in cui per anni si è svolta una comunicazione davvero speciale tra me e lui.

Alido scirocco

Lo scirocco sferzava la marina e asciugava i precordi. Lui, seduto sullo scoglio, si lasciava avvolgere dall’aria grassa di salsedine. E i versi del poeta ligure, che alla ragazza dai capelli come l’oro amava ricordare su quello scoglio, arrivarono con quel vento. Versi che lui ad un’altra ragazza dai capelli come l’oro cantò su altri scogli, lassù tra le brume del nord. “O rabido ventare di scirocco / che l’arsiccio terreno gialloverde / bruci; / e su nel cielo pieno / di smorte luci / trapassa qualche biocco / di nuvola, e si perde.” Il bruciore non era solo nel terreno. Scirocco aveva la chiave per entrare in quel tempio di dolore, reso fosco da luci che il tempo rendeva smorte. “Ore perplesse, brividi / d’una vita che fugge / come acqua tra le dita; / inafferrati eventi, / luci-ombre, commovimenti / delle cose malferme della terra; “ Guardò le mani, sulle quali arrivavano a intermittenza spruzzi d’acqua. Quell’acqua era la vita che lei cantava nei fiumi e cercava nel vento, nell’anima, nell’ànemos. Quell’acqua si faceva tutt’uno con l’aria, ma l’acqua sfuggiva. “oh alide ali dell’aria / ora son io / l’agave che s’abbarbica al crepaccio / dello scoglio / e sfugge al mare da le braccia d’alghe / che spalanca ampie gole e abbranca rocce; / e nel fermento / d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci / che non sanno più esplodere oggi sento / la mia immobilità come un tormento.” Alido era lui in quel momento, abbarbicato come l’agave su quello scoglio, mentre, immobile nel suo tormento, ricordava lei e la sua essenza che fermentava amore. E nelle alide ali dell’aria sempre lui volava alto levato, come un falco, l’aquilone colorato con l’effigie della grande rosa rossa.

Alte Brücke

Vive sempre un fiume dove scorre una vita; si vive sempre di vita vera dove scorre un fiume. “Sorgenti avevi e fresche ombre al fuggiasco, / e le rive guardando mi seguivano, / e il loro volto amico / tremava sulle onde.” La conclusione dell’ode di Hölderlin alla città di Heidelberg, un vero inno al fiume Neckar, lo conquistò un giorno di primavera. Su quei ponti lui aveva riflettuto a lungo, memore degli insegnamenti della ragazza dai capelli come l’oro, su quel ponte, fuggiasco anche lui dai fantasmi del suo passato, aveva visto tremare un volto amico, un volto di ragazza, un sorriso amico, un sorriso di ragazza dal sorriso come il sole; su quelle onde aveva sentito tremare un aquilone, aveva sentito un urlo di libertà. E sull’aquilone c’era un disegno dai contorni nitidi: una grande rosa rossa.

Riandò a ritroso nei versi della poesia: “Un incanto mandato dagli dei / mi incatenò quando varcai quel ponte / un tempo e alla montagna / mi apparvero richiami di distanze, / mentre il fiume giovane fuggiva / nella pianura, allegro di tristezza, / come un cuore che troppo per sé bello / si getta amando alla marea del tempo.” La ragazza dal sorriso come il sole gli aveva detto che ascoltava lo spirito del Tempo nelle acque del fiume e lui sull’Alte Brücke ripeté l’esperienza, nella quale i richiami di distanze furono forti e chiari nella sua mente che vagava sui colli oltre il fiume, mentre questo fluiva con quel suo carico di allegra tristezza che era lo stesso che da tempo si portava, vanamente fuggiasco, con sé. E in quel dialogo anche in lui si attuava l’incanto mandato dagli dei. E si sentì anche lui come incatenato. Divergenti forze lavoravano in quelle acque, fantasmi squartavano la sua anima, angeli buoni cercavano di guidarla, un’anima buona, l’anima di chi sa, come pochi sanno, dare il sorriso ai bambini con un grande colorato aquilone. E lui nitido tremava nelle onde, con le sue immense ali di libertà.

Parole

Una delle cose più belle del mio mestiere è inserire ogni tanto nella lezione parole scelte non solo in base al loro significato e al loro rapportarsi al contesto, ma anche in base alla loro storia. Oggi in quarta ci è capitato di parlare di angustia. Al singolare significa “ristrettezza”, al plurale “stretto passaggio, gola, forra”. E poi ricevere domande fa pensare che qualcuno abbia fatto girare le rotelle. Dopo aver ricordato che dalla radice si compongono anche il verbo ango, “stringere, soffocare”, più attestato nel mediale angor, “angosciarsi, sentirsi soffocare”, l’aggettivo anxius, eccola lì la domanda che meno ti aspetti: “anche angulus?”. E allora ricorri a Festo, secondo il quale angulus viene dal greco ankylos, “ricurvo”: l’ansia nasce da un “curvarsi” delle vie respiratorie, che stringendosi nella piega, si strozzano e soffocano come un tubo dell’acqua quando si piega, quando fa un angolo. L’uomo collega le idee e questi collegamenti sono ugualmente interessanti anche quando errati sul piano strettamente glottologico. Li fece Festo. Li fanno i miei studenti. È stupefacente notare come il pensiero dell’uomo agisca e viva delle stesse dinamiche attraverso millenni di storia.

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