I caprioli del Castellaccio

La strada che esce da Faenza ti accompagna tra filari di viti e kiwi fino a Santa Lucia. Si lascia la trattoria Manuelì, un piccolo pezzo di storia della Romagna enogastronomica, che resiste con successo; e poi si arriva al bivio di Oriolo. Che si fa? A destra su per Pietramora tra gli ulivi del Brisighello o dritto verso il Castellaccio e poi verso il Trebbio? Sganci i pedali e pensi. Ne hai tutto il tempo. Nel silenzio, all’ombra dei faggi che rassicurano le tue scelte. Quando la collina in questi bivi costringe alle scelte tra posti così belli nello sfavillio autunnale, l’animo avverte ondate di gioia e si pervade di quegli odori, di quei colori che il soffio del vento unisce a quello dell’anima. Allora fiducioso ti affidi a questa ispirazione che non capisci, non vuoi nemmeno capire. Forse non dovresti nemmeno cercare di capire. Vada per il Trebbio, anche se ci sarà quella rampa dura all’inizio. I colori ti invadono dappertutto, ti circondano, fanno di te e della tua divisa bianca e azzurra una macchia tra le tante su quella tela, sia nei pendii battuti dal sole d’ottobre, ancora tenace e coriaceo, sia in quelli in ombra, dove la bici segue sinuosi profili curvilinei, che hanno un potere sempre particolare sui loro correlati oggettivi: il giallo precoce, il verde tenace, il rosso del trascolorare di fronde infondono nell’anima un senso di pace e di speranza, di forza e di fiducia, che fanno passare le due rampe al 16% senza neanche accorgersene. Si arriva ai primi tornanti del Castellaccio e il paesaggio, mentre la bicicletta sale e suda con te, affianca alla fatica dell’erta la visione delle lontane case della città e di qualche svettante, solitario campanile. Il silenzio del pomeriggio di metà settimana è interrotto sulla tela solo da qualche figura di personaggi al lavoro: un trattore che passa, qualche agricoltore che controlla le vigne dopo la vendemmia, qualcun altro che attende i kiwi per iniziare la raccolta. Silenzio. Solo la ricerca di agilità su quei pignoni là dietro, che vorresti non finissero mai, lo rompe con i clic sul cambio. Altro non si sente. Brusco l’asfalto, imperfetto nel suo grigiore: ma lì non nuoce che sia così. Rare, rarissime le auto. Il bello dell’Appennino è la pluralità di strade che in queste occasioni, soprattutto in autunno, offre in uno stato idillico di pace quasi arcadica, nella totale immersione nel paesaggio, senza motociclisti, senza autobus, senza file di camper asfissianti di gasolio, come ormai è regola sui maestosi passi dolomitici, blasonati e belli solo da guardare in tv al passaggio del Giro, quando invidi quei corridori che possono goderseli senza auto. Il bello dell’Appennino è il modo in cui dona colori a piene mani in ottobre. Rallento. La fatica inizia a farsi sentire negli ultimi tornanti. Il Castellaccio non è lontano. Rallento e ascolto l’anima che ha qualcosa da dire. Il vento accarezza il casco, entra tra le fessure. Il soffio del vento comunica sempre con quello dell’anima. Ascolto. Perché so che, quando avverto questa sensazione, succede sempre qualcosa di importante. Procedo lentamente, animale nel paesaggio, animale tra gli altri animali, non mi sento intruso. So di non far del male con la mia presenza discreta, silenziosa, rispettosa. Sono fiducioso del mio procedere e della mia salita, lenta, en danceuse. Il vento mi continua ad entrare tra le fessure, oltre che nel casco, anche sul torace, che denudi a lui nell’illusione di traspirare meglio. Si tratta di un vento più fresco. Dal bivio con la strada dell’eremo di Monte Paolo sono salito di 300m in 4 km, molto irregolari, fatti di strappi nervosi, secchi. Ma so che dopo il Castellaccio non sarà più così. So che dopo si aprirà un altro mondo lassù. Il vento comunica ricordi dolci, porta serene immagini: una spiaggia, un aquilone, il nonno, me bambino; e poi un lago, una barca, un lido, un prato, con l’altro nonno; e poi dei corvi, le rocce del Grossglockner, e i miei genitori. Sempre vento, vento del Tempo, che comunica con gli spazi, spazi diversi, spazi di fiduciosa forza nel futuro. E la gamba va. Ha avuto un dono dalla memoria. È questo il doparsi più bello. Ultima rampa; poi al Castellaccio spiana, dicono tutti. Non sarà esattamente così, ma un po’ di verità possiamo concederla ai redattori di itinerari. La fatica non si sente più. La memoria interviene sempre; e lo fa foriera di forza. Il pedale gira sicuro. Ha trovato il suo ritmo. Sui pignoni la catena ha trovato pace. La gamba va.

Castellaccio. Finalmente. Una curva in ombra tra due possenti querce, con il loro codazzo di faggi, una di qua e una di là dalla strada ora molto più stretta. Sembra di passare sotto un’antica porta naturale. In effetti si tratta veramente di un’esperienza molto particolare per il ciclista scoprire cosa avviene, appena passata quella curva ombreggiata dalle due antiche querce.

Si apre un pianoro aprico che sostituisce al coltivi di prima, paesaggio costruito dall’uomo, prativi e pascoli, modellati solo dal vento e dal Tempo. Mi fermo come se fosse uno scollinamento. Non devo scendere. Non devo mettere né antivento, né mantellina. Non voglio. Anzi, abbasso ancora di più la zip della maglia: voglio in me la forza di quel vento. Il sole domina su tutto il pianoro. Due sole case: una abitata; l’altra dall’aspetto abbandonato. Un rumore da lontano. Una scena che, se noi non sapessimo che lì può semplicemente e naturalmente verificarsi, sarebbe descritta come d’altri tempi: si avvicina un calesse trainato da un asino, guidato da un signore giovale con un grande cappello a larghe tese, che saluta agitando il frustino: “Salùt! U’s cmênza a stè bên. L’era ora!” “Ah si – rispondo – mo da vnì so l’è dura li stes, nêca s’un’è brisa chëld”. “Aj’ò propi vest. Tci za cot e’ tot, pront da magnè”. La battuta non è nuova, ma gli do soddisfazione e rido. L’asinello riprende la marcia; lo aspetta in discesa la strada che ho appena fatto in salita. Non sembrava condividere la giovialità di chi lo stava conducendo.

Riaggancio il casco, rimetto i guanti, riaggancio gli scarpini. E via. Iniziano i saliscendi in quota che dal Castellaccio portano al Trebbio. In 7 km si salirà di appena 250m, passando dalla valle del Samoggia a quella del Marzeno. Luoghi praticamente sconosciuti a chi romagnolo non è. Strade battute da un sole complice con te del segreto che custodisce. In questo paesaggio unico, costituito dal pianoro in quota, si sta come sospesi tra due vallate. Gli alberi sono rari. I pascoli costituiscono la nota dominante. In questo paesaggio si assapora come in pochi luoghi il significato del ruolo di noi esseri umani nell’ambiente: elementi tra gli elementi. Salendo di quota, tra strappetti nervosi e brevi discese, siamo costretti ad entrare in una comunicazione che solo chi ama la montagna riesce a comprendere. Il silenzio, nota dominante, ti insegna che questa comunicazione è costituita solo di due elementi: ascolto e rispetto. Per ascoltare e rispettare non occorre esibirsi a parlare; non occorre alzare la voce; non occorre niente di ciò che hai già, anche se non lo sai; è sufficiente sapere valorizzare il silenzio, che ti parla con una voce che alla partenza, tra le ultime case della città, non avrebbe mai potuto utilizzare: il soffio del vento che sibila tra le fessure del casco. Da sempre, dopo aver percorso migliaia di chilometri su queste strade, non appena l’erta prende quota, ho imparato ad avvertire una voce che parla non solo in quel vento, ma anche negli odori che ti pervadono. Il momento della fatica del salire, fatto di lenta inspirazione e lunga espirazione, è quello in cui quel paesaggio entra in te, ti pervade e viene poi restituito con atto di riconoscenza al territorio di cui fa parte. Qui si pratica prima ascolto, inspirando, poi rispetto, espirando. Ma bisogna venire su da soli per comprendere tutto questo. Sono esperienze dello spirito, non facilmente comunicabili. Da vivere. Un atto d’amore che si può vivere con il senso del sacrificio, del dolore, della conquista. Quando i muscoli potranno rilassarsi, finalmente liberi, avrai il premio meritato.

