L’ultima curva

Era prevista da giorni. Dopo settimane di clima primaverile fuori stagione, di turisti con il broncio, di paesaggio finto con le lingue bianche delle piste disegnate dai cannoni nel paesaggio verde, finalmente era arrivata. Ed era arrivata facendo il botto. Aveva iniziato in tarda mattina portata da vento forte. E poi la nevicata si era infittita sempre di più. I due fratelli, Mario, il parrucchiere del paese, e Alberto, proprietario dell’officina meccanica, avevano deciso di chiudere prima le loro attività. Mario era tornato a casa da sua moglie Sofia. Alberto, che, viste le previsioni, aveva già applicato lo spazzaneve al suo camioncino, era pronto, insieme ad altri, a rispondere al messaggio del sindaco e a mettersi al lavoro. Ma i due fratelli, sulle porte delle rispettive case, non parlavano della neve. In montagna la neve non è un problema e fa parte della quotidianità da sempre; lo può essere chi incautamente la sfida. Parlavano del loro amico e vicino di casa, insegnante da anni nella loro comunità, da quando aveva fatto la scelta di lavorare in quel paese e in quella scuola; e lì in quella comunità, appunto, da tempo viveva. Il “prof”, come da tutti era semplicemente chiamato, in quanto unico uomo insieme a un bidello a lavorare in quella piccola scuola, destava preoccupazione in tanti quel giorno, da quando Annamaria, che abitava nell’ultima casa prima della rotonda, dove iniziava la strada del passo, aveva comunicato che, prima che questa fosse chiusa, era passata proprio l’auto del prof. Era il gesto che tanti di quelli che gli volevano bene purtroppo temevano e che puntualmente si era verificato. Non era la prima volta che lo faceva da quel giorno di gennaio di dieci anni prima, quando, sempre sotto una fitta nevicata e sempre con la strada del passo chiusa, lui era andato nella sua baita, in realtà una piccola casetta con piano terra in pietra e alzato in legno, che il marito di Annamaria, geometra, aveva trasformato in un rustico e caldo ambiente unico, una specie di loft. Gli volevano bene, perché era un bravo insegnante, era persona sensibile, era amato dai suoi ragazzi, stava spesso con loro al bar, nella piazza, nel giardino pubblico. Ma gli volevano bene soprattutto dopo quello che era successo anni fa quel giorno di gennaio. Alberto ricorda meglio di tutti quanto successe allora, in quella giornata che lasciò un segno, un brutto segno, in tutta la comunità. La strada del passo era stata chiusa e non ancora pulita dopo un’abbondante nevicata. Arrivò alla stazione dei carabinieri una chiamata di soccorso da parte di una donna rimasta bloccata, evidentemente uscita da una delle strade private e non a conoscenza della temporanea chiusura della strada principale; fu Alberto a salire con lo spazzaneve e a trovare la Cinquecento bianca ferma in mezzo alla bufera, bloccata nella neve. Lei era visibilmente alterata. Alberto, che la conosceva bene, non l’aveva mai vista così: nervosamente si asciugava il viso con un fazzoletto e cercava in modo innaturale e maldestro di dissimulare un malessere che trapelava in modo palese. Alberto riuscì ad estrarre l’auto dalla neve e a metterla dietro il suo mezzo. Disse alla donna di seguirlo standogli vicino. Provò a fare domande sul prof, ma non ebbe alcuna risposta. Arrivati alla fine della discesa, in fondo alla strada, alla rotonda dove iniziano le case del paese, Alberto intravvide una mano che ringraziava da dietro un finestrino appannato. Da quel giorno la Cinquecento bianca e chi l’aveva guidata, popolando fantasie di ogni tipo nelle menti della gente del paese, non si vide più. Dieci anni erano passati. E la piccola comunità sentiva la mancanza di quella Cinquecento bianca. La avvertiva immancabilmente quando vedeva lui, il loro prof, e quando realizzava il cambiamento che quel giorno aveva apportato all’esistenza sua e alla vita di tutti loro. Quando Alberto tornò al bar, vide Mario che gli disse che il prof non rispondeva al telefono. Sapevano tutti che era lassù. Cosa fosse successo non si seppe mai. Lui non ne parlò mai a voce. Erano per tutti loro in paese una coppia bellissima e affiatata. Lei era un’insegnante di educazione fisica di una scuola in città, che portava spesso i ragazzi a sciare e a fare escursioni con le ciaspole nelle piste del loro paese. Il barista del rifugio, Halit, un gioviale quarantenne di origine balcanica, gli aveva parlato di un’insegnante di una scuola di città, “una donna affascinante”, che veniva spesso con i ragazzi sulle piste del passo: nel suo linguaggio semplice e con il suo lessico decisamente diretto e ben poco allusivo non mancò più volte di dire nei suoi messaggi quale notevole esemplare del genere femminile fosse quel giorno arrivato al rifugio. Un giorno in un messaggio Halit descrisse la giovane insegnante in tutti i particolari fisici, partendo ovviamente dalle parti più curvilinee, che a lui evidentemente interessavano di più, e concludendo con la descrizione dei particolari che invece solleticarono l’interesse del prof:  “ha un naso molto particolare, aquilino, lineamenti del viso marcati, un alone vagamente orientaleggiante che noi balcanici, mescolatici per secoli con i turchi, riconosciamo subito, un piccolo neo vicino al naso, occhi neri vivacissimi, una chioma di capelli neri lunghi che è una meraviglia della natura e un sorriso che spakka”.  Nessuno seppe se tutto fosse dipeso dalle quelle due kappa o dal neo, o dai capelli, o dalle curve descritte centimetro per centimetro da Halit, fatto sta che il prof decise di associarsi un giorno con i suoi ragazzi a quelle uscite, che lo incuriosirono, e organizzò un’escursione con le ciaspole con una sua classe, non appena ebbe da Halit la data della prossima comparizione della misteriosa divinità orientale. Fu così che un bel giorno al rifugio su al passo, proprio sui tavoli dove Halit serviva la pasta e fagioli a detta di tanti la più buona di tutta la valle, i due gruppi, quello del prof e quello della divinità orientale, si fermarono per il pranzo e si incontrarono: la freccia di cupido evidentemente fece centro, quando i due insegnanti si conobbero e Halit, ammiccando con il prof, disse: “Sono fiero che nel mio rifugio sia appena nato un gemellaggio tra due scuole. La quota degli accompagnatori è offerta dalla casa.” In effetti, trattandosi di un giovedì, giornata infrasettimanale, quei due gruppi di quasi sessanta persone, compresi gli altri due colleghi del prof e della donna della scuola di città, avevano portato in cassa una cifra che per Halit era assolutamente insperata. Alberto era arrivato al passo, passando per il sentiero nel bosco, che incrociava il pianoro della sua baita; l’altro gruppo aveva preso un’altra mulattiera estiva, che per anni era stata usata come tracciato per una pista di sci di fondo nei mesi invernali. A tavola il prof convinse la collega appena conosciuta a passare per il bosco, dicendole che il panorama sarebbe stato molto più bello, ma che bisognava prestare attenzione ad alcuni tratti ripidi. Halit vide subito dai sorrisi che si scambiavano, dal modo in cui parlavano, da come il prof avesse quasi dimenticato di avere la responsabilità di un gruppo di ragazzi, che la famosa alchimia chimica era scattata. “C’è qualcosa di incredibilmente misterioso che unisce queste due persone”, scrisse nel massaggio che inviò ad Alberto e Mario, che sapeva in paese non solo vicini di casa, ma amici del prof. In pochi minuti tutto il paese seppe. Alberto non vide subito il messaggio, ma Mario sì, lo vide subito e rispose: “Ma lui è così timido …” Halit ribatté: “Anche lei. È questo il bello.” Al ritorno verso il paese, da cui erano partiti per quella escursione con le ciaspole con il gruppo dei ragazzi, passarono infatti proprio dalla carrareccia, che dal passo giungeva alla sua baita e diventava poi lo stradello privato, che portava alla strada principale. Il prof e lei rimasero sempre insieme in fondo al gruppo. Lui, che conosceva benissimo quella pista, spesso aiutò lei nei punti più ripidi. Da lì scendeva anche un sentiero, da cui si arrivava in paese più velocemente a piedi, quello che il prof con i suoi ragazzi avevano già percorso in salita. Alberto li incontrò su quel sentiero e vide che in un tratto un po’ più ripido e delicato il prof era particolarmente attento ad aiutare i ragazzi ad affrontarlo nel giusto modo. Vide anche che per ultima passò lei. Ma la donna scivolò, perdendo l’equilibrio e finendo proprio in braccio al prof. Alberto ebbe la conferma dei sospetti di Halit, nel momento in cui assistette al bacio che i due si diedero quando lei si rialzò, ridendo spensierata e per nulla preoccupata della brutta figura fatta con i suoi ragazzi. Da quel giorno lei veniva su sempre più spesso con la sua Cinquecento bianca. E non veniva mai a casa sua in paese: alla rotonda girava per la strada del passo e andava sempre alla baita. E quella Cinquecento bianca era diventata in cert senso parte delle fantasticherie che tutti in paese iniziarono a raccontare, costruire, inventare, modificare, rielaborare con sempre nuovi dettagli sul loro prof. Era una piccola epica di paese quella che si ambientava in quella baita e che stava prendendo forma nelle riunioni a tavola delle famiglie al termine del dure giornate di lavoro, che la stagione turistica imponeva per il divertimento altrui. Era bello quando la mattina presto scendevano insieme dalla baita, abbracciati per fare colazione insieme al bar, prima che lei scendesse in città alla sua scuola e lui andasse a sua volta alla sua scuola, la loro scuola, la scuola del loro paese, dove tutti loro avevano passato un po’ della loro vita. Era bello il modo semplice in cui il prof e la divinità orientale dichiaravano a tutti di essere innamorati.

Il loro prof da anni scriveva. Aveva iniziato con delle poesie di montagna. A loro piacevano, ma il genere trovava poco interesse giù in città. Decise allora di passare alla narrativa ed ebbe più successo. Sempre racconti di montagna e sempre lei, in forme diverse li popolava, con la sua chioma di capelli neri, i suoi occhi neri, il suo accento orientale. Nessuno di loro aveva mai saputo da dove venisse quello splendore del genere femminile che, ogni volta che faceva la sua apparizione nel bar del paese, lasciava a bocca aperta tutti, soprattutto gli uomini, con quel suo fisico atletico, sempre tonico e perfetto, quei capelli che ora lasciava ondeggiare con voluttuosa civetteria, ora raccoglieva in una lunga coda di cavallo, che spesso era lui a farle lì al bar, accarezzandoglieli morbidamente, incurante degli sguardi altrui. Il piccolo birichino neo a fianco del naso leggermente adunco che tradiva inconfondibile origine orientale per loro, ma dantesca per lui, era stato oggetto di tante ipotesi sulla sua origine. Benché si fosse conquistata l’epiteto di “divinità orientale”, parlava tuttavia italiano perfetto. Non solo: rispondeva alle battute in dialetto, quello di città un po’ imbastardito, ma apprezzato ugualmente dai più puntigliosi puristi locali. E quegli occhi vivaci? Avevano un potere unico di sprigionare fiamme di passione in chi ne fosse colpito. Quanto era bella! Una bellezza di quelle che lasciavano il segno non tanto perché espressa da un fisico, quanto perché diffusa da uno spirito che, potente in modo ineffabile, emanava ogni sua forza al suo passaggio; una bellezza che passava per il sorriso, per gli occhi, per quella leggera e morbida chioma di capelli neri, che sembravano parlare muovendosi in modo così delicato e sinuoso. Aveva avuto proprio un bel fiuto il prof, dicevano spesso, nelle più svariate coloriture che il loro dialetto consentiva. Lo invidiavano. Sì, non riuscivano a celare, anche espressamente nei suoi confronti, la loro bonaria invidia per quella meraviglia di collega di educazione fisica che aveva trovato e che, seppur discretamente, faceva un po’ parte della loro comunità. Ma Alberto e Mario avevano sempre nutrito grande rispetto per lui e per la sua storia con lei; all’inizio qualche battuta piccante sulla bocca di qualcuno c’era stata. Poi i due fratelli erano prontamente intervenuti a difesa del prof e nessuno aveva più osato esprimere né pensare mai niente di volgare né di offensivo. Era un atto di amore di un paese intero quello che accompagnava e partecipava a quella presenza nella baita, due chilometri fuori dalla strada del passo. Una passione che animava, che infondeva vita, ma che, soprattutto ispirava rispetto per qualcosa che loro non avevano mai capito da cosa derivasse. Era il loro prof, gli volevano bene, lo avevano accolto, scriveva di loro cose belle. Che fosse quella la ragione che ispirava quel senso di autorevole semplicità che era nell’aria intorno a lui? Che fosse quello il suo alone particolare? Era un carisma anche quello, in un modo o nell’altro, un carisma fatto di gesti semplici, alieno da protagonismo, ma ricchissimo di affetto e solidarietà. Alberto e Mario erano quelli che più parlavano con lui. Abitavano nelle case del paese da cui partiva il sentiero che, tagliando per il bosco, arrivava direttamente alla baita. Lo vedevano più frequentemente, perché, molto spesso scendeva e risaliva a piedi da lì, quando, anziché a casa in paese, andava su alla baita. Anche d’inverno. Quante volte dentro la loro testa gli avevano dato del matto, vedendolo infilare le pedule nelle ciaspole e salire su per l’erta, nella neve non battuta se non da lui, con lo zaino pesante di libri. E quando passava di lì lo salutavano felici, perché sapevano che lassù andava ad aspettare lei.

Da quel giorno di gennaio il prof era cambiato. Non scriveva più in casa sua in paese, ma solo su alla casetta, dove passava spesso da solo interi fine settimana. D’estate o nelle vacanze di Natale riceveva qualche visita da parte dei suoi due fratelli, sempre giù in paese, mai su alla casetta. Non si muoveva più dal paese. Quando uscì la prima raccolta di racconti, fu intitolata Il tempio della memoria: tutti in paese capirono che il riferimento era alla baita. E da allora tutti capirono che là dentro covava qualcosa di poco bello, di molto diverso da quello che per tanti anni la loro epica di paese aveva immaginato e costruito. Il prof non riusciva più a sorridere come prima. Il dolore lo stava rodendo. Quando andava lassù produceva pagine diverse da quelle di prima, pagine più forti, più vissute, più passionali, riuscendo a esprimere sentimenti che neppure loro, nati lì, sarebbero riusciti a cogliere in quel modo. Trasferiva nel paesaggio quella passione che aveva perduto nell’anima; riempiva con il paesaggio il vuoto che lei aveva lasciato. Quei testi scritti dopo quella giornata di gennaio, rimasta indimenticabile negli annali della piccola comunità, erano più belli, ma lui no. Lui, dentro di sé, nella sua anima, non era più bello come prima per loro. Lo capivano alla colazione al bar. Lo capivano nel bar della scuola all’intervallo. Lo capivano quando si fermava in chiacchiere a commentare il giornale da Mario. Lo capivano sulle panchine del giardino pubblico. Lo capivano quando con Alberto trascorreva ore davanti a un grappino che durava eternamente, tanto a lungo quanto interminabili erano gli sforzi dell’amico per capire cosa stesse succedendo alla sua anima. Alberto leggeva i suoi racconti e aveva capito di quei testi qualcosa che altri forse non avevano percepito. Il prof se ne era accorto. Lo ascoltava con piacere, ma in silenzio, senza mai dargli la soddisfazione di aver compreso un riferimento particolare, di aver interpretato una metafora rappresentata da un animale, da una figura del paesaggio, da una scena. Mai. Ascoltava in silenzio. Annuiva con il capo. Prendeva in mano il bicchierino di grappa. Lo annusava più volte senza bere. Quando beveva, lo faceva a sorsi lentissimi. Ogni incontro terminava con la stessa frase: “Grazie, Alberto. Sei un amico.” Frase che rafforzava un’amicizia, ma che ad Alberto sembrava non servire a risolvere un problema. E ne soffriva quando lavorava nella sua officina, pensando all’amico, vedendolo passare a piedi, per inerpicarsi per quel sentiero: un viaggio dell’anima ormai per lui. Allora Alberto usciva dall’officina, lo seguiva finché riusciva a vederne la sagoma salire su per il bosco. E dentro di sé la sua anima di uomo di montagna, da sempre abituato a essere devoto e religioso, ma soprattutto solidale al momento del bisogno, comprendeva lo stato di chi in quel momento non era felice; e non mancava di rivolgere nel suo animo una preghiera che accompagnava quella faticosa e dolorosa salita alla baita, ben diversa da quella di anni prima.

