La carriola di Santa Margherita a Mòntici

Parlava spesso nei temi e negli scritti, che per me erano bellissimi per un ragazzino della sua età, delle strade dei colli, della casa del nonno in campagna in mezzo agli ulivi e parlava spesso proprio di via Santa Margherita a Mòntici, che si intravvedeva tra i cipressi e gli ulivi da qualche finestra della scuola. Ma soprattutto accennava spesso all’immagine per lui tutta speciale che quelle strade sui colli e quella strada in particolare assumevano nel suo mondo, che era esso stesso speciale. E appariva spesso un oggetto in quelle paginette, che erano scritte con una calligrafia del tutto unica, fatta di segni stretti e piccoli, di lettere sempre chiuse, dove persino una ‘e’ e una ‘o’ sarebbero state difficili da distinguere: si trattava di una carriola. Allora non lo capivo. O meglio, ancora non lo capivo. Lo ascoltavo. Prestavo a lui un’attenzione curiosa e diligente, timorosa forse. Sapevo che in quelle parole c’era un significato che mi sfuggiva. Ma di una cosa ero convinta: c’era in quelle un desiderio vivo di comunicazione. Oggi, dopo tanti anni, in questa pensione fatta di tanti bei ricordi di una carriera non semplice ma che mi ha dato tanto, ripensando a quei ragazzi, a quella classe e ripensando a lui, sempre nascosto là dietro, rivedendo quei gruppi, lo cerco e non lo trovo mai, perché di lui appare nelle foto di classe sempre e solo un ciuffo di capelli o un braccio. E allora quella carriola comincia ad avere un significato: forse ha preso una forma. Ma fu quando mi mandò una lettera con una foto scattata nella casa di campagna in mezzo agli ulivi forse da suo babbo, o da suo nonno, che la vicenda della salita a piedi a Santa Margherita a Mòntici rappresentò per me una rivelazione. Lì la carriola aveva un ruolo. Per lui era faticoso camminare, ma amava tantissimo farlo. In quella foto con carriola, che mi aveva mandato, lui sorrideva – a scuola non lo faceva mai – e spingeva una carriola. Forse vi sto confondendo le idee. Sono confuse le mie: sapeste che fatica mettere insieme tutto! Ma proviamo a fare un passo indietro, cercando di mettere insieme un po’ di frammenti e di ricostruire quell’episodio della sua vita, quella passeggiata su quella stradina, anche per cercare di comprendere il valore di quella carriola: una passeggiata all’uscita della scuola proprio su quella strada, via di Santa Margherita a Mòntici. Lo facciamo usando quello che mi ha scritto in frammenti sparsi. Ogni tanto, alla fine delle lezioni – l’avrà fatto cinque o sei volte – dopo aver controllato di essere solo con me e che tutti i suoi compagni fossero usciti dall’aula mi si avvicinava, sempre serio, e mi lasciava due paginette dicendo: “Questo è per lei.” Non diceva altro. E scappava via. Lo faceva sempre quando era sicuro che tutti fossero fuori e lontano dalla sua portata. Ma due o tre volte trovai queste paginette anche nella mia buchetta della posta nella sala docenti; avvicinava in silenzio un bidello e diceva di mettere nella mia buchetta questa busta. Era un bisogno di comunicare. Non potevo sottrarmi. Quando passò alle superiori, iniziò a scrivermi delle lettere: lo faceva dai luoghi di vacanza, sempre in montagna, lo faceva per l’occasione degli auguri natalizi, ma anche senza pretesti particolari. Si trattava di scritti brevi, con una prosa sempre più franta e nervosa, di una potenza comunicativa che, se restava straordinaria in quella forma scritta, contrastava con i silenzi inquietanti di quando era sottoposto a verifiche orali. Ricordo questo di lui: prove scritte sempre eccellenti, ma all’orale … non saprei proprio cosa dire: la soddisfazione era quella che uno potrebbe ricevere dal parlare con una di quelle statue egizie, immobili, rigide, indecifrabili. Così come l’espressione, lo stile in cui scriveva: sentimenti forti nelle pagine scritte, impassibilità totale nel rapporto personale, a cui lui sfuggiva; una vicinanza quasi fraterna nelle paginette che mi recapitava, un’incapacità espressiva disarmante quando ti stava di fronte. I colleghi dicevano che avevano paura quando faceva così. A me non ha mai fatto paura. Ma c’era quel desiderio innegabile di comunicare; era una sfida per me; e la accettai, forse inconsapevolmente, forse solo per curiosità, forse, perché no?, addirittura solo per l’istinto che ho sempre avuto di indagare qualcosa di diverso dal solito. E lì c’era tanto materiale, ma tanto davvero.

