È solo una questione di dosaggio …

Dedico questa mia odierna riflessione ai miei tanti studenti, che passano ore sui vocabolari, in cerca di parole.

Una parola è un insieme di lettere, di segni e di suoni. Bene: pensiamo innanzitutto al fatto che il vocabolo, che usiamo così spesso, viene dal greco παραβολή, dalla stessa radice del verbo παραβάλλω, che significa confrontare, paragonare; consideriamo poi che solo come significato più attestato nella letteratura ha quello di confronto, paragone, similitudine (come nelle parabole evangeliche), ma che può esprimere anche l’atto dell’incontrarsi e del dialogare. Ecco allora che ci rendiamo conto di quale immenso valore abbiamo in quell’apparentemente ingenuo, casuale, caotico insieme di segni e di suoni che si chiama parola. Ma non mi accontento. Sento che c’è di più e, siccome sono nato pignolo, sono andato a fondo e, consultando il Liddell-Scott, apprendo che nel procedere dei secoli, quando il greco era la lingua di uno dei tanti popoli che facevano parte dell’impero di Roma, seppur la più nobile, il termine παραβολή, in autori di quella letteratura che viene chiamata greco-romana, assume un altro significato, molto interessante: quello di percorso non rettilineo, tortuosità; da cui poi la metafora del giro di parole, fino ai significati di arguzia, dolo, inganno. Insomma, come tanti vocaboli delle lingue classiche anche il nostro παραβολή diventa con il tempo una vox media, ossia uno di quei vocaboli “neutri”, che possono, come il latino fortuna, che si cita sempre come esempio ai ragazzi alle prime armi, contenere in sé sia l’accezione positiva, sia quella negativa.

Quanto viene da pensare allora! Soprattutto se si nasce eternamente insoddisfatti di imparare e conoscere e se si è inclini a soddisfare questa sana cupidigia dell’intelletto proprio con confronti e comparazioni, insomma proprio con le nostre bellissime ma infide παραβολαί …

Ma com’è possibile? Sovviene dunque un noto passo del Vangelo, Mt 5 37: Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: ‘sì, sì’, ‘no, no; il di più viene dal Maligno”. Ma chi lo decide che che cosa è “di più”, se i vocabolari sono pieni di termini che hanno la possibilità di essere maneggiati esattamente come un farmaco? Fanno bene o fanno male secondo la dose che se ne impiega. Neanche gli antichi romani, che della fides, della lealtà alla parola data, al patto, al giuramento avevano fatto più che un fondamento etico di una società, addirittura una vera astrazione religiosa, sapevano stare nei binari e, se necessario, se nell’interesse della salvezza dello stato, il ricorso allo stratagemma e all’inganno, dunque al suo contrario, la perfidia, era tollerato. Come vedete, rnon è affatto facile muoversi in questo campo. Quando mi intrufolo con la innata curiosità in queste riflessioni, ho come l’impressione di trovarmi nelle sabbie mobili.

Dunque? Come ne usciamo dall’aporia? O forse anche le parole dovrebbero avere, non tanto un lemma sul dizionario, ma una sorta di loro bugiardino, che metta al corrente dei loro effetti collaterali? E ci risiamo! Ma perché il foglietto illustrativo di un medicinale si chiama bugiardino? Altre sabbie mobili: secondo un’ipotesi popolare, forse scorretta, ma comunque antropologicamente interessante, come quelle etimologie di Isidoro di Siviglia, che non ne ha azzeccata una ma sono bellissime, l’origine sarebbe da ricercarsi in una curiosa abitudine toscana, regione in cui un tempo la locandina dei quotidiani, esposta all’esterno delle edicole, si chiamava il bugiardo. Mi piace questa ipotesi. Giusta o non giusta che sia, mi piace, perché coglie in pieno la meraviglia di quello spirito indefinibile e dall’indole un po’ esoterica della comunicazione, che è geneticamente ambiguo – anche qui nel significato di incerto, dubbioso, esitante, come colui che si comporta (agere) girando intorno (ἀμφί) senza una meta – perché induce a riflettere sulla necessità di conoscere la posologia di quell’insieme di suoni e segni che chiamiamo parola, sull’impossibilità di coartarlo in gabbie come quelle di un vocabolario.

E se anche, per avere scritto queste nugae, mi darete dello stupido, non sarò certo quello che si offenderà: lo stupidus, prima di essere un personaggio caratteristico del mimo, era semplicemente colui che rimaneva stupefatto, a bocca aperta, meravigliato, attonito. Si tratta solo di questione di dosaggio. Ogni parola ha il suo dosaggio; e l’effetto che produce dipende dall’uso che se ne fa, non dal suo significato stampato sul vocabolario. Per questo resterà sempre una meraviglia dell’intelletto, un’esperienza fantastica, un’ebbrezza intrigante saper giocare con le parole. Ammiratele, studiatele, lasciatevi prendere dalla loro superiore abilità di maneggiare il vostro cervello, ancor prima che voi cerchiate di tenere quest’ultimo sotto controllo! Non ce la farete mai! Perciò, viva gli stupidi!

E ricordate! È solo una questione di dosaggio …

Un’altra Firenze

Riuscire ad essere dissacranti e impietosi con la propria città e con chi la amministra non è dote di pochi, se lo si fa mantenendosi nei binari di un’ironia bonaria, anche un po’ acre talvolta, ma mai di cattivo gusto. Ebbene, leggere un romanzo di un autore fiorentino, che di professione è giornalista – e che quindi con le parole ha discreta consuetudine – il quale non manca di lanciare frecciate anche dirette alla sua città, al suo blasonato centro storico e persino ad alcuni centri nevralgici della sua importanza storico-artistica, santificati dalla gloria dei secoli e dai manuali di storia dell’arte, è una scoperta interessante per un impenitente lettore come sono io … e dal giudizio anche piuttosto severo.