Qualcuno si era informato giù in città. Sembrava che lei si fosse trasferita. Voci raccolte qua e là dalla curiosità della piccola comunità parlavano di un genitore di uno studente, titolare di un importante studio commerciale in una città vicina dove lei si sarebbe trasferita, convinta da lui ad abbandonare le tristi e malinconiche montagne per la più viva città. Queste voci si rincorrevano di casa in casa e arrivarono anche a lui ovviamente, tanto piccola era la comunità. Sarebbe più volte stata vista in locali notturni insieme a questo benestante professionista, che con grande classe le apriva gli sportelli della sua auto sportiva, la riempiva di gioielli e abiti eleganti. Così si diceva. E lui soffriva. Per la piccola comunità era una grande persona il loro prof. E quelle notizie facevano male non solo a lui, ma anche a tutta la piccola comunità, che lo amava con affetto sincero da sempre, da quando lui aveva scelto di vivere da loro. Alberto e Mario raccoglievano e confrontavano quelle voci su di lei con quello che avveniva in quella baita, al termine di una stretta strada privata, che s’inerpicava ripida su un pendio, che terminava in un piccolo pianoro. Ricordavano quando lei veniva su con i ragazzi della scuola e ricordavano che su al rifugio del passo i due stavano sempre insieme a tavola a mangiare. Ma le donne del paese avevano altri modi per pensare a loro: ricordavano soprattutto che erano stati la coppia dei sogni per molte di loro. Il giornalaio ad alcune affezionate di romanzi rosa faceva spesso la battuta: “Ma non l’abbiamo qui in paese il più bello di tutti i romanzi rosa? Perché comprate questa roba scadente?” Era un romanzo rosa. Sì. Il loro prof era diventato anche quello: il protagonista di un romanzo rosa. Ma a lui non dispiaceva, tutto sommato, recitare quella parte, che si era trovato cucita addosso da quell’antica e resistente tradizione popolare fatta di semplicità. Alla fine dei conti, se era lì a lavorare, era perché la amava, quella comunità, anche per quegli aspetti che lui definiva, solo con chi capiva il significato non offensivo del termine, atavici e primordiali. Non c’era niente di male. Erano brave persone. Gli volevano bene anche così, facendo di lui una specie di JR. Lui ne voleva tanto a loro, in compenso. E non mancava di farlo capire, appena gli si presentava l’occasione. Si aiutavano a vicenda tutti. E aiutarsi tutti a vicenda significava anche regalare un sorriso alle tante persone con le quali il suo lavoro lo metteva in contatto quasi quotidianamente: al genitore che veniva a un colloquio, appena reduce da un lutto familiare; alla mamma del ragazzino disabile che aveva in classe per farle capire che lui comprendeva che il dolore non era solo del ragazzino, ma anche di chi con lui doveva passare giornate intere; allo studente in una di quelle crisi adolescenziali d’amore che anche lui aveva vissuto e passato. Era questo che piaceva di lui a quella piccola comunità che lo aveva saputo accogliere. Non parlava. Appariva poco. Ma quando lo faceva, in un modo o nell’altro lasciava un segno e lasciava sempre un modo per far parlare di sé. I manuali di psicologia sociale sentenziano e pontificano, dichiarando che non è facile interagire con quei gruppi chiusi, soprattutto nelle valli di montagna; lui ci era riuscito. Perciò: o era lui l’eccezione che confermava la regola, o erano i manuali dei corsi di psicologia sociale da rivedere. Insomma, che importava se la baita, il suo tempio della memoria, era diventata per loro lo spazio narrativo di un romanzo rosa? Stava così bene insieme a loro che accettare questa parte, sicuramente non entusiasmante per i più, per lui era il modo per ricambiare l’affetto che loro manifestavano per lui. E a lui piaceva così. Lontano dai riflettori, dedicando ore a pensare e a riflettere sui tanti errori che nella giornata poteva aver commesso.

Era religioso, dicevano di lui i paesani. Andava a messa ogni domenica. Ma non si sapeva mai di che genere fosse veramente il suo essere religioso. Ai ragazzi in classe non parlava bene delle religioni nel loro complesso, soprattutto di quelle che avevano nel tempo assunto un carattere più istituzionale. Non mancava di mettere in luce i difetti del monoteismo. Ne parlava sempre. Eppure andava in chiesa e pregava. Pregava tanto. I suoi racconti erano pervasi fortemente di questo afflato spirituale, in cui entravano riflessioni che erano quelle delle sue lezioni ai ragazzi più grandi del corso scientifico. Questi tornavano a casa, ne discutevano in famiglia, i genitori spesso non capivano i contenuti dei testi di cui i ragazzi parlavano, ma una cosa la capivano, e molto bene: la fede di quell’uomo era forte e incrollabile. Tutto stava nel capire in che cosa egli avesse fede. Nessuno lo aveva mai capito. Eppure quante volte lo vedevano fermarsi un attimo davanti alla chiesa, salutare con un caloroso abbraccio il parroco ed entrare in canonica; e poi vedevano accendersi la luce dello studio del parroco: quella luce rimaneva accesa per ore. Chi abitava vicino alla chiesa parlava di due persone che discutevano animatamente, che prendevano libri e leggevano e spesso il tono di voce era alto, come se litigassero. Il parroco veniva da lontano. Era nato in una famiglia polacca non cattolica. Durante l’occupazione tedesca, un suo nonno, ebreo non osservante, si era convertito al cattolicesimo, facendosi cambiare a pagamento addirittura il cognome, per paura delle rappresaglie; durante il comunismo sua mamma denunciava al partito chi andava in chiesa. Quell’uomo ne aveva tante davvero di esperienze da raccontare e lui ascoltava, ma certe cose non le capiva e spesso in chiesa, durante l’omelia, lo vedevano con i gomiti poggiati sulle ginocchia, mentre scuoteva la testa tra le mani. Ma perché discutevano così animatamente e così a lungo là dentro, nello studio del parroco? Il giornalaio, che, come accade spesso nei paesi di montagna, vendeva anche libri, diceva che il parroco conosceva parola per parola i suoi racconti, ma, quando veniva a prendere il giornale e lui gli chiedeva se gli erano piaciuti, non aveva mai osato dire di sì. Eppure si capiva lontano un miglio che al parroco piacevano.

Gli ultimi racconti che aveva scritto parlavano per immagini. Erano più difficili. E per molti di loro i riferimenti più profondi, anche di tipo filosofico, diventavano ardui da capire. Ma una cosa li colpiva: il titolo dell’ultima raccolta era L’ultima curva. Tutti conoscevano quella strada che arrivava lassù alla casetta e tutti sapevano quanto fosse pericolosa per chi andava su in salita quell’ultima curva, al termine di un tratto impegnativo e molto ripido anche per un’auto, molto stretta, a gomito, quasi un tornante che girava attorno a uno sperone di roccia appuntito, che sembrava voler tagliare la strada. Appariva spesso, in quei testi molto diversi dai primi, pervasi da un sentimento di dolore abilmente dissimulato, una figura femminile che scompariva dietro quella curva. E questa figura era quasi un’ossessione. Il prof dipingeva anche nel tempo libero. E le ultime opere, che a loro piacquero tanto che finirono in quasi tutti i negozi del paese, attiravano l’attenzione dei turisti che vedevano spesso quella figura femminile di spalle con una lunga chioma di capelli neri, sempre raffigurata su una strada in procinto di curvare a destra. Era una strada di montagna, era una strada costiera a picco sul mare, era una carraia di campagna, era un vicolo di periferia urbana: ma la curva e la figura femminile di spalle non mancavano mai in quelle rappresentazioni. Era diventata proprio un’ossessione. Ma con il prof nessuno aveva il coraggio di parlarne, di indagare, di chiedere o soddisfare una semplice curiosità. Sia chi sapeva di più, sia chi sapeva di meno, tutti quanti gli volevano troppo bene per profferire parole che gli potessero fare troppo male.

Alberto partì con lo spazzaneve. Mario tornò a chiudere il negozio. Molte case si prepararono ad affrontare quella serata di neve, tanto attesa da tutti. I messaggi tra di loro avevano compiuto ormai il loro giro: non erano pochi quelli che pensavano a lui. L’auto del prof, ultima a essere passata dalla rotonda e ad aver imboccato la strada del passo, prima che fosse chiusa, li preoccupava davvero. Era quello solo l’ultimo di uno dei tanti comportamenti che negli ultimi dieci anni lo avevano reso oggetto di preoccupazione per tanti di loro. La neve scendeva veramente fitta. Non c’erano più auto in circolazione, se non quelle degli ultimi che rincasavano dal lavoro. I pochi turisti erano tutti nei locali al caldo. Tutti si erano raccolti nelle case al sopraggiungere delle prime ombre serali. Tranne lui.

Arrivò con l’auto all’inizio del bosco sotto una bufera di neve, la cui intensità andava crescendo di minuto in minuto. Le gomme termiche non bastavano. Dovette montare anche le catene, quando ebbe lasciato la strada principale – la via maestra, la chiamava lui – per quella privata, che portava alla sua baita, al tempio della memoria. Sollevò la sbarra e accese il lampioncino, che segnava l’inizio della sua strada privata. Da dieci anni non lo accendeva. Funzionava ancora. Ripartì lentamente nella bufera: la neve si stava alzando di livello sul manto stradale. Erano quelli per lui i due chilometri più belli e più sofferti allo stesso tempo, ogni volta che saliva lassù. Ogni azione sul volante era un ricordo di lei. Ogni movimento dell’auto lo portava istintivamente a cercare lei al suo fianco, sul sedile vuoto del passeggero. Persino i fasci di luce dei fanali, che gli sbalzi violenti dell’auto sul fondo innevato agitavano qua e là, su e giù, sembravano quasi cercare lei tra le folate di neve. Le curve della strada, la dolcezza di quel posarsi della neve fiocco su fiocco, il vento che sembrava avere un carattere diverso a ogni curva e che a ogni curva sembrava modellare il paesaggio stesso in modo diverso, tutto rimandava a lei, tutto rimandava a quelle meravigliose escursioni con le ciaspole con i ragazzi delle loro scuole e a quelle che loro due per tanti anni in quel bosco, che conoscevano come le loro tasche, avevano fatto insieme. Ogni curva era un sorriso di lei, che lì un giorno era stato donato a lui. Ogni curva era un abbraccio, che lì un giorno era stato goduto insieme. Ogni curva era un bacio, che lì un giorno era stato assaporato con passione. Ogni curva era una frustata al cuore. E ogni curva che veniva superata era un supplizio, che diventava sempre più insopportabile nell’attesa della più terribile e devastante di tutte quelle curve, per la sua anima fatta a brandelli da dieci anni di salite e discese solitarie per quella strada verso il tempio della memoria. E quel concetto di curva non era per lui solo banale richiamo alla bellezza di lei, ma soprattutto era il correlato del tormento per tutte le difficoltà e le tortuosità, che avevano avuto come conseguenza l’abbandono di quel luogo da parte di lei. E l’immagine tornava lassù, al pianoro finale, alla baita e a quello sperone di roccia che costringeva la strada a piegare in una curva stretta e pericolosa. E infine all’immagine che era la madre di tutti i dolori da anni: il momento in cui, della sua meravigliosa figura che aveva già passato la curva, il vento riportò alla sua vista per un attimo la lunga chioma di capelli neri. Ossessioni, ammalianti e crudeli ossessioni, che il tempo aveva reso ormai signore incontrastate di quel meraviglioso e affascinante paesaggio dell’anima, di cui era schiavo. La strada passava attraverso il bosco. La neve, che turbinava e contro la quale il tergicristallo sembrava ingaggiare un’impari lotta, non riusciva a modificare i ricordi. Il suo scendere copiosa rendeva sempre più difficile il procedere. La strada saliva ripida e, salendo, aumentava l’intensità della nevicata. Ma l’erta più dura, quella in cui le forze del motore non sarebbero bastate, era quella che avrebbe condotto all’ultima curva, dopo la quale avrebbe visto la baita: mordace e ormai solo canzonatorio premio del doloroso salire, da quando lei non c’era più lì accanto a lui, su quel sedile vuoto. Occorrevano anche le forze dell’anima per affrontare quell’erta finale e soprattutto quella curva. Occorrevano forze superiori, per riuscire a passare oltre, senza avvertire la solita angosciante tortura, che quella curva rappresentava per lui da quel giorno di gennaio di dieci anni prima. Quella curva aveva dato vita a immagini che erano diventate incubi e ossessioni. Aveva deciso di sfruttare quelle ossessioni scrivendo. E aveva pensato che intitolare l’ultimo libro L’ultima curva, ricordando proprio quel tratto di strada, che tanto significato aveva assunto per lui, potesse essere un modo per esorcizzarlo una volta tanto. Forse qualcosa era successo. Non sapeva se fosse andato a segno o no l’esorcismo, ma un segnale era arrivato. Il più inatteso di tutti i segnali: un messaggio di lei.

Lo aveva ricevuto in giornata, quando la neve era ancora una chimera nei bollettini meteo per tanti di loro. E quel messaggio lo aveva portato lassù, incurante delle proibitive condizioni atmosferiche. In quel messaggio lei, che si era fatta sentire nuovamente dopo anni di silenzio, gli diceva che aveva letto il suo ultimo libro, L’ultima curva. “Mi piacerebbe parlarne con te. Magari lassù forse certe cose si potranno chiarire meglio. Non so se mi crederai o no. Conoscendoti forse non mi crederai. Ma questi racconti mi hanno commossa. Oggi verrò su. Costi quel che costi. Sono già in viaggio.” Laconica fu la sua risposta: “Ti aspetterò lassù”. “Ti manderò un altro messaggio quando sarò vicina”, concluse lei.

Anni di silenzio. Anni di tormento. Anni di sofferenza con gli occhi fissi su quella maledetta ossessione, che popolava incubi e generava immagini, di cui ormai era schiavo. Quella curva. Immetteva in uno spazio aprico baciato dal sole e libero da alberi, dopo aver attraversato un bosco opaco, per chi saliva. Introduceva in un mondo oscuro di angosce e tormenti, per chi scendeva. A chi saliva dava il premio della luce. A chi scendeva rammentava il dolore della tenebra. Era questa solo una delle immagini che nelle sue ossessioni essa aveva assunto.

