Il tempo della poiana

Ho portato al traguardo con lui viaggi anche di una settimana, non solo in due, ma anche in piccoli gruppi, dalle quattro alle sei persone. Viaggiare sui pedali con lui non era solo un modo per noi, i pochi suoi amici, di riempire il suo mondo, che noi, erroneamente e troppo superficialmente, ritenevamo dominato dalla solitudine, e di ridare energia alla sua vita, che per noi era un’esistenza malinconica, indelebilmente segnata da una perdita. Andare con lui era, e qui parlo per me, un arricchimento, soprattutto nel momento in cui, dopo il viaggio andavamo a trovarlo, non nella sua casa piena di libri, ma, come alcuni di noi spesso dicevano, nella sua biblioteca che gli serviva, al bisogno, anche da casa. Ci offriva un caffè, sempre molto forte, e ci costringeva così a ripercorrere, a modo suo, un viaggio di più giorni o anche solo un’uscita di mezza giornata nel nostro paesaggio di terre basse, quello che chiamò in un suo racconto ‘lo specchio delle meraviglie depresse’. Erano momenti in cui non si riusciva a parlare. Parlava lui. Narrava. L’atto dell’ascoltare era come leggere un libro. E allora si capiva che quei viaggi non riempivano nessuna solitudine e non combattevano alcuna malinconia. Alcuni amici comuni lo paragonavano a una specie di Andrea Sperelli. E la cosa mi faceva sorridere. Uno di loro mi disse che si sentiva al suo cospetto come la Sfinge con Edipo, quella del quadro di Moreau. E lì sorrisi meno, perché non era andato lontano dall’impressione che ricevevo da quelle visite. Ma non era quella la chiave di lettura. No. Non c’era spleen, non c’era sterile abbattimento decadente in quelle parole, non c’era compiacimento nella bellezza puramente simbolica della parola in sé, non c’era affatto la convinzione di vivere quella casa come un nido di sogni; quando andavo a trovarlo, l’impressione, con la quale uscivo da quella casa, era proprio quella di aver ripercorso con l’anima e con leggerezza un’esperienza che prima avevo vissuto con il corpo e con fatica. Capivo il senso di quella fatica. Davo un significato al profondo e antico concetto di sacrificio. Mi rendevo conto che la natura, in cui il corpo aveva faticato spingendo sui pedali tra fango e sabbia, diventava un tempio in cui l’anima si risollevava tra icone e simboli, che trascendevano quel fango e quella sabbia. Alla fine tutto tornava a lei, che diventava lo specchio di un viaggio che lui non aveva mai compiuto, il viaggio progettato e mai veramente partito, l’idea nata e deceduta nel sogno. Lei era ovunque in quella casa: visibile nelle foto e nei quadri che lui ogni tanto realizzava, viva nel respiro che ovunque si avvertiva. Ma lei era soprattutto in me dopo i suoi racconti su quelle due poltrone, in mezzo alle quali era una piantana con doppia luce, una da lettura rivolta in basso e una da ambiente rivolta in alto. Lui ti invitava a sederti su una delle due, si sedeva sull’altra e, contrariamente a quanto sarebbe stato logico, non accendeva mai quella delle due luci che illuminasse la stanza, ma quella che, puntando in basso, illuminava lui, come se avesse in mano un libro, che non aveva, perché in quel momento era lui il libro. E allora lei era viva, assumendo ogni volta una forma diversa, attinta da quel paesaggio che per lui era un tempio, dove tutto aveva il suo posto assegnato, in compiuta armonia con il grande ordine naturale, cosmico. Quel giorno avvenne però qualcosa di speciale in questa metamorfosi che nelle sue parole lei finiva sempre per vivere. E non uscii soltanto arricchito da quella stanza piena di libri, ma per la prima volta ripresi la via di casa con un’intensa commozione, che mi avrebbe pervaso e trattenuto a lungo.

Le zanzare mi assalivano e mi torturavano, appena mi fermavo. Pedalare in pineta è metafora del vivere: se ti fermi, forze oscure ti assediano. E non ti mollano più. Andavo avanti, senza pensare. Anche pensare significa tornare indietro e tornare nel dolore, nella misura in cui non esiste un futuro, ma solo un passato in quei pensieri. Un passato. Ma quale passato? È impegnativo rispondere. So bene di che passato si tratta, ma si tratta di un tempo segreto, di una serie di esperienze assolutamente individuali e particolari, che, come tutti i dolori dell’anima, arreca tristezza e quella dolce malinconia, in cui può essere anche gradevole cullarsi. Andavo avanti, dunque, senza pensare. O almeno, impegnato in un esercizio di autopersuasione di non pensare. Infatti, non era così che stavano le cose. Pensavo. E pedalavo. Al manubrio era segnata una velocità di 27 km/h: volavo, non pedalavo. Volavo in un paesaggio che aveva quei colori e quei tratti che qualcuno forse direbbe di fiaba. Probabilmente è così. Ma non per me. Volavo in un paesaggio in cui altri esseri, non umani, partecipavano di una ciclicità naturale, che le ruote della bici beffardamente e ignobilmente tentavano di richiamare. Anche in modo puerile. Andavo avanti, convinto di non pensare, ostaggio di quel paesaggio di pinete e valli, che da noi, dove le uniche salite sono gli argini dei fiumi e i cavalcavia, sono le paludi. Mi hanno aggredito in tanti, i benpensanti del turisticamente corretto, quando, in alcuni miei scritti, definii quel paesaggio ‘le depresse bassitudini padane dei ravennicoli’, oppure più semplicemente ‘lo specchio delle meraviglie depresse’. Non riuscirò mai a capire perché, a parole, si combatta tanto l’ipocrisia, ma poi, nei fatti e con i comportamenti della vita quotidiana, se uno dice quel che pensa, lo si deve mettere alla gogna. Coda di paglia? Tacita ammissione che quella è una scomoda verità da trattare come la polvere con il tappeto? Pedalavo, volavo sui sentieri scavalcati da radici e pruni, preso ora da questo lacerto di memoria. Un altro tassello di quel passato. Vorrei avere una redazza in mano e lavare via tutto da questo ponte immondo di ipocrisia. Eppure, come un fastidioso tinnito, i pensieri risalgono, rosicano, attraggono attenzione e impediscono di guardare un futuro che ormai è solo vacua utopia, una chimera dalle ‘primavere spente’ e dai ‘mitici pallori’, come ricorda il poeta a metà strada tra Romagna e Toscana, così caro a me, che in quella condizione sono nato e da sempre vivo. Le bassitudini non sono brutte. Le bassitudini sono depresse, perché basse; cosa c’è di così strano? Ciò che è basso è umile e depresso. È nell’ordine naturale delle cose. Gli abitanti di questa città derivano da quelli che anticamente abitavano in un centro costituito di canali e di ponti, che collegavano isolotti tra le valli, cioè le paludi; abitavano in palafitte, come palafitticoli. Cosa c’è di male nel richiamare la verità storica di un paesaggio la cui ricchezza erano enormi pantegane e sonori, alacri, vivaci ranocchi? Ma giochiamo con le parole e vediamo il male solo dove vogliamo vederlo, anche se non c’è nell’intenzione di chi quelle parole ha usato. E così, per non aver usato il turisticamente corretto nella città che è parte del divertimentificio nazionalpopolare e che per questo rinuncia alla sua storia, fui minacciato di essere cacciato da un gruppo molto, troppo politicamente corretto. Non ci ho pensato due volte: me ne sono andato per primo io stesso. Avanti, procedevo sempre più spedito con il vento del passato in poppa che spingeva fuori del bosco, nel giallo maestoso dei campi di colza in fiore, dove lei mi attendeva, con la solita fiducia, il valore della chiaroveggenza, che i nostri antenati etruschi e italici, poi romani, le riconobbero, latrice di messaggi dal mondo sotterraneo, tramite spirituale che va oltre gli eventi terreni, oltre la creatività, oltre la saggezza e anche oltre il coraggio, oltre l’indomita fierezza, nel fuoco, elemento a lei congeniale. A lei le mie radici diedero un grande significato e chi non conosce quelle radici non sa cosa si perde nel contatto diretto che solo questo paesaggio di depresse bassitudini consente. Si alzava dall’acqua della valle, a destra, con voli radenti nella sua grande apertura alare e il suo manto nerastro dominava, a sinistra, possente dall’alto il giallo dei fiori di colza. Tracciava figure nel cielo che l’aruspice avrebbe letto e interpretato, figure circolari, alla ricerca della preda. A lei le mie consapevoli radici diedero nello sguardo attento una forza che impresse sicurezza al suo volo. E la grande poiana scese, e sparì tra gli steli fioriti. Provai a scendere nella storia, in quelle radici; provai a interpretare quel segno di sicumera, ma mi fermai, nel sole che devastava la vista fuori dell’oscura pineta. Provai a sentirmi lassù, a leggere quelle tracce, a istituire connessioni con eventi, a volare emozionato nel sogno, condividendo la sua libertà e la sua fierezza. Ma non fu possibile. Il passato passa solo quando vuole, solo se vuole; se non vuole, non passa; e se non passa, pesa come un macigno che impedisce di presagire, di sognare, di emozionarsi. Il viaggio doveva continuare come immemore di una meta, nel sole che brucia, che inaridisce, che uccide dissetando lentamente ogni forma di vita, fuori da quell’oscurità, che prima, nella selva di pini e farnie, dava sicurezza. Ora non più. Nel sole senza confini non c’è più alcuna sicurezza; c’è solo paura. Il viaggio procedeva così, inevitabilmente insicuro, alla ricerca disperata di quella fiera certezza, che avevo per un attimo immaginato lassù, tra due grandi ali distese nell’azzurro.”

Accanto a lui condividevo in silenzio, partecipando commosso al racconto. Era proprio come se leggesse seduto sulla poltrona. Ascoltavo seduto su un’altra poltrona. Tra di noi la piantana con la luce da lettura accesa su di lui. Narrava come leggendo, con tono rilassato, sintomo di profonda consapevolezza. Il viaggio procedeva nella solitudine di uno spazio divenuto ostile, sguaiato. La commozione dell’anima mi riportava alla valle incantata di Musil, ai paesaggi del Fèrsina, al contatto evanescente con Grigia, all’estinzione del protagonista che vede terminare il suo viaggio terreno, ma resuscita nel paesaggio dell’anima, incantata come la valle. “Grigia era anche la poiana”, furono le parole con cui ebbi la dimostrazione di quanto le nostre menti ormai fossero sulla medesima lunghezza d’onda. Egli, infatti, nel suo narrare si sentiva imprigionato nel terreno e temeva che quello stesso suolo potesse da un momento all’altro aprirsi in una voragine, da cui i mani lo catturassero e lo riportassero nel loro mondo di memoria, nei loro fasti di dolore. Era costretto ad andare avanti, perché la meta, lo sapeva, era oltre quei campi, oltre quelle valli bruciate dal sole, là dove lei, la saggezza che prevede e quindi provvede, aveva indicato il cammino. Proseguì con l’intendimento di ritrovarla, di rivederla, di riassaporare per un attimo il sentimento fugace di una libertà mai pienamente goduta da un’anima invischiata nei legacci e nelle reti della memoria. Avanti. Avanti nel sole che brucia la vita, avanti nella luce che offende i precordi, avanti nella piana tra acque salmastre e terre argillose che tolgono sicurezza e fiaccano ogni certezza. Ma avanti comunque. C’è uno stimolo. C’è uno spiraglio.

Il viaggio nello spazio, sempre più confuso con il tempo, lo riportò a lei, che ora prese le forme di una divinità orientale, concreta, reale, corporea, che si manifestò come tra le nebbie del Wandererdi Friedrich, in una natura primigenia, selvaggia, ma non tanto da non permettere l’accesso a chi ha sete di conoscerla e amarla, con l’imperativo della stessa passione interiore del Wilhelm Meister, ma anche con la malinconia seduttrice dei liederdel Winterreise. Quella natura era adesso infida. L’esperienza che di essa stava vivendo era dolore e sacrificio, un prezzo necessario da pagare. Ascoltavo e mi lasciavo coinvolgere, mentre il mio sguardo vagava libero tra gli scaffali della sua libreria che tappezzavano tutta la stanza, e non solo quella. Lì nasceva quello spirito indagatore che combatteva contro la schiavitù della memoria, ma lì nasceva anche la parte libera di quello spirito, che da quelle letture cercava anche di prendere le distanze alla ricerca dello stimolo, di quellostimolo e di quellospiraglio, che aveva appena intravisto.

Seguivo la sua narrazione, svanito tra evocazioni di illusioni romantiche e di delusioni decadenti. Il corpo, che evocava lacerti di una memoria mai sufficientemente sbranata dalle aggressioni della ragione, iniziava ad avere le prime avvisaglie di fatica; ma l’anima gli dava il carburante necessario per procedere, colpo di pedale dopo colpo di pedale, sul terreno instabile per la sabbia che si confonde con la terra, per l’acqua che si confonde con i coltivi. C’era qualcosa che lo aveva riportato alle radici da ricercare, a una visione da ritrovare. Aveva spesso pensato che la storia fosse come una marionetta nelle mani di due persone, Tempo e Spazio. Lui ora viaggiava nello spazio vincendo la forza del tempo e contemporaneamente viaggiava nel tempo combattendo con le asperità dello spazio. Senza quelle due forze non si procedeva. Era il senso della storia: un viaggio senza un fine. Ma qualcuno c’è che lo conosce. E qualcuno c’è che lo può interpretare. Da tempo era convinto che la spiegazione non fosse da ritrovare più nei libri, nei saggi, nelle ricerche erudite; la risposta andava cercata lì; per quello compiva quei viaggi, complemento necessario delle sue letture: per avere delle risposte dal rapporto diretto tra tempo e spazio. E quali ambienti più di quelli potevano dare quelle risposte? Lì si procedeva sul discrimine tra tenebra e luce, tra terra e acqua, che si trattenevano a vicenda. Lì c’era una forza che poteva interpretare la memoria e dare un senso alla domanda sulle radici. Il dolore del viaggio era il prezzo da pagare.

Una grande poiana ne sarà il premio: la chiaroveggenza, il disvelarsi del fine, il perché di un supremo giudizio. Così vollero i nostri antenati. E così sarà, se sapremo di nuovo interpellarla, se vorremo interpretarla, se avremo la capacità di capirla, l’umiltà di amarla. Solo allora l’anima spiccherà con lei il volo della libertà. E solo allora l’ipocrisia di chi non accetta la verità e preferisce celarsi dietro vacue identità mediatiche sarà stanata. La libertà è lassù, va compresa in quei disegni perfetti, in quei cerchi tracciati nello spazio azzurro come con un compasso, grazie alla forza del tempo che riporta sempre alle radici e al sapere antico di chi seppe a quel volo dare un significato. Lo voglio anch’io. Avanti, che il viaggio non finisca di essere domanda e ricerca, che sappia vincere dubbi e ostacoli, che sappia coniugare pineta opaca e valle aprica, che sappia amare le sapienti ali, distese nell’azzurro, di una maestosa poiana.

Abbassò gli occhi su una foto di lei, sui suoi lunghi capelli neri, che raccolti in una coda di cavallo, facevano risplendere un viso nel quale, in contrasto con gli occhi neri e la carnagione scura, la potenza del sorriso trionfava come la luce della luna in quelle tenebre che gli davano fiducia sulla sella della bici. Quel sorriso aveva la forza di una clematide in fiore tra gli arbusti della pineta. Lo vidi piangere, per la prima volta. Era quella la sua vittoria. Aveva vinto. Aveva visto la sua grande poiana. E con la sua narrazione l’aveva rifatta finalmente sua. Ci alzammo. Mi accompagnò alla porta tenendo in mano un album di foto, come si faceva un tempo; in mezzo alle pagine, piene di foto di lei, c’erano dei fogli, stampe di altre foto; mi diede una di quelle stampe. Era lei, la grande poiana, che aveva fissato in uno scatto, nell’attimo del volo. Da quel giorno le nostre uscite in bici ebbero un significato diverso. Imparai a guardare avanti e soprattutto imparai che per farlo, bisogna inevitabilmente compiere anche dei passi indietro, con spirito di sacrificio, se necessario, alla ricerca di radici che vivono ancora in noi e che aspettano solo un interprete sagace, come lui mi dimostrò quel giorno di essere. Il giorno dopo ritornammo in quella pineta, in quelle valli con spirito rinnovato. Non avevo mai desiderato così tanto vedere il volo di una poiana, là dove terra e acqua si confondono nello spazio, come passato e futuro si confondono nel tempo. Ebbi per un attimo l’impressione che quelli che per lui erano viaggi dell’anima non sono esperienze difficili, né tanto meno così impegnative, come certa letteratura ha preteso di farci intendere. Sono aerei voli, voli liberi, liberi perché consapevoli delle radici da cui partono.

La vedemmo. Ci fu il premio. Era nello stesso punto. Aspettava lui. Disegnò un cerchio perfetto sopra di noi. Piansi. Con la commozione del corpo una nuova ineffabile consapevolezza scese in me, nell’anima, da lassù. Mi mise la vigorosa mano sulla spalla. Sorrise. Non disse una parola. Le radici non erano più un segreto. Ero parte di quella comunicazione, perché con la mia commossa debolezza avevo finalmente condiviso il dono della forza più grande e ineffabile che esista.

E nulla fu più come prima.

Giardino delle Rose

Si dice spesso che gli incontri costruiscono la vita, che lo stare insieme aiuta a crescere, che la convivenza aiuta a comprendersi. Lavorando da anni nel mondo dei libri e, pur tuttavia, non avendo mai voluto lasciare il mio paese di montagna, ho sperimentato che questo può essere vero e che, se non ci fosse lo spirito di solidarietà proprio in modo particolare di queste terre, le genti di montagna non sarebbero sopravvissute a tante di quelle soluzioni di continuità, talvolta anche drammatiche, che costringono a porsi inevitabili domande sul tempo. Su questo tema dell’incontro e della socialità come base della civiltà e del progresso dell’uomo si potrebbe dire praticamente tutto e il contrario di tutto. La storia che segue non pretende certamente di far crollare dei miti, né tanto meno di scandalizzare convenzioni più o meno borghesi consolidatesi nella tradizione, se qualcuno crede nella forza assoluta dell’incontro tra persone, dello stare insieme e del convivere; eppure, vorrebbe invitare a riflettere su quanto successo a due persone che nel mio paese ho visto nascere, crescere, avere successo, amarsi, unirsi, costruire e fare tanto insieme proprio per la nostra comunità, per poi invece capire che proprio da un naufragio, da un fallimento di quello stare insieme e da un’esperienza di solitudine conseguente a tale fallimento si riesce a partecipare del valore profondo di quanto appena sostenuto. Di uno di loro due sono stato compagno di studi all’università e sono oggi veramente amico, soprattutto dopo aver capito qualcosa di lui. Quindi, evitiamo di sbrodolarci addosso filosofie spicciole e impariamo ad amare la vita nelle persone che con la loro esperienza possono insegnarci qualcosa, perché quello che hanno vissuto non è stato qualcosa di teorico dettato dall’adesione a una serie di convenzioni e di stili di vita, ma è stato qualcosa di assolutamente unico, individuale, forse per me, come per tanti altri qui in paese, anche ineffabile nel suo significato più intimo. Perché? Nessuno avrà forse mai la risposta. Ma fare un tentativo è lecito. La mia risposta è questa: la storia di queste due persone non è stata la storia di una donna e di un uomo che possiamo vedere per strada, con cui parliamo incontrandoli nei locali, di cui ascoltiamo le parole e di cui vediamo le opere; è la storia, assolutamente per me irripetibile, di due anime che hanno compiuto un viaggio nello spirito impossibile da definire con gli strumenti che possediamo. Ma siccome il tentativo merita di essere esperito e siccome questa vicenda umana ha avuto conseguenze rilevanti per la storia della nostra piccola comunità, ho provato a capirci qualcosa. E, permettetemi, ho almeno il fondato sospetto, avendo letto tutto quello che uno dei due protagonisti della storia ha scritto sia in rete sul suo blog, sia nei suoi racconti, di non essere andato tanto lontano dal vero.

La strada iniziava a imbiancarsi. Quella neve che prima non attaccava ora colorava di un bianco uniforme quanto prima era verde, marrone, grigio. Adesso tutto era in accordo e procedeva sicuro, avanti, verso quell’orizzonte speciale. Non si poteva mancare all’appuntamento. Era come se da tre anni la sua anima aspettasse quella chiamata, che lui invece si era imposto di non ascoltare. “Ciao, come stai? Domani mattina ore 8,30. Alla biglietteria della pista dell’Antico Mulino. Come sempre. Con gli sci già pronti.” Da tre anni la aspettava, gli riportò nell’anima una voce che parlava da lontano. Eppure lui aveva deciso di vivere proprio lontano da dove veniva quella voce. Aveva scelto una lontananza nello spirito e nel tempo, più che nello spazio. Si era portato con il corpo in un paesaggio che non rispondesse a nessuna delle caratteristiche di quello da cui, forse, quella voce aveva parlato. Si era alienato da tutto ciò che lo aveva fatto crescere uomo e che gli aveva anche dato tante, ma davvero tante soddisfazioni. Sapeva che andare a cercare quella voce, rispondere a quel messaggio, poteva significare riannodare i fili con un passato che lui aveva voluto recidere. Quella voce veniva da un’altra anima che un giorno lo aveva messo di fronte alle sue responsabilità, gravi responsabilità, che lo aveva voluto memore e reo confesso dei suoi errori: errori non qualunque, errori da cui sarebbe stato irrimediabilmente compromesso un progetto nato lontano e un futuro che in quel progetto si auspicava ricco di altre, nuove soddisfazioni. Quella voce ora richiamava una colpa che lo aveva straziato in quei tre anni in cui aveva maturato una dolorosa consapevolezza di quegli errori.

Scriveva. Aveva aperto un suo blog in cui confluivano le bozze di quegli scritti che poi pubblicava sotto forma di racconti o articoli. E in quei racconti o articoli confluivano esperienze di varia natura, che la sua anima rielaborava a modo suo, inserendo parole e riferimenti, che lui, docile a quella guida, lasciava andare nelle pagine dei suoi testi. Quell’anima comunicava con un’altra a distanza. Lui lo sapeva, forse, ma non voleva indagare. Non voleva infrangere sul piano della relazione spirituale un delicato rapporto che su quello della relazione reale era stato interrotto e troncato da un taglio netto. Camminava sulle uova da tre anni senza saperlo, lasciandosi guidare nelle ore libere, quelle in cui scriveva, da una mano sagace, fiducioso in essa, anche se non voleva sapere nulla di lei. Combatteva la colpa con quell’attività, rispondeva al passato che ritornava la sera quando rincasava, si difendeva da attacchi che lo colpivano nella solitudine autoimposta, in cui aveva deciso di vivere la sua alienità a quanto per una vita intera gli era stato più caro.

Il messaggio era arrivato la sera prima verso le 21. “Ci sarò, ma per le 9. Prima non riesco. Sto bene. E tu?” “Bene anch’io. Grazie. A domani.” Poi solo attesa. Aveva subito preparato gli sci, i bastoni e le scarpe e aveva caricato tutto in auto, in modo da poter partire subito l’indomani. Lei sapeva ovviamente che non abitava più in paese. Non sapeva forse dove era andato ad abitare. Non sapeva che aveva ore di auto da fare per arrivare puntuale a quell’appuntamento. L’ultima volta ebbe solo 5 km da percorrere in meno di quindici minuti per arrivarci. Ora ne aveva 250 di chilometri da fare e almeno tre ore e mezzo di viaggio, se non capitavano inconvenienti, intoppi di qualsiasi genere di quelli che possono occorrere in un viaggio in auto. Per essere sicuro aveva puntato la sveglia alle 4 e alle 4,15 era già in auto, con la tuta addosso. Non gli piaceva passare troppe ore in auto da solo. Temeva che sarebbero state state tre ore e mezzo di immersione nel passato, nei ricordi di ciò che quella pista dell’Antico Mulino e quell’appuntamento avevano significato per anni. Ma le immagini del passato si fondevano con le incertezze sul perché di quell’appuntamento, giunto così inopinato, a distanza di così tanto tempo. Lassù, proprio dopo un allenamento sulla pista dell’Antico Mulino, avevano sciato insieme per l’ultima volta. Si erano tolti gli sci, avevano bevuto velocemente qualcosa al bar, Aurora aveva rifiutato di farsi accompagnare a casa, come solitamente avveniva, preferendo scendere in paese con il piccolo autobus navetta, e si erano lasciati con un freddo saluto di circostanza, che sarebbe presto diventato un addio. Riccardo, che era stato eletto da poco presidente della società sportiva, avrebbe avuto quella sera una riunione in comune, la cui importanza, paradossalmente, era più lucida e chiara per lei che per lui. C’era qualcosa di superiore che avrebbe dovuto guidare il cammino degli eventi; e invece li fece arrestare. Aurora, che aveva fatto all’insaputa di lui il test di gravidanza, aveva avuto la conferma del medico proprio quel giorno dell’ultima uscita insieme con gli sci sulla pista dell’Antico Mulino, voluta, disegnata, tracciata da lui, che poi l’avrebbe tenuta in manutenzione con lo stesso amore che si dà a un figlio: una perfetta pista da sci di fondo in inverno, un perfetto tracciato per mountain bike in estate. Poi, l’indomani, un messaggio freddo che annullava l’allenamento insieme. Quindi l’appuntamento decisivo: e in quello la decisione dell’addio da parte di lei e, insieme a quella, la comunicazione di essere incinta. Tutto laconico, freddo. Tutto fatto per non essere discusso. Poi più nulla. Tre anni di silenzio vissuti nella distanza geografica, patiti in quella dello spirito. Con un bambino di cui lui era padre e di cui non avrebbe mai più saputo nulla, mai visto una foto, mai sentito una voce. La colpa diventava una tortura quando il pensiero finiva lì e sbatteva contro quel muro che Aurora aveva deciso di innalzare per punirlo, per fargli capire la sua inadeguatezza alla responsabilità in cui lei fino ad allora era stata fiduciosa. La tortura era diventata negli ultimi tempi un logorio costante e dalla tastiera del computer finivano ormai sul blog solo parole di dolore. L’ultima raccolta di racconti che aveva pubblicato ottenne un discreto successo, tanto che da ex compagno di studi all’università e da persona che lavora nei libri, mi ero offerto per presentargli il libro a Milano; ebbene in quella occasione ebbi il coraggio di dire che quel successo c’era stato “perché oggi il tema del dolore nella narrativa premia tantissimo”. Se era vera quella riflessione, allora quell’ultima raccolta avrebbe dato al tema del dolore un indubbio contributo.

