Irene

Irene che ti sale addosso a farti le fusa ti ricorda che qualcosa di bene devi avere fatto nella vita. Non le farebbe, se così non fosse. E in quest’ansia che il farmaco soavemente lenisce lei stessa assume funzione di farmaco.

La gratitudine è arte antica e rara. La gratitudine rasserena chi la riceve e sgrava chi la dà. La gratitudine di Irene edulcora la malinconia di un sabato sera trascorso nel dolore di un deserto interiore ormai divenuto un abisso di incorreggibili frustrazioni, di lancinanti rimorsi, di graffianti memorie, di penose nostalgie che dischiudono paesaggi devastanti dell’anima e racchiudono segreti che non vuoi, non puoi rivelare.

Irene ti guarda, lecca e mordicchia le dita e nei suoi occhi riconoscenti vedo tutto ciò che avrei potuto avere, ma la natura non mi ha voluto dare. Vedo il riscatto mai trovato, vedo l’audacia mai conosciuta, vedo la consapevolezza delle mie qualità sempre stornata, mai accolta nelle praterie devastate dell’animo, vedo tutti i traguardi rifiutati all’ultimo chilometro, vedo il merito recusato, vedo ciò che mi è stato ingiustamente e colpevolmente negato, vedo le irrisolvibili mancanze e le atroci sofferenze per esse patite. Sono pupille veridiche, ingenue e sincere nelle quali rispecchiarsi addolora, ma giova: e giova non perché ci si coccola nel compiacimento della commiserazione. Tutt’altro: giova perché quel fenomeno che appare è la vita vissuta, una vita i cui bilanci precocemente, troppo precocemente sarebbero stati manifesti nel loro impietoso e cinico messaggio di sofferenza.

Eppure in quegli occhi che riempiono il deserto vedo la gratitudine di chi ti esorta e ti ammonisce a non cedere alle lusinghe del disfattismo. Ci sono state battaglie dure. Le ho affrontate con mezzi deboli, ma le ho superate. Ce ne saranno altre di tenzoni severe. Lei riprende le fusa: “Non mollare! Su! Vai avanti! Non fermarti ancora una volta a due passi dal traguardo!”

Il deserto ricorda una cosa: le più grandi battaglie dell’anima sono quelle che vengono combattute in solitaria. La solidarietà resta epidermico atteggiamento che si rivela sterile all’effettiva prova dei fatti. La solidarietà è un ipocrita fasciame di parole tessute senza un fine, perché non è quasi mai il risultato di empatico ascolto. Le battaglie dell’anima perciò sono le più emozionanti, perché le devi combattere con i tuoi mezzi, senza contare sull’ “arrivano i nostri!” Il fortino resisterà? Gli assalti che sta sostenendo lo stanno mettendo veramente a dura prova. Irene si acciambella su di me. La natura che si esprime in lei è monito a stringere i denti: il frangente è un discrimine di quelli che contano, che cuciono medaglie sul petto.

Irene è la morbida pace che ti assopisce con tenerezza in una costellazione di sogni in cui da sempre ambisci ad emozioni che tu ben sai che non potranno mai essere tue, ma pur sempre dolci, rasserenanti emozioni sono.

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