Le ali del gipeto

Testis, qui niveum quondam percussit Adonem
    venantem Idalio vertice durus aper,
illis formosum iacuisse paludibus; illuc
    diceris effusa tu, Venus, isse coma.
Il feroce cinghiale, che un giorno Adone bianco come la neve trafisse, mentre gli dava la caccia in cima all’Ida, testimonia che tra quelle paludi giacque il bel ragazzo; si dice che tu, Venere, sei andata là con la chioma sciolta. (Properzio)

L’ascesa

Mentre Paolo saliva, il suo sguardo era come catalizzato da Anna, che lo precedeva con il suo solito passo corto, lento e sicuro. I loro due zaini erano grandi, come due piccole case portatili. Lì dentro c’era tutto quanto occorreva per arrivare a destinazione, senza patire fame o sete, freddo o caldo. Le ultime case del paese lasciavano il posto ai prati. Dopo iniziava subito la prima parte della salita e in poco tempo da quota 1400 si sarebbe arrivati a quota 1800, poi un breve tratto in falsopiano e infine l’ultima rampa, che avrebbe coperto un dislivello di altri 400 m e li avrebbe portati a quota 2200. Una serpentina nel bosco con frequenti tornanti era la forma che nella carta assumeva il sentiero, mentre lui respirava forte, come per assaporare gli odori del fieno appena raccolto in quei maestosi prati che collegavano la serie dei paesi nel fondovalle e che costituivano una valida alternativa a piedi per raggiungerli, una gradita passeggiata per persone anziane e famiglie con bambini piccoli. Stavano entrando nel bosco e per almeno due ore avrebbero visto spicchi di luce tra i rami fitti della selva che reggeva l’impervio pendio: due ore di marcia in una dura salita, che, dalle ultime case del paese, dove attaccava il sentiero, a quota 1380, li avrebbe portati a quota 2200, dove altri prati, un grande pianoro e il primo rifugio li avrebbero attesi, ristorati e rifocillati. Passare dalla luce del verde dei prati, dominio assoluto di un sole in un azzurro completamente sgombro di nuvole, all’ombra del bosco sarebbe stata una di quelle esperienze che sarebbe riuscita a far sentire quanto mai vivo quel paesaggio, nei suoi poderosi e vivaci contrasti di colori, tonalità, ombre e luci, odori, suoni. Voleva che Anna imparasse ad apprezzare tutto quello, come una tradizione che doveva passare attraverso le generazioni, un dialogo con il paesaggio che non può, non deve assolutamente morire. Suo nonno lo ha insegnato e fatto amare a suo babbo, che lo ha insegnato e fatto amare a lui. Adesso si sentiva nel dovere di continuare quella catena, anche se mai avrebbe voluto che Anna lo avvertisse come un impegno legato semplicemente a una tradizione di famiglia. Paolo temeva anche l’effetto opposto: non avrebbe desiderato nemmeno che quel modo di vivere la montagna diventasse per Anna la pretesa che era diventata per lui, sempre alla ricerca di soluzioni a dubbi e risposte a domande troppo grandi per un essere umano. Non aveva mai parlato di questo. Era solo un forma di comunicazione con la terra, con la vita, nei suoi aspetti più genuini; era soltanto un pretesto per comprendere che quel senso di libertà che una cima consente di apprezzare non è mai scontato, richiede una conquista, un sacrificio. Suo babbo considerava le vette di quelle montagne come punte che spiccavano il volo verso l’altro, come trampolini di lancio per l’anima, e il suo istinto, associato all’educazione ricevuta, avere potuto conferire all’atto del conquistarle un significato del tutto speciale, qualche volta forse addirittura spirituale, benché a modo suo. Alcuni così descrivevano Paolo. Il suo approccio, in verità, era molto diverso. Paolo non aveva mai negato il significato spirituale dell’ascesa, che aveva sempre apprezzato anche nelle sue letture, tra cui spiccavano i diari delle tante imprese himalayane. Era veramente affascinato dai tanti che avevano saputo dare in forme diverse un identico valore di rinascita spirituale a un’ascesa. E disprezzava chiunque lo negasse e pretendesse di dire che dopo la salita non c’è altro che la discesa. Era convinto che amare quel paesaggio fosse soprattutto un modo per ritornare a chi per secoli lo aveva vissuto tra stenti, difficoltà, miseria, inverni lunghi e freddi, ma anche a chi in esso aveva dato la vita sotto una slavina in inverno o cadendo da una via ferrata in estate. Ma soprattutto un legame della memoria lo teneva avvinto a quelle rocce: la guerra che suo nonno lassù aveva combattuto come artigliere di montagna e gli scritti che aveva lasciato sotto forma di lettere dal fronte, tutte meticolosamente visionate e passate attraverso le lenti della censura militare, che aveva lasciato il proprio bollo ovunque. Era sangue che scorreva nelle sue vene e ora scorreva anche in quelle di Anna. Non voleva ripetere la retorica stucchevole dei resoconti di suo babbo, che facevano del nonno un eroe. Lo era sicuramente stato, come dimostrava il petto di medaglie con cui si esibiva nei raduni degli ex combattenti. E se lo era stato, meritava la memoria. Ma senza retorica. Non la sopportava. Quanto al babbo, la memoria lavorava in modo assai diverso: il babbo era l’antieroe che massacrava di ironia ogni azione, che spegnava in una risata sarcastica ogni tentativo di elevazione dell’anima. Per lui, grande lavoratore nella vita di tutti i giorni, la montagna era lo specchio di un vita dura e spesso anche beffarda. Per Paolo, invece, a tutto questo gravame di tradizioni di famiglia si aggiungeva qualcos’altro che avrebbe reso la montagna il correlato del carattere beffardo della vita: la montagna lo attraeva, ma lo faceva con uno spirito che Anna da anni ormai desiderava capire e non aveva ancora compreso. C’era qualcosa che non le era stato detto. E la montagna lo sapeva. Paolo procedeva, seguendo la figlia, orma su orma, seguendo una bella tradizione che era arrivata alla quarta generazione, orma su orma. Lassù ai piedi di quel bosco dove l’erta si faceva cattiva, la retorica appariva del tutto ridicola. Anna aveva detto che lo zaino era molto pesante. Quanto era tentato dal dirle che il cannone che avranno portato su gli artiglieri, oltretutto in pieno inverno e sulla neve, sarà stato sicuramente molto più pesante del suo zaino! Ma si trattenne. Lasciò che quell’immagine, tutt’altro che retorica, ma  causa di dolore nel rivangare all’indietro della mente, restasse lì dentro. Il dolore era parte della sua vita ormai da anni. Ne avrebbe parlato ad Anna, forse, ma non lì, non nel bosco. Quella era la novità che Paolo aggiungeva alla tradizione di famiglia: dopo la guerra e le medaglie del nonno, dopo il senso di abnegazione del babbo, veniva lui con la sua esperienza di vita, che lassù, su una di quelle ferrate, durante una di quelle escursioni, aveva subìto un repentino cambiamento di rotta, facendo di amore e dolore una poltiglia informe che marciva da anni nel fondo dell’anima.

Anna saliva cantando sottovoce. Era un canto scelto non a caso. Dava ritmo al passo. Bisbigliava, procedendo a passo corto e lento, cadenzato e pesante, sicuro e regolare, una volta entrata nell’ombra del bosco dagli odori nuovi e dai colori da reinventare. All’improvviso quella vegetazione, in cui il dominio, dapprima incontrastato, dell’abete rosso avrebbe piano piano ceduto spazi sempre maggiori al pino silvestre, al larice e al pino cembro, nascose ogni traccia di presenza umana, in quello spazio dove non si sciava, non si saliva con impianti, non si andava al rifugio con fuoristrada. Lì si camminava e passo dopo passo ci si confondeva con tutto quanto ci dominava e ci guidava fiduciosi, da sopra e da sotto, da destra e da sinistra, respirando quegli odori, così diversi da quelli del fieno nei primi passi; e ci si lasciava pervadere da quei colori, così diversi da quelli dei coltivi di fondovalle, da cui erano Paolo e Anna partiti. Lì si camminava e quel canto bisbigliato piano piano da Anna, con il suo ritmo regolare e cadenzato, prese anche Paolo, cosicché, appena Anna cessò di cantare, attaccò Paolo, anche lui sottovoce. Del resto, chi glielo aveva insegnato? Non era forse anche il canto frutto di quel sangue che li univa? Anna si voltò per un attimo. Gli sorrise senza fermare il passo, solo rallentando un po’, e poi riprese il ritmo, associandosi a lui nel cantare camminando. E fu la prima delle tante esperienze, che fortemente e con la solita passione stava cercando lassù; una delle prime forti esperienze che quell’ascesa gli avrebbe riservato. Non era facile dare una risposta a quella domanda e soprattutto non sarebbe stato facile liberarsi dall’effetto che aveva appena avuto quel voltarsi di lei sorridendo e poi quel riprendere a cantare insieme a lui: sua mamma lo faceva. Ma come poteva Anna sapere che quel gesto era lo stesso della mamma, lei che la mamma neanche poteva ricordare?Aveva tre anni e mezzo, quando la mamma era partita per la sua ultima ascesa. Quel cantare ora era diventato per Paolo un modo per stornare il dolore, la colpa, l’ansia che montava da lontano. Ricordi, visioni, ammalianti icone che risalivano da lontano iniziarono pericolosamente a prendere forma. Il passo si fece improvvisamente più faticoso e pesante. Anna si allontanava là davanti a lui. Qualcosa ora pesava dentro. Paolo sapeva bene che tutto ciò era inevitabilmente connesso a ogni esperienza di escursione in montagna: un’attrazione che affascinava e torturava al contempo. Anna per tanti anni lo aveva seguito, senza porre le domande che ancora non poteva porsi; ma ora era finita l’era dei giochi, delle stelline in cielo che ti danno la buonanotte, della passeggiata alla ricerca dei cervo amico della favola della sera prima; era finita l’era delle favole, delle tante, tantissime favole che lui le aveva raccontato ogni sera; ora Anna poteva sapere e poteva capire quello che fino ad allora non aveva mai saputo e non poteva ovviamente aver mai compreso. Lì su quelle erte impervie: lì, dove passione e sacrificio, allettanti paesaggi e infidi passaggi si confondono, dove amore e dolore avevano avuto inizio e fine, tutto sarebbe stato più facile, in una narrazione che avrebbe trovato il contesto ideale per svolgersi chiara nei dettagli e lucida nei suoi profondi significati, che ora potevano essere disvelati. Dietro a al velo di quella affascinante bellezza che con i suoi colori, i suoi odori, i suoi rumori attraeva Paolo e Anna da sempre, c’era qualcosa che avrebbe fatto male riconoscere. Era questo il peso nell’anima, che aveva reso d’un tratto stanca e lenta l’orma sui sassi. Eppure, Paolo la ammirava procedere, con i suoi capelli docili al vento, castani come quelli di lei, con le sue gambe lunghe, forti come quelle di lei, con quel canto che aveva innescato uno di quegli ingranaggi fermi da tempo e che riteneva arrugginiti e non più funzionanti. Era veramente bello vedere quanto le somigliava nella postura. E a quel punto Paolo cedette: dovette fermarsi. Bevve un lungo sorso di acqua fresca dalla borraccia. Poi un secondo. Poi un terzo a garganella. Poi la vuotò tutta, rovesciandone il contenuto sui capelli sudati. Ne sentì un forte bisogno. Anna si accorse che il canto da lei intonato non era fatto più di due voci, ma solo della sua. Si fermò, si volto e lo vide seduto su un grande ramo d’abete caduto, tutt’uno con lui: due caduti, l’albero con i rami secchi e inerti puntati al suolo, lui con le gambe stese inerti davanti a sé, i gomiti sulle cosce e la testa tra le mani. Anna immaginava, ma non osava. Per la prima volta avvertiva la sensazione che in quel cammin sarebbe successo qualcosa di nuovo. Immaginava, ma mancava l’ardire di indagare. Il silenzio della natura era stato rispettato; andava ora rispettato anche quello dell’uomo. Come sempre doveva essere stato, anche quella volta ad Anna era chiaro che quelli erano stati per suo babbo viaggi nel tempo, prima che nello spazio. Ora poteva capire. Ma indagare, fare domande, sarebbe stata un’inutile tortura. Tornò indietro. Di quante foto scattate in posti come quelli era tappezzata la casa! Foto di quella mamma che solo lì, in foto, lei poteva vedere! Quasi tutte in montagna erano state scattate. Anna si andò a sedere accanto a lui. Bevve anche lei. E anche lei si buttò l’acqua sul collo, sui polsi, sui muscoli delle gambe bollenti per la lunga salita ormai al termine. La giornata era calda, ma dal fondovalle saliva ancora tanta umidità. Il passare delle ore l’avrebbe piano piano asciugata, ma non certo là dentro quella folta abetina. Quell’umidità pesava tantissimo, ostruiva il respiro della pelle delle braccia, che erano lasciate nude dalle maglie termiche che indossavano, e delle gambe, che erano lasciate nude dai calzoncini corti che entrambi avevano scelto. In realtà erano lunghi, ma, come tanti pantaloni da escursione, potevano essere resi corti. Il babbo li aveva cercati e trovati su internet: addirittura avevano due possibilità, quella di essere accorciati con una zip sotto il ginocchio o con una seconda a metà coscia. Fu proprio Serena, la mamma, a vederli un giorno addosso ad una coppia di escursionisti e a chiedergli dove si potessero trovare. Nemmeno i pantaloni che avevano addosso erano stati scelti a caso. Anna iniziava a capire, a mettere insieme i tanti frammenti sparsi di una memoria che le era stata somministrata a brani, edulcorata nelle immagini, ridotta a rasserenante favola della buonanotte. Quando Anna si sedette accanto a lui, l’immagine della mamma trionfò definitivamente e a lui ormai sembrava di essere tornato indietro di vent’anni. Era la voce di Serena quella che sentiva, non di Anna: “Forse è meglio farla in cima al rifugio la sosta, babbo. Si preannuncia una giornata calda oggi.” Si rialzò e insieme ripartirono. Anna, iniziando la sua marcia con passo ancor più lento a cadenzato, ancor più corto di quello tenuto precedentemente, portando uno scarpone appena davanti all’altro, intonò di nuovo il suo canto a bassa voce e Paolo si aggiunse con la sua voce. Era solo il primo attacco del tempo; se non voleva subire così passivamente anche gli altri, Paolo avrebbe dovuto giocare d’attacco e liberarsi del peso e della colpa, che incombeva da anni sull’anima. Senza l’espiazione di un’ascesa e di una fatica, nulla di ciò sarebbe stato possibile nella sua visione che qualche amico chiamava fondamentalista del suo rapporto con la montagna. Forse avevano ragione, un pochino almeno. Fondamentalista o no che fosse, era convinto che solo lassù avrebbe trovato una soluzione. E su questo aveva ragione. Anna, per parte sua, era convinta che anche lei avrebbe dovuto fare la sua parte. Era un dialogo di anime, che non aveva bisogno di parole. Anzi, la parole avrebbe fatto male. Paolo doveva tanto a quella ragazza straordinaria che era sua figlia. In quel momento lo aveva capito forse per la prima volta: aveva capito quando Anna si era seduta su quel ramo caduto, in silenzio accanto a lui. Per tutto questo, per il dialogo tutto interiore che si svolgeva nella fatica e nel sorriso, nel sacrificio e nel canto, solo di lei ormai si fidava, quando le pendenze dell’escursione si facevano importanti. Il cammino era lungo. A Paolo non sfuggiva che quel viaggio sarebbe ormai stato caratterizzato, nel rapporto tra loro due, da un complesso e complice gioco tattico di allusioni, di gesti studiati, di frasi frante e incomplete, di canti, di rievocazioni di odori, di suoni, di colori, che, come lassù erano riusciti a fare vent’anni prima, avrebbero dovuto anche allora sortire lo stesso effetto, prima sui sensi, poi su qualcos’altro di più profondo e ancora difficile, per il momento, da interpretare.

Un macchia gialla di botton d’oro, che spiccavano tra il verde delle loro stesse lunghe foglie, segnò la fine del bosco e l’inizio del pianoro. In un attimo il paesaggio cambiò. La salita finì. L’ombra della foresta, che proteggeva il ripido pendio, cedette il posto al sole di metà mattinata. E quest’ultimo riprese possesso dei grandi spazi del pianoro su cui dall’altro versante salivano e scendevano le mandrie, che alimentavano l’attività di due grandi malghe. In fondo, sulla loro sinistra, si vedeva il tetto del rifugio dove avrebbero sostato per riprendersi da quel primo intenso sforzo. Non poco era il dislivello coperto in quella prima tratta del loro viaggio. Erano veramente passati da un mondo a un altro. Entrambi lo avvertivano. In quel mondo libero e aereo, tenuto pulito da un vento che non aveva ostacoli, sarebbe stato più facile spiccare quel volo che nell’altro, depresso laggiù, era invece inevitabilmente assai più arduo compiere. Paolo ricordava una frase di lei, di Serena, che, nata su montagne del Centro, forse meno note e meno blasonate di quelle, un giorno lei pronunciò, dopo un lungo cammino di sei ore, che li aveva portati a un rifugio in cui avrebbero pernottato: dopo esser partiti dal paese di fondovalle, da un paesaggio che per Paolo era stato comunque fino ad allora montagna, arrivati al rifugio, Serena disse: “Sono felice di essere finalmente in montagna.” Paolo, dopo la fatica di quell’impegnativo percorso nel bosco, nell’aria pesante e umida del primo mattino, ora si sentiva finalmente ‘in montagna’. Se non c’era libertà nello spazio intorno a lui, non era montagna. Se non avvertiva certe sensazioni che erano il portato di qualcosa che colpiva i sensi in modo speciale, non era montagna. Se non riusciva a sentirsi parte di un viaggio in uno spazio che era anche tempo, memoria, rievocazione, non era montagna. Lo avrebbe prima o poi capito anche Anna. Occorreva il segno. Paolo fece una domanda all’anima e la montagna rispose subito, come lei sapeva meravigliosamente fare. Il volo di un grande gipeto fece capire meglio di qualsiasi altra cosa il significato di quel cammino. Quel gipeto sembrava aspettasse lui. Sembrava che lo guidasse lassù, scomparendo dietro le rocce della ferrata che li aspettava. Anna avrebbe capito. Quella, finalmente, era montagna, perché loro due, così fragilmente in movimento sul terreno, erano per lui che volava lassù, per quei meravigliosi tre metri di ali che volteggiavano liberi e sicuri lassù, prede possibili, come ogni forma che lì vivesse. Le marmotte correvano al fischio della loro sentinella, che le aveva avvisate, e sparivano inghiottite dalle tane nascoste tra i mughi. Quella, adesso, era montagna: sentirsi preda. E lì tutto, necessariamente, sarebbe stato diverso, finalmente diverso. Su un pianoro come quello, infatti, mentre un grande gipeto voleva sopra le loro teste, tanti anni prima due giovani, entrambi di natura riservata, silenziosa e riflessiva, si erano baciati per la prima volta: si erano conosciuti a un compleanno di un’amica comune, erano diventati amici scoprendo la comune passione per la bicicletta e le escursioni a piedi in montagna, che iniziarono a fare in gruppo con altri amici, poi da soli, avventurandosi presto anche in ferrate e tentando qualche timida arrampicata. Durante una di quelle uscite, nella sosta per il pranzo, in un alveo glaciale disseminato di grandi massi, ricordo di antiche frane, mentre Paolo indicava il grande rapace sopra le loro teste, Serena pose la testa sulla sua spalla. Da quel momento nulla, se non la montagna stessa che li aveva uniti, li avrebbe più potuti dividere. E così effettivamente fu. Anna ora poteva capire.

La pausa in quel primo rifugio servì solo per andare in bagno, sciacquare e riempire le borracce, bere un caffè, rinfrescarsi e riposarsi un po’. Si stesero un po’ fuori sui prati, sempre in silenzio, in quel dialogo segreto senza parole, un dialogo ricco di amore, ma costruito dal dolore, che stava diventando, grazie alla montagna e a quel gipeto che aveva donato, una bellissima esperienza. Verso le dieci e trenta ripartirono per il successivo rifugio, dove avrebbero trascorso la serata e la prima notte. Li avrebbe attesi un sentiero, prima in discesa, poi in risalita, con modesto dislivello e con un breve e semplice tratto ferrato nella parte finale. Al giallo dei botton d’oro si sostituì il blu altrettanto vivace delle genziane delle nevi e i legnosi cespugli di brugo dai piccoli fiori rosa. Era un tripudio di colori vivaci l’inizio del sentiero che bordeggiava la parte estrema del pianoro, prima che fosse lasciato per la discesa nella nuda pietraia, ombreggiata dal grande massiccio roccioso con le alte creste dentate in fila, che richiamavano i denti di una sega: mille metri di pietra pura li separava da quel gipeto che aveva salutato il loro ingresso nel regno delle nevi, delle pietre vive, delle acque che sciogliendosi si raccolgono in piccole, appartate conche lacustri e che poi zampillano altrove dal terreno. Era la stagione in cui quel tripudio di vita che rinasce non era ancora invaso da frotte di escursionisti e alpinisti. Le distese di pino mugo lo conservano gelose al margine delle rocce, persino tra le rocce. Quando le scuole sarebbero finite e iniziate le vacanze, anche quel mondo si sarebbe come chiuso in se stesso, lesinando le fioriture, lesinando gli zampilli d’acqua solo ai pochi che li meritavano. La meraviglia andava goduta in silenzio, mentre le marmotte sentinella avvisavano solerti le altre del loro arrivo: procedevano con passo corto e lento, passo alpino, ritmato e cadenzato sempre dalle medesime strofe, sempre intonate da Anna, sempre saltuariamente accompagnate da Paolo, che si associava nei ritornelli. Come sua mamma. Paolo pensava a che gamba avesse quella ragazza che procedeva sicura della traccia, che aveva studiato ogni dettaglio della tratta di marcia appena intrapresa, dalle altimetrie alle planimetrie, studiando le curve di livello una per una e memorizzando le quote passo dopo passo, sasso dopo sasso. Anna raramente alzava la testa. Non aveva bisogno della carta. La sua carta era stampata nella memoria. Come sua mamma. Contava sassi e passi. Era Serena. Uguale. Anche lei era andata avanti così per tanti anni, ritmando il passo con il canto sottovoce. Dallo zaino ora pendevano casco e imbrago, corda e moschettoni, pronti all’uso: anche Serena lo faceva, prima della ferrata. Meticolosa nella preparazione, svolta sempre in silenzio, nell’ascolto del vento, per capire cosa potesse cambiare lassù, pronta sempre alla rinuncia, come è proprio di ogni montanaro esperto. Perché quelle visioni? Paolo si chiedeva se la montagna lo facesse perché gli voleva bene o perché lo voleva torturare. Ora quel vento si era alzato. Aveva pulito l’aria, ma non portava nube alcuna. La protezione nevosa aveva a lungo favorito le macchie dei rododendri, i fiori del tuono, i Donnerblumen: la voce popolare, tramandata di generazione in generazione, vuole che si chiamino così, perché il loro chiudersi prima del temporale annuncerebbe l’arrivo della tempesta. Là sotto, ai piedi della cengia su cui sarebbero saliti in cordata, tre cespugli indicavano che erano sulla strada giusta: e i loro fiori erano aperti. Niente tempesta. Puntarono allora entrambi le macchie di rododendro alpino. Il dialogo funzionava. Il sentiero riprendeva a salire. Lì vicino si fermarono, si misero l’imbrago, indossarono guanti e caschetto, controllarono bene apertura e chiusura dei moschettoni e partirono per il breve tratto ferrato. Tante furono le soste, rare le parole. Serena lo faceva: passo veloce per uscire da coltivi e boschi e arrivare su, “in montagna”; poi passo corto e lento, come se Anna entrasse in comunicazione con qualcosa di nuovo che dalle rocce e dagli alpeggi avrebbe dovuto dare forma a quello che non spettava a lei capire, apprendere, ma solo ascoltare, accogliere e rispettare, senza porsi domande, senza trasformare l’esperienza del viaggio in quella pretesa, da cui il babbo spesso l’aveva messa in guardia. Quando arrivava sulla cima e sotto di loro si squadernava un mondo di cui loro stessi facevano parte, di cui erano elemento vivo, attivo e integrante, Serena si appoggiava alla croce e non parlava mai. Lo faceva al rifugio, qualche volta in marcia, mai in cima. Quella grande croce di ferro, spesso arrugginita, per lei non era una conquista dello spirito nell’anelito di vincere chissà quale premio in chissà quale mondo; quella croce era lei, era la sua vita, era il suo lavoro, era il correlato di una ricarica che prima cercava e puntava da lontano, poi, una volta che l’avesse raggiunta, vi si teneva abbarbicata, oppure, come avrebbe fatto Anna in quel momento, si ci si sedeva sotto. Anna fece la stessa cosa, arrivata in cima: si sedette appoggiandosi alla croce, prese una barretta, la mangiò, fece ogni gesto in silenzio, con gli occhi rivolti alle altre cime, la schiena incollata al ferro, la mente lontana in uno spazio molto più infido e pericoloso, dove però sapeva che non era sola. Il vento giocava con i suoi capelli che aveva liberato, toltasi il caschetto protettivo. Quel silenzio era il comportamento più loquace e consapevole che si potesse tenere in quei momenti con suo babbo. Quando camminava con lui, la sensazione che costantemente avvertiva era quella che ogni parola fosse inutile spreco di fiato. Lo sapeva bene. E per questo lo rispettava. Come la mamma. Sotto si vedeva il rifugio. Paolo prese il binocolo. Scrutò tutt’intorno a lungo, girando su se stesso. Lo cercava lassù, lo cercava laggiù. Sapeva che da quel gipeto era iniziato un capitolo nuovo. Poi passò il binocolo alla figlia, che lo prese e fece lo stesso gesto, girando anche lei su se stessa. Anna guardò il rifugio. Dalla parte alta del comignolo usciva fumo. Anna fece alcune foto con la sua macchina fotografica. Altre le fece suo babbo. Esercizi di memoria che passavano di generazione in generazione: niente cellulare, solo e rigorosamente macchina fotografica. Ripartirono. Il sentiero era ferrato solo per un breve tratto iniziale nella discesa che li attentedeva. Finite le scalette della breve ferrata sulla roccia, tornarono sui prati. Una breve salita si avrebbe portati al nuovo rifugio, mentre il sole si era già abbassato molto sulla linea di un orizzonte che in montagna era sempre, inevitabilmente, immaginario e proprio per questo più bello. Al rifugio, dove tutto era nuovo, segno di recente ristrutturazione, e dove nulla sembrava ancora essere stato toccato, segno di recente riapertura, non c’era nessun altro, oltre a loro e alla coppia che lo gestiva: un uomo e una donna che nell’aspetto e nel comportamento tradivano una certa inesperienza nel lavoro. Anche in quello i tempi stavano cambiando: Paolo si sentiva come spaesato, quando si trovava, lassù, sulle sue montagne, di fronte a persone come quelle, che un tempo mai si sarebbe aspettato di incontrare. Adesso i proprietari di quelle strutture erano chissà dove, la gestione era spesso solo stagionale e veniva rilevata da gruppi di giovani, che in tanti facevano quello che una volta era il lavoro di una famiglia, talvolta addirittura di una sola persona, oppure veniva rilevata da stranieri, perché il lavoro era di quelli duri e una civiltà che vive nel benessere urbano non sa più cosa significa la fatica e la schiva come abietta, sbagliando. Serena veniva da una di quelle famiglie di montagna, che avevano conosciuto il principio della fatica e del duro sacrificio come prezzo della sopravvivenza, non del benessere. Paolo veniva da una famiglia diversa, di città, di quelle che  amava la montagna ma dall’esterno e che si lasciava pervadere dall’affetto del turista che la preferisce ad altre vacanze. Almeno si salvavano le strutture in questo modo, pensava Paolo riflettendo su quella coppia di gestori e cercando di cogliere l’aspetto positivo della situazione; altrove non avveniva neppure questo. L’uomo in particolare non fu molto benevolo nell’accoglierli. Solo successivamente si sarebbe capito perché: era alla sua prima esperienza stagionale come gestore di rifugio estivo e aveva seguito un’idea venuta in modo estemporaneo alla donna che aveva sposato e che insieme ai suoi genitori aveva avuto un bar. Fu troppo rigido nell’elencare le regole di comportamento, cosa che si faceva solitamente con escursionisti inesperti, che i gestori dei rifugi avrebbero dovuto saper riconoscere. Loro due non solo non erano inesperti, ma Paolo forse poteva dare consigli su quelle montagne meglio di lui e aveva tanto da insegnare che lui non sapeva. Il vino, tuttavia, rese l’uomo piano piano, con il passare delle ore, più loquace; la grappa riuscì a renderlo anche un pochino simpatico, sempre a modo suo, però. Alle regole teneva sempre in modo particolarmente rigido: ben tre volte indicò lo scaffale, che odorava ancora di copale, dove andavano riposti gli scarponi, prima di salire con le ciabatte su in mansarda, dove disse che non occorreva sacco a pelo, perché aveva messo la biancheria e le coperte sui letti. Andavano solo fatti. Peccato, pensarono entrambi, vittime di una seconda delusione: non ci sono più i rifugi veri di un un tempo. La temperatura su in quota precipita presto appena il sole si congeda; e la stufa crepitava, mangiando legna ceppo dopo ceppo. Loro due invece non mangiarono molto. E il gestore, che era lì con loro due, unici ospiti, insieme a una moglie, che non avrebbe mai messo la testa fuori dalla cucina, prima della fine della cena, quando lei stessa arrivò per mangiare, non si arrabbiò nemmeno. Paolo ricordava quel rifugio come gestito da una famiglia che si arrabbiava, eccome!, se uno non mangiava come e quanto volevano loro, perché chi non mangia non ha fame, e chi non ha fame non è stanco e non ha camminato abbastanza. Legge della montagna. Un po’ stupida, forse, come tante regole tramandate più per tradizione che per necessità o spirito di giustizia, ma pur sempre legge. Quello era stato per anni il rifugio delle discussioni inutili. Paolo ricordò la discussione avuta con il precedente gestore sulla pratica antica dello zuccherino bagnato o, come alcuni dicono, incendiato nella grappa; si dava all’escursionista stanco con la convinzione che così si riprendesse, senza sapere che quella grappa aveva su di lui lo stesso effetto delle foglie di eroina mangiate crude dai contadini indocinesi, che così non dovevano sentire la fatica, come facevano quelli delle Ande con le foglie di coca, per non sentire il dolore delle ripide salite su cui devono lavorare per ore avanti e indietro nell’arco della giornata. Non fa sentire la fatica, ma la fatica c’è lo stesso; annebbia la mente e il corpo finge di star bene. Ma quando arrivi e finisce il suo effetto, allora capisci l’errore commesso. Paolo ne parlava animatamente con il vecchio gestore, che altrettanto animatamente sosteneva la funzione di quella zolletta con la grappa: accanto a lui Serena, che lo sosteneva con cenni del capo; accanto al suo avversario sua moglie, che lo sosteneva con eloquente gestualità in quel dibattere tanto appassionato quanto accademico. Dà più soddisfazione parlare con i sassi che stanno là fuori, pensava Paolo in quel momento, accorgendosi di essere rimasto solo, avvolto dalle sue memorie, sempre dominate dalla figura monumentale, una grande icona del tutto ideale, di quel valore immenso che lassù aveva lasciato. Anna era uscita. Era in mezze maniche. Aveva lasciato la felpa sulla panca. Paolo si alzò con la felpa della figlia in mano e il gestore disse: “A quell’età non hanno paura di niente.” Cosa ne sai tu delle paure?, gli sarebbe piaciuto rispondere, ma saggiamente si trattenne e uscì, liberandosi del peso di quell’ingombrante e poco socievole compagnia. Che delusione aspettarsi una persona e trovarne un’altra con cui non si può nemmeno discutere, per di più nel ‘rifugio delle discussioni’. Paolo uscì, richiudendosi la porta alle spalle, ovviamente su solerte raccomandazione. Anna non era lì fuori. L’aria era fresca, ma non fredda. Da fondovalle risalivano ancora le ultime ventate tiepide dal sapore di terra; il cielo, rigido, si faceva ammirare. Paolo allora capì che cosa poteva attrarre Anna. Andò nell’unico punto da cui si aveva visuale libera verso sud e la trovò, sul retro del rifugio. Aveva aperto una poltrona sdraio e stava seduta, senza avere la schiena appoggiata. Aveva la testa appoggiata sui palmi delle mani e i gomiti puntati sulle ginocchia. Paolo le mise la felpa sulle spalle. Anna disse: “Il Toro e i Gemelli. Eccolì là.” E indicò su nel cielo. Sin da piccola era stata affascinata dalle costellazioni. Il nonno materno, quando la mamma decise di partire, la portava spesso in cima alla diga foranea in tarda serata, lontani da ogni inquinamento ottico, protesi nel mare per oltre 2 km. E le insegnava la lettura del cielo. “Ricordi quella serie di libri che mi hai regalato da piccola e che mi leggevi di sera? Quelli della stellina, intendo.” Paolo non credette che Anna sarebbe arrivata lì. Faceva paura quel ricordo. “Sì”, rispose con un filo di voce. Il libri raccontavano storie di stelle e narravano che ognuna di quelle che finivano in cielo era una persona che ci vuole bene; e il nonno, il babbo della mamma, aggiungeva che, se noi la sappiamo riconoscere e chiamare per nome, quella stellina che abbiamo ammirato più di tutte scende, accarezza il viso del bimbo, lo illumina di amore e lo fa dormire. Fiabe per la buona notte per il babbo. Momenti di immenso dolore per chi ha compiuto l’innaturale gesto di seppellire una figlia. Anna allora non sapeva, capiva a modo suo. Ma Paolo non voleva che fosse data quella lettura. Anna allora non poteva sapere. Era naturalmente convinta che la mamma fosse diventata una di quelle stelline lassù in alto. E quando chiedeva al nonno di andare a vederle, lo faceva perché voleva cercare la sua stella. Anna per fortuna non andò oltre. Paolo, in quella speciale comunicazione interiore, più ricca quando priva di parole, la ringraziò di essersi fermata e si sedette aprendo una seconda poltrona a sdraio. Aveva i pantaloni corti e sentiva freddo adesso. Ma Anna che aveva le maniche corte non lo sentiva. Come sua mamma. Rimasero in silenzio per oltre un’ora. Paolo forse si era anche un po’ assopito. Anna no. Fu lei a decidere di entrare e di andarsi a coricare. “Domani albeggia alle 5,30. Farò piano. Voglio vedere l’alba,” disse Anna. “Vengo con te.” Come sua mamma. Paolo sentiva che qualcosa stava succedendo, qualcosa di nuovo. Sentiva che un velo si stava aprendo nella sua anima, che la memoria aveva troppo a lungo tenuto protetta. Era una bella sensazione, la stessa sensazione di libertà che aveva avvertito quando era apparso sulle loro teste il grande gipeto. E anche lui trascorse quella notte nell’attesa dell’alba.