Trovò uno spiazzo in cui il vento aveva accumulato meno neve e fermò l’auto. Scese. Non era molto freddo. Non aveva guanti, né berretta. Tirò su il cappuccio dell’orsetto che indossava. Il vento forte lo muoveva e non riusciva a tenerlo fermo sulla testa. Ormai era lontano dalla strada principale. I rumori delle poche auto, che in quella tormenta avevano osato muoversi, non si sentivano più. Non sapeva che dopo il passaggio della sua auto la strada per il passo era stata chiusa. Prese il telefono. C’era campo. Lo sapeva che in quel punto si prendeva bene. Anche per quello si era fermato. Conosceva centimetro per centimetro quel bosco. Attendeva un altro messaggio. Non era arrivato. L’ansia in cuore montò. Ne approfittò per chiamare Alberto; l’amico in quelle giornate solitamente guidava il mezzo che puliva la strada principale. Sapeva che per una buona grappa avrebbe volentieri fatto un giretto anche sui due chilometri della sua strada. Alberto stava infatti lavorando e gli assicurò che, appena finito il giro su fino al passo, nel tornare in paese avrebbe fatto la deviazione fino alla sua baita, ringraziando della grappa. Ora aveva un impegno da rispettare. Prima di ripartire controllò i messaggi. Niente di nuovo. Ripartì. Lo attendeva il tratto più impegnativo, gli ultimi 500m. La bufera non cessava d’intensità. Ma era abituato ad affrontare quelle condizioni. L’auto saliva lentamente e faticosamente. Quella lentezza e quella fatica non erano solo nel procedere dell’auto, nell’arrancare del motore e nello slittare delle ruote: erano la sofferenza accumulata in anni di solitudine decretati dalla perdita dell’unica persona con cui la sua vita avesse conosciuto una parvenza di felicità al di fuori del lavoro e delle conoscenze della vita del paese. Non fu semplice, con la pendenza dell’ultimo tratto e l’intensità sempre maggiore della nevicata, arrivare a quell’ultima curva. L’ansia cresceva maledettamente, come sempre. Quando la vide da lontano, come sempre, il cuore balzò in gola. Come sempre avrebbe voluto evitarla o percorrerla a occhi chiusi. La temeva. Ne aveva terrore. Ne aveva rispetto. Ma allo stesso tempo ne era anche fortemente attratto. Era la curva dell’ansia, del dolore, della separazione. Era la curva che segnava il momento in cui la sua vita aveva preso quella direzione, che non si era mai rassegnato a stimare definitiva. Non vedeva la strada, non vedeva la neve, il vento non portava più fiocchi contro il parabrezza: il vento portava una morbida e fluente chioma di lunghi capelli neri su quel parabrezza. Il vento giocava una partita che aveva il sapore della sfida con la sua anima. Il telefono suonò. Si fermò di nuovo. Era Mario. “Non ti sei fermato. Ho visto la tua auto passare dalla vetrina del negozio. Non avrai intenzione di andare lassù proprio oggi? Non andarci: è pericoloso. Fermati qui per questa notte. Domani andiamo a pulire la strada e potrai entrare in casa tua. Sofia ha fatto una torta di mele e passare due ore a chiacchierare con te ci fa sempre piacere.” Troppo tardi. Era già a poche centinaia di metri. “Grazie, Mario. Sono quasi arrivato. Sarà per un’altra volta.” Arrivò subito il nuovo messaggio: “Testone che non sei altro. Un giorno o l’altro veniamo lassù e te la buttiamo giù quella baita. Ti sta rovinando. È la tua rovina.” Non rispose. Arrivò alla curva. Avrebbe voluto chiudere gli occhi, ma sapeva che se avesse mai chiuso, anche solo per un attimo, quelli del volto, si sarebbero immancabilmente illuminati quelli dell’anima. E avrebbero fatto male. Un’attrazione malvagia, crudele, una forma di tortura lo teneva inchiodato a quella curva stretta. La frangia rocciosa, in quel punto imponente, di cui la strada seguiva la forma, curvando in modo repentino, non consentiva di vedere niente del tracciato da qualunque parte si guardasse in quella direzione. Ma era l’altra direzione, la direzione in discesa dalla casa alla strada principale, quella che recava più dolore. L’ansia era alle stelle. Ancora quella chioma di capelli: il vento, come in un gesto di crudele tortura ordito per lui, li riportò indietro, mentre lei aveva girato la curva e lui urlava il suo nome in preda alla disperazione dalla soglia della baita. Erano gli incubi di anni di richiami a distanza. Erano gli incubi che avevano preso forma nei racconti dell’ultimo libro. Lei li aveva letti. Lui non lo avrebbe mai immaginato. Andò avanti con la forza d’inerzia. L’anima rispondeva con la forza del dolore alla forza del motore, che faceva salire l’auto. Quella curva era stata più volte fotografata, tante volte dipinta; quella curva era oggetto di ossessione nei suoi sogni; quella curva era sempre popolata di figure fantastiche, che assumevano di volta in volta forme diverse, ora rassicuranti, ora inquietanti. Quale figura questa volta sarebbe apparsa nella sua mente? Si aspettava le figure dei suoi sogni e invece fu sufficiente l’apparizione fugace di un solo corvo nero, sulla neve bianchissima, per far salire ulteriormente l’ansia. Passò la curva. E con il cuore in gola, gli occhi bagnati e l’ansia alle stelle, arrivò finalmente allo spiazzo in cui era stata ristrutturata la vecchia baita abbandonata. Una casetta in legno immersa nella neve gli apparve alla vista. La sua casetta con la base in pietra e tutto l’alzato in legno. Il tempio della memoria. Lì dove i momenti più belli della sua vita prendevano forma attraverso lo scavo della memoria. Ma tra i tanti momenti belli ogni tanto se ne intrufolava anche qualcuno di quelli meno graditi. Ed era sempre quella curva appena passata, quell’ultima curva della strada, a collegarsi a queste intermittenze negative. Il tempio della memoria richiedeva dolorosi sacrifici.

Quante notti lassù come quella erano state passate senza quell’ansia, senza quell’angoscia, senza che quella casa e quella strada con quella curva stramaledetta iniziassero a caricarsi di tutti quei significati! La neve impediva l’accesso. La pala era nella casetta degli attrezzi. Dovette raggiungerla, ma era esterna, distante dalla baita; ci riuscì solo affondando fino al polpaccio nella neve fresca, caduta a quell’altitudine assai più copiosa che giù in paese. Aprire la porta non fu facile. Neve recente e ghiaccio meno recente l’avevano bloccata proprio bene. Alla fine ci riuscì, entrò e prese la pala da neve, con la quale pulì il viottolo d’ingresso. Compiva quei gesti quasi in preda a una frenesia che guidava irrazionalmente i suoi muscoli. Quando ripose la pala, alzò l’interruttore generale della corrente elettrica. Si accesero i lampioncini bassi esterni che delimitavano l’area di proprietà: lo spiazzo del pianoro e la parte della strada coperta dalla neve fino alla curva. Disinserì l’antifurto, che aveva dovuto contro voglia far installare per via della posizione isolata della casetta. Dovette spalare molto, prima di poter liberare la porta d’ingresso. La neve aveva lavorato bene accumulandosi proprio tutta lì. Ma quella fresca, ancora soffice, si spalava ancora bene. Lavorò con pazienza, mentre il vento gli faceva ancora volare su e giù il cappuccio dell’orsetto. Aveva sempre amato quel lavoro, quel movimento della pala che dava forma a un viottolo, un viottolo che portava alla strada, una strada che arrivava a quella curva; e lì l’amore prendeva altra forma: la forma della dolorosa separazione di due strade in una via. Chi resta di qua, nel terreno noto e rassicurante della pace della casetta di legno e pietra in montagna, chi va oltre, affidandosi a un ignoto che ha assunto la forma dell’infida libertà. Ma per altri diversi potevano essere i significati. Molto diversi. Ora odiava quella curva, ma ne era attratto in modo affascinante, come spesso capita con gli oggetti che diventano ossessioni della mente e di cui si resta schiavi. Come di un pericoloso feticcio.

Spalando arrivò prima allo spiazzo dove aveva lasciato l’auto, poi alla strada. Non ebbe il coraggio di alzare lo sguardo, che lo avrebbe portato a quello sperone di roccia, che costringeva a quella brusca deviazione. Tornò indietro senza ormai più la possibilità di trattenere il cappuccio, che il vento faceva svolazzare e la neve aveva ormai completamente bagnato. Entrò in casa, lasciando gli scarponi e l’orsetto tutto bagnato sull’ingresso. Andò subito ad accendere il camino. Si sedette in attesa. Il geometra aveva lavorato bene, per realizzare quella specie di ambiente unico: il piano terra era una sala con cucina e un bagno; da qui una scaletta in legno a chiocciola portava su un grande soppalco con una camera e un secondo bagno. Il camino riscaldava tranquillamente tutto, ma c’era anche l’impianto di riscaldamento a gasolio. Tanti tappeti riscaldavano ulteriormente un bellissimo pavimento originale costituito da un parquet che il geometra aveva voluto conservare, come i rivestimenti in legno delle pareti. Un divano, due poltrone, un tavolino di cristallo, un tavolo angolare in legno con panca a elle e l’angolo cucina completavano quell’ambiente, che lui aveva saputo conservare con gusto. Non essendo quindi grande come abitazione, il camino la riscaldò in tempo, per offrire ad Alberto un ambiente abbastanza accogliente. Andò di sopra e si gettò sul letto a occhi chiusi lasciandosi vincere dal dolore e dalla memoria a cui quel tempio era stato consacrato. Proprio nel momento in cui accese il cellulare e rilesse la chat con lei, fu infatti scosso dal clacson del camion spazzaneve: i suoi pensieri, o forse i suoi sogni – chissà se si era addormentato? – erano popolati come da anni dalla stessa figura e dalla stessa curva. Era solo quella stramaledetta curva che lo attirava lì a quella casetta, a quel tempio della memoria. Questa volta un messaggio.

“Ma cosa c’è in questa tua testa per venire quassù in giornate come queste? Mario è preoccupatissimo. Mi ha telefonato per raccomandarmi di venire a controllare che tutto andasse bene. Siamo preoccupati in tanti per te.”

“Siediti, Alberto. Grazie per essere venuto a pulire la strada. Sarai stanco. Da quante ore stai lavorando?”

“No. Non sono stanco. Sto male per te.”

“Lo vuoi un goccio?”

“Non potrei, ma lo prendo volentieri.”

Andò al mobiletto bar ed estrasse della grappa ghiacciata, di cui riempì un bicchiere, che Alberto non si fece pregare di bere.

“Se continua a nevicare così, dovrò ripassare fra qualche ora. Non lo dirò a nessuno. Lo faccio per te.”

La strada era privata e la pulizia sarebbe spettata a lui, non ai mezzi pubblici. Ma siccome in paese aveva aiutato tante persone, soprattutto anziane, ed era molto amato da tanti, nessuno aveva mai protestato se con il mezzo pubblico qualcuno saliva a pulirgli la strada; di quanti lavori e lavoretti fatti dalla gente del paese nella sua casetta sarebbe stato in debito? Alberto si sedette per bere con calma la sua grappa. Lui restò in piedi con la faccia rivolta al muro, davanti a un quadro. Alberto sapeva bene chi aveva dipinto quel quadro e sapeva bene che tutto in quella casa era in un modo o nell’altro legato alla memoria, al passato, alle emozioni, ma soprattutto, purtroppo, alle ormai malinconiche ossessioni di un tempo e di una vita che da tanti anni si era come ibernata, anche per la loro piccola comunità. Lo vide poi spostarsi dal muro alla finestra e guardare fuori. La finestra dava sul davanti proprio in direzione della strada e dell’ultima curva, prima di arrivare allo spiazzo della casetta.

“Ora dovrei andare. Se hai bisogno, chiama”, gli disse, alzandosi, dopo aver lasciato il bicchiere sul tavolino. Gli si avvicinò. Gli pose una mano sulla spalla. La lasciò a lungo lì sopra la spalla di lui. Poi con tutte e due le mani in silenzio gli prese la destra. La strinse. Uscì in silenzio. Il suo camion fu seguito dal suo sguardo, finché non scomparve dietro quella curva. Alberto conosceva i racconti. Sapeva che l’ossessione di lui era legata al fatto che l’aveva vista andarsene, seguendola con lo sguardo e cercando disperatamente di trattenerla con gli occhi, visto che le braccia non c’erano riuscite, fino a quando non scomparve dietro quello sperone che costringeva la strada a una brusca piega. Alberto ricordava quanto spesso quella chioma di capelli che il vento respinse indietro all’improvviso avesse assunto nella sua mente la forma di un beffardo segnale del destino. Per lui invece adesso non era più beffardo quel segnale.

Con il calare della luce, diminuì anche l’intensità della nevicata. I fiocchi ora danzavano più leggeri, portati da un vento meno furioso. Riprese il cellulare in attesa del messaggio. Niente. Lo richiuse. Mentre mangiava un toast, per placare l’ansia in attesa della cena, il telefono suonò. Era ancora Mario che gli chiedeva se avesse bisogno di qualcosa. Gli disse che aveva tutto e che non gli mancava niente. In paese la notizia che il prof che era andato alla casetta sotto il passo era ormai di dominio comune. Come di dominio comune era che nessuno avrebbe mai potuto impedirgli di andarci, quando lui sentiva il bisogno di salirci. Nemmeno una bufera di neve di rara intensità come quella. Uscì fuori e sulla neve fresca con il manico della pala, quella usata per tracciare il viottolo che portava all’ingresso, scrisse una frase.

Sofia disse che forse era il caso di andarlo a trovare, se Alberto aveva pulito la strada. Mario le disse che lui, se andava là, era perché non voleva altri con sé, che aveva da anni la sua casa in paese e che, se la lasciava per la baita, c’era una ragione che non stava a loro indagare. Sofia era preoccupata che gli potesse succedere qualcosa. Mario no. Sofia insisteva perché almeno si informasse se tutto andava bene, perché le previsioni meteo non erano buone. Mario le rispose che anche lui lassù poteva informarsi sulle previsioni meteo. Alberto però aveva avuto un particolare presentimento, quando, arrivato all’incrocio con la strada principale, dove c’era la sbarra, aveva visto accesa la luce che indicava l’inizio della strada. Era stata sempre spenta quella luce da anni. Perché quel giorno l’aveva accesa? Alberto non si fece domande. Sapeva che qualcosa di diverso dal solito stava accadendo. Si augurava in cuor suo che fosse qualcosa di bello, perché nessuno aveva mai avuto ragione per volere del male a quell’anima che da tempo visibilmente soffriva. La neve continuava ad accumularsi anche sulla strada principale. Riprese il suo lavoro di pulizia su e giù dal passo al paese. Arrivato al passo, al bar del rifugio gli fu offerto da bere di nuovo da Halit. Secondo strappo alla regola. Arrivò l’auto dei carabinieri. Uno dei due diede una pacca sulla spalla ad Alberto dicendogli che anche Luciano, il proprietario del secondo mezzo spazzaneve in paese, si era messo in moto su loro richiesta, data l’intensità della nevicata, e che in due avrebbero lavorato meglio. Fu una buona notizia. La solidarietà di paese era una pacca sulla spalla che il carabiniere gli diede. Valeva più di tanti grazie. Si parlava di chi abitava nelle case private e degli stradelli privati di accesso. I carabinieri avevano i cellulari di tutti quelli che abitavano in quelle case, tranne quella del prof, perché era una seconda casa: lui abitava giù in paese e, come dissero tra di loro, confermati dal proprietario del rifugio, da Halit, in una giornata come quella non gli sarebbe sicuramente saltato in testa di andare lassù. Alberto tacque. Tacque anche alla battuta del proprietario del rifugio che disse che dopo la nota vicenda il professore era diventato imprevedibile. “Allora andiamo a fare un salto?”, chiese l’altro carabiniere. “Per quella strada? Ma sei matto.”

“Il prof è in paese”, mentì Alberto, ammiccando ad Halit.

“Uno in meno. Problema risolto”, disse il primo carabiniere. Sapevano che gli uomini del paese avevano una chat per le emergenze, in cui comunicavano tra di loro e in cui avevano inserito anche i cellulari dei carabinieri della stazione. In questa chat particolare attenzione veniva sempre rivolta alle persone anziane e a chi abitava nelle case più isolate.

Alberto salutò tutti e riprese il suo lavoro. Uscendo, come sempre i suoi occhi si posarono sulla piccola vetrina con i libri in vendita, tra i quali in bell’evidenza era proprio quello dell’ultima raccolta di racconti di montagna del loro amato prof intitolato L’ultima curva. Mentre metteva in moto il camion, arrivò un messaggio sul cellulare. Era Mario. “Non ci crederai. Sofia ha detto di aver visto una Cinquecento bianca girare alla rotonda su per la strada del passo.”

Alberto mise in moto e scese fino al bivio con lo stradello della baita del prof. Aprì la sbarra. Pulì la strada fino all’ultima curva, senza farsi vedere da lui e spegnendo i fanali nell’ultimo tratto. Tornò indietro. Richiuse la sbarra e scese in paese. Mentre scendeva, vide salire la Cinquecento bianca, che tutti loro conoscevano bene e che da tempo non vedevano più. Rallentò. Fu riconosciuto. Salutò con un lampeggio. Lei rispose con un altro lampeggio, procedendo lentamente in salita. Per Alberto era come se quei dieci anni non fossero mai passati. Era contento di aver pulito la strada adesso. Mandò messaggi a mezzo paese dalla gioia. Alberto viveva da vedovo da ormai sette anni e come pochi comprendeva il significato di una perdita; e proprio in quel momento si rendeva conto più che mai della differenza che c’era tra quelle irrimediabili e quelle invece rimediabili. Era veramente contento di aver pulito la strada. Fu l’ultimo a vederla quel giorno di dieci anni prima in circostanze atmosferiche quasi identiche. Allora aveva pulito la strada per renderle più facile la partenza. E si sentiva in parte responsabile per quel gesto. Ma adesso avvertiva come la liberazione di un peso dall’anima. La strada era pulita e la Cinquecento bianca poteva arrivare senza problemi alla baita.

Sofia, che, dopo aver letto i racconti de L’ultima curva, si era dedicata alla lettura del precedente romanzo del loro prof, disse a Mario, che stava entrando nel letto dove lei era già stesa a leggere: “Penso che questa neve non sia un male che viene per nuocere questa sera.”

“Da noi la neve non è mai un male che nuoce, Sofia. Com’è quel libro?”

“Particolare. Come lui che l’ha scritto, del resto. Sono tutti racconti di storie che finiscono qualche volta male, qualche volta bene: e alla fine c’è sempre un bivio, una curva, una scelta sbagliata. Qualche volta si rimedia all’errore, altre no. Sono tutti ambientati qui e sembra quasi che lui li abbia scritti … come dire …  non trovo le parole, Mario.”

“Forse volevi dire che sembra che li abbia scritti con la sguardo fisso su quella strada, su quello sperone di roccia e su quella curva stretta?”

“Ecco, sì. Forse sì. Forse hai ragione. Ma come fai a capirlo se non li hai letti?”

“Non lo so. Mi è venuta un’idea, così …”, mentì Mario, che in negozio aveva invece letto il libro nelle pause tra un cliente e l’altro. Non seppe dire esattamente perché avesse mentito. Troppi significati aveva quella curva anche per lui. Troppe complicità lo legavano a quell’amico particolare. Cosa che del resto capitava anche a suo fratello Alberto. Quante ore in negozio a parlare di quella giornata in cui lui, il loro prof, cercò disperatamente di aggrapparsi alla vita e all’amore, che tanto faticosamente aveva costruito e tanto generosamente legato a quella casetta; di quella giornata in cui i colori belli e luminosi della tavolozza si erano come spenti, seguendo la figura di lei passare dietro quella curva e svanire nel nulla. Quante ore a sentirsi descrivere quella chioma di capelli che il vento rimandò indietro improvvisamente, malignamente e beffardamente. Anche suo fratello Alberto pensava, nel suo andare su e giù con lo spazzaneve, a quell’auto che aveva incontrato. Quante sere su al rifugio di Halit il prof gli aveva parlato di quella casa e di quella strada, di quel bosco e di quella curva. Ogni racconto partiva sempre da lì, da quella curva, e lì finiva. Alberto sapeva che quel libro che aveva letto era più importante di quanto avesse creduto. L’aveva preso per fare piacere al prof, non era un grande lettore; eppure gli aveva spalancato un mondo immenso, seppur contenuto nell’anima di un solo uomo.

Il forno era caldo, pronto per cucinare l’arrosto con le patate, il piatto che per tanti anni era stato quello dell’accoglienza di lei su alla baita. Il tavolo fu apparecchiato per due. Accese  nell’attesa la tv della casetta, in cui il segnale arrivava appena, ma sufficiente per sintonizzarsi su un canale radio che trasmetteva buona musica. Il camino crepitava bene e tirava a meraviglia, avendo ormai riscaldato perfettamente la casa. Era seduto con il telecomando in mano, quando arrivò il messaggio. La suoneria era quella. “Sto arrivando.” La Cinquecento bianca arrivò alla casetta nello spiazzo illuminato dal lampione, la cui luce arrivava fino alla curva. Una sagoma femminile nella penombra scese dall’auto. Indossava una tuta da sci e un paio di pedule. Come d’incanto la bufera si era placata. Lui la seguì mentre si avvicinava alla porta. Non aveva niente in testa. I capelli erano sciolti. E fu quello che spalancò l’anima e la liberò da ogni dubbio. Scioglieva sempre i capelli quando si voleva concedere a lui. Sempre. Era un segnale che per anni lui aveva ritenuto appartenente a un codice esclusivo tra loro due. Lei si portò lentamente verso la baita, con il volto rivolto in basso sulla traccia di sentiero che lui aveva spalato sulla neve. Prima di mettere i piedi sull’assito del pavimento del loggiato d’ingresso, trovò una frase disegnata sulla neve fresca: “Questa è casa tua. Non avere più dubbi!” Quando lei arrivò vicino a lui, rimase con il volto basso. Non osò alzarlo. Lui non si mosse. Fu quella morbida e fluente chioma nera, che fu portata a lui da una folata di vento, ad accarezzargli il volto. Lei allora alzò lentamente il viso. Il suo era già in attesa. Lei si alzò sui piedi e portò le braccia sulle sue spalle. Lui sorrise. Non la abbracciò subito, come se esigesse altri segni e dimostrazioni. Lei aveva viaggiato tra mille dubbi. “Non avere più dubbi!”, le aveva scritto lui nella neve. Una lacrima solcò il volto di lei. Lui gliela asciugò.

“Questa lacrima è l’ammissione di un errore durato dieci anni?” La sua voce uscì strozzata. Il suo sguardo tornò alla curva, dietro le spalle di lei. “Eppure per me tu sei sempre stata lì, dietro quella curva.”

Lei non rispose. Si voltò verso la curva di cui aveva letto tanto in quel tempo, rimanendo con le braccia sulle sue spalle. Fu allora che lui la abbracciò e la tenne a lungo stretta a sé. Tutti e due avevano lo sguardo adesso nella stessa direzione, concentrato sullo stesso luogo. Ognuno dei due si faceva la stessa domanda che nessuno di loro aveva il coraggio di fare all’altro: “Quanto male ti ha fatto in questi anni?” Abbassò le mani dalle spalle di lui e da una tasca della giacca estrasse il libro. Entrarono. La porta si chiuse alle loro spalle e in un attimo il freddo della bufera e il buio delle sera furono sostituiti dal caldo del camino e dalla luce di due anime che per tanti anni si erano cercate e ora si erano ritrovate nelle pagine di un libro.

Lei, con il suo libro in mano si pose accanto al camino; glielo pose di fronte agli occhi tenendo il viso basso. Non riusciva a far entrare i suoi occhi in quelli di lui. “Non avere più dubbi!” Dubbi forse non ne aveva, ma vergogna e rimorso non erano ancora usciti dal cuore. Gli occhi di lui adesso erano bagnati. Gli occhi di lei anche. Una comunicazione durata dieci anni era in quelle pagine. Lui tentò di incontrare gli occhi di lei. Lei non riusciva ancora ad alzare i suoi. Il libro cadde per terra. Si abbracciarono di nuovo in silenzio. Lei scoppiò in un pianto dirotto. Liberatorio. Lui la lasciò piangere. Poi andò all’ingresso e abbassò l’interruttore delle luci esterne. Non più un fiocco di neve scendeva. Non un soffio di vento spostava più le fronde. Tutto si era fermato per assistere all’atto finale di una commedia, che sembrava avesse preso in giro un paese intero per dieci lunghi anni. “Era nell’ordine naturale delle cose che succedesse”, disse lei, trovata finalmente la forza per alzare gli occhi e incontrare quelli di lui. Salì su per la scala a chiocciola nella camera. Lui la seguì. Lei si spogliò: la morbida chioma nera le scese sulle spalle, mentre, come era stata sempre loro tradizione, metteva foglie d’acero ai piedi del letto.

L’ultima curva non era più illuminata e non era più diversa dalle altre. Mario dalla finestra della sua casa in paese vedeva la strada che conduceva alla baita e aveva visto spegnersi le luci. “Credo che sia arrivata su da lui. Forse per noi tutti ricomincia qualcosa di nuovo. Chissà …” Alberto parcheggiò il camion e guardò in alto, in direzione del bosco, che seguì fino in cima, fin dove finiva la strada della baita. Le luci esterne, l’unica cosa che di sera si vedeva dal paese, non erano più accese. Nulla era più diverso. Tutto era tornato come doveva. Come era giusto che fosse. Era giusto anche che quel lampioncino all’inizio dello stradello fosse acceso. Era giusto che la strada fosse pulita. Era giusto che la loro Cinquecento bianca fosse tornata. Spense le luci del camion. Scese nella neve. Entrò in casa. Gli occhi si posarono su un quadro di lui, il suo ultimo regalo, addirittura del giorno prima: una donna di spalle in ombra su un pontile, rivolta verso un lago, una lunga chioma di capelli neri, una luce sfuocata su di lei, in lontananza un pendio illuminato da un violento raggio di sole, un bosco, una strada, una casetta. Lo guardò bene. Guardò attentamente il particolare della strada e della casetta: mancava qualcosa in quel quadro, che gli era stato appena regalato. Mancava la curva. Sentì il cuore balzargli in gola e gli mandò un messaggio: “Bravo prof! Siamo tutti con te!” Halit dal rifugio scrisse un messaggio a tutti nel gruppo delle emergenze: “Al passo non nevica più. Sapete niente del prof?” Alberto gli rispose per primo: “L’ho sentito poco fa. Sta bene, Halit. Finalmente credo che stia bene.”

La strada che portava al tempio della memoria, anche in quel particolare suo tratto finale, ripido e tortuoso, aveva ripreso i colori di tutto il resto del paesaggio, finalmente addormentatosi e placatosi, dopo essere stato duramente provato dalla furia degli elementi per tante ore, ore di ansia per tutto il paese. Tutti loro ebbero pace. La bufera era finita. Loro erano tutti sereni. Le luci delle case del paese si spensero una ad una. I turisti l’indomani avrebbero trovato tanta neve fresca sulle piste. La baita fumava di nuovo al buio, emanando un calore che da dieci anni loro non sentivano più. E anche lei, l’ultima curva, era rientrata, come del resto era inevitabile, nell’ordine naturale delle cose.

Il bob del passo Costalunga

Era seduto sul divano e guardava un programma televisivo. Lei era stesa con la testa sulle gambe di lui e leggeva un libro. Lui le accarezzava i capelli. A lei piaceva tanto, sin da quando era bambina. E lui pensava sempre a quando era bambina in quei momenti. Chiuse gli occhi e quei capelli lo portarono ad una sera in montagna. Avevano affittato un appartamento in una località di quelle che si leggono nelle favole. Su un passo dolomitico, a 1750m di quota, il passo Costalunga. L’aveva trovato per caso conoscendo una signora che gestiva un bar in un rifugio su un altro passo. Era una mansarda in legno. Anche lì un divano. Anche lì un televisore. Anche lì un libro. E anche lì lei stesa a leggere su di lui. Ma erano sei gli anni che separavano quelle carezze sui capelli. Aveva undici anni lassù quella sera d’inverno, mentre sui prati bianchi si posava una neve a fiocchi radi; ne aveva diciassette in quel momento lì in casa sua. Ma quei fiocchi di neve che danzavano nel vento non furono mai dimenticati, come impossibile da dimenticare fu l’improvvisata pista di bob che nel pomeriggio si erano inventati, lui, lei e la sua amica, venuta in vacanza con loro, sul retro della casa, proprio dove partiva il sentiero che portava alla Roda di Vael, per cui passavano spesso appassionati di escursioni con le ciaspole. Un ragazzo e una ragazza, che passavano proprio con le ciaspole e lo zaino in spalla, erano rimasti colpiti dalla gioia della bambina e della sua amica, che andavano su e giù per quella pista, che da sole si erano disegnate, tracciate, costruite: insomma, inventate. Stettero a lungo fermi i due giovani escursionisti a guardare, felici loro stessi della felicità che le due bambine riuscivano a comunicare. Esperienze che hanno sempre il sapore, per chi le sa ascoltare, di un sano, autentico e spensierato modo di vivere l’infanzia. Era stato un piacere anche per lui vedere da una delle finestre della mansarda lei e la sua amica divertirsi con un oggetto così banale, su un prato coperto di neve, mentre altri spendevano centinaia di euro al giorno in skipass, magari per litigare sulle piste e nei rifugi affollati o tornare stanchi e annoiati la sera in albergo o in appartamento. No. Lì la noia non era padrona. Quella gioia, quelle risate si erano incise in modo indelebile. Le giornate passate nella neve sono i ricordi più belli; ma tra tutti quei ricordi, tanti davvero ormai, quelli che si arricchiscono del sorriso di lei bambina, assumono ora un significato speciale, sempre più speciale per lui. Se poi il sorriso diventa la risata di due bambine che si sono inventate un divertimento, come soltanto loro, i bambini, sanno fare, allora non solo resterà nella memoria, ma avrà il potere di rigenerare commozione ogni volta che risalirà dal passato. E in quel momento di commozione ne aveva fatta risalire tanta per davvero in quell’intenso dialogo con il tempo.

Accarezzava i capelli proprio come quella sera. Ricordava anche il mazzo delle carte sul tavolo, ma ricordava soprattutto il gioco danzante di quei fiocchi attraverso l’abbaino della mansarda, quei fiocchi che per tutto il giorno avevano accompagnato l’allegria delle bambine con quella stessa loro dolcissima danza. Si erano improvvisate quel gioco, come lui si era improvvisato la cena con i surgelati comprati al supermercato giù in paese: risorsa preziosa i surgelati in un appartamento turistico in affitto. Insieme diventa bello fare anche cose brutte, ebbe occasione di dire ad un amico un giorno: come allestire una cena di surgelati. Ma a una cotoletta con le patatine quali bambine di undici anni dicono di no? Ripassate con gli occhi chiusi queste scene non erano più ricordi: erano vivo presente. Non erano malinconia. Erano il segno di una gioia data a mani piene e ricambiata con un sorriso. A lui bastava.

Quel bob, che aveva dato la gioia in un prato in una pista improvvisata, si sarebbe rotto contro un albero in una vera pista per bob. È in garage con un pattino rotto adesso. Ma non sarà mai buttato via. Ciò che ha saputo regalare in modo così sincero e gratuito un sorriso a due bambine, tra cui la sua bambina, lui non lo butterà mai via. Ogni mattina, quando prende la bicicletta per recarsi al lavoro, il bob è lì, accanto alla rastrelliera, accanto alla sacca con gli sci, a quella con le ciaspole e a quella con i pattini da ghiaccio. E resterà lì, vivo e allegro di quelle indimenticabili risate.

Lei chiuse il libro. “Sta cominciando a nevicare.”

“Non è forse giusto che sia così?”

“Sì, credo di sì.” Un sorriso complice diede forza alla concordia delle anime. Riaprì il libro e riprese a leggere. Un bob, due bambine che ridevano allegre, fiocchi che danzavano leggeri nell’aria erano ciò che univa quel dialogo silenzioso che passava attraverso la mano di lui che accarezzava i capelli di lei, con la stessa dolcezza con cui quel bob accarezzava la neve di un prato di montagna, con la stessa dolcezza con cui i fiocchi di neve danzavano nell’anima di chi ascoltando ama.

Lo scrigno

Non conobbi mai abbastanza bene quella persona. Lo ammetto e me ne dispiaccio. Era una di quelle persone apparentemente come tante, riservata, parlava poco, raramente si vedeva in luoghi diversi da quello di lavoro. Stava molto in casa. Scriveva e leggeva tanto. Avrei voluto conoscerlo meglio. Abitava da solo in una grande casa. Mi chiamava amico, perché a me disse certe cose che ad altri non ebbe mai né coraggio, né forse solo voglia di dire. E quanto per me, e per lui, questo significasse solo a distanza di anni avrei capito.

Mi ha sempre incuriosito quella stanza in un interrato ricca di segreti che rimane nel buio per tanti anni. Nessuno la visita. Le finestre restano sempre chiuse. Il suo padrone se ne è dimenticato o deliberatamente la tiene chiusa? Là dentro però tutto vive di lui, nonostante l’oblio, non si sa se voluto o inconsapevole. Quei segreti però là dentro continuano a vivere. E la loro vita sortisce comunque un effetto nell’anima del loro padrone, che da quel luogo vive lontano nel tempo, non nello spazio, che finge di non sapere dove tiene nascosta la chiave di quella stanza, in quell’oscuro interrato, che lui vorrebbe credere morto e sepolto, ma non vuole ammettere che invece è quanto mai vivo. L’anima entra in comunicazione con quei segreti nel silenzio della notte, quando lui scrive; e quelle note scritte di notte, in un dialogo con quella parte della casa nascosta nel profondo del suo animo, per lui sono le pagine migliori. Dice spesso ai pochi conoscenti – forse uno o due di quelli arrivano al grado di amico – che la sua casa è triste nella sua tetra grandezza, per accogliere un uomo solo. Loro sanno che ha ragione, ma nessuno di loro si è mai peritato di conoscere meglio quella persona, per cercare di ascoltare quella solitudine, per capire quanta ricchezza inespressa contiene quella casa, un tempio di segreti affascinanti, uno più bello dell’altro, un luogo di diafana dolcezza che aveva saputo produrre sincera bellezza. Dice spesso, sempre a quei pochi sparuti conoscenti, che gli piace scrivere di notte proprio perché di notte la sua casa gli incute un senso di minore depressione, sembrando simile a tutte le altre. E anche in questo loro sanno che ha ragione. Leggono quello che scrive, ma nessuno di loro capisce a fondo il senso di quelle pagine, che parlano tanto di ascolto e di dialogo, vanamente. Solo aprendo quella stanza lo capirebbero. Ma loro sanno anche che è bene che resti chiusa. In quelle notti non scrive soltanto. Si mette in ascolto dell’anima ed è costretto a combattere fantasmi oscuri che dagli abissi del male tentano incessantemente insidiose risalite. I farmaci non bastano per vincere quelle battaglie quotidiane, non solo notturne. La scrittura è per lui il farmaco migliore e, prima della scrittura, la lettura. La casa di sopra, nella parte vissuta dalla sua presenza, da noi giudicata sbrigativamente solitaria e impersonale, è stracolma di libri. Ne ha dappertutto, ammucchiati ovunque, in un disordine ordinatissimo, in cui cui lui trova sempre quello che cerca. Ci sono libri anche in cucina, nei corridoi, sui comodini, sui televisori. Ma ci sono tanti, tantissimi libri, anche laggiù, nello scrigno dei segreti della sua vita. E sono i libri più belli, quelli da cui sono partite spesso quelle illuminazioni che hanno prodotto pagine scritte con l’agrodolce retrogusto di una memoria sofferta, sempre troppo tenace a scomparire e lasciar dimenticare i suoi sapori.

Uno di loro, uno dei suoi conoscenti – lui assegnava con grande discrezione il titolo di amico – un giorno gli chiese di quelle finestre sempre chiuse a pelo del marciapiede, le finestre dell’interrato. “Ma niente … ci tengo roba vecchia. Chissà, sarà pieno di polvere.” Fu l’unica volta in cui uno di loro riuscì ad avere tre parole su quella stanza: piena di polvere. Nessuno gli chiese più nulla. Ma quel giorno lui per la prima volta andò nello studio, aprì il cassetto della scrivania, rovistò fino ad arrivare in fondo e trovò la vecchia scatola di latta: la aprì e prese la chiave. La rigirò a lungo tra le mani. Una forza irresistibile lo avrebbe condotto laggiù, ma un’altra forza riemerse, altrettanto irresistibile; la seconda vinse. La chiave fu rimessa nella scatola, la scatola in fondo al cassetto e il cassetto richiuso. Come al solito vanamente richiuso, perché lui – non voleva mai ammetterlo – sapeva che quei segreti erano solo materialmente sepolti tra la polvere degli anni nell’interrato della sua tetra dimora, ma nell’anima da qualche parte vivevano, sempre più attivi, se mai si fosse voluto prestare ad ascoltare quello che ancora avevano da comunicare. Da loro era lontano nel tempo e vicino nello spazio di giorno, lontano nello spazio e vicino nel tempo di notte. Non era il momento per andare laggiù. Bisognava andarci di notte. Era giorno. La casa di giorno non era bella. Era una casa che soffriva di giorno. Soffriva della sua grandezza. Soffriva della sua solitudine. Di notte invece era come se volesse assomigliargli, prendendo le sembianze del suo padrone. Di notte si sentiva sicura, poco osservata. Di notte si sentiva più simile alle altre, nella segreta riservatezza che solo quelle ore garantiscono alle anime che si mettono in ascolto del Tempo. Decise pertanto di aspettare la notte a lui sempre amica per compiere il grande passo, nella triste consapevolezza, però, che forse anche quella notte si sarebbe fermato sulla soglia e non avrebbe mai aperto quella porta. E così puntualmente andò. Scese con la chiave. Ogni gradino era un anno di vita. Ogni gradino era un’iniezione di dolcezza, di amore, di gioia, di vita insieme; ogni gradino non era una discesa qualunque, ma un tuffo in uno sconfinato oceano che di ineffabile tenerezza avvolgeva i precordi. Ogni gradino era un crescendo di pulsioni e di eccitanti emozioni. Per questo l’arrivo alla porta lo appesantiva di un gravame di responsabilità, di fronte alle quali si sentiva inetto, incapace, ma soprattutto indegno ormai di varcare quella porta, che gli avrebbe aperto mondi sicuramente belli, ma per questo maledettamente infidi. Occorreva tanta forza per aprire quella porta. A lui da tempo quella forza mancava. Mancava per una ragione ben precisa. Lui conosceva quella ragione.

Uno di loro un giorno lo accompagnò in un giro in bici. Gli parlava di vita, di viaggi, di amori, di spensieratezza, di relazioni, di passioni, di dolcezze e tenerezze; gli parlava di tutto quello che lui aveva ritenuto non più appartenente alla sua vita, alla parte della sua casa in cui passava la maggior parte del suo tempo, quella di sopra, quella tetra e oscura, quella solitaria e malinconica. Lui sapeva che tutto quello di cui il compagno di uscita gli stava parlando era proprio ciò che non apparteneva ad altro se non a quello scrigno di segreti che da anni teneva chiuso, laggiù, nell’abisso dell’anima, l’interrato del suo spirito. Sapeva che le forze migliori della sua vita erano sotto quella polvere. Ma sapeva che da solo non le avrebbe mai disseppellite. Troppe volte si era fermato con mano tremante su quella soglia. Mentre l’amico – lui lo meritava, il titolo – parlava mentre proseguivano la loro uscita in bici per le campagne bruciate dal sole, altre immagini popolavano la sua mente. Avrebbe sicuramente elaborato quelle immagini in pagine scritte in una delle sue tante notti di lavoro.

Una donna, che conosceva per ragioni di lavoro, un giorno lo chiamò. Con lei si era fino ad allora sentito solo in chat parlando del più e del meno. Poi la chat si era piano piano aperta a qualche confidenza di più. Insomma iniziò ad insistere perché smettessero di chattare e si vedessero. Non fu facile. Dopo un lungo tira e molla di sì e di no, riuscì a strappare un sì per una cena. E cena fu. Scelse un locale in collina, in uno dei suoi paesaggi dell’anima, quelli dove sfogava in bici le sue commozioni più dolorose e dove trovava la pace che la parte di sopra della sua casa mai gli avrebbe dato. Fu una bella serata. Con il flirtare non si andò oltre ad occhiate intriganti e non ci furono contatti fisici oltre al bacio iniziale di saluto e a quello di finale di congedo. Lui usava con grande discrezione il contatto fisico. L’avevamo notato da tempo, noi che lo conoscevamo un po’ di più. Ma la comunicazione, mi confidò un giorno, fu intensa, ricca, emozionante. Dopo anni riassaporò il piacere della passione e qualcosa dentro di lui si mosse, finalmente. Lei era di una dolcezza indicibile nel parlare, ammaliava con il suo sorriso; ma fu un gesto ad imprimersi nel cuore, prima che nella memoria: il momento in cui lei sfilò la bacchetta fermacapelli e la chioma nera le avvolse le spalle in una morbida cascata che lo agitò più dei sorrisi, più delle parole, più dei gesti, più di tutto quanto era stato amabile strumento di flirt e seduzione. Quei capelli che si sciolsero in un attimo, quella chioma che lo aveva riportato al passato, gli avevano dato la forza necessaria per aprire la porta di quel mondo che aveva tenuto segregato. Aveva preferito la tortura per anni a quel piacere. Era autocompiacimento, gli dicevamo noi, i suoi sparuti conoscenti, tra cui uno o due amici. Psicologia da persone non propriamente esperte del mestiere, pensava lui. Non era autocompiacimento. Troppo facile tentare delle risposte sulla base del credo comune. Cosa sapevano loro del suo passato? Quale esperienza avevano loro delle sue sofferenze? Cosa sapevano loro dei terribili momenti trascorsi? Dei complessi derivanti da quei momenti e da quelle sofferenze? Tutto quel mondo di dolore e di concreta e tangibile sofferenza non era stato mai lasciato laggiù nell’interrato dei segreti. Quelle ossessioni erano ciò che rendeva tetra e buia di giorno la parte di sopra, la parte della sua casa in cui ancora trascorreva tante ore. Quella parte della casa viveva di quel dolore. Ne viveva ora per ora. E grazie a quel dolore trovava la forza di reagire di giorno con la lettura, di notte con la scrittura. Erano due motori che funzionavano. La macchina andava avanti. Il viaggio della vita, triste e malinconico, proseguiva comunque. Lo scrigno dei segreti dispensava goccia dopo goccia quello di cui lui aveva bisogno per sopravvivere. Se lassù c’era malinconia, solitudine e dolore, era perché laggiù, tra i segreti dell’anima, tra le tante cose belle, c’era tutto quanto aveva prodotto quello stesso dolore, quella stessa solitudine, quella stessa malinconia. Laggiù il Tempo parlava e il Tempo, solo il Tempo, sapeva cosa nella copertina della sua memoria andava stampato a chiare lettere e cosa invece era assai meglio che restasse celato dietro ardue allegorie e non semplici metafore. Quella porta andava trattata con rispetto. Ma si sa. La vita dell’uomo vive di intermittenze, che spesso non è facile spiegare, e ogni tanto prende delle strane, impreviste e imponderabili direzioni.

Ebbene, quella sera, dopo quell’iniezione di passione, esperienza che da tanti anni non aveva vissuto, esperienza che per tanti anni aveva rigettato come non più degna di appartenere al suo mondo, rientrò tardi. Andò subito nello studio a prendere la chiave. Scese nell’interrato. La morbida chioma di capelli neri, che avevano prodotto una cascata di gioia nel cuore, lo convinse a scendere con maggiore decisione in quell’anima. Ma i gradini sotto i suoi piedi scricchiolavano, producendo un suono nuovo, per la prima volta. Non lo ascoltò. Quel suono era un avvertimento, un invito alla cautela. Era euforico. La chiave era incredibilmente lucida. La toppa arrugginita. Come poteva una chiave luccicante di passione accordarsi con una toppa così devastata dal degrado e dall’oblio? Anche quello era un cartello che invitava all’attenzione, che trascurò. Era sempre più euforico. Inserì la chiave nella toppa. La mano incredibilmente non tremava. Tremava sempre. Perché oggi non tremava? Tutto era incredibilmente nuovo. La cascata della chioma di capelli neri, che avvolgeva quel sorriso luminoso, lo aveva affascinato. Non diede ascolto a nessuna avvisaglia. Dall’assito, consunto nell’abbandono, una trave si sollevò, denudando un vecchio ribattino completamente ossidato. Non lo ascoltò. L’euforia era al livello della massima tensione emotiva. Due giri di chiave nella toppa. Anche il cilindro resisteva più che poteva. Tutto quanto lo stava avvisando. “Aspetta! È troppo presto! Non sei ancora pronto! Aspetta! Sei sicuro di voler per davvero entrare qua dentro? Tu sai bene che cosa ti aspetta qua dentro.” Non ascoltò le voci di saggezza della parte segreta della casa, dall’anima, dalla parte proficua del lungo dialogo che intratteneva con il Tempo. Venivano da là dietro quelle voci, venivano da là dentro, venivano da lontano quelle voci vicine. Venivano da dietro quella porta. Urlavano di essere ascoltate. Non le ascoltò. Avrebbe dovuto. Quella era la parte viva della casa. Lì c’era tutta la verità, che finora aveva comunicato con lui come doveva: per immagini, nei libri, nella scrittura. Quella era la parte dell’anima che finora aveva saputo come comunicare con lui. E quello era stato per anni un modo per ascoltare con il doveroso rispetto quello scrigno. Lui, lo scrigno dei segreti, era sempre entrato in dialogo con la sua anima con discrezione, nei momenti di pace, per combatterne il dolore. Come un amico, che aveva trovato un metodo, amabile e rispettoso, per non lenire il suo dolore.

Non ascoltò lo spirito del Tempo che invano aveva chiesto rispetto. Aprì la porta. Accese la luce. E con quell’inondazione di luce repentina il sorriso di lei si spense. Il buio lo assalì nell’anima, mentre il corpo era invaso di luce infida. La chioma dei capelli si trasformò in un torciglione di tentacoli. Il Tempo gli mise tutto a sua disposizione, come fa quando sai che stai facendo quello che non avresti dovuto fare, obbedendo solo ad un fallace istinto di cupidigia. Gli mise a disposizione tutto in un attimo, come un ragazzo che marina la scuola e si sente libero in uno spazio vietato. Effimera libertà: non aveva ascoltato le voci, che invitavano a cautela. Il Tempo, finora sagacemente rispettato, gli mise a disposizione con inaudita e devastante violenza quello che sapientemente gli aveva centellinato a spizzichi nelle notti di scrittura e nei momenti di lettura, dispensandogli con dolcezza e tenerezza emozioni e  immagini, destinate a diventare parole, come gocce di un potentissimo farmaco, che lui, lo spirito del Tempo sapeva come somministrare. Dolore e sofferenza erano i temi di quella parte viva della casa. Non era così che gli aveva finora parlato. Perché? Di dolore e sofferenza parlava ora soltanto quello scrigno di tesori, tanto amato a lungo e che tanta ferace ispirazione aveva prodotto in parole e personaggi. Non c’era solo quello, ma solo quello ora lui vedeva. Nulla cambia di quanto è scritto: la chiave, la porta, lo scrigno erano fatti per l’ascolto e il rispetto. E invece lui aveva usato superbia, arroganza, violenza. Il Tempo fu violentato da quella porta aperta e da quella luce. La sua vista andò su oggetti che, se erano lì da anni, erano lì per una ragione che li aveva confinati in quello spazio, nello scrigno dei segreti. Aveva violentato il Tempo. Violenza, solo stolta e bramosa violenza. Orrendo, infame, indegno atto di violenza era quello che aveva perpetrato alla parte più bella della sua casa, della sua vita, della sua anima, nonostante le avvisaglie. Rivide l’asse rialzata con il chiodo arrugginito. E fu punito dal Tempo. Non contò più nulla spegnere la luce e richiudere la stanza con gli occhi bagnati di un dolore che aveva il maledetto sapore di errori passati, di relazioni sbagliate, di azioni dettate da infingardaggine, di mosse dettate da frettolosa superbia. I gradini scricchiolano ancora di più nel risalire tra lacrime tanto devastanti quanto ormai del tutto inutili. Ogni gradino era un errore del passato. Ogni gradino era una frustata terribilmente dolorosa all’animo. Ogni gradino era un urlo di devastante sofferenza. Ogni gradino era un amico vanamente inascoltato. Ogni gradino era un peccato commesso, un inutile e inconsolabile rimorso. I tentacoli lo avevano avvolto e sconfitto. Accese il cellulare. Cercò la chat. Non c’era più. Spense la luce. Richiuse la porta dell’interrato. Uscì di casa orrendamente sconvolto dalle verità che il Tempo sapeva che dovevano restare protette. Sapeva di aver commesso, tra tutti quelli che mai avrebbe potuto commettere, l’errore più irreparabile. Sapeva che per quell’errore non ci sarebbe mai stato il rimedio. Guardò la chiave. Luccicava sempre. La gettò con gesto tanto violento quanto ormai inutile. Guardò la strada nella silente e complice, ma veritiera e amica oscurità, che entrò finalmente in lui. E solo così trovò pace. Nulla cambia di quanto scritto.

Sono tornato sul luogo di quella casa dopo tanto tempo. C’è un cartello “Vendesi”. Da anni è attaccato a quel cancello, che è stato aperto da alcune persone senza fissa dimora, che hanno occupato la casa. Venimmo a sapere che lui era partito, dopo aver conosciuto quella persona. Nessuno ha mai saputo dove fosse andato. Non ha più scritto niente da quel giorno. Vani sono stati i tentativi di rintracciarlo. Ma io ero passato di lì a salutarlo quel giorno della sua partenza e ricordo bene che sul camion dei traslochi finì solo la parte di sopra della casa. Quel giorno … L’ultimo giorno in cui ci vedemmo. A pochi aveva dato il titolo di amico. Credo che solo a me abbia dato l’onore di un abbraccio. Entro. Non c’è nessuno degli abusivi occupanti. Di solito ci vengono di notte. L’abbandono, il degrado e l’odore acre delle tracce di vita sono ovunque nella parte di sopra. Ma a me non interessa la parte di sopra. La conosciamo tutti troppo bene quella parte. Parlava tutta di lui quella parte di sopra. A me interessa la parte di sotto, quella piena di polvere. Ecco la porta dell’interrato che ci ha sempre incuriosito. Ero di quelli che gli facevano spesso domande su quella stanza. La porta è chiusa. Ma oppone scarsa resistenza. Cede facilmente adesso. Qua nessuno è venuto. Si vede da come tutto è straordinariamente ordinato. La commozione, come è giusto, risale.

E capisco, avendo letto tutto quello che lui ha scritto. Non è roba mia quella che vedo, ma la sento come fosse mia quella roba adesso: decido di riempire la mia auto di tutto quanto trovo, trattando con amore e grande rispetto quegli oggetti che avevano dato un senso ad una vita vera. Non mi sento ladro, ma salvatore. Le pagine più belle sono nate da quegli oggetti. A lui comunicavano amore, perché qualcosa di ineffabile li aveva trasfigurati in parole d’amore. A me comunicano solo dolore adesso. È inevitabile che sia così. Forse anche giusto.

Amico mio, ovunque tu sia, se rivuoi il tuo scrigno, vieni da me. Lo conservo con la stessa rispettosa segretezza e lo stesso sagace amore, che hai usato tu verso di lui, fino a quella notte maledetta. Non ti ho saputo ascoltare allora. In tanti non ti abbiamo saputo ascoltare. Ma adesso ho letto tutto e possiedo tutto quello di più caro che tu forse, sbagliando, credevi di non avere: sono convinto di essere una persona in grado di ascoltare questa volta. Era con noi che dovevi aprirlo, il tuo scrigno. Non ti avrebbe fatto così male, se ci avessi chiesto di aprirlo insieme.

Fischia! Fischia felice alle mie spalle!

Indossare il tuo giubbotto, per andare a scuola, è come andare a spasso con te. Sedersi a leggere sulla tua poltrona, dove hai letto tanto anche tu,  è come tornare bambino in braccio a te. Sedermi al tuo posto a casa della mamma è come mangiare con te. Il Tempo porta folate di memoria che attraversano le stanze, entrano negli armadi, si posano sui tavoli, si fanno accogliere come gradite ospiti nel tempio che fu tuo, ora mio. I gabbiani dal canale stridono voci che richiamano lacerti d’amore. Sedermi su questa terra, qui nel silenzio che ti protegge, sotto questi rassicuranti, immensi pini evoca sempre soavi canti di un evo antico che nella volta chiusa dalle fronde restano segreti tra me e te. Oggi in bici, andando a scuola, ti ho sentito. Ero in largo Firenze. Sì, dove tu mi prendevi. Fischi alle mie spalle. È buio. Tanta nebbia. Mi sei venuto a prendere da scuola. Sul cannone della bicicletta si sta scomodi. Ma quanto è più bello andare a casa così piuttosto che in macchina! Tu fischi alle mie spalle. Ci provo anch’io. Ma come si fa a fischiare? Tu come hai fatto a imparare? “Ho imparato provando un giorno ed è venuto da solo il fischio.” Provo e riprovo a fischiare come te. Accidenti. Ma è difficile! Tu fischi alle mie spalle. Chiudo gli occhi. I gabbiani stridono malinconia tra i lacerti d’amore. Sento bagnati gli occhi sotto le palpebre. Fischi alle mie spalle, pedalando nel buio: via Guaccimanni, via Oriani, via Pascoli, via Renato Serra, via Molinetto, via Rubicone, via Marecchia e via Tevere. Casa. E Dick che ci salta addosso. Ora non si potrebbe: ci sono i sensi unici. Vorrei ripetere quel percorso. Fischiando felice come tu sapevi fare. Stridono gioia nel tempio dell’anima i gabbiani del Candiano, fischiano amore sotto la volta dei pini maestosi e sagaci d’antico rispetto; è sempre la voce, riconoscente e rassicurante, dello spirito del Tempo. Torno a casa, fischiando. Tu continua. Non smettere mai! Fischia, fischia felice alle mie spalle!

Oggi ho ascoltato un altro fiume

Tutto scorre, ma non tutto scorre nello stesso modo. I fiumi sono grandi maestri e i grandi maestri sono sempre originali, mai scontati, non parlano, non interagiscono mai nello stesso modo. Ogni uscita lungo un fiume assume un suo particolare significato. Come può un fiume attrarre in questo modo? Non riesco a fare un’uscita in bici senza passare su un fiume, senza avvertirne la presenza vicina, senza accarezzarlo correndo sui rivali. Ho il computer pieno di foto delle mie tre bici da corsa o delle mie due mountain bike appoggiate a un ponte, a una chiusa, a un parapetto. Me lo chiedo da anni, da cosa dipende questo fascino. La risposta più semplice, che un amico mi ha proposto, è l’attrazione esercitata dall’acqua e dal femmineo. Ma non credo che sia solo questione di acqua. Il mare non mi attrae. I laghi sono belli, ma non esercitano questo potere su di me. Sarei capace di stare ore in ascolto di un fiume, se ne avessi il tempo. Ci sono alcuni luoghi fatati lungo i fiumi. I ricordi vanno a ore di lettura o a momenti di riposo passati accanto a un fiume, accanto all’Ansiei sulla strada tra Auronzo e Misurina, accanto al Montone alla chiusa di San Marco, sul parco fluviale sul Bidente di Santa Sofia, alla confluenza di Villapianta del Santerno nel Reno, alla foce del Lamone a Casalborsetti, sulle panchine sotto il ponte degli Alpini lungo il Brenta a Bassano, tra i faggi del torrente Samoggia ai piedi dell’eremo di Monte Paolo, ai tavolini del bici grill di Volta Mantovana sul Mincio, sul lungofiume che costeggia il Santerno a Borgo Tossignano, sui tornanti della Cavallera a Perarolo lungo il Piave. Sono solo alcuni dei tanti fiumi che ho amato e ascoltato. Ognuno di questi parla lingue diverse. Lingue che cambiano con il tempo, facendo della memoria uno scrigno di segreti che dispensa immagini con molta discrezione. Ognuno di questi regala lampi di luce nel buio della notte, in quei lunghi viaggi nel segreto del mondo interiore, in cui un fiume è sempre presente, con una carica di valori ogni volta diversa. Le parole non renderanno mai abbastanza questo mondo di acqua che scorre, che s’invortica, che s’incanala tra paratie da cui si dipanano gore tra i girasoli della campagna ravennate, come avviene alla chiusa dei Fiumi Uniti, o tra i campi di mais, come avviene a quella di San Marco, o tra quelli di grano, come avviene a quella di San Bartolomeo. Quando l’acqua s’incanala tra le paratie delle chiuse, allora non parla: urla. Oggi urlava alla chiusa di San Marco. Era un urlo che si è rivolto al mio spirito. Docile al richiamo, l’ho accolto. E la fiducia nello spirito del Tempo ha dato forza a questa gamba destra, ora un po’ più sofferente e pigra, che ne aveva necessità. Ecco perché mi ha parlato urlando questa volta. I fiumi sanno dialogare scorrendomi dentro. È solo un esempio di come da anni ascolto i fiumi e il loro lento fluire nei meandri della memoria, fino a che non si depositano nello scrigno che li conserva e, piano piano, notte dopo notte, li trasforma in allegorie ineffabili, emozioni che illuminano le tenebre, iniezioni di sogno in momenti di riflessione, di solitudine, di abbandono allo spirito del Tempo. Ogni fiume ha un storia? No. Non solo. Ogni fiume è una Storia.

(foto scattata da me durante un viaggio in solitaria in bici sulla ciclabile del Piave tra Castellavazzo e Ospitale di Cadore)

Indentar

“(…) la môrta la-n s’conta. 

La môrta la-t s’insteca

indentar

e la-t fa tent buš

dóv ch’u i pasarà la tu vita.”

“La morte non si racconta. La morte ti si infila dentro e ti fa tanti buchi per i quali passerà la tua vita.” Così si conclude la poesia di Laura Turci E mi ba, Mio babbo, dedicata alla perdita del padre. Spiegare con le parole il significato rovina tutto. Bisogna scontarlo quel significato. Allora si capisce il lavoro del Tempo, che si svolge tutto indentar, dentro. Il dolore consente di andare avanti. E l’amore non si potrà mai realizzare senza scontare tutto questo gravame. Il più delle volte resta illusione, aspirazione e non si realizza proprio. L’amore non colma il vuoto e resta solo il dolore, dei due grandi motori della vita. E quei buchi lasciano solo amara, inconsolabile solitudine. L’ho provato e riprovato. E se ve lo dico, dopo avere avuto esattamente un anno fa la stessa esperienza, è perché, ci piaccia o non piaccia, le cose possono prendere molto facilmente questa piega. Basta guardarsi attorno e saper ascoltare le persone, per capire l’ineluttabilità del dolore. Grazie a lui siamo migliori o peggiori. Solo grazie a lui. Sic et simpliciter.

I caprioli del Castellaccio

La strada che esce da Faenza ti accompagna tra filari di viti e kiwi fino a Santa Lucia. Si lascia la trattoria Manuelì, un piccolo pezzo di storia della Romagna enogastronomica, che resiste con successo; e poi si arriva al bivio di Oriolo. Che si fa? A destra su per Pietramora tra gli ulivi del Brisighello o dritto verso il Castellaccio e poi verso il Trebbio? Sganci i pedali e pensi. Ne hai tutto il tempo. Nel silenzio, all’ombra dei faggi che rassicurano le tue scelte. Quando la collina in questi bivi costringe alle scelte tra posti così belli nello sfavillio autunnale, l’animo avverte ondate di gioia e si pervade di quegli odori, di quei colori che il soffio del vento unisce a quello dell’anima. Allora fiducioso ti affidi a questa ispirazione che non capisci, non vuoi nemmeno capire. Forse non dovresti nemmeno cercare di capire. Vada per il Trebbio, anche se ci sarà quella rampa dura all’inizio. I colori ti invadono dappertutto, ti circondano, fanno di te e della tua divisa bianca e azzurra una macchia tra le tante su quella tela, sia nei pendii battuti dal sole d’ottobre, ancora tenace e coriaceo, sia in quelli in ombra, dove la bici segue sinuosi profili curvilinei, che hanno un potere sempre particolare sui loro correlati oggettivi: il giallo precoce, il verde tenace, il rosso del trascolorare di fronde infondono nell’anima un senso di pace e di speranza, di forza e di fiducia, che fanno passare le due rampe al 16% senza neanche accorgersene. Si arriva ai primi tornanti del Castellaccio e il paesaggio, mentre la bicicletta sale e suda con te, affianca alla fatica dell’erta la visione delle lontane case della città e di qualche svettante, solitario campanile. Il silenzio del pomeriggio di metà settimana è interrotto sulla tela solo da qualche figura di personaggi al lavoro: un trattore che passa, qualche agricoltore che controlla le vigne dopo la vendemmia, qualcun altro che attende i kiwi per iniziare la raccolta. Silenzio. Solo la ricerca di agilità su quei pignoni là dietro, che vorresti non finissero mai, lo rompe con i clic sul cambio. Altro non si sente. Brusco l’asfalto, imperfetto nel suo grigiore: ma lì non nuoce che sia così. Rare, rarissime le auto. Il bello dell’Appennino è la pluralità di strade che in queste occasioni, soprattutto in autunno, offre in uno stato idillico di pace quasi arcadica, nella totale immersione nel paesaggio, senza motociclisti, senza autobus, senza file di camper asfissianti di gasolio, come ormai è regola sui maestosi passi dolomitici, blasonati e belli solo da guardare in tv al passaggio del Giro, quando invidi quei corridori che possono goderseli senza auto. Il bello dell’Appennino è il modo in cui dona colori a piene mani in ottobre. Rallento. La fatica inizia a farsi sentire negli ultimi tornanti. Il Castellaccio non è lontano. Rallento e ascolto l’anima che ha qualcosa da dire. Il vento accarezza il casco, entra tra le fessure. Il soffio del vento comunica sempre con quello dell’anima. Ascolto. Perché so che, quando avverto questa sensazione, succede sempre qualcosa di importante. Procedo lentamente, animale nel paesaggio, animale tra gli altri animali, non mi sento intruso. So di non far del male con la mia presenza discreta, silenziosa, rispettosa. Sono fiducioso del mio procedere e della mia salita, lenta, en danceuse. Il vento mi continua ad entrare tra le fessure, oltre che nel casco, anche sul torace, che denudi a lui nell’illusione di traspirare meglio. Si tratta di un vento più fresco. Dal bivio con la strada dell’eremo di Monte Paolo sono salito di 300m in 4 km, molto irregolari, fatti di strappi nervosi, secchi. Ma so che dopo il Castellaccio non sarà più così. So che dopo si aprirà un altro mondo lassù. Il vento comunica ricordi dolci, porta serene immagini: una spiaggia, un aquilone, il nonno, me bambino; e poi un lago, una barca, un lido, un prato, con l’altro nonno; e poi dei corvi, le rocce del Grossglockner, e i miei genitori. Sempre vento, vento del Tempo, che comunica con gli spazi, spazi diversi, spazi di fiduciosa forza nel futuro. E la gamba va. Ha avuto un dono dalla memoria. È questo il doparsi più bello. Ultima rampa; poi al Castellaccio spiana, dicono tutti. Non sarà esattamente così, ma un po’ di verità possiamo concederla ai redattori di itinerari. La fatica non si sente più. La memoria interviene sempre; e lo fa foriera di forza. Il pedale gira sicuro. Ha trovato il suo ritmo. Sui pignoni la catena ha trovato pace. La gamba va.

Castellaccio. Finalmente. Una curva in ombra tra due possenti querce, con il loro codazzo di faggi, una di qua e una di là dalla strada ora molto più stretta. Sembra di passare sotto un’antica porta naturale. In effetti si tratta veramente di un’esperienza molto particolare per il ciclista scoprire cosa avviene, appena passata quella curva ombreggiata dalle due antiche querce.

Si apre un pianoro aprico che sostituisce al coltivi di prima, paesaggio costruito dall’uomo, prativi e pascoli, modellati solo dal vento e dal Tempo. Mi fermo come se fosse uno scollinamento. Non devo scendere. Non devo mettere né antivento, né mantellina. Non voglio. Anzi, abbasso ancora di più la zip della maglia: voglio in me la forza di quel vento. Il sole domina su tutto il pianoro. Due sole case: una abitata; l’altra dall’aspetto abbandonato. Un rumore da lontano. Una scena che, se noi non sapessimo che lì può semplicemente e naturalmente verificarsi, sarebbe descritta come d’altri tempi: si avvicina un calesse trainato da un asino, guidato da un signore giovale con un grande cappello a larghe tese, che saluta agitando il frustino: “Salùt! U’s cmênza a stè bên. L’era ora!” “Ah si – rispondo – mo da vnì so l’è dura li stes, nêca s’un’è brisa chëld”. “Aj’ò propi vest. Tci za cot e’ tot, pront da magnè”. La battuta non è nuova, ma gli do soddisfazione e rido. L’asinello riprende la marcia; lo aspetta in discesa la strada che ho appena fatto in salita. Non sembrava condividere la giovialità di chi lo stava conducendo.

Riaggancio il casco, rimetto i guanti, riaggancio gli scarpini. E via. Iniziano i saliscendi in quota che dal Castellaccio portano al Trebbio. In 7 km si salirà di appena 250m, passando dalla valle del Samoggia a quella del Marzeno. Luoghi praticamente sconosciuti a chi romagnolo non è. Strade battute da un sole complice con te del segreto che custodisce. In questo paesaggio unico, costituito dal pianoro in quota, si sta come sospesi tra due vallate. Gli alberi sono rari. I pascoli costituiscono la nota dominante. In questo paesaggio si assapora come in pochi luoghi il significato del ruolo di noi esseri umani nell’ambiente: elementi tra gli elementi. Salendo di quota, tra strappetti nervosi e brevi discese, siamo costretti ad entrare in una comunicazione che solo chi ama la montagna riesce a comprendere. Il silenzio, nota dominante, ti insegna che questa comunicazione è costituita solo di due elementi: ascolto e rispetto. Per ascoltare e rispettare non occorre esibirsi a parlare; non occorre alzare la voce; non occorre niente di ciò che hai già, anche se non lo sai; è sufficiente sapere valorizzare il silenzio, che ti parla con una voce che alla partenza, tra le ultime case della città, non avrebbe mai potuto utilizzare: il soffio del vento che sibila tra le fessure del casco. Da sempre, dopo aver percorso migliaia di chilometri su queste strade, non appena l’erta prende quota, ho imparato ad avvertire una voce che parla non solo in quel vento, ma anche negli odori che ti pervadono. Il momento della fatica del salire, fatto di lenta inspirazione e lunga espirazione, è quello in cui quel paesaggio entra in te, ti pervade e viene poi restituito con atto di riconoscenza al territorio di cui fa parte. Qui si pratica prima ascolto, inspirando, poi rispetto, espirando. Ma bisogna venire su da soli per comprendere tutto questo. Sono esperienze dello spirito, non facilmente comunicabili. Da vivere. Un atto d’amore che si può vivere con il senso del sacrificio, del dolore, della conquista. Quando i muscoli potranno rilassarsi, finalmente liberi, avrai il premio meritato.

E il premio non tarda. Eccoli lì. Meravigliosi. I caprioli del monte Trebbio. “Attenti ai caprioli. Possono far paura. Sono pericolosissimi. Spuntano all’improvviso e ti fanno cadere, i maledetti.” La voce popolare è impietosa contro di loro, quando prende le forme dei cicloamatori da bar della domenica. Non sa ascoltare, non sa rispettare. Inspira ed espira smog e aria diversa da questa. Mi sono fermato a circa 40 m da loro. Due sono a destra sul bordo della strada, uno a sinistra in mezzo ai prati. Sgancio i pedali. Scatto una foto. Da lontano purtroppo viene sgranata con il telefonino di generazione troppo vecchia. Ma si vedono tutti e tre. Non importa. Sono troppo belli: resteranno nella memoria, anche se non nel telefonino. Smonto e a piedi mi avvicino. Mi viene da sorridere. Rimettendosi a girare la ruota anteriore, riparte il contachilometri e segna una media, quella che poi nei bar viene confrontata tra patiti del tecnociclismo. Sarei proprio curioso di sapere, giù a Modigliana, alla fine della discesa che dovrò compiere, come verrebbe analizzata questa di una bicicletta portata a mano. Mi diverte la cosa. Mi diverte perché non mi sento adesso elemento di quel paesaggio, ma elemento di questo paesaggio. I caprioli non scappano, mentre mi avvicino lentamente a loro con la bici a mano. Questa è la prova. Mi avvicino ancora. Sempre lì: due a destra sul ciglio della strada, uno a sinistra più distante in mezzo al prato. Sono ormai arrivato da loro. “Spuntano all’improvviso e ti fanno cadere, i maledetti”. Non sono spuntati affatto all’improvviso. Sono lì, a casa loro, tranquilli. Mangiano, guardano, ascoltano, rispettano. E anch’io prendo una barretta dal taschino e mangio, guardo, ascolto e rispetto. E non sono caduto. I due sulla destra mi puntano gli occhi addosso. Pensano ad uno strano collega forse. Forse mi compatiscono per il buffo casco, o per la divisa bianca e azzurra, o per la bici tutta bianca. Chissà perché mi puntano così? Non hanno nessuna paura. Riprendono a mangiare. E io finisco la mia barretta. Passo accanto a loro, che continuano a mangiare, come se nulla fosse. Sento un fischio da lontano, fischio umano. Da una curva arrivano a gran velocità due ciclisti. I caprioli scappano terrorizzati. I due ciclisti mi salutano passando veloci, neanche accorgendosi dei caprioli che hanno terrorizzato. Ecco chi spunta all’improvviso! Ecco chi può far paura! Altro che i caprioli. Lezione imparata. Ennesima grande lezione imparata. Non è stato affatto difficile impararla. A me è bastato fermarmi, pensare e fare le stesse quattro cose che loro tre facevano: mangiare, guardare, ascoltare, rispettare. Elemento tra gli elementi. Un boschetto di cipressi e faggi segna la fine del pianoro e l’arrivo sotto i ripetitori del monte Trebbio. Inizia la discesa al bivio con la provinciale trafficata, che collega Dovadola in val Montone con Modigliana. Altro mondo, altro paesaggio, altro vento, altro spirito. Il vento entra con violenza tra quelle fessure che prima sfiorava. Il vento ti risucchia, quando un automobilista ti sorpassa innervosito, perché per ben due curve non è riuscito a superarti. Gli elementi sono cambiati, ma soprattutto i fattori sono cambiati. Lo spirito è cambiato. La discesa è il premio della salita, si dice tra ciclisti. Oggi non è vero. Il mio premio è stato ben altro. Come sempre, lassù. E resta quaggiù, solo quaggiù, dentro di me. Lo spirito di lassù, lo spirito del Tempo, che nel vento ha parlato, mi ha pervaso con immagini. Allora quelle immagini sono diventate materia del lavoro dello spirito, hanno preso significato allegorico, sono passate dalla dimensione dei sensi a quella dei sogni, delle emozioni. E solo due anni e mezzo dopo riusciranno a assumere quella forma che oggi qui in queste parole hanno preso. Forse.

Una storia tra le tante

Come mai un aquilone può diventare un’ossessione e dar vita ad un’intensa e appassionata affabulazione narrativa e spirituale? La memoria di un nonno che gioca in spiaggia insieme ad un bambino con un aquilone può generare nel tempo un processo di sedimentazione di immagini che si caricano di valori allegorici? La conoscenza di una persona affetta da disabilità e costretta a lottare come un leone nella vita può insegnare il valore della Differenza e capire la gravità dell’insensibilità generale di fronte a questa stessa Differenza? La conoscenza di alcune forme particolari della spiritualità orientale può aiutare a fornire chiavi di lettura utili anche in questa cultura immanentistica e  ormai anodina in cui quella occidentale è precipitata, fino a negare la Differenza in nome dell’Uguaglianza eretta a sistema addirittura istituzionale? Il valore che con il passaggio del tempo assumono queste allegorie può essere condizionato dall’ambiente, dagli incontri, dalle esperienze di vita? Quanto la psicologia può essere in grado di decifrare il valore che un’allegoria finisce per assumere nella memoria a distanza di tempo? Non potrebbe invece il neuropsichiatra interpretarlo meglio? Ma se si tratta di allegorie, anche il poeta può dare il suo contributo. Per non parlare del filosofo che può comprendere meglio di altri il rapporto che l’allegoria ha con gli ingranaggi del pensiero. Da non trascurare nemmeno lo studioso di linguistica che lavora sui segni e sui codici di comunicazione. E infine, il magistrato: non potrebbe dare un suo contributo quando si tratta di sofferenze dei bambini, insieme al pediatra e all’insegnante che avranno dalla loro professione altri punti di vista da poter utilizzare? Insomma un sogno che diventa allegoria ha bisogno di essere capito. E nulla nella nostra esperienza di esseri umani, che siamo storicamente cresciuti in civiltà condizionate dallo spazio, dal clima, dalle idee, dalle filosofie, dalla politica, dalle letture, dalla scelta di maestri di pensiero, qualche volta azzeccata, qualche altra sbagliata di brutto, nulla ci consente ancora di capire come mai un’ossessione, un’emozione, un sogno possono assumere certe figure nella nostra mente, esprimersi in certi segni, diffondersi in precisi codici di comunicazione. Non lo sappiamo. Punto. E questo ci obbliga a passare alla seconda parte del ragionamento.

Ho scritto un libro, che è arrivato alla revisione finale, insomma pronto per la bozza di stampa. So che nulla di ciò che l’uomo produce è mai perfetto, perché la nostra esperienza professionale e umana ci rende inevitabilmente limitati e la nostra memoria ha un potere selettivo diverso da persona a persona. Questa memoria ci rende esperti chi dell’una chi dell’altra materia, chi dell’una chi dell’altra esperienza. Sono di quelli oltretutto che invitano non solo a diffidare di chi dice che sa tutto, ma che proprio non sopportano i tuttologi. Perciò tutte queste esperienze non solo professionali ma anche umane sono state chiamate a dare ognuna un proprio apporto in termini di consigli, osservazioni, critiche. Mi aspetto tanto da questa collaborazione singolare.