Tutto questo fino a quando sul suo blog non erano apparsi dei nuovi “mi piace” da parte di un altro blogger che aveva nome “GiardinodelleRose”. Non fu difficile per lui arrivare all’identità del proprietario, sfogliando le pagine di quel blog, che nel nome italiano traduceva il Rosengarten, ossia il nome che in tedesco ha il gruppo dolomitico del Catinaccio. Su quelle piste si erano conosciuti come atleti prima, poi come colleghi, lui maestro per i gruppi collettivi dei piccoli principianti, lei di quelli dei ragazzi più grandicelli. Il fondo non era molto richiesto in quei paesi; era praticato e amato dai locali, anche da persone delle vicine città; la loro scuola sci aveva solo loro due come maestri di fondo. I turisti amavano tradizionalmente poco quella faticosa disciplina, che richiedeva regolare allenamento sul posto. Oltretutto, di neve ne veniva sempre meno e sempre più in alto; e di anelli di fondo in quota ce n’erano pochi, costosi da gestire, con un’utenza soprattutto locale e poco amati dal turismo che porta ricchezza e che da sempre preferisce la discesa; a dire il vero, come lui ricordava ad alcuni suoi allievi, il turismo di massa ha preferito la discesa da quando lo sciatore non è più dovuto risalire a piedi con gli sci. Insomma, il lavoro calò. Mantenere una vita solo con lo sport diventava difficile. Rimasto solo, senza più legami affettivi nel paese, prese la non sofferta decisione di trasferirsi. Accettò un’offerta di lavoro, trovata per caso in internet, come autista di pullman turistici da parte di una ditta lontana e lasciò il paese. Anche per dimenticare. Anche per non avere quotidianamente sotto gli occhi tutto ciò che poteva ormai solo fare del male. “GiardinodelleRose” era lei. Era lei, Aurora, che aveva trovato il suo blog, che lo seguiva quotidianamente, sottolineando il proprio gradimento verso quegli interventi che pubblicava: brevi racconti soprattutto, ma non solo: anche recensioni di eventi e pubblicazioni. Ma com’era possibile? Perché? Le domande si accavallavano le une sulle altre, mentre leggeva e mentre scriveva. Come poteva rivelarsi all’improvviso fragile un amore giudicato sempre robusto? Come si poteva pensare di troncare dall’oggi al domani un amore mai messo in discussione, perché sempre alimentato dal carburante di una passione comune, da obiettivi comuni, ma soprattutto da un cammino comune che li aveva portati fino a quel punto? O forse anche “GiardinodelleRose” viveva la sua colpa? O forse quel bambino con cui sicuramente viveva aveva un bel giorno messo anche lei di fronte alle sue responsabilità? Quelle domande davano vita a parole, che insieme formavano frasi, che insieme davano vita a testi; e quei testi non erano fatti per essere unicamente una sorta di esame di coscienza individuale, come si dichiara in quel De ira di Seneca, che aveva portato all’esame di Latino all’università; eppure in quel testo aveva trovato un riferimento su cui aveva recentemente costruito un articolo: “impara a non metterti più in gara con gli incompetenti, che non desiderano imparare, perché loro non hanno mai imparato. Hai rimproverato quello là con troppa franchezza; dunque, non lo hai corretto, ma lo hai offeso; d’ora in poi, non considerare soltanto se è vero quello che tu dici, ma anche se la persona alla quale tu parli è in grado di accettare la verità”. Dalla riflessione su quel brano era nato un breve articolo. E quello di “GiardinodelleRose” fu il primo “mi piace”, quasi immediato, pochi minuti dopo la pubblicazione dell’articolo sul blog. C’era qualcosa di speciale in quel rapporto tutto mediatico che era nato in rete.

Mentre procedeva tra strade ghiacciate più o meno avvolte nell’alba rigida e nebbiosa delle basse padane, mentre attraversava tratti di campagna che conservavano anche tracce di recenti spruzzate di neve, mentre si avvicinava sempre di più a quel paesaggio bianco che aveva segnato in modo indimenticabile la più lunga e importante parte della sua vita, “GiardinodelleRose”, che leggeva i suoi articoli e i suoi testi, approvando con un “mi piace” solo quelli dedicati alla montagna, occupava stabilmente la sua mente. Non commentava, ma riusciva a farsi avvertire talmente presente dietro quei testi, che lui aveva l’impressione che lei fosse lì, ogni volta che accendeva il computer o il tablet, per limarne o correggerne o modificarne uno. Una presenza discreta, ma una presenza forte, come un respiro che si sente, ma non si riesce ad attribuire a nessuno. Ora aveva capito chi era “GiardinodelleRose”. Era andato sul suo blog, che era decisamente scarno e povero, tanto da sembrare di essere stato aperto solo per consultarne altri, appunto il suo. Era un blog che si occupava di montagna a 360 gradi: recensioni di pubblicazioni, annunci di eventi, semplici riflessioni a margine di altri eventi, quasi tutto relativo alla sua zona, al suo comprensorio sciistico, alle attrattive turistiche del suo territorio. Insomma, niente di pretenzioso, ampio uso di collegamenti esterni ad altri siti o blog, tante immagini ben selezionate, alcuni video quasi sicuramente girati da segnalazioni altrui. Ma come gestore del servizio aveva scelto lo stesso che utilizzava lui da anni, seppure per ben altre ragioni, perché lui su quel blog pubblicava bozze di testi, che poi risistemava e ogni tanto raccoglieva per farne libri; insomma, un piccolo cantiere letterario, con ben altre finalità, che raccoglieva interventi di appassionati di letture e di narrativa. Due blog così diversi, ma che si controllavano da tempo, che si studiavano a distanza. Gli era venuta ultimamente un po’ di inquietudine, quando, nel tentativo di risalire all’identità di “GiardinodelleRose”, si era accorto che non sarebbe stato così facile: sapeva celarsi bene dietro l’apparente anonimato di uno pseudonimo e di icone accuratamente scelte. Fino a quando egli decise di uscire con testi diversi, più personali, con allusioni più mirate a farla cadere in trappola. Iniziò in alcuni brevi e meno pretenziosi racconti ad alludere a momenti in cui si erano svolti incontri importanti tra di loro in luoghi ben precisi; per ben tre volte, forse inavvedutamente, “GiardinodelleRose”, anche se non subito, aveva pubblicato immagini o video turistici relativi a quei luoghi citati nei suoi racconti. Fu allora che si stanò da sola. Non fu facile; egli dovette insistere a lungo, pubblicarne tanti di brevi racconti; il gioco era diventato nel tempo talmente intrigante che alcuni di quei brevi racconti piacquero più di altri, che lui riteneva più importanti, più affettivamente ed emotivamente densi e coinvolgenti. Uno di essi aveva come luogo proprio la pista dell’Antico Mulino. Era un gioco strano. Forse non era nemmeno un gioco. Se era come pensava lui, si trattava di un tentativo di comunicazione, che andava studiato attentamente a distanza, trattato delicatamente, rispettato con raffinatezza e leggerezza nel lessico. E proprio sul tema della rosa un giorno aveva deciso di lavorare, ma non sul solito tema del fiore metafora dell’amore perché bello ma spinoso. Aveva deciso di lavorare su un altro tema: la rosa va recisa nel momento in cui è più grande e bella, appena perde i primi petali, proprio perché dal suo taglio ne nascano altre più numerose. Voleva essere un riferimento alla loro situazione. Era convinto, così facendo, di stanare definitivamente “GiardinodelleRose”; e invece forse era corso troppo forte e dall’altra parte forse si era inteso che il gioco si stava facendo troppo duro. Non solo non la stanò; non ci fu nemmeno l’atteso e ormai consueto “mi piace”. Una delle rare volte in cui non lo mise. Era ormai per lui indubbio che le anime, nello loro indecifrabili comunicazioni, sanno essere con i loro silenzi più sottili e raffinate di quando si servono delle parole.

Mentre viaggiava, sempre in quel paesaggio in cui il grigio delle nebbie e delle foschie mattutine sembrava voler nascondere il bianco che gli stava sotto, un paesaggio forse ad altri ostico, ma non certo a lui, queste intermittenze del suo tempo, della sua seconda attività di scrittore, della sua passione mai esplosa, sempre rimasta come coartata nei binari morti di una laurea in lettere mai sfruttata, non presa certamente solo per avere il classico pezzo di carta in mano, creavano come dei bagliori. E questi lampi improvvisi animavano quel grigio “dilucolo brumale”, che si stava lentamente aprendo, cercando di intrufolarsi tra i banchi di nebbia, ora più fitti in prossimità dei fiumi, ora meno, man mano che dai quei ponti e da quei fiumi l’auto si allontanava, avvicinandosi ai monti. Li avrebbe forse visti solo all’ultimo momento. Percorrendo chilometri in direzione nord, l’aumentare progressivo della neve ai bordi della strada, oppure nei ciglioni dei campi, o nei fossi, rendeva sempre più familiare e amico quel paesaggio, la cui piatta uniformità aveva incontrato notevoli difficoltà ad amare nei primi tempi dopo il trasferimento. Era un viaggiare quasi a occhi chiusi, tutto pervaso da quanto avveniva nell’anima, tutto dominato dagli andirivieni di una memoria resa inquieta prima da quel gioco a distanza, poi dal messaggio finale, dall’atto di resa, come lui lo aveva chiamato, dopo l’ultimo breve racconto che aveva avuto il “mi piace” da parte di “GiardinodelleRose”. Ma non stavano esattamente così le cose. Se quella comunicazione era avvenuta con delicatezza e rispetto, la ragione era un’altra. A un certo punto la convinzione di essersi reciprocamente contattati doveva aver vinto, ma nessuno voleva uscire allo scoperto, perché entrambi avevano nel proprio passato un freno che impediva di farlo. Una colpa.