E il premio non tarda. Eccoli lì. Meravigliosi. I caprioli del monte Trebbio. “Attenti ai caprioli. Possono far paura. Sono pericolosissimi. Spuntano all’improvviso e ti fanno cadere, i maledetti.” La voce popolare è impietosa contro di loro, quando prende le forme dei cicloamatori da bar della domenica. Non sa ascoltare, non sa rispettare. Inspira ed espira smog e aria diversa da questa. Mi sono fermato a circa 40 m da loro. Due sono a destra sul bordo della strada, uno a sinistra in mezzo ai prati. Sgancio i pedali. Scatto una foto. Da lontano purtroppo viene sgranata con il telefonino di generazione troppo vecchia. Ma si vedono tutti e tre. Non importa. Sono troppo belli: resteranno nella memoria, anche se non nel telefonino. Smonto e a piedi mi avvicino. Mi viene da sorridere. Rimettendosi a girare la ruota anteriore, riparte il contachilometri e segna una media, quella che poi nei bar viene confrontata tra patiti del tecnociclismo. Sarei proprio curioso di sapere, giù a Modigliana, alla fine della discesa che dovrò compiere, come verrebbe analizzata questa di una bicicletta portata a mano. Mi diverte la cosa. Mi diverte perché non mi sento adesso elemento di quel paesaggio, ma elemento di questo paesaggio. I caprioli non scappano, mentre mi avvicino lentamente a loro con la bici a mano. Questa è la prova. Mi avvicino ancora. Sempre lì: due a destra sul ciglio della strada, uno a sinistra più distante in mezzo al prato. Sono ormai arrivato da loro. “Spuntano all’improvviso e ti fanno cadere, i maledetti”. Non sono spuntati affatto all’improvviso. Sono lì, a casa loro, tranquilli. Mangiano, guardano, ascoltano, rispettano. E anch’io prendo una barretta dal taschino e mangio, guardo, ascolto e rispetto. E non sono caduto. I due sulla destra mi puntano gli occhi addosso. Pensano ad uno strano collega forse. Forse mi compatiscono per il buffo casco, o per la divisa bianca e azzurra, o per la bici tutta bianca. Chissà perché mi puntano così? Non hanno nessuna paura. Riprendono a mangiare. E io finisco la mia barretta. Passo accanto a loro, che continuano a mangiare, come se nulla fosse. Sento un fischio da lontano, fischio umano. Da una curva arrivano a gran velocità due ciclisti. I caprioli scappano terrorizzati. I due ciclisti mi salutano passando veloci, neanche accorgendosi dei caprioli che hanno terrorizzato. Ecco chi spunta all’improvviso! Ecco chi può far paura! Altro che i caprioli. Lezione imparata. Ennesima grande lezione imparata. Non è stato affatto difficile impararla. A me è bastato fermarmi, pensare e fare le stesse quattro cose che loro tre facevano: mangiare, guardare, ascoltare, rispettare. Elemento tra gli elementi. Un boschetto di cipressi e faggi segna la fine del pianoro e l’arrivo sotto i ripetitori del monte Trebbio. Inizia la discesa al bivio con la provinciale trafficata, che collega Dovadola in val Montone con Modigliana. Altro mondo, altro paesaggio, altro vento, altro spirito. Il vento entra con violenza tra quelle fessure che prima sfiorava. Il vento ti risucchia, quando un automobilista ti sorpassa innervosito, perché per ben due curve non è riuscito a superarti. Gli elementi sono cambiati, ma soprattutto i fattori sono cambiati. Lo spirito è cambiato. La discesa è il premio della salita, si dice tra ciclisti. Oggi non è vero. Il mio premio è stato ben altro. Come sempre, lassù. E resta quaggiù, solo quaggiù, dentro di me. Lo spirito di lassù, lo spirito del Tempo, che nel vento ha parlato, mi ha pervaso con immagini. Allora quelle immagini sono diventate materia del lavoro dello spirito, hanno preso significato allegorico, sono passate dalla dimensione dei sensi a quella dei sogni, delle emozioni. E solo due anni e mezzo dopo riusciranno a assumere quella forma che oggi qui in queste parole hanno preso. Forse.

Una storia tra le tante

Come mai un aquilone può diventare un’ossessione e dar vita ad un’intensa e appassionata affabulazione narrativa e spirituale? La memoria di un nonno che gioca in spiaggia insieme ad un bambino con un aquilone può generare nel tempo un processo di sedimentazione di immagini che si caricano di valori allegorici? La conoscenza di una persona affetta da disabilità e costretta a lottare come un leone nella vita può insegnare il valore della Differenza e capire la gravità dell’insensibilità generale di fronte a questa stessa Differenza? La conoscenza di alcune forme particolari della spiritualità orientale può aiutare a fornire chiavi di lettura utili anche in questa cultura immanentistica e  ormai anodina in cui quella occidentale è precipitata, fino a negare la Differenza in nome dell’Uguaglianza eretta a sistema addirittura istituzionale? Il valore che con il passaggio del tempo assumono queste allegorie può essere condizionato dall’ambiente, dagli incontri, dalle esperienze di vita? Quanto la psicologia può essere in grado di decifrare il valore che un’allegoria finisce per assumere nella memoria a distanza di tempo? Non potrebbe invece il neuropsichiatra interpretarlo meglio? Ma se si tratta di allegorie, anche il poeta può dare il suo contributo. Per non parlare del filosofo che può comprendere meglio di altri il rapporto che l’allegoria ha con gli ingranaggi del pensiero. Da non trascurare nemmeno lo studioso di linguistica che lavora sui segni e sui codici di comunicazione. E infine, il magistrato: non potrebbe dare un suo contributo quando si tratta di sofferenze dei bambini, insieme al pediatra e all’insegnante che avranno dalla loro professione altri punti di vista da poter utilizzare? Insomma un sogno che diventa allegoria ha bisogno di essere capito. E nulla nella nostra esperienza di esseri umani, che siamo storicamente cresciuti in civiltà condizionate dallo spazio, dal clima, dalle idee, dalle filosofie, dalla politica, dalle letture, dalla scelta di maestri di pensiero, qualche volta azzeccata, qualche altra sbagliata di brutto, nulla ci consente ancora di capire come mai un’ossessione, un’emozione, un sogno possono assumere certe figure nella nostra mente, esprimersi in certi segni, diffondersi in precisi codici di comunicazione. Non lo sappiamo. Punto. E questo ci obbliga a passare alla seconda parte del ragionamento.

Ho scritto un libro, che è arrivato alla revisione finale, insomma pronto per la bozza di stampa. So che nulla di ciò che l’uomo produce è mai perfetto, perché la nostra esperienza professionale e umana ci rende inevitabilmente limitati e la nostra memoria ha un potere selettivo diverso da persona a persona. Questa memoria ci rende esperti chi dell’una chi dell’altra materia, chi dell’una chi dell’altra esperienza. Sono di quelli oltretutto che invitano non solo a diffidare di chi dice che sa tutto, ma che proprio non sopportano i tuttologi. Perciò tutte queste esperienze non solo professionali ma anche umane sono state chiamate a dare ognuna un proprio apporto in termini di consigli, osservazioni, critiche. Mi aspetto tanto da questa collaborazione singolare.