Amava camminare. Era un ragazzino che, malgrado la sfortuna, amava molto camminare. Era curioso. La sua curiosità lo portava nei posti dove il suo sguardo vigile più volte evidentemente lo aveva attirato. Quella stradina stretta stretta, per esempio: inizia con un’audace erta e lo aveva sempre incuriosito. Dove lo avrebbe portato? Non lo sapeva. O meglio, gli era stato detto e lo sapeva, ma, se lui non verificava guardando con i suoi occhi e pestando la strada con i suoi piedi, era come se non lo sapesse. L’età era quella del rifiuto di ogni astrazione. Si crede a ciò che si vede; e poi si vede ciò che si crede. Così, quel giorno le cose devono proprio essere andate a modo suo. Tornando a casa da scuola, fece la deviazione da piazzale Ferrucci verso via Salutati e poi, poche decine di metri dopo, dal traffico caotico di quel grigio frammento di urbanità moderna, si immerse nel silenzio quasi surreale di un mondo per lui inimmaginabile solo pochi metri prima. Così si vedono le cose a quell’età. Ci si stupisce ancora di queste cose. Via Fortini partiva ripida e stretta e lui doveva stringersi al muretto, quando passava una delle rare auto. Già dopo la prima curva, scrisse in uno di quei testi, il silenzio e l’odore forte di resina presero il sopravvento sui clacson, sulle sirene e sui gas dei tubi di scappamento dei tanti autobus urbani e turistici che dal fragore dei viali del Lungarno caricavano centinaia di persone da vomitare poi su piazzale Michelangelo. Per sentire sua la magia di Firenze, aveva già capito che erano quelle le tracce da pestare, lui che abitava sul Lungarno, accanto a un grande albergo a quattro stelle, con i pullman che parcheggiavano proprio davanti alla sua finestra, riempiendo di puzza di nafta la sua camera. Quella non era la città che sentiva sua. Eppure qualcosa da sentire mio ci deve essere da qualche parte, pensava. Per questo era attratto da quelle insolite deviazioni. Erano i misteri di quella città, che rivelava di sé un’immagine da cartolina con l’arte e i grandi monumenti, con le opere dell’uomo firmate dai protagonisti dei libri scolastici, ma ne custodiva altre segretamente per pochi veri amanti del bello: le custodiva, per esempio, in una strada angusta di cui lui sapeva solo perché passava dietro la sua scuola e ci abitava un suo compagno di classe. E con il suo passo, reso lento, ma speciale, dalla sua altrettanto speciale gamba destra, si inerpicò tra i torreggianti cipressi e le macchie degli ulivi che disegnavano lo scenario che si apriva verso il colle di Mòntici. Un paesaggio nuovo, irreale, forse anche fantastico dal suo punto di vista, si squadernava repentino: era come in un film di Miyazaki. Lì sotto, appena una curva più indietro, il caos moderno, repellente, il traffico, gli autobus, i pullman turistici, le macchine parcheggiate fin sui marciapiedi; lì sopra, appena due cipressi oltre, un mondo amico, ammaliante, un paesaggio che ti accoglieva a braccia aperte con il sapore di una storia che affondava le radici lontano lontano. Insomma, sempre dal suo particolare punto di vista, una meraviglia senza se e senza ma. Era ormai preda di quel fascino e sentiva il suo cuore battere, non appena imboccò via di S. Margherita a Mòntici, che sapeva lunga e tortuosa. Ma il fascino e lo stupore di quell’età, che lui stava godendo pienamente, con una gioia