Vorrei raccogliere alcuni punti.

Primo punto: Ponte Vecchio, famoso per le sue prestigiose gioiellerie. Di esso si dice che sia un peccato che dopo tanti secoli si sia mestamente ritrovato parte della “più grande bigiotteria del mondo”. Definizione fantastica per chi, come me, sa cosa significa avere avuto dimora nei pressi di un grande albergo e aver visto i turisti aggrediti da venditori di chincaglierie varie, oppure i mercatini del centro invasi da tali oggetti, spesso di dubbio gusto.

Secondo punto: ponte Santa Trìnita. Viene impietosamente ricordata la sua storia. Non solo vergognosamente crollato subito dopo la sua costruzione, per non aver retto il peso della folla al momento dell’inaugurazione, ma anche fatto saltare dai tedeschi in ritirata durante la guerra. Quando si trattò di ricostruirlo, utilizando le macerie finite nel fiume, comprese le statue delle Quattro Stagioni, che ne sono forse la nota dominante, la testa della Primavera non si trovò. Venne indetto un bando per la ricostruzione e fissato anche un premio per il ritrovamento del pezzo mancante; e fu uno di quei “renaioli”, spesso immortalati nei quadri dei Macchiaioli che li hanno particolarmente amati, che, nel raccogliere sabbia di fiume, trovò la testa mancante. Fatto sta che, forse per la fretta, forse per un errore, fu riattaccata allungando il collo. Come spesso pensavo anch’io, quando ci passavo accanto da ragazzo – e anche mio nonno puntualmente mi ricordava la singolare storia della testa – l’operazione di super-Attak al collo della povera Primavera mi rimandava più al mio libro di geografia e alla foto del collo delle donne Kayan birmane che ad un monumento del prestigioso Cinquecento fiorentino.

Terzo punto: sempre via Maggio. Onore all’amministrazione comunale, che ha reso così razionale la circolazione! l’unica amministrazione al mondo ad essere riuscita, in una strada talmente stretta che un tempo facevano fatica ad incrociarsi due birocciai del vicino San Frediano, a mettere pista ciclabile, parcheggio per le auto e corsia preferenziale per gli autobus, creando un traffico così meravigliosamente ordinato che manco a Bangkok …

Quarto punto: gli alti palazzi antichi del centro storico nella zona di Oltrarno, tutti altrettanto storicamente agghindati di impalcature, che fanno ormai parte del paesaggio urbano, e che per me sono ormai monumento esse stesse, essendo entrate nelle raccolte di foto dei computer e degli smartphone di turisti di tutto il pianeta. Malinconicamente abbandonati dal turista che raramente finisce da quelle parti, sembra che riescano a restare in piedi, solo fintanto che hanno la forza di reggersi l’un l’altro. Effettivamente, avendo frequentato anch’io nel percorso casa-scuola parte di quella parte di città, ho sempre avuto un sentimento tra la tenerezza e la malinconia per quei palazzi negletti da guide e siti turistici – talmente negletti che giustamente nemmeno Lonely Planet li cita … – oltretutto nel disinteresse di chi dovrebbe forse di loro occuparsi un po’ di più. Anche a me la malinconia di quell’abbraccio di impalcature ha sempre comunicato un grande sentimento di solidarietà … storica solidarietà.

La lettura del thriller di Gigi Paoli, Il rumore della pioggia, prosegue, chissà, forse portando altre perle, altre “chicche” di questo acre, caustico, impietoso e mordace, ma anche sagace sarcasmo, che quel 50% di sangue fiorentino che in me scorre non mancherà certo di apprezzare.

La forza delle radici

Sradicarsi. Che brutta cosa!

La storia di Lorenzo detto Meraviglia è la vicenda di un ragazzo costretto a sradicarsi dall’ambiente che amava, dalla sua montagna, dal suo Cadore, dal paese di Tai, per andare a vivere in una città, nemmeno una metropoli, certamente, trattandosi di Conegliano, ma che tale a lui sembrava. L’insuccesso scolastico e la descrizione di una gioventù di amici alla continua ricerca di una felicità tra eccessi e desideri inappagati è impietosa. La difficoltà nel rapportarsi con un contesto familiare che sente avulso alla sua crescita, il richiamo sempre più forte della montagna e del paesaggio che lo ha plasmato, la scoperta della lettura e poi della scrittura, tutto questo si intreccia con le figure femminili, soprattutto quella di Lavinia, forse vero protagonista di questa narrazione, una figura che è il vero “motore” del libro. La storia di Lavinia, letterariamente bella nel suo realistico squallore, è tratteggiata in modo quasi crudo, nel momento in cui si viene a delineare pagina dopo pagina la fragilità di questa ragazza e la sua irreversibile caduta nel dramma. Il bel finale riporta al tema delle radici, alla necessità di non perdere mai il rapporto con quello da cui parte il cammino della nostra vita, non sempre necessariamente un luogo. Meraviglia, romanzo di Francesco Vidotto, è stata una scoperta. Una scoperta veramente piacevole, proprio per come induce a riflettere sul tema delle radici e su come la scuola, qui condannata senz’appello nella figura della burbera professoressa di italiano che tempestava di quattro il giovane Lorenzo, ben pochi sforzi faccia spesso per capire cosa ci sia dietro un profitto negativo, un insuccesso, in questo caso, nel caso di “Meraviglia”, dettato proprio dall’essere costretti a vivere lontano dalle proprie radici.