Fare un gruppo in chat con psicologi, poeti, filosofi, narratori, magistrati, pediatri, insegnanti, psichiatri e narratori, per leggere la bozza di un libro, è dunque una scommessa intrigante, se vogliamo innovativa e comunque inusuale, dovuta alla semplice ragione che lo stesso che ha scritto quel libro non sa che cosa ha scritto, se un romanzo psicologico, se un romanzo di formazione, se una storia d’amore, se una favola, se … mah … chissà … forse può aver ragione anche l’amico che semplicemente, in una boutade, ha detto “chiamiamolo uno sfogo”. Spero che dalla chat venga fuori una risposta, su cosa ha guidato la mano sulla tastiera per tanti mesi. Ora queste persone stanno leggendo, alcuni hanno già finito, altri appena iniziato; alcuni hanno già mandato tante osservazioni; altri le manderanno. Forse qualcuno si fermerà e non riuscirà a procedere. Forse qualcuno sarà preso dalla lettura e non vedrà l’ora di sapere come finisce la storia. Questo non mi interessa. A me interessa che nessuno abbia delle pretese; perché? Perché se non le ha avute chi ha scritto il libro, è giusto che non le abbia nemmeno chi lo legge. Il narcisismo ha fatto tanti danni, ma, se ben guidato, può dare anche buoni risultati. Mi tocca dire una cosa che sento molto forte dentro di me adesso: ecco quello che forse manca al libro: una giusta dose di narcisismo. Si rifiuta di essere difficile. Si rifiuta di rivolgersi ad un pubblico dotto. Si rifiuta di essere rivolto allo specialista di quello o di questo. Manca un’ambizione? Come si può scrivere senza un’ambizione? Si può. E l’ho fatto. Perché non volevo nemmeno pubblicarlo. È stato su sollecitazione di alcuni di quelli che sono stati inseriti nella chat che sono stato spronato a pubblicarlo. Alcuni di loro sanno che lo avevo addirittura già cestinato, in preda a quella sindrome dell’Ultimo Chilometro, di cui in un racconto su questo stesso sito già ho parlato. Altrimenti non l’avrei mai fatto. È una cosa brutta la sindrome dell’Ultimo Chilometro. Sì, tanto brutta. Vedi il traguardo, ma resti paralizzato a due passi. E senza aiuto non lo passeresti mai. Dunque? Dunque è una congiunzione conclusiva e una congiunzione conclusiva richiederebbe una conclusione. Non so fare. Non sono in grado di concludere. Gli invitati alla chat leggano e poi concluderemo insieme. Forse questa incapacità di scrivere una conclusione è la prova della mancanza di ambizione e della carenza di sufficiente narcisismo. “Senza narcisimo nessuno può scrivere un libro”, mi disse un’ex collega. Mah … Non ci credo. Ma non sono certamente io quello che deve avere gli strumenti per dirlo. Forse … Comunque quella chat è stata voluta anche per questo. I componenti sono stati adeguatamente selezionati, non scelti a caso. A loro affido la conclusione. Non so neanche che cosa ho scritto. Figuriamoci se posso tirare delle somme su quello che ho scritto.

E, se alla fine vi ho annoiato, credetemi, non l’ho fatto intenzionalmente. Avrò scritto comunque una storia tra le tante. Che male c’è? Vi confido in tutta onestà questo: aver scritto una storia tra le tante in un mondo di pseudoeroi, dove una tastiera ci fa credere di aver un potere che di fronte ai problemi veri della vita si squaglia come neve al sole, dove chi è convinto di contare di più è chi urla di più o chi fa più post sui social, dove chi crede di aver più seguito è chi ha più ‘amici’ o ‘follower’, sarebbe già un grande successo, perché, quando avrete letto, allora forse avrete finalmente capito che questa è veramente, né più né meno, una storia tra le tante.

La favola di un aquilone

Imminente è l’uscita del mio ultimo libro, che è nelle fasi finali della sua revisione. Non è esattamente un’opera prima, perché ho già pubblicato per diversi anni nel settore della saggistica storica. E non è nemmeno un esordio nel settore della narrativa, avendo su questo sito pubblicato già diversi racconti. Ma è il primo romanzo che propongo ai lettori, sperando di riuscire nell’intendimento che è quello di concentrare l’attenzione sul tema della Differenza: ho infatti avuto nella mia esperienza professionale la fortuna di incontrare alcune persone, che hanno saputo insegnare tanto su questo tema della Differenza; tra queste una in particolare, che è quella che ha ispirato la protagonista della narrazione. Di questo romanzo di imminente uscita propongo qui di seguito la Prefazione.

Un dialogo con il Tempo può essere un utile esercizio. Dialogare con il Tempo, la cui esistenza molti filosofi avrebbero addirittura escluso, consente proprio di riflettere anche sulla sua caratteristica di fattore che sa informare la vita dell’uomo in modo assolutamente unico. Se non esiste il Tempo, come mai esiste il cambiamento, la differenza, il progresso, il regresso, tutti atti che hanno uno sviluppo diacronico, dunque nel Tempo?

Il Tempo con le sue corse e le sue pause accompagna passo dopo passo la vita dell’uomo; le corse non interesseranno molto, ma la pause sì. Nelle pause si collocano gli snodi importanti della vita. Con il Tempo noi tutti giochiamo una scommessa che, come tutte le scommesse, affascina per la sua forte carica attrattiva di rischio, di pericolo, di cimento, di misura del limite. Il tempo, però, si divora anche spazi significativi di quella vita, di quella storia, di questi uomini, di questi sconfinati paesaggi interiori che si chiamano con una parola bellissima: Anima.

Anima, dal greco ànemos, richiama il soffio, il vento, l’alito di vita che muove, agita, che dà forza e vigore alla natura e all’uomo, che ne è parte non solo attiva, ma protagonista. Questo soffio vitale qualche volta urla dentro di noi, sente il bisogno di esprimersi, di farsi capire, interpretare, leggere, immaginare, sognare. E lo fa in tanti modi: lo fa con le percezioni dei sensi e con quelle dell’intelletto; lo fa con i sentimenti e gli affetti, che, come ci insegna meravigliosamente la storia della parola dal latino, sono ciò che, colpendoci, ci caratterizza e ci plasma; lo fa con i sogni e le emozioni, che sono ciò che ci distoglie da noi e ci sposta, ci muove, ci porta altrove, come ancora una volta ci insegna la storia di questa parola “e-mozione”, un movimento di allontanamento per uscire da qualcosa. Lo fa, facendo danzare nel vento un aquilone.

Ed eccoci subito al punto fondamentale: i sogni e le emozioni, che nella nostra vita avranno un ruolo non secondario nel formare immagini che percepiamo, nella caratterizzazione dei vari personaggi che vivono intorno a noi e nelle scelte linguistiche e stilistiche che adottiamo per comunicare tra di noi, hanno un terribile potere ipocrita sul nostro vivere e sul nostro tentativo, mai uguale, sempre particolare, di dare una personale ed auspicabilmente plausibile interpretazione di quel soffio, di quell’ànemos. Possono portarci lontano, possono farci volare nelle dimensioni, inimmaginabili e imponderabili, proprio perché oniriche, di una fantasia che noi coartiamo troppo nelle gabbie della ragione; possono farci vivere come trasposti in quella sostanza impalpabile di affetti e sentimenti, di sensazioni e argomentazioni che, arricchiti della forza del sogno e dell’emozione, diventano talvolta l’illusoria quadratura del cerchio per il nostro ànemos, la cui curiosità è, per forza di natura, illimitata.

Ma, al di là di questo enorme potenziale di dolcezza e tenerezza, di cui l’uomo ha bisogno, essi possono essere anche la nostra schiavitù.

Quando ci si confronta su questi temi sia ha l’occasione per riflettere su aspetti fondanti della nostra esistenza: per esempio, su quale importanza nella nostra vita abbia veramente il dialogo con il Tempo, da cui siamo partiti. Si ha soprattutto l’opportunità di riflettere sul significato di tanti aspetti, su cui il nostro ignavo e accidioso operato quotidiano spesso non consente di fare quelle intermittenze di pensiero, quelle pause di riflessione, quelle analisi attente a cogliere dettagli in tutto quanto ci circonda.