assolutamente unica, sono qualcosa che è davvero un peccato perdere. E infatti non l’ha perso, come queste parole testimoniano. Nel salire andava, come puntualmente scriveva nelle tante paginette con cui comunicava a me le sue sensazioni del tutto speciali, con lo sguardo oltre il basso muretto, oltre i cipressi, oltre la bassa dell’Ema, oltre, lontano, su, su fino all’orizzonte su cui le cime dell’Appennino erano chiaramente visibili. E là c’era la casa del nonno, con i suoi ulivi secolari, altro paesaggio di storia, di una storia che sui libri non si legge, diceva lui, la storia di una famiglia, che si racconta di padre in figlio e che in questo tramandarsi rende vive anche le pietre delle case, rende pregevoli anche stabbioli e sterquilini, fa apprezzare anche lo stallatico con cui s’ingrassa il terreno. Lassù è veramente tutto bello, pensava salendo. E salendo pensava a quei paesaggi del tempo, a quegli spazi che non hanno passato e presente, ma sembrano immobili, eterni nella loro fragilità che solo la natura mette duramente alla prova. Quegli ulivi lì attorno alla strada erano adesso, nei suoi scritti originali in cui difficile diventava discernere simbolo da realtà, quelli del nonno. “Sono questi che con i loro robusti fittoni e i loro barbiconi tengono stretta la terra su cui sta la casa. Per questo li amo come fossero miei figli e soffro quando vedo su di loro il bacchio dei raccoglitori,” mi scrisse riportando e parole del nonno, quando li guardava dalla finestra. E lui li guardava lì, di là dal basso muretto. Un pezzo di intonaco si staccò dal muretto e cadde al suo passaggio. Gli antichi ulivi sembravano sorridere superbi di quell’effimera fragilità. Fabio lo aveva deriso anche quel giorno, perché non sapeva giocare a calcio, aveva deriso lui che semplicemente non poteva giocare a calcio. Jonathan gli aveva tirato deliberatamente una pallonata addosso, mentre era seduto sulla panchina, dove il professore di educazione fisica lo lasciava, del tutto incurante di lui, senza fare mai il minimo sforzo mentale di pensare qualcosa che anche lui potesse fare. Lui era abituato a quelle derisioni. Oggi si ripensa, quando ci si rivede o ci si scrive un saluto, a quei giorni e lui non parla mai di bullismo. Siamo noi insegnanti che lo facciamo. Per lui non erano bulli: erano solo i ragazzi a cui nessuno aveva mai spiegato che ogni tanto qualcosa alla nascita può andare storto e non avevano colpa se erano così. Era avanti lui. Oh sì! Era avanti anni luce. Ma taceva, accusava il colpo e, se piangeva, lo andava a fare in silenzio e in segreto. Nessuno lo ha mai visto piangere, tranne me. Ma non so se faccio bene a farglielo sapere. Sì, lo vidi piangere, mentre scendeva per lo stradello ripido che dalla scuola portava alla strada principale. Non so perché lo facesse, ma credo che fosse uno sfogo per aver represso tutto in quelle ore in aula. Chissà quante volte lo faceva e nessuno se ne accorgeva. Fu un caso che io lo abbia visto. Non dissi nulla. Forse sbagliai. Forse invece feci bene a rispettare la sua estrema riservatezza e il suo speciale mondo di segreti. Comunque sia, oggi posso dire che da lui, dalla quotidiana esperienza della sua timida e discreta presenza in aula, imparai nella mia carriera in quei tre anni più di quanto mi provassero a inculcare in ore e ore di corsi di aggiornamento.

La salita proseguiva. E lui avvertiva nei dolci saliscendi della via qualcosa di amico per i dolci saliscendi della sua andatura speciale. La mamma lo avrebbe sgridato per non aver messo la scarpa ortopedica, quell’orribile tortura da medioevo, che lo faceva soffrire. “Tutto è silenzio ne l’ardente pian, / Ti canteremo noi cipressi i cori / Che vanno eterni fra la terra e il cielo”, gli risuonava il testo pochi giorni fa letto in classe sull’antologia di italiano. Quell’insegnante gli voleva bene, pensava lui di me. E lui lo avvertiva non perché lo trattassi in modo particolare, ma proprio perché cercavo, nei limiti delle mie possibilità, di trattarlo come gli altri. E questo fatto che lui notasse che questa persona riuscisse a vedere oltre il suo corpo, oltre la sua differenza, oltre tutto quello che lo rendeva particolare e comunque diverso, lo faceva sentire importante, perché era proprio quello che lui sempre avrebbe desiderato negli altri: raggiungere quel difficile traguardo di sapere leggere i sentimenti dell’altro, provando ad ascoltarlo e dimostrando così il proprio rispetto. La camminata fu lunga e i pensieri divennero segreti. Che bella parola! Secretus, scelto e messo da parte. Ne avevamo parlato in classe. Lui si sentiva scelto per godere quell’esperienza, scelto dalla natura che gli aveva dato il dono della differenza. E lì tutto era un grandioso inno alla differenza, perché quella era città, ma non poteva soddisfare le esigenze della città: l’angustia di quella stradina, quei muretti malamente intonacati che ricordavano i colli senesi e che difendevano gli antichi stipi degli ulivi, quelle torri di cipressi che controllavano il paesaggio, come vedette dall’alto, da intrusioni indebite, tutto rendeva familiare quel contesto fatato, familiare a lui, ben inteso. Perché, a parte un ridotto traffico locale, quella strada era sconosciuta alle orde che sui pullman, poche decine di metri più in là, facevano la spola dal piazzale Michelangelo al Lungarno. Lì non rischiava di finire nel rullino di una macchina fotografica di un turista dagli occhi a mandorla, che nel fotografare, chissà perché, rideva sempre. Lui non rideva mai. La modernità con la sua puzza di benzina e le sue cacofonie, con il turismo di massa di cui quella città era immeritatamente ma inevitabilmente schiava, era lì dietro, perché, se lui fosse riuscito a salire su uno dei muretti, avrebbe visto a pochi passi il colle di San Miniato. Angustia: la stradina era angusta. Sentiva in quella parola tutta la forza di angor, mi preoccupo. Anche di questo parlammo in classe. Quando la strettoia si restringe, ci si preoccupa. Quando il sentiero s’addentra nella forra, ci si preoccupa. Quando la bianca forestale in stabilizzato diventa erbosa traccia indistinta, ci si preoccupa. Ma lui no. Non si preoccupava, pensando ancora una volta a quella figura della sua insegnante di italiano e anche di latino. Oh, se allora avessi capito che cosa veramente ero per lui! La strada angusta proseguiva con altro nome e lì su via Pian dei Giullari era l’antica chiesetta, una delle più antiche e meno conosciute non solo dai turisti, il che non stupisce, ma addirittura dai fiorentini. La chiesetta di Santa Margherita a Mòntici era stata costruita in stile romanico, quando già in tutta Europa partivano le fabbriche dei maestosi templi gotici. Anche lei gli era familiare per questo: era nata diversa. Non solo. “La mia insegnante di italiano mi aveva detto che era nata per un voto di una famiglia che era stata colpita dalle malattie. Lì si portava chi soffriva tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo”, mi ricordò in una delle paginette che trovai nella buchetta in sala docenti. La porta era chiusa. Si sedette sulla panchina con vista a sud, verso Ema e verso un altro frantumo di urbanità molesta per quell’idillio, l’uscita autostradale di Firenze Sud. “Lì si portava chi soffriva”. Non potei non ripensare e non potei esimermi dal collegare. Ma non volli indugiare con il pensiero. E ripresi a mettere insieme i frammenti di quella passeggiata in uno spazio che si confondeva ormai con il tempo.

C’era qualcosa che non andava adesso. L’armonia del paesaggio sembrava infranta. Perché quelle vistose discrasie nel paesaggio? Perché le avvertiva come violenze? Eppure qualcosa di bello c’è. Sono salito felice fin quassù, ci deve essere una ragione che mi ha portato quassù e mi ci ha portato felice. Cosa ci poteva essere in quello spicchio di paesaggio, in cui sereno comunque si specchiava, di amico e rasserenante? Un uomo passò con una carriola e delle sterpaglie. Un’auto sfrecciò e lo sfiorò. La differenza era nella vita. Era il valore della vita. Ma perché in quella differenza sentiva disarmonia? I suoi occhi caddero sui suoi piedi. Il sinistro era ben piantato per terra, il destro non ci arrivava. Il sinistro era sicuro e rivolto in avanti, il destro era malfermo e piegato di lato. La carriola e l’auto. Il passato e il presente. La difficile convivenza di tutto quello che nel tempo avrebbe costituito un macigno ingombrante per l’anima con la necessità di vincerlo in nome del riscatto, o della rivalsa. La differenza è parte integrante di quest’esperienza meravigliosa che si chiama vita, ma le sue eccentriche dismetrie erano avvertite come una nota che provocava angoscia, l’angustia della stradina, appartata, secreta, dopo il turbinio caotico dei pullman di piazzale Ferrucci. Tutto era differenza. Si tolse la scarpa destra e anche il calzino. Portò su il piede destro nudo, lo passò sotto la coscia sinistra e accarezzò quella differenza, quella nota speciale che rendeva al contempo maestoso e doloroso il tutto e che lui, solo lui, sapeva amare. Per Gozzano la differenza tra il poeta e l’oca consisteva nel fatto che entrambi vanno verso la fine, ma l’oca, destinata a finire sulla tavola per il pranzo di Natale, salta e gioca felice nella sua beata inconsapevolezza, perché a quella fine non pensa, perché alla differenza non pensa. Lui adesso, al contrario, su quella panchina, portando addosso l’impronta inequivocabile di quel dono, della differenza aveva il simbolo tra le mani, il suo piede destro. E ci pensava eccome a quella differenza! Ci pensava sempre! Era sempre nei suoi pensieri quella differenza. Aveva faticato con la sua andatura lenta e ondulante ad arrivare fin lì, la sua disarmonia esteriore gli aveva fatto scoprire, e non sarebbe stata certo la prima volta, un’ineffabile armonia interiore, segreta, angusta, rasserenante; e ora aveva il diritto di godersi come pochi quella conquista. Se la sarebbe ugualmente goduta, se ci fosse arrivato con due piedi uguali? Con questo pensiero accarezzò ancor più dolcemente il suo piede destro, con quel gesto riconoscente, che faceva spesso in casa. La mamma lo sgridava, aveva paura che prendesse freddo, diceva. No, aveva paura di altro la mamma: non lo voleva vedere, a lei faceva male, recava dolore e dispiacere, avvertiva un senso di colpa di mamma, comprensibile in tutto e per tutto, per chi non porta addosso le stigmate della differenza, ma sente di averle incolpevolmente inferte ad altri, al proprio figlio. Ma per lui non era così che andava interpretato il suo piede destro; lui adorava la sua differenza, che gli faceva assaporare giorno per giorno conquiste a traguardi nuovi. E avrebbe voluto farlo capire alla mamma, che gli aveva dato un dono immenso e non gli aveva recato un dolore. Mentre stringeva tra le dita della mano sinistra il suo piede destro, i suoi occhi non si staccavano da quella carriola, che fiera resisteva tra le auto. Il suo piede destro, tutto speciale, faceva parte integrante della sua vita informata dalla differenza e resa per questo speciale lei stessa, come quella carriola in quel paesaggio urbano, un paesaggio plasmato di differenza, e proprio per questo assolutamente speciale. Quel gesto di denudarlo e accarezzarlo, perché non piaceva agli altri? li infastidiva? li imbarazzava? costringeva a farsi delle domande? costringeva a pensare forse quanto non sia mai scontato poter camminare senza che tutti abbiano gli occhi puntati morbosamente e fastidiosamente addosso a te? Un giorno, approfittando del fatto che stava facendo una verifica e con il suo banco si trovava in un angolo, lo fece anche in classe. Nessuno se ne accorse dei compagni. Ma la sua professoressa di italiano sì. Mi alzai. Lui non fece nulla. Anche se aveva capito che c’era una insolita coincidenza tra i due fatti. Iniziai, come se nulla fosse, a girare tra i banchi, facendo domande su come andasse, chiedendo se era difficile e così via. Quando arrivai da lui, non fece assolutamente caso al gesto che aveva appena compiuto, mai compiuto prima, di denudarsi il piede destro. Lo aveva fatto in bagno per riposarsi dal dolore della scarpa ortopedica, ma mai in classe. Non era normale che un ragazzino in classe si denudasse un piede durante un’ora di lezione. Mi fermai accanto a lui e mi misi a leggere quello che aveva scritto, come se nulla fosse, ma rimanendo accanto a lui più di quanto avessi fatto con gli altri. Gli indicai una frase con un dito. C’era un’espressione da correggere. Lui ringraziò, correggendo con la mano destra e continuando con la sinistra ad accarezzare il piede. Proseguii diretta verso la cattedra. A quel punto lui mi seguì con lo sguardo. Mi sedetti e le traiettorie dei nostri occhi ebbero un attimo di incontro. Lui sorrise. Io pure. Quel sorriso, che feci d’istinto, senza pensare, sarebbe rimasto per sempre: avrebbe avuto la forza di un monumento indimenticabile. E a quel punto il piede poteva essere calzato. La differenza era stata ascoltata e rispettata in un sorriso, senza che io mi accorgessi di nulla. E lui poteva ritornare a casa, ricco di una nuova armonia interiore. Non era facile conquistarla. Bisognava scoprire segreti e superare angustie. Bisognava saper andare oltre la superficie. Bisognava uscire dai binari. Bisognava saper leggere un sorriso, dietro al quale c’era un mondo di valori la cui importanza pochi in futuro avrebbero apprezzato. Mai avrei immaginato che cosa quel mio sorriso istintivo avrebbe significato per lui in futuro. Me lo scrisse dopo anni in un lettera di auguri natalizi.

E allora lui capì, da quel punto di vista speciale, da quella panchina della chiesetta di Santa Margherita a Mòntici, da quel piede destro, da quell’immagine della carriola da cui era partita una danza di altre immagini nella sua mente, da quella sua andatura che destava tanto morboso interesse e che lo rendeva spesso vittima di spietato bullismo, quello che il nonno ciclista sempre gli diceva: una discesa è veramente l’unica cosa meritata della vita.

In fondo a quella discesa, tornato su via Salutati, tra le cataste di auto, si sentì più ricco e felice, pensando all’incommensurabile valore di quella differenza ammirata e goduta lassù in cima, alla chiesetta di Santa Margherita a Mòntici, ora ancor più rispettata e amata quaggiù, nei suoi due piedi. La carriola e la professoressa; l’angustia e il segreto; il paesaggio che dispensava un segreto amore coniugato con un sorriso che aveva dispensato un complice rispetto. Allora non poteva essere in grado di prevedere quante volte quelle immagini, divenute passato, sarebbero risalite in superficie. Sarebbero state intermittenze del Tempo. Così le avrebbe chiamate un giorno. Ma allora non poteva saperlo. Io nemmeno. Figuriamoci!

Prima di entrare in casa, passò dall’attiguo appartamento in cui abitavano i nonni. Vide il nonno e gli disse: “Sai cosa vorrei per Natale, nonno?”. “Dimmi.” “Mi piacerebbe avere una carriola.” Il nonno rimase per un attimo stupito. Poi disse: “Piena di cosa?”. “Quello che vuoi. Ma dammela con un sorriso.”

Ecco perché quella foto di lui sorridente con la carriola è sempre sulla mia scrivania, mentre lavoro a casa, attorniata dai miei figli e godendo di tutte le gioie di un benessere, che, come tanti, anch’io sono indotta a ritenere scontato. Perché non ci sono solo i libri che insegnano qualcosa nel nostro mestiere, ma ci sono anche tante persone speciali, che insegnano, se non di più, almeno tanto quanto insegnano quei libri. Un bambino non fortunato nella sua vita, un bambino che non ride mai a scuola, un bambino che ride con una carriola in campagna, un bambino che con fatica su una stradina in salita raggiunge una chiesetta per lui speciale: cosa unisce tutto questo? cosa dà senso a tutto questo che oggi metto insieme da tante paginette scritte a scuola e da tante lettere inviatemi dopo? E se fosse stato proprio quel gesto istintivo, sicuramente non pensato? Quel sorriso, intendo? Non lo so. Nessuno forse lo potrà mai sapere, se non lui stesso. Ma mi piace pensare che lo sia. Ed è giusto, tutto sommato, che resti nella malinconica ma sapiente angustia di una via segreta, in quel segreto mondo di paginette scritte in cui per anni si è svolta una comunicazione davvero speciale tra me e lui.

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