Dilucolo brumale. La memoria tira veramente strani scherzi. Era stato criticato da un anonimo commentatore per aver utilizzato in un suo racconto quell’espressione per conferire una particolare connotazione a un’alba vissuta in una baita in quota in una giornata invernale. Ebbene la risposta di lui irritata o, se si preferisce, la sfida, era stata proprio la scrittura di un secondo breve racconto, che aveva l’espressione “Dilucolo brumale” proprio come titolo. Fu l’unica volta in cui “GiardinodelleRose” non si era limitato, o limitata, al “mi piace”, ma aveva aggiunto una faccina sorridente, uscendo un po’ di più allo scoperto. Ebbene, in quel dilucolo brumale ora era pienamente immerso con l’auto, con se stesso, con la memoria, ma soprattutto con un’anima che si poneva tante domande, tutte relative non più al passato remoto, ma a quello prossimo del messaggio arrivato la sera prima. Da dove venivano quelle domande? Perché se le faceva? Quali risposte occorrevano? Perché le risposte non venivano? I ponti e i fiumi si susseguivano scandendo come in piccole tappe quel viaggio che attraversava la pianura da sud a nord. Ma su ognuno di quei ponti avrebbe desiderato fermarsi e interrogare quelle acque che venivano proprio da lassù, da dove era partito il messaggio. Forse in quelle acque si sarebbe come dissolta e placata l’inquietudine che esso aveva determinato. Forse da quelle acque vive avrebbe avuto addirittura un segnale per una possibile risposta. Un giorno lesse un libro: ne era protagonista un personaggio che dialogava con i fiumi, convinto che quel loro lento procedere fosse un modo di parlare, un codice di comunicazione neanche tanto criptico, esattamente come gli uomini antichi che erano convinti che fossero delle divinità, li veneravano come tali, li personificavano, si rivolgevano a loro con preghiere, affidando loro la propria salute, i propri voti, i propri tormenti. Su un fiume tante volte si erano fermati nelle loro escursioni in montagna, accogliendo come sfondo del loro colloquio il fragoroso fluire dell’acqua sasso dopo sasso. Nessuno di loro due si era allora mai posto il problema che quell’acqua fosse una voce che parlava. Eppure con il passare del tempo il linguaggio dei fiumi e l’ascolto dell’acqua avevano preso una forma particolare nei suoi racconti. Uno di quelli ebbe uno dei “mi piace”, e non certo per caso: il fiume che faceva da sfondo alla vicenda, il paesaggio in cui quelle acque scorrevano, i boschi e i prati che da esse venivano animati erano facilmente individuabili nella geografia da chi li aveva più volte vissuti e attraversati. Scrivere era diventato un curioso gioco, da quando “GiardinodelleRose” aveva iniziato a manifestare il suo gradimento: era come disseminare il blog di trappole tese per farcelo, o meglio farcela, cascare. E puntualmente ci cascava, anche perché ormai era convinto che voleva cascarci e che, una volta caduta, attendeva con desiderio la prossima trappola. Ogni ponte era un fiume e ogni fiume rimandava alla sua origine, al paesaggio da cui era venuto quel messaggio. E l’ansia di arrivarci, in quel paesaggio, cresceva, di ponte in ponte, di fiume in fiume. Anche in questo modo gli parlavano quelle acque. Non era facile da illustrare in modo semplice questa sensazione, soprattutto quando cercava di spiegarla riferendosi a quel libro che lo aveva così colpito per i suoi riferimenti culturali a un mondo di strutture profonde, di radici di civiltà. Anche quell’essersi messo in viaggio come d’istinto, quel salire lassù rispondendo a una richiesta senza neanche discuterla, quell’essersi a lungo preso gioco di un personaggio che solo alla fine del gioco stesso aveva assunto le previste fattezze umane, in fondo, tutto questo era un riannodare i fili che portavano a quelle sue radici e che lo aiutavano a comprendere meglio quelle strutture profonde. Occorreva un pretesto per riprendere quel dialogo che si era interrotto. Un pretesto necessita di un’occasione. Chi era stato più abile? Lui a crearla nello spazio virtuale di un blog? O lei a celarsi dietro la diafana icona di un nome geografico dal suono romantico?

Arrivò al casello, pagò il pedaggio. Appena uscito dall’autostrada, quando la nuova statale iniziò a salire, il paesaggio cambiò. La nebbia delle basse padane lasciò il posto prima al nevischio, poi, già dopo le prime curve della strada che saliva sull’altopiano, alla neve, che si stava aggiungendo a quella accumulatasi ai bordi nei giorni precedenti e annerita dal continuo passaggio di mezzi a motore. Non era lunga la strada da percorrere ed era quasi in anticipo sulla tabella di marcia. Solo l’ultimo tratto, quello che dal paese portava alle piste, dove gli era stato dato appuntamento, avrebbe potuto richiedere di montare le catene, se la nevicata si fosse intensificata e se la strada non fosse stata subito pulita, come solitamente avviene nelle prime ore. Quella neve non poteva non richiamare tante immagini di lei, di loro due insieme, che di quella stessa neve avevano per tanti anni trovato di che vivere. E non solo della neve, ma anche delle guide escursionistiche estive, quando all’attività di istruttore di sci si sostituiva quella di guida alpina per lui, di mountain bike per lei. Ma era la neve che li aveva uniti di più, non solo nel lavoro di quegli anni. La neve era riuscita a pervadere la loro intimità, a plasmare il loro carattere, a dare un senso profondo al loro stare insieme, soprattutto quando lei prese la decisione di cambiare casa, lasciare le sue sorelle e andare a vivere da sola. Fu lui ad aiutarla nel cercare la casa. Lei la voleva “immersa nella neve”. Quante volte aveva pronunciato quella frase! Si era chiesto spesso perché la neve susciti questi desideri, per quale ragione i bambini la amino e gli adulti tornino bambini su di essa. Nonostante fosse stata parte costante del suo paesaggio per anni, ha sempre visto nella neve qualcosa che riveste prima l’anima che il paesaggio. E la stessa sensazione era quella che provava in quel momento nell’immergersi con la sua auto, che ora era costretta a procedere più lentamente, in quel paesaggio sempre più bianco; anzi, ormai senza alcun dubbio sfacciatamente bianco. La neve di città forse rende memori della caducità, perché dura poco. Ma quella di montagna trasfigura per mesi un paesaggio intero, modifica i ritmi della vita quotidiana e cambia le attività delle persone; e loro avevano vissuto tutti quegli aspetti della loro neve. Ma stava salendo nello spazio o stava scendendo nel tempo? Per quanti anni quel passato era stato rivisto solo attraverso il filtro della malinconia! Aveva deciso di troncare in modo netto con quel passato, di cancellare dalla sua vita ogni elemento che lo rievocasse, ma si era ritrovato con un pugno di mosche in mano. Avvertiva questo sentimento di vuoto nel momento in cui apriva la finestra ogni mattina e vedeva solo strade piatte, in un orizzonte che non conosceva dislivelli di alcun genere. Era stato tentato più volte di tornare su, di rivedere gli amici lasciati. E proprio agli amici stava pensando quando il cellulare, che era appoggiato sul sedile vuoto del passeggero, vibrò. Si fermò in una piazzola, una fermata per gli autobus. E aprì il messaggio. Era di lei: “Ti aspetto. C’è una neve meravigliosa.” Poche parole. Ma c’era tutta lei in quelle poche parole. La neve non era citata a caso; lei sapeva bene come pizzicare le corde; la neve era stata il loro codice di comunicazione per anni. E non era certo casuale che l’invito fosse stato fatto per un giorno in cui era prevista neve lassù. La neve era un pretesto per attivare quella comunicazione. Sapeva bene, infatti, che lei non amava sciare con neve fresca. “Sono in arrivo. Sarò puntuale.” Inviata la risposta, ripartì.

Avrebbe dovuto percorrere un ultimo tratto di salita, passare un piccolo valico, scendere per qualche chilometro, poi risalire di nuovo fino al paese e da lì prendere la strada che portava al grande pianoro, alle piste, dove aveva l’appuntamento. Il suo pianoro, le sue piste: lì aveva investito il cuore, prima ancora che il denaro. I chilometri erano pochi, ma divennero lunghissimi, perché ogni casa, ogni rifugio, ogni via traversa, ogni curva, ogni sentiero, ogni angolo di quel paesaggio rievocavano momenti diversi e sempre bei momenti erano quelli a cui andava il pensiero. Una preparazione all’epifania finale, pensava dentro di sé, mentre viveva con trasporto quegli attimi, oltretutto nella nevicata che si era ulteriormente infittita salendo di quota. I mezzi sgombraneve erano già al lavoro e le strade dunque erano pulite. Non avrebbe avuto ritardi sulla tabella di marcia, ma avrebbe avuto due riti inevitabili da affrontare: sarebbe prima dovuto passare davanti a quella che fu la sua abitazione in paese e poi, poco fuori, avrebbe sfiorato, pur senza vederla in mezzo agli alberi, quella che era diventata la casa di lei e a cui lui stesso tanto aveva lavorato, perché fosse come lei desiderava. Il viaggio di avvicinamento a quei dolorosi luoghi di una piacevole memoria fu segnato da piccole tappe di quella stessa memoria: il negozio di mobili in cui avevano studiato insieme la cucina, il falegname a cui avevano ordinato tanti lavori, il fumista da cui avevano acquistato camino e stufe, i due elementi dell’arredamento forse più impegnativi all’atto della scelta, la casa di Massimiliano, il pittore sordo e muto dalla nascita a cui avevano ordinato l’affresco da realizzare sulla facciata di Villa Aurora. E non solo: quel percorso fu costellato anche da altri luoghi della memoria: i bar dove avevano passato tante ore dopo il lavoro sulle piste, i locali in cui con gli amici e i colleghi avevano trascorso tante serate. Ma non fu sicuramente il caso a volere che l’ultima tappa di quel viaggio nel tempo fosse proprio la pasticceria in fondo al paese, dove iniziava la strada per le piste: lì tutto ebbe fine. Non era mai riuscito a dimenticare le parole di Aurora e per tanti anni si era chiesto perché tutte le memorie si possono cancellare, da ogni strumento e da ogni diavoleria elettronica che ci capita per le mani, ma non quella dell’essere umano. Concludere con quella tappa, che per lui rievocava un’esperienza che aveva devastato la sua vita, con quella sorta di obbligato inchino era una tortura necessaria per l’anima. La montagna non consente la scelta di percorsi che è invece possibile in un reticolo di strade urbane; obbliga alle scelte; impone poche opzioni; richiede di essere rapidi, chiari e categorici nel dare le risposte. La mente trascinò gli occhi su quelle due grandi vetrate che davano sulla strada; loro quel giorno vedevano la strada, seduti al tavolo proprio sotto una di quelle finestre. “Siamo al capolinea, Riccardo. Mi dispiace. Non possiamo più andare avanti. Credo che tu non abbia bisogno di spiegazioni.” Parole che pesarono per anni come macigni. Parole che cambiarono dall’oggi al domani un’esistenza fino ad allora serena e sicura. Parole che furono la conseguenza di una crudeltà necessaria, imposta dalle circostanze, che avevano fatto di lui lo strumento del destino della vita di una persona non come tante altre, ma proprio di quella a cui era sentimentalmente legato da anni. Non si aspettava che Aurora prendesse la decisione in modo così repentino. Non credeva che sarebbe stata brusca e decisa nel dare un taglio secco ad anni di vita insieme, spensierata, appassionata. Non credeva che colui che era il frutto di quella relazione, il piccolo Matteo, potesse essere lasciato al di fuori di ogni considerazione, senza offrire alternative, senza proporre una discussione su di lui. No: siamo al capolinea. Per Aurora non c’era stato nemmeno bisogno di dare spiegazioni. Tutto si capiva e si spiegava da sé. Si aspettava un litigio. Si aspettava un forte rimbrotto. Aveva una riparazione da offrire a quanto occorso indipendentemente dalla sua volontà. Non poteva immaginare che la reazione sarebbe stata così decisa e immediata. Oltretutto senza alcun ripensamento nell’immediato. Un taglio netto, fino a quando non è arrivato “GiardinodelleRose”.