L’affetto

Si può dialogare con il Tempo? Da tempo mi chiedo come sia possibile dialogare con il Tempo, dal momento che il personaggio di un mio romanzo ha questa particolare caratteristica di trascorrere momenti di riflessione in costante dialogo appunto con il Tempo, un dialogo ricco di ambigue complessità, come è giusto che sia. La riflessione mi ha riportato alle tante pagine che Sant’Agostino ha dedicato al tema, in cui sostanzialmente si arriva sempre ad una negazione del tempo; l’impressione che a me ne deriva è questa: è come se la memoria del passato proiettasse icone indefinibili in un futuro che sarà compito di chi avrà l’onore di raccoglierne l’eredità decifrare e interpretare. Eppure … Eppure qualcosa mi sfugge. La convinzione che un presente vivo e vegeto, condizionante e operante nella contingenza ci sia, nessuno me la riuscirà a togliere. Ed eccoci al punto: se qualcuno dichiara di aver trovato un amore perché ha saputo cogliere l’attimo, significa che quell’attimo esiste, è esistito, è stato attivo nella sua mente, nello spirito, nella materialità della sua quotidianità. Quell’attimo, quel punto, quell’impalpabile espressione del presente è un sogno? oppure un’emozione? oppure un sentimento? Che cos’è? Ma non è bellissimo cercare di porsi queste domande sulle cose più belle della vita! Andiamo avanti allora!

La riflessione particolare che vorrei fare è sull’affetto, sul sentimento. Due parole che troppo spesso consideriamo sinonimi. Permettetemi di salire per un attimo in cattedra e spiegarvi. Se lo chiamiamo “sentimento”, dal latino sentio, il verbo della percezione più generica, facciamo riferimento al mondo di sensazioni, emozioni, percezioni, sogni, desideri, ispirazioni e aspirazioni che rimandano ad una sfera affatto individuale. Se lo chiamiamo invece “affetto”, da affectus, un sostantivo appartenente allo stesso campo semantico di afficio, “faccio qualcosa a qualcuno”, “colpisco qualcuno con qualcosa” (p. es. un provvedimento giuridico), i protagonisti diventano due, uno che manda e uno che riceve, uno che fa e uno che subisce, e da questa interazione può nascere una partecipazione. Chiamiamolo perciò affetto e non sentimento questo attimo vitale che può essere così importante nel bene, come nell’esempio appena fatto, ma potrebbe anche esserlo nel male.

Oggi ho vissuto un’esperienza di affetto, perché ho colpito, ho subito, ho partecipato ad una relazione di scambi di osservazioni, che ha coinvolto la memoria, la relazionalità interpersonale, le emozioni, le commozioni. E anche qui è emersa una profonda differenza, nel riflettere durante il dialogo, tra essere emozionato ed essere commosso. Quanta confusione facciamo! Ho cercato, come è mio solito, di usare le parole secondo la loro storia, non sul fondamento di quello che sembra facciano capire in base alla eco che hanno in quello o in quell’altro spirito. Ebbene, essere emozionati è ben diverso da essere commossi. Emozione viene da emoveo, “porto lontano”, “porto fuori”, “trascino via con la forza”; non evoca immagini così rasserenanti la condizione dell’emozionato, se mi tocca immaginarlo trascinato lontano con la forza, magari – e non è difficile immaginare che sia così – proprio là dove non desidera proprio essere portato.

Ma quanto è bello invece essere commosso, che viene da commoveo, “mi agito insieme”, “mi lascio portare dentro me stesso insieme agli altri”! L’emozionato si sente lontano, si sente agitato e sconnesso dalla realtà, perché il suo corpo è dilacerato rispetto al suo spirito, che vaga altrove, trascinato chissà dove, contro la sua volontà; l’emozionato vive una situazione innaturale, l’emozionato è solo anche in mezzo a cento persone, perché con esse non può avere empatia, in quanto il suo spirito è come se gli fosse stato rapinato. Soffre in un mare di imperturbabilità. Il commosso partecipa di una dimensione comunitaria e non ha spesso bisogno di dare spiegazione sul suo mondo di affetti; la sua persona, il suo sguardo, i suoi occhi, la sua autenticità espressiva necessita di poche parole, gode di fiducia e sa di poter contare sull’ascolto. Mi sento emozionato, se non mi sento all’altezza di un compito e mi è richiesta una prova superiore alle mie potenzialità, che mi lascerà l’amaro in bocca di un’Incompiuta. Mi sento commosso, quando so di aver raggiunto il traguardo con la fiducia di chi ha saputo interpretare l’affetto, con spirito di lealtà e pratica dell’arte dell’ascolto. L’emozionato ha prova di sentimenti, non di affetti. Il commosso ha lavorato insieme agli altri sui sentimenti, sulle e-mozioni, per farne affetti, com-mozioni.

Quando si torna a casa da esperienze come queste, si torna a casa sempre più ricchi e si può ringraziare questa natura che offre campi di esperienza sempre diversi, sempre più intriganti, sempre più educativi.

Quel dialogo sul Tempo ha prodotto una serie di commosse riflessioni e su quelle riflessioni, frutto di affetti, ora si può lavorare in due.

Julia

Un tavolino con una candela accesa in un clima natalizio degno di uno spot pubblicitario. Siamo tutti e due reduci da una lunga sgambata sulla pista di fondovalle della val Casies, su cui, dopo che era stata preparata artificialmente, finalmente era arrivato l’agognato aiuto dal cielo con tre giorni di neve vera. Il clima era quello tipico delle corte giornate delle vacanze natalizie in montagna, in cui tante ore si passano davanti a un prosecco, una cioccolata calda, una grappa. Gli sciatori affluiscono dopo la chiusura delle piste al precoce imbrunire di fine dicembre. Una vetrata sui prati bianchi, che una debole e fioca falce di luna calante fa riflettere appena, rappresenta il diaframma tra il mondo del benessere e del turismo vacanziero e quello della natura e del suo meraviglioso ordine. In mezzo a questi prati, lontano dal fango che cola dalle tute, dagli sci e dagli scarponi, lontano dal ronzio degli impianti ora fermi, lontano dallo sgraziato e disarmonico sottofondo dei cannoni che sparano neve finta, lontano dai motori dei gatti, che con lampade potenti squarciano il buio e battono le piste per la giornata successiva, lontano da questa disarmonia voluta dal lucro, dettata dalla legge del mercato, resa d’obbligo dal calendario in una regione che di turismo vive, laggiù in fondo, lontano solo nello spazio, ma non nello spirito, un laghetto ghiacciato appena illuminato, attirava l’attenzione dei pochi attenti ad ascoltare quel richiamo.

Si vedeva dalla vetrata del pub, dove alla chiusura degli impianti tanti si fermano, sfruttando l’adiacente distributore. Lei mi invita con un tacito gesto della mano a concentrarmi con lo sguardo fuori della vetrata, fuori da quell’orgia di benessere, fuori da quel caos portato da esigenze, di cui non sono mai riuscito a sentirmi partecipe, in direzione di quello specchio di ghiaccio. Qualcosa mi avrebbe subito reso parte di ben altro, di un’esperienza di quelle che si incidono profonde nel robusto granito del Tempo, che giustamente sa scegliere cosa conservare e ammette solo ciò che la sua severa giuria approva. Un’esperienza che ora si tenterà di trasferire dall’anima alla pagina.

Sul laghetto pattina, sola, una ragazza con un body bianco, la cui grazia attira soprattutto noi che abbiamo avuto il tavolo vicino alla vetrata del pub. E quella ragazza quasi diafana, quasi sospesa e fluttuante su quella superficie lucida si trasforma nell’immagine più autentica della Bellezza, come sa esprimersi nelle forme più naturali della sua grazia. Le tracce che i suoi pattini disegnano sul ghiaccio disegnano altre figure nello spirito, che rimandano indietro il tempo. Lo spirito si anima. L’anima, catturata da quella visione, s’infonde di quel vigore, che sa essere proprio di una vita vera, vissuta per la passione, per l’amore; il sentire che s’infonde nell’anima è quello di un calore che riesce a conferire a quel paesaggio freddo una nota che pochi, forse, sanno cogliere e apprezzare. È la nota, il marchio, il sigillo prezioso e inconfondibile della Differenza.

La luce scende, la temperatura precipita. Il termometro del distributore adiacente al pub segna già -12. Usciamo. Lei è attratta da quella ragazza e da quella naturale grazia. Ha pattinato anche lei poco prima, in una pista di pattinaggio, lo stadio di hockey del vicino paese. Insieme io e lei abbiamo visto turisti alle prime armi, qualche locale più esperto, qualche turista più esibizionista, tante cadute, tanta gente sgraziata e pericolosa per se stessa e per gli altri. Che contrasto! Quella figura eterea in bianco, quell’evento inatteso è uno spettacolo della natura, che ci riscalda nel sereno gelido imbrunire di fine dicembre. Ci abbracciamo nell’ammirare l’incanto della visione in quel candore naturale, un contesto che assume subito tutti i connotati del fiabesco. La ragazza volteggia veloce nello specchio di ghiaccio, per ora illuminato solo dalla sua bianca figura, nella vallata buia. I suoi movimenti, perfetti nella loro grazia naturale, è come se trovassero in quel contesto l’occasione ideale per la loro realizzazione, in un’armonia che dà vita a un’esperienza totalizzante per chi assiste e non può non esserne interiormente partecipe: un coinvolgimento che sconvolge e pone serie domande su quale sia l’autentica armonia tra uomo e natura.

Sergej, il cameriere russo che da anni lavora in quel pub di confine, dove l’italiano e il tedesco si mescolavano un tempo a dialetti veneti e ladini, ma ora anche alle tante lingue dell’est europeo dei lavoratori stagionali che vengono su dalle città o da oltre confine, Sergej, che conosciamo bene e che tutti gli anni ci saluta gioviale nel rivederci, lascia per un attimo il lavoro, ci vede incuranti del freddo gelido di quella serata serena e viene da noi: mi piace immaginare che ci considerasse russi come lui, temprati come lui. Si avvicina a noi due. Si mette in silenzio, estasiato nel guardare anche lui la ragazza che volteggia sui pattini con una grazia angelica sullo specchio di ghiaccio. Va alla cabina elettrica. Alza un interruttore. Si accende il lampione che illumina la parte del parco con il laghetto, in cui pattina la ragazza. Si illumina uno spettacolo che non si sa se sia più arte umana in atto o natura in movimento. Non si capisce se quella grazia sia il risultato di un esercizio praticato in pista con robusta tenacia o se non sia piuttosto il naturale esito della perfetta osmosi con quel paesaggio, in quel contesto di cui lei è solo apparentemente virtuosistica protagonista. Più la si osserva, più la si ammira, più si viene catturati e sconvolti da tanta naturalezza nei movimenti, più ci si convince – e questo è il punto più importante – che diversamente non può essere.

Quella figura bianca … Bianca come tutto il resto intorno a lei. Bianca come la semplicità di un’anima che si apre alla vita, alla natura, al paesaggio che di lei vive. Bianca come quel paesaggio che lei desidera come conoscere e trasfondere dentro di sé con i suoi volteggi. Bianca come la semplicità di lei che anela a far parte attiva di quell’esperienza straordinaria, che per tutti noi si chiama paesaggio. Bianca come quell’incontro meraviglioso tra uomo e natura. Bianca come chi sa di essere elemento imprescindibile e armonicamente integrato in quel paesaggio, un paesaggio che lei in quel momento sa animare di Armonia e che non violenta, come altri, con gatti delle nevi, impianti e cannoni. Bianca come tutto intorno a lei, come l’ambiente freddo cui infonde calore, un paesaggio che lei riesce mirabilmente a interpretare con le armi più belle che la natura le ha dato, quelle del suo corpo: una candida icona di Armonia, di Grazia, che ha l’ammaliante potere di incantarci, di affascinarci. Quella candida figura di perfezione ci manda un messaggio ineffabile allo spirito. Ci guardiamo, ci abbracciamo, ci uniamo in un bacio, che suggella la consapevolezza di essere entrambi memori di averlo simultaneamente recepito e assimilato.

Sergej resta accanto a noi. Lei si stringe nuovamente a me. La abbraccio ancora forte. Sergej comprende la particolarità del momento, interpreta l’intensità dell’esperienza in atto e torna dentro: dopo un po’ dalle casse esterne del parco, di cui il laghetto è parte, esce la musica delle Danze polovesiane dal Principe Igor di Alexandr Borodin. E l’atmosfera si fa magica, perché la musica ha di questi poteri.

“Julia è venuta in Italia otto giorni fa. Vuole festeggiare il Natale russo con me. 7 gennaio.”

“È la tua ragazza? È molto brava Julia. Siine fiero, Sergej”, gli dico.

“Julia è mia sorella. Siamo cresciuti nello stesso orfanotrofio. Tutti e due abbiamo pattinato sin da piccoli. Poi ho deciso di venire a lavorare qua due anni fa e le nostre vite si sono separate. Ho allenato io per anni Julia e l’avevo fatta arrivare anche in alto. Adesso non posso più restare qui con voi. Scusatemi, devo tornare a lavorare.” La sala del punto di ristoro doposci, il più amato e frequentato di quella piccola remota vallata, non molto nota al turismo di massa, si era infatti riempita e richiedeva a chi lavorava al bar e ai tavoli ritmi di lavoro superiori alla media. Non c’era tempo da perdere.

Julia era più giovane di Sergej che aveva circa 19 anni. Ne avrà avuti al massimo 16. Il vortice della musica da ballo popolare russa di Borodin era entrato nel sangue della ragazza. Si vedeva. Si percepiva. Non si stancava mai di roteare con una dolcezza tale che lei, stretta al mio fianco, disse: “Credevo che solo nelle favole o nei film esistessero cose del genere. Quella ragazza sembra che sia nata con i pattini ai piedi. Voglio conoscerla. Andiamo da lei.”

Lasciammo che il brano musicale finisse e poi, io e lei, andammo tutti e due giù al laghetto ghiacciato. Julia si stava togliendo i pattini, di cui accuratamente protesse le lame, prima di rimetterli nella borsa. Era una ragazza dalla corporatura perfetta, una chioma bionda raccolta in una lunga coda di cavallo contornava un viso dai lineamenti tipicamente russi, con occhi lunghi e stretti, quasi a mandorla e un sorriso sincero. Aveva solo il body da gara, ma non sembrava aver freddo. Tempra russa, tempra diversa: straordinario esempio di adeguamento al miracolo della Differenza che il corpo umano sa realizzare, che ci insegnerebbe anche a capire, ma che noi il più delle volte rifiutiamo di ascoltare.

“Ciao, Julia! Complimenti! Sei veramente molto brava,” le dissi.

“Ci hai saputo davvero commuovere e incantare,” le disse lei.

Julia conosceva poche parole di italiano, ma sapeva qualcosa di inglese e allora lei, che parlava abbastanza bene inglese, diversamente da me che non ho mai particolarmente amato quella lingua, le chiese: “Tuo fratello ci ha detto che ti ha allenato lui.”

Julia, che era sudata, si mise il piumino per coprirsi dal freddo. “Vieni a bere qualcosa di caldo con noi.” Sergej, visto che la sorella aveva finito di pattinare, le disse ad alta voce da lontano qualcosa in russo, spense il lampione e la musica. Julia gli rispose qualcosa in russo: il lampione sul laghetto si spense e quello spicchio di valle perse il fascino, a cui la figura di Julia non poco aveva contribuito. Ma la musica che proveniva dalle casse fu riaccesa sulle note di una radio locale, che diffondeva però ritmi più popolari e montanari, alternati a canzoni natalizie.

Julia ci seguì al tavolo su cui Sergej aveva portato le cioccolate da noi richieste; ne facemmo aggiungere una per Julia, che la gradì e ringraziò. Lei iniziò a porle domande sulla sua vita, su di lei; la ragazza diede risposte sempre fredde, di una freddezza che tradiva disprezzo per quel passato. Apprendere dalla viva voce di una protagonista quanto si legge, il più delle volte distrattamente, attira e coinvolge, ma induce sempre a riflettere. Julia ci ricorda come la quantità di bambini abbandonati negli orfanotrofi in Russia cresca a dismisura, perché il sussidio di stato alle famiglie dura solo tre anni e dopo il terzo anno le famiglie non sono più in grado di mantenere figli, che vengono abbandonati. In orfanotrofio si impara a fare la sarta, la calzolaia, la donna delle pulizie, ma in orfanotrofio si può anche leggere molto, perché in Russia non arriva internet in tutte le case; pochi fortunati hanno tempo per fare i selfie sui social e questo solo nelle città, non nelle sterminate realtà dei piccoli centri della campagna contadina, dove si vive di poco, ma si sopravvive. “L’arte è tanto per noi, per me e per Julia; l’arte è il grande sfogo di un popolo abituato a soffrire”, interviene Sergej, che per un attimo si siede al nostro tavolo.

Il mio sguardo torna al laghetto ora buio e come diventato improvvisamente gelido, abbandonato dal quel piccolo miracolo di arte e di natura, di cui prima era stato un naturale palcoscenico. Julia lo aveva riscaldato di armonia, di fascino, di fiaba.

“Quando hai iniziato a pattinare, Julia?”, le chiese lei.

“A tre anni.”

“Ci credo …”, fu il mio commento. “E tu?”, chiesi a Sergej. “Anch’io a tre anni. Julia ne ha 16, io 20.” Ero rimasto fermo a 19. Evidentemente li aveva compiuti da poco. “Abbiamo iniziato a pattinare presto. Accanto all’orfanotrofio c’era una pista ghiacciata per tanti mesi dell’anno. Quando ho visto che Julia era appassionata e veramente dotata per il pattinaggio, ho deciso di portarmela in pista e poi sono diventato il suo allenatore. Abbiamo gareggiato e partecipato a competizioni locali. Ma solo chi aveva soldi per permettersi trasferte, per partecipare alle gare in Canada, negli Stati Uniti, andava avanti. Negli orfanotrofi dove vivono milioni di bambini gli sponsor non arrivano. E allora sono venuto qua a lavorare. Sperando di trovare i soldi per far andare avanti Julia nella sua passione. Ha già 16 anni, e sono già tanti in questo sport. È brava. In Russia tutti la ammirano. Voglio che Julia si trasferisca qua e che qualcuno la alleni.”

“Tu la devi allenare!”

“Lo faccio. Tutte le ore libere dal lavoro le passiamo sui pattini. Ma non basta. Bisogna entrare nel giro. Qua si sta bene, si guadagna bene, ma sono vallate chiuse. Siamo lavoratori stagionali per loro. Serviamo come sguatteri, per questo ci pagano, non per pattinare. Non è come da noi. Da noi l’arte è sopra tutto.”

Dopo la breve pausa, Sergej mi puntò le palle degli occhi nelle mie palle degli occhi: “Qua si guadagna e qualcuno fa tanti affari con la neve per cui noi da noi si soffre e si muore; ma qua, per il denaro, l’arte l’avete uccisa. Come la natura”. Tacemmo. La prima stoccata era già stata micidiale. Questa seconda fu il colpo di grazia. “Da noi l’arte è sopra tutto,” avete detto Sergej. “Per il denaro l’arte l’avete uccisa,” aveva ribadito, girando il coltello nella piaga.

Abbassammo gli occhi tutti e due su quelle parole. Sergej tornò al lavoro. Lei mise una mano su quella di Julia e le disse: “Tanti di noi hanno combattuto battaglie che tu non puoi immaginare e qualche volta, combattendo, si può anche vincere. Anche tu ne hai combattute. Julia, non demordere.” Julia ringraziò della cioccolata e andò a cambiarsi.

Tra la folla di sciatori che entrava e usciva in quell’iride di colori artificiali delle tute da sci ci alzammo per uscire anche noi. All’arte e allo spettacolo di armonia nella natura si sostituì quello della cassa, della puzza di sudore dei corpi spesso sovrappeso di chi ha faticato non per lavoro, ma per divertimento: una stonatura per lo spirito che ha appena avuto ben altra lezione. E quando ebbi pagato alla cassa, lei mi prese dolcemente il braccio, attrasse la mia attenzione verso il corridoio di servizio e mi disse: “Guarda!”

Julia aveva indossato una grossolana tuta da ginnastica sdrucita, aveva preso il materiale e stava andando a ripulire i bagni del pub lordati dalla neve sciolta colata dagli scarponi degli sciatori reduci dalle piste, mettendo la sua naturale e artistica, armoniosa e ineffabile esperienza di perfezione al servizio di un altro modo di intendere la vita, che quell’armonia non sa né ascoltare, né rispettare.

La riconoscenza

In risposta ad una mia alunna che aveva apprezzato il fatto che avessi dimostrato commozione al ricordo di alcuni momenti del mio passato, leggendo alcuni articoli dal mio blog, mi capitò l’occasione anche di affrontare in privato con lei il tema del pianto, partendo da un assunto di base: ognuno interiorizza le esperienze vissute e lavora sulla memoria con diversa intensità e con diverso grado di commozione. Scrissi allora in chat a quella ragazza:

“Si dice che un uomo non dovrebbe mai piangere. Vengo da una famiglia con tradizioni militari. Mio nonno era colonnello pilota d’aeronautica e, quando ricordava la guerra, lo faceva piangendo. C’è chi sostiene che una lacrima è segno di debolezza. Lascio agli altri le interpretazioni. Ho combattuto battaglie che non auguro a nessuno e sono qui a raccontarle. Se qualcuno mi considera debole, perché un giorno mi sono commosso riandando con la memoria a certi momenti forti della mia vita, che facile non è stata, faccia pure. Non sarò certamente io, sostenitore della libertà come massima espressione della dignità della persona, a negargli questa convinzione. Non auguro a nessuno di vivere otto anni come quelli che ho vissuto io, non auguro a nessuno un’esperienza di dolore che non può essere descritta in alcun modo, ma sono convinto fermamente di una cosa: chi non si commuove, chi non cede alle lacrime ricordando momenti come quelli, mi spaventa davvero. Chi non si commuove di fronte a quell’indescrivibile sofferenza può essere un uomo? Perciò, quando, pensando a quegli anni piango, ricordo mio nonno, militare pluridecorato, medaglia d’oro al valor militare, comandante di corpo, quando pensava, piangendo, alla guerra, dicendo che non augurava a nessuno di rivivere quello che aveva vissuto lui. Mi spaventa assai chi NON piange di fronte a queste esperienze.”

Ieri pomeriggio con un amico siamo andati al cimitero a trovare i nostri genitori recentemente venuti meno, la sua mamma, il mio babbo. Mi sono seduto per terra a gambe incrociate accanto a lui, a mio babbo, tra i pini del bellissimo camposanto della mia città, ricavato in mezzo ad una specie di oasi di pineta rimasta tra porto-canale e zona industriale, uno spicchio di pace in mezzo alla frenesia del lavoro. “Mi sono accoccolato” in silenzio. Io e lui. Soli. Nel silenzio della pineta.