Il Tempo è infido.

Il Tempo è fugace.

Il Tempo è fallace.

Ma il tempo è tutto. Senza il Tempo, la Vita non c’è, perché la Vita è cambiamento, evoluzione o involuzione: tutti processi che hanno uno sviluppo, come si è detto, diacronico. Banalità? Non tanto dopo aver seguito l’evoluzione di tanti di quei protagonisti della natura, che vorrebbero poter vivere una vita senza Tempo; e invece sono costretti a subirne gli effetti.

Abbiamo bisogno di studiarne le intermittenze, perché è lì, è in quelle soluzioni di continuità, ora benevole, ora foriere di sventura, è in quell’attimo che sfugge alla individuale previdenza e alla provvidenza della ragione, della logica, del parlare sempre studiato e argomentato, della dialettica fatta di mosse e contromosse dettate da calcoli strategici, che si cela il segreto della storia di noi uomini in questo contesto spaziale che si sviluppa nel Tempo. Ogni intermittenza del Tempo è un punto interrogativo. Ma, siccome dopo quell’intermittenza nulla sarà più come prima, avvertiamo in modo abbastanza categorico il dovere di cercare in qualche modo una risposta. Con umiltà e semplicità.

E solo chi pratica l’arte dell’ascolto, la più nobile e più difficile di tutte, tanto fondamentale quanto rara perché la dialettica porti ad un risultato, sa sperimentare questa umiltà e questa semplicità. Nutro nel mio animo la radicata convinzione che chi sa ascoltare saprà anche capire il senso di tutte quelle pagine di invenzione e di realtà, che spesso vivono dell’intendimento di utilizzare come paradigma un personaggio semplice, una sorta di anti-eroe, che, se combatte, lo fa perché costretto da forza di necessità.

Nella stesura di queste righe, in cui non potrà non avvertirsi una certa passione e anche un po’ di sofferenza, si arriva ad apprendere piano piano anche una verità decisamente interessante, che bisogna conservare stampata nella pagina principale dell’archivio della memoria. Si tratta di una verità per la quale si avverte la necessità, forse addirittura una sorta di fatale inevitabilità, di riflettere: se vogliamo evitare di cadere in quella trappola di schiavitù che è il cullarsi nell’universo delle emozioni, ma se vogliamo anche fare sì che quel fascio di sogni e di aspirazioni, di aneliti e di speranze, che fanno parte integrante dei nostri vitali bisogni e che ci tiene avvinti e avvolti nel suo tenace abbraccio, non si esaurisca nell’inane e algido razionalismo della contemporaneità, allora non abbiamo che un dovere: quello di costruire la nostra libertà passo dopo passo, anche nella materica e anodina concretezza dell’oggi, consapevoli dei passi compiuti, ma soprattutto fiduciosi in due cose: 1) nell’avvenire, 2) nella condivisione del viaggio della vita con le persone, che gli incontri di ieri, di oggi e di domani, ci hanno messo, ci mettono e ci metteranno lungo il percorso, ciascuno di essi dotato di valori suoi peculiari, nessuno mai uguale all’altro. Anche per questo i personaggi che vengono proposti come protagonisti del viaggio nel Tempo ambiscono spesso ad essere paradigmi e latori di un messaggio di solidarietà.

Dare alla vita un significato, secondo il modello espresso da questi che abbiamo definito i protagonisti della narrazione della vita, significa esercitarla nella pratica quotidiana avendo sempre di mira pochi e semplici fondamenti. È nel rispetto consapevole di questa sorta di ordine naturale delle cose, che si chiama in tanti modi e con tante belle e varie sfumature che la lingua italiana può offrire: differenza, alterità, divergenza, diversità, peculiarità, particolarità, individualità, personalità. Ognuno di noi ha la sua carica di Differenza. Questa è un’arma potente da maneggiare con rispetto e che esige onore, deferenza, dignità. Chi ne ha congrua consapevolezza è sui binari giusti nel suo irrefrenabile volo verso la libertà: questo ci vorrebbero insegnare ancora una volta i protagonisti di quella narrazione. E le pagine di vita vogliono essere un tentativo di dare una risposta a questa continua, incessante, talvolta spasmodica, talvolta eccitante ricerca di libertà.

Proviamo ad immaginare di vivere calati in una finzione letteraria che consiste nell’ipotizzare che il libro della nostra vita sia stato scritto da una persona che recita come personaggio secondario solo nei capitoli finali: questo espediente può consentire a chi porta avanti e conduce per mano la narrazione di concentrare l’attenzione sul ruolo didascalico del modello di vita e della visione del mondo che sono rappresentati sulla scena dai protagonisti del viaggio stesso. Ma risponde anche ad un altro fine, che è quello di evidenziare il ruolo solidale dell’amicizia, tema presente dall’inizio alla fine, perché la protagonista della narrazione è il personaggio che si trova al centro di un gruppo di amiche, che costituiscono, insieme a colui che subentrerà con la funzione di introdurre nell’amicizia anche l’amore, i personaggi solo apparentemente minori dell’opera. Quella che si sviluppa, nel rapporto a quattro, se vogliamo a cinque con l’inserimento di questa figura, è un’amicizia particolarmente solida, perché cementata proprio da dolore e amore, i due principi attivi attorno ai quali si organizzano tante riflessioni, i due elementi antitetici che meglio rappresentano quel dualismo spirituale tra forze del Bene e forze de Male, tra i quali combatte l’anima. Un dualismo che riporta nelle pagine del racconto indietro nei secoli, che ci riporta a riflettere su quei fondamenti culturali, in cui affondano le radici della nostra civiltà, di cui la matrice giudaico-cristiana per secoli dominante è solo uno di pilastri. Ecco allora che si chiarirà pagina per pagina anche il ruolo di quello che possiamo considerare il coprotagonista, al centro di un processo di dolorosa meditazione sul tema della memoria e sulla funzione che questa assume inserita nell’altra grande riflessione sul significato delle intermittenze del Tempo: l’aquilone sarà il suo Leit Motiv.

La protagonista di questa narrazione, rischia di diventare a questo punto una terribile pretesa nelle mani di chi ne fa uso narrativo – e per questo può spaventare, ma intrigare al contempo – in quanto assurge al ruolo di una grande metafora della condizione umana. Grande perché semplice, grande perché fragile (come tutti siamo, anche quando non lo vogliamo riconoscere), grande perché sensibile, grande perché è una donna che con la sua semplice testimonianza quotidiana di persona costretta a combattere più di altri, esprime con forza quello a cui tutti noi aneliamo, a cui ogni uomo deve avere il diritto di anelare: la conquista della libertà, che non credo mi accusiate di essere retorico se dichiaro che è la cosa più bella e importante per l’uomo, a prescindere da come è nato; di questo ci rendiamo conto soprattutto quando la natura e la storia ci mettono nella condizione di dover lottare per averla, per vedercela riconosciuta, anche solo quando si deve affrontare uno sguardo lanciato di traverso, una parola scappata male, un gesto finito fuori controllo, un atto compiuto inavvedutamente, ma che, se avessimo provato ad ascoltare meglio, forse non avremmo commesso. Uno degli insegnamenti che da queste persone vengono sempre è che mai nulla dobbiamo dare per scontato, a partire proprio dalla libertà che possiamo esercitare.

La ricerca di questa libertà nasce allora da qui, dall’esercizio dell’ascolto.

Vi prego non di leggere, ma di ascoltare queste pagine. Se le leggete, potrete forse ammirarne o criticarne la forma; se le ascoltate, chissà, forse potreste imparare da Giulia quello che io ho imparato dalla sua ispiratrice.

Ci sarà sicuramente qualcosa di più grande da imparare, ma ancora non l’ho trovato.

Insomma, dopo aver messo la parola fine a quest’opera, dopo averla letta e riletta, limata e modificata, dopo un lungo lavorio di taglio e cucito, di studio sulle figure e sulle parole, un lettore potrebbe pensare che ci sia un messaggio spirituale di fondo; possiamo anche sbilanciarci e chiamarlo un messaggio religioso, se si preferisce. Non mi stupirebbe affatto se si determinasse una tale impressione. Quest’opera ha, come tante, la sua ispiratrice e ispirare significa infondere un soffio vitale, un’ànemos, o, come dicevano i latini, uno spiritus. Mi fermo. Non lo nego e non lo affermo questo possibile messaggio. Lascio a voi trarre le conclusioni su questa materia. Se alla fine della lettura del racconto si riuscisse anche soltanto a cogliere il semplice messaggio di ascolto e di rispetto della Differenza, sarebbe un gran bel risultato.

Ma se qualcuno, un giorno ancor più semplicemente, dicesse che in fondo questa è solo la storia di un aquilone, lo abbraccerei felice.

Questa in fondo è la storia o, meglio ancora, la ‘favola’ di un aquilone.

Ravenna, 13 gennaio 2018

È solo una questione di dosaggio …

Dedico questa mia odierna riflessione ai miei tanti studenti, che passano ore sui vocabolari, in cerca di parole.

Una parola è un insieme di lettere, di segni e di suoni. Bene: pensiamo innanzitutto al fatto che il vocabolo, che usiamo così spesso, viene dal greco παραβολή, dalla stessa radice del verbo παραβάλλω, che significa confrontare, paragonare; consideriamo poi che solo come significato più attestato nella letteratura ha quello di confronto, paragone, similitudine (come nelle parabole evangeliche), ma che può esprimere anche l’atto dell’incontrarsi e del dialogare. Ecco allora che ci rendiamo conto di quale immenso valore abbiamo in quell’apparentemente ingenuo, casuale, caotico insieme di segni e di suoni che si chiama parola. Ma non mi accontento. Sento che c’è di più e, siccome sono nato pignolo, sono andato a fondo e, consultando il Liddell-Scott, apprendo che nel procedere dei secoli, quando il greco era la lingua di uno dei tanti popoli che facevano parte dell’impero di Roma, seppur la più nobile, il termine παραβολή, in autori di quella letteratura che viene chiamata greco-romana, assume un altro significato, molto interessante: quello di percorso non rettilineo, tortuosità; da cui poi la metafora del giro di parole, fino ai significati di arguzia, dolo, inganno. Insomma, come tanti vocaboli delle lingue classiche anche il nostro παραβολή diventa con il tempo una vox media, ossia uno di quei vocaboli “neutri”, che possono, come il latino fortuna, che si cita sempre come esempio ai ragazzi alle prime armi, contenere in sé sia l’accezione positiva, sia quella negativa.

Quanto viene da pensare allora! Soprattutto se si nasce eternamente insoddisfatti di imparare e conoscere e se si è inclini a soddisfare questa sana cupidigia dell’intelletto proprio con confronti e comparazioni, insomma proprio con le nostre bellissime ma infide παραβολαί …

Ma com’è possibile? Sovviene dunque un noto passo del Vangelo, Mt 5 37: Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: ‘sì, sì’, ‘no, no; il di più viene dal Maligno”. Ma chi lo decide che che cosa è “di più”, se i vocabolari sono pieni di termini che hanno la possibilità di essere maneggiati esattamente come un farmaco? Fanno bene o fanno male secondo la dose che se ne impiega. Neanche gli antichi romani, che della fides, della lealtà alla parola data, al patto, al giuramento avevano fatto più che un fondamento etico di una società, addirittura una vera astrazione religiosa, sapevano stare nei binari e, se necessario, se nell’interesse della salvezza dello stato, il ricorso allo stratagemma e all’inganno, dunque al suo contrario, la perfidia, era tollerato. Come vedete, non è affatto facile muoversi in questo campo. Quando mi intrufolo con una certa innata curiosità in queste riflessioni, ho come l’impressione di trovarmi nelle sabbie mobili.

Dunque? Come ne usciamo dall’aporia? O forse anche le parole dovrebbero avere, non tanto un lemma sul dizionario, ma una sorta di loro bugiardino, che metta al corrente dei loro effetti collaterali? E ci risiamo! Ma perché il foglietto illustrativo di un medicinale si chiama bugiardino? Altre sabbie mobili: secondo un’ipotesi popolare, forse scorretta, ma comunque antropologicamente interessante, come quelle etimologie di Isidoro di Siviglia, che non ne ha azzeccata una ma sono bellissime, l’origine sarebbe da ricercarsi in una curiosa abitudine toscana, regione in cui un tempo la locandina dei quotidiani, esposta all’esterno delle edicole, si chiamava “il bugiardo”. Mi piace questa ipotesi. Giusta o non giusta che sia, mi piace, perché coglie in pieno la meraviglia di quello spirito indefinibile e dall’indole un po’ esoterica della comunicazione, che è geneticamente ambiguo – anche qui nel significato di incerto, dubbioso, esitante, come colui che si comporta (agere) girando intorno (ἀμφί) senza una meta – perché induce a riflettere sulla necessità di conoscere la posologia di quell’insieme di suoni e segni che chiamiamo parola, sull’impossibilità di coartarlo in gabbie come quelle di un vocabolario.

E se anche, per avere scritto queste nugae, mi darete dello stupido, non sarò certo quello che si offenderà: lo stupidus, prima di essere un personaggio caratteristico del mimo, era semplicemente colui che rimaneva stupefatto, a bocca aperta, meravigliato, attonito. Si tratta solo di questione di dosaggio. Ogni parola ha il suo dosaggio; e l’effetto che produce dipende dall’uso che se ne fa, non dal suo significato stampato sul vocabolario. Per questo resterà sempre una meraviglia dell’intelletto, un’esperienza fantastica, un’ebbrezza intrigante saper giocare con le parole. Ammiratele, studiatele, lasciatevi prendere dalla loro superiore abilità di maneggiare il vostro cervello, ancor prima che voi cerchiate di tenere quest’ultimo sotto controllo! Non ce la farete mai! Perciò, viva gli stupidi!

E ricordate! È solo una questione di dosaggio …

Un’altra Firenze

Riuscire ad essere dissacranti e impietosi con la propria città e con chi la amministra non è dote di pochi, se lo si fa mantenendosi nei binari di un’ironia bonaria, anche un po’ acre talvolta, ma mai di cattivo gusto. Ebbene, leggere un romanzo di un autore fiorentino, che di professione è giornalista – e che quindi con le parole ha discreta consuetudine – il quale non manca di lanciare frecciate anche dirette alla sua città, al suo blasonato centro storico e persino ad alcuni centri nevralgici della sua importanza storico-artistica, santificati dalla gloria dei secoli e dai manuali di storia dell’arte, è una scoperta interessante per un impenitente lettore come sono io … e dal giudizio anche piuttosto severo.

Vorrei raccogliere alcuni punti.

Primo punto: Ponte Vecchio, famoso per le sue prestigiose gioiellerie. Di esso si dice che sia un peccato che dopo tanti secoli si sia mestamente ritrovato parte della “più grande bigiotteria del mondo”. Definizione fantastica per chi, come me, sa cosa significa avere avuto dimora nei pressi di un grande albergo e aver visto i turisti aggrediti da venditori di chincaglierie varie, oppure i mercatini del centro invasi da tali oggetti, spesso di dubbio gusto.

Secondo punto: ponte Santa Trìnita. Viene impietosamente ricordata la sua storia. Non solo vergognosamente crollato subito dopo la sua costruzione, per non aver retto il peso della folla al momento dell’inaugurazione, ma anche fatto saltare dai tedeschi in ritirata durante la guerra. Quando si trattò di ricostruirlo, utilizando le macerie finite nel fiume, comprese le statue delle Quattro Stagioni, che ne sono forse la nota dominante, la testa della Primavera non si trovò. Venne indetto un bando per la ricostruzione e fissato anche un premio per il ritrovamento del pezzo mancante; e fu uno di quei “renaioli”, spesso immortalati nei quadri dei Macchiaioli che li hanno particolarmente amati, che, nel raccogliere sabbia di fiume, trovò la testa mancante. Fatto sta che, forse per la fretta, forse per un errore, fu riattaccata allungando il collo. Come spesso pensavo anch’io, quando ci passavo accanto da ragazzo – e anche mio nonno puntualmente mi ricordava la singolare storia della testa – l’operazione di super-Attak al collo della povera Primavera mi rimandava più al mio libro di geografia e alla foto del collo delle donne Kayan birmane che ad un monumento del prestigioso Cinquecento fiorentino.

Terzo punto: sempre via Maggio. Onore all’amministrazione comunale, che ha reso così razionale la circolazione! l’unica amministrazione al mondo ad essere riuscita, in una strada talmente stretta che un tempo facevano fatica ad incrociarsi due birocciai del vicino San Frediano, a mettere pista ciclabile, parcheggio per le auto e corsia preferenziale per gli autobus, creando un traffico così meravigliosamente ordinato che manco a Bangkok …

Quarto punto: gli alti palazzi antichi del centro storico nella zona di Oltrarno, tutti altrettanto storicamente agghindati di impalcature, che fanno ormai parte del paesaggio urbano, e che per me sono ormai monumento esse stesse, essendo entrate nelle raccolte di foto dei computer e degli smartphone di turisti di tutto il pianeta. Malinconicamente abbandonati dal turista che raramente finisce da quelle parti, sembra che riescano a restare in piedi, solo fintanto che hanno la forza di reggersi l’un l’altro. Effettivamente, avendo frequentato anch’io nel percorso casa-scuola parte di quella parte di città, ho sempre avuto un sentimento tra la tenerezza e la malinconia per quei palazzi negletti da guide e siti turistici – talmente negletti che giustamente nemmeno Lonely Planet li cita … – oltretutto nel disinteresse di chi dovrebbe forse di loro occuparsi un po’ di più. Anche a me la malinconia di quell’abbraccio di impalcature ha sempre comunicato un grande sentimento di solidarietà … storica solidarietà.

La lettura del thriller di Gigi Paoli, Il rumore della pioggia, prosegue, chissà, forse portando altre perle, altre “chicche” di questo acre, caustico, impietoso e mordace, ma anche sagace sarcasmo, che quel 50% di sangue fiorentino che in me scorre non mancherà certo di apprezzare.

La forza delle radici

Sradicarsi. Che brutta cosa!

La storia di Lorenzo detto Meraviglia è la vicenda di un ragazzo costretto a sradicarsi dall’ambiente che amava, dalla sua montagna, dal suo Cadore, dal paese di Tai, per andare a vivere in una città, nemmeno una metropoli, certamente, trattandosi di Conegliano, ma che tale a lui sembrava. L’insuccesso scolastico e la descrizione di una gioventù di amici alla continua ricerca di una felicità tra eccessi e desideri inappagati è impietosa. La difficoltà nel rapportarsi con un contesto familiare che sente avulso alla sua crescita, il richiamo sempre più forte della montagna e del paesaggio che lo ha plasmato, la scoperta della lettura e poi della scrittura, tutto questo si intreccia con le figure femminili, soprattutto quella di Lavinia, forse vero protagonista di questa narrazione, una figura che è il vero “motore” del libro. La storia di Lavinia, letterariamente bella nel suo realistico squallore, è tratteggiata in modo quasi crudo, nel momento in cui si viene a delineare pagina dopo pagina la fragilità di questa ragazza e la sua irreversibile caduta nel dramma. Il bel finale riporta al tema delle radici, alla necessità di non perdere mai il rapporto con quello da cui parte il cammino della nostra vita, non sempre necessariamente un luogo. Meraviglia, romanzo di Francesco Vidotto, è stata una scoperta. Una scoperta veramente piacevole, proprio per come induce a riflettere sul tema delle radici e su come la scuola, qui condannata senz’appello nella figura della burbera professoressa di italiano che tempestava di quattro il giovane Lorenzo, ben pochi sforzi faccia spesso per capire cosa ci sia dietro un profitto negativo, un insuccesso, in questo caso, nel caso di “Meraviglia”, dettato proprio dall’essere costretti a vivere lontano dalle proprie radici.

L’affetto

Si può dialogare con il Tempo? Da tempo mi chiedo come sia possibile dialogare con il Tempo, dal momento che il personaggio di un mio romanzo ha questa particolare caratteristica di trascorrere momenti di riflessione in costante dialogo appunto con il Tempo, un dialogo ricco di ambigue complessità, come è giusto che sia. La riflessione mi ha riportato alle tante pagine che Sant’Agostino ha dedicato al tema, in cui sostanzialmente si arriva sempre ad una negazione del tempo; l’impressione che a me ne deriva è questa: è come se la memoria del passato proiettasse icone indefinibili in un futuro che sarà compito di chi avrà l’onore di raccoglierne l’eredità decifrare e interpretare. Eppure … Eppure qualcosa mi sfugge. La convinzione che un presente vivo e vegeto, condizionante e operante nella contingenza ci sia, nessuno me la riuscirà a togliere. Ed eccoci al punto: se qualcuno dichiara di aver trovato un amore perché ha saputo cogliere l’attimo, significa che quell’attimo esiste, è esistito, è stato attivo nella sua mente, nello spirito, nella materialità della sua quotidianità. Quell’attimo, quel punto, quell’impalpabile espressione del presente è un sogno? oppure un’emozione? oppure un sentimento? Che cos’è? Ma non è bellissimo cercare di porsi queste domande sulle cose più belle della vita! Andiamo avanti allora!

La riflessione particolare che vorrei fare è sull’affetto, sul sentimento. Due parole che troppo spesso consideriamo sinonimi. Permettetemi di salire per un attimo in cattedra e spiegarvi. Se lo chiamiamo “sentimento”, dal latino sentio, il verbo della percezione più generica, facciamo riferimento al mondo di sensazioni, emozioni, percezioni, sogni, desideri, ispirazioni e aspirazioni che rimandano ad una sfera affatto individuale. Se lo chiamiamo invece “affetto”, da affectus, un sostantivo appartenente allo stesso campo semantico di afficio, “faccio qualcosa a qualcuno”, “colpisco qualcuno con qualcosa” (p. es. un provvedimento giuridico), i protagonisti diventano due, uno che manda e uno che riceve, uno che fa e uno che subisce, e da questa interazione può nascere una partecipazione. Chiamiamolo perciò affetto e non sentimento questo attimo vitale che può essere così importante nel bene, come nell’esempio appena fatto, ma potrebbe anche esserlo nel male.

Oggi ho vissuto un’esperienza di affetto, perché ho colpito, ho subito, ho partecipato ad una relazione di scambi di osservazioni, che ha coinvolto la memoria, la relazionalità interpersonale, le emozioni, le commozioni. E anche qui è emersa una profonda differenza, nel riflettere durante il dialogo, tra essere emozionato ed essere commosso. Quanta confusione facciamo! Ho cercato, come è mio solito, di usare le parole secondo la loro storia, non sul fondamento di quello che sembra facciano capire in base alla eco che hanno in quello o in quell’altro spirito. Ebbene, essere emozionati è ben diverso da essere commossi. Emozione viene da emoveo, “porto lontano”, “porto fuori”, “trascino via con la forza”; non evoca immagini così rasserenanti la condizione dell’emozionato, se mi tocca immaginarlo trascinato lontano con la forza, magari – e non è difficile immaginare che sia così – proprio là dove non desidera proprio essere portato.

Ma quanto è bello invece essere commosso, che viene da commoveo, “mi agito insieme”, “mi lascio portare dentro me stesso insieme agli altri”! L’emozionato si sente lontano, si sente agitato e sconnesso dalla realtà, perché il suo corpo è dilacerato rispetto al suo spirito, che vaga altrove, trascinato chissà dove, contro la sua volontà; l’emozionato vive una situazione innaturale, l’emozionato è solo anche in mezzo a cento persone, perché con esse non può avere empatia, in quanto il suo spirito è come se gli fosse stato rapinato. Soffre in un mare di imperturbabilità. Il commosso partecipa di una dimensione comunitaria e non ha spesso bisogno di dare spiegazione sul suo mondo di affetti; la sua persona, il suo sguardo, i suoi occhi, la sua autenticità espressiva necessita di poche parole, gode di fiducia e sa di poter contare sull’ascolto. Mi sento emozionato, se non mi sento all’altezza di un compito e mi è richiesta una prova superiore alle mie potenzialità, che mi lascerà l’amaro in bocca di un’Incompiuta. Mi sento commosso, quando so di aver raggiunto il traguardo con la fiducia di chi ha saputo interpretare l’affetto, con spirito di lealtà e pratica dell’arte dell’ascolto. L’emozionato ha prova di sentimenti, non di affetti. Il commosso ha lavorato insieme agli altri sui sentimenti, sulle e-mozioni, per farne affetti, com-mozioni.

Quando si torna a casa da esperienze come queste, si torna a casa sempre più ricchi e si può ringraziare questa natura che offre campi di esperienza sempre diversi, sempre più intriganti, sempre più educativi.

Quel dialogo sul Tempo ha prodotto una serie di commosse riflessioni e su quelle riflessioni, frutto di affetti, ora si può lavorare in due.

La riconoscenza

In risposta ad una mia alunna che aveva apprezzato il fatto che avessi dimostrato commozione al ricordo di alcuni momenti del mio passato, leggendo alcuni articoli dal mio blog, mi capitò l’occasione anche di affrontare in privato con lei il tema del pianto, partendo da un assunto di base: ognuno interiorizza le esperienze vissute e lavora sulla memoria con diversa intensità e con diverso grado di commozione. Scrissi allora in chat a quella ragazza:

“Si dice che un uomo non dovrebbe mai piangere. Vengo da una famiglia con tradizioni militari. Mio nonno era colonnello pilota d’aeronautica e, quando ricordava la guerra, lo faceva piangendo. C’è chi sostiene che una lacrima è segno di debolezza. Lascio agli altri le interpretazioni. Ho combattuto battaglie che non auguro a nessuno e sono qui a raccontarle. Se qualcuno mi considera debole, perché un giorno mi sono commosso riandando con la memoria a certi momenti forti della mia vita, che facile non è stata, faccia pure. Non sarò certamente io, sostenitore della libertà come massima espressione della dignità della persona, a negargli questa convinzione. Non auguro a nessuno di vivere otto anni come quelli che ho vissuto io, non auguro a nessuno un’esperienza di dolore che non può essere descritta in alcun modo, ma sono convinto fermamente di una cosa: chi non si commuove, chi non cede alle lacrime ricordando momenti come quelli, mi spaventa davvero. Chi non si commuove di fronte a quell’indescrivibile sofferenza può essere un uomo? Perciò, quando, pensando a quegli anni piango, ricordo mio nonno, militare pluridecorato, medaglia d’oro al valor militare, comandante di corpo, quando pensava, piangendo, alla guerra, dicendo che non augurava a nessuno di rivivere quello che aveva vissuto lui. Mi spaventa assai chi NON piange di fronte a queste esperienze.”

Ieri pomeriggio con un amico siamo andati al cimitero a trovare i nostri genitori recentemente venuti meno, la sua mamma, il mio babbo. Mi sono seduto per terra a gambe incrociate accanto a lui, a mio babbo, tra i pini del bellissimo camposanto della mia città, ricavato in mezzo ad una specie di oasi di pineta rimasta tra porto-canale e zona industriale, uno spicchio di pace in mezzo alla frenesia del lavoro. “Mi sono accoccolato” in silenzio. Io e lui. Soli. Nel silenzio della pineta.

Abbiamo parlato a lungo. Le mie mani nascondevano le lacrime. Non volevo che tu le vedessi. Abbiamo ripercorso tanti momenti della nostra vita, del nostro legame stretto, dei dolori che ci hanno unito, i tuoi nel vicino presente, i miei nel più lontano passato. La tua foto sorridente, il tuo sorriso che cancellava sempre ogni sofferenza, il tuo sapere ridere ed esorcizzare sempre l’azione del male con una risata, con una battuta, mi ha fatto pensare a quanto siamo diversi io e te. Anche tu avevi i tuoi scatti d’ira, come è umano che sia. Ma raramente cedevi alla commozione e mantenevi nel dolore un controllo che invece io non ho mai saputo conservare. Leintensità con cui si maneggia il passato, con cui il nostro spirito lo manovra, lo manipola, lo plasma sono diverse, il modo in cui lavora la memoria è diverso. Anche nel metter giù queste righe la commozione prende il sopravvento e sulla tastiera cadono quelle lacrime che tu avresti saputo trattenere. Siamo diversi, molto diversi e per questo ti ammiro sempre di più, per questo scopro, ora che sei altrove e non soffri più, un aspetto del tuo carattere che con il tempo assume sempre più valore, proprio contrapponendosi al mio.

Una delle pagine più dolci del racconto che Odisseo fa ad Alcinoo nella reggia dei Feaci è quella in cui, mentre l’aedo ricorda le sua gesta e gli amici morti, l’eroe cede segretamente alle lacrime e solo il re Alcinoo se ne accorge, senza dire nulla. Una scena toccante, intima. Una scena che non può che ricordarne tante altre della nostra vita insieme, del nostro dialogo a occhiate, della nostra intesa che non necessitava di pleonasmi, di parole superflue. Lasciami piangere qui con te, babbo. Un giorno a Bologna, un amico ebraico, conosciuto ad un convegno di studi ai tempi della ricerca, si commosse al ricordo della recente morte della sua mamma e, quando gli posi una mano sulla spalla e lo strinsi a me, recitò un bellissimo antico proverbio yiddish, secondo il quale le lacrime sono per l’anima quello che il sapone è per il corpo. Quel proverbio mi è rimasto impresso, mi si è come stampato addosso, perché nella mia vita non ho alcuna vergogna di ammettere che di lacrime ne sono sempre scese tante. Dal mio punto di vista potrei dire di averne avuto le mie ragioni; altri, da altri punti di vista, potranno dare altre interpretazioni. L’intensità, il voltaggio dello spirito, la potenza erogata dal meccanismo emotivo non è regolabile, non risponde a norme canoniche. Concedimi questo ennesimo carme alla Differenza.

Qui tra i pini tu mi sorridi. Qui tra i pini a quel sorriso rispondo facendo quello che tu non vorresti che io facessi.

Eppure, tu dicevi sempre quella frase che ricordo spesso: u’j’ è sempar e’ su parché. C’è sempre il suo perché. E anche adesso tu lo sai che c’è il suo perché, ci sono tanti perché, tantissimi terribili e inquietanti perché. Né tu, né io abbiamo saputo dare una risposta. Tu hai dovuto fare rinunce importanti per la tua vita, proprio di fronte ai perché di quella dei tuoi figli. Come non ammirarti per questa tua immensità! Come non commuovermi per questa tua lezione!

Un flash, lì tra i pini. Eravamo in auto sulla superstrada di ritorno da Siena. Era domenica pomeriggio. L’indomani sarei dovuto entrare in ospedale per l’ennesima volta. Tu mi avevi fatto divertire per tutto il giorno, come tu solo sapevi fare. Tragedie e motivi di lacrime ce n’erano stati abbastanza. Fermasti l’auto in una piazzola e mi dicesti: “Con la mamma abbiamo deciso. Torniamo a Ravenna. Qua abbiamo sofferto abbastanza. Rinuncio a tutto, alla carriera e l’unica cosa che adesso mi preme è la vostra felicità, il vostro futuro.” Allora non capii cosa significasse tale decisione. A Firenze avevo i miei amici, pochi, ma ne avevo. Troncare non sarebbe stato facile e in effetti non lo fu. Ma tu lo facesti per il nostro bene. Quella città, quella casa evocavano ormai troppo male, troppo dolore. Fantasmi troppo cattivi si aggiravano ormai per quelle vie e per quelle stanze. Ora, a distanza di anni, quel gesto mi è chiaro: fu un gesto di amore infinito, di dedizione agli altri, di rinuncia alla propria carriera per la serenità di una famiglia, che già troppo dolore in poco tempo aveva sofferto.

Tu mi devi perdonare, babbo; ma se mi ricordi, qui, mentre sono accoccolato accanto a te, una cosa così bella, come faccio a non lasciar cadere sui sassolini bianchi del tuo tumulo pieno di fiori una lacrima? Non biasimarla questa lacrima. Scende da me e viene a te, diritta a te. Entra in te. È una lacrima di riconoscenza.

Ritorno

C’è un valico sull’appennino forlivese, in cima al quale si sviluppa un pianoro esposto, senza alberi. Uscendo dalla strada asfaltata, si possono trovare dei massi sparsi. Ad uno di quelli sono da anni affezionato: ha la forma di un divano naturale. Più volte anni fa, quando macinavo migliaia di chilometri sui pedali, ci sono salito in bici prima con un libro, poi con il Kindle nello zainetto; e poi su quel masso, lontano dal rumore della strada, mi sono seduto più volte a leggere. A leggere e ad ascoltare l’anima. Una volta mi sono anche addormentato e mi svegliò solo un’improvvisa ventata che fece cadere la bici. È un masso che ha una storia. Ieri pomeriggio ci sono passato in auto. Ho cercato un posto sul pianoro in cui poterla lasciare fuori della sede stradale. E l’ho ritrovato … il mio divano naturale. E mi sono seduto. Non avevo il Kindle, ma solo il cellulare, su cui ho raccolto quelle emozioni che certi luoghi più di altri sanno infondere.

Ho ripensato ad un vecchio racconto ispirato dalla salita verso quel punto di scollinamento, un salita lunga con tratti anche impegnativi. Di quel racconto era protagonista un leprotto. Lo scrissi per mia figlia che allora era ancora bambina. L’ho cercato e l’ho riletto. Nel rileggerlo la memoria andava a quelle sere nel letto di lei che, prima di dormire, come fosse una favola, voleva che glielo raccontassi. E non solo prima di dormire. Me lo chiese spesso anche durante il giorno. Quel leprotto, che appariva e spariva tornante dopo tornante e che infondeva allegria e vigore al colpo di pedale, voleva attirare l’attenzione su un mondo che appare sempre laterale, marginale al nostro. L’asfalto e la nuda terra. Al limite dell’asfalto salivo con la mia bici, al limite dell’erba lui mi attendeva curva dopo curva. E ora al limite di due mondi mi trovo a pensare a lui, su un valico che già di per sé simboleggia il limite, separa e congiunge due valli, che spesso sono due mondi per chi sa amare quell’universo di valori speciali che si chiama montagna.

La brezza autunnale, il rosseggiare delle foglie, la luce stessa rosseggiante del pomeriggio di inizio novembre, mi fa sentire ancora di più la magia di quella posizione al limite, che già allora avvertii nel rapporto speciale con quel leprotto. Il mio sguardo fa come una zoomata sui pendii del monte Trebbio, sul suo versante nord, di fronte a me.

Non c’è un albero che sia uguale all’altro, che abbia lo stesso colore del manto di foglie, che abbia la stessa altezza. Qua resiste il verde, qua il verde inizia a rosseggiare, qua è già rosso, qua il rosso cede al giallo. Eppure non si ha impressione di disarmonia; eppure l’idea che nel cuore s’infonde è quella di una Bellezza suprema nella Differenza. Il pensiero allora non può che andare sempre laggiù, in quegli scenari che il Tempo devastò e che mani laboriose cercarono di riordinare, in quel corpo che aveva cercato una sua Armonia, ma quelle stesse mani laboriose non intesero come tale, distrussero in nome di un altro concetto di armonia. La mente indaga su cosa significa progredire, migliorare, rendere più vivibile una vita. Gli occhi si chiudono, la memoria inizia a rovistare, a rivangare, il paesaggio si spegne nella sua Bellezza spirituale, altri paesaggi si accendono nella loro Sofferenza, che è essa stessa spirituale, ma ebbe un fondamento anche materiale. Ascoltare il Tempo quassù è possibile per questo, solo ed esclusivamente per questo. Quassù la natura ci dà una lezione che nessun “progresso” del pensiero ancora è riuscito a darmi: si può raggiungere la Bellezza anche nella disarmonia e quando la disarmonia si accorda produce Bellezza. La domanda perciò resta. Gli occhi chiusi la rendono ora ossessiva: perché l’uomo non sa ascoltare quel mondo di cui è parte, in cui tutto trova il suo posto? perché l’uomo non sa accettare il fatto che è parte di un ordine naturale in cui valgono principi flessibili, mutevoli, principi e fondamenti esistenziali che conoscono e potrebbero insegnare il significato del concetto di adattamento? Ascolto il Tempo e la memoria va a trovare immagini che non volevo trovasse. Ero andato alla ricerca di quel luogo guidato dallo spirito del Tempo. Sapevo che lo spirito del Tempo aveva qualcosa da comunicarmi. Ma ancora una volta altri fantasmi si sono agitati insieme a lui. O forse è lui, a cui spesso ho affidato tante mie riflessioni sul significato della vita e del dolore, che vive di una doppia natura, infìda, fallace, cangiante, camaleontica? Apro gli occhi, il cielo è azzurro. Contro il sole basso una forma assume piano piano contorni più nitidi: è un grande aquilone.

Per un uomo buono che sapeva donare il sorriso ai bambini, un uomo buono che ebbe un grande ruolo nella mia vita, un aquilone ha sempre rappresentato il modo di appagare un ossessivo, pressante, imprescindibile bisogno di volare. Nei momenti difficili, di stanchezza o paura, di ansia o di terrore, esce con un aquilone e l’aquilone ha ineffabili poteri taumaturgici. Per seguirne il volo deve tenere a lungo lo sguardo lontano dalla terra, per consentigli di volare deve concentrarsi nella totalità dell’azzurro, nella sua compiuta perfezione celeste. Ma c’è un filo che ci unisce a quell’oggetto perfetto nella perfezione del cielo, che unisce la mia disarmonica e terrena imperfezione a lui; grazie a quel filo l’aquilone armonizza il suo movimento al mio, grazie a quel filo il mio movimento si armonizza al suo. Ma quel filo potrà spezzarsi e spezzandosi darà una libertà che è sempre un’incognita.

L’aquilone atterra. Gli occhi si riaprono. La Bellezza della tavolozza di colori del monte Trebbio resta, scalpellata nel marmo del Tempo; l’Armonia di quel paesaggio resta, interpretata per l’anima da un artista che ne ha compreso l’immenso valore, l’originalità, la differenza. Mi alzo. Il piede destro duole nel dialogo con il Tempo. Trovò Armonia allora. La deve ritrovare anche adesso.

Non c’è l’aquilone, non c’è nemmeno il leprotto.

C’è una bambina che dolcemente dorme dopo aver ascoltato dalla voce del suo babbo per l’ennesima volta la favola che più le piace. Non si scrivono favole, non si raccontano favole, se non si ha qualcosa da insegnare. E siccome credo che la vita mi abbia messo nella condizione di avere qualcosa da insegnare, spero che qualcun altro, venendo quassù, ascoltando il paesaggio, possa imparare a capire l’immenso valore di quegli armoniosi accordi, intrisi di Differenza, che solo lo spirito del Tempo sa trasformare in Bellezza.

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