Passata la pasticceria, una deviazione sulla sinistra inseriva sulla strada che portava alle piste su cui avevano lavorato insieme. Era la parte più bella della memoria. Gli allenamenti per le gare, finché erano ancora impegnati nell’attività agonistica, poi il lavoro di istruttore; le riunioni della società sportiva, poi della scuola sci; le tante amicizie maturate sia negli anni giovanili, sia dopo in quelli dell’attività lavorativa; le trasferte per le gare prima, poi per accompagnare i ragazzi da loro allenati; le guide escursionistiche nella stagione estiva e la collaborazione con chi lavorava alla manutenzione dei sentieri e delle ferrate e alla realizzazione di opuscoli turistici e materiali cartografici: anni di passione condivisa per la montagna, per la neve, per lo sport ripassavano sul parabrezza, come davanti a uno schermo, con un andirivieni nel tempo, che era come scandito dal ritmo delle spazzole tergicristallo. L’ansia inevitabilmente aumentava. Come era possibile fermarla? Sentiva gli occhi bagnati sotto le palpebre, ma non voleva cedere così presto. Era troppo presto per lasciarsi andare. Qualcosa di nuovo stava nascendo per la sua vita? Forse era arrivato a una nuova virata di boa quel viaggio funestato prima da troppe tempeste, poi da una finta bonaccia che lo ha intorpidito tra le nebbie della pianura? Non poteva farsi vedere arrivare con gli occhi bagnati. Bisogna tener duro. Resistette, finché fu possibile. La strada procedeva. L’auto saliva sempre più lentamente per via del manto non perfettamente pulito e anche parzialmente ghiacciato. Resistere. Bisogna resistere. Forse ci saranno altre occasioni in cui sarà opportuno lasciarla vinta a quelle forze oscure, con cui da anni ormai combatteva battaglie che aveva ritenuto inutili, fino a perdere ormai stima in se stesso e a scadere anche con i suoi racconti sempre più nei contenuti malinconici, nel tema del dolore come eterno e inevitabile cimento della vita. A un certo punto la resistenza, come del resto era ormai inevitabile, cedette. Sentiva che le forze dell’anima si stavano assottigliando con l’accumularsi di quelle immagini e con il lavoro della memoria, che non si fermava mai; anzi, lo incalzava del tutto incurante del dolore che arrecava. Sapeva che da una di quelle curve si sarebbe visto per la prima volta proprio il Catinaccio, il Rosengarten, il Giardino delle Rose. E temeva che rivedere quella montagna potesse essere una brutta esperienza del tempo, un’esperienza della memoria troppo difficile da affrontare in quelle condizioni, con l’anima indebolita, prostrata, attaccata dal passato, dilaniata da un senso di colpa mai risolto e scoppiato in un attimo, con quella frase che non ammetteva spiegazioni: siamo al capolinea. Istintivamente rallentò, perché sapeva che la visione, se le nuvole non l’avessero coperta, sarebbe stata forte, sicuramente terribile per lui in quel momento. Lì tutto era nato, tanti anni fa, quando lei vinse una gara allenata da lui, che aveva interrotto prima l’attività agonistica. Si conoscevano da tempo, si frequentavano come amici, poi l’amicizia si fece sempre più intima, finché lì, sul Giardino delle Rose, ai piedi del Catinaccio, scesa da quel podio con la medaglia al collo, Aurora non gli saltò addosso in lacrime, gettandogli le braccia al collo. “Ti amo, Aurora”, gli venne spontaneo dirle. E tutto si chiarì. Sulla neve. Immersi nella neve, come immersa nella neve era la loro vita, come immersa nella neve lei volle che fosse la sua casa, quella in cui lui presto sarebbe dovuto andare ad abitare insieme a lei, con il loro Matteo. E invece così non fu.

La casetta non si vedeva bene dalla strada. Gli alberi erano fitti e carichi di neve. Si sarebbe vista da un’altra strada, da quella che tagliava il centro del paese, passando all’esterno. Aveva oltrepassato lo stradello che ad essa conduceva, quello stradello che lui aveva battuto, perché fosse praticabile con un’auto; era un sentiero abbandonato prima. Portava a una vecchia cava poco utilizzata e poi dismessa. Quel sentiero ogni tanto gli sembrava più bello della casa stessa, perché lì il lavoro, fatto con il cuore, era stato tutto suo. Lo aveva allargato, nel rispetto degli alberi presenti; lo aveva pavimentato con lastre di porfido dal taglio irregolare; non ne volle una uguale all’altra; lasciò ampie fughe tra lastra e lastra in modo che un po’ di erba potesse crescere in mezzo e dare un senso di vita anche a quelle lastre apparentemente grigie, su cui, per uno di quei miracoli della natura che pochi paesaggi come quello di montagna riescono a regalare, il ghiaccio non si formava. Aveva realizzato insieme a un tecnico del paese l’impianto fotovoltaico di illuminazione di quello stradello di 90 metri, posando le guaine e collocando i faretti, regolati da un temporizzatore astronomico, che regolava l’accensione secondo la stagione dell’anno. In inverno, con la neve, quei 90 metri erano qualcosa che riusciva ad accogliere le persone in modo garbato e rispettoso del grande e maestoso bosco, al cui limitare era situata l’abitazione e che rivestiva tutto il pendio che separava il paese dal pianoro con le piste. “Solo chi ama la montagna come noi riesce a fare certe cose”, gli aveva detto Aurora la sera in cui nello chalet del parco del paese avevano festeggiato l’inaugurazione dello stradello di accesso. A lei piaceva l’intimità, l’atmosfera rispettosa dell’ambiente, il silenzio del paesaggio quando i turisti erano scesi, sulla strada non passavano più auto e avevano quel paesaggio tutto per loro. “Mi piace pensare ogni tanto che noi due un giorno possiamo essere nominati dal nostro sindaco i custodi ufficiali di questo bosco”, gli disse un altro giorno, mentre alle prime ore del mattino, a piedi, con le ciaspole, andavano insieme su alle piste partendo da quella casetta, in cui lui ormai sempre più spesso passava la notte. I loro colleghi inizialmente li prendevano in giro per il fatto che si presentavano alla scuola sci con le ciaspole ai piedi, dopo una camminata di oltre un’ora, e che nel pomeriggio, con quelle stesse ciaspole con cui erano saliti, sarebbero dovuti ridiscendere. Poi, loro, i meccanizzati, che arrivavano come i turisti con le loro auto alle piste, capirono che tipo di esperienza fosse quella di Aurora e Riccardo: era un modo per sentire sempre più loro quel bosco ,che si attraversava per arrivare a casa di Aurora nel pomeriggio e per venire su alle piste al mattino. Non parlavano quasi mai quando percorrevano quel sentiero. Era diventata per loro un’esperienza dal valore impossibile da comunicare ad altri. Il verso di un animale, il sibilo del vento, lo scorrere più o meno torrentizio dell’acqua del rio, che scendeva e poi attraversava il paese, non li disturbavano mai: venivano ascoltati e, se il dialogo silente delle loro anime li metteva in comunicazione, imponevano a se stessi una sosta per interpretare quel verso, quel fruscio, quell’acqua. E dell’acqua poi a lungo avrebbero parlato insieme, perché l’acqua, i ponti e i fiumi “sono una specie di ossessione, che tu prima o poi devi spiegarmi, nei tuoi racconti”, gli aveva detto una sera nel letto posizionato nell’ampia mansarda di villa Aurora. Non si guardavano mai negli occhi, quando l’anima era presa dal paesaggio; guardavano entrambi nel vuoto, perché “l’anima in questo momento per me è come se fosse là fuori”, gli aveva detto spesso. Insomma, non era esagerato pensare che salire alle piste a piedi attraverso il bosco era un esperienza non dissimile da quella vissuta da Peter Matthiessen alla ricerca del leopardo delle nevi nel Tibet nepalese tra monasteri buddisti.

Aveva sperato che le nubi basse impedissero di vedere il Catinaccio. Ma la sua aspettativa fu delusa dallo squarciarsi improvviso delle nubi stesse, proprio centro metri prima di quella curva. Glielo schiaffeggiarono in faccia, con tutta la pesante mole di ricordi di gare, di allenamenti, di guide estive, di ferrate e di arrampicate. Il paesaggio cambiò in un attimo: altro miracolo possibile nell’ambiente unico di quella montagna. Le nubi si diradarono e la nevicata cessò, lasciando una soffice e vergine coltre bianca che rivestiva tutto. Gli alberi ne erano carichi, ma sopportavano pazienti quel peso. Il cuore iniziava a battere più forte. Stava arrivando con un po’ di anticipo. Frenò bruscamente e approfittò di una piazzola. Lì la memoria non sarebbe dovuta andare. E invece anche quello evidentemente faceva parte del gioco. Gettò la testa all’indietro. Con la nuca incollata al poggiatesta chiuse gli occhi e sfogò il suo pianto al ricordo di quella terribile riunione in comune della commissione turismo e sport, quella che avrebbe diviso in due la sua vita in un attimo. Lui non aveva idea di cosa quella votazione avrebbe significato per la sua vita; non pensò alle conseguenze di quella decisione; venivano dimezzate le guide estive e i maestri di sci; troppe scuole di sci si erano aperte nella valle; troppo alti erano i prezzi delle lezioni; sempre meno persone le chiedevano per via della crisi economica; la federazione non poteva più permettersi sprechi; occorreva tagliare. Non era il suo lavoro né quello di fare bilanci, né tanto meno quello di pilotare soluzioni politiche. Era lui il presidente della società sportiva che accoglieva la scuola sci e come tecnico, che lui non era, fu chiamato a riferire in commissione. Dovette presentare i numeri. Erano impietosi. Di fronte a quei numeri non si poteva nemmeno discutere; bisognava tagliare. Non fu nemmeno sfiorato dal pensiero che tagliare significava che delle persone non avrebbero più avuto uno stipendio, che si sarebbero dovute cercare un altro lavoro, che avrebbero dovuto forse anche ricostruire una vita altrove. No. Aveva fatto tutto in buona fede e aveva fatto e detto non più di quanto gli era stato chiesto di fare e di dire. Altrove una giovane donna speranzosa nel futuro e fiduciosa in lui, in attesa di comunicargli che aspettava un bimbo, avrebbe forse avuto la notizia del licenziamento, prima che lui riuscisse a realizzare cosa era successo, addirittura prima che lui scendesse a casa sua. Quando uscì dalla riunione, mentre ingenuamente assaporava la tanto attesa cena di salsicce e patate cotte sul camino della casa di lei, aveva ricevuto un messaggio: “Non sto bene. Preferisco che tu non venga questa sera.” L’indomani l’appuntamento alla pasticceria e la comunicazione dell’arrivo al capolinea: Riccardo non avrebbe mai visto Matteo, per il quale Aurora non avrebbe mai chiesto nulla a lui. Sfogò quanto più dolore poté seduto a occhi chiusi in quell’auto, mentre gli ultimi fiocchi di neve scendevano sul parabrezza. Tre anni erano passati da quei fatti che in dodici ore avevano distrutto quanto costruito in quindici anni. Tre anni aveva il figlio che non aveva mai visto. Per tre anni era vissuto nell’esilio che si era autoinflitto per espiare quanto da lui provocato, accettando lontano da casa, lontano da quel paesaggio che aveva amato e che lo aveva amato, il primo lavoro che gli era capitato, quello di autista di pullman turistici. Quante volte aveva rifiutato viaggi che lo avrebbero portato con il pullman su in montagna; era andato dappertutto in quei tre anni, ma con quel paesaggio aveva deciso di chiudere il rapporto diretto. Rimaneva il lavoro della mente, cui non si poteva comandare; quella agiva con il blog, con i racconti, con gli articoli e le recensioni; lì la montagna era onnipresente, perché lì non era più in grado di avere il controllo della sua mente; era lei che lo controllava, che lo guidava, che gli mandava messaggi, che gli faceva capire come rimediare agli errori del passato; la sua mente gli voleva bene, perché soffriva di un dolore piacevole da sentire addosso, quando scriveva di montagna, perché sapeva che esprimeva un sentimento che pochi avrebbero potuto manifestare; lui sapeva far scaturire quel sentimento nelle parole di un racconto. La sua mente lo coccolava in quel mondo che si apriva non appena finiva l’orario di servizio. Gli occhi non ne volevano sapere di riaprirsi. Le immagini si confondevano tra di loro. Resistere. Resistere all’ansia che monta. Era la cosa da fare. Era la ragione forse per cui aveva deciso di fare quella brusca fermata, proprio là dove era sicuro che la sua anima avrebbe sofferto di più. Pratica di masochismo bella e buona era quella di fermare l’auto proprio nell’unico punto in cui il Giardino delle Rose sarebbe stato perfettamente visibile in tutte le sue tante cime, proprio nell’unico momento in cui, forse trovatosi in una specie di occhio del ciclone, il cielo si era aperto per farglielo vedere meglio. Era imponente, dominante, forte e sicuro, nel suo bianco manto di ghiaccio, che dall’altro sovrastava tutto il pianoro sottostante, dove lui era atteso, alla pista dell’Antico Mulino. Era possibile che da tre anni fosse atteso lì? Quella domanda non poteva che acuire il senso di colpa e riportare a quella sera, a quella riunione di commissione, alla lettura di quelle cifre spietate e a quella delibera finale. La notizia era uscita subito. Qualcuno aveva voluto fargli del male. Qualcuno sapeva che Aurora sarebbe stata tra le vittime della razionalizzazione delle spese. E questa persona malvagia l’aveva informata. Le aveva detto che lui avrebbe provocato il suo licenziamento. Qualcuno aveva agito in modo che lei fosse messa contro di lui. Divide et impera: qualcuno li voleva divisi, perché insieme erano stati per anni una forza della natura lassù su quel pianoro, prima come atleti vincenti, poi come istruttori, infine come responsabili e anime di un centro del fondo tra i più belli d’Italia. Lui desiderava per lei un posto importante nel direttivo della società, che gestiva non solo le piste invernali e l’attività escursionistica e alpinistica estiva, ma anche, giù in paese, il palazzetto del ghiaccio che d’estate diventava un campo di calcetto, i campi da tennis aperti tutto l’anno, la piscina anch’essa aperta tutto l’anno. Qualcuno non voleva Aurora e il modo migliore per evitare la sua scalata era interrompere la cordata, ovviamente guidata da lui, che la voleva fare arrivare nel direttivo. Politica di paese. Vecchi atavici rancori di gruppi familiari contro altri? Ma perché rovinare una coppia giovane e intraprendente, che tanto si stava dando da fare per organizzare eventi, sia aumentando il numero dei soci del gruppo sportivo, sia trovando clienti tra le persone che da turisti frequentavano la zona in inverno, in estate, ma ultimamente anche nei ponti di primavera e d’autunno. Un lavoro al servizio della comunità, privo di finalità politiche, mai pensato per essere qualcosa contro, ma sempre per gli altri. Eppure, di fronte ai maestri del mettere zizzania, ai provocatori di professione, ai politicanti di mestiere, ingenuità e sincerità sono sempre armi da perdenti. Non aveva pensato a lei in quel momento. C’era un problema economico. Per la prima volta i numeri erano in rosso in alcuni settori; lo sci di fondo era in picchiata nel grafico della biglietteria del centro, dove l’aumento del prezzo di accesso, la riduzione delle facilitazioni, l’aumento dei costi delle trasferte degli atleti, che dovevano andare spesso in paesi nordici e lontani, e la diminuzione dell’utenza erano tutti fattori che potevano solo essere usati contro di lui, che della società sportiva ora era diventato il presidente e che di quei numeri era direttamente responsabile. Non riusciva nemmeno a ricordare chi avesse avanzato la proposta di chiudere il centro del fondo, situato a quota altimetrica troppo bassa per contare sulla neve per tutto l’inverno, troppo costoso da innevare artificialmente in rapporto all’utenza, che era in gran parte costituita da ragazzi delle società sportive locali, in calo anch’essi nelle quote associative, rispetto agli altri sport di cui la società si occupava. E pensare che il centro del fondo era stato voluto, sostenuto per anni, spesso addirittura disegnato nei tracciati da loro due, da Riccardo e Aurora, sin da quando da giovani atleti, che lì principalmente si allenavano, davano consigli ai responsabili di allora. Quella proposta di chiusura non fu accettata, ma non fu nemmeno lui ad aver la forza per farlo; lo sconforto di fronte ai numeri e la mancanza di volontari sufficienti per sopperire ai necessari tagli del personale per la manutenzione degli anelli di fondo, volontari presenti in altre realtà e in altri centri più popolosi, forse anche più noti al grande turismo, furono gli argomenti che vinsero. Il fondo era un ramo secco. Per lui quel centro era stato davvero tanto, il suo cuore pulsava lì; di lui parlava tutto quanto era lì; lì era cresciuto come atleta da giovane, anche se l’attività agonistica si era svolta ovviamente nelle più disparate località nazionali e non. Ma, se per lui in quel momento, come presidente di una società in cui erano rappresentate tante discipline, il cento del fondo e il tracciato olimpionico dell’Antico Mulino, dove si allenavano atleti di tutta Europa, era importante, ma non era più tutto, per Aurora invece non era solo importante: era tutto. Da quando lui era diventato presidente della società e doveva occuparsi di tutte le altre attività, il centro del fondo si identificava ormai in lei. Aurora si occupava di disegnare le piste, di sagomare le curve, di individuare le novità nei tracciati, di tenere ordinato il locale per la sciolinatura che era il fiore all’occhiello di quel centro. E non solo: lei gestiva gli orari e i prezzi delle piste e del centro di noleggio, i prezzi del noleggio stesso, la pulizia del locale con gli spogliatoi e i bagni, la gestione del bar; la collocazione dei cannoncini per l’innevamento artificiale almeno dell’area con il campo scuola; e le questioni relative a tutte le persone che in quei locali lavoravano, che potevano ammalarsi e dover essere sostituite, che chiedevano permessi per questioni personali, che in certe giornate di fine settimana erano spesso in palese difficoltà e soggette a forte stress. Quante volte Riccardo la chiamava e lei non rispondeva; andava a cercarla e capiva perché non aveva risposto: mancava un ragazzo al bar e si era messa lei a lavorare dietro il bancone; mancava il tecnico della sciolina e si era messa lei al banco; mancava un istruttore e faceva lei le lezioni che avrebbe dovuto fare lui; aveva visto stremata una ragazza al bar ed era andata a darle aiuto, anche servendo ai tavoli, se necessario per farla riposare un po’. Tutto questo con un’energia e una passione che superava la sua. Il che era tutto dire.

Ma a un certo punto Riccardo era diventato importante nel paese. Lui era l’ex atleta che aveva vinto di più nella sua specialità. Lui era quello che aveva voluto per primo lo sviluppo di quel centro, che lo aveva visto crescere sin da bambino. Aveva anche un po’ di spirito organizzativo e anche indubbie qualità gestionali di buon senso pratico, non certo politiche; fece carriera nella società diventando prima consigliere e poi addirittura presidente; la politica lo avvicinò e si lasciò irretire in cose più grandi di lui. Aurora gli aveva detto di continuare a occuparsi solo di sport e turismo come esperto nella relativa commissione consiliare; avrebbe continuato a dare pareri tecnici, dietro ai quali spesso c’era anche la sua esperienza; ma non aveva gradito il coinvolgimento diretto nella politica, che era durato per un solo mandato. In seguito, decaduto dalla carica, non più rieletto, era rimasto comunque attivo, seppure non più come consigliere comunale, senza un diretto ruolo istituzionale, ma come referente della sua lista per tutto quanto riguardava sport e turismo. Quella decisione di lasciarsi coinvolgere nella politica, mai condivisa da Aurora, che nemmeno voleva ascoltarlo quando le parlava delle riunioni, dei litigi, dei contrasti e dei tanti battibecchi, spesso su quisquilie, convinta com’era che Riccardo stesse perdendo di mira gli obiettivi prioritari, che dietro quelle attività c’erano delle persone, degli stipendi e delle famiglie, che c’era un interesse turistico da conservare, che c’era un clima che stava cambiando e rendeva sempre più difficile gestire tante attività.

Il tempo passava in questi pensieri. Non si era accorto che adesso sarebbe arrivato in ritardo. Glielo ricordò il messaggio che era giunto e che lo aveva salvato dall’aggressione di quel passato fatto sicuramente di luci, ma anche di tante ombre. “Problemi?”. “No. Ho dovuto rallentare per la neve. Fra dieci minuti sono lì.” Non era una bugia del tutto. In parte era vero. Ma soprattuto era credibile. Rimise in moto e con animo diverso, sì, davvero molto diverso dopo tutte quelle riflessioni; dopo essere stato richiamato ai suoi errori e alle sue responsabilità, si diresse all’appuntamento, nel luogo che aveva dato tutto a lui, quando era bravo e forte in ciò che sapeva fare, e che lui aveva mandato in malora, lasciandosi prendere da cose che non sapeva fare e in cui sarebbe stato sempre un debole, un burattino nelle mani di professionisti abili e di aquile rapaci. Quelle dello sci alpino, della discesa, della società degli impianti, quelle che attiravano le auto a migliaia nel fine settimane, quelle che provocavano code sulle strade, intasamenti nei parcheggi, smog a non finire, ma portavano soldi a palate nelle casse della società sportiva. Eppure gli sportivi locali, i giovani delle famiglie del paese che praticavano sport, gli adulti che volevano tenersi in forma, non andavano di là dalla strada, dove si faceva discesa; i giovani del posto preferivano il centro del fondo, dalla parte di qua della strada, dove non si abbattevano alberi per fare piste, dove non si spendevano migliaia e migliaia di euro per sparare neve finta, per anticipare o allungare la stagione, dove soprattutto non c’erano impianti di risalita costosissimi da mantenere e che implicavano responsabilità sulla sicurezza dieci volte superiori per chi li doveva gestire. Due mondi opposti di intendere la neve, nello stesso pianoro, ma separati da una strada che per lui era una stata per anni una specie di barriera. Era un peccato che lo sport fosse rovinato dalla politica e che la politica fosse guidata dal denaro, che attraverso la politica rovinava lo sport. Un triangolo del male perfetto, che non riusciva a comprendere, lui che andava spesso a fare qualche discesa dall’altra parte della strada, che non aveva mai visto nemica l’altra sponda della provinciale, che divideva quel pianoro. Fino a quando, appunto, non si era lasciato prendere nella rete di quelle persone che aveva sempre rispettato, ma considerato appartenenti a un mondo diverso e lontano dal suo. Aurora andava oltre, nutrendo del suo sport una visione quasi fondamentalista: per lei i veri sportivi stavano, senza se e senza ma, di qua dalla strada; di là c’erano solo i profittatori economici che confondevano lo sport con un spot turistico. “Lo sport non è un spot turistico; deve essere sacrificio e passione. Ricordati che per anni anche tu lo hai praticato così,” gli aveva detto urlando in uno dei pochissimi momenti in cui l’aveva vista alterata nei suoi confronti. No. Così si esagera. Non voleva che tutto questo diventasse un’arma da impugnare. Eppure, Riccardo, nel momento in cui dovette assumersi delle responsabilità, a lei non aveva pensato quella sera, quando si dovette votare sui dei numeri, su dei bilanci predisposti da uno studio commerciale e prendere decisioni che avrebbero avuto drastiche conseguenze. Era il presidente della società sportiva per i suoi meriti sul campo, per le vittorie ottenute da giovane, per il lustro che quelle vittorie avevano dato alla valle, mentre Aurora faceva la sua parte in campo femminile. Era l’atleta per antonomasia del fondo. Ma era anche lo scrittore che pubblicava racconti e aveva scritto tre romanzi, che aveva un blog cliccato da migliaia di persone in tutta Italia. La politica, che non sapeva fare, lo aveva lusingato; e poi lo aveva rovinato.

La macchina ripartì, ma la sua mente non voleva staccarsi da quella piazzola che era stata per lui l’occasione per riflettere sulle ragioni di tutto quanto aveva spezzato la sua vita, distrutto una coppia, spento una passione nata da bambini, con la stessa velocità con cui si cala una saracinesca sulla vetrina di un negozio. Aurora era sempre stata determinata; non era donna di compromessi; lui aveva distrutto l’unica cosa in cui lei credeva. E per lei, in quello che per lui era un fideismo quasi integralista, non c’era altro da fare. Riccardo non se lo aspettava. No, non il giorno dopo aver saputo che sarebbe diventato padre.

Quegli ultimi dieci minuti divennero un’eternità. Su quel parabrezza di nuovo non vedeva strade e alberi, non vedeva il bosco cedere al pianoro e a quelle distese che sarebbero diventate fra qualche mese gli alpeggi estivi; su quel parabrezza scorreva il film di quei tre anni di nulla. Tre anni in cui tante volte si era chiesto che cosa era stato di Aurora, del bambino, suo figlio. Doveva resistere veramente adesso. Era in preda a una devastazione dell’anima che non poteva permettersi di sbattere in faccia a lei, non poteva permettersi di arrivare da perdente, da sconfitto, da esiliato, da punito, da responsabile, ma soprattutto da colpevole. No. Basta. Per tre anni era vissuto preda di un senso di colpa che lo aveva isolato da tutto e da tutti, abitando in un anonimo bilocale di una località balneare, quanto meno spettrale nei mesi invernali. L’inverno: il periodo dell’anno che lui da sempre era stato avvezzo a ritenere il più bello, perché sempre caratterizzato da alacre impegno, da pugnace passione e soprattutto, per il piacere dell’anima, da tante bellissime soddisfazioni. Eppure da colpevole stava arrivando a quell’appuntamento alla pista dell’Antico Mulino. Colpevole di tutto. La colpa era solo sua. La colpa lo aveva straziato, lo aveva ridotto alla dipendenza da farmaci, lo aveva ridotto a non dormire, lo aveva in pratica reso un essere che alla vita non sapeva più cosa chiedere, perché in quella punizione che si era inflitto da solo non era assolutamente possibile ricostruire qualcosa di nuovo. Il suo corpo era andato lontano, in un paesaggio non suo, in un ambiente non congeniale, tra persone interessate a tutto ciò che non aveva mai fatto parte del suo mondo, delle sue valli, dei suoi boschi, dei suoi monti; a questi ultimi, invece, l’anima era rimasta strettamente abbarbicata e riusciva a parlare con i testi che pubblicava sul blog, con i racconti che da quei testi uscivano, sempre più forti, perché sempre più sofferti. C’era qualcosa dentro di lui che gli voleva bene. C’era uno spirito buono che, pur nella generale devastazione, aveva operato silente ma tenace in questi tre anni. Non si era mai chiesto nulla al riguardo, quando la sera, dopo le otto ore di servizio, accendeva il computer e iniziava a scrivere, oppure in poltrona o a letto trascorreva ore a leggere. Mentre il corpo riposava dalle fatiche di un lavoro forzato, l’anima alacre operava in silenzio per dare conforto a quel corpo, che la colpa stava divorando a piccoli brani, giorno dopo giorno, nel silenzio vuoto di nebbiose pianure e di spazi anonimi totalmente avulsi da quelle che erano state le aspirazioni e i sogni di una vita. La sua esistenza non sarebbe dovuta illanguidire nella solitudine di un paesaggio estraneo, ma sarebbe dovuta procedere in ben altra direzione. Eppure una colpa, se c’era – e c’era – andava espiata.

Il bosco era finito. La strada non saliva più. Si apriva il grande pianoro, bianco nella sua verginale purezza. Quelle nubi che per un attimo si erano aperte, lasciando che un crudele raggio di sole illuminasse, proprio per il momento del suo passaggio, il Giardino delle Rose, si stavano ora richiudendo. Altra neve si preannunciava. Immersa nella neve era nata la sua vita; non doveva finire immersa nella nebbia. Quassù era il suo posto. Ma non ne era più degno. La colpa lo aveva reso indegno di quel posto troppo bello per essere suo. Eppure, quel candore che tutto rivestiva parlava di qualcosa di puro, di intatto da macchia. Doveva ascoltare l’anima che attraverso quei colori gli urlava dentro. Doveva assecondare quell’anima che non gli voleva male, che non lo rodeva con la colpa, che per tre anni aveva cercato di fargli capire che soffriva di quella scissione dal corpo inferta così bruscamente e dolorosamente. “GiardinodelleRose” era stato uno strumento di quell’anima. Era forse l’extrema ratio di quell’anima che era rimasta lassù e che da lassù per tre anni invano aveva gridato in lui, nel suo corpo che veniva invece sbranato da avvoltoi famelici, nell’intendimento di combattere una colpa che quel corpo aveva sufficientemente scontato con un dolore che non meritava. C’era anche un bambino, ora di tre anni, sotto a tutto questo, dietro a questo sipario che svolgeva e riavvolgeva solo icone di sofferenza nelle lunghe ore dopo il lavoro, nelle lunghe interminabili giornate di riposo, agognate dai colleghi, sofferte da lui. Di quel bambino nulla aveva più saputo e questo aveva acuito quel sentimento di colpevolezza nell’esilio che si era inflitto.

Quella pausa in auto, durante quella breve interruzione della nevicata, che infatti stava ricominciando con il rabbuiarsi del cielo, lo aveva denudato di fronte a tutte le sue responsabilità, gli aveva chiarito tutto quello che non aveva mai inteso ammettere, gli aveva fatto capire come la causa prima fosse stata una sorta di annebbiamento della vista, che gli aveva impedito di vedere il traguardo, l’obiettivo vero di quella gara che l’arbitro aveva improvvisamente sospeso. Ora non aveva più argomenti da controbattere alle accuse; si sentiva come un gladiatore nudo e inerme di fronte a un gigante armato fino ai denti; ma ora era subentrata la convinzione che la responsabilità di quanto successo non fosse del caso, non fosse di un’aleatoria sorte avversa, ma solo ed esclusivamente di chi aveva perso di vista il senso di un operato costato anni di passione e aveva mandato al macero il risultato di quella passione e di tanti sacrifici. Questi erano stati fatti insieme ad Aurora in nome di quelle attività e di quella passione, che lui, con un voto e un’alzata di mano colpevolmente ritenuta innocua, aveva irresponsabilmente condannato a morte. Non aveva combattuto, non aveva lottato, non aveva insistito; se lo avesse fatto, forse qualcosa si sarebbe salvato, forse a un compromesso si sarebbe potuti arrivare. La politica è l’arte del compromesso, qualcuno gli aveva rinfacciato tante volte. E lui, che al lavoro associava la passione per la letteratura e la narrativa, era lontano anni luce da qualsiasi logica compromissoria; si era affidato ad uno studio commerciale, aveva accettato i risultati, li aveva sottoposti a esame da parte del direttivo della società che presiedeva, aveva ricevuto un mandato, ma non aveva mosso un dito, perché si era fidato; perché non aveva irresponsabilmente capito che si ordiva un agguato alla sua disciplina sportiva e alle sue attrezzature e strutture, in nome del dio denaro, che comandava altrove, dall’altra parte della strada, dove erano gli impianti delle piste di discesa, oppure in paese dove erano lo stadio in cui si giocava l’hockey, i campi da tennis e la piscina. Il suo era lo sport della fatica, la disciplina d’altri tempi; oggi il turista vuole divertirsi senza fare fatica; il giovane vuole vincere diventando famoso in una disciplina che tutti praticano e tutti conoscono grazie alla pubblicità. La sua era considerata poco più di un ramo secco in quei numeri che lui stesso aveva dovuto presentare. Ed ecco, lì, sotto i suoi occhi, il risultato. Con l’auto era entrato nel pianoro: e tutto gli fu chiaro in un attimo. Da una parte ecco la folla di chi si assiepava alla biglietteria per lo skipass, o al centro noleggio per scarponi e sci da discesa, o alla base della cabinovia in due tronconi che portava su all’inizio delle piste; ecco il parcheggio di cui non si vedeva la fine e che nemmeno riusciva a contenere tutte le auto; un ristorante e ben tre bar di cui due nuovi, che non esistevano quando lui se ne era andato. Dall’altra parte della strada quello che era stato il suo mondo, il centro del fondo, la cui insegna sverniciata dava già un significativo buongiorno. Rivide ciò che restava del centro sciolinatura con il laboratorio sci, un tempo ritenuto il fiore all’occhiello di tutta la struttura sportiva: un edificio chiuso, già fatiscente e con tutti i segni dell’abbandono. Lì decise di fermare l’auto. L’inizio delle piste, dove era atteso all’appuntamento, non era visibile da quel punto. Mentre si metteva le scarpe, puliva gli attacchi e dava un po’ di paraffina e di sciolina agli sci, un signore accanto a lui stava facendo la stessa cosa. Decise di attaccare discorso: “Buongiorno. C’è tanta neve fresca e temperatura non molto bassa. Che si fa?”.

“Mah … Buongiorno a te! Io vado su una fluorata rossa. È un prenderci in queste giornate. Dovremmo essere come gli svedesi che decidono solo annusando l’aria, senza guardare termometri dell’aria, termometri della neve e così via.” L’uomo rispondeva senza guardare il suo sconosciuto interlocutore, come si conviene a un esperto, abituato a frequentare quel centro e quegli anelli, su cui lui aveva passato una vita; quell’uomo era tutto preso dal suo lavoro di sciolinatura improvvisata con gli sci stesi per il lungo per terra.

“… e qualità delle gambe,”, non mancò di aggiungere Riccardo, memore di una lunga esperienza.

“Già. Ma quando si poteva sciolinare là dentro era tutta un’altra cosa.”

“Vero. Da quanto tempo è chiuso il laboratorio?”

“Come? Non lo sai? Ti credevo esperto del posto?”

“No. Mi hanno detto che ci sono delle belle piste e ho deciso di provarle oggi. Peccato per questo cambiamento improvviso del meteo.” Gli era costata tantissimo quella menzogna e pronunciò la frase con il cuore che gli sembrava salito fino ai denti.

“È chiuso da quando è cambiata la direzione del centro, tre anni fa. Il direttore, un ex atleta, che aveva lavorato per anni e che sembrava anche stimato, così almeno si dice, all’improvviso si dimise. Nessuno capì esattamente perché. Si parlò di divergenze politiche. Faceva tutto lui con la sua compagna quassù al centro del fondo. Andato via lui, lei, che è sempre qua tutti i giorni, non fu più in grado da sola di svolgere la mole di lavoro che avevano negli anni precedenti diviso in due. Ci provò, ma alla fine decise di lasciare solo le piste, che … beh, quelle sì, si difendono veramente bene. Guarda laggiù!” E indicò in direzione del vecchio bar ristorante annesso al centro del fondo.

“Quello era un bar ristorante pieno di gente in queste giornate. Ora è solo un punto ristoro che fa un caffè schifoso e una cioccolata che sarebbe un’offesa alla cioccolata vera chiamare così. Chiuderà presto. Vanno tutti di là dalla strada, anche i fondisti. Vuoi mettere?” I sensi di colpa naturalmente si moltiplicarono ancora di più nel vedere così malridotto proprio il locale dove lui aveva avuto anche il suo ufficio, sul retro del bar, adiacente alla sala ristorante.

“C’era anche uno spogliatoio con armadietti, bagni e docce, se ricordo bene,” continuò a punzecchiare Riccardo, in cerca di informazioni su quanto successo in quell’arco di tempo. Erano passati tre anni. Non è un periodo certamente lungo. Eppure sembrava che ne fossero passati trenta.

“Sì, esatto. Era dopo il bar. Adesso lo usano per metterci le macchine e attrezzi vari. Credo che i tubi si siano rotti e nessuno abbia più deciso di riparare l’impianto. Politica, amico mio. Brutta e sporca politica. Ma siccome per me è sempre meglio un uovo oggi che una gallina domani, mi accontento delle piste, che sono veramente molto belle. E spero che la politica possa riflettere sullo sfregio allo sport che ha fatto quassù. Se quel direttore di allora se n’è andato così all’improvviso, i casi sono due per me: o era un incapace assoluto, o era un visionario che non accettava delusioni. Mi piace pensare che quella vera sia l’ipotesi B, ma qualcosa purtroppo mi dice, sulla base dell’esperienza, che sia più probabile l’ipotesi A.”

Non era quella certamente la lezione che meritava. Non in quel momento. Riccardo non ribatté nemmeno. Deglutì amaramente. Si trattenne. Prese gli sci. Chiuse la zip della tuta. E s’incamminò verso le piste nel nuovo ruolo di incapace assoluto, che gli era appena stato affibbiato da uno dei tanti utenti di quelle piste; una struttura sportiva, che era stata la sua ragione di vita per tanti anni, sin dall’infanzia, su cui si era allenato da giovane, che lui aveva voluto sviluppare, che lui aveva visto crescere fino a diventare uno dei punti di riferimento più attrezzati e apprezzati a livello nazionale da parte degli appassionati di quelle discipline dello sci di fondo. Un cartello rotto indicava l’inizio della pista dell’Antico Mulino. Lo seguì. Non volle alzare gli occhi. Li tenne a terra, perché così procede il colpevole.

Lei era lì. Aurora lo vide: sorrideva. Rallentò il passo nell’avvicinarsi a lei. Alle sue spalle il Giardino delle Rose era coperto da nubi da cui la neve scendeva ora di nuovo fitta. Aurora, immersa nella neve come lui sempre la sognava, aveva gli sci in mano; li lasciò cadere incurante. Allargò le braccia. Lui si lasciò abbracciare e dovette accettare di sentirsi dire: “È stata tutta colpa mia. Scusami. Ho fatto quello che ho potuto, ma senza di te qui non c’era nulla che avesse proprio un senso. Tutta colpa mia. Ora … vorrei ripartire.”

“Ripartiamo dal Giardino delle Rose?”

“Ripartiamo dal Giardino delle Rose. Torniamo lassù. Prendiamo un caffè lassù. Lo faremo senza una medaglia al collo, ma con qualche anno in più. Gli anni in più ci avranno almeno insegnato che gli errori si pagano.”

“… e anche le colpe si pagano.”

“Forse qualcosa qua al centro si può ancora fare.”

“Sì. Forse sì. Prendi quegli sci, carichiamo tutto in auto e andiamo lassù. Mi sembra giusto.”

“Ci sarebbero ancora salsicce e patate da cucinare nel camino. Le ho prese da mangiare a pranzo. Mi farebbe piacere che ti fermassi da me,” disse sottovoce Aurora. Riccardo naturalmente non aveva dimenticato quel particolare.

La nevicata si era infittita, ma non era certo mai stata la neve a rappresentare un problema per loro due. Andarono all’auto. Accanto a quella di Riccardo, il signore di prima, quello che gli aveva in pratica dato dell’incapace a sua insaputa, era ritornato indietro sconsolato, perché non aveva potuto sciare per la neve troppo alta e fresca. Li vide arrivare abbracciati. Riconobbe Aurora, la nuova direttrice del centro. Li vide baciarsi a lungo prima di risalire in auto, incuranti della neve che si intrufolava ovunque nelle loro tute, tra i capelli, persino sotto gli occhiali. La gente di montagna è franca e non gira attorno ai problemi: l’uomo disse ad alta voce: “Tutti paghiamo prima o poi. Quell’incapace, che, andandosene chissà dove, ha rovinato questo paradiso, un centro organizzato alla perfezione, meritava proprio una lezione come si deve. Brava!”

Fu così che capii che la colpa non solo colpisce sempre, anche a tradimento, ma compresi anche molto bene che riesce a plasmare la vita, imprimendole una direzione assolutamente imprevedibile e indefinibile al suo inizio e che la porta a esplorare regioni e a effettuare esperienze, che altrimenti non avrebbe mai avuto occasione di realizzare. Non solo: non avrebbe mai nemmeno potuto presagire. Chi di noi si è impegnato nel tentativo ha imparato da Aurora e da Riccardo che pianificare quel viaggio è impossibile con le forze di cui disponiamo, perché ci sono altre forze che agiranno sempre secondo canoni e regole, che forse esistono, ma che mi piace definire criptiche e lasciare nel loro nascondiglio; ebbene, queste forze, che istintivamente temiamo, per me e per il mio lavoro hanno di bello proprio il fatto che per noi, che ingenuamente edifichiamo sopra di esse le più fragili ed effimere teorie, celeranno sempre un meraviglioso e intrigante segreto. Il segreto della comunicazione: per gli antichi era la condivisione di un dono; lasciamo che questa comunicazione e questa condivisione ineffabili si lascino ammirare attraverso il dono che si eterna nel tempo e si ripete attraverso le sue immagini e i suoi correlati nel quotidiano; uno di questi correlati – posso dichiararlo con sicurezza – è la neve del “Giardino delle Rose” in quella meravigliosa favola, che per tutti noi in paese ebbe come protagonisti prima Aurora e Riccardo, e ora il piccolo Matteo: il frutto di una colpa, certamente, ma non solo, se riusciamo a spezzare le catene di quelle fragili teorie: a me basta ammirarlo come una vera forza della natura che sta vincendo – non chiedetemi perché e guardatevi da facili risposte – una gara dopo l’altra nello sci di fondo. A me basta questo: accettare ogni tanto l’invito di Riccardo e Aurora al ristorante vicino alla pista dell’Antico Mulino, tornato agli antichi splendori, e ammirare la potenza che sa esprimere nel suo corpo, nel suo passo spinta, nel pattinare con gli sci, nella perfezione e nell’armonia del gesto atletico quel semplice e simpatico ragazzo di un piccolo paese di montagna. Se poi volete avere anche la gratificazione di un sorriso, lasciatevi consigliare un piatto di salsicce e patate cotte alla brace. Apprezzate tutto così com’è. Non cedete a pretese illusorie e poi, quando Matteo si sarà aggiunto a tavola, stremato dall’allenamento, ditegli che il sangue da cui tutto è iniziato è quello buono. Poi, dopo aver pranzato, fate una pista insieme a loro due, in silenzio, godendovi quell’esperienza, lasciandovi invadere da quel paesaggio bianco dominato da una forza che per me è scesa proprio da lassù, da quelle cime del Catinaccio che paiono fragili, ma che evidentemente all’anima di due persone come tante qui in paese hanno saputo, in un modo o nell’altro, urlare stentoree. A me adesso basta questo.

Il volo dell’airone

La strada bianca davanti a lui si perdeva nell’orizzonte delle piatte campagne autunnali. La luce era soffusa. C’era nebbia; era novembre, ma non era abbastanza fitta da impedire di seguire per lungo tratto quella traccia bianca, che squarciava il grigio dominante alla sua destra e alla sua sinistra. Sembrava non finire. Era il suo desiderio forse che non finisse, anche se ben sapeva dove finiva. Dal casco scendevano gocce di umidità accumulatasi nei tanti chilometri già percorsi; anche dal telaio della bici ne scendevano. Quella pausa aveva aumentato la percezione dell’umidità. Arrivò ad un bivio con uno stradello erboso che saliva sull’argine del fiume. Lo prese e arrivò sul silenzioso rivale. Lasciò per terra la bici, sulla rugiada. Si tolse casco e passamontagna. Si girò verso l’alveo pieno d’acqua. La corrente procedeva lenta, aggiungendo acqua grigia al tanto grigio tutt’intorno, che di quell’acqua si alimentava. Si alzava da lì la nebbia, da quel flusso, da quell’acqua, da quella placida corrente che gelosamente conservava in sé risposte a domande antiche. Anche lei si perdeva nell’orizzonte, dall’altra parte. Si girò. Rivide la strada bianca che per lungo tratto aveva percorso e che si perdeva anch’essa nell’orizzonte. Si sedette per terra. Voleva ascoltare un richiamo che veniva da lontano, appena percepibile. Ma rilesse il messaggio, già letto tre volte. La notifica era arrivata poco dopo la partenza, due ore prima. Non lo aveva letto subito. Pur sapendo di chi era, aveva atteso la prima sosta. Sapeva di chi era e sapeva che cosa diceva. Non c’era fretta, perché non c’era attesa. La lettura era stata una conferma di quell’attesa per nulla sospesa nel dubbio. La nebbia aveva bagnato anche lo schermo del cellulare, come volesse piangere per lui: le lacrime, le aveva spese tutte ormai. Arrivato al fiume aveva riletto il messaggio per la seconda volta e aveva anche meditato una risposta; ma si era come persa nella caligine generale. Anche la mente era annebbiata ormai. Non percepiva forza. Non trovava le parole annaspando alla cieca in quella foschia. Eppure essa non infondeva tristezza. Appariva parte di un ordine cosmico, di un inevitabile, necessario, naturale ciclo. Rimise il cellulare nel taschino. Riprese la bici, incerto se proseguire per la strada bianca, o per l’erboso rivale. Era più faticoso, ma scelse il secondo. E procedette, controcorrente, su, avanti, verso quel grigio che, infittendosi laggiù in fondo, nascondeva i primi colli. Laggiù in fondo all’anima non c’era invece più nulla da nascondere. Avanti. Macinare chilometri, sfidare acido lattico e battito cardiaco. Avanti. Macinare linee rette di sentieri erbosi, di rivali amici, che difendono l’anima che scorre in quelle acque dolci e lente. Ed ecco la visione attesa e desiderata; ecco: l’antico incoraggiamento alla sapienza, unico capace di dissipare nebbie, di combattere menzogne, di evitare delusioni e di non cedere a fallaci, illusorie lusinghe: la placida e maestosa eleganza di due aironi, che non si alzarono in volo al suo avvicinarsi, gli fece capire che poteva sentirsi in terra amica. Il loro candore illuminò il paesaggio grigio, giustamente grigio ora. Anche la nebbia aveva trovato il suo giusto posto. Lì tutto rispondeva all’ordine naturale delle cose. E all’ordine naturale delle cose doveva adeguarsi anche la sua anima. Avanti. Macinare chilometri di erba, seguendo una traccia di sentiero sempre più amica. I due aironi si alzarono in volo. Si posarono ai bordi dell’acqua più avanti rispetto a lui, ripiegando due metri di ali. Avanti. Macinare ancora, pedalare e liberare dai residui vincoli quell’anima. Avanti, verso quell’orizzonte, che prima o poi svelerà la sua natura. Il sentiero di rivale arrivò ad un altro bivio. Poteva continuare o scendere sulla sterrata che aveva percorso per tanti chilometri. Restò sul rivale. Avanti. Avanti ancora. Nel taschino, sulla schiena non si sentiva il peso di quella risposta mancata. Non apparteneva più a quel mondo quel messaggio? Le ali dei due aironi nuovamente si distesero sopra di lui, seguendolo come due aquiloni. Un filo lo legava a loro. Si abbandonò a quel filo, si lasciò prendere da quel vincolo di libertà. Avanti. L’anima fluiva sempre placida nella direzione opposta, verso la foce e la sua libertà, immemore di tradimenti, immemore di pericolosi giochi con i sentimenti e le emozioni. Ma lui doveva comprendere quel monito, doveva seguire l’incoraggiamento, doveva ascoltare gli aironi, doveva dare una risposta e per poterla dare non doveva assecondare l’anima, ma la memoria. Doveva andare contro quella corrente. Inevitabilmente. Avanti. Macinare chilometri, chilometri, chilometri. Verso quell’orizzonte celato dalla nebbia, verso l’origine di tutto. Lì era la risposta. Lì sogni ed emozioni, tradimenti e menzogne non avrebbero avuto più segreti. Da lì era giunto quel richiamo. Ne era sicuro. Perché conosceva quel fiume. Perché si fidava di lui. Perché lì tutto era nell’ordine naturale delle cose. Quei romani antichi, quelle genti dell’Italia antica di cui leggeva i testi a scuola con i suoi ragazzi lo chiamavano spesso Pater. Ma si vergognavano di dirlo nei testi, nelle opere letterarie; lo facevano dove credevano di non essere visti da nessuno, vicino ad una sorgente, in un bosco opaco, nel segreto di un paesaggio amico, ascoltando la voce di un vento o interpretando come segno un baleno; là dove sapevano che avrebbero avuto quelle risposte alle grandi domande della vita, che le divinità ufficiali non avrebbero mai dato loro. Pater. Il padre lo chiamava. Devo arrivare là dove tutto ebbe origine. Avanti. Avanti sempre. Ormai non erano più gocce di umidità quelle che bagnavano le lenti. Sentiva l’ansia salire, sentiva sì l’acido lattico accumularsi nelle gambe, ma sentiva il cuore soprattutto che batteva; batteva forte perché sapeva che la strada presa era quella giusta. Avanti. Quella corrente dava forza, perché nasceva là dove tutto sarebbe stato chiaro. Devo arrivare.

Gli aironi si fermarono. Nel piegarsi delle loro anime, ripiegò la memoria in un abisso di dolore. Era inevitabile. Lo sapeva. Anche a quello era preparato. Si fermò. Mise mano con decisione ai freni. I dischi fischiarono. Gli aironi, pur spauriti, drizzarono il capo, ma non volarono via. Qualcosa ora turbava quell’armonia infranta. Qualcosa che veniva da dietro; la risposta mancata. Riprese il cellulare, rimanendo in piedi a cavallo della bici. Compose la risposta a lungo meditata. Un airone, uno solo, si alzò e portò quel messaggio, come sapesse da tempo che avrebbe dovuto compiere quella consegna. La memoria era annegata nel mondo dei tradimenti e delle delusioni, delle menzogne e dei puerili infingimenti in cui l’anima era stata per tanto tempo illusa e alla fine beffardamente derisa. Non meritava tante parole quella risposta, ma un nobile e autorevole messaggero. Lo aveva trovato in un grande, semplice, candido airone che partì fedele, consapevole della gravità del momento e dell’importanza del ruolo. Seguì il richiamo del Pater. Ripartì. Avanti. Spingeva con forza sul faticoso manto erboso, su, verso la risposta vera, quella che contava. Un richiamo dalla nebbia. Il padre aveva risposto. In lui trovò fiducia. La strada finì, il fiume era arrivato alla foce, il suo corso aveva trovato la libertà, lui era arrivato alla sorgente, l’orizzonte aveva squadernato la verità, l’ordine naturale delle cose aveva ridato l’agognata serenità. La strada finì. Il sentiero non seguiva più il rivale. Non c’era più la traccia. L’anima aveva capito. Il Pater aveva risposto. La sua parola veniva da lì, da un tumulo di terra, coperto di fiori e da un’antica iscrizione. Il figlio s’inginocchiò e ascoltò. Gli aironi si riunirono lì con lui, sul tumulo di pace. Gli aironi della saggezza. Gli aironi del silenzio. Gli aironi del timore, del rispetto. Le due anime si riunirono. Altrove erano le menzogne, altrove le frustrazioni e le delusioni, lì non si giocava pericolosamente con i sentimenti altrui; lì si dialogava con l’antica verità, con il timore di ciò che è giusto temere. Dissipatasi la nebbia, il dialogo era ora assai più dolce di quanto si aspettasse. Come i due aironi, che finalmente avevano dispiegato maestosi le ali nella libertà dell’azzurro, sui colli liberi da nebbia, dove illusioni e finzioni non avevano spazio, Il padre e il figlio dialogano; e la concordia è figlia dell’armonia ritrovata nell’ordine naturale delle cose, dove il timore non è mai paura, ma rispetto, non gioca con i sentimenti degli altri, non li lusinga blandamente, ma li ascolta con devozione, li accompagna silenzioso, li asseconda, li guida con la sua placida e fiduciosa corrente, che scende e si affida a quelle leggi in cui l’uomo riconobbe le sue prime divinità. Il padre e il figlio volarono. Delle incerte tracce di sentiero non c’è più alcun bisogno per cercare la risposta che conta; ci sono le ali immense di due candidi aironi.

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