La mamma

Era tutto completamente rosso. La roccia aveva preso fuoco la sera prima. E riprese fuoco all’alba. Spettacolo unico delle Dolomiti, quando il sole, al tramonto, si abbassa o, all’alba, si eleva. Paolo trovò Anna già seduta sulla stessa poltrona a sdraio della sera prima, con la macchina fotografica in mano e il binocolo a tracolla. Anna aveva visto qualcosa su una parete di fronte, su una frangia particolarmente scoscesa. Senza parlare, indicò nella direzione in cui aveva notato qualcosa muoversi e passò il binocolo al babbo. Paolo lo prese e li vide tutti in fila: sei camosci, che procedevano a piccoli balzi, alternando tratti lenti ad altri velocissimi, con un sicurezza e un senso dell’equilibrio su pendenze estreme come quelle, che non potevano non indurre a farsi domande sulla meraviglia di quegli spettacoli. Ma Paolo alzò il binocolo più in alto e vide chi sperava di approfittare di quell’uscita dei camosci, di cui sicuramente aveva già adocchiato il covile: due maestose aquile reali, che disegnavano curve perfette, modellate dal vento, docili solo in apparenza a quel vento, ma pronte a cambiare repentinamente direzione per la loro picchiata, letale per un cucciolo di camoscio, da cui nessuna preda riuscirebbe mai a difendersi. Quando l’aquila reale combatte, lo fa solo per vincere e combatte quando è sicura di vincere. Snerva l’avversario senza mai nascondersi, rendendosi sempre visibile là dove solo lei può arrivare e facendo il proprio nido là dove solo lei riuscirebbe a realizzarlo e raggiungerlo, sempre impune e immune da qualsivoglia ingiuria altrui, tranne quella umana. Paolo indicò in alto e pose il binocolo ad Anna. La vita e la gioia sulla roccia, la morte per la vita in agguato in cielo: un ciclo forse cinico e beffardo, ma sempre educativo, quando attira l’attenzione. Anna smise di guardare. Sapeva che quel volo avrebbe ottenuto quello che desiderava. Lo sguardò ritornò sulla roccia rossa. Paolo non si sedette. Camminava nervoso avanti e indietro, preso da pensieri che Anna non immaginava. Che avessero a che fare con quelle due aquile? Era molto verosimile. Non faceva mai domande. Né lui le aveva mai fatte a lei, quando la vedeva pervasa da riflessioni, in un mondo di meditazione, che solo quelle quote, solo quei paesaggi, solo quelle rocce apparentemente senza vita, conciliavano. La vita, lì c’era. Ne aveva avuto appena dimostrazione. Era una vita inserita in un ciclo continuo di cui faceva parte anche la morte. Ma una cosa differenziava chi osservava quel ciclo attraverso il filtro delle lenti di un binocolo da chi lo viveva sulla frangia rocciosa di fronte: là quel ciclo non provocava riflessione sul dolore, di qua invece richiamava solo quell’assillante presenza, quell’ineludibile pilastro della vita, quel fondamento della vita stessa, senza la quale nemmeno il suo contrario, l’amore, sarebbe compreso per quello che effettivamente è. Questa era la differenza tra quanto andava in scena di là, di fronte a loro, e quanto invece si stava rappresentando altrove, in un abisso senza confini di spazio, senza demarcazioni temporali, senza un paesaggio che facesse da quinta, senza un sole che sale e scende in un ciclo continuo. Eppure di quel contesto facevano parte anche loro. Gli alberi erano finiti duecento metri più sotto; i prati e gli alpeggi cento metri più sotto. Restava roccia, nuda roccia, che tradiva presenze di vita, le nascondeva a chi non le meritava, le lesinava a piccoli bocconi all’alba, o al tramonto. Nessuno doveva ubriacarsi di vita in un paesaggio di roccia. Eppure Anna e Paolo avevano assistito ad un trionfo di vita, minacciato forse inconsapevolmente dalla morte. E dentro di lui scattò il meccanismo della memoria e si mise in moto quell’ingranaggio tanto allettante quanto perverso.

“Era una splendida giornata di inizio giugno. Eravamo venuti su nella casa dei nonni, che ci trascorrevano tutta l’estate e ci venivano spesso anche in inverno. Questo stesso periodo dell’anno. Venimmo su in due. Tu rimanesti giù in paese, in casa, con i nonni. Partimmo all’alba, a quest’ora. Dovevamo fare un ferrata lunga. Le previsioni meteo erano perfette. Sarebbe stata la ferrata della vita, la conquista della cima della vita per tutti e due, a cui mancava l’esperienza dell’arrampicata e della via. Poi, invece, verso le undici del mattino, il cambiamento improvviso del tempo. Nubi minacciose ci colsero. Il temporale si scatenò a tradimento. Un fulmine colpì il cavo su cui eravamo attaccati. E tutto finì. Chiamai subito il soccorso alpino. Fu velocissimo ma inutile l’intervento. La morte era avvenuta sul colpo. La cosa più triste non fu l’estremo addio, non fu il funerale; fu il viaggio di ritorno a casa, giù in città, con quel posto vuoto in auto. Avevo deciso io di fidarmi del meteo. Mia era stata la decisione. Solo mia.” Anna mise insieme in un attimo frammenti di memoria che nella sua mente di bambina e poi di ragazzina aveva spesso cercato invano di assemblare, senza mai riuscirsi. “Era molto bella la mamma!”. “Sì, Anna. Era molto bella.” Tra un babbo e una figlia non c’era bisogno di ulteriori dettagli per descrivere un dolore che Paolo già scontava abbastanza giorno per giorno in quella consapevolezza così maligna; scorrevano tutti nelle loro vene, passavano nello stesso modo, infondevano loro un identico sentire.

Anna non aveva mai conosciuto i dettagli. Sapeva di un incidente in montagna. Solo quello le era stato detto anni prima dai nonni, quando iniziava a fare domande e quando la sua età non più quella in cui la mancanza della mamma poteva essere spiegata con la trasformazione in una di quelle stelle del cielo, che lei amava così tanto guardare. Paolo aveva parlato in silenzio, rivolto alla montagna, a quella frangia da cui i camosci erano scomparsi, svalicando una sella tra due torri. Loro non avevano bisogno di imbrago e corda, di casco, guanti e moschettoni. “Ogni tanto mi chiedo se sia o meno lecito che noi stiamo quassù; se sia giusto che la nostra presenza ottenga l’assenso in queste quote. Perché osare? Dov’è l’errore che compie l’escursionista o l’alpinista che conquista una vetta? Perché la natura lo punisce? E perché, quando lo punisce, lo fa in modo così orrendamente violento e crudele? Qual è la sua colpa? Quale la sua responsabilità?” Fece una pausa. Anna ascoltava. Si aspettava che prima o poi in una di quelle occasioni sarebbe successo. Quella prima occasione era stata da lei preparata molto bene. “Se fossimo stati in tanti, sarebbe stata riconoscibile solo per gli orecchini, che le avevo regalato e che portava sempre, anche in ferrata.” Anna, che nei suoi silenzi aveva imparato da lui l’arte della dissimulazione, questa volta non resse e scoppiò a piangere. Paolo si pose dietro a lei. “Ho pianto tanto anch’io, Anna. Ora non vedo nulla di ingiusto o innaturale, se tocca un po’ a te.” Fece un’altra pausa, continuando ad accarezzare i capelli della figlia, che piangeva a dirotto. “Su quegli orecchini era disegnato a sbalzo un grande rapace. La mamma diceva che era un’aquila. A me piaceva che fosse qualcos’altro. Prima pensai al falco. Poi mi ricordai del progetto di reinserimento del gipeto su queste montagne e allora dissi che erano le ali del gipeto quelle raffigurate come aperte sui due orecchini. Di lei solo quello mi restò. Feci io il disegno dei due rapaci ad ali spiegate e cercai un orafo che facesse il lavoro. Non fu facile trovarlo. Ma alla fine il risultato premiò l’impegno.”

Alle loro spalle si chiuse una finestra. Qualcuno aveva origliato e ascoltato la conversazione. Non se ne curarono. Rimasero lì ancora a lungo e in silenzio. Anna non riusciva a trattenere le lacrime, pensando a quel cielo stellato ammirato la sera prima. Paolo pensava alla spensieratezza di quei camosci, scomparsi su un crinale ora non più visibile. Un piccolo masso era rotolato in una conca sottostante, forse spostato dal salto di uno di loro. Nell’anima non avvertiva più il peso sopportato per troppi anni e quelle lacrime di Anna avrebbero fatto la loro parte forse anche nell’anima di lei. Come un tabù che viene infranto, con la forza di una volontà non dettata da se stessi. La montagna aveva creato le condizioni, aveva invitato a godere dei suoi spettacoli, aveva pervaso con il suo vento, i suoi odori e colori il loro spirito, li aveva preparati alla rivelazione, ammaliandoli. Era tutto scritto da qualche parte. Lì sarebbe avvenuta la rivelazione. Non altrove. E lì infatti era avvenuta, almeno la parte più cruda, quella dei fatti. I fatti, che restano nella memoria, avevano però scavato trincee negli anni. In quel trincee, in quel senso di colpa, si era svolta una lunga battaglia. Forse ne stava arrivando l’epilogo. Erano già le sette e mezzo, per loro molto tardi, quando entrarono nel rifugio dove la colazione era già pronta. Sembrava quella di un albergo, da quanto Nico e da quante bevande erano state disposte solo per loro, per due persone. La signora, che era apparsa poco la sera prima, fu molto gentile quando disse: “Mi scuso per prima. Non volevo ascoltare. Ma era impossibile in questo silenzio non sentire quello che vi siete detti lì fuori poco fa. Non ho parole. E, come si dice sempre, le parole rischiano di essere la cosa più stupida in questi momenti. Sono molto dispiaciuta. Chi fa questo lavoro quassù non può, anzi, non dovrebbe mai restare insensibile di fronte a queste cose. Sono dispiaciuta e addolorata sinceramente.” Era commossa. Suo marito era al bancone con la testa bassa. Aveva sentito anche lui. Si alzò. Disse loro di non preoccuparsi di rifare i letti e che, se pensavano di tornare, sarebbero stati i benvenuti. Paolo ringraziò. Con Anna risalì su in mansarda. Rifecero lo zaino. Raccolsero i panni che avevano lavato e che erano già asciutti. Si prepararono e partirono. Erano vestiti in modo identico: berretto con visiera, maglietta tecnica bianca a maniche corte, pantaloni corti, calzettoni rossi, pedule nere. Non c’erano tratti ferrati da percorrere quel giorno, solo un lungo giro di salite su forcelle e discese per valloni, durante il quale avrebbero visto diversi di quei laghetti glaciali di quota, che Anna aveva sempre amato sin da piccola, quando desiderava essere portata da suo babbo a vedere solo quelli, i laghi. I gestori del rifugio li salutarono con animo molto diverso da quello del giorno prima, quando Anna e Paolo s’incamminarono in direzione nord. Era entrata una storia nuova nella loro vita, una storia di montagna non delle tante. Nessuno dei due avrebbe mai saputo come definirla, se bella o brutta, ma il legame forte, che quei due ospiti appena partiti riusciva a comunicare loro, lasciava credere che ci fosse qualcosa di molto bello al fondamento di quello che di loro avevano saputo e a cui avevano appena assistito. Non avendo altre persone ospiti nella piccola struttura e avendo tutto il tempo per preparare il rifugio per l’arrivo dei primi escursionisti, li seguirono, mentre di spalle le due figure si allontanavano con quel loro singolare passo corto e pesante – un passo meditato, aveva un giorno detto Serena – con cui erano arrivati, che aveva destato interesse il giorno prima, ma che ora forse aveva una sua spiegazione. Li seguirono finché le loro piccole figure non si confusero infine con il grigio della roccia, lentamente scomparendo dietro uno sperone e dirigendosi verso nord.I laghi

La fioritura di anemoni e acetoselle splendeva là dove la roccia opponeva minore resistenza. In Anna, che aspettava i suoi laghi, infondevano allegria. Sempre lei procedeva davanti, con le sue robuste e abbronzatissime leve da esperta e sicura camminatrice. Era sufficiente che si abbassasse un po’ la calza termica, che arrivava a metà polpaccio, perché si notasse il contrasto tra la parte che aveva preso sole e quella che era rimasta coperta. L’altro segno, sulla coscia, era più sfumato, per via della diversa lunghezza dei pantaloni che indossava in escursione. La stessa cosa capitava a Paolo sul viso e sulle mani, dal momento che usciva abbastanza spesso anche in bicicletta: aveva il segno, davvero molto evidente, degli occhiali e dei guanti. Lui si cosparse di crema. Quelle prime ore erano le più infide, bastarde le aveva chiamate Serena un giorno: il sole non si sentiva ancora, ma bruciava ugualmente, come quello che invece avrebbero sentito nelle ore centrali della giornata. Avevano un altro rifugio come punto di riferimento. Vi si arrivava anche da sentieri più turistici e più frequentati di quello, decisamente meno noto, molto più lungo e dalle altimetrie più nervose, su cui si erano incamminati loro. Non incontrarono nessuno per tutta la mattina, finché non raggiunsero il rifugio, che trovarono invece molto affollato. Dovettero attendere per mangiare. Anna si accontentò di un piatto di insalata, su cui fece mettere del tonno, quando ebbe saputo che era disponibile. Altra delusione, soprattutto per Paolo e per quello che gli veniva rinfacciato come il suo ‘fondamentalismo nell’era sbagliata’. Non propriamente un piatto montanaro, come quello di salsiccia e polenta, che invece aveva ordinato lui, il fondamentalista duro e puro, per cui la tradizione non era cosa su cui si poteva scherzare. Ma Anna non amava fare la montanara nei posti aggrediti dal turismo di massa. Per lei non era abbastanza montagna un posto in cui tutti facilmente potevano arrivare, come quel rifugio, che presto avrebbero lasciato per tornare in quello che era stato il regno della mamma e che per questo adesso comprendeva anche come suo. Potevano starci anche la patitine con il ketchup in quel menu. Come sua mamma: più passavano le ore, più chilometri macinavano sotto i loro scarponi, più Anna assomigliava a Serena. Le assomigliava nella postura a tavola, nel modo di rispondere sorridendo, senza profferire parola; le assomigliava incredibilmente nel modo di procedere, con quell’andatura lenta e sempre regolarmente cadenzata, con quell’abitudine di pestare con forza il sentiero, come per aver la certezza di essere sulla strada giusta, o forse per aver la sensazione di farla propria. Era cresciuta e si era fatta lei pure donna. E ricordava la mamma soprattutto nel modo di interpretare l’esperienza del viaggio in alta quota: testa bassa, poche parole, passo lento e cadenzato, di giorno riflessiva, di sera più loquace, di giorno accoglieva e recepiva, apprendeva e comprendeva, di sera rispondeva ed esprimeva, interpretava e tentava di dare una forma a quanto udito, annusato, visto, percepito. Tutto sempre a stretto contatto con la realtà di quella montagna che, quando ci camminava sopra, avvertiva come firmamento e sostegno della sua vita, benché non ci vivesse. Lì cercava quelle risposte alle domande. Il babbo aveva anticipato la domanda quella mattina all’alba, dandole una prima risposta. Ma mancava la risposta alla domanda più importante, più impegnativa e, sicuramente, anche più dolorosa: perché solo adesso? perché aspettare che arrivassi ai diciotto anni? Creare le condizioni per quella prima rivelazione non era stata impresa così difficile. Procedere diventava un cimento più arduo. Ma era necessario? Non era forse tutto già abbastanza chiaro? Non aveva già patito abbastanza dolore nel sentimento di colpa suo babbo? Nel pomeriggio avrebbe visto finalmente i suoi amati laghi. E forse da lì qualche ispirazione sarebbe venuta. Quanto le piacevano i laghetti alpini, che si nascondevano in conche appartate, visibili spesso solo all’ultimo momento! I più belli avevano un’aria discreta, si facevano conquistare e si concedevano a pochi abili e forti camminatori. Forse per quello li amava. Paolo, invece, sembrava rimasto fermo a quel pianoro, quando le energie erano scemate e un grande gipeto gli aveva ridato il carburante necessario per arrivare alla prima destinazione: pensava ancora al volo di quel gipeto, che era apparso all’improvviso all’uscita del bosco la mattina del giorno precedente. C’era qualcosa che lo collegava a quelle ali e a quell’animale, che esprimeva troppa grazia nel suo volo lassù in alto, per non avere un significato importante; qualcosa che era in attesa. Ma occorreva tanta forza. Ancora non c’era quella sufficiente. Occorreva che quelle gambe lavorassero e faticassero ancora. Dovevano trovare l’agilità di quelle di Anna, dei camosci che con i loro balzi sulla roccia avevano consentito il balzo nel tempo e la rivelazione. Allora forse avrebbe trovato l’occasione per cui aveva ideato quel viaggio: occorreva assolutamente un’altra occasione. Il suo solito fondamentalismo lo induceva a pensare che essa fosse da ricercare necessariamente nella natura; aveva pretestuosamente escluso le persone da questa funzione. Ma la montagna gli stava riservando una sorpresa. E ancora una volta l’avrebbe dovuta ringraziare.

I laghi più belli, quelli che Anna desiderava raggiungere, erano i laghi che si trovano più in alto, quelli detti laghi di circo, che anche nelle loro forme arrotondate ricordano la formazione dai circhi glaciali. Sono laghetti situati nelle conche, che con lo sciogliersi delle nevi assumono dimensioni maggiori, poi vanno riducendosi con l’avanzare dei mesi più caldi. Quella era senza dubbio la stagione più bella per ammirarli. Infatti proprio sulle sponde di uno di quelli incontrarono l’unica presenza umana di quella seconda parte di tappa dopo la folla del rifugio: un giovane fotografo tedesco, che aveva scelto proprio quell’ultimo scorcio di primavera per fare foto sui laghetti alpini. Si misero subito in chiacchiere. Paolo parlava un po’ in tedesco, poi scelsero l’inglese per rendere anche Anna partecipe della conversazione. Avrà avuto al massimo venticinque anni. Quando Paolo vide che Anna si era messa a fare tante domande e il giovane aveva iniziato a farle vedere tante sue foto sul suo cellulare, allora decise di lasciarli un po’ soli. Non avrebbe saputo dire quanto voluto o istintivo fosse stato  quel gesto di andarsene e di lasciarli lì da soli, con i piedi nudi a mollo nell’acqua, con le loro macchine fotografiche, di cui lui spiegava segreti e trucchi, con le foto già fatte e con altre in progetto. Erano belli da vedere quei due ragazzi che si erano appena conosciuti, pensò lui voltandosi indietro per un attimo e rischiando anche di cadere per la breve deconcentrazione. Paolo si arrampicò su una cengia ampia e comoda non distante dai due ragazzi, più alta di circa trenta metri, una specie di balcone naturale che si protendeva sul laghetto; quando fu in posizione buona e con la luce giusta, scattò una prima foto e poi altre. Ne riguardò alcune. Anna in una di esse era stata immortalata nella posizione tipica delle sue pause durante le escursioni: seduta per terra, braccia che abbracciano le ginocchia, sguardo rivolto in alto, ma con gli occhi chiusi. Come sua mamma. Si era tolta scarponi e calze e aveva immerso i piedi nell’acqua gelida del laghetto. Il giovane fotografo invece le girava attorno facendo foto adesso anche a lei. I due si stavano divertendo. Paolo scese, mentre il giovane stava preparando lo zaino per riporvi la sua attrezzatura di obiettivi, filtri e cavalletto. In tedesco, non in inglese questa volta, gli disse: “Sua figlia è veramente una brava ragazza! Complimenti!” Paolo gli rispose in inglese, in modo inavveduto: “Non è solo colpa mia. Di solito si è in due a ottenere questi risultati.” Il ragazzo sorrise: “Complimenti anche alla mamma, naturalmente.” Non c’era bisogno di dare spiegazioni: fu questo il senso dell’occhiata che si incontrò tra Paolo e Anna. Ripresero la marcia salutandosi. Paolo disse: “Non mi sembra il tipo da non aver approfittato del mio allontanamento per chiederti il numero di telefono.” Anna non disse nulla. “Chi tace acconsente,” commentò Paolo. “Mi ha chiesto se sono su Instagram per mandarmi le foto,” rispose Anna. “Ah già, adesso il telefono non è più di moda,” disse Paolo, dovendo amaramente accettare il divario generazionale. “Si chiama Henrik. Sua mamma è danese, suo babbo bavarese. Ha venticinque anni. È in vacanza in Italia con un gruppo di amici appassionati di ciclismo. Lui oggi ha preferito camminare e fare foto. La sera si ritrovano in albergo, vicino ai campeggi.” Paolo disse: “Secondo il mio punto di vista, a una ragazza potrebbe anche piacere uno così.” Anna sorrise dicendo: “Sono le mamme che di solito fanno queste osservazioni. Ma qui evidentemente …” “… qualcuno ha dovuto per forza prenderne il posto.” Anna si rimise velocemente calze e scarpe, gli saltò a fianco, lo prese per braccio allegra e disse: “Mi piaci di più quando racconti storie di montagna, storie di gnomi e streghe, storie di comunità dimenticate. Andiamo! Abbiamo ancora tre ore di marcia e altri due laghi da vedere, che non mi voglio assolutamente perdere. Henrik ci è già passato. Ha detto che le ore in cui li vedremo noi saranno le più belle. Mi ha detto di fare tante foto e di mandargliele.” Paolo questa volta rimase serio commentando: “Ci sa fare il tipo, eh. Vede una bella ragazza mora, alta; vorrebbe provarci, ma, c’è un ma: è con suo padre. Bisogna giocare d’astuzia. Approfitta di un attimo in cui il padre si allontana e parte all’attacco con l’artiglieria pesante …” “No, no. Fermo. Per prima cosa non è stata usata nessuna artiglieria, tanto meno pesante; in secondo luogo nutro il fondato sospetto che tu ti sia allontanato apposta. Quando mai ti sei messo a farmi foto da lontano su un laghetto alpino? Dimmi! Quando mai, babbo?” Paolo non disse nulla. Non avrebbe più parlato di artiglieria. “Andiamo, babbo! Su. Ne abbiamo ancora tanta di strada da fare.” Quanto le somigliava! Anche quell’episodio aveva contribuito ad aumentare la sensazione che, crescendo e facendosi donna, Anna prendesse da quella mamma, ormai presente solo in foto, ogni movenza, ogni modo di rispondere, di alludere, ma soprattutto di scherzare. Anna giocava con la vita. Amava giocare con tutte le situazioni che la vita le proponeva, anche quelle più delicate. Riservata e non certo estroversa, riusciva a irradiare comunque una positività che faceva invidia anche al babbo, ai suoi parenti e ai suoi amici e amiche, pochi ma ben scelti. Nessuno aveva avuto naturalmente il coraggio di farle mancare nulla nell’infanzia, così come poi anche nell’adolescenza. Essere figlia unica l’aveva inoltre investita di una responsabilità ancor più grave e seria in quella casa di città in cui vivevano in due, ma in cui frequenti erano sempre state le visite di nonni e zii. La donna di casa ormai era lei, e non certamente da oggi. Paolo la lasciò andare avanti anche questa volta. Anna tacque e si lasciò pervadere di nuovo dalla forza segreta di quel vento che veniva freddo sul suo volto. Paolo la seguì. Fecero tante foto e, quando si trattò di fare quelle per Henrik, sorprese Anna dicendole: “Se vuoi, te ne faccio qualcuna anche con te.” Era una strana sensazione quella che come padre stava vivendo. Quando mai un padre non è sospettoso delle mire di un ragazzo sulla figlia? Unica figlia, per di più. Non vengono chiamati mosconi dai padri quelli che girano come ronzando attorno alle figlie? Eppure, Paolo si sentiva parte di una situazione nuova. Anna aveva già avuto proposte da un ragazzo proprio quell’anno, ma a lei non piaceva. E non piaceva nemmeno a lui. “A te piace, babbo, Eugenio?” Così si chiamava il ragazzo, compagno di scuola, ma non di classe, e coetaneo di Anna. Paolo, che conosceva il ragazzo e anche la sua famiglia, senza esitazione alcuna, rispose: “No, non mi piace.” E Anna, sempre senza esitazione alcuna, aveva risposto decisa: “Allora non piace nemmeno a me.” E tutto finì così. Tale era l’affiatamento tra i due. E grazie a quell’affiatamento, quando passarono accanto alla parte terminale di un piccolo ghiacciaio, sotto il quale era la conca dell’ennesimo laghetto, e Paolo volle fare una foto ad Anna con il ghiacciaio alle spalle, volendola sorridente le disse: “Prova a sorridere.” “Ho il sole basso in faccia, babbo. Non ci riesco.” “Pensa a Henrik!” “Ecco, adesso ci riesco.” Affiatamento tanto, reticenze nessuna. Ma quando si trattava della mamma tutto era maledettamente diverso e tutto maledettamente si complicava, si contorceva e si aggrovigliava nell’anima, prima ancora che in gola. Le parole uscitegli quella mattina all’alba, potevano essere l’inizio di un cambiamento, di una fase nuova. Non forziamo la realtà, pensò Paolo. Arriverà il momento, ne sono sicuro. La montagna ci offrirà sicuramente l’occasione prima o poi, forse in questo viaggio, forse in un altro. Non si può dire. Ci sono in quell’abisso, che è ancora una melmosa cloaca di dolore, cose che fanno ancora molto male, che hanno avuto il potere terribile di provocare anni di dure difficoltà nel relazionarsi con gli altri, spesso anche di autentica depressione. La presenza di Anna è stata come una specie di carburante, che gli ha sempre consentito di andare avanti e di superare quei momenti di abbattimento, di uscire da un tunnel che sembrava non aver fine. Fu un giorno di cinque anni prima che il viaggio della vita vissuta, e non più solo subita, poté ripartire. Anna aveva tredici anni, ma viveva, ragionava e si atteggiava già da donna di casa. Era naturale che fosse così. Ha sempre avuto per forza di cose una maturità superiore alle sue coetanee, un modo di interiorizzare gli episodi della vita diverso da quello delle sue amiche e coetanee. Gli altri, parenti e amici, glielo dicevano; gli insegnanti glielo ricordavano. Ma Paolo era restio ad ascoltare quei riferimenti. Gli sembrava una specie di profanazione di un monumento e di uno spazio che non poteva e non doveva essere condiviso. Avrebbe cambiato idea con il passare degli anni e con il crescere di Anna. Ebbene, quel giorno di giugno, appena dato l’esame di terza media, Anna chiese di andare in montagna. Paolo parlò in banca con il suo direttore, il quale fu ben felice che un impiegato gli chiedesse di avere ferie a metà giugno, quando nessuno le chiedeva, e non a Ferragosto. Partirono per quindici giorni con le bici e da quelle due settimane con Anna in alta quota, tra rocce e laghi, cenge e rifugi, ferrate ed escursioni per scattare anche solo fotografie, pedalate su sentieri più o meno ripidi, ritornarono cambiati. Soprattutto lui ritornò diverso, perché comprese che l’artefice vera della sua ripresa sarebbe stata proprio Anna. E da allora si affidarono l’uno all’altro, in un rapporto di fiducia nuovo, che trasformò radicalmente Paolo. Il monumento e lo spazio sacro potevano essere condivisi. Ancora una volta il suo fondamentalismo sarebbe stato messo duramente alla prova dei fatti. Quando mai avrebbe finito di avere pretese dalla sua vita? Quando mai sarebbe riuscito ad avere della vita un’idea meno esclusiva? Quella montagna, su cui con più energia aveva trovato espressione la sua visione rigida della vita, sarebbe stata, proprio lei, l’artefice di una rivelazione inattesa; insomma, una scoperta vera e propria, come quella di una nuova via per un alpinista.

Arrivarono al rifugio con notevole ritardo, quasi alle sette di sera. Trovarono posto facilmente. Anche lì, per la stagione appena all’inizio, non c’era alcun altro ospite. I gestori erano stranieri però. Venivano dall’Europa orientale e la comunicazione fu più difficile, non per ragioni linguistiche, ma perché mancava quell’afflato con la montagna che quelle persone, sradicate dalle loro terre e dalle loro identità, avrebbero dovuto invece avere. Altro segno di cambiamento. Altra piccola delusione. Ma anche altro insegnamento che i cambiamenti, ogni tanto, sarebbe bene accettarli. E ancora una volta, la terza, in un rifugio: prima il comportamento rigido dell’accoglienza, poi la folla da turismo di massa, ora la presenza di persone brave e gentili, ma fredde e dall’apparenza inadeguata in quel contesto. Il tempo per fare la doccia e poi sarebbero scesi decisamente più affamati della sera prima. Essendo unici ospiti, mangiarono insieme ai gestori, di cui ammirarono la capacità di reggere alla quantità di vodka che bevvero e che ripetutamente fu loro offerta e sempre rifiutata. Era fatta sicuramente in casa, quasi imbevibile per la gradazione molto alta, che rendeva impossibile distinguere addirittura che liquore fosse, se n on fosse stato detto loro che si trattava di vodka. Il tramonto fu uno spettacolo, di quelli che non annoiano mai. Le pareti del massiccio di fronte a loro terminavano in una serie di denti che si alzavano appuntiti come piccole torri. Il sole scendeva, passando tra l’uno e l’altro di quei pinnacoli rocciosi, illuminando le rocce di fronte, quelle su cui era appoggiato il rifugio e che, così battute dall’ultima luce, assumevano quella caratteristica colorazione rossa, che Anna immortalò in tantissime foto. “Belle, davvero!” Commentò Paolo, quando Anna gliele fece rivedere sullo schermo della macchina fotografica. “Lei hai mandate a Henrik? Forse gli piacerebbe vederle.” Anna lo guardò in modo strano. Non era da lui fare così. “Pensi che debba mandargliele, anche se non sono laghi?” Paolo rifletté serio: “Io lo farei.” Anna era sempre più frastornata dal comportamento di suo babbo. Le avevano tante volte ricordato che il cambiamento della percentuale di ozono nell’atmosfera al di sopra dei 2000 metri poteva modificare il comportamento umano, ma non credette che potesse arrivare a tanto. Suo padre era stato sempre molto geloso di lei e molto attento alle sue amicizie e frequentazioni. Questa volta la lasciava comunicare con un giovane fotografo tedesco appena conosciuto poche ore prima sulle sponde di un laghetto alpino. Non solo: la esortava a farlo, quando lei non ci pensava, nei davvero pochi momenti in cui non ci pensava. Stava veramente succedendo qualcosa. Tutto, in quel viaggio, aveva cominciato ad avere un sapore non più sinistro, ma almeno singolare, da quando quel gipeto era apparso sul grande pianoro all’uscita dal bosco, alla fine della dura salita iniziata in paese. Paolo ne era assolutamente convinto. Trascorsero la sera sulle carte. L’indomani era la giornata più attesa da Paolo: avrebbero affrontato la grande ferrata che li avrebbe riportati ai piedi del pianoro. Da lì sarebbero ridiscesi in paese. Paolo sapeva che quella appena trascorsa era stata la giornata dei laghi, la più attesa invece da Anna. La ragazza ebbe un atteggiamento insolitamente poco partecipe ed evasivo, quando lui le descriveva a cena e dopo cena l’itinerario del giorno dopo. Paolo rimase convinto che pensasse a quel giovane fotografo tedesco, ad Henrik. E invece, quando furono saliti nella mansarda e si furono messi dentro al sacco a pelo, Anna, che aveva preso posto su una branda in un angolo lontano, disse: “Non ti lascerò mai, babbo.” Paolo non se lo aspettava. Fu colpito da quella sciabolata veramente a tradimento. Così non doveva finire il viaggio. “Buona notte, Anna. Non pensare a me. Tu avrai la tua vita, io avrò la mia, come è giusto che sia, arrivati a un certo punto delle nostre vicende.” Anna si alzò a sedere e disse: “Non riesco a immaginare come noi due possiamo avere vite separate.” Paolo non trovava le parole, avvertendo sempre di più la sensazione di essere stato colpito sul lato scoperto. Le cercava, ma non le trovava. E non arrivarono. Anna si distese di nuovo: “Notte, babbo. Voglio rivedere l’alba domani mattina.”

Paolo iniziò a raccontare una storia, una di quelle che Anna amava sentire raccontare la sera come favole della buonanotte. “C’era una volta una bellissima ragazza che viveva ai bordi di un lago. Tutti la ammiravano, ma lei, non appena uno si avvicinava al lago, si immergeva in acqua e scompariva. I contadini erano convinti che fosse una ninfa e iniziarono a venerarla come una dea. Era molto timida. Un giorno la montagna franò sul villaggio. Tanti morirono. Quelli che sopravvissero rimasero isolati dal resto del mondo. I contadini allora mandarono il loro più anziano, una specie di stregone, a parlare con la ninfa, perché li aiutasse. Lo stregone salì fino al lago. Sapeva che la ragazza non si faceva avvicinare da nessuno. La vide e, senza farsi vedere, la chiamò e le disse: ‘Sono venuto a chiederti di aiutarci, tu che sei sicuramente una dea delle acque. Una frana ha ucciso tanti di noi nel villaggio e chi è rimasto ora è isolato.’ La ragazza ascoltò e rispose: ‘No. Non posso aiutarti. Sono troppo timida e ho paura a lasciare il mio laghetto. Mi dispiace.’ Lo stregone allora disegnò un grande arcobaleno che univa le montagne intorno al lago e ci passava sopra. ‘Ecco, vedi. Ho grandi poteri anch’io. Se uniamo le forze, probabilmente riusciamo a salvare le persone del villaggio.’ La ragazza fu ammaliata dal grande arcobaleno e disse allo stregone: ‘Sono triste, perché sono timida. Se mi mandi un bellissimo giovane, il più bello del villaggio, mi farai felice e allora vi salverete tutti.’ Lo stregone scese nel villaggio e riferì la risposta. Tutti i giovani sopravvissuti vennero convocati e fu scelto il più bello, che accompagnò lo stregone su fino al lago. Si chiamava Antelao. La ragazza non c’era. Lo stregone fece avvicinare il giovane ai bordi del lago, rimanendo nascosto e disegnando di nuovo un grande arcobaleno, come quello che aveva ammaliato la bella ragazza. La ragazza allora uscì. Vide il giovane. Lo prese con sé e insieme si immersero nel lago. Quando lo stregone fu sceso in villaggio, iniziò a piovere a dirotto. Piovve per giorni e giorni, tanto che il lago tracimò e l’acqua, scendendo scavò un passaggio dove la frana aveva chiuso la valle. Lo stregone disegnò il suo arcobaleno sui monti per ringraziare la bella ninfa. Di Antelao e della ninfa del lago non si seppe più nulla. Nessuno li vide più. Da quel giorno il lago si sarebbe chiamato per sempre lago della Ninfa e il monte dietro di lui Antelao.”

“Bella. Non me la ricordavo questa,” disse Anna. Paolo non amava dire che se l’era inventata sul momento. Lo avrebbe potuto fare alla bambina che Anna non era più. Ma adesso era meglio tacere. Si girò dall’altra parte verso il muro: “Buona notte, piccola.”

La grande ferrata

Si alzò da sola, Anna, per vedere l’alba questa volta. Non c’erano poltrone né panche su cui sedersi. I gestori avevano raccolto tutto dentro un ripostiglio adiacente all’edificio. Anna si sedette per terra. Davanti a lei si apriva un canalone buio, che scendeva ripido in direzione sud; alla sua destra la ripida frangia rocciosa su cui era adagiato il rifugio e su cui avrebbero presto attaccato la ferrata, con la quale avrebbero raggiunto una delle tante aguzze cime del massiccio, sarebbero ridiscesi sull’altro versante e si sarebbero ritrovati al pianoro di partenza; alle sue spalle il sentiero dei laghi da cui erano arrivati; alla sua sinistra, risalendo il pendio del canalone, si trovava al buio l’altro massiccio roccioso da cui Anna attendeva la salita del sole. Era stata una notte rigida, ma dentro al sacco a pelo non aveva sentito il freddo. Ora il vento si stava alzando. Le previsioni meteo non erano così belle per quell’ultima giornata, come lo erano state per le prime due. Ma fino alle prime ore del pomeriggio non avrebbero corso pericolo, aveva detto con un filo di voce suo babbo ieri sera, mentre lei lo ascoltava, apparentemente assente. Aveva capito di aver dato l’impressione di essere assente; e invece pensava a lui, al babbo, in quel momento in cui invece lui credeva che lei vagasse chissà dove con la mente; pensava alle loro montagne, pensava a quanti chilometri e a quante giornate avessero passato insieme; pensava a quanta fatica era stata espiata lassù. Perché? Il sole iniziava ad apparire dietro le creste turrite alla sua sinistra. Perché? Che cosa li richiamava con tanta forza lassù? Erano tutti e due vittime dello stesso maligno destino, pensò Anna. La ragazza era abbastanza intelligente da aver capito che, crescendo, per lui, per il babbo, era di giorno in giorno sempre più naturale che pensasse alla persona che aveva perso. Ma non era comunque comprensibile un attaccamento a quelle montagne, che assumeva quasi la forma di quello a un feticcio. Doveva esserci una spiegazione. Le sfuggiva. Da tempo, da quando, crescendo, aveva iniziato a porsi quelle domande, Anna cercava di cogliere in lui ogni gesto, ogni parola, ogni velato sintomo che lo tradisse. Ma sapeva dissimulare troppo bene. Anche quando l’aveva lasciata sola con Henrik aveva dissimulato. Non era pensabile che lui fosse felice se lei fosse stata portata via da quel fotografo straniero. Non era pensabile che lui fosse felice all’idea che loro due comunicassero, scambiandosi foto di montagna su internet. Dissimulava, con grande accortezza e sagacia; ma dissimulava. Non poteva essere diversamente. E ieri sera lei lo aveva addirittura colpito a tradimento. Che errore! Anna non si dava pace all’idea di aver commesso un errore così grave. Il sole si alzava velocemente. Aveva già superato le creste dentate e il canalone aveva subito cambiato tonalità di grigio. Presto sarebbe diventato la grande pietraia bianca su cui la sera prima avevano accompagnato il tramonto del sole. Ritornò dentro. Risalì in mansarda. Il babbo si stava preparando per la ferrata. Era già pronto, addirittura con l’imbrago. Pagarono velocemente il gestore, dopo aver preso un caffè e diviso una tavoletta di cioccolato. E partirono, sapendo che la ferrata era lunga e che il meteo prometteva pioggia per il pomeriggio. Paolo era serio.  Davvero molto preoccupato era il suo sguardo. Lo denotava chiaramente il modo inusuale in cui nervosamente finiva i preparativi. Anna aveva capito tutto. Era evidente la ragione. Era stata la lettura di quelle previsioni che aveva scavato nell’abisso della sua anima quello che lui non riusciva oggi più a dissimulare: paura. Sul cellulare di Anna arrivò una notifica da Henrik. Le aveva chiesto il numero di telefono. Se lo erano scambiato. Il babbo non lo sapeva. Paolo era talmente nervoso e agitato che non prestò attenzione ai movimenti di Anna che, prima di partire, aveva mandato un messaggio a Henrik. Ora era arrivata la risposta. Anna gli aveva detto che stava partendo e che lo salutava. Henrik ora le rispondeva che voleva rivederla assolutamente prima di tornare in Germania. Anna guardò il babbo. Non rispose a quell’ultimo messaggio. Partirono velocemente, attaccandosi subito al cavo con i moschettoni. La salita era ripida sin da subito. In cordata Paolo stava sempre davanti. Arrivarono in cresta e videro sull’altro versante le nubi in arrivo, ancora a distanza di sicurezza. Ma l’agitazione di Paolo crebbe. In discesa perse l’equilibrio più volte. Mai successo. Anna a un certo punto gli chiese se tutto andava bene. Lui disse di sì. Mentiva. Anna non ribatté, non voleva indagare. Per diciotto anni non lo aveva mai fatto. Non lo avrebbe mai fatto nemmeno quel giorno. Ci sarebbe stata una seconda cresta da valicare, prima di iniziare la seconda e definitiva discesa sul pianoro. Salirono anche su quella, agganciando e sganciando i moschettoni dal cavo con gesto rapido e nervoso, benché le nubi non mandassero ancora segni preoccupanti. In cima Anna si sedette. Raramente c’è posto per due su una cima. Lì c’era e Paolo si sedette accanto a lei. Mangiarono una barretta. Altro messaggio. Lassù il segnale era perfetto. “Sono arrivato. Quando sarai arrivata in paese anche tu, vorrei salutarti.” Anna guardò il babbo. Paolo aveva capito da chi venivano quei messaggi. Non riusciva più a dissimulare. Era nervoso. Aveva paura. Come avrebbe reagito a una seconda partenza? Se aveva nuovamente saputo dare un senso alla sua vita, tutto era dovuto a quella ragazza meravigliosa che aveva sempre saputo illuminare le sue giornate. Sentiva che la stava perdendo, si chiamasse o no Henrik la causa, fosse italiano o no; sapeva che era giusto così, ma non era pronto. Anna gli mise un braccio attorno al collo: “So a cosa stai pensando.”

Paolo non disse nulla, slacciò le cinghie superiori dello zaino, poi quelle inferiori, lo poggiò davanti per terra, aprì la piccola tasca superiore, ne estrasse una piccola scatola bianca. “Adesso sono tuoi. A me non servono più. Sei tu che li devi tenere. Li ho conservati per te.” Anna aprì la scatola. Erano gli orecchini della mamma. “Mettili.” Anna li mise. “Ti stanno proprio bene.” Anna era commossa. Non sapeva cosa dire. Era stato tutto calcolato. Su quella cresta sarebbe stato dato il dono del gipeto. “Adesso mi sento veramente libero. E quando rivedrò dal vero quel gipeto che adesso porti addosso, ne avrò la conferma. Lo cercherò senza sosta. Prima o poi lo vedrò.” Anna si alzò. Il vento rinforzava. Paolo si alzò dicendo: “Credo sia opportuno scendere: restare qua non è prudente.” Anna sapeva bene cosa intendeva e a cosa pensava. In discesa Paolo tenne la corda più lunga, in modo che Anna potesse stare più lontana. La discesa era meno ripida della salita. Arrivarono al pianoro. Lo attraversarono e iniziarono subito a scendere per lo stesso ripido sentiero, che attraverso il bosco li portava giù in paese. La discesa fu molto veloce per il timore di essere colti dal temporale, che si stava minacciosamente preparando. Arrivati sui prati da cui si vedevano le prime case, mentre i primi radi goccioloni pesanti, ma ormai per loro innocui, iniziavano a scendere, Anna mandò un messaggio a Henrik: “Ci vediamo alle 18 al pub sotto la chiesa.” “Ti aspetto lì,” fu la risposta immediata. Un fulmine si vide in lontananza, lo seguì un forte fragore: “Appena in tempo,” disse Paolo. Anna pensò ad un altro colpo di fulmine. “Henrik mi chiede di andare con lui al pub a bere qualcosa. Abbiamo tante foto da vedere.” Paolo sorrise: “Anna, non mentire a me. Non lo hai mai fatto. Tu hai chiesto a lui di andare a bere qualcosa. E lui ha detto di sì.” Anna non mentiva mai con il babbo. Arrossì. Si vergognava di quello che aveva detto. “Scusa. Hai ragione. Credo che stia … non so come dire.” “Non c’è nulla da dire. Penso soltanto che sia successa la cosa più naturale che possa verificarsi quando una ragazzo e una ragazza si sono conosciuti in un bel posto, hanno capito di avere qualcosa che li può unire e, come dire?, credono di potersi piacere. E, aggiungerei, se questa cosa che vi può unire è la montagna, tu sai che non ti ostacolerò mai. Conoscetevi. Mi sembra un bravo ragazzo.” Anna adesso ebbe il forte impulso di procedere con la sua missione: avrebbe voluto chiedere, ma ormai era inutile. Ormai era chiara la risposta alla domanda che lui teneva segreta da anni: un senso di colpa lo aveva sempre portato lassù, a soffrire, a camminare fino a logorare piedi e scarpe. Il babbo doveva espiare. E l’aveva trascinata come compagna in quel cammino sempre arduo, sempre più impegnativo, con traguardi anno dopo anno, uscita dopo uscita, sempre più elevati. Avevano camminato per ben venticinque ore in tre giorni. In quell’ultima giornata erano state dieci le ore di cammino. I piedi erano pieni di vesciche, avevano sfondato due paia di calze a testa e la ferrata aveva lasciato i suoi segni con vari graffi su braccia e gambe. I capelli erano appiccicati dal sudore; le maglie termiche fradicie sulla schiena. Se dovevano espiare, quella volta avevano espiato abbastanza, pensò Paolo. Basta. È finita. Il cammino è terminato.

Gli amici gli mandarono un messaggio: “Vieni stasera con noi al bar del campeggio! C’è una festa. Ottimo vino, buona musica e tanta bella gente.” Il gipeto ora può finalmente volare libero. Andò alla festa. Anna uscì con gli orecchini della mamma. L’avrebbe rivisto. Doveva rivederlo. Sì: sarebbe tornato lassù solo per quello, solo per ringraziarlo. 

E senza più alcuna pretesa.

Occhi neri

Il viaggio doveva finire così come era iniziato. Ma non poteva finire senza che ne fosse spiegata la ragione. Quella spiegazione, a lungo cercata, fu resa impossibile dalla paura. Paura reciproca, paura della domanda sul perché, ma soprattutto della risposta a quella domanda, una volta che essa fosse stata formulata. Tutto quanto, la domanda e la risposta, la modalità di formularle, l’occasione in cui poterle esprimere, tutto diventò terribilmente impegnativo a un certo punto; tanto che bastò un sorriso eloquente per capire, reciprocamente, che ormai tutto era chiaro ugualmente, anche senza le parole. Eppure quelle parole, che l’ansia, il dolore, la pioggia, il vento, i fulmini, la fatica avevano sempre frenato in quel memorabile viaggio, erano ancora lì, sospese intorno a lui, unico testimone rimasto di quella meravigliosa e straordinaria esperienza giunta al suo traguardo. L’esperienza di un semplice dono, ideato, pensato, progettato e realizzato senza alcuna pretesa, senza la minima intenzione di conferirgli significati particolarmente importanti o impegnativi. Riccardo la seguì fino alla sua fine, di lei e del viaggio. Tutto era in quel foglio che teneva piegato in tasca. Doveva essere un ricordo lungo. Quelle che rimasero furono invece poche parole. Non c’era bisogno di tante parole, dopo la gioia di quei silenzi, di quelle montagne, di quei laghi e di quei sontuosi paesaggi, che avevano fatto da scenario alla parte senza dubbio più bella della loro storia d’amore, proprio nel momento in cui il corso di quella medesima storia sembrava destinato a spezzarsi, giunto a un bivio e costretto a dividersi. Non ascoltò nulla di ciò che veniva detto, dava la mano e ricambiava baci senza pensare. La sua mente ripercorse tutte le tappe del viaggio. Otto tappe, per l’esattezza. Le ripercorse come si ricostruisce un sogno, affidandosi a quella parte dell’anima che si era sempre lasciata ammaliare dall’ineffabile potenza dei suoi dolci occhi neri, che laggiù per lui non si sarebbero, invece, mai chiusi. L’unica voce che sentiva era quella di Sonia; l’unico soffio che sentiva era il respiro di Sonia; l’unico luce che vedeva erano gli occhi neri di Sonia. Non c’era più nessuno attorno a lui in quella folla di parenti di lei, parenti di lui, amici, colleghi e conoscenti. C’era solo l’allegria di due bici e la gioia, insperabilmente ritrovata, di due persone in viaggio, alla ricerca di tutto ciò che le aveva tenute unite.

Prima tappa

Per la partenza fu scelto il ponte degli Alpini di Belluno. Avevano lasciato l’auto in un parcheggio abbastanza frequentato. Lì avevano scaricato le bici. L’abbigliamento era già quello tecnico sin dalla partenza da casa. Erano partiti alle 6 del mattino. Alle 9,30 avevano già scaricato le bici, caricato le borse da viaggio ed erano sul ponte che avevano scelto per la partenza. Il Piave scorreva davvero molto lento sotto di loro, mentre si fermarono. Entrambi risalirono con lo sguardo dal parapetto a monte del fiume in direzione nord. Un orizzonte pallido li chiamava attraverso i bagliori di un sole indeciso, che appariva e scompariva tra grandi nuvole bianche. I contrafforti delle Dolomiti bellunesi proteggevano un percorso a cui Riccardo aveva attribuito un grande significato. Sonia lo aveva ascoltato e aveva accettato. La divisa che indossavano era identica: era quella gialloblu del loro gruppo amatoriale. Nelle borse ne avevano altre due come ricambio. Non avevano fissato tappe. Non avevano fissato mete. Avevano fissato solo un obiettivo: sfruttare un viaggio e un’esperienza di fatica e di sacrificio come cartina di tornasole di una parte della loro vita, che era stata recentemente segnata da tanti, troppi errori. Riccardo si era chiesto se avesse forse sovraccaricato di valore quel viaggio che stava iniziando. Sonia non si chiedeva niente. Avrebbe soltanto desiderato un giorno chiedere perché lui lo avesse fatto, ma temeva che quella domanda lo potesse spaventare. E lì su quel ponte la domanda era quella. Un grande masso luccicava nel letto del blando fiume: un merlo acquaiolo era appollaiato su di esso, un simpatico uccello che è in grado di nuotare e camminare sul fondo dei torrenti, senza nessuna difficoltà. Vederlo lì a due passi dalla città, con il suo petto bianco orgogliosamente rivolto al sole, non era una sorpresa per lei, che estrasse subito la sua macchina fotografica e colse la sua prima occasione.

“Lui sa camminare e nuotare sui torrenti di montagna e lo fa con incredibile naturalezza, senza alcuna difficoltà,” disse Sonia, rallentando la pronuncia e abbassando il tono della voce quando pronunciò le ultime tre parole: ‘senza alcuna difficoltà’.

“… già, senza alcuna difficoltà”, ripeté Riccardo che cercò di capire il riferimento delle parole della sua compagna di viaggio. Avevano fatto chilometri in auto senza parlare. Sonia aveva dormito. O meglio: era stata con gli occhi chiusi. Erano le prime parole che si scambiavano dalla partenza. Era il primo di una serie di lunghi silenzi che sarebbero stati costretti a subire e ascoltare. Silenzi che non sarebbe stato certamente facile colmare, dopo quanto accaduto negli ultimi tempi. Quel riferimento non piacque affatto a Riccardo: ‘senza alcuna difficoltà’.

Riccardo ripartì lentamente, quasi per conservare meglio nella memoria quella prima tappa, la partenza, il bianco del moderno ponte degli Alpini di Belluno che con il suo traffico di auto, la sua mole invadente e la sua pista ciclabile, contrastava in modo notevole con il più noto ponte degli Alpini di Bassano sul Brenta, ligneo, pedonale, storico, antico. Ma a Bassano non c’era in fondo al ponte il monumento dell’alpino che guarda rivolto ai monti, come lì a Belluno. Riccardo si fermò accanto al monumento e, quasi seguendo la direzione indicata dal drappeggio della mantella dell’alpino ritratto, i suoi occhi si proiettarono su verso le cime ancora abbondantemente innevate in direzione dell’Agordino. Sonia sapeva che con quelle cime lui aveva un dialogo continuo e sapeva che quel viaggio era un’ennesima ricerca di risposte a quel dialogo che proseguiva da anni. Lo sapeva perché anche lei era accomunata da un passato identico, da un dialogo con altre cime, in Appennino, dove una famiglia l’aveva accolta bambina e fatta crescere nel rispetto di quel paesaggio. Confrontarsi con la montagna per loro era confrontarsi con se stessi, non solo con i propri limiti nel corpo, ma anche con il proprio passato nell’anima. Ebbene, quel dialogo da un po’ di tempo si era interrotto. Era mancata una motivazione per cercarlo, non si erano più create le occasioni per ritrovarlo. Il tempo era stato lasciato scorrere con la stessa lentezza apparentemente apatica e placida, ma inesorabile, di quel fiume che avevano appena attraversato. Il progetto di Riccardo prevedeva tanti fiumi da vivere. Da loro forse avrebbero imparato come riprendere quel colloquio che si era interrotto.

“Quella cima è un punto di partenza per un secondo viaggio doppiamente importante, che inizia proprio quando ci sei arrivato dopo quello che avevi creduto che fosse il cammino principale. Lì parte tutto.”

“Qualcuno ha scritto che dopo l’arrivo in cima c’è solo la discesa.”

“Quel qualcuno non sa ascoltare,” chiuse il discorso lui, ripartendo in direzione della piazza dei Martiri, dove avrebbero mangiato qualcosa prima di partire lungo il Piave. Lasciarono le bici fuori da un bar ed entrarono a sedersi. Non c’era nessuno. Presero due paste e un caffè. Vedendoli silenziosi il barista commentò: “I ciclisti fanno sempre una gran confusione quando si fermano qui!”

Non ebbe risposta. I due restarono silenziosi. Lui controllò il navigatore, che aveva tenuto in carica in macchina, e cercò la strada su cui correva una specie di ciclabile. Si trattava in realtà una stradina a basso traffico, su cui avrebbero evitato il pericolo delle auto, per arrivare a Ponte nelle Alpi. Lei si fidava di lui. “Oggi siete tutti tecnologici,” provò ad attaccare discorso per una seconda volta il barista. Questa volta Riccardo disse: “È solo per evitare di tenere carte ingombranti. Ma le carte non si scaricavano mai. Quanto erano più belle!”

“Allora sei tecnologico per necessità, non per scelta.”

“Per una necessità scelta”, rispose Riccardo con il suo solito scostante tono, quello tipico di chi non vuole replica. Sonia conosceva quel suo modo di fare, quando non voleva partecipare alle discussioni, e non lo sopportava. Lei avrebbe cercato di dare soddisfazione a quel barista, che non aveva clienti nel bar e che cercava solo di rompere il silenzio e la monotonia, forse anche la noia. Usciti dal bar e risaliti sulle bici, Sonia inspirò la fresca aria che scendeva dalle montagne nello scenario di quella bella piazza. Riccardo consultava il navigatore. Lei sapeva che solo gli occhi erano puntati su quell’aggeggio elettronico; lei sapeva che la sua anima era altrove. Lo aveva capito dal silenzio in auto, dal silenzio con cui cui aveva scaricato e preparato le bici nel piazzale, dal modo con cui aveva evitato di dialogare con il barista. E sapeva le ragioni di quei silenzi. La innervosivano. La inquietavano. Lei sapeva anche dove stava vagando l’anima di lui in quel momento, perché la sentiva prossima, vicinissima alla sua. Ma era troppa la paura di infrangere il segreto di quel volto serio che non sapeva sorridere. Stavano prendendo quel viaggio come una pretesa? Stavano conferendo a quel viaggio un significato eccessivo, troppo serio? Cosa stava succedendo? Sonia non lo capiva. Lo immaginava. Ma sapeva che Riccardo stava facendo qualcosa per lei. Perché lui lo avesse deciso, perché lei avesse accettato quella sfida importante, perché insieme avessero preparato tutto a casa, sempre in silenzio, sempre seri, sempre aggiungendo particolare dopo particolare, con estrema acribia, come dei generali su un piano di guerra, perché in quel momento fosse lì per l’ennesimo viaggio in bicicletta, Sonia non riusciva a capirlo, ma forse non voleva neanche saperlo; aveva assecondato il piano, condiviso le decisioni, accettato il tragitto. Aveva accettato tutto. Aveva sempre detto sì, senza permettersi la minima obiezione. Eppure un potere contrattuale per imporsi lo avrebbe avuto. Eppure, se avesse voluto, avrebbe potuto dire di no. Non lo aveva fatto. E ora era lì, in sella a una bici, con due grandi borse da viaggio dietro e una piccola davanti sul manubrio, in procinto di partire per un viaggio che dentro pesava, per la prima volta pesava per davvero. Per un attimo i loro sguardi si incontrarono, prima di agganciare le tacchette degli scarpini sui pedali. In quell’incontro silenzioso la potenza dei due occhi neri di Sonia si espresse pienamente. E quando non sorrideva, per una strana serie di circostanze indefinibili, riusciva ad attivare nel dialogo con lui un linguaggio puramente corporeo, che si intrideva di mistero e di cui lui era sempre più ammaliato. Con la forza degli occhi di lei, lui prese energicamente in mano la situazione per uscire dalla città e dare inizio al loro viaggio.

Partirono con l’energia del caffè e della cioccolata che cercava di dare una parvenza di forza a due anime in cerca di una risposta a domande che forse non avevano ancora neanche capito come si sarebbero dovute formulare, nessuno dei due. Mentre procedevano uscendo dalla città e percorrevano le stradine secondarie che conducevano a Ponte nelle Alpi, Sonia soppesò a lungo quella decisione che aveva preso, quel sì che aveva dato a quella proposta di viaggio. Non ricordava di aver mai detto sì. Forse aveva solo dato un tacito assenso? Forse aveva fatto un gesto con il capo, mentre lui consultava percorsi su internet? Se lo chiedeva in quel momento: aveva detto di sì? Comunque fossero andate le cose, la realtà era che la sua bici procedeva seguendo quella di Riccardo a una distanza di circa 6-7 m. Il cielo si copriva e riapriva repentinamente. Tratti in ombra tra gli alberi, rassicuranti nella pace che infondevano, si succedevano ad altri in cui veniva loro offerta la visione del retro di anonimi capannoni. Sopra di loro alti dirupi si alzavano verso le nuvole. Sotto di loro le ruote vibravano sul fondo di un asfalto brusco, degradato, affidato solo all’incuria e al disinteresse. Quell’asfalto copriva qualcosa, pensava Sonia. Sotto quell’asfalto rovinato, pieno di avvallamenti e buche, le cui diverse tonalità di grigio disegnavano una macchia di dolore nel paesaggio che tra le nuvole vedeva ridere squarci di sole, viveva una terra, ci poteva essere una vita, un’anima. Sonia a questo pensava: a tutto quanto dissimula la bellezza e a come lei avesse sempre supinamente dissimulato tutto quanto avrebbe potuto essere esperienza di bellezza. Lei aveva rovinato tutto. E questi contrasti del paesaggio, delle strada, delle villette alternate ai capannoni disordinati e mal tenuti, non contribuivano a risolvere i dubbi nell’anima. Perché aveva accettato? Quale dovere le aveva imposto di non imporsi? Sonia sentiva un peso, un forte peso nel cuore. Avvertiva una responsabilità, una forte responsabilità nel caso l’obiettivo fosse stato raggiunto. Ma sapeva anche quale era il prezzo da pagare per arrivarci. E questo non le dava pace. Quei primi 9 km le apparvero un’eternità.

La ciclabile proseguì tra i non-luoghi anonimi delle zone artigianali tra Ponte nelle Alpi e Longarone. I due pedalarono procedendo. Rimase sempre lui davanti, e lei dietro, senza parlare. Perché erano lì? La domanda era un mantra, da cui lei non riusciva a liberarsi. Sonia continuava a chiedersi con insistenza perché avesse accettato quel viaggio. “Abbiamo bisogno di tornare in noi stessi, se vogliamo apparire di nuovo come eravamo prima”, le aveva detto lui un giorno, durante una delle brevi uscite insieme agli altri compagni del gruppo sportivo. ‘Apparire’ era la parola che in quel momento le ingombrava la mente. Ma che bisogno c’è di apparire? Cosa abbiamo da dimostrare? Io non ho niente da dimostrare.

Sonia, mentre pedalava in quel paesaggio laborioso ma amorfo, fatto di bar, capannoni, strade piene di camion e furgoni, riannodava la matassa del tempo e si ritrovò stesa sul letto da sola una domenica mattina. Lui si era alzato ed era già in divisa pronto per partire in bici in attesa che lei, come tutte le domeniche, facesse la stessa cosa. Ma non si sentiva bene e gli disse che non sarebbe uscita. Lui non obiettò. Le diede un bacio con una dolce carezza e uscì dicendole: “Ogni pedalata sarà un pensiero a te, cucciolo mio!” Sonia da un po’ non apprezzava più quei gesti e non reagì. Rimase a letto, attese che lui fosse uscito e poi si alzò. Andò al computer e trovò il progetto del viaggio, di cui lui non le aveva ancora parlato. Si trattava di quel viaggio che ora stavano facendo insieme. La cosa che la stupì fu la forma di quel progetto. Era un presentazione multimediale, con tanti collegamenti esterni. Cliccò su quei collegamenti, che credeva fossero illustrazioni turistiche. E invece no! Erano foto. Erano collegamenti a brani musicali, a opere d’arte, a testi letterari. Non indagò, intenzionata a chiedere direttamente a lui spiegazioni, non appena fosse tornato. Cosa che forse non avrebbe fatto. Ricordò che mentre Riccardo era fuori le aveva mandato tanti messaggi in cui le chiedeva come stesse e se avesse bisogno che tornasse a casa. Lei lo aveva rassicurato, scrivendogli che era solo un malessere passeggero. Si era seduta nella poltrona dello studio. E si era lasciata andare. L’ansia era risalita. Le lacrime uscirono a dirotto. Non riusciva più a fermarsi. Riccardo chiedeva continuamente come stesse. Lui sapeva. Lei non glielo aveva ancora detto. Ma lui sapeva. Ne era convinta.

Passata Ponte nelle Alpi presero la ciclabile che da Farra d’Alpago poi arrivava a Longarone con la minacciosa mole del monte Toc sulla destra e dei ricordi della tragedia della frana che da lì si staccò cadendo nel 1963 sul lago del Vajont. Mentre pedalavano Riccardo si accorse che Sonia era rimasta un po’ indietro. Rallentò, la lasciò andare avanti. Lei lo superò senza guardarlo. Lui le si accodò. Era l’ordine giusto. Lo sarebbe stato per diversi giorni. Ci sarebbe stata anche un ragione precisa, ma Riccardo sapeva che dichiararla sarebbe stato pericoloso: sarebbe potuto venir fuori un tema spinoso, quello della ragione del viaggio. Proseguirono perciò il loro viaggio diretti a Longarone, dove si ritrovarono di nuovo in mezzo a capannoni e aree industriali, le ultime. “Da Castellavazzo il paesaggio cambierà, Sonia” la rassicurò lui, come cercando un’interpretazione a quel rallentamento di lei. Vide il casco di lei fare una specie di cenno di sì. E mentre pedalavano nell’area industriale di Longarone, anche Riccardo si ritrovò con i pensieri a quella domenica mattina in cui lei non volle uscire in bici con lui, in particolare alle tante domande degli amici sull’assenza di Sonia. Alcuni sapevano che non stava bene da tempo. Ma nessuno osava domandare. Alcuni videro che anche Riccardo era preoccupato, incerto se aggregarsi per l’uscita o tornare a casa da lei. Uno gli si avvicinò. Era un medico. Conosceva bene Sonia. “Se non ti senti di uscire oggi, fa lo stesso. Stalle vicino. Ha bisogno più lei di te che noi.” Riccardo mandò un messaggio a Sonia e lei gli rispose solo con un “Sta’ attento!” E lui decise di partire ugualmente con gli amici per la sgambata domenicale. Ma lui era preoccupato quel giorno. Non avrebbe mai saputo che quell’invito a stare attento era stato inviato da lei in piena crisi d’ansia. “Da Castellavazzo il paesaggio cambierà, Sonia” si era sentita dire alle spalle da lui. E Sonia andava avanti a testa bassa. Non guardava né a destra, né a sinistra. Guardava sul manubrio, sul computer su cui i numeri avanzavano, lentamente; sul nabigatore, su cui i chilometri aumentavano, lentamente; sul cardiofrequenzimetro, su cui i battiti aumentavano, lentamente. E lentamente Sonia rialzò la testa che avvertì improvvisamente pesantissima. E mise mano ai freni. Improvvisamente. Lui capì subito e le si portò a fianco. Riuscì ad afferrarla con prontezza e a trattenerla con energia, prima che cadesse, perché non aveva sganciato gli scarpini. E la trovò in lacrime in preda a una crisi. La abbracciò a sé forte. Vide una panchina e la fece sedere. Passarono tre ciclisti che chiesero se avessero bisogno. Riccardo ringraziò e li lasciò andare. Sonia aveva singulti nervosi a scatti. Non rispondeva alle domande. Le sganciò il casco lasciando ricadere la chioma dei suoi capelli biondi sulle spalle. Le abbassò anche un po’ la zip al collo per farla respirare di più. Ma soprattutto le rimase accanto a lungo in silenzio, finché il suo respiro non tornò regolare. “Tante persone innocenti sono morte qui, Ricky. Andiamo via, per favore.” Davanti a loro si vedeva in lontananza il muro di cemento della diga del Vajont. Di là da quella diga si scendeva su Pordenone. Tante volte lui, che aveva insegnato per due anni in quella città, era salito dall’altra parte fino a quella diga, lungo la val Cellina.

“Quanto è brutta vista di qua, quasi minacciosa. Quanto è bella e dolce la salita arrivandoci su di là da Barcis,” commentò lui. Nel progetto c’era un’idea sul ritorno, una possibile variante che sarebbe stata da valutare e che prevedeva di ritornare a Belluno proprio scendendo dal Vajont, dopo aver percorso la val val Cellina. Non gliene aveva mai parlato. Sonia sapeva che da Udine sarebbero tornati in treno a Belluno. Sarebbe tutto stato da valutare sul momento in base al tempo, alla fatica, al meteo, ma anche in base a circostante interiori che in quei giorni sicuramente sarebbero potute cambiare. Riccardo non aveva idea di quanto sarebbero cambiate. Sonia nemmeno.

“La montagna è fatta di queste antinomie. Lo stesso monte può avere storie diverse a seconda dei valligiani che lo vivono su suoi diversi versanti”, disse lei, dimostrando che si era ripresa. Quando parlava della montagna, la ‘sua’ montagna, Riccardo sapeva che Sonia si era ripresa. Lei era cresciuta ed era vissuta su una strada che portava a un valico con nomi diversi secondo chi vi saliva, persone che avevano dietro di loro una storia che motivava quel toponimo diverso. La montagna aveva questo potere in lei. Anche a questo doveva servire quel viaggio: accettare queste antinomie, nel corpo e nell’anima, che per lei erano una ragione di vita. Lui lo sapeva. Lei anche. Ma nessuno aveva il coraggio di ammettere che quello che stavano facendo aveva quell’obiettivo tra i tanti. “La montagna è fatta di queste antinomie.” Riccardo, seduto accanto a lei, sulla panchina in mezzo a un centro sportivo, due capannoni industriali e il retro del magazzino di un centro commerciale, ricordava molto bene il momento in cui fu pronunciata quella frase. Stavano salendo con degli amici in alta Valsenio, nelle terre della Romagna toscana, e da Palazzuolo avevano deciso di salire al valico del Paretajo. “La Faggiola”, si chiama. Così furono corretti da altri ciclisti che venivano dall’altro versante, quello della Val Santerno. E così apprese della storica diatriba sul nome di quel valico, chiamato in un modo dagli abitanti di una valle, in un altro da quelli di quella limitrofa. Sonia, che da quel mondo speciale veniva, mentre i due assistevano al bisticcio verbale tra sostenitori del Paretajo e sostenitori della Faggiola, disse in disparte a lui: “Ricky. Noi siamo fatti così. La montagna è fatta di queste antinomie”. Le antinomie non erano solo quelle della montagna. Sonia lo sapeva e lo aveva capito prima, uscendo da Belluno. Riccardo lo sapeva e lo aveva capito da tempo, ma non ne aveva mai parlato. Non si parla facilmente di ciò che fa male. Si ha paura di parlare delle antinomie. Le differenze non comprese e non risolte possono fare tanto male, come ha fatto quella diga. Possono acuire le distanze. E lì l’obiettivo era proprio il contrario: Riccardo stava mettendo il massimo dell’impegno proprio nel tentativo di ridurre quelle distanze, che il tempo aveva scavato nel loro dialogo.

“Ma non solo la montagna …”, iniziò a dire Sonia, senza finire il discorso, rimettendosi il casco e sciogliendo la coda di cavallo, che aveva fatto per tenere legati i capelli. Li lasciò liberi, preda del vento.

“Abbiamo una piccola salita adesso, poi un bel tratto di ciclabile lungo il fiume. Andiamo. Mi prometti che non abbasserai più la testa su quel manubrio. Guardati attorno. Sono le tue queste montagne. Questa è la parte più bella della tua anima. Non lo dici sempre anche tu?” Temette di essere stato patetico e scontato, ma sapeva che per Sonia quelle non erano parole né patetiche, né scontate. In montagna lei cambiava; era come se si rianimasse. E alla montagna per l’ennesima volta lui si era affidato. In quei paesaggi lei era cresciuta. Quella era terra amica.

Sonia sospirò. Fece un sorriso. Appoggiò la testa sulla spalla di lui. “Scusami.”

Riccardo ormai aveva sentito talmente tante di quelle scuse, che non le ascoltava nemmeno più. Si alzò. La sollevò. La prese in braccio di forza e gridò: “E adesso … Via!” Le strappò un bellissimo sorriso, quello che lui voleva. L’unica cosa che in quel momento a lui avrebbe fatto piacere. Anzi, tutto sommato, l’unico vero obiettivo che si sarebbe prefisso di raggiungere con quel viaggio, complesso ma senza pretese, era vederla sorridere. Rimontarono in sella e partirono. La ciclabile era ben segnalata. Non occorreva tecnologia. Lasciò lei davanti. Risalirono fino a Castellavazzo e poi scesero nel tratto nuovo lungo il fiume. Ci fu prima un tratto in salita da affrontare. Sonia non ebbe problemi. Le borse, per quanto molto ridotte nel contenuto, appesantivano non poco la bici. Una nuvola passeggera scaricò qualche rada grossa goccia d’acqua. Avevano affrontato bufere e attraversato temporali insieme in bicicletta. Riccardo sapeva che non erano certamente quelle due gocce a spaventare la tempra di Sonia, che nel fisico era d’acciaio. Non era il fisico di Sonia a preoccuparlo. Per questo la voleva davanti. Lasciare lei davanti per lui era come dare ragione di una gerarchia sancita dai numeri, dai risultati, dalle tabelle d’allenamento. Il tratto lungo il fiume fu molto bello. L’ampio letto del Piave fu come accarezzato dalle loro bici, fino a quando la ciclabile non iniziò a coincidere con il tracciato della vecchia statale dismessa. Sopra di loro i viadotti e le gallerie della nuova strada. Quella che le loro bici stavano percorrendo era tutt’altra cosa. Ogni tanto passava qualche ciclista con la bici da corsa che li salutava. Sonia che era davanti rispondeva sempre al saluto. Riccardo pensava a Sonia, non agli altri ciclisti. Le si affiancò continuando a pedalare. Non le parlò. Il silenzio era spesso dovuto proprio alla paura delle parole. Fu lei ad aprire bocca: “Ho avuto molta paura prima, Ricky. Ho pensato a quella diga. Morirono tutti di notte travolti da una marea di fango. Deve essere stato terribile.”

“Sì. Terribile. Ma abbiamo un bel viaggio da fare insieme. Attraverseremo dei posti molto belli Non pensiamo a cose tristi.”

“Non ce l’ho fatta, Ricky. Al pensiero del dolore altrui non reggo.” Riccardo non pensava al dolore altrui. Interpretò diversamente quelle parole, perché conosceva Sonia e sapeva che dissimulava bene, quando faceva quelle affermazioni. Il dolore non era quello altrui, non era quello di mezzo secolo fa. Era molto più vicino nel tempo e soprattutto era assai vicino nello spazio.

Riccardo si riposizionò dietro di lei. Lasciò lei davanti. La voleva vedere bene. Era preoccupato. Eppure era convinto che dovessero andare avanti. Proseguirono fino a Ospitale, dove decisero di fermarsi un po’. Entrarono nel piccolo paese e salirono fino alla chiesetta che lo dominava dall’alto, vicino all’antico ospizio per pellegrini da che dava il nome all’abitato. Lasciarono le bici fuori dalla chiesa, entrarono e si sedettero sulle panche.

“Non so se sarò in grado di procedere per molto, Ricky.”

“Perché? Hai la forza di un leone in queste gambe,” le disse lui dandole una pacca sulla coscia destra.

“Sai che non sono le gambe il problema,” disse lei prendendogli la mano. Da tempo non lo faceva. Era da quei piccoli gesti che lui avrebbe dovuto capire qualcosa. Forse dovere anche dire qualcosa. Forse quel prendergli la mano era un tentativo di comunicazione di qualcosa di importante. Forse doveva trasmettere qualcosa in risposta a quella richiesta di comunicazione, forse di aiuto.

“Sono qui per aiutarti. E la decisione di fare questo viaggio è stata comune, come lo fu quella di tutti i viaggi fatti prima, Sonia.” Non erano le parole che lei si aspettava. Erano parole comuni, pensò lui. E se ne pentì. Quella viaggio non era come tutti gli altri fatti prima. Ma ormai aggiungerne altre avrebbe solo completato una frittata nata male e forse anche peggiorato la situazione che si era creata con quel contatto imprevisto.

Riccardo cercava di evitare che il discorso finisse dove la mente di lei aveva sicuramente piacere che finisse in quel momento. Era così dopo ogni crisi. Il dolore alimenta un perverso compiacimento di se stesso. Lui lo sapeva. Quella parte dell’anima, che tanto male le faceva, allo stesso la attraeva irresistibilmente. Perciò dopo ogni crisi suo compito era quello di distoglierla, di tenerla attenta ad altro, di farla parlare, cercando possibilmente di non scadere nel banale. Non era facile, perché l’impressione che Sonia gli dava in quei momenti era quella del classico palloncino che, se non lo tieni ben stretto, può volare via in un attimo. Uscirono dalla chiesetta. Ripartirono. La lasciò andare avanti. Ogni tanto le si portava a fianco. Non le lesinava sorrisi e incoraggiamenti, battute di spirito oppure descrizioni di quelle montagne sotto le quali stavano viaggiando, nonostante lui fosse ben consapevole del fatto che lei le conosceva, se non quanto lui, più di lui. Sonia lo ascoltava. La sua mente andava e veniva, in un viaggio incessante su e giù dall’anima e dal passato. Le parole di Riccardo avevano una strana eco in lei. Quando erano percepite dalle orecchie, sembrava che non fossero elaborate dal cervello in un discorso logico, ma l’impressione era che fossero rapite in un abisso che le trasformava in tutt’altro, che le separava l’una dall’altra, le scombinava. “Fessura” … Parlando del paesaggio, forse di una forra che si intravvedeva in lontananza, Riccardo deve avere usato quella parola. Sonia non era in grado di dire in quale contesto lui l’avesse usata. Eppure le era rimasta impressa. Lui, che ora era al suo fianco, continuava a parlare, ma lei vedeva solo fessure, fessure dappertutto, scissioni, laceranti devastazioni che facevano male. Riccardo parlava, le case passavano a destra e a sinistra ammonticchiandosi le une sulle altre, il guardrail della strada si svolgeva attorcigliandosi in un groviglio di orribili sensazioni, un campanile in lontananza sembrava spaccarsi in due. La diga si spezzava. Sonia per la seconda volta frenò improvvisamente, restando a bocca spalancata. Non riuscì a sganciare i piedi dai pedali questa volta e lui non fu pronto come prima a tenerla: Sonia cadde. Riccardo la aiutò a risollevarsi. Si era sbucciata il gomito destro, cadendo su quel fianco, e aveva escoriazioni superficiali che dal polpaccio risalivano fino alla coscia destra. Ma soprattutto ora piangeva a dirotto, non certo per il gomito sbucciato, né per le escoriazioni alla gamba. Lui non sapeva a cosa dare la precedenza, se al corpo ferito o all’anima sofferente. Era in preda all’agitazione anche lui. Cercava di parlare e nello stesso tempo la medicava con il materiale di primo soccorso che aveva con sé. Erano in prossimità di un gruppo di case. Una signora vide la scena e li invitò a entrare in casa, perché la medicazione della superficiale abrasione potesse essere effettuata in calma. Non ci fu bisogno di altro se non di un po’ di disinfettante per le escoriazioni sulla gamba e di una benda sul gomito. Sonia non aveva detto una parola. La signora offrì loro da bere e una fetta di torta, che Sonia nervosamente e avidamente divorò, stupendo Riccardo per quel suo comportamento non consueto. Riccardo ringraziò la signora e senza parlare prese a braccetto Sonia, che aveva ancora il volto basso e l’espressione che tutti chiamano assente, solo perché attenta a quello che i sensi non possono percepire; e la riportò in strada. “Arriviamo a Perarolo. Faremo la salita della Cavallera domani. Oggi hai bisogno di riposare.”

“No. Voglio arrivare a Pieve di Cadore. Lì ci fermeremo e li riposeremo,” disse convinta Sonia. Lui non si oppose. In quel momento non poteva che essere giudicato positivo il fatto che la decisione fosse passata a lei e che in lei soprattutto fosse scattata una reazione a quanto appena accaduto.

“Va bene. Andiamo.” Era lei che voleva decidere e quindi era giusto che a lei fosse lasciata la decisione. Riccardo si impose di adottare quella strategia: lasciarla arbitra della situazione, affidarle delle responsabilità, farla sentire soggetto attivo dell’esperienza che stavano facendo, che lui aveva ideato, progettato per lei. Ma quella seconda crisi era stata peggiore della precedente. Era preoccupato, ma non doveva trapelare assolutamente nulla della sua trepidazione. Sonia era persona molto perspicace. Ingannarla in quelle cose non era mai stato facile. Lei sapeva interpretare i suoi pensieri spesso meglio di lui stesso. A lei nulla sfuggiva.

Arrivati a Perarolo, senza la minima esitazione Sonia iniziò la salita della Cavalleria che conduceva a Tai di Cadore. La forza che aveva nelle gambe era quasi superiore a quella di Riccardo, che non era affatto stupito. Sonia si era preparata e allenata ben più di lui per quel viaggio, la sua struttura fisica era perfetta, la sua posizione in sella non denunciava la minima fatica. Insomma, Riccardo fu solo in parte sollevato nel vederla procedere così sicura in salita: una salita forse non particolarmente impegnativa, ma che, con le borse e il loro peso aggiuntivo, poteva comunque creare qualche problema. Quella ragazza lo spaventava: ha appena avuto due crisi d’ansia, di cui una, la seconda, anche forte; ma adesso va in salita sotto il sole a picco, senza più una nuvola in cielo, nelle ore più calde della giornata, con la sicurezza di un camoscio, con la forza di uno stambecco. L’asfalto passava sotto le sue ruote, il letto del Piave, prima assiduo compagno di viaggio, ora si abbassava e si allontanava piano piano dalla vista, assumendo indefinite forme dai contorni sfumati e sfuocati nel caldo di un meriggio non prevedibile dopo le rade e pesanti gocce di pioggia e dopo le minacciose nubi, che avevano benedetto e battezzato la partenza da Belluno. In quella vista sfuocata di un paesaggio, che in altre occasioni sarebbe potuto essere latore di più lieti messaggi, Riccardo vide prendere forma altre figure, mentre la seguiva con la sua bicicletta. Il suo medico gli parlava nel suo studio; erano amici sin dall’infanzia. Non aveva motivo di mettergli paura. “Riccardo, stalle vicino. L’ha presa male. Credo molto male.” Quella frase rimbombava ormai da mesi nella sua testa. Appena le immagini si sfuocavano e l’anima prendeva il sopravvento sulla mente, sulla ragione, su tutte le possibili rassicuranti elaborazioni del cervello, erano quelle le forme che si imponevano. Malefiche e distruttive, ma drammaticamente veritiere. “L’ha presa male.” Riccardo guardava Sonia procedere davanti a lui, ammirato della forza nel fisico, terribilmente preoccupato per la fragilità dell’anima. Non vedeva Sonia procedere. Vedeva un leone che attaccava la preda. O meglio: avrebbe voluto vedere un leone che attaccava la preda. Vedeva un’aquila che senza esitazione piombava nella tana della preda. No. La preda è fuggita. Il covile è vuoto. L’aquila è vinta dalla delusione e dallo sconforto. Sonia attaccava le curve con la forza di quell’aquila. Ma le curve si succedevano senza sosta le une alle altre. Ognuna era l’ultima. Ognuna era aggredita con la convinzione che, dopo di quella, la strada avrebbe ritrovato requie. E invece all’orizzonte se ne profilava sempre un’altra. Ogni curva era una prova, un esame e un referto. Ogni curva la riportava alla sua vita di dolore, alle sue illusioni. Alla forza con cui tali illusioni a lungo erano state nutrite. Fino a quel giorno. “L’ha presa male.” Riccardo dovette rallentare. Lasciò che Sonia prendesse qualche metro davanti a lui. Era lui a corto d’ossigeno adesso. Le gambe non obbedivano più agli ordini. Dove l’aquila? Il suo sguardo alto, rivolto al cielo, si bagnò tra le lacrime in cerca dell’aquila. L’aquila non si vedeva. Con questo stato d’animo arrivò lentamente e faticosamente alla fine della salita. Una brusca curva a sinistra passava dietro un costone di roccia: alla tortuosa salita appena terminata, tutta esposta e resa di fuoco dal sole di mezzogiorno, subentrò un ombreggiato rettilineo pianeggiante, fresco, quasi freddo per lui che era arrivato. Le antinomie di Sonia: e il paesaggio dell’anima cambiò. Una curva in montagna ha questo potere di introdurre in un mondo nuovo, spesso anche radicalmente diverso. Sonia si fermò ad aspettare lui, che nelle ultime curve aveva perso un po’ di terreno. Riccardo aveva anche maggior peso nelle borse, ma la ricerca dell’aquila aveva appesantito soprattutto l’animo. Era lì il peso che toglieva forza al colpo di pedale. I due procedettero fino a Pieve di Cadore. Tratti di ciclabile si alternavano a tratti di stradine a basso traffico. La ferrovia, che passava appena più in basso e che finiva poco più avanti a Calalzo, e la statale, che passava appena più in alto, erano i due elementi che davano forza a quell’impressione di restare come sospesi in un limbo, che avevano avuto sin dalla partenza da Belluno.

Erano le quattro del pomeriggio quando, dopo quella prima tappa rivelatasi più impegnativa del previsto per ragioni che nulla aveva a che vedere con altimetrie e planimetrie, allenamento e condizioni meteo, a Pieve di Cadore trovarono una sistemazione per la notte presso una signora che affittava camere a persone di passaggio. Non avevano prenotato niente per passare le notti. Riccardo aveva nelle sue borse anche due canadesi, che occupavano pochissimo spazio e che pesavano davvero poco. Per dormire bastava mettere due maglie su una borsa da viaggio e quello era il cuscino più comodo. I due erano stanchi. Una stanchezza dovuta più che alla fatica allo stress, che si era generato in quei silenzi complici e più rumorosi di mille parole., in quei due occhi neri, di ineffabile potenza che lo puntavano e che chiedevano ascolto, che cercavano di chiedere senza trovarne mai la forza. Avevano viaggiato in auto e durante il viaggio Riccardo aveva avvertito una forte tensione. Sonia era stata a occhi chiusi, ma vigile per tutto il percorso che li avrebbe portati a Belluno. Persino quando lui si era fermato, poco prima di parcheggiare l’auto, per fare metano in modo da avere il pieno il giorno del ritorno, lei aveva voluto evitare di parlare. Si era alzata, uscendo dall’auto e andando nel bar a prendere un caffè da sola e poi in bagno. Quello stare seduta a occhi chiusi era stato un chiaro invito a non essere disturbata. Quell’alzarsi al momento del rifornimento era un altro segnale evidente di non volere comunicare con parole con lui. Eppure quante ce ne sarebbero state di cose da dire! La camera in cui si sistemarono era molto bella. Il bagno era in comune con il resto della casa abitata dalla sola proprietaria. I due, fatta la doccia, presero entrambi una maglietta e un paio di pantaloni e, avuto un sapone da bucato, lavarono e stesero all’aria le due divise con cui avevano viaggiato in bici per quella prima giornata, decisamente impegnativa più per l’animo che per il corpo. Erano gesti semplici e compiuti tante volte, nei tanti viaggi che insieme avevano fatto su quelle due bici. Ma tutto era diverso in quel momento. Era dentro che si avvertiva un sentimento nuovo che macchiava l’alacre contentezza di quell’esperienza solitamente vissuta con la spensieratezza e la gioia di chi si vuol divertire per qualche giorno sui pedali di una bicicletta. Si riposarono seduti nel balcone. E la comunicazione fu nuovamente un problema. Quando Riccardo si fu accorto della scarsa intenzione di Sonia di parlare, si mise a leggere. Dopo un po’ lui prese il suo Ipad, lo accese e fece partire un brano musicale. Si trattava della canzone popolare russa Oci ciornye, occhi scuri. I grandi occhi di Sonia erano di un colore castano molto scuro, quasi neri. Anzi, per lui neri. Quella canzone da anni non veniva ascoltata insieme da loro due. Sonia sapeva bene il russo. Era la lingua di quelli che con orribile linguaggio amministrativo venivano chiamati i suoi genitori biologici, mai conosciuti, deceduti in una circostanza mai chiarita, quando lei aveva sette anni. Due anni di orfanotrofio. Poi l’adozione, la montagna, la meraviglia di un’accoglienza con amore. E poi il ciclismo, la squadra, le gare. E poi il suo direttore sportivo: si chiamava Riccardo. Aveva solo sei anni più di lei. Era molto bello, ma in quel mondo di gente maschia, di fenomeni atletici sempre poco generosi di sorrisi Riccardo sorrideva e guidava gli allenamenti scendendo spesso dall’auto e salendo in bici con gli atleti. Per Sonia lui aveva quel valore aggiunto che lei invidiava: saper condividere la gioia e il dolore, la sofferenza e la conquista, la fatica della salita e la riconoscenza della discesa. Sonia non era persona loquace. La sua timidezza era la sua storia, la sua malinconia sorridente era il suo passato che non passava. Per anni e anni in quel sorriso, il cui strumento erano stati gli occhi e non le parole, Riccardo aveva saputo ascoltare e condividere una storia difficile, un peso che a lui non spettava certamente togliere, ma almeno alleviare. E invece era bastato un malessere, era bastata una visita di controllo da parte del medico sportivo, un campanello d’allarme, un esame prenotato solo con il fine di togliersi un dubbio, per precipitare in un territorio fino ad allora del tutto sconosciuto. Da quel momento tutto era cambiato. Tra di loro aumentò progressivamente la distanza. Tutto era cambiato.

Quel brano per lei significava tanto. Le parole del canto passavano: “Occhi neri, occhi fiammanti, appassionati e splendidi occhi, vi amo così tanto, vi temo così tanto, di sicuro, vi ho visti in un’ora sfortunata.” La musica lenta e ritmata, tipica della canzone popolare russa, rendeva straziante il cumulo delle immagini che nella sua memoria si moltiplicavano turbinando. Quante volte avevano fatto l’amore su quelle note e quante volte lui l’aveva chiamata la sua oci ciornye. La prima strofa venne ripetuta due volte, a ritmo lento la prima, più veloce la seconda, ma con volume di voce basso. Ma fu alla seconda strofa che Sonia cedette, nel momento in cui chiaro era il riferimento al tema del dolore e dell’esilio, appena accennato nella prima con il riferimento al timore, alla paura: “Occhi neri, occhi fiammanti, mi attirano verso terre lontane, dove regna l’amore, dove regna la pace, dove non c’è sofferenza, dove la guerra è bandita.” Quei versi del canto vennero questa volta cantati dalla voce maschile a volume alto, sottolineando il desiderio di realizzare l’amore in un altrove lontano. Di nuovo la prima strofa, una sorta di ritornello, ripetuta ancora due volte. E poi la terza strofa, l’apoteosi della malinconia, la strofa della delusione definitiva: “Se non vi avessi incontrato, non soffrirei così, avrei vissuto la mia vita sorridendo, mi avete rovinato, occhi neri, mi avete portato via la felicità per sempre.” L’amore ha rovinato la vita, portando via per sempre la felicità. E Sonia si commuove sulla sua poltrona in balcone. Una lacrima riga la guancia, quando ritorna la prima strofa e il ritornello: “Occhi neri, occhi fiammanti, appassionati e splendidi occhi, vi amo così tanto, vi temo così tanto, di sicuro, vi ho visti in un’ora sfortunata.” Sonia si alzò e gli prese nervosamente l’Ipad dalle mani. Riccardo credette di averle fatto del male con quelle note. E invece Sonia fece partire un altro brano: Hello di Adele, forse ancora più malinconico come lamento sul dolore della separazione. Riccardo non accettò quel gioco duro. Si alzò e tornò dentro la camera. Si mise a leggere, lasciando lei fuori da sola. La lacrima di prima divenne un pianto a dirotto là fuori in balcone. Ma lui non intervenne questa volta. Il pianto era straziante, disperato. Lei voltava la testa verso il vetro cercando di vedere la figura di lui, che il riflesso nascondeva. Lui invece vedeva distintamente lei: stava chiedendo aiuto senza parole. Si alzò allora e andò fuori. Sonia era veramente disperata. Le accarezzò i capelli. Era debole, l’antinomia di quel leone che aveva aggredito i tornanti della Cavallera. La prese in braccio e la portò dentro, mettendola stesa sul letto, dove piano piano si placò e smise di piangere, mentre lui altro non faceva che continuare ad accarezzarla. Non una parola fu pronunciata. Erano solo le anime che comunicavano. E lo facevano meglio, indubbiamente molto meglio di quanto avessero potuto fare le parole. Lo facevano con un gesto compiuto lentamente dall’uno e altrettanto delicatamente accolto e assaporato dall’altro, gesti che nascevano senza un perché, come solo tanto tempo prima accadeva; lo facevano con un cenno di sorriso che chiedeva solo di essere correttamente interpretato; ma lo facevano soprattutto attraverso quei due splendidi occhi neri, con un linguaggio che nessuna parola potrà mai pretendere di spiegare.

“Vestiamoci. Prima di cena ci facciamo un aperitivo in piazza. Un buon prosecco? A me andrebbe proprio un buon bicchiere di prosecco,” disse Riccardo, infrangendo il silenzio.

Sonia si preparò. Avevano pochi abiti, tutti sportivi e comodi, non certo serali, avendo dovuto ridurre il contenuto delle borse da viaggio nella bici. Come del resto sempre durante i loro viaggi in bici. Ma con quelli uscirono e fecero proprio un tavolino nella piazza centrale del paese, dove si fecero portare due bicchieri di prosecco. Il sole stava scomparendo dietro l’Antelao e uno dei suoi ultimi raggi illuminava Sonia seduta a occhi chiusi e con la testa gettata all’indietro sulla sedia del bar. Riccardo bevve un sorso di prosecco e pensò alla potenza di quel sole basso che illuminava la donna di cui era ancora innamorato. Le sembrava ancora più bella, ora sferzata da quel sole, che arrossava tutte le montagne, che trasfigurava i mattoni delle antiche dimore di quella piazza, il monumento a Tiziano Vecellio, il palazzo della Magnifica Comunità. Un rosso sangue ovunque per Riccardo. Sonia non si muoveva. Restava come in apnea, a occhi chiusi. La testa piegata indietro. La lunga coda di cavallo era leggermente accarezzata dalla brezza serale che stava diventando sempre più fresca. “Domani faremo tutta la ciclabile fino a Dobbiaco. Abbiamo una settantina di chilometri con un po’ di salita.” Sonia ascoltò. Non rispose. Aprì gli occhi solo per prendere un sorso di prosecco e tornare nella posizione di accoglienza dell’ultimo sole: una specie di ricarica naturale per lei in quel momento, dopo i forti momenti di tensione e di ansia vissuti in quella giornata, che non era ancora finita. L’aperitivo fu accompagnato da abbondanti dosi di salatini, bruschette, pizzette. Rinunciarono ovviamente alla cena. Una buona colazione al mattino successivo avrebbe fatto il suo dovere per le esigenze del corpo. Tornarono in camera e, con il definitivo calare del sole, spenta la luce sui comodini, affidarono l’anima, già messa alla prova di giorno, alle ore più delicate e difficili della vita. Il corpo chiedeva riposo nelle sue fibre e la richiesta non fu difficile da soddisfare. L’anima chiedeva pace, ma questa sarebbe stata traguardo ben più arduo da conquistare. La notte passò. Cosa avrebbe aggiunto alla loro vita quella nuova notte? Solo con il passare delle ore avrebbero forse compreso se si sarebbe aggiunto un valore o se il calcolo finale avrebbe fatto registrare una perdita. Non si fecero domande, come sempre. Avevano entrambi paura di quelle risposte. Per quello dormivano l’uno rivolto verso l’altro. Era un inutile – ma qualcuno dalla penna fantasiosa avrebbe potuto chiamarlo anche eroico – tentativo di difesa da quegli assalti che dall’abisso oscuro del tempo arrivano puntuali in quelle ore di abbassamento della guardia. E quegli assalti sono infidi e maligni: arrivano quando non non ci si può difendere. Ecco perché solo l’indomani avrebbero potuto dire se quella notte sarebbe stata un valore aggiunto alla loro vita nel segno della speranza, o l’ennesimo colpo nel segno della disperazione. Le somme, se mai fossero state tirate, sarebbero state tratte individualmente. Le domande venivano da un territorio oscuro, che non infondeva fiducia. E per questo le risposte facevano paura.

Seconda tappa

L’indomani, fatta abbondante colazione e scoperta loquace e allegra la riservata affittacamere del giorno prima, mentre contava e ricontava meticolosamente le banconote consegnate, andarono a rivestirsi delle divise lavate e asciugate, risparmiando quelle di ricambio. Direzione ovest, valle del Boite: Tai di Cadore, Valle, Venas, Peaio, Vodo, Borca, San Vito, trampolino olimpico, Cortina e pranzo, Cimabanche, discesa su lago di Landro, lago di Dobbiaco, Dobbiaco, passaggio sulla ciclabile della Pusteria, San Candido. La ciclabile delle Dolomiti: dalla stazione di Calalzo a quella di Dobbiaco. Meteo eccellente. Sole. Temperatura nella norma. Le località della Pusteria sarebbero state più affollate. Meglio usare internet e non affidarsi al caso per cercare una camera per la futura notte. Riccardo cercò a Dobbiaco: tutto pieno. Ne trovò una a San Candido. Gliela propose. Sonia accettò. Accettava tutto, del resto. Aveva deciso da tempo di farlo. Riccardo prenotò e pagò on line la camera di San Candido e, salutata l’ancor più allegra e loquace affittacamere, con Sonia scese nel garage, dove insieme diedero il grasso alle catene delle bici, puntarono navigatore e ciclocomputer. Sonia fece un po’ di stretching. Compiuti diligentemente tutti quei consueti gesti tecnici e atletici con professionale silenzio, partirono. Il corpo di lei era al massimo. Il cuore di lui batteva forte. E gli occhi neri lo incontrarono, come da tempo non facevano.

Tai di Cadore, Valle, Venas, Peaio, Vodo, Borca, San Vito. La ciclabile era stata ottenuta sul percorso della vecchia ferrovia a scartamento ridotto che da Calalzo portava a Dobbiaco. Fu costruita durante la Grande Guerra, poi rimase in disuso. Negli anni venti del secolo scorso fu risistemata e funzionò fino all’inizio degli anni sessanta, quando fu l’unico mezzo per portare le persone a Cortina, per assistere alle gare dei giochi olimpici del 1960. La statale fu chiusa. Troppe auto avrebbero creato caos. Ma come si poteva impedire il passaggio alle auto proprio negli anni del boom economico? Che oscenità! Chi aveva avuto quella pessima idea sia punito, pensò chi gli affari li faceva, guidando quel boom e vendendo in gran quantità modeste utilitarie. Con quelle si doveva andare a sciare, non con il treno. La punizione fu inflitta. La gente di montagna subì. Un pezzo di storia fu cancellato. Restano le piccole stazioni, le gallerie. Ora quell’antica via ferrata con la neve è pista di fondo, senza neve pista ciclabile. Su tutto quello di posavano i due occhi neri di lei, la cui curiosità aveva il potere di dare a tutto una vitalità ineffabile. Quei due occhi neri, che potenza meravigliosa avevano avuto poco prima in lui, in quel garage buio e disordinato! Che potenza devastante avevano, invece, avuto quando furono ricordati il giorno prima dalle note di un canto popolare! E quale bellezza aggiungevano a quel viso! Trasfiguravano tutto adesso. Marcavano tutto quello su cui si posavano. “Vado avanti io!” Riccardo la lasciò andare avanti. Piccole silenziose soste puntellarono quella mattina. Non fecero foto. Di solito ne facevano tantissime. Non ci furono parole. Non ci furono attimi di crisi. Il sole imperava infondendo sicurezza in un cielo pieno solo di un azzurro lindo e chiaro. Non ci furono crisi. Non ci furono lacrime. Non ci furono scoramenti. Ma una cosa ci fu. Non mancò mai per tutta la giornata: a ogni sosta, che sempre lei decideva, quando vedeva una fontana – e allora o beveva o rinfrescava soltanto l’acqua della borraccia – Sonia cercava Riccardo, che faticava a tenere il suo ritmo sicuro e possente. E quando Riccardo arrivava, appesantito anche dalle borse più grandi, Sonia accennava a un sorriso, che partiva sempre dagli occhi. Lo puntava da lontano, lo attendeva arrivare e, quando lui ebbe sganciato gli scarpini e puntato i piedi per terra, fissava i suoi occhi sul suo viso. Cercava una risposta. Ma non riusciva a formulare quella domanda, quello che mancava nel pensiero di entrambi. E lui evitava la domanda, per non dare la risposta, pur sapendo che più tempo passava, più aumentava la paura e più difficile sarebbe stato dare il chiarimento. Anche per questo rallentava e si lasciava staccare. Cercava un attimo di solitudine per riflettere, cercava un momento di silenzio per lasciarsi invadere dai pensieri, dal lavoro della memoria, dai dubbi della partenza, dai tanti indecifrabili e sempre più inquietanti silenzi di lei, dalle due crisi del giorno prima. E la caduta. Ritornò più volte a quell’attimo della caduta e alla reazione inimmaginabile che a quella crisi Sonia aveva saputo esprimere sui tornanti della rampa della Cavallera. Ritornò più volte alle lacrime mosse dal canto russo, che avevano devastato un’anima proprio nel momento in cui quelli stessi due incredibili occhi neri infondevano una nuova potenza, un nuovo carburante, una nuova motivazione e soprattutto una nuova speranza nell’altra anima. Antinomie, così lei lei aveva chiamate. E tutto si ricollegò: la diga frantumata ieri e l’alacrità delle professioni che oggi lì sotto si praticavano; i brevi lampi di sole e la breve doccia di pioggia, l’ossessione della fessura che aveva appesantito la gamba di lui in salita, alla ricerca del volo dell’aquila che non si fece ammirare, della libertà che non si fece conquistare. Tutto si ricollegò: due occhi neri, unici al mondo per lui, lo avevano reso schiavo di un paradiso diverso, in cui nulla era in armonia, in cui la malinconia era gioia, il silenzio grido, il dolore amore; ma in cui i termini del problema rappresentavano sempre due facce della stessa medaglia. Tutto si ricollegò, ogniqualvolta quei due occhi neri lo puntavano, lo aspettavano, gli sorridevano. E allora tutto diventava secondario nell’anima, mentre tutto diventava primario fuori: fuori tutto prendeva vita. E il corpo reagiva, trovando forza nelle fibre. Che maraviglia! Ogni paese una sosta. Ogni sosta un’iniezione di carburante. Due occhi neri che chiedevano una risposta ad una domanda che non riuscivano a formulare. Era nel mistero della speranza l’unica motivazione di quei momenti incredibili, che Riccardo non avrebbe mai immaginato di vivere con tale intensità. La speranza negata, le parole dell’amico medico, l’analisi impietosa dei referti degli esami, il dolore, sempre quello dell’anima prima di quello del corpo, tutto si trasfigurava grazie a quel carburante che entrava in circolazione con la forza di una droga inebriante. Due meravigliosi occhi neri erano la causa prima di tutto.

Arrivarono puntuali a Cortina, dove pranzarono velocemente con un semplice panino preso alla bancarella di un mercato ambulante. Breve sosta. Poi la salita a Cimabanche: una salita pedalabile su fondo non più asfaltato ma sterrato, che non presentava comunque alcuna difficoltà per l’allenamento che avevano. E la discesa in val Pusteria. Non si fermarono più. Sonia pedalava sicura. La ciclabile dopo Cortina non era più asfaltata. Riccardo forò all’inizio della discesa, subito dopo lo scollinamento a Cimabanche. Sostituita velocemente la camera d’aria e verificato che non ci fossero danni alle coperture, ripartì, raggiungendo Sonia, che era andata avanti e non si era accorta nemmeno della sua mancanza. Si era fermata al lago di Landro e lo aveva atteso per l’ultima volta prima dell’arrivo. “Ho bucato”, disse lui. “Immaginavo. Tutto a posto adesso?”. “Sì,”, e non mentì rispondendole così. Aveva preso lei in mano la situazione. Aveva lei il controllo del percorso. Dirigeva lei. Era bello così. Non era previsto che fosse così. Ma era molto bello che così le cose stessero andando. Scesero su Dobbiaco, attraversando quella Nordic Ski Arena su cui avevano passato tante ore sulla neve nelle vacanze invernali, si rinfrescarono velocemente alla fontana della stazione ferroviaria e presero la ciclabile della Pusteria in direzione San Candido. Sempre lei davanti. Adesso era giusto che fosse così.

Trovarono facilmente la pensione in cui avevano prenotato la loro camera. Fu concesso loro di lasciare le bici in un garage privato usato dai dipendenti. Si fecero la doccia. Era già ora di cena. Niente aperitivo. Pizza. Desideravano una bella pizza quella sera. Altro che quei würstel gommosi immersi nella senape da tubetto, che piacevano tanto ai locali! Il silenzio era rotto da frasi brevi, sempre di circostanza. Non ci furono contatti fisici fino alla cena, quando, mentre aspettavano la pizza, lei, con un gesto molto lento, tenendo il viso basso, posò la sua mano su quella di lui. Lui attendeva che quel viso si rialzasse. Non successe. La mano si ritrasse. Era stato un altro tentativo di comunicare. Le parole non erano uscite. Ma non avevano più alcuna importanza le parole. Non vedevano l’ora di tornare in camera. E fu una delle notti più belle. Ma era solo la seconda di quel viaggio. Sonia non poteva immaginare cosa stesse succedendo e cosa avrebbe meditato Riccardo per l’indomani. Ma la cosa più bella era che in quel momento non lo immaginava neppure lui.

Terza tappa

Durante la colazione ci fu la solita consultazione del meteo e il ripasso della tappa della giornata. Era così da anni. 112 km erano previsti quel giorno. Tanti. Ma tutti in discesa sulla ciclabile della Drava: da San Candido a Lienz al mattino e poi da Lienz a Spittal-an-der-Drau nel pomeriggio, una tratta quasi doppia quanto a chilometraggio rispetto a quella del mattino. Non fu prenotato nulla. I chilometri erano tanti e di più potevano essere quindi gli imprevisti, anche per il meteo più incerto che avrebbero trovato in territorio austriaco. C’erano sempre, all’occorrenza, le due tende. Partirono senza indugi. E arrivarono senza indugi. Fu una giornata diversa. Allegra, spensierata. Non ci furono i silenzi di quella precedente, che tanta ricchezza avevano comunque dato al viaggio. Andarono avanti insieme questa volta, su ciclabili ben segnate e ben tenute. In un mondo amico, in un paesaggio che dava loro serenità. Quanta distanza rispetto a quella partenza difficile! Quanto lontane sembravano le due crisi avute due giorni prima lungo il Piave! Che fosse stato quel canto ad aver liberato l’anima dal dolore? Che fossero state quelle lacrime ad averla alleggerita di un gravame? Riccardo pensava e ripensava, mentre insieme procedevano verso Spittal-an-der-Drau in quella terza giornata di viaggio. Più di cento chilometri in un giorno, e con le borse da viaggio, non si sentirono. Il meteo fu bizzoso. Sia alla partenza che subito prima dell’arrivo li bagnò con due scrosci fastidiosi. Il primo, che li colse a Prato alla Drava, subito prima del confine, fu particolarmente violento, anche perché non trovarono riparo. Le mantelline non tennero. Sonia la tolse addirittura. L’acqua passò attraverso le maglie e a Lienz dovettero cambiarsi nel bagno di un bar le divise, che erano ancora fradice. Era come una corruzione che non potevano sopportare addosso, dopo l’esperienza della giornata precedente. Il secondo temporale, seppur di simile intensità, non fece danni. Attraversavano una zona piena di piccoli centri. Così, appena arrivarono le prime gocce, riuscirono a proteggersi sotto un viadotto.

Eppure. anche quella pioggia avrebbe avuto la sua importanza. E quei due occhi avrebbero trasfigurato anche quel momento, senza dubbio negativo solo per qualsiasi ciclista, ma anche per il suo mezzo. Quale ciclista ama prendere l’acqua? Mentre il temporale passava e loro erano in attesa sotto il viadotto, Sonia gli si avvicinò e disse cinque parole; cinque parole che, dette in altre circostanze, in altri momenti, dopo altre esperienze, insomma in un altro contesto, quanto meno non seduti per terra con le bici appoggiate ad un pilone di un viadotto sotto la pioggia, non avrebbero avuto assolutamente il significato che invece ebbero in lui in quel momento: “È un viaggio bellissimo. Grazie.” Riccardo non disse nulla. La abbracciò, mentre tutto intorno a loro, ma non su di loro, la pioggia batteva con violenza. Erano stati momenti sereni quelli che avevano vissuto in una lunga e faticosa giornata interamente trascorsa sui pedali. Momenti intensi, perché non vissuti a distanza, ma sempre uno accanto all’altro, senza paura l’uno dell’altro. Se quella domanda non fosse venuta fuori neanche oggi, Riccardo non avrebbe avuto più paura della risposta. Ormai tutto era chiaro. Si poteva procedere sicuri l’uno dell’altro. L’indomani sarebbero potuti partire anche tardi. Avrebbero percorso solo i poco più di 40 km che le separavano da Villach e lì si sarebbero riposati, in previsione della salita verso Tarvisio e del ritorno in Italia. Riccardo aveva previsto un percorso a tappe variabili, che sarebbero state determinate dalla gamba, dalla testa ed eventualmente anche dal meteo. Aveva individuato solo dei punti in una cartina, che aveva nella mente. Quali di questi sarebbero stati soste per la notte, quali per il pranzo, quanto si sarebbero fermati in una località, se fosse stato meglio prendere il treno per coprire una parte del percorso, erano particolari che non assumevano per lui alcuna importanza di fronte al significato superiore che quel viaggio doveva avere, ma non si doveva vedere. Non doveva sembrare una pretesa, né tanto meno una forzatura. Quei dettagli non avevano proprio nessuna importanza. Il viaggio che contava era un percorso che aveva altre tappe, che si svolgeva in un’altra dimensione, in un’altra comunicazione e che ora aveva assunto una forza del tutto nuova, non prevista all’atto dell’ideazione: gli occhi di lei. Non riusciva a non pensare a quella che da ossessione era diventata per lui una specie di dorata prigionia. In preda a quell’ossessione aveva acceso l’Ipad e cercato quel canto nel balcone della a Pieve di Cadore la prima sera, in preda all’ossessione per anni era diventato schiavo di quelle note, in preda all’ossessione aveva vissuto nell’immediato, sin dalla partenza da Pieve il secondo giorno, gli effetti di quel canto, di quelle note, di quello sguardo, “occhi fiammanti, appassionati e splendidi occhi”; in preda all’ossessione aveva seguito il loro monito, “mi attirano verso terre lontane, dove regna l’amore”; in preda alla medesima ossessione aveva , infine, ideato, progettato e realizzato quel viaggio. C’era un fine. Ma non era mai stato dichiarato. Per paura, solo per paura ciò non era avvenuto. Sarebbe stato come rispondere a quella domanda mai formulata. Ma ora il contesto è mutato. Non è più un’ossessione che lo pervade, ma un abbandono accolto e condiviso. Sono occorsi tanti chilometri, perché ciò accadesse. È occorsa una salita, una discesa, una giornata in silenzio, una giornata vissuta nella complicità di una comunicazione tanto chiara nei suoi contenuti, quanto complessa e ardua da esprimere attraverso un linguaggio. Se tutto è cambiato, cosa di cui Riccardo era profondamente convinto, è soltanto perché quei due occhi hanno finalmente agito e non costituiscono più un’ossessione vissuta nella distanza e nella paura. Sonia era stata sempre avvertita come distante, da quel giorno della notizia. Il suo dolore non era mai stato il dolore di Riccardo. La sua ansia era sempre stata per lui come un effetto collaterale da considerare quasi fisiologicamente, ancor prima che patologicamente, naturale in quelle particolari condizioni. Le stato vicino con il corpo, non le aveva mai fatto mancare la sua presenza, ma quanto le era lontano con l’anima! Era la paura della rivelazione che determinava quella distanza. Sentiva ormai sempre più vicino il momento di rottura. La comunicazione si faceva sempre più nervosa, convenzionale, fondamentalmente apatica. E la paura aumentava. E invece il viaggio nello spazio aveva improvvisamente fatto marcia indietro nel tempo. Andava assecondato. Non era una pretesa. Riccardo non dimenticava che da quel viaggio si aspettava solo un sorriso e che ottenerlo sarebbe già stato un grande risultato. Ebbene, non solo di sorrisi ne aveva ottenuti tanti, ma aveva riportato l’orologio indietro di anni, ai momenti più belli.

L’acqua oggi li aveva intrisi. Intridendo i loro abiti, era passata sui loro corpi e da quella specie di indefinibile primordiale fanghiglia che là dentro, non si sa dove, si era venuta creando, in quei più di cento chilometri percorsi, era cresciuto qualcosa di nuovo, mai sentito prima, nemmeno nei momenti più belli. Era un secondo colpo di fulmine. Ma con un differenza. E che differenza! I fulmini questa volta c’erano stati per davvero. Tutto si ricollegava alla perfezione in quell’armonia ritrovata nel momento per lui più importante. Ora mancava soltanto una cosa da fare. Ma c’era tempo.

Mangiarono in un locale del centro della cittadina di Spittal e trovarono una camera, non certo a buon mercato, in un paese sul vicino Milstattersee. Il prezzo era dovuto al fatto che la camera era vista lago. Ma non era una camera qualunque. Non era nemmeno un’ambientazione qualunque. Era un gran bel ricordo quello che portava a Sonia quella scelta. Sonia non se lo aspettava. Riccardo aveva avuto una sensibilità particolare. Senza dirle nulla, aveva prenotato nello stesso albergo in cui anni prima, partendo da Villach, avevano passato la notte, l’indomani sarebbero arrivati ad Heiligenblut ai piedi del Großglockner, e poi il giorno successivo in cima, al rifugio Franz Joseph. Furono otto giorni meravigliosi, premiati dalla grande fatica della scalata storica. Ma furono gli otto giorni della splendida serata trascorsa a Seeboden, su quel lago, non certo uno dei più blasonati dell’Austria, ma che per loro assunse un significato particolare. Lì, nella camera vista lago di Seeboden, non tutto ebbe inizio, ma lì si confermò quella passione che li avrebbe legati a lungo. Da allora Sonia non mancò mai ai viaggi organizzati da Riccardo, sia che fossero solo per loro due, sia che fossero da compiere insieme ad altri. Sonia non credette ai suoi occhi quando ritrovò lo stesso albergo. Riccardo, che parlava un po’ di tedesco, aveva chiesto una camera vista lago. Quando fu loro proposta una stanza, Riccardo riconobbe, tre numeri più avanti, quella che era stata assegnata loro. Era libera. Chiese se fosse possibile cambiare. Sonia era rimasta nel corridoio a distanza, con il caschetto in mano, a testa bassa. Era l’atteggiamento che assumeva nel momento in cui avvertiva che dentro di lei stava succedendo qualcosa o c’era qualcosa di importante da comunicare, come era accaduto la sera prima in pizzeria a San Candido. Avevano percorso quasi 120 km. Avevano veramente fatto tanta fatica. Sonia non si era chiesta il perché di quella tappa così lunga. Aveva lasciato fare tutto a Riccardo, aveva lasciato programmare tutto a lui, pensando che tutto fosse stato previsto nei dettagli. Non sapeva che era una sorpresa, meditata proprio in giornata. Riccardo non pensava di arrivare al lago. Era convinto che, arrivati a Spittal, che dista qualche chilometro dal lago, non avrebbero avuto voglia di lasciare la ciclabile della Drava per fare altri chilometri. E invece all’incrocio con la strada che scendeva al Millstattersee, mentre come al solito era davanti lei, lui da dietro le aveva urlato: “A sinistra!” Lei aveva obbedito senza guardare. Non aveva neanche letto il cartello. Solo nel procedere in direzione del lago la memoria aveva cominciato a lavorare, ma mai avrebbe pensato a una cosa del genere. Quello significava essere grandi, pensò di lui in quel momento. Era un modo per aiutare il lupo a uscire dalla tana? Era uno stratagemma per creare le condizioni per la domanda? Oppure era la cosa più semplice e bella che ci potesse essere, un gesto d’affetto vero e sentito? Rimase a distanza, mentre il titolare del piccolo, ma molto caratteristico, albergo chiedeva per quale ragione Riccardo volesse proprio quella camera. “Ha mai amato una persona lei?”, gli aveva risposto con un’altra domanda. L’uomo, un anziano signore dall’aria molto distinta, ma dall’espressione arguta, rimase interdetto a quelle parole. Non rispose, farfugliò qualcosa che Riccardo non capì, ma disse che in cinque minuti la camera sarebbe stata preparata. I due rimasero in attesa nell’atrio dell’albergo, con le divise ancora addosso, in attesa che un ragazzo aprisse loro il garage. Quando fu possibile, le misero nel locale, presero le borse e attesero che la camera fosse pronta. “Non me lo aspettavo,” disse Sonia. “Non era nei piani. È un’idea che ho avuto, oggi,” disse lui. “Sotto quel viadotto?” chiese lei. “Come hai fatto a scoprirlo?” Sonia non disse nulla. Si aprì in uno di quei sorrisi che la illuminavano e nuovamente abbassò lo sguardò. Mentre attendevano la preparazione della camera, la moglie del titolare, che fino ad allora era rimasta dietro alla vetrata sul retro della reception, parlò con il ragazzo che li aveva aiutati a mettere al sicuro le bici nel garage. Non appena la camera fu pronta, la sorpresa che ebbero fu qualcosa che non si può dimenticare: un grande mazzo di fiori fu lasciato sul letto, sui comodini e sul tavolino furono messe candeline, un’altra candelina con un altro mazzo di fiori fu messo sul tavolino del balcone che dava sul lago. Il titolare dell’albergo disse a Riccardo che, se volevano, poteva essere portata lì la cena. Riccardo guardò Sonia, gli occhi risposero per lei. Avrebbero cenato sul balcone vista lago, proprio come quella sera di quindici anni prima. Ritornare sui luoghi in cui si è già passati, per rivivere le medesime emozioni, non sempre produce l’effetto sperato; ma quando l’idea del ritorno nasce in modo estemporaneo, senza alcuna previsione, senza alcun progetto, come appunto era nata quella, allora il ritorno assume un significato diverso e forse la ripetizione dell’esperienza riesce meglio del suo originale. Sonia era commossa da quella inattesa dimostrazione di sensibilità, soprattutto al pensiero della freddezza dei mesi appena vissuti. Se la notte trascorsa a San Candido aveva fatto riscoprire l’emozione dell’amore e ridato grande vitalità alla loro unione, quella di Seeboden, che veniva anche dopo una lunga pedalata di quasi 120 km, non poteva che confermare l’autenticità del sentimento ritrovato. Ma la famiglia che gestiva l’albergo aveva avuto una speci di sesto senso e aveva immaginato che ci fosse qualcosa di speciale nel volere proprio quella camera. Sarebbe costata di più di quella assegnata, ma non vollero la differenza. Notevole cura fu prestata anche nell’allestimento del tavolino per la cena. Quando ebbero finito di mangiare, si sedettero sulle due poltrone a sdraio e parlarono. Questa volta la bottiglia di vino che fu loro consigliata, un Gewürztraminer altoatesino molto aromatico, fece il suo effetto insieme alla grande stanchezza accumulata. Sonia si addormentò con la testa sul petto di lui, mentre Riccardo le accarezzava i capelli. Non ci fu bisogno di altro per far capire che cosa era stato ritrovato ritrovato. Riccardo aveva notato che quei chilometri l’avevano messa a dura prova e che alla fine era molto stanca. Gli ultimi erano stati percorsi anche ad alta velocità, per il timore di arrivare tardi. I due temporali avevano fatto perdere del tempo e li avevano rallentati. Ma Sonia non aveva voluto mollare. Andava avanti, faticando, ma procedeva. Riccardo aveva saputo riconoscere bene i segni della stanchezza, ma sapeva che quel dono, l’idea di tornare in quell’albergo, anche se implicava qualche chilometro in più, li avrebbe ripagati. Mentre lei dormiva e il vento fresco della sera accarezzava i loro volti, Riccardo non si lasciò prendere dai dubbi e dalle paure, che lo avevano indotto addirittura a prendere le distanze da lei il giorno prima. Si abbandonò allo sfavillio delle luci sul lago e sui colli intorno ad esso e quello sfavillio, accompagnato dal vicino sciabordare dell’acqua, portò presto anche lui, stremato dalla fatica della lunga tappa, nel mondo dei sogni. Sognò quell’aquila che aveva desiderato in cima alla Cavallera e insieme all’aquila c’erano delle montagne. Erano i Sibillini. Sentiva voci, tante voci. Non vedeva nessuno. C’era la piana di Castelluccio, i colori della fioritura, il Vettore bianco come panna sulla torta. E le voci, una in particolare: “Lassù! L’aquila!” Era Sonia. Fu uno dei viaggi più belli che insieme a dei loro amici compirono e quello della salita a Castelluccio fu un momento indimenticabile per il paesaggio, per la bellezza che tutto avvolgeva, per Sonia e l’amore di lei; ma nella trasfigurazione di quel sogno la bellezza più grande diventava il volo dell’aquila. Erano le due di notte, quando Sonia lo svegliò e lo prese per mano, invitandolo sul letto.

Quarta tappa

Il rumore della pioggia, che batteva sui vetri, e il fischiare del vento, che aveva fatto sbattere con violenza la finestra, li avevano svegliati in piena notte. Sonia si era riaddormentata quasi subito. Riccardo non ci era riuscito, perché quella pioggia aveva avuto, ancora una volta, quel potere di riportarlo indietro nel tempo, che sempre aveva l’acqua per la sua anima, e gli aveva ricordato un momento molto delicato della loro vita: il giorno in cui Sonia perse il bimbo che portava in grembo. Fu una lezione dura da imparare quella che vissero nei giorni successivi, più per l’effetto e la risposta che per l’evento in se stesso. Riccardo rammentò, infatti, in quel dormiveglia notturno l’atteggiamento sorprendente che espresse Sonia come reazione a quell’evento. Lei aveva sofferto tanto e si era chiusa in quella sua malinconica ma sagace timidezza, che solo le uscite e i viaggi in bici riuscivano a trasfigurare. Lui le era stato molto vicino come sempre, vuoi perché Sonia appariva a lui ingiustamente scostante in quei momenti, vuoi perché avvertiva l’impellente necessità di riprendere a guardare in avanti il corso della vita. Ma sentiva anche che a Sonia mancava la bicicletta e che lei aveva bisogno di uno strumento per non pesare. La bicicletta poteva esserlo e non sarebbe stata uno strumento qualsiasi per il ruolo che aveva avuto e che continuava ad avere per la loro relazione. Così, appena fu possibile, appena Sonia ebbe il ‘via libera’ dai medici, Riccardo una mattina decise: “Andiamo! Devi riprendere ad allenarti.” Il meteo non prometteva niente di buono. Ma Riccardo, diversamente dal solito, non vi prestò alcuna attenzione. Sonia non disse nulla, per quanto stupita del fatto che Riccardo non avesse tenuto conto delle previsioni. Accettò e andò con lui. Tre quarti d’ora dopo, mentre erano in salita, si scatenò il previsto temporale. Riccardo si mise la mantellina. Sonia, come suo solito, si bagnò, si lasciò intridere di quell’acqua che amava alla follia. Riccardo non fu stupito tanto da quel gesto, quanto dalla carica che la pioggia diede a lei e dall’indolenzimento che l’acqua fredda provocò sui suoi muscoli. Arrivò in cima alla salita con notevole ritardo, quando il temporale era ormai passato e il sole splendeva. Un particolare avrebbe contribuito a fissare la memoria dell’evento: un’iride partiva da un colle alla sua sinistra e lo collegava con un altro alla sua destra; per lui che saliva verso il valico sotto l’iride, al centro, sul ciglio dell’asfalto era la figura di Sonia, sorridente, a cavallo della sua bici, che lo incoraggiava e gli ricordava che la strada era molto scivolosa in discesa. Immagine scolpita nella memoria, rimasta come poche altre viva nel tempo, esattamente come se fosse stata scattata un’istantanea. Con quel ricordo di uno dei tanti momenti di pioggia pregni di significato e con quell’immagine dei due occhi neri di Sonia sotto l’arcobaleno Riccardo riuscì a riprendere sonno; fu possibile solo pensando nuovamente all’acqua e al ruolo che per loro aveva sempre avuto in tutte le sue forme, come aveva appena dimostrato l’episodio sotto il viadotto nella lunga tappa appena conclusasi il giorno prima. Quell’acqua aveva allora, sul valico appenninico, sulle montagne di casa, rigenerato Sonia, che in quel momento era come una batteria che aveva bisogno della ricarica, tanto che Riccardo spesso si era chiesto la ragione del suo anomalo comportamento di proporre ugualmente l’uscita nonostante le previsioni meteo e di sfidare gli elementi. E l’acqua poche ore prima l’aveva ancora una volta riavvicinata a lui, quando sotto quel viadotto Sonia aveva detto che il viaggio era bellissimo. Non lo avrebbe detto se non ci fosse stata quell’acqua rigeneratrice. E quel temporale di Seeboden ora l’aveva riportata a lui con un altro viaggio nel tempo. Il ricordo dà forza all’esperienza del vivere, non importa di che genere esso sia, se bello o brutto: non serve soltanto a imparare, perché non necessariamente ha qualcosa da insegnare; il ricordo serve a conservare il significato dell’esperienza vissuta, ad archiviarlo e a mettere così nella condizione di poter formulare a distanza di tempo altre domande su quell’esperienza che il ricordo stesso ha rievocato. Diede un bacio a lei, che dormiva, si girò e si riaddormentò.

Si svegliarono alle undici del mattino. Non ci fu problema per la colazione, anche se l’ora era tarda. A loro ormai tutto era concesso da quella anziana famiglia affabile e ormai definitivamente ben disposta verso di loro. Alla partenza il saluto della coppia titolare del piccolo albergo fu caloroso, quasi commosso. Ma non era finita. Quando furono accompagnati dal solito ragazzo al garage, trovarono due bellissime rose rosse legate al telaio delle bici. Fu un tocco di delicatezza davvero speciale. E fu un animo altrettanto speciale quello con cui ripartirono per il breve tragitto che li avrebbe portati a Villach, a piedi delle Alpi carniche, che due giorni dopo avrebbero riattraversato per tornare in Italia. In poco più di due ore arrivarono. E trovarono una sistemazione proprio sulla ciclabile, sicuramente senza lo charme di quella di Seeboden, ma decisamente molto comoda in previsione della successiva tappa, che prevedeva un po’ di salita fino al valico di Tarvisio. Videro la scritta Zimmer frei in una casetta sulla ciclabile e senza indugio si fermarono. C’era anche un giardino dove passarono la serata in compagnia della titolare, una simpatica e ospitale signora che parlava benissimo l’italiano, avendo parenti in Friuli, appena di là dal confine, che da lì distava appena 25 km. Gente di frontiera. E storie di frontiera furono inevitabilmente quelle che si raccontarono quella sera.

Il clima tra di loro era ormai diverso. La tensione del viaggio in auto per arrivare a Belluno si era risolta in qualcosa che per Riccardo andava oltre le più rosee previsioni. Non solo. Riccardo temeva che quell’esperienza, se non riuscita, avesse potuto addirittura peggiorare le cose, portando alla sanzione definitiva del distacco, della rottura. Dopo la cena in paese e dopo la passeggiata a piedi in paese, resa breve dai quasi 120 chilometri del giorno prima, che sentivano ancora nelle gambe, si fermarono nel giardino a chiacchierare con la padrona della casa; quest’ultima ebbe di loro l’impressione di una coppia di giovani innamorati, conosciutisi da poco. E lo disse loro francamente. A Riccardo piacque aver dato quell’impressione. A Sonia creò invece un po’ di imbarazzo. Si sentiva frastornata da quanto accaduto in poche ore. Sorpresa lei stessa da quanto accaduto e dal mistero che quella serie eventi succedutisi a ritmo veloce e incalzante in poche ore avesse potuto fare riaccendere quello che fra di loro si era lentamente spento in una reciproca paura. Riccardo, proprio nel momento in cui mesi prima avrebbe dovuto sentire più vicina Sonia, se l’era vista sfuggire di mano. Ma restava sempre quel problema da risolvere, il più difficile, come far sì che si trovasse l’occasione di dare la motivazione reale del viaggio. Ne aveva finora parlato in modo sfuggente con lei. Le aveva detto che gli sarebbe piaciuto fare un viaggio in bici insieme, come per tanti anni insieme o con altri avevano fatto. Aveva detto che era una cosa che l’avrebbe divertita e che non doveva aver paura, perché era forse, tra i due, più allenata lei di lui. Ma non aveva mai avuto il coraggio di dichiarare palesemente quello che Sonia forse aveva già capito. Proprio per questo ammirava la sua energia, la sua alacrità nel voler stare davanti, nel voler dare il ritmo, nel volere avere il controllo di una situazione in cui non desiderava ormai più essere spettatrice, né invitata speciale, ma protagonista. Con questo stato d’animo si apprestarono alla giornata del rientro in Italia, con un po’ di salita fino al valico di Coccau e poi, da Tarvisio, discesa fino a Pontebba. Le rose donate a Seeboden furono tenute bagnate tutta la notte e la mattina dopo, ripreso il loro splendore, poterono essere rimesse nuovamente sulle loro due bici.

Queste ultime erano le stesse da tanto tempo. Erano due mountain bike, scelte apposta perché il tratto della ciclabile delle Dolomiti percorso da Cortina a Dobbiaco era in parte in stabilizzato, in parte proprio sterrato di sassi. Quella che usava Sonia era stata poco usata. Sonia usciva quasi solo con la bici da corsa. Riccardo invece aveva diversi amici con i quali usciva anche con il ‘rampichino’. A lui piaceva usare il vecchio nome italiano dato dall’azienda toscana, che per prima portò in Italia questo nuovo tipo di bicicletta nata negli Stati Uniti. Erano due belle bici, che venivano gelosamente custodite, dopo che ebbero subito il furto delle bici da corsa durante una granfondo, quando, alla fine, mentre si ristoravano ai tavoli con il classico piatto di pasta offerto dall’organizzazione, diverse bici furono rubate, tra le quali appunto le loro due. Sul tubo superiore del telaio le due rose facevano veramente bella figura di se stesse. Riccardo le adorava e le aveva non solo spesso regalate a Sonia, ma, proprio perché non le mancassero mai, ne aveva addirittura piantate di tre tipi nel giardino di casa: ad arbusto classiche di fianco e nella parte anteriore del giardino, rampicanti sulla cancellata fronte strada, tappezzanti sulla bordura del sentiero pedonale che portava alla scala d’ingresso. Per Riccardo quella delle rose non era solo una passione; era quasi un ossessione. Ma sapeva che per Sonia era uno dei regali più belli. Sonia guardava spesso quel fiore così curiosamente abbarbicato alla sua bici bianca, che sembrava valorizzarla di più. Nel segno della rosa e di tutto quello che nei secoli questo fiore, bello ma spinoso, aveva significato sarebbe perciò dovuto proseguire quel viaggio. Il silenzio, dettato dalla salita, dalla montagna, dai vasti alpeggi in quota a cui rispondevano opachi tratti boscosi, dalle tante ormai consuete ‘antinomie’ che entrambi avevano ormai imparato ad accettare come maestre in quella speciale esperienza dalla motivazione nota ma ineffabile, regnò nuovamente sovrano. Solo un esorcismo avrebbe potuto riaprire l’archivio alla pagina dei perché. Più le ore passavano, più difficile sarebbe stato affrontare quell’argomento. Il viaggio li stava guidando; e dal momento in cui Riccardo, inopinatamente, senza alcun preavviso, senza che la cosa fosse mai stata progettata, a Spittal aveva girato per Seeboden, il viaggio imponeva lui le sue regole.

Quinta tappa

La salita, che li portò da Villach a Coccau e al valico, e poi a Tarvisio, dove si fermarono a mangiare, era molto dolce, dalle pendenze che solo nel tratto finale, dopo il paese di Arnoldstein, diventavano maggiori. Del resto di neanche 300 m era il dislivello totale, più o meno come quello che da Cortina aveva portato a Cimabanche nel secondo giorno di viaggio. Una dolcezza del salire che, con il ritorno imperante del sole in cielo, riportò anche un po’ di malinconia nel silenzio con cui affrontarono il rientro in Italia. Quando da Villach la ciclabile girò in direzione sud, era naturale che si entrasse nel clima del ritorno che portava piano piano alla fine del viaggio. Era sempre così. Era stato sempre così in tutti i loro viaggi. Il momento dell’inizio del ritorno era quello della malinconia, in cui si avverte per la prima volta un cambiamento nello spirito con cui si spingono le gambe sui pedali. Eppure della strada da percorrere ce n’era ancora tanta. Sonia aveva ascoltato sempre distrattamente i resoconti di Riccardo. Sapeva che sarebbero dovuti scendere in pianura fino a Udine, o forse solo fino a San Daniele e poi avrebbero deciso come ritornare a Belluno, se in bici o in treno. Per tornare con il treno, sarebbero dovuti scendere fino a Udine; per tornare in bici, a San Daniele del Friuli avrebbero dovuto prendere la strada, non più ciclabile, che attraverso Vittorio Veneto li avrebbe riportati all’auto, nel piazzale vicino al ponte degli Alpini di Belluno. Ma c’era una terza ipotesi nell’aria.

La Carnia. Terra meravigliosa. Non si dovrebbe avvertire la soluzione di continuità nel passaggio dalla Carinzia austriaca al Friuli italiano. Quel valico, quel confine, quello spartiacque ingannano: il nome tedesco della Carinzia, Kärnten, forse ricorda meglio la parentela con la Carnia, la terra dei Carni. Antica tradizione celtica, bastonata nei secoli da tutti, dai vicini reti come dai romani, dai tedeschi come poi dagli slavi. Eppure quella lingua difficile, il furlan, è qui proprio a ricordare, resistendo, questi passaggi e quella debolezza delle sue origini. I celti. Perché le hanno sempre e solo prese da tutti dappertutto? Nelle Gallie, nelle isole britanniche, nell’Europa centrale, in Spagna e Italia settentrionale. Di loro resta qualcosa solo nella fonetica, dicono gli esperti. La signora che li aveva ospitati a Villach aveva a lungo parlato di quelle questioni linguistiche da cui erano rimasti entrambi affascinati. Lei aveva usato quell’espressione e aveva parlato dei celti “ovunque bastonati da tutti”. Era sempre impressa in loro, pedalata dopo pedalata, quell’immagine sotto forma di una metafora: un popolo che a forza di prendere solo bastonate da destra e da manca alla fine piega la testa e si lascia assimilare, perdendo identità, cultura, lingua, tradizioni. Quel dialogo serale nel giardino della casetta sulla ciclabile a Villach aveva fatto sicuramente sentire meno il passaggio del confine, che invece nel paesaggio si avvertiva, eccome. Erano le solite antinomie, regole da accettare così come sono e che impongono all’uomo di rassegnarsi alla sua posizione di elemento tra i tanti nell’ordine naturale delle cose. Ma c’era, al fondamento di tutto questo, anche il problema della natura, dell’identità, non solo di un popolo, ma anche si se stessi: quello su cui Sonia rifletteva. Qual era stato il suo atteggiamento di fronte al mutare delle circostanze della sua vita? Si era lasciata guidare senza opporre resistenza. Aveva lasciato arrivare la bastonate da destra e da manca anche lei. Non si era opposta. Riccardo voleva una prova di coraggio? Un accenno di reazione? Si era chiusa. E chiudendosi si era allontanata, aumentando tra lei stessa e Riccardo quella distanza che sembrava, appena quattro giorni prima, nella prima sofferta tappa da Belluno a Pieve di Cadore, quasi incolmabile. Che cosa era successo? Possibile che fosse bastato salire su una bici per cambiare tutto? Possibile che quella natura, quelle montagne, quei paesaggi, quell’acqua fossero tutti vivi e agissero per lei? Quante volte si era posta quella domanda! Da sempre se la poneva. Eppure, comunque fosse, qualcosa era cambiato. Lei non aveva fatto nulla. Ancora una volta si era lasciata guidare da altri. Riccardo aveva fatto tutto. O forse anche lui si era lasciato guidare come strumento? Tutto era partito da un’idea, quella appunto di mettersi in viaggio per qualche giorno, su tracce in parte già battute, sulle tracce di una memoria che forse poteva fare la sua parte. E l’aveva fatta la sua parte. Eccome se l’aveva fatta! Riccardo era stato veramente bravo. Nel primo giorno le era stato vicino. L’aveva sostenuta come sempre aveva saputo fare. Lei non aveva mai compreso fino in fondo quel suo comportamento, quella sua insistenza a rimanerle accanto anche quando lei chiaramente si stava allontanando. Non era amore per lei. No. Per Sonia era un attaccamento al dolore, al sacrificio e alla sofferenza. Quell’attaccamento che Riccardo manifestava quando sceglieva per le uscite salite che lui spesso affrontava con difficoltà persino maggiori di lei. Non era amore, secondo Sonia. Ma si era sbagliata. Ancora una volta aveva pensato sempre e solo utilizzando solo il suo punto di vista. Riccardo non era una persona comune. Lo aveva capito solo adesso. Riccardo stava realizzando un monumento e lo stava facendo in modo assolutamente disinteressato e altruista. Riccardo stava facendo tutto per lei. Se anche sopra di lui c’era qualcosa che lo muoveva, lui stava assecondando il piano. E Sonia solo adesso lo aveva capito. Aveva accettato tutto. Aveva accettato l’idea. Si era preparata e allenata addirittura più di lui per accettare quell’idea. Ma mai avrebbe pensato che tutto fosse organizzato solo ed esclusivamente per lei. Lo avrebbe dovuto capire il secondo giorno, quando lui, dopo le sue crisi del primo, anziché starle accanto, si era distanziato da lei. Le aveva fatto credere di essere in difficoltà e meno allenato? Aveva recitato la parte per infonderle coraggio dopo le crisi e per farla sentire più protagonista? Per questo l’aveva sempre lasciata davanti? Se era sì la risposta a tutto questo, Sonia ora doveva chiarire tutto e lo fece a modo suo. Quando, dopo la lunga pausa pranzo a Tarvisio, ripresero le bici per scendere, lungo il tracciato di un’altra ex ferrovia, su Pontebba, dove si sarebbero fermati per la notte, disse a lui: “Ora vai avanti tu, Ricky!”. “Perché?” Sonia fece una pausa e in modo apparentemente distratto – come era brava quando voleva dissimulare! – disse: “Perché è giusto così.” Lo disse senza guardarlo, pensando a controllare che le borse fossero ben fissate e ben chiuse, cosa di cui non c’era alcun bisogno, che la catena fosse sufficientemente oliata, che cambio e deragliatore funzionassero bene, e così via. Era giusto così. Era lui quella che aveva fatto il monumento. A lui spettava il primo posto, senza se e senza ma.

Trovarono facilmente una camera a Pontebba in un b&b, anche questo situato in posizione per loro molto comoda, proprio sulla ciclabile e con garage altrettanto comodo per poter tenere al sicuro le bici. Cenarono in una trattoria sotto la minaccia della pioggia che si fece attendere, ma con la temperatura che era sensibilmente scesa rispetto ai giorni precedenti. Non fu una serata come le due precedenti. Il rientro in Italia aveva, per così dire, riportato il tempo indietro. Parlarono di se stessi. E fu la prima volta. Ma non toccarono temi su cui si ci poteva scottare. Andarono indietro nel tempo. Ripercorsero quelle strade a loro già note. Parlarono degli amici con cui avevano già pedalato su quelle montagne tra Cadore, Alto Adige, Tirolo, Carinzia e Carnia. Nel parlarne si avvertiva la sensazione di dover per forza colmare un vuoto: altrimenti lo avrebbe riempito un silenzio che sarebbe stato diverso dagli altri e che questa volta avrebbe potuto incutere paura. Era una sensazione condivisa.

Di notte si scatenò il temporale. Riccardo si svegliò. Sonia no. Svegliatosi, si alzò e andò alla finestra, che era rimasta aperta. La chiuse, rimanendo a osservare i fulmini che illuminavano la vallata. Tanti fulmini. Una specie di tempesta elettrica fu quella che si scatenò in poco tempo. Durò una trentina di minuti. Fu sotto un temporale simile che l’anno prima era iniziato il distacco, mentre ascoltava le parole del suo medico e lo osservava rigirare nervosamente tra le mani i referti degli esami di Sonia. “L’ha presa male, Ricky”. Quella frase risuonava come un’eco fastidiosa dal momento della partenza e si associava in modo quasi beffardo alla bellezza di quei due occhi neri. Ogni fulmine era come se li illuminasse, come se li portasse dentro di lui insieme a quelle parole e là dentro desse vita a qualcosa di insopportabile, di indecifrabile. Il distacco e il ritorno. L’illuminazione violenta e fugace; e il buio. “L’ha presa male”. Gli occhi di lei: lo guardavano anche quando lei non era lì, li sentiva addosso sempre, sentiva da mesi lo sguardo di Sonia puntato su di lui, come una richiesta di aiuto che non si avesse la forza di esprimere e che nell’acuirsi del distacco si affievoliva sempre di più. Tornò a letto. Erano le quattro del mattino. Non riuscì a prendere sonno, se non con grande difficoltà e con un grave peso sull’anima: erano sempre la paura della mancata domanda e quella della conseguente mancata risposta. Perché questo viaggio? Non aveva ancora avuto il coraggio di formulare la domanda; non aveva un’idea di quella che avrebbe potuto essere la forma che avrebbe dovuto prendere la domanda. Perché questo viaggio? Cosa rispondere a quella domanda? Aveva riflettuto tanto. Si era posto nella situazione tante volte. Aveva ipotizzato tante possibili risposte, ma la realtà era quella: la paura lo aveva sempre bloccato. E ora alla paura si aggiungeva il senso di colpa di aver fatto tutto per pietismo e non per amore, o meglio, che lei potesse interpretare tutto quello che stavano vivendo in modo assolutamente meraviglioso, ben oltre le più rosee previsioni della vigilia, addirittura come qualcosa fatto non per amore. Non era più la peggiore della ipotesi. Era convinto, forse ingiustamente; ma lo era. Diverse volte si era alzato dal letto. Sonia respirava profondamente. Quando si alzava, andava alla finestra, come se volesse di muovo l’illuminazione che quella tempesta di fulmini non era riuscita a dare. Alle cinque del mattino Sonia si svegliò. Lui non se ne era accorto. A Sonia era parso di aver sentito un lamento. Non si girò. Sentì lui che aspirava in modo irregolare e nervoso con il naso, come se stesse piangendo in silenzio, senza farsi sentire. Non volle che si accorgesse che si era svegliata e rimase girata, avvolta in una coperta di pensieri. Lui continuava ad ansimare tacitamente. Fu una brutta notte. Bruttissima. Cosa stava succedendo? Tutto quanto era stato fino a quel momento non semplicemente bello, ma addirittura meraviglioso da San Candido fino a lì, fino a Pontebba. Mancava qualcosa, in effetti, a quella bellezza. Mancava la rivelazione di una ragione di fondo, la soluzione di un sentimento di paura, l’ammissione di una colpa per averla consapevolmente alimentata. E anche l’anima di Sonia sprofondò nuovamente in quell’abisso da cui si era sollevava salendo a Cimabanche nel secondo giorno di viaggio e raggiungendo poi felice San Candido. Quando alle otto Riccardo si alzò, si portò dalla parte di Sonia, si sedette sul letto vicino a lei ancora stesa e avvolta nel piumino leggero, le accarezzò i capelli. Sonia stava piangendo. Riccardo continuò ad accarezzarla, senza dire assolutamente niente. E nemmeno lei disse assolutamente niente. Paura. Tanta, tanta paura. Anche quella di ammettere di aver versato lacrime.

Sesta tappa

Al primo posto fu lasciato Riccardo anche l’indomani, quando partirono da Pontebba, dopo la solita lunga consultazione mattutina di planimetrie e altimetrie. L’animo era molto diverso. C’era un complicità nuova e strana negli sguardi che si incontravano dopo quella notte e dopo quelle lacrime rimaste senza la spiegazione esplicita che le avrebbe forse edulcorate. Lacrime fredde. In realtà fu Riccardo a consultare, a riferire, a esporre dettagli. Lei ascoltava, accettava, sempre sorridendo: era, infatti, consapevole del dono avuto e non doveva deluderlo, nonostante tutto. Quello era il monumento della sua vita. Lo aveva fatto per lei e lei doveva dare il meglio. Non doveva pensare a quanto successo quella notte. Doveva concentrarsi sul viaggio e sul significato di dono che stava assumendo. Ora sì che sentiva di aver qualcosa da dimostrare: questa convinzione che tutto fosse stato organizzato solo per lei le fece ritrovare una forza imprevista.

Quando Riccardo ebbe l’idea di tornare a Belluno non più in treno, ma in bici passando dalla val Cellina e scendendo dal lago del Vajont, non solo non si oppose, ma gli avrebbe addirittura dimostrato di essere più preparata di lui. E lo era effettivamente sul piano strettamente atletico: corporatura asciutta, muscolatura tonificata. Era l’idea nell’aria da tempo. Era la terza ipotesi dopo quella del treno da Udine a Belluno e dopo quella del rientro in bici passando da Vittorio Veneto. C’era un dubbio da risolvere: l’apertura della vecchia strada della Val Cellina, che era gestita dall’ente del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane, aveva delle limitazioni. Sonia seguiva Riccardo nella lunga e quasi impercettibile discesa a debita distanza. La pioggia aveva reso viscido l’asfalto e, anche se le bici pesanti per le borse da viaggio e le ruote ‘grasse’ delle mountain bike garantivano sicuramente maggior tenuta, occorreva comunque prestare molta attenzione. E prestare attenzione richiedeva di essere lì con la testa, vigili e attenti, senza deconcentrarsi un attimo. Sonia riusciva meglio di Riccardo in quegli esercizi, quando la mente rischiava di essere presa da altro. Anche per questo aveva preferito stare dietro: lo poteva vedere. Stare dietro era in quel momento per lei il modo giusto per avere il controllo della situazione, come si insegna che dovrebbe sempre fare un genitore, quando esce in bici con un bambino.

Ora anche lo stato d’animo collaborava. Il primo giorno era mancata la testa e l’anima si era lasciata attaccare da forze oscure che non dovevano averla vinta. Il secondo giorno era stato quello della reazione. Il terzo quello della rivelazione. Il quarto quello delle conferme. Il quinto quello della consapevolezza del dono. Ora occorreva il ringraziamento. Il sesto giorno doveva essere quello della riconoscenza nei confronti del dono. Mentre lui procedeva e lei lo seguiva da dietro nella lunga discesa che li avrebbe riportati in piano, Sonia ad altro non pensò che a come manifestare quella riconoscenza. Per il momento si rese conto che l’unica carta che poteva giocare, tra quelle a sua disposizione, era la forza sui pedali e lo avrebbe dimostrato non certamente lì, non certamente nelle tappe in discesa che l’avrebbero portata fino all’imbocco della val Cellina. Dopo lo avrebbe dimostrato, come tutti i ciclisti veri, quando la strada avrebbe ricominciato a salire, questa volta sul serio, perché il dislivello sarebbe stato maggiore di quello affrontato nelle prime due giornate.

Scesero in silenzio fino a San Daniele. Per raggiungerla dovettero lasciare per la prima volta la ciclabile e utilizzare strade secondarie. Il non potersi affiancare aumentò il silenzio e la distanza. Ma Sonia stava bene così. Non era la stessa situazione che si era creata dopo la partenza da Pieve il secondo giorno. Quella distanza e quel silenzio questa volta facevano veramente paura. Non c’era una tattica. Non c’era una deliberata volontà ad attuarli. Erano venuti dal passato. Sapeva da quanto occorso quell’ultima notte che un spirito malvagio dagli abissi del tempo aveva riportato in superficie la paura e con essa la colpa. Entrambi avvertivano una colpevolezza nell’atteggiamento assunto. Il silenzio la aumentava. A San Daniele trovarono facilmente un altro b&b, dove passarono la sera e la notte in un silenzio e in un clima lontani anni luce da quello di Seeboden. Entrambi erano convinti che fosse giunto il momento di gettare in tavola le carte. Ma c’era una salita prima di rivedere l’auto. E prima della salita finale un’altra tappa, con un tratto in salita, che da San Daniele li avrebbe portati al lago di Barcis. Quella salita, che non faceva parte dei piani, assumeva ora un significato davvero speciale. Era stata un’ottima idea quella di non scendere a Udine per prendere il treno per Belluno. Il viaggio doveva risolvere tutto e lo doveva fare fino in fondo, con la fatica, con il sacrificio, con un traguardo, con la montagna che per lui era tanto, ma per lei era tutto. La montagna l’aveva accolta bambina, quando fu adottata. Sulle strade di casa e su quelle salite appenniniche, rese più ardue dall’aridità del paesaggio estivo, dagli alvei asciutti, dai prati gialli e bruciati dal sole, aveva fortificato il corpo. Da quella forza nelle sue fibre, da quella forza che solo la natura le aveva dato, erano venuti i successi nel lavoro, nello sport, l’amicizia, l’amore. La montagna aveva segnato sempre le tappe della sua vita. La montagna non poteva non lasciare un sigillo finale anche a quel monumento che le era stato donato in modo così semplicemente meraviglioso. Ma soprattutto la montagna non poteva assolutamente restare quinta inerte di un dramma interiore che solo lei avrebbe, probabilmente, potuto risolvere. Per questo, la notte passata a San Daniele, ai piedi delle montagne, in fondo alla lunga discesa dai contrafforti alpini della Carnia, in un b&b sul fiume Tagliamento, fu ancora peggiore di quella trascorsa a Pontebba. Riccardo sentì Sonia piangere prima di addormentarsi. Poi venne la crisi d’ansia. Le lacrime divennero inconsolabili e facevano male a tutti e due. Riccardo la accarezzava e la baciava, la baciava e la accarezzava, senza sosta, ma più lo faceva, più lacrime uscivano beffarde e maligne da quegli occhi neri da cui tutto era partito e in cui nulla sarebbe mai dovuto finire. Sonia si placò alla fine. Uscì dalla camera. Arrivò fino al fiume e rimase lì a lungo, seduta con i piedi nudi sull’erba, le braccia attorno alle ginocchia e lo sguardo rivolto alle ombre dei monti che l’oscurità stava lentamente nascondendo alla vista. Riccardo, dopo aver più volte asciugato quegli occhi, fu tentato di riprendere quel canto popolare russo. Le mani afferrarono il tablet, ma lo lasciarono alla fine dov’era. “Occhi neri, vi amo così tanto, vi temo così tanto, di sicuro, vi ho visti in un’ora sfortunata.” Erano le ultime parole della prima strofa della struggente ballata russa, quelle che non avrebbe voluto sentire. E invece a quelle puntualmente andò l’anima. Sonia era attratta dal quel testo. Ma Riccardo non aveva mai capito fino in fondo quell’attrazione; non gli mai stato ben chiaro quanto quel canto la riportasse a lui piuttosto che alle sue radici; sicuramente per questo aveva ritratto le mani. Sonia rientrò. Gli si fermò di fronte, gli diede un bacio e gli disse: “Grazie, Ricky.” Riccardo avrebbe avuto mille parole che ribollivano in gola, ma nessuna di esse ebbe la forza di uscire. Dall’ampio letto del fiume si diffondeva e si posava sulle poche case sparse l’umidità della notte, molto diversa da quella che era salita dal lago a Seeboden ed era penetrata con tale forze nelle loro anime. Acque diverse. Altre antinomie di quelle montagne. Tutto rientrava sempre nell’ordine naturale delle cose, in un modo o nell’altro, anche a tradimento.

Settima tappa

Sarebbe stata breve la tappa successiva, la settima, appena una quarantina di chilometri, ma gli ultimi erano in salita. Quegli ultimi chilometri andavano affrontati sulla vecchia strada della val Cellina, che finalmente consentiva di evitare la lunga galleria del nuovo tracciato. C’erano degli orari e delle date per poterla affrontare. Riuscirono a passare. Fu di una bellezza straordinaria come esperienza. Era quello che ci voleva: immergersi nuovamente nella montagna vera, assaporare il bosco, vivere i silenzi, dare all’anima il paesaggio che lei semplicemente aveva sempre richiesto. Riccardo si comportò come alla partenza da Pieve il secondo giorno: lasciò Sonia davanti, ma lo fece solo quando la strada iniziò a salire. Sonia accettò la decisione, che faceva del resto parte anche delle sue intenzioni. Sapeva che stava arrivando il suo momento. Doveva dimostrare di essere degna del dono e di poter dare una soluzione al sentimento di paura che li aveva invasi prima nella discesa da Pontebba, poi in quell’ansia ridestatasi a San Daniele. Riccardo pedalava avendo sempre nella testa l’eco di quei fulmini della notte di Pontebba e la vista di quegli occhi inconsolabilmente feriti in quella di San Daniele. E con le note di quel canto e di quei due meravigliosi occhi neri che non lo abbandonavano mai.

Nonostante il ridotto chilometraggio di quella frazione, arrivarono stanchi. Trovarono una camera a Barcis in una vecchia ma caratteristica casa di paese. Si accontentarono di una sistemazione semplice. Non cercarono nemmeno, da quanto erano stanchi. Al primo cartello si fermarono. Sette giorni sui pedali cominciavano a farsi sentire e Riccardo nutrì dei dubbi sul fatto che riuscissero a salire fino alla diga del Vajont. Lo disse apertamente a Sonia. Lei non rispose subito. Stavano togliendo le borse dalla bici nel garage della casa, quando lui espresse il dubbio. Sonia era stanca. Ma non voleva apparire tale. A Riccardo ovviamente non era sfuggito che Sonia nell’ultimo tratto di strada aveva sensibilmente rallentato il ritmo. Anche il volto era per la prima volta provato. Sonia finì di smontare le borse dalla sua bici e poi disse: “Adesso forse le gambe darebbero una risposta, la testa un’altra. Domani mattina vedrai che tutto l’insieme sarà d’accordo.” Quelle parole furono dette con un accenno di sfida. Era l’atteggiamento di Sonia prima di ogni uscita. Era l’antico spirito agonistico, che non cessava di farsi sentire, nemmeno nei momenti più impensabili, e che già in altre occasioni Riccardo aveva potuto conoscere. Ma questa volta non fu da lui avvertito come un bel trattamento. Si sentì schiaffeggiato da quelle parole, in cui avvertì quasi una necessità di difendersi.

Riccardo e Sonia non erano così inesperti da non immaginare che una crisi di fame o di stanchezza potesse arrivare anche all’improvviso. L’indomani sarebbe stata l’ottava e ultima giornata sui pedali. Da Barcis sarebbero saliti al Vajont e da lì scesi su Longarone, da cui avrebbero ripreso in senso opposto la ciclabile del Piave che avevano percorso il primo giorno. Riccardo era preoccupato e per tutta la cena, che consumarono in una trattoria del paese, non lo nascose. Sonia restava in silenzio e la sua mente nuovamente non era lì. Riccardo parlava del percorso, guardava su internet come al solito altimetrie e planimetrie, contava chilometri e dislivelli totali e parziali. Ma Sonia era altrove. Riccardo lo notò. Era la stessa meravigliosa Sonia che vedeva di spalle, seduta per terra, rivolta al fiume e ai monti, abbracciata alle proprie ginocchia, con i piedi nudi sull’erba.

Sonia stava arrivando alla meta. Pensò alle due crisi che aveva avuto il primo giorno e alla caduta provocata dalla seconda. Ne aveva ancora le tracce sul corpo. Pensò a cosa aveva provocato quelle crisi. Pensò ai dubbi che l’avevano assillata, quando si era lasciata guidare e aveva concesso passivamente a Riccardo la guida della situazione, sia all’inizio del viaggio, sia prima durante la sua organizzazione. Ma pensò anche ai meravigliosi momenti goduti a San Candido, Seeboden e Villach. Pensò a quella pioggia del terzo giorno che aveva impresso una direzione nuova a tutto. Pensò al dono, mai rivelato nella sua sostanza, nel suo significato. Pensò soprattutto a come si era prefissa di manifestare la propria riconoscenza: con la forza celle gambe. Non poteva assolutamente cedere adesso. Si chiese se quel viaggio stesse diventando una pretesa eccessiva e si chiese soprattutto se quanto accaduto nelle tre sere da San Candido a Villach fosse stato un breve sogno, svanito nelle lacrime della notte di Pontebba. Si chiese soprattutto cosa fosse per lei quel viaggio di cui aveva accettato senza discussione ogni dettaglio. Ma al di sopra di tutto c’era una domanda, sempre quella domanda. E a quel punto veniva la paura. Veniva perché affrontare quell’argomento significava costringere Riccardo a entrare in una regione pericolosa, in un territorio ostile, che lei aveva finora gelosamente tenuto chiuso e segreto: il territorio oscuro dominato dal dolore. Solo lei ci poteva entrare quando e come voleva. Come si può essere così ingrati, nel momento in cui ci si propone la manifestazione della riconoscenza, dal far precipitare in un abisso di dolore chi ti ha fatto un immenso dono d’amore? Era come trovarsi in un vicolo cieco. Si dove andare avanti nella paura, perché si sapeva che al confronto con l’altro era ormai impossibile sfuggire. Sonia rimase in silenzio per quasi tutta la serata. Dei due era sempre la meno loquace. Riccardo verso la fine della cena, quando per la stanchezza nessuno dei due fu nemmeno sfiorato dall’idea di una passeggiata sul lago, per l’ennesima volta le chiese, con molta delicatezza, se fosse proprio convinta di andare avanti. Sonia ovviamente fu irremovibile. Riccardo naturalmente la conosceva e non si stupì. E fu così che, come a bruciapelo, le disse: “Hai due occhi che si mangerebbero il mondo intero.” Sonia non se lo aspettava. Riccardo era molto amorevole, molto servizievole, forse anche troppo qualche volta, ma raramente riusciva a essere romantico con le parole. Lo sapeva essere con i gesti, come aveva ampiamente dimostrato a Spittal-an-del-Drau, quando ebbe l’idea improvvisa di andare fino al lago e di cercare quel piccolo albergo a Seeboden. Perciò Sonia fu stupita da quelle parole. Era una persona nuova quella che stava conoscendo? C’era sempre stata al suo fianco e lei mai se ne era accorta? No. Non era possibile che un viaggio potesse tanto. Eppure qualcosa era successo. No. Non qualcosa. Era successo tanto. C’era stata in quei giorni una comunicazione delle anime che avevano usato come strumento il corpo, la fatica, la strada, il paesaggio, la montagna, il caldo del mezzogiorno e la pioggia della sera. A quel comunicazione lui era stato attento evidentemente. Sapeva coglierne le sfumature, che lei evidentemente non aveva voluto cogliere. Non c’erano solo una domanda e una risposta che facevano paura. C’era anche un complesso percorso che portava a quella domanda e a quella risposta e di quel percorso il viaggio che si stava concludendo era solo un momento, un punto insignificante. Lui aveva studiato tutto quel percorso nella comunicazione, nel dialogo tutto spirituale affidato soltanto agli occhi,all’ascolto, all’amore per la montagna, l’aveva lasciata andare avanti quando voleva studiare, pensare, leggere le tracce di quell’indefinibile forma di comunicazione. E questo era molto bello. Per Sonia era un insegnamento ulteriore che le veniva da una persona che sicuramente – sì, lo doveva ammettere con se stessa – non era certo eroica ed eccezionale, perché anche Riccardo aveva commesso tanti errori, anche lui aveva ceduto alle paure, ma sapeva capire delle esigenze che non erano convenzionali e scontate. E quel viaggio non era certamente convenzionale, né tanto meno scontato.

“L’affetto apre l’ingegno e rende luminose le menti”: quella frase di Niccolò Tommaseo, decisamente singolare in quel contesto e forse trovata su internet, era nell’originale menu, che fu loro dato nella trattoria: una tavoletta di legno, su cui era attaccato con un chiodino un cartoncino anticato su cui era stampata la scelta dei piatti. In fondo, in calce, la frase dello scrittore dalmata. Sonia puntò quasi distrattamente l’indice della destra su quella frase, indicandola a Riccardo. Ma nessuno dei due disse nulla.

Ottava tappa

Appena una cinquantina erano i chilometri che li separavano dalla loro auto parcheggiata a Belluno. In mezzo c’era una montagna, che l’uomo aveva saputo rendere cattiva. Partendo alle otto del mattino, Riccardo contava di essere in due ore allo scollinamento di Erto e del Vajont e in altre due ore, forse meno, a Belluno. In realtà sarebbe occorso molto più tempo. Circostanze, che solo fino a un certo punto potevano essere ritenute impreviste, lo imposero. Riccardo sentiva che quella sarebbe stata una giornata, se non decisiva, importante per il suo progetto. Nella sua idea non c’era altro che far divertire Sonia con un’esperienza che le potesse piacere, nella speranza di arrivare a un riavvicinamento. Non aveva assolutamente mai aspirato ad altro, quando a casa progettava tappe, consultava carte e siti internet, per farsi venire delle idee. Perciò lui per primo si sentiva come frastornato, quando pensava alla direzione che gli eventi avevano preso dalla fine del secondo giorno di viaggio. Si sentiva come in una discesa senza freni, incapace di imprimere alla corsa una svolta, un freno, una sosta. Non solo non si sentiva in grado di controllare quegli eventi, ma l’idea di imprimere ad essi una direzione diversa era il motivo di quella paura, che aveva iniziato ad avvertire sin dalla partenza da Pieve di Cadore. Partirono con ritmo assai blando, silenziosi entrambi. La novità di quella giornata fu la solitudine in cui viaggiarono: pochissime auto, traffico quasi inesistente, come se il paesaggio e la natura avessero deciso di destinare quel percorso solo a loro due. Era il contesto adatto al chiarimento, alla formulazione della domanda e alla forza di trovare una risposta. Quella domanda era nell’anima da sempre, da quando era nata l’idea. Quella domanda aveva attraversato le loro anime, ogniqualvolta decisero di affrontare il tema del viaggio, per trattare di alcuni dettagli, per discutere altimetrie e planimetrie, ma senza mai andare all’origine, alla motivazione vera che aveva fatto nascere tale idea. Era la paura che aleggiava sopra quella domanda a imporre le reticenze e le conseguenti complicità, che si manifestarono nell’emozionarsi alle note del canto russo, nel ritorno all’albergo di Seeboden, nel dono delle rose lì ottenuto, nel viaggio che quelle due rose avevano fatto insieme a loro, appassendosi proprio quando, con la notte di Pontebba, i fulmini illuminarono di nuovo paesaggi che erano stati cancellati, tenuti lontani, forse erroneamente cancellati e tenuti lontani sia dai sensi, sia dai sogni. Non si poteva procedere senza avere chiara la condivisione di un traguardo. La salita alla diga del Vajont fu lenta e faticosa, non tanto per le pendenze, quanto per il nervosismo di un tracciato in brevi e ripidi strappi si succedevano a tratti in falsopiano. Quei brevi e ripidi strappi che non sarebbero stati un problema senza le borse, non sarebbero stati un problema se affrontati all’inizio e non alla fine dopo otto giorni sui pedali, non sarebbero stati un problema senza la paura che aleggiava nell’aria tutt’intorno a loro due. Persino l’affiancarsi di Riccardo a Sonia e il suo sorriderle silenzioso, per incoraggiarla e al contempo controllarne l’affaticamento, faceva distintamente avvertire quella paura. Non si può andare avanti così, pensava Riccardo. Ma non si può nemmeno bloccare tutto prima della salita. Sonia vuole dimostrare di essere un leone fino alla fine. Lasciamola fare. Siamo quasi alla fine. È giusto che le sia concesso. Il dono è per lei. Riccardo la seguiva. Lui si era coperto con manicotti e gambali, perché quel giorno nelle prime ore della giornata la temperatura era bassa, più di quanto non fosse successo le altre mattine. Ma Sonia no: lei era in calzoncini e mezze maniche, come sempre, come sotto l’acqua a San Candido, quando lui si coprì sotto il primo acquazzone, ma lei no: sangue russo infondeva fuoco a quegli occhi. La seguiva con tanta preoccupazione. Non esisteva un paesaggio intorno a loro. Quel paesaggio era meraviglioso, ma non entrava nell’anima, non si percepiva con i sensi. Quel paesaggio appariva adesso, per la prima volta, una quinta inerte, quasi inappropriata, troppo bella per essere protagonista della loro vicenda. Tante furono le soste: per rinfrescare le borracce, per bere, per riposare. Lento, molto lento fu l’attacco di quell’ultima tappa. Dopo il paese di Erto e dopo la diga, all’inizio della discesa dovettero fermarsi. Il vento forte, che saliva però caldo dalla sottostante ampia vallata del Piave, imponeva comunque di coprirsi. Erano sudati. Andava fatto. Estrassero l’antivento dalla tasca laterale delle borse e l’indossarono entrambi. Ma, al momento della partenza, Sonia ebbe come un accenno a parlare. Non uscirono parole. Riccardo le si avvicinò, le accarezzò il viso e la baciò, mentre il vento portava i capelli sciolti di lei ovunque, anche intorno a lui. Non ci furono le attese parole da parte di Sonia. Riccardo la guardò fisso in quegli occhi che erano sempre di più fonte di malia. Non ci furono parole per lunghi interminabili minuti.

“È tutto andato ben oltre il previsto. Non credi?” chiese lui all’improvviso, trovando la forza per rompere il silenzio sempre più intriso di complicità. Quella consapevolezza, che, come in una partita di tennis, era stata oggetto di un lungo palleggio, ora richiedeva di forzare i colpi o di provare l’attacco a rete.

“Non si può rispondere, se non si sa che cosa era il previsto.” Era lo stile di Sonia. Ribaltare le domande per non dare le risposte. Ma era lei che doveva fare la domanda, non lui. Riccardo non ribatté. Non forzò la situazione. Le accarezzo con due dita le labbra. Gli occhi neri sorrisero. E tornò alla sua bici. E Sonia alla sua. Si prepararono alla discesa. Avevano perso tanto tempo. Dovevano arrivare a Belluno e poi caricare le bici, per ritornare immediatamente a casa. Ma la domanda era sempre lì, sospesa in quel vento che curva dopo curva, scendendo su Longarone, progressivamente scemava.

Da quel momento in poi la discesa a fondovalle e il rientro a Belluno furono una fuga, non un arrivo, non la conclusione di un viaggio. Era la fuga da quella responsabilità: incuteva ormai una paura che era arrivata ben al di sopra delle loro possibilità. Nello sguardo reciproco, che spesso e fuggevolmente si era incrociato tra di loro, il messaggio non detto era quello: “Non ce la faccio. Non riesco a chiedere.” – “Non ce la faccio proprio a rispondere.” Riccardo al termine della discesa si era messo davanti e aveva detto: “Stammi in scia! Facciamo prima.” Aveva trovato nelle gambe una forza insperata per quella che sarebbe stata la volata finale e il ritorno all’auto: una fuga.

Non ci fu più il tempo per formulare quella domanda. Le occasioni perdute non era più possibile riproporle. Riccardo attese. Nel silenzio generale, mentre i pochi presenti assistevano all’atto finale, estrasse un foglio. Il sacerdote comprese e gli lasciò la parola. Riccardo non si avvicinò alla fossa in cui la cassa era già calata. Si voltò dalla parte opposta. Alzò lo sguardo in alto e disse a voce bassa: “Era scritto a chiare lettere. Tu sapevi. Io sapevo. Nessuno di noi due osò. Ti avresti voluto chiedere perché facciamo questo viaggio. Ma hai avuto paura. Io avevo ancora più paura di te, nel caso tu mi avessi rivolto la domanda. Abbiamo viaggiato nella gioia e nella paura, nell’amore e nel dolore. Ma ora la paura non c’è più; c’è solo la gioia; il dolore non c’è più, resta solo l’amore. Per questo posso rispondere finalmente: volevo solo fare il dono che non ero mai riuscito a fare. ‘Occhi neri, occhi fiammanti, mi attirano verso terre lontane, dove regna l’amore, dove regna la pace.’ Non potevo dire che era l’ultimo dono e non era giusto che te lo dicessi. Lo avevi già capito.” Così finì la fuga. Come era giusto che finisse: con una grande volata. E vinse Sonia. Aveva sempre vinto lei. Era lei la più forte.

© 2018. Stefano Tramonti

Il tempo della poiana

Ho portato al traguardo con lui viaggi anche di una settimana, non solo in due, ma anche in piccoli gruppi, dalle quattro alle sei persone. Viaggiare sui pedali con lui non era solo un modo per noi, i pochi suoi amici, di riempire il suo mondo, che noi, erroneamente e troppo superficialmente, ritenevamo dominato dalla solitudine, e di ridare energia alla sua vita, che per noi era un’esistenza malinconica, indelebilmente segnata da una perdita. Andare con lui era, e qui parlo per me, un arricchimento, soprattutto nel momento in cui, dopo il viaggio andavamo a trovarlo, non nella sua casa piena di libri, ma, come alcuni di noi spesso dicevano, nella sua biblioteca che gli serviva, al bisogno, anche da casa. Ci offriva un caffè, sempre molto forte, e ci costringeva così a ripercorrere, a modo suo, un viaggio di più giorni o anche solo un’uscita di mezza giornata nel nostro paesaggio di terre basse, quello che chiamò in un suo racconto ‘lo specchio delle meraviglie depresse’. Erano momenti in cui non si riusciva a parlare. Parlava lui. Narrava. L’atto dell’ascoltare era come leggere un libro. E allora si capiva che quei viaggi non riempivano nessuna solitudine e non combattevano alcuna malinconia. Alcuni amici comuni lo paragonavano a una specie di Andrea Sperelli. E la cosa mi faceva sorridere. Uno di loro mi disse che si sentiva al suo cospetto come la Sfinge con Edipo, quella del quadro di Moreau. E lì sorrisi meno, perché non era andato lontano dall’impressione che ricevevo da quelle visite. Ma non era quella la chiave di lettura. No. Non c’era spleen, non c’era sterile abbattimento decadente in quelle parole, non c’era compiacimento nella bellezza puramente simbolica della parola in sé, non c’era affatto la convinzione di vivere quella casa come un nido di sogni; quando andavo a trovarlo, l’impressione, con la quale uscivo da quella casa, era proprio quella di aver ripercorso con l’anima e con leggerezza un’esperienza che prima avevo vissuto con il corpo e con fatica. Capivo il senso di quella fatica. Davo un significato al profondo e antico concetto di sacrificio. Mi rendevo conto che la natura, in cui il corpo aveva faticato spingendo sui pedali tra fango e sabbia, diventava un tempio in cui l’anima si risollevava tra icone e simboli, che trascendevano quel fango e quella sabbia. Alla fine tutto tornava a lei, che diventava lo specchio di un viaggio che lui non aveva mai compiuto, il viaggio progettato e mai veramente partito, l’idea nata e deceduta nel sogno. Lei era ovunque in quella casa: visibile nelle foto e nei quadri che lui ogni tanto realizzava, viva nel respiro che ovunque si avvertiva. Ma lei era soprattutto in me dopo i suoi racconti su quelle due poltrone, in mezzo alle quali era una piantana con doppia luce, una da lettura rivolta in basso e una da ambiente rivolta in alto. Lui ti invitava a sederti su una delle due, si sedeva sull’altra e, contrariamente a quanto sarebbe stato logico, non accendeva mai quella delle due luci che illuminasse la stanza, ma quella che, puntando in basso, illuminava lui, come se avesse in mano un libro, che non aveva, perché in quel momento era lui il libro. E allora lei era viva, assumendo ogni volta una forma diversa, attinta da quel paesaggio che per lui era un tempio, dove tutto aveva il suo posto assegnato, in compiuta armonia con il grande ordine naturale, cosmico. Quel giorno avvenne però qualcosa di speciale in questa metamorfosi che nelle sue parole lei finiva sempre per vivere. E non uscii soltanto arricchito da quella stanza piena di libri, ma per la prima volta ripresi la via di casa con un’intensa commozione, che mi avrebbe pervaso e trattenuto a lungo.

Le zanzare mi assalivano e mi torturavano, appena mi fermavo. Pedalare in pineta è metafora del vivere: se ti fermi, forze oscure ti assediano. E non ti mollano più. Andavo avanti, senza pensare. Anche pensare significa tornare indietro e tornare nel dolore, nella misura in cui non esiste un futuro, ma solo un passato in quei pensieri. Un passato. Ma quale passato? È impegnativo rispondere. So bene di che passato si tratta, ma si tratta di un tempo segreto, di una serie di esperienze assolutamente individuali e particolari, che, come tutti i dolori dell’anima, arreca tristezza e quella dolce malinconia, in cui può essere anche gradevole cullarsi. Andavo avanti, dunque, senza pensare. O almeno, impegnato in un esercizio di autopersuasione di non pensare. Infatti, non era così che stavano le cose. Pensavo. E pedalavo. Al manubrio era segnata una velocità di 27 km/h: volavo, non pedalavo. Volavo in un paesaggio che aveva quei colori e quei tratti che qualcuno forse direbbe di fiaba. Probabilmente è così. Ma non per me. Volavo in un paesaggio in cui altri esseri, non umani, partecipavano di una ciclicità naturale, che le ruote della bici beffardamente e ignobilmente tentavano di richiamare. Anche in modo puerile. Andavo avanti, convinto di non pensare, ostaggio di quel paesaggio di pinete e valli, che da noi, dove le uniche salite sono gli argini dei fiumi e i cavalcavia, sono le paludi. Mi hanno aggredito in tanti, i benpensanti del turisticamente corretto, quando, in alcuni miei scritti, definii quel paesaggio ‘le depresse bassitudini padane dei ravennicoli’, oppure più semplicemente ‘lo specchio delle meraviglie depresse’. Non riuscirò mai a capire perché, a parole, si combatta tanto l’ipocrisia, ma poi, nei fatti e con i comportamenti della vita quotidiana, se uno dice quel che pensa, lo si deve mettere alla gogna. Coda di paglia? Tacita ammissione che quella è una scomoda verità da trattare come la polvere con il tappeto? Pedalavo, volavo sui sentieri scavalcati da radici e pruni, preso ora da questo lacerto di memoria. Un altro tassello di quel passato. Vorrei avere una redazza in mano e lavare via tutto da questo ponte immondo di ipocrisia. Eppure, come un fastidioso tinnito, i pensieri risalgono, rosicano, attraggono attenzione e impediscono di guardare un futuro che ormai è solo vacua utopia, una chimera dalle ‘primavere spente’ e dai ‘mitici pallori’, come ricorda il poeta a metà strada tra Romagna e Toscana, così caro a me, che in quella condizione sono nato e da sempre vivo. Le bassitudini non sono brutte. Le bassitudini sono depresse, perché basse; cosa c’è di così strano? Ciò che è basso è umile e depresso. È nell’ordine naturale delle cose. Gli abitanti di questa città derivano da quelli che anticamente abitavano in un centro costituito di canali e di ponti, che collegavano isolotti tra le valli, cioè le paludi; abitavano in palafitte, come palafitticoli. Cosa c’è di male nel richiamare la verità storica di un paesaggio la cui ricchezza erano enormi pantegane e sonori, alacri, vivaci ranocchi? Ma giochiamo con le parole e vediamo il male solo dove vogliamo vederlo, anche se non c’è nell’intenzione di chi quelle parole ha usato. E così, per non aver usato il turisticamente corretto nella città che è parte del divertimentificio nazionalpopolare e che per questo rinuncia alla sua storia, fui minacciato di essere cacciato da un gruppo molto, troppo politicamente corretto. Non ci ho pensato due volte: me ne sono andato per primo io stesso. Avanti, procedevo sempre più spedito con il vento del passato in poppa che spingeva fuori del bosco, nel giallo maestoso dei campi di colza in fiore, dove lei mi attendeva, con la solita fiducia, il valore della chiaroveggenza, che i nostri antenati etruschi e italici, poi romani, le riconobbero, latrice di messaggi dal mondo sotterraneo, tramite spirituale che va oltre gli eventi terreni, oltre la creatività, oltre la saggezza e anche oltre il coraggio, oltre l’indomita fierezza, nel fuoco, elemento a lei congeniale. A lei le mie radici diedero un grande significato e chi non conosce quelle radici non sa cosa si perde nel contatto diretto che solo questo paesaggio di depresse bassitudini consente. Si alzava dall’acqua della valle, a destra, con voli radenti nella sua grande apertura alare e il suo manto nerastro dominava, a sinistra, possente dall’alto il giallo dei fiori di colza. Tracciava figure nel cielo che l’aruspice avrebbe letto e interpretato, figure circolari, alla ricerca della preda. A lei le mie consapevoli radici diedero nello sguardo attento una forza che impresse sicurezza al suo volo. E la grande poiana scese, e sparì tra gli steli fioriti. Provai a scendere nella storia, in quelle radici; provai a interpretare quel segno di sicumera, ma mi fermai, nel sole che devastava la vista fuori dell’oscura pineta. Provai a sentirmi lassù, a leggere quelle tracce, a istituire connessioni con eventi, a volare emozionato nel sogno, condividendo la sua libertà e la sua fierezza. Ma non fu possibile. Il passato passa solo quando vuole, solo se vuole; se non vuole, non passa; e se non passa, pesa come un macigno che impedisce di presagire, di sognare, di emozionarsi. Il viaggio doveva continuare come immemore di una meta, nel sole che brucia, che inaridisce, che uccide dissetando lentamente ogni forma di vita, fuori da quell’oscurità, che prima, nella selva di pini e farnie, dava sicurezza. Ora non più. Nel sole senza confini non c’è più alcuna sicurezza; c’è solo paura. Il viaggio procedeva così, inevitabilmente insicuro, alla ricerca disperata di quella fiera certezza, che avevo per un attimo immaginato lassù, tra due grandi ali distese nell’azzurro.”

Accanto a lui condividevo in silenzio, partecipando commosso al racconto. Era proprio come se leggesse seduto sulla poltrona. Ascoltavo seduto su un’altra poltrona. Tra di noi la piantana con la luce da lettura accesa su di lui. Narrava come leggendo, con tono rilassato, sintomo di profonda consapevolezza. Il viaggio procedeva nella solitudine di uno spazio divenuto ostile, sguaiato. La commozione dell’anima mi riportava alla valle incantata di Musil, ai paesaggi del Fèrsina, al contatto evanescente con Grigia, all’estinzione del protagonista che vede terminare il suo viaggio terreno, ma resuscita nel paesaggio dell’anima, incantata come la valle. “Grigia era anche la poiana”, furono le parole con cui ebbi la dimostrazione di quanto le nostre menti ormai fossero sulla medesima lunghezza d’onda. Egli, infatti, nel suo narrare si sentiva imprigionato nel terreno e temeva che quello stesso suolo potesse da un momento all’altro aprirsi in una voragine, da cui i mani lo catturassero e lo riportassero nel loro mondo di memoria, nei loro fasti di dolore. Era costretto ad andare avanti, perché la meta, lo sapeva, era oltre quei campi, oltre quelle valli bruciate dal sole, là dove lei, la saggezza che prevede e quindi provvede, aveva indicato il cammino. Proseguì con l’intendimento di ritrovarla, di rivederla, di riassaporare per un attimo il sentimento fugace di una libertà mai pienamente goduta da un’anima invischiata nei legacci e nelle reti della memoria. Avanti. Avanti nel sole che brucia la vita, avanti nella luce che offende i precordi, avanti nella piana tra acque salmastre e terre argillose che tolgono sicurezza e fiaccano ogni certezza. Ma avanti comunque. C’è uno stimolo. C’è uno spiraglio.

Il viaggio nello spazio, sempre più confuso con il tempo, lo riportò a lei, che ora prese le forme di una divinità orientale, concreta, reale, corporea, che si manifestò come tra le nebbie del Wandererdi Friedrich, in una natura primigenia, selvaggia, ma non tanto da non permettere l’accesso a chi ha sete di conoscerla e amarla, con l’imperativo della stessa passione interiore del Wilhelm Meister, ma anche con la malinconia seduttrice dei liederdel Winterreise. Quella natura era adesso infida. L’esperienza che di essa stava vivendo era dolore e sacrificio, un prezzo necessario da pagare. Ascoltavo e mi lasciavo coinvolgere, mentre il mio sguardo vagava libero tra gli scaffali della sua libreria che tappezzavano tutta la stanza, e non solo quella. Lì nasceva quello spirito indagatore che combatteva contro la schiavitù della memoria, ma lì nasceva anche la parte libera di quello spirito, che da quelle letture cercava anche di prendere le distanze alla ricerca dello stimolo, di quellostimolo e di quellospiraglio, che aveva appena intravisto.

Seguivo la sua narrazione, svanito tra evocazioni di illusioni romantiche e di delusioni decadenti. Il corpo, che evocava lacerti di una memoria mai sufficientemente sbranata dalle aggressioni della ragione, iniziava ad avere le prime avvisaglie di fatica; ma l’anima gli dava il carburante necessario per procedere, colpo di pedale dopo colpo di pedale, sul terreno instabile per la sabbia che si confonde con la terra, per l’acqua che si confonde con i coltivi. C’era qualcosa che lo aveva riportato alle radici da ricercare, a una visione da ritrovare. Aveva spesso pensato che la storia fosse come una marionetta nelle mani di due persone, Tempo e Spazio. Lui ora viaggiava nello spazio vincendo la forza del tempo e contemporaneamente viaggiava nel tempo combattendo con le asperità dello spazio. Senza quelle due forze non si procedeva. Era il senso della storia: un viaggio senza un fine. Ma qualcuno c’è che lo conosce. E qualcuno c’è che lo può interpretare. Da tempo era convinto che la spiegazione non fosse da ritrovare più nei libri, nei saggi, nelle ricerche erudite; la risposta andava cercata lì; per quello compiva quei viaggi, complemento necessario delle sue letture: per avere delle risposte dal rapporto diretto tra tempo e spazio. E quali ambienti più di quelli potevano dare quelle risposte? Lì si procedeva sul discrimine tra tenebra e luce, tra terra e acqua, che si trattenevano a vicenda. Lì c’era una forza che poteva interpretare la memoria e dare un senso alla domanda sulle radici. Il dolore del viaggio era il prezzo da pagare.

Una grande poiana ne sarà il premio: la chiaroveggenza, il disvelarsi del fine, il perché di un supremo giudizio. Così vollero i nostri antenati. E così sarà, se sapremo di nuovo interpellarla, se vorremo interpretarla, se avremo la capacità di capirla, l’umiltà di amarla. Solo allora l’anima spiccherà con lei il volo della libertà. E solo allora l’ipocrisia di chi non accetta la verità e preferisce celarsi dietro vacue identità mediatiche sarà stanata. La libertà è lassù, va compresa in quei disegni perfetti, in quei cerchi tracciati nello spazio azzurro come con un compasso, grazie alla forza del tempo che riporta sempre alle radici e al sapere antico di chi seppe a quel volo dare un significato. Lo voglio anch’io. Avanti, che il viaggio non finisca di essere domanda e ricerca, che sappia vincere dubbi e ostacoli, che sappia coniugare pineta opaca e valle aprica, che sappia amare le sapienti ali, distese nell’azzurro, di una maestosa poiana.

Abbassò gli occhi su una foto di lei, sui suoi lunghi capelli neri, che raccolti in una coda di cavallo, facevano risplendere un viso nel quale, in contrasto con gli occhi neri e la carnagione scura, la potenza del sorriso trionfava come la luce della luna in quelle tenebre che gli davano fiducia sulla sella della bici. Quel sorriso aveva la forza di una clematide in fiore tra gli arbusti della pineta. Lo vidi piangere, per la prima volta. Era quella la sua vittoria. Aveva vinto. Aveva visto la sua grande poiana. E con la sua narrazione l’aveva rifatta finalmente sua. Ci alzammo. Mi accompagnò alla porta tenendo in mano un album di foto, come si faceva un tempo; in mezzo alle pagine, piene di foto di lei, c’erano dei fogli, stampe di altre foto; mi diede una di quelle stampe. Era lei, la grande poiana, che aveva fissato in uno scatto, nell’attimo del volo. Da quel giorno le nostre uscite in bici ebbero un significato diverso. Imparai a guardare avanti e soprattutto imparai che per farlo, bisogna inevitabilmente compiere anche dei passi indietro, con spirito di sacrificio, se necessario, alla ricerca di radici che vivono ancora in noi e che aspettano solo un interprete sagace, come lui mi dimostrò quel giorno di essere. Il giorno dopo ritornammo in quella pineta, in quelle valli con spirito rinnovato. Non avevo mai desiderato così tanto vedere il volo di una poiana, là dove terra e acqua si confondono nello spazio, come passato e futuro si confondono nel tempo. Ebbi per un attimo l’impressione che quelli che per lui erano viaggi dell’anima non sono esperienze difficili, né tanto meno così impegnative, come certa letteratura ha preteso di farci intendere. Sono aerei voli, voli liberi, liberi perché consapevoli delle radici da cui partono.

La vedemmo. Ci fu il premio. Era nello stesso punto. Aspettava lui. Disegnò un cerchio perfetto sopra di noi. Piansi. Con la commozione del corpo una nuova ineffabile consapevolezza scese in me, nell’anima, da lassù. Mi mise la vigorosa mano sulla spalla. Sorrise. Non disse una parola. Le radici non erano più un segreto. Ero parte di quella comunicazione, perché con la mia commossa debolezza avevo finalmente condiviso il dono della forza più grande e ineffabile che esista.

E nulla fu più come prima.

Giardino delle Rose

Si dice spesso che gli incontri costruiscono la vita, che lo stare insieme aiuta a crescere, che la convivenza aiuta a comprendersi. Lavorando da anni nel mondo dei libri e, pur tuttavia, non avendo mai voluto lasciare il mio paese di montagna, ho sperimentato che questo può essere vero e che, se non ci fosse lo spirito di solidarietà proprio in modo particolare di queste terre, le genti di montagna non sarebbero sopravvissute a tante di quelle soluzioni di continuità, talvolta anche drammatiche, che costringono a porsi inevitabili domande sul tempo. Su questo tema dell’incontro e della socialità come base della civiltà e del progresso dell’uomo si potrebbe dire praticamente tutto e il contrario di tutto. La storia che segue non pretende certamente di far crollare dei miti, né tanto meno di scandalizzare convenzioni più o meno borghesi consolidatesi nella tradizione, se qualcuno crede nella forza assoluta dell’incontro tra persone, dello stare insieme e del convivere; eppure, vorrebbe invitare a riflettere su quanto successo a due persone che nel mio paese ho visto nascere, crescere, avere successo, amarsi, unirsi, costruire e fare tanto insieme proprio per la nostra comunità, per poi invece capire che proprio da un naufragio, da un fallimento di quello stare insieme e da un’esperienza di solitudine conseguente a tale fallimento si riesce a partecipare del valore profondo di quanto appena sostenuto. Di uno di loro due sono stato compagno di studi all’università e sono oggi veramente amico, soprattutto dopo aver capito qualcosa di lui. Quindi, evitiamo di sbrodolarci addosso filosofie spicciole e impariamo ad amare la vita nelle persone che con la loro esperienza possono insegnarci qualcosa, perché quello che hanno vissuto non è stato qualcosa di teorico dettato dall’adesione a una serie di convenzioni e di stili di vita, ma è stato qualcosa di assolutamente unico, individuale, forse per me, come per tanti altri qui in paese, anche ineffabile nel suo significato più intimo. Perché? Nessuno avrà forse mai la risposta. Ma fare un tentativo è lecito. La mia risposta è questa: la storia di queste due persone non è stata la storia di una donna e di un uomo che possiamo vedere per strada, con cui parliamo incontrandoli nei locali, di cui ascoltiamo le parole e di cui vediamo le opere; è la storia, assolutamente per me irripetibile, di due anime che hanno compiuto un viaggio nello spirito impossibile da definire con gli strumenti che possediamo. Ma siccome il tentativo merita di essere esperito e siccome questa vicenda umana ha avuto conseguenze rilevanti per la storia della nostra piccola comunità, ho provato a capirci qualcosa. E, permettetemi, ho almeno il fondato sospetto, avendo letto tutto quello che uno dei due protagonisti della storia ha scritto sia in rete sul suo blog, sia nei suoi racconti, di non essere andato tanto lontano dal vero.

La strada iniziava a imbiancarsi. Quella neve che prima non attaccava ora colorava di un bianco uniforme quanto prima era verde, marrone, grigio. Adesso tutto era in accordo e procedeva sicuro, avanti, verso quell’orizzonte speciale. Non si poteva mancare all’appuntamento. Era come se da tre anni la sua anima aspettasse quella chiamata, che lui invece si era imposto di non ascoltare. “Ciao, come stai? Domani mattina ore 8,30. Alla biglietteria della pista dell’Antico Mulino. Come sempre. Con gli sci già pronti.” Da tre anni la aspettava, gli riportò nell’anima una voce che parlava da lontano. Eppure lui aveva deciso di vivere proprio lontano da dove veniva quella voce. Aveva scelto una lontananza nello spirito e nel tempo, più che nello spazio. Si era portato con il corpo in un paesaggio che non rispondesse a nessuna delle caratteristiche di quello da cui, forse, quella voce aveva parlato. Si era alienato da tutto ciò che lo aveva fatto crescere uomo e che gli aveva anche dato tante, ma davvero tante soddisfazioni. Sapeva che andare a cercare quella voce, rispondere a quel messaggio, poteva significare riannodare i fili con un passato che lui aveva voluto recidere. Quella voce veniva da un’altra anima che un giorno lo aveva messo di fronte alle sue responsabilità, gravi responsabilità, che lo aveva voluto memore e reo confesso dei suoi errori: errori non qualunque, errori da cui sarebbe stato irrimediabilmente compromesso un progetto nato lontano e un futuro che in quel progetto si auspicava ricco di altre, nuove soddisfazioni. Quella voce ora richiamava una colpa che lo aveva straziato in quei tre anni in cui aveva maturato una dolorosa consapevolezza di quegli errori.

Scriveva. Aveva aperto un suo blog in cui confluivano le bozze di quegli scritti che poi pubblicava sotto forma di racconti o articoli. E in quei racconti o articoli confluivano esperienze di varia natura, che la sua anima rielaborava a modo suo, inserendo parole e riferimenti, che lui, docile a quella guida, lasciava andare nelle pagine dei suoi testi. Quell’anima comunicava con un’altra a distanza. Lui lo sapeva, forse, ma non voleva indagare. Non voleva infrangere sul piano della relazione spirituale un delicato rapporto che su quello della relazione reale era stato interrotto e troncato da un taglio netto. Camminava sulle uova da tre anni senza saperlo, lasciandosi guidare nelle ore libere, quelle in cui scriveva, da una mano sagace, fiducioso in essa, anche se non voleva sapere nulla di lei. Combatteva la colpa con quell’attività, rispondeva al passato che ritornava la sera quando rincasava, si difendeva da attacchi che lo colpivano nella solitudine autoimposta, in cui aveva deciso di vivere la sua alienità a quanto per una vita intera gli era stato più caro.

Il messaggio era arrivato la sera prima verso le 21. “Ci sarò, ma per le 9. Prima non riesco. Sto bene. E tu?” “Bene anch’io. Grazie. A domani.” Poi solo attesa. Aveva subito preparato gli sci, i bastoni e le scarpe e aveva caricato tutto in auto, in modo da poter partire subito l’indomani. Lei sapeva ovviamente che non abitava più in paese. Non sapeva forse dove era andato ad abitare. Non sapeva che aveva ore di auto da fare per arrivare puntuale a quell’appuntamento. L’ultima volta ebbe solo 5 km da percorrere in meno di quindici minuti per arrivarci. Ora ne aveva 250 di chilometri da fare e almeno tre ore e mezzo di viaggio, se non capitavano inconvenienti, intoppi di qualsiasi genere di quelli che possono occorrere in un viaggio in auto. Per essere sicuro aveva puntato la sveglia alle 4 e alle 4,15 era già in auto, con la tuta addosso. Non gli piaceva passare troppe ore in auto da solo. Temeva che sarebbero state state tre ore e mezzo di immersione nel passato, nei ricordi di ciò che quella pista dell’Antico Mulino e quell’appuntamento avevano significato per anni. Ma le immagini del passato si fondevano con le incertezze sul perché di quell’appuntamento, giunto così inopinato, a distanza di così tanto tempo. Lassù, proprio dopo un allenamento sulla pista dell’Antico Mulino, avevano sciato insieme per l’ultima volta. Si erano tolti gli sci, avevano bevuto velocemente qualcosa al bar, Aurora aveva rifiutato di farsi accompagnare a casa, come solitamente avveniva, preferendo scendere in paese con il piccolo autobus navetta, e si erano lasciati con un freddo saluto di circostanza, che sarebbe presto diventato un addio. Riccardo, che era stato eletto da poco presidente della società sportiva, avrebbe avuto quella sera una riunione in comune, la cui importanza, paradossalmente, era più lucida e chiara per lei che per lui. C’era qualcosa di superiore che avrebbe dovuto guidare il cammino degli eventi; e invece li fece arrestare. Aurora, che aveva fatto all’insaputa di lui il test di gravidanza, aveva avuto la conferma del medico proprio quel giorno dell’ultima uscita insieme con gli sci sulla pista dell’Antico Mulino, voluta, disegnata, tracciata da lui, che poi l’avrebbe tenuta in manutenzione con lo stesso amore che si dà a un figlio: una perfetta pista da sci di fondo in inverno, un perfetto tracciato per mountain bike in estate. Poi, l’indomani, un messaggio freddo che annullava l’allenamento insieme. Quindi l’appuntamento decisivo: e in quello la decisione dell’addio da parte di lei e, insieme a quella, la comunicazione di essere incinta. Tutto laconico, freddo. Tutto fatto per non essere discusso. Poi più nulla. Tre anni di silenzio vissuti nella distanza geografica, patiti in quella dello spirito. Con un bambino di cui lui era padre e di cui non avrebbe mai più saputo nulla, mai visto una foto, mai sentito una voce. La colpa diventava una tortura quando il pensiero finiva lì e sbatteva contro quel muro che Aurora aveva deciso di innalzare per punirlo, per fargli capire la sua inadeguatezza alla responsabilità in cui lei fino ad allora era stata fiduciosa. La tortura era diventata negli ultimi tempi un logorio costante e dalla tastiera del computer finivano ormai sul blog solo parole di dolore. L’ultima raccolta di racconti che aveva pubblicato ottenne un discreto successo, tanto che da ex compagno di studi all’università e da persona che lavora nei libri, mi ero offerto per presentargli il libro a Milano; ebbene in quella occasione ebbi il coraggio di dire che quel successo c’era stato “perché oggi il tema del dolore nella narrativa premia tantissimo”. Se era vera quella riflessione, allora quell’ultima raccolta avrebbe dato al tema del dolore un indubbio contributo.

Tutto questo fino a quando sul suo blog non erano apparsi dei nuovi “mi piace” da parte di un altro blogger che aveva nome “GiardinodelleRose”. Non fu difficile per lui arrivare all’identità del proprietario, sfogliando le pagine di quel blog, che nel nome italiano traduceva il Rosengarten, ossia il nome che in tedesco ha il gruppo dolomitico del Catinaccio. Su quelle piste si erano conosciuti come atleti prima, poi come colleghi, lui maestro per i gruppi collettivi dei piccoli principianti, lei di quelli dei ragazzi più grandicelli. Il fondo non era molto richiesto in quei paesi; era praticato e amato dai locali, anche da persone delle vicine città; la loro scuola sci aveva solo loro due come maestri di fondo. I turisti amavano tradizionalmente poco quella faticosa disciplina, che richiedeva regolare allenamento sul posto. Oltretutto, di neve ne veniva sempre meno e sempre più in alto; e di anelli di fondo in quota ce n’erano pochi, costosi da gestire, con un’utenza soprattutto locale e poco amati dal turismo che porta ricchezza e che da sempre preferisce la discesa; a dire il vero, come lui ricordava ad alcuni suoi allievi, il turismo di massa ha preferito la discesa da quando lo sciatore non è più dovuto risalire a piedi con gli sci. Insomma, il lavoro calò. Mantenere una vita solo con lo sport diventava difficile. Rimasto solo, senza più legami affettivi nel paese, prese la non sofferta decisione di trasferirsi. Accettò un’offerta di lavoro, trovata per caso in internet, come autista di pullman turistici da parte di una ditta lontana e lasciò il paese. Anche per dimenticare. Anche per non avere quotidianamente sotto gli occhi tutto ciò che poteva ormai solo fare del male. “GiardinodelleRose” era lei. Era lei, Aurora, che aveva trovato il suo blog, che lo seguiva quotidianamente, sottolineando il proprio gradimento verso quegli interventi che pubblicava: brevi racconti soprattutto, ma non solo: anche recensioni di eventi e pubblicazioni. Ma com’era possibile? Perché? Le domande si accavallavano le une sulle altre, mentre leggeva e mentre scriveva. Come poteva rivelarsi all’improvviso fragile un amore giudicato sempre robusto? Come si poteva pensare di troncare dall’oggi al domani un amore mai messo in discussione, perché sempre alimentato dal carburante di una passione comune, da obiettivi comuni, ma soprattutto da un cammino comune che li aveva portati fino a quel punto? O forse anche “GiardinodelleRose” viveva la sua colpa? O forse quel bambino con cui sicuramente viveva aveva un bel giorno messo anche lei di fronte alle sue responsabilità? Quelle domande davano vita a parole, che insieme formavano frasi, che insieme davano vita a testi; e quei testi non erano fatti per essere unicamente una sorta di esame di coscienza individuale, come si dichiara in quel De ira di Seneca, che aveva portato all’esame di Latino all’università; eppure in quel testo aveva trovato un riferimento su cui aveva recentemente costruito un articolo: “impara a non metterti più in gara con gli incompetenti, che non desiderano imparare, perché loro non hanno mai imparato. Hai rimproverato quello là con troppa franchezza; dunque, non lo hai corretto, ma lo hai offeso; d’ora in poi, non considerare soltanto se è vero quello che tu dici, ma anche se la persona alla quale tu parli è in grado di accettare la verità”. Dalla riflessione su quel brano era nato un breve articolo. E quello di “GiardinodelleRose” fu il primo “mi piace”, quasi immediato, pochi minuti dopo la pubblicazione dell’articolo sul blog. C’era qualcosa di speciale in quel rapporto tutto mediatico che era nato in rete.

Mentre procedeva tra strade ghiacciate più o meno avvolte nell’alba rigida e nebbiosa delle basse padane, mentre attraversava tratti di campagna che conservavano anche tracce di recenti spruzzate di neve, mentre si avvicinava sempre di più a quel paesaggio bianco che aveva segnato in modo indimenticabile la più lunga e importante parte della sua vita, “GiardinodelleRose”, che leggeva i suoi articoli e i suoi testi, approvando con un “mi piace” solo quelli dedicati alla montagna, occupava stabilmente la sua mente. Non commentava, ma riusciva a farsi avvertire talmente presente dietro quei testi, che lui aveva l’impressione che lei fosse lì, ogni volta che accendeva il computer o il tablet, per limarne o correggerne o modificarne uno. Una presenza discreta, ma una presenza forte, come un respiro che si sente, ma non si riesce ad attribuire a nessuno. Ora aveva capito chi era “GiardinodelleRose”. Era andato sul suo blog, che era decisamente scarno e povero, tanto da sembrare di essere stato aperto solo per consultarne altri, appunto il suo. Era un blog che si occupava di montagna a 360 gradi: recensioni di pubblicazioni, annunci di eventi, semplici riflessioni a margine di altri eventi, quasi tutto relativo alla sua zona, al suo comprensorio sciistico, alle attrattive turistiche del suo territorio. Insomma, niente di pretenzioso, ampio uso di collegamenti esterni ad altri siti o blog, tante immagini ben selezionate, alcuni video quasi sicuramente girati da segnalazioni altrui. Ma come gestore del servizio aveva scelto lo stesso che utilizzava lui da anni, seppure per ben altre ragioni, perché lui su quel blog pubblicava bozze di testi, che poi risistemava e ogni tanto raccoglieva per farne libri; insomma, un piccolo cantiere letterario, con ben altre finalità, che raccoglieva interventi di appassionati di letture e di narrativa. Due blog così diversi, ma che si controllavano da tempo, che si studiavano a distanza. Gli era venuta ultimamente un po’ di inquietudine, quando, nel tentativo di risalire all’identità di “GiardinodelleRose”, si era accorto che non sarebbe stato così facile: sapeva celarsi bene dietro l’apparente anonimato di uno pseudonimo e di icone accuratamente scelte. Fino a quando egli decise di uscire con testi diversi, più personali, con allusioni più mirate a farla cadere in trappola. Iniziò in alcuni brevi e meno pretenziosi racconti ad alludere a momenti in cui si erano svolti incontri importanti tra di loro in luoghi ben precisi; per ben tre volte, forse inavvedutamente, “GiardinodelleRose”, anche se non subito, aveva pubblicato immagini o video turistici relativi a quei luoghi citati nei suoi racconti. Fu allora che si stanò da sola. Non fu facile; egli dovette insistere a lungo, pubblicarne tanti di brevi racconti; il gioco era diventato nel tempo talmente intrigante che alcuni di quei brevi racconti piacquero più di altri, che lui riteneva più importanti, più affettivamente ed emotivamente densi e coinvolgenti. Uno di essi aveva come luogo proprio la pista dell’Antico Mulino. Era un gioco strano. Forse non era nemmeno un gioco. Se era come pensava lui, si trattava di un tentativo di comunicazione, che andava studiato attentamente a distanza, trattato delicatamente, rispettato con raffinatezza e leggerezza nel lessico. E proprio sul tema della rosa un giorno aveva deciso di lavorare, ma non sul solito tema del fiore metafora dell’amore perché bello ma spinoso. Aveva deciso di lavorare su un altro tema: la rosa va recisa nel momento in cui è più grande e bella, appena perde i primi petali, proprio perché dal suo taglio ne nascano altre più numerose. Voleva essere un riferimento alla loro situazione. Era convinto, così facendo, di stanare definitivamente “GiardinodelleRose”; e invece forse era corso troppo forte e dall’altra parte forse si era inteso che il gioco si stava facendo troppo duro. Non solo non la stanò; non ci fu nemmeno l’atteso e ormai consueto “mi piace”. Una delle rare volte in cui non lo mise. Era ormai per lui indubbio che le anime, nello loro indecifrabili comunicazioni, sanno essere con i loro silenzi più sottili e raffinate di quando si servono delle parole.

Mentre viaggiava, sempre in quel paesaggio in cui il grigio delle nebbie e delle foschie mattutine sembrava voler nascondere il bianco che gli stava sotto, un paesaggio forse ad altri ostico, ma non certo a lui, queste intermittenze del suo tempo, della sua seconda attività di scrittore, della sua passione mai esplosa, sempre rimasta come coartata nei binari morti di una laurea in lettere mai sfruttata, non presa certamente solo per avere il classico pezzo di carta in mano, creavano come dei bagliori. E questi lampi improvvisi animavano quel grigio “dilucolo brumale”, che si stava lentamente aprendo, cercando di intrufolarsi tra i banchi di nebbia, ora più fitti in prossimità dei fiumi, ora meno, man mano che dai quei ponti e da quei fiumi l’auto si allontanava, avvicinandosi ai monti. Li avrebbe forse visti solo all’ultimo momento. Percorrendo chilometri in direzione nord, l’aumentare progressivo della neve ai bordi della strada, oppure nei ciglioni dei campi, o nei fossi, rendeva sempre più familiare e amico quel paesaggio, la cui piatta uniformità aveva incontrato notevoli difficoltà ad amare nei primi tempi dopo il trasferimento. Era un viaggiare quasi a occhi chiusi, tutto pervaso da quanto avveniva nell’anima, tutto dominato dagli andirivieni di una memoria resa inquieta prima da quel gioco a distanza, poi dal messaggio finale, dall’atto di resa, come lui lo aveva chiamato, dopo l’ultimo breve racconto che aveva avuto il “mi piace” da parte di “GiardinodelleRose”. Ma non stavano esattamente così le cose. Se quella comunicazione era avvenuta con delicatezza e rispetto, la ragione era un’altra. A un certo punto la convinzione di essersi reciprocamente contattati doveva aver vinto, ma nessuno voleva uscire allo scoperto, perché entrambi avevano nel proprio passato un freno che impediva di farlo. Una colpa.

Dilucolo brumale. La memoria tira veramente strani scherzi. Era stato criticato da un anonimo commentatore per aver utilizzato in un suo racconto quell’espressione per conferire una particolare connotazione a un’alba vissuta in una baita in quota in una giornata invernale. Ebbene la risposta di lui irritata o, se si preferisce, la sfida, era stata proprio la scrittura di un secondo breve racconto, che aveva l’espressione “Dilucolo brumale” proprio come titolo. Fu l’unica volta in cui “GiardinodelleRose” non si era limitato, o limitata, al “mi piace”, ma aveva aggiunto una faccina sorridente, uscendo un po’ di più allo scoperto. Ebbene, in quel dilucolo brumale ora era pienamente immerso con l’auto, con se stesso, con la memoria, ma soprattutto con un’anima che si poneva tante domande, tutte relative non più al passato remoto, ma a quello prossimo del messaggio arrivato la sera prima. Da dove venivano quelle domande? Perché se le faceva? Quali risposte occorrevano? Perché le risposte non venivano? I ponti e i fiumi si susseguivano scandendo come in piccole tappe quel viaggio che attraversava la pianura da sud a nord. Ma su ognuno di quei ponti avrebbe desiderato fermarsi e interrogare quelle acque che venivano proprio da lassù, da dove era partito il messaggio. Forse in quelle acque si sarebbe come dissolta e placata l’inquietudine che esso aveva determinato. Forse da quelle acque vive avrebbe avuto addirittura un segnale per una possibile risposta. Un giorno lesse un libro: ne era protagonista un personaggio che dialogava con i fiumi, convinto che quel loro lento procedere fosse un modo di parlare, un codice di comunicazione neanche tanto criptico, esattamente come gli uomini antichi che erano convinti che fossero delle divinità, li veneravano come tali, li personificavano, si rivolgevano a loro con preghiere, affidando loro la propria salute, i propri voti, i propri tormenti. Su un fiume tante volte si erano fermati nelle loro escursioni in montagna, accogliendo come sfondo del loro colloquio il fragoroso fluire dell’acqua sasso dopo sasso. Nessuno di loro due si era allora mai posto il problema che quell’acqua fosse una voce che parlava. Eppure con il passare del tempo il linguaggio dei fiumi e l’ascolto dell’acqua avevano preso una forma particolare nei suoi racconti. Uno di quelli ebbe uno dei “mi piace”, e non certo per caso: il fiume che faceva da sfondo alla vicenda, il paesaggio in cui quelle acque scorrevano, i boschi e i prati che da esse venivano animati erano facilmente individuabili nella geografia da chi li aveva più volte vissuti e attraversati. Scrivere era diventato un curioso gioco, da quando “GiardinodelleRose” aveva iniziato a manifestare il suo gradimento: era come disseminare il blog di trappole tese per farcelo, o meglio farcela, cascare. E puntualmente ci cascava, anche perché ormai era convinto che voleva cascarci e che, una volta caduta, attendeva con desiderio la prossima trappola. Ogni ponte era un fiume e ogni fiume rimandava alla sua origine, al paesaggio da cui era venuto quel messaggio. E l’ansia di arrivarci, in quel paesaggio, cresceva, di ponte in ponte, di fiume in fiume. Anche in questo modo gli parlavano quelle acque. Non era facile da illustrare in modo semplice questa sensazione, soprattutto quando cercava di spiegarla riferendosi a quel libro che lo aveva così colpito per i suoi riferimenti culturali a un mondo di strutture profonde, di radici di civiltà. Anche quell’essersi messo in viaggio come d’istinto, quel salire lassù rispondendo a una richiesta senza neanche discuterla, quell’essersi a lungo preso gioco di un personaggio che solo alla fine del gioco stesso aveva assunto le previste fattezze umane, in fondo, tutto questo era un riannodare i fili che portavano a quelle sue radici e che lo aiutavano a comprendere meglio quelle strutture profonde. Occorreva un pretesto per riprendere quel dialogo che si era interrotto. Un pretesto necessita di un’occasione. Chi era stato più abile? Lui a crearla nello spazio virtuale di un blog? O lei a celarsi dietro la diafana icona di un nome geografico dal suono romantico?

Arrivò al casello, pagò il pedaggio. Appena uscito dall’autostrada, quando la nuova statale iniziò a salire, il paesaggio cambiò. La nebbia delle basse padane lasciò il posto prima al nevischio, poi, già dopo le prime curve della strada che saliva sull’altopiano, alla neve, che si stava aggiungendo a quella accumulatasi ai bordi nei giorni precedenti e annerita dal continuo passaggio di mezzi a motore. Non era lunga la strada da percorrere ed era quasi in anticipo sulla tabella di marcia. Solo l’ultimo tratto, quello che dal paese portava alle piste, dove gli era stato dato appuntamento, avrebbe potuto richiedere di montare le catene, se la nevicata si fosse intensificata e se la strada non fosse stata subito pulita, come solitamente avviene nelle prime ore. Quella neve non poteva non richiamare tante immagini di lei, di loro due insieme, che di quella stessa neve avevano per tanti anni trovato di che vivere. E non solo della neve, ma anche delle guide escursionistiche estive, quando all’attività di istruttore di sci si sostituiva quella di guida alpina per lui, di mountain bike per lei. Ma era la neve che li aveva uniti di più, non solo nel lavoro di quegli anni. La neve era riuscita a pervadere la loro intimità, a plasmare il loro carattere, a dare un senso profondo al loro stare insieme, soprattutto quando lei prese la decisione di cambiare casa, lasciare le sue sorelle e andare a vivere da sola. Fu lui ad aiutarla nel cercare la casa. Lei la voleva “immersa nella neve”. Quante volte aveva pronunciato quella frase! Si era chiesto spesso perché la neve susciti questi desideri, per quale ragione i bambini la amino e gli adulti tornino bambini su di essa. Nonostante fosse stata parte costante del suo paesaggio per anni, ha sempre visto nella neve qualcosa che riveste prima l’anima che il paesaggio. E la stessa sensazione era quella che provava in quel momento nell’immergersi con la sua auto, che ora era costretta a procedere più lentamente, in quel paesaggio sempre più bianco; anzi, ormai senza alcun dubbio sfacciatamente bianco. La neve di città forse rende memori della caducità, perché dura poco. Ma quella di montagna trasfigura per mesi un paesaggio intero, modifica i ritmi della vita quotidiana e cambia le attività delle persone; e loro avevano vissuto tutti quegli aspetti della loro neve. Ma stava salendo nello spazio o stava scendendo nel tempo? Per quanti anni quel passato era stato rivisto solo attraverso il filtro della malinconia! Aveva deciso di troncare in modo netto con quel passato, di cancellare dalla sua vita ogni elemento che lo rievocasse, ma si era ritrovato con un pugno di mosche in mano. Avvertiva questo sentimento di vuoto nel momento in cui apriva la finestra ogni mattina e vedeva solo strade piatte, in un orizzonte che non conosceva dislivelli di alcun genere. Era stato tentato più volte di tornare su, di rivedere gli amici lasciati. E proprio agli amici stava pensando quando il cellulare, che era appoggiato sul sedile vuoto del passeggero, vibrò. Si fermò in una piazzola, una fermata per gli autobus. E aprì il messaggio. Era di lei: “Ti aspetto. C’è una neve meravigliosa.” Poche parole. Ma c’era tutta lei in quelle poche parole. La neve non era citata a caso; lei sapeva bene come pizzicare le corde; la neve era stata il loro codice di comunicazione per anni. E non era certo casuale che l’invito fosse stato fatto per un giorno in cui era prevista neve lassù. La neve era un pretesto per attivare quella comunicazione. Sapeva bene, infatti, che lei non amava sciare con neve fresca. “Sono in arrivo. Sarò puntuale.” Inviata la risposta, ripartì.

Avrebbe dovuto percorrere un ultimo tratto di salita, passare un piccolo valico, scendere per qualche chilometro, poi risalire di nuovo fino al paese e da lì prendere la strada che portava al grande pianoro, alle piste, dove aveva l’appuntamento. Il suo pianoro, le sue piste: lì aveva investito il cuore, prima ancora che il denaro. I chilometri erano pochi, ma divennero lunghissimi, perché ogni casa, ogni rifugio, ogni via traversa, ogni curva, ogni sentiero, ogni angolo di quel paesaggio rievocavano momenti diversi e sempre bei momenti erano quelli a cui andava il pensiero. Una preparazione all’epifania finale, pensava dentro di sé, mentre viveva con trasporto quegli attimi, oltretutto nella nevicata che si era ulteriormente infittita salendo di quota. I mezzi sgombraneve erano già al lavoro e le strade dunque erano pulite. Non avrebbe avuto ritardi sulla tabella di marcia, ma avrebbe avuto due riti inevitabili da affrontare: sarebbe prima dovuto passare davanti a quella che fu la sua abitazione in paese e poi, poco fuori, avrebbe sfiorato, pur senza vederla in mezzo agli alberi, quella che era diventata la casa di lei e a cui lui stesso tanto aveva lavorato, perché fosse come lei desiderava. Il viaggio di avvicinamento a quei dolorosi luoghi di una piacevole memoria fu segnato da piccole tappe di quella stessa memoria: il negozio di mobili in cui avevano studiato insieme la cucina, il falegname a cui avevano ordinato tanti lavori, il fumista da cui avevano acquistato camino e stufe, i due elementi dell’arredamento forse più impegnativi all’atto della scelta, la casa di Massimiliano, il pittore sordo e muto dalla nascita a cui avevano ordinato l’affresco da realizzare sulla facciata di Villa Aurora. E non solo: quel percorso fu costellato anche da altri luoghi della memoria: i bar dove avevano passato tante ore dopo il lavoro sulle piste, i locali in cui con gli amici e i colleghi avevano trascorso tante serate. Ma non fu sicuramente il caso a volere che l’ultima tappa di quel viaggio nel tempo fosse proprio la pasticceria in fondo al paese, dove iniziava la strada per le piste: lì tutto ebbe fine. Non era mai riuscito a dimenticare le parole di Aurora e per tanti anni si era chiesto perché tutte le memorie si possono cancellare, da ogni strumento e da ogni diavoleria elettronica che ci capita per le mani, ma non quella dell’essere umano. Concludere con quella tappa, che per lui rievocava un’esperienza che aveva devastato la sua vita, con quella sorta di obbligato inchino era una tortura necessaria per l’anima. La montagna non consente la scelta di percorsi che è invece possibile in un reticolo di strade urbane; obbliga alle scelte; impone poche opzioni; richiede di essere rapidi, chiari e categorici nel dare le risposte. La mente trascinò gli occhi su quelle due grandi vetrate che davano sulla strada; loro quel giorno vedevano la strada, seduti al tavolo proprio sotto una di quelle finestre. “Siamo al capolinea, Riccardo. Mi dispiace. Non possiamo più andare avanti. Credo che tu non abbia bisogno di spiegazioni.” Parole che pesarono per anni come macigni. Parole che cambiarono dall’oggi al domani un’esistenza fino ad allora serena e sicura. Parole che furono la conseguenza di una crudeltà necessaria, imposta dalle circostanze, che avevano fatto di lui lo strumento del destino della vita di una persona non come tante altre, ma proprio di quella a cui era sentimentalmente legato da anni. Non si aspettava che Aurora prendesse la decisione in modo così repentino. Non credeva che sarebbe stata brusca e decisa nel dare un taglio secco ad anni di vita insieme, spensierata, appassionata. Non credeva che colui che era il frutto di quella relazione, il piccolo Matteo, potesse essere lasciato al di fuori di ogni considerazione, senza offrire alternative, senza proporre una discussione su di lui. No: siamo al capolinea. Per Aurora non c’era stato nemmeno bisogno di dare spiegazioni. Tutto si capiva e si spiegava da sé. Si aspettava un litigio. Si aspettava un forte rimbrotto. Aveva una riparazione da offrire a quanto occorso indipendentemente dalla sua volontà. Non poteva immaginare che la reazione sarebbe stata così decisa e immediata. Oltretutto senza alcun ripensamento nell’immediato. Un taglio netto, fino a quando non è arrivato “GiardinodelleRose”.

Passata la pasticceria, una deviazione sulla sinistra inseriva sulla strada che portava alle piste su cui avevano lavorato insieme. Era la parte più bella della memoria. Gli allenamenti per le gare, finché erano ancora impegnati nell’attività agonistica, poi il lavoro di istruttore; le riunioni della società sportiva, poi della scuola sci; le tante amicizie maturate sia negli anni giovanili, sia dopo in quelli dell’attività lavorativa; le trasferte per le gare prima, poi per accompagnare i ragazzi da loro allenati; le guide escursionistiche nella stagione estiva e la collaborazione con chi lavorava alla manutenzione dei sentieri e delle ferrate e alla realizzazione di opuscoli turistici e materiali cartografici: anni di passione condivisa per la montagna, per la neve, per lo sport ripassavano sul parabrezza, come davanti a uno schermo, con un andirivieni nel tempo, che era come scandito dal ritmo delle spazzole tergicristallo. L’ansia inevitabilmente aumentava. Come era possibile fermarla? Sentiva gli occhi bagnati sotto le palpebre, ma non voleva cedere così presto. Era troppo presto per lasciarsi andare. Qualcosa di nuovo stava nascendo per la sua vita? Forse era arrivato a una nuova virata di boa quel viaggio funestato prima da troppe tempeste, poi da una finta bonaccia che lo ha intorpidito tra le nebbie della pianura? Non poteva farsi vedere arrivare con gli occhi bagnati. Bisogna tener duro. Resistette, finché fu possibile. La strada procedeva. L’auto saliva sempre più lentamente per via del manto non perfettamente pulito e anche parzialmente ghiacciato. Resistere. Bisogna resistere. Forse ci saranno altre occasioni in cui sarà opportuno lasciarla vinta a quelle forze oscure, con cui da anni ormai combatteva battaglie che aveva ritenuto inutili, fino a perdere ormai stima in se stesso e a scadere anche con i suoi racconti sempre più nei contenuti malinconici, nel tema del dolore come eterno e inevitabile cimento della vita. A un certo punto la resistenza, come del resto era ormai inevitabile, cedette. Sentiva che le forze dell’anima si stavano assottigliando con l’accumularsi di quelle immagini e con il lavoro della memoria, che non si fermava mai; anzi, lo incalzava del tutto incurante del dolore che arrecava. Sapeva che da una di quelle curve si sarebbe visto per la prima volta proprio il Catinaccio, il Rosengarten, il Giardino delle Rose. E temeva che rivedere quella montagna potesse essere una brutta esperienza del tempo, un’esperienza della memoria troppo difficile da affrontare in quelle condizioni, con l’anima indebolita, prostrata, attaccata dal passato, dilaniata da un senso di colpa mai risolto e scoppiato in un attimo, con quella frase che non ammetteva spiegazioni: siamo al capolinea. Istintivamente rallentò, perché sapeva che la visione, se le nuvole non l’avessero coperta, sarebbe stata forte, sicuramente terribile per lui in quel momento. Lì tutto era nato, tanti anni fa, quando lei vinse una gara allenata da lui, che aveva interrotto prima l’attività agonistica. Si conoscevano da tempo, si frequentavano come amici, poi l’amicizia si fece sempre più intima, finché lì, sul Giardino delle Rose, ai piedi del Catinaccio, scesa da quel podio con la medaglia al collo, Aurora non gli saltò addosso in lacrime, gettandogli le braccia al collo. “Ti amo, Aurora”, gli venne spontaneo dirle. E tutto si chiarì. Sulla neve. Immersi nella neve, come immersa nella neve era la loro vita, come immersa nella neve lei volle che fosse la sua casa, quella in cui lui presto sarebbe dovuto andare ad abitare insieme a lei, con il loro Matteo. E invece così non fu.

La casetta non si vedeva bene dalla strada. Gli alberi erano fitti e carichi di neve. Si sarebbe vista da un’altra strada, da quella che tagliava il centro del paese, passando all’esterno. Aveva oltrepassato lo stradello che ad essa conduceva, quello stradello che lui aveva battuto, perché fosse praticabile con un’auto; era un sentiero abbandonato prima. Portava a una vecchia cava poco utilizzata e poi dismessa. Quel sentiero ogni tanto gli sembrava più bello della casa stessa, perché lì il lavoro, fatto con il cuore, era stato tutto suo. Lo aveva allargato, nel rispetto degli alberi presenti; lo aveva pavimentato con lastre di porfido dal taglio irregolare; non ne volle una uguale all’altra; lasciò ampie fughe tra lastra e lastra in modo che un po’ di erba potesse crescere in mezzo e dare un senso di vita anche a quelle lastre apparentemente grigie, su cui, per uno di quei miracoli della natura che pochi paesaggi come quello di montagna riescono a regalare, il ghiaccio non si formava. Aveva realizzato insieme a un tecnico del paese l’impianto fotovoltaico di illuminazione di quello stradello di 90 metri, posando le guaine e collocando i faretti, regolati da un temporizzatore astronomico, che regolava l’accensione secondo la stagione dell’anno. In inverno, con la neve, quei 90 metri erano qualcosa che riusciva ad accogliere le persone in modo garbato e rispettoso del grande e maestoso bosco, al cui limitare era situata l’abitazione e che rivestiva tutto il pendio che separava il paese dal pianoro con le piste. “Solo chi ama la montagna come noi riesce a fare certe cose”, gli aveva detto Aurora la sera in cui nello chalet del parco del paese avevano festeggiato l’inