Il “garofano”

Palermo è una città che nasconde e rivela all’improvviso, che ti coinvolge e avvolge in se stessa, che ti apre alla vista ricchezze smisurate nascondendo povertà che come tutti ha ma non disvela, ha una dignità di capitale vera di qualcosa che non ha mai più avuto dai Normanni in poi, ma che è ancora in lei e nella sua gente; Palermo è fenicia, marinara, mercantile, ricca di ciò che la gente di mare sa che deve avere ma che gli altri mai devono sapere; Palermo non è greca, non è romana; forse una sola città in Italia per me condivide questa natura segreta e semplice, fiera di sé ma che non si svende facilmente: Genova. Il mare rende così. La storia vissuta con il mare, per il mare, sul mare rende così: un mare che non è quello che dà i futili guadagni di due mesi di turismo; un mare che è profonda struttura storica e che impregna una cultura millenaria. Amo questa città e la sua gente ormai da anni. E la sto sentendo un po’ dentro di me, come il “garofano” di sangue disegnato sul grembiule di chi ha appena decapitato un pesce spada: resta lì come impronta di una tradizione la cui fallace povertà è in realtà una ricchezza che non conosce un confine, una demarcazione, una definizione.

Fascino

Il mosaico è un’arte e un linguaggio per pochi, si dice. Ma oggi, vedendo gli occhi estasiati di studenti che non lo hanno ancora studiato in arte, ho capito che questo linguaggio ha un potere straordinario: quello di affascinare anche senza conoscerne i segreti tecnici, quello di attivare una sorta di comunicazione subliminale, impercettibile, se vogliamo, incontrollabile razionalmente. E questo è davvero molto bello, nella misura in cui dà la dimensione di quale potere ammaliante può avere un linguaggio di immagini, una Biblia pauperum, un codice di segni che più sono semplici in apparenza, più sono potenti negli effetti finali. È questo il segreto vero del saper comunicare: non far vedere quanto sono bravo io (il mosaico è una grande opera di squadra, di maestranze composite, non va sotto il nome di un singolo), ma raggiungere un obiettivo, dominando così bene la tecnica e il mestiere, da superarli allo stesso tempo, nascondendoli al lettore. Le città del mosaico, come Palermo, come Ravenna, come Venezia, hanno questa grande ricchezza: un linguaggio straordinario che ammalia e comunica insieme, che stupisce e informa, insegna e arricchisce senza annoiare. Oggi con i miei studenti ho visitato Monreale e la Cappella Palatina a Palermo. Ebbene, dopo la visita della seconda, quando ho detto ai miei ragazzi: “è troppo bello; io mi rifaccio un altro giro là dentro”, loro mi sono venuti dietro, esattamente come i topolini col pifferaio di Hamelin. Cos’altro se non il fascino, nel senso proprio etimologico della parola, li può aver mossi?

La ciusa ad Sammèrch

Un fiume ricco d’acqua grazie alle abbondanti nevicate perdurate in quota fino ai primi di aprile. Uno sciabordio che urla dalle quattro paratoie tutte aperte. Erba rigogliosa nelle due piazzole con panchine. Due coppiette che si baciano. Persone anziane che guardano e ascoltano l’acqua, come interrogando il tempo attraverso di essa. Ciclisti che sfrecciano veloci con le loro mountain bike. E i due canali che partono verso la città, chiudendola in un abbraccio da nord e da sud.

Questo è un luogo che ha suscitato in me sempre un fascino particolare. Qualche volta vado lì a leggere, come cullato da quell’ancestrale, materno, incessante, regolare e rassicurante sciabordio delle acque del Montone. Quando vivevo a Firenze e venivo d’estate a Ravenna, mio nonno mi ci portava da bambino in bicicletta e si passavano ore sulle panchine con la sua immancabile Settimana enigmistica.

La chiusa di San Marco: qui passo spesso con i ragazzi durante le mie pedalate cicloturistiche scolastiche. Qui prende anima un capitolo di storia della nostra città. Qui Ravenna fu privata dai cardinali legati del suo fiume, il Montone, che la attraversava e che poi fu deviato per ragioni igienico-sanitarie. Oggi per i ravennati del Montone resta solo un nome poco invitante, quello di una strada che ne ricalca l’antico percorso nella topografia urbana: via Fiume Montone Abbandonato. Mai nome più desolante, ma allo stesso tempo più pregno di storia, può avere una strada; meno ipocrita sicuramente dell’Adigetto di Verona. Ogni città deve avere il suo fiume, perché ogni fiume ha questo singolare potere di far “ripassare le epoche della propria vita”. Ravenna è stata dall’uomo privata della sua “urna d’acqua”; le restano i Fiumi Uniti, confluenza artificiale di Ronco e Montone. Non è la stessa cosa. Ma Ravenna resta ugualmente, anche se non ha più il suo fiume, città di acque. Da qui, dalla magia silenziosa della chiusa di S. Marco, partono i due canali che la avvolgono da nord, dove la separano dalle piallasse settentrionali, e da sud, dove la separano da altri specchi d’acqua palustri. Ed ecco che qui alla chiusa di S. Marco mai come oggi l’acqua è protagonista, tanta acqua, come raramente capita di vedere. È questo dato matericamente geografico che mi riporta indietro nel lungo e lento scorrere dei secoli e delle generazioni, mi riporta al ruolo che l’acqua, nel bene e anche nel male, ha avuto per le genti che qui hanno segnato il passare del tempo con le proprie opere: Augusto ,con la Fossa che portava il suo nome e che collegava il porto di Ravenna con il Po; Traiano, con l’acquedotto che, esattamente come oggi, captava le acque in val Bidente; Onorio, che valorizzò al massimo proprio l’elemento acqua, scegliendo Ravenna, difesa naturalmente dall’acqua, come ultima capitale della “pars Occidentis” dell’impero; Belisario, il capo delle forze armate di Giustianiano, che fece di Ravenna, capitale dell’esarcato, il caposaldo della difesa dei domini italici, perché, grazie alle acque, era “akatàleptos” (imprendibile) e “adiàbatos” (inacessibile), come scrive uno degli storici al suo seguito. La storia di questa città nasce dall’acqua e qui l’acqua te lo ricorda, soprattutto quando, come oggi, è tanta e assordante. Forse è questo lo speciale “genius loci” che avvolge questo posto e che gli dà un fascino, che lo rende attraente per quell’anziano che lo ascolta in silenzio o per quei due ragazzi che si baciano accanto alle loro biciclette. Anni fa, in un posto che ricorda un po’ questo, una località che si chiamava Beaulieu, nei pressi di Brive-La-Gaillarde, nel Limousin, il collega Michel, insegnante di italiano della scuola francese che era gemellata con la mia, pronunciò una frase che oggi, solo oggi ho capito nella sua profondità: “Solo se lo ascolti, capisci perché lo chiamiamo Beaulieu, perché questo è veramente un gran bel luogo. Ma forse solo noi lo sappiamo ascoltare”. Probabilmente è per questa ragione che i ravennati vanno spesso alle loro chiuse: lì sentono l’acqua, la sanno ascoltare. Ascoltare! Ecco cosa insegna un luogo come questo: l’arte più bella di tutte. Ascoltare! perché qua è l’unica cosa che si può fare.

I caprioli del monte Trebbio

L’asfalto è di quello brusco. Le fenditure obbligano sempre alla cautela nel salire con la bici da corsa. Le dure rampe del primo chilometro che dal bivio di monte Paolo dopo Santa Lucia delle Spianate portano ai 420m del valico del Castellaccio e poi ai quasi 600m del monte Trebbio offrono maestose vedute, tornante dopo tornante, in questo quadro d’autunno incipiente: Faenza, con le sue case e il campanile del Duomo, si rivela piano piano in lontananza. Città ricca e di antichi blasoni all’epoca dei papi: si fa desiderare. L’aria si pulisce salendo. Il respiro ne gode. La salita è addolcita dalla vista. Nei campi ferve l’attività. Da una vicinale, non visibile, ti saluta il ragliare acuto di un asino. Vita. Vita. Vita. Ovunque tripudio di vita e di alacrità. Quando la rampa si sviluppa solitaria sotto i tuoi pedali, il paesaggio e il suo silenzio ti avvolgono e la natura prende possesso di te i pensieri iniziano a turbinare, portati da quelle immagini. E la mente inizia il suo lavoro, andando e riandando per gli infiniti scaffali del suo archivio.

La civiltà urbana associa l’autunno alla tristezza e alla decadenza, alla fine della gioia intesa come fine delle vacanze estive; ma la civiltà della terra non condivide affatto. Per i latini la parola autumnus è un sostantivo derivato dalla stessa radice di augeo, il verbo che significa “aumento”, “accresco”, “arricchisco”: l’autunno è la stagione in cui la ricchezza si realizza grazie alla fatica nelle arsure estive, esse sì immagine di morte e di devastazione nelle lande assolate, di difficoltà a resistere e sopravvivere per la cronica mediterranea carenza di acqua. L’uomo antico detestava ugualmente gli eccessi nel freddo come nel caldo; ma sapeva apprezzare le gioie della primavera e dell’autunno.

Con questi pensieri arrivo felicemente affaticato en danseuse al valico del Castellaccio. Una curva basta, perché l’aria sia diversa. Faenza non si vede più. Una curva o un tornante in salita o in discesa, in montagna o in collina, possono aprire mondi nuovi e stupirti sempre. Sulla destra, in direzione nord, dominano su tutto i ripetitori del Trebbio. Loro ripetono ciò che non vedi e non senti. Ma ciò che vedi e senti ti richiama alla vita: un fruscio 200 metri davanti a te, un movimento fugace, indistinto. Che poi distingui: un capriolo sul ciglio della strada sta brucando. Sul prato a sinistra un secondo sta invece guardando verso i monti che si stendono a sud, elevandosi lentamente e gradualmente verso il crinale. Sulla sinistra, in direzione sud, ti si spalanca, infatti, la dolcezza unica dell’Appennino. Una dolcezza sua particolare, che va letta, capita e apprezzata. Le Alpi ti si presentano subito ardue nei loro imponenti contrafforti: a luglio da Bassano del Grappa, ai piedi dei monti e alla fine della pianura, sono salito su cima Grappa a 1700m in 23 chilometri. Qui in Appennino in 23 chilometri si sale di 400m, massimo 500. È il valore aggiunto dell’Appennino questa incomparabile dolcezza, è la sua ineffabile “umanità” che ti viene incontro e ti rende facile l’erta, ti rende vario il paesaggio, rende docile ai pedali la montagna stessa. Il primo capriolo cessa di brucare, attraversa velocemente l’asfalto, raggiunge l’altro, insieme scendono per il declivio e scompaiono alla vista tra le erbe alte, incuranti della mia presenza.

Il capriolo corre davanti a me. Sussulta in lui tutta insieme la natura. La sua felicità è la più bella testimonianza della ricchezza e della gioia di vivere dell’autunno.

Confluenze

 

Quanti ci sono passati e ci passano tuttora accanto in bicicletta o a piedi? per fare l’orto, per pescare, per correre, per camminare o per far un’uscita in mountain bike? Il punto in cui il fiume Montone, artificialmente deviato, fa confluire le sue acque in quelle del Ronco mi ha sempre incuriosito, sin da quando mio nonno mi ci portava da bambino durante le passeggiate in bicicletta. Si intravvede appena tra i bambù che crescono alti e lì raramente vengono sfalciati. Faccio una pausa e mi interrogo idealmente un po’ su quale possa essere il Genius Loci che ha suscitato in me interesse per questo puntino nel paesaggio di confine tra città e campagna apparentemente insignificante.

È una storia di miasmi, una storia di dolori, una storia sì di morte, ma anche di vita, quella che in questo luogo, riandando a ritroso con il pensiero, si rivive. Il cardinale legato Giulio Alberoni decise nella prima metà del XVIII secolo di risolvere l’annosa questione delle inondazioni e dei miasmi nocivi, che decimavano periodicamente la popolazione di Ravenna, deviando il corso del fiume Montone, che attraversava la città e in essa spesso ristagnava nei mesi più caldi. E lo cacciò via. Fuori! Alla chiusa di S. Marco un nome, via Fiume Montone Abbandonato, semplicemente “il fiume abbandonato” per i ravennati, ci risveglia dal torpore; eccolo lì, il vecchio Montone, e’ Fiomàz: una strada che lì, a la ciusa ad San Mërch (la chiusa di San Marco), prende un’altra direzione rispetto a quella del fiume attuale, indicando il percorso del vecchio malefico fiume cacciato via dall’uomo. E’ fiomàz: chissà che sia questo il perché del dispregiativo nella toponomastica dei nonni, che indicava via Fiume Montone Abbandonato? Le malattie hanno tenuto per secoli sotto controllo la crescita demografica, che noi abbiamo fatto esplodere con il progresso, con le vaccinazioni, con gli antibatterici, con gli antinfiammatorî, con la penicillina, ma anche con le bonifiche e le grandi opere di regimentazione idraulica come questa. Progresso, salute pubblica. Pochi chilometri più avanti, quella pacifica zona della città, dimenticata dai più, dove il perfetto rettilineo del Montone artificiale si incontra con il tortuoso Ronco, visibile appena dai rivali tra i bambù degli argini, è come immersa nel silenzio, quando, soprattutto nelle giornate estive, la strada bianca del rivale potentemente contrasta con il verde dell’acqua dei due fiumi che si fanno uno e con pallore ceruleo del cielo afoso tipico della bassa padana; proprio allora essa trasuda di storia, di una storia che inizia a finire di essere una storia di malattie e di povertà. Allora la città comincia piano piano ad invertire una tendenza al decadere che perdurava da secoli di isolamento palustre. E ricomincia, lentamente, a crescere. Per Ravenna quei due fiumi, come gli altri, il Lamone, il Reno con i suoi affluenti Sillaro, Senio e Santerno, e più a sud il Bevano e il Savio, sono stati la sua vita. E, con i fiumi, i canali, che l’uomo nei secoli ha moltiplicato in una rete di chiuse che puntellano ovunque la piana ravennate. Raggiungerla per via terrestre era un’impresa, questa città di acque, dove proprio i mulini erano la principale risorsa, non i mercati dell’ortofrutta o i fori boarî, come nelle più opulente piane dell’entroterra, là dove finivano le piallasse e l’acqua della palude cedeva il posto alla terra.

Questa confluenza, dove le acque scivolano sempre lente, discreta tanto che non si fa vedere, che si fa desiderare e cercare, nella sua proditoria semplicità è un piccolo tesoretto di storia per questa città. Qui, in questo paesaggio, modificato con intelligenza dall’uomo per il proprio benessere, si capiscono fortune e sfortune della vicenda umana. Due alvei sempre rigogliosi in primavera, quando le acque scendono dai non lontani monti, poveri e quasi deprimenti nella calura estiva, come quasi tutti quelli di origine appenninica, due corsi d’acqua che si uniscono e, unendosi, guariscono una città da troppi secoli malata e isolata. Che poca fantasia ha avuto l’uomo che li ha modestamente chiamati Fiumi Uniti! Non lo meritano un nome così brutto, così banale, per il ruolo storico che hanno avuto. Eppure la città li deve ringraziare, perché senza di loro forse non ci sarebbe più, sarebbe sparita come Butrio, come Cesarea, come Spina, tra i miasmi delle paludi malsane, come tanti altri nomi dei documenti che non corrispondono più ad un centro abitato. Confluenza di vita. Una bella storia da lì si può additare ad esempio di bene per l’uomo dell’avvenire.

Se domani, a piedi o in bicicletta, sul rivale dei Fiumi Uniti tra il ponte della Ravegnana e il Ponte Nuovo, getterete l’occhio oltre lo schermo dei bambù, ripensate, riandate indietro nel tempo, scavate alla ricerca delle radici e, se trovate nella memoria una traccia, fermatevi; come le palafitte dei capanni impresse in quelle acque che tenacemente non mollano (come se sapessero perché …). Quei bambù, superati dallo sguardo, dipanano i fili del tempo, sono per così dire anche loro una siepe rivelatrice di “interminati spazi”. Ma per capirlo bisogna saper gustare la lentezza del tempo dell’uomo nella lentezza di quelle acque, alte o basse che siano; le acque di un fiume che lambisce una città e ne scandisce la geografia sono sempre ricche di memoria … e di storia. Ascoltiamole in silenzio e comprendiamo per l’ennesima volta quanto siamo piccoli nell’immensità del tempo e quanto dobbiamo essere riconoscenti a chi ha lavorato bene per noi in passato, consentendoci di non scomparire nell’oblio.

Il leprotto del monte Chioda

Fare la salita insieme ad un compagno di pedali è una cosa scontata. Si fa in tante occasioni e in tanti luoghi. Farla insieme ad un leprotto è già meno scontata come esperienza. Salgo con il mio rapporto tranquillo, che mi consente di alleviare la fatica e di trasformarla in piacere, gustando un paesaggio, quello del Monte Chioda che possiede quella non rara caratteristica, tipica delle vallate appenniniche, di cambiare radicalmente dopo lo scollinamento: su un versante boscoso e ombreggiato da faggi e poi da abeti, sull’altro brullo ed esposto. Ma è il leprotto che ha, per così dire, vivacizzato quel versante brullo, perché è da lì che sono salito. Uscito da Rocca San Casciano e passato quello che noi chiamiamo il “rampone” con le due impegnative curve al 16%, quando la pendenza si è ammorbidita e il respiro è tornato regolare, è spuntato lui. L’ho visto da lontano in fondo ad un breve rettifilo, sul ciglio dell’asfalto: due lunghe orecchie. Mi ha atteso. al mio avvicinarsi è sparito. Passata la curva, altro breve rettifilo: e lui? Eccolo là, sempre in fondo ad aspettarmi. Mi avvicino e riscompare. Altra curva, altro rettifilo. Non c’è più. Altre due curve. Niente. Sparito. Completo in totale solitudine gli ultimi 3 km di salita e mi avvicino al meraviglioso pianoro sulla sommità del Chioda. Eccolo là! Questa volta le due lunghe orecchie spuntano proprio in mezzo alla strada. Mi permette di avvicinarmi di più questa volta. Il gioco del nascondino gli è piaciuto. Scappa via. Uno scatto fulmineo. Non so perché, ma la sua presenza credo che abbia avuto su di me l’effetto di una sorta di sostanza dopante, proprio quando, dopo la seconda curva, era sparito. Era come se andassi su proprio per cercarlo e non pensavo che al leprotto. Non pensavo alla fatica, non pensavo al sudore che l’aria fresca mi asciugava sotto il windstopper, non pensavo a come proteggermi dal primaverile vento fresco che mi sferzava, quando le curve della provinciale mi costringevano a cambiare direzione. Pensavo solo a lui e scandivo il ritmo della pedalata pensando alla sua corsa a salti e alla velocità con cui ricompariva e nuovamente si smaterializzava. Non lo so se è per quel leprotto, ma la tristezza che mi ha assalito quando sono arrivato in vista delle prime case di Modigliana era forse legata a lui e al sentimento di libertà che la sua figura dalle subitanee apparizioni e sparizioni mi aveva comunicato in quell’ora di salita senza altri ciclisti, senza incontrare auto, senza il fastidio irritante del rombo delle moto, una salita indimenticabile, proprio perché accompagnata solo da un giovane agile leprotto, a cui era piaciuto giocare a nascondino con me. Un consiglio agli amici che praticano cicloturismo e ciclismo amatoriale: non tenete solo gli occhi sul computerino, non pensate solo a medie e statistiche, quando salite su un valico in bici. Pensate che fuori da quell’asfalto, che voi misurate solo a rapporti tra corone e pignoni, c’è anche una vita, un mondo che non sappiamo mai apprezzare abbastanza, un mondo più libero, un mondo dove si sa ancora giocare a nascondino. Solo per questo il leprotto del Chioda mi si è impresso nella memoria. Non per altro.

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