Abbiamo parlato a lungo. Le mie mani nascondevano le lacrime. Non volevo che tu le vedessi. Abbiamo ripercorso tanti momenti della nostra vita, del nostro legame stretto, dei dolori che ci hanno unito, i tuoi nel vicino presente, i miei nel più lontano passato. La tua foto sorridente, il tuo sorriso che cancellava sempre ogni sofferenza, il tuo sapere ridere ed esorcizzare sempre l’azione del male con una risata, con una battuta, mi ha fatto pensare a quanto siamo diversi io e te. Anche tu avevi i tuoi scatti d’ira, come è umano che sia. Ma raramente cedevi alla commozione e mantenevi nel dolore un controllo che invece io non ho mai saputo conservare. Le intensità con cui si maneggia il passato, con cui il nostro spirito lo manovra, lo manipola, lo plasma sono diverse, il modo in cui lavora la memoria è diverso. Anche nel metter giù queste righe la commozione prende il sopravvento e sulla tastiera cadono quelle lacrime che tu avresti saputo trattenere. Siamo diversi, molto diversi e per questo ti ammiro sempre di più, per questo scopro, ora che sei altrove e non soffri più, un aspetto del tuo carattere che con il tempo assume sempre più valore, proprio contrapponendosi al mio.

Una delle pagine più dolci del racconto che Odisseo fa ad Alcinoo nella reggia dei Feaci è quella in cui, mentre l’aedo ricorda le sua gesta e gli amici morti, l’eroe cede segretamente alle lacrime e solo il re Alcinoo se ne accorge, senza dire nulla. Una scena toccante, intima. Una scena che non può che ricordarne tante altre della nostra vita insieme, del nostro dialogo a occhiate, della nostra intesa che non necessitava di pleonasmi, di parole superflue. Lasciami piangere qui con te, babbo. Un giorno a Bologna, un amico ebraico, conosciuto ad un convegno di studi ai tempi della ricerca, si commosse al ricordo della recente morte della sua mamma e, quando gli posi una mano sulla spalla e lo strinsi a me, recitò un bellissimo antico proverbio yiddish, secondo il quale le lacrime sono per l’anima quello che il sapone è per il corpo. Quel proverbio mi è rimasto impresso, mi si è come stampato addosso, perché nella mia vita non ho alcuna vergogna di ammettere che di lacrime ne sono sempre scese tante. Dal mio punto di vista potrei dire di averne avuto le mie ragioni; altri, da altri punti di vista, potranno dare altre interpretazioni. L’intensità, il voltaggio dello spirito, la potenza erogata dal meccanismo emotivo non è regolabile, non risponde a norme canoniche. Concedimi questo ennesimo carme alla Differenza.

Qui tra i pini tu mi sorridi. Qui tra i pini a quel sorriso rispondo facendo quello che tu non vorresti che io facessi.

Eppure, tu dicevi sempre quella frase che ricordo spesso: u’j’ è sempar e’ su parché. C’è sempre il suo perché. E anche adesso tu lo sai che c’è il suo perché, ci sono tanti perché, tantissimi terribili e inquietanti perché. Né tu, né io abbiamo saputo dare una risposta. Tu hai dovuto fare rinunce importanti per la tua vita, proprio di fronte ai perché di quella dei tuoi figli. Come non ammirarti per questa tua immensità! Come non commuovermi per questa tua lezione!

Un flash, lì tra i pini. Eravamo in auto sulla superstrada di ritorno da Siena. Era domenica pomeriggio. L’indomani sarei dovuto entrare in ospedale per l’ennesima volta. Tu mi avevi fatto divertire per tutto il giorno, come tu solo sapevi fare. Tragedie e motivi di lacrime ce n’erano stati abbastanza. Fermasti l’auto in una piazzola e mi dicesti: “Con la mamma abbiamo deciso. Torniamo a Ravenna. Qua abbiamo sofferto abbastanza. Rinuncio a tutto, alla carriera e l’unica cosa che adesso mi preme è la vostra felicità, il vostro futuro.” Allora non capii cosa significasse tale decisione. A Firenze avevo i miei amici, pochi, ma ne avevo. Troncare non sarebbe stato facile e in effetti non lo fu. Ma tu lo facesti per il nostro bene. Quella città, quella casa evocavano ormai troppo male, troppo dolore. Fantasmi troppo cattivi si aggiravano ormai per quelle vie e per quelle stanze. Ora, a distanza di anni, quel gesto mi è chiaro: fu un gesto di amore infinito, di dedizione agli altri, di rinuncia alla propria carriera per la serenità di una famiglia, che già troppo dolore in poco tempo aveva sofferto.

Tu mi devi perdonare, babbo; ma se mi ricordi, qui, mentre sono accoccolato accanto a te, una cosa così bella, come faccio a non lasciar cadere sui sassolini bianchi del tuo tumulo pieno di fiori una lacrima? Non biasimarla questa lacrima. Scende da me e viene a te, diritta a te. Entra in te. È una lacrima di riconoscenza.

Ritorno

C’è un valico sull’appennino forlivese, in cima al quale si sviluppa un pianoro esposto, senza alberi. Uscendo dalla strada asfaltata, si possono trovare dei massi sparsi. Ad uno di quelli sono da anni affezionato: ha la forma di un divano naturale. Più volte anni fa, quando macinavo migliaia di chilometri sui pedali, ci sono salito in bici prima con un libro, poi con il Kindle nello zainetto; e poi su quel masso, lontano dal rumore della strada, mi sono seduto più volte a leggere. A leggere e ad ascoltare l’anima. Una volta mi sono anche addormentato e mi svegliò solo un’improvvisa ventata che fece cadere la bici. È un masso che ha una storia. Ieri pomeriggio ci sono passato in auto. Ho cercato un posto sul pianoro in cui poterla lasciare fuori della sede stradale. E l’ho ritrovato … il mio divano naturale. E mi sono seduto. Non avevo il Kindle, ma solo il cellulare, su cui ho raccolto quelle emozioni che certi luoghi più di altri sanno infondere.

Ho ripensato ad un vecchio racconto ispirato dalla salita verso quel punto di scollinamento, un salita lunga con tratti anche impegnativi. Di quel racconto era protagonista un leprotto. Lo scrissi per mia figlia che allora era ancora bambina. L’ho cercato e l’ho riletto. Nel rileggerlo la memoria andava a quelle sere nel letto di lei che, prima di dormire, come fosse una favola, voleva che glielo raccontassi. E non solo prima di dormire. Me lo chiese spesso anche durante il giorno. Quel leprotto, che appariva e spariva tornante dopo tornante e che infondeva allegria e vigore al colpo di pedale, voleva attirare l’attenzione su un mondo che appare sempre laterale, marginale al nostro. L’asfalto e la nuda terra. Al limite dell’asfalto salivo con la mia bici, al limite dell’erba lui mi attendeva curva dopo curva. E ora al limite di due mondi mi trovo a pensare a lui, su un valico che già di per sé simboleggia il limite, separa e congiunge due valli, che spesso sono due mondi per chi sa amare quell’universo di valori speciali che si chiama montagna.

La brezza autunnale, il rosseggiare delle foglie, la luce stessa rosseggiante del pomeriggio di inizio novembre, mi fa sentire ancora di più la magia di quella posizione al limite, che già allora avvertii nel rapporto speciale con quel leprotto. Il mio sguardo fa come una zoomata sui pendii del monte Trebbio, sul suo versante nord, di fronte a me.

Non c’è un albero che sia uguale all’altro, che abbia lo stesso colore del manto di foglie, che abbia la stessa altezza. Qua resiste il verde, qua il verde inizia a rosseggiare, qua è già rosso, qua il rosso cede al giallo. Eppure non si ha impressione di disarmonia; eppure l’idea che nel cuore s’infonde è quella di una Bellezza suprema nella Differenza. Il pensiero allora non può che andare sempre laggiù, in quegli scenari che il Tempo devastò e che mani laboriose cercarono di riordinare, in quel corpo che aveva cercato una sua Armonia, ma quelle stesse mani laboriose non intesero come tale, distrussero in nome di un altro concetto di armonia. La mente indaga su cosa significa progredire, migliorare, rendere più vivibile una vita. Gli occhi si chiudono, la memoria inizia a rovistare, a rivangare, il paesaggio si spegne nella sua Bellezza spirituale, altri paesaggi si accendono nella loro Sofferenza, che è essa stessa spirituale, ma ebbe un fondamento anche materiale. Ascoltare il Tempo quassù è possibile per questo, solo ed esclusivamente per questo. Quassù la natura ci dà una lezione che nessun “progresso” del pensiero ancora è riuscito a darmi: si può raggiungere la Bellezza anche nella disarmonia e quando la disarmonia si accorda produce Bellezza. La domanda perciò resta. Gli occhi chiusi la rendono ora ossessiva: perché l’uomo non sa ascoltare quel mondo di cui è parte, in cui tutto trova il suo posto? perché l’uomo non sa accettare il fatto che è parte di un ordine naturale in cui valgono principi flessibili, mutevoli, principi e fondamenti esistenziali che conoscono e potrebbero insegnare il significato del concetto di adattamento? Ascolto il Tempo e la memoria va a trovare immagini che non volevo trovasse. Ero andato alla ricerca di quel luogo guidato dallo spirito del Tempo. Sapevo che lo spirito del Tempo aveva qualcosa da comunicarmi. Ma ancora una volta altri fantasmi si sono agitati insieme a lui. O forse è lui, a cui spesso ho affidato tante mie riflessioni sul significato della vita e del dolore, che vive di una doppia natura, infìda, fallace, cangiante, camaleontica? Apro gli occhi, il cielo è azzurro. Contro il sole basso una forma assume piano piano contorni più nitidi: è un grande aquilone.

Per un uomo buono che sapeva donare il sorriso ai bambini, un uomo buono che ebbe un grande ruolo nella mia vita, un aquilone ha sempre rappresentato il modo di appagare un ossessivo, pressante, imprescindibile bisogno di volare. Nei momenti difficili, di stanchezza o paura, di ansia o di terrore, esce con un aquilone e l’aquilone ha ineffabili poteri taumaturgici. Per seguirne il volo deve tenere a lungo lo sguardo lontano dalla terra, per consentigli di volare deve concentrarsi nella totalità dell’azzurro, nella sua compiuta perfezione celeste. Ma c’è un filo che ci unisce a quell’oggetto perfetto nella perfezione del cielo, che unisce la mia disarmonica e terrena imperfezione a lui; grazie a quel filo l’aquilone armonizza il suo movimento al mio, grazie a quel filo il mio movimento si armonizza al suo. Ma quel filo potrà spezzarsi e spezzandosi darà una libertà che è sempre un’incognita.

L’aquilone atterra. Gli occhi si riaprono. La Bellezza della tavolozza di colori del monte Trebbio resta, scalpellata nel marmo del Tempo; l’Armonia di quel paesaggio resta, interpretata per l’anima da un artista che ne ha compreso l’immenso valore, l’originalità, la differenza. Mi alzo. Il piede destro duole nel dialogo con il Tempo. Trovò Armonia allora. La deve ritrovare anche adesso.

Non c’è l’aquilone, non c’è nemmeno il leprotto.

C’è una bambina che dolcemente dorme dopo aver ascoltato dalla voce del suo babbo per l’ennesima volta la favola che più le piace. Non si scrivono favole, non si raccontano favole, se non si ha qualcosa da insegnare. E siccome credo che la vita mi abbia messo nella condizione di avere qualcosa da insegnare, spero che qualcun altro, venendo quassù, ascoltando il paesaggio, possa imparare a capire l’immenso valore di quegli armoniosi accordi, intrisi di Differenza, che solo lo spirito del Tempo sa trasformare in Bellezza.

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