Fare un gruppo in chat con psicologi, poeti, filosofi, narratori, magistrati, pediatri, insegnanti, psichiatri e narratori, per leggere la bozza di un libro, è dunque una scommessa intrigante, se vogliamo innovativa e comunque inusuale, dovuta alla semplice ragione che lo stesso che ha scritto quel libro non sa che cosa ha scritto, se un romanzo psicologico, se un romanzo di formazione, se una storia d’amore, se una favola, se … mah … chissà … forse può aver ragione anche l’amico che semplicemente, in una boutade, ha detto “chiamiamolo uno sfogo”. Spero che dalla chat venga fuori una risposta, su cosa ha guidato la mano sulla tastiera per tanti mesi. Ora queste persone stanno leggendo, alcuni hanno già finito, altri appena iniziato; alcuni hanno già mandato tante osservazioni; altri le manderanno. Forse qualcuno si fermerà e non riuscirà a procedere. Forse qualcuno sarà preso dalla lettura e non vedrà l’ora di sapere come finisce la storia. Questo non mi interessa. A me interessa che nessuno abbia delle pretese; perché? Perché se non le ha avute chi ha scritto il libro, è giusto che non le abbia nemmeno chi lo legge. Il narcisismo ha fatto tanti danni, ma, se ben guidato, può dare anche buoni risultati. Mi tocca dire una cosa che sento molto forte dentro di me adesso: ecco quello che forse manca al libro: una giusta dose di narcisismo. Si rifiuta di essere difficile. Si rifiuta di rivolgersi ad un pubblico dotto. Si rifiuta di essere rivolto allo specialista di quello o di questo. Manca un’ambizione? Come si può scrivere senza un’ambizione? Si può. E l’ho fatto. Perché non volevo nemmeno pubblicarlo. È stato su sollecitazione di alcuni di quelli che sono stati inseriti nella chat che sono stato spronato a pubblicarlo. Alcuni di loro sanno che lo avevo addirittura già cestinato, in preda a quella sindrome dell’Ultimo Chilometro, di cui in un racconto su questo stesso sito già ho parlato. Altrimenti non l’avrei mai fatto. È una cosa brutta la sindrome dell’Ultimo Chilometro. Sì, tanto brutta. Vedi il traguardo, ma resti paralizzato a due passi. E senza aiuto non lo passeresti mai. Dunque? Dunque è una congiunzione conclusiva e una congiunzione conclusiva richiederebbe una conclusione. Non so fare. Non sono in grado di concludere. Gli invitati alla chat leggano e poi concluderemo insieme. Forse questa incapacità di scrivere una conclusione è la prova della mancanza di ambizione e della carenza di sufficiente narcisismo. “Senza narcisimo nessuno può scrivere un libro”, mi disse un’ex collega. Mah … Non ci credo. Ma non sono certamente io quello che deve avere gli strumenti per dirlo. Forse … Comunque quella chat è stata voluta anche per questo. I componenti sono stati adeguatamente selezionati, non scelti a caso. A loro affido la conclusione. Non so neanche che cosa ho scritto. Figuriamoci se posso tirare delle somme su quello che ho scritto.

E, se alla fine vi ho annoiato, credetemi, non l’ho fatto intenzionalmente. Avrò scritto comunque una storia tra le tante. Che male c’è? Vi confido in tutta onestà questo: aver scritto una storia tra le tante in un mondo di pseudoeroi, dove una tastiera ci fa credere di aver un potere che di fronte ai problemi veri della vita si squaglia come neve al sole, dove chi è convinto di contare di più è chi urla di più o chi fa più post sui social, dove chi crede di aver più seguito è chi ha più ‘amici’ o ‘follower’, sarebbe già un grande successo, perché, quando avrete letto, allora forse avrete finalmente capito che questa è veramente, né più né meno, una storia tra le tante.

La favola di un aquilone

Imminente è l’uscita del mio ultimo libro, che è nelle fasi finali della sua revisione. Non è esattamente un’opera prima, perché ho già pubblicato per diversi anni nel settore della saggistica storica. E non è nemmeno un esordio nel settore della narrativa, avendo su questo sito pubblicato già diversi racconti. Ma è il primo romanzo che propongo ai lettori, sperando di riuscire nell’intendimento che è quello di concentrare l’attenzione sul tema della Differenza: ho infatti avuto nella mia esperienza professionale la fortuna di incontrare alcune persone, che hanno saputo insegnare tanto su questo tema della Differenza; tra queste una in particolare, che è quella che ha ispirato la protagonista della narrazione. Di questo romanzo di imminente uscita propongo qui di seguito la Prefazione.

Un dialogo con il Tempo può essere un utile esercizio. Dialogare con il Tempo, la cui esistenza molti filosofi avrebbero addirittura escluso, consente proprio di riflettere anche sulla sua caratteristica di fattore che sa informare la vita dell’uomo in modo assolutamente unico. Se non esiste il Tempo, come mai esiste il cambiamento, la differenza, il progresso, il regresso, tutti atti che hanno uno sviluppo diacronico, dunque nel Tempo?

Il Tempo con le sue corse e le sue pause accompagna passo dopo passo la vita dell’uomo; le corse non interesseranno molto, ma la pause sì. Nelle pause si collocano gli snodi importanti della vita. Con il Tempo noi tutti giochiamo una scommessa che, come tutte le scommesse, affascina per la sua forte carica attrattiva di rischio, di pericolo, di cimento, di misura del limite. Il tempo, però, si divora anche spazi significativi di quella vita, di quella storia, di questi uomini, di questi sconfinati paesaggi interiori che si chiamano con una parola bellissima: Anima.

Anima, dal greco ànemos, richiama il soffio, il vento, l’alito di vita che muove, agita, che dà forza e vigore alla natura e all’uomo, che ne è parte non solo attiva, ma protagonista. Questo soffio vitale qualche volta urla dentro di noi, sente il bisogno di esprimersi, di farsi capire, interpretare, leggere, immaginare, sognare. E lo fa in tanti modi: lo fa con le percezioni dei sensi e con quelle dell’intelletto; lo fa con i sentimenti e gli affetti, che, come ci insegna meravigliosamente la storia della parola dal latino, sono ciò che, colpendoci, ci caratterizza e ci plasma; lo fa con i sogni e le emozioni, che sono ciò che ci distoglie da noi e ci sposta, ci muove, ci porta altrove, come ancora una volta ci insegna la storia di questa parola “e-mozione”, un movimento di allontanamento per uscire da qualcosa. Lo fa, facendo danzare nel vento un aquilone.

Ed eccoci subito al punto fondamentale: i sogni e le emozioni, che nella nostra vita avranno un ruolo non secondario nel formare immagini che percepiamo, nella caratterizzazione dei vari personaggi che vivono intorno a noi e nelle scelte linguistiche e stilistiche che adottiamo per comunicare tra di noi, hanno un terribile potere ipocrita sul nostro vivere e sul nostro tentativo, mai uguale, sempre particolare, di dare una personale ed auspicabilmente plausibile interpretazione di quel soffio, di quell’ànemos. Possono portarci lontano, possono farci volare nelle dimensioni, inimmaginabili e imponderabili, proprio perché oniriche, di una fantasia che noi coartiamo troppo nelle gabbie della ragione; possono farci vivere come trasposti in quella sostanza impalpabile di affetti e sentimenti, di sensazioni e argomentazioni che, arricchiti della forza del sogno e dell’emozione, diventano talvolta l’illusoria quadratura del cerchio per il nostro ànemos, la cui curiosità è, per forza di natura, illimitata.

Ma, al di là di questo enorme potenziale di dolcezza e tenerezza, di cui l’uomo ha bisogno, essi possono essere anche la nostra schiavitù.

Quando ci si confronta su questi temi sia ha l’occasione per riflettere su aspetti fondanti della nostra esistenza: per esempio, su quale importanza nella nostra vita abbia veramente il dialogo con il Tempo, da cui siamo partiti. Si ha soprattutto l’opportunità di riflettere sul significato di tanti aspetti, su cui il nostro ignavo e accidioso operato quotidiano spesso non consente di fare quelle intermittenze di pensiero, quelle pause di riflessione, quelle analisi attente a cogliere dettagli in tutto quanto ci circonda.

Il Tempo è infido.

Il Tempo è fugace.

Il Tempo è fallace.

Ma il tempo è tutto. Senza il Tempo, la Vita non c’è, perché la Vita è cambiamento, evoluzione o involuzione: tutti processi che hanno uno sviluppo, come si è detto, diacronico. Banalità? Non tanto dopo aver seguito l’evoluzione di tanti di quei protagonisti della natura, che vorrebbero poter vivere una vita senza Tempo; e invece sono costretti a subirne gli effetti.

Abbiamo bisogno di studiarne le intermittenze, perché è lì, è in quelle soluzioni di continuità, ora benevole, ora foriere di sventura, è in quell’attimo che sfugge alla individuale previdenza e alla provvidenza della ragione, della logica, del parlare sempre studiato e argomentato, della dialettica fatta di mosse e contromosse dettate da calcoli strategici, che si cela il segreto della storia di noi uomini in questo contesto spaziale che si sviluppa nel Tempo. Ogni intermittenza del Tempo è un punto interrogativo. Ma, siccome dopo quell’intermittenza nulla sarà più come prima, avvertiamo in modo abbastanza categorico il dovere di cercare in qualche modo una risposta. Con umiltà e semplicità.

E solo chi pratica l’arte dell’ascolto, la più nobile e più difficile di tutte, tanto fondamentale quanto rara perché la dialettica porti ad un risultato, sa sperimentare questa umiltà e questa semplicità. Nutro nel mio animo la radicata convinzione che chi sa ascoltare saprà anche capire il senso di tutte quelle pagine di invenzione e di realtà, che spesso vivono dell’intendimento di utilizzare come paradigma un personaggio semplice, una sorta di anti-eroe, che, se combatte, lo fa perché costretto da forza di necessità.

Nella stesura di queste righe, in cui non potrà non avvertirsi una certa passione e anche un po’ di sofferenza, si arriva ad apprendere piano piano anche una verità decisamente interessante, che bisogna conservare stampata nella pagina principale dell’archivio della memoria. Si tratta di una verità per la quale si avverte la necessità, forse addirittura una sorta di fatale inevitabilità, di riflettere: se vogliamo evitare di cadere in quella trappola di schiavitù che è il cullarsi nell’universo delle emozioni, ma se vogliamo anche fare sì che quel fascio di sogni e di aspirazioni, di aneliti e di speranze, che fanno parte integrante dei nostri vitali bisogni e che ci tiene avvinti e avvolti nel suo tenace abbraccio, non si esaurisca nell’inane e algido razionalismo della contemporaneità, allora non abbiamo che un dovere: quello di costruire la nostra libertà passo dopo passo, anche nella materica e anodina concretezza dell’oggi, consapevoli dei passi compiuti, ma soprattutto fiduciosi in due cose: 1) nell’avvenire, 2) nella condivisione del viaggio della vita con le persone, che gli incontri di ieri, di oggi e di domani, ci hanno messo, ci mettono e ci metteranno lungo il percorso, ciascuno di essi dotato di valori suoi peculiari, nessuno mai uguale all’altro. Anche per questo i personaggi che vengono proposti come protagonisti del viaggio nel Tempo ambiscono spesso ad essere paradigmi e latori di un messaggio di solidarietà.

Dare alla vita un significato, secondo il modello espresso da questi che abbiamo definito i protagonisti della narrazione della vita, significa esercitarla nella pratica quotidiana avendo sempre di mira pochi e semplici fondamenti. È nel rispetto consapevole di questa sorta di ordine naturale delle cose, che si chiama in tanti modi e con tante belle e varie sfumature che la lingua italiana può offrire: differenza, alterità, divergenza, diversità, peculiarità, particolarità, individualità, personalità. Ognuno di noi ha la sua carica di Differenza. Questa è un’arma potente da maneggiare con rispetto e che esige onore, deferenza, dignità. Chi ne ha congrua consapevolezza è sui binari giusti nel suo irrefrenabile volo verso la libertà: questo ci vorrebbero insegnare ancora una volta i protagonisti di quella narrazione. E le pagine di vita vogliono essere un tentativo di dare una risposta a questa continua, incessante, talvolta spasmodica, talvolta eccitante ricerca di libertà.

Proviamo ad immaginare di vivere calati in una finzione letteraria che consiste nell’ipotizzare che il libro della nostra vita sia stato scritto da una persona che recita come personaggio secondario solo nei capitoli finali: questo espediente può consentire a chi porta avanti e conduce per mano la narrazione di concentrare l’attenzione sul ruolo didascalico del modello di vita e della visione del mondo che sono rappresentati sulla scena dai protagonisti del viaggio stesso. Ma risponde anche ad un altro fine, che è quello di evidenziare il ruolo solidale dell’amicizia, tema presente dall’inizio alla fine, perché la protagonista della narrazione è il personaggio che si trova al centro di un gruppo di amiche, che costituiscono, insieme a colui che subentrerà con la funzione di introdurre nell’amicizia anche l’amore, i personaggi solo apparentemente minori dell’opera. Quella che si sviluppa, nel rapporto a quattro, se vogliamo a cinque con l’inserimento di questa figura, è un’amicizia particolarmente solida, perché cementata proprio da dolore e amore, i due principi attivi attorno ai quali si organizzano tante riflessioni, i due elementi antitetici che meglio rappresentano quel dualismo spirituale tra forze del Bene e forze de Male, tra i quali combatte l’anima. Un dualismo che riporta nelle pagine del racconto indietro nei secoli, che ci riporta a riflettere su quei fondamenti culturali, in cui affondano le radici della nostra civiltà, di cui la matrice giudaico-cristiana per secoli dominante è solo uno di pilastri. Ecco allora che si chiarirà pagina per pagina anche il ruolo di quello che possiamo considerare il coprotagonista, al centro di un processo di dolorosa meditazione sul tema della memoria e sulla funzione che questa assume inserita nell’altra grande riflessione sul significato delle intermittenze del Tempo: l’aquilone sarà il suo Leit Motiv.

La protagonista di questa narrazione, rischia di diventare a questo punto una terribile pretesa nelle mani di chi ne fa uso narrativo – e per questo può spaventare, ma intrigare al contempo – in quanto assurge al ruolo di una grande metafora della condizione umana. Grande perché semplice, grande perché fragile (come tutti siamo, anche quando non lo vogliamo riconoscere), grande perché sensibile, grande perché è una donna che con la sua semplice testimonianza quotidiana di persona costretta a combattere più di altri, esprime con forza quello a cui tutti noi aneliamo, a cui ogni uomo deve avere il diritto di anelare: la conquista della libertà, che non credo mi accusiate di essere retorico se dichiaro che è la cosa più bella e importante per l’uomo, a prescindere da come è nato; di questo ci rendiamo conto soprattutto quando la natura e la storia ci mettono nella condizione di dover lottare per averla, per vedercela riconosciuta, anche solo quando si deve affrontare uno sguardo lanciato di traverso, una parola scappata male, un gesto finito fuori controllo, un atto compiuto inavvedutamente, ma che, se avessimo provato ad ascoltare meglio, forse non avremmo commesso. Uno degli insegnamenti che da queste persone vengono sempre è che mai nulla dobbiamo dare per scontato, a partire proprio dalla libertà che possiamo esercitare.

La ricerca di questa libertà nasce allora da qui, dall’esercizio dell’ascolto.

Vi prego non di leggere, ma di ascoltare queste pagine. Se le leggete, potrete forse ammirarne o criticarne la forma; se le ascoltate, chissà, forse potreste imparare da Giulia quello che io ho imparato dalla sua ispiratrice.

Ci sarà sicuramente qualcosa di più grande da imparare, ma ancora non l’ho trovato.

Insomma, dopo aver messo la parola fine a quest’opera, dopo averla letta e riletta, limata e modificata, dopo un lungo lavorio di taglio e cucito, di studio sulle figure e sulle parole, un lettore potrebbe pensare che ci sia un messaggio spirituale di fondo; possiamo anche sbilanciarci e chiamarlo un messaggio religioso, se si preferisce. Non mi stupirebbe affatto se si determinasse una tale impressione. Quest’opera ha, come tante, la sua ispiratrice e ispirare significa infondere un soffio vitale, un’ànemos, o, come dicevano i latini, uno spiritus. Mi fermo. Non lo nego e non lo affermo questo possibile messaggio. Lascio a voi trarre le conclusioni su questa materia. Se alla fine della lettura del racconto si riuscisse anche soltanto a cogliere il semplice messaggio di ascolto e di rispetto della Differenza, sarebbe un gran bel risultato.

Ma se qualcuno, un giorno ancor più semplicemente, dicesse che in fondo questa è solo la storia di un aquilone, lo abbraccerei felice.

Questa in fondo è la storia o, meglio ancora, la ‘favola’ di un aquilone.

Ravenna, 13 gennaio 2018

Blog su WordPress.com.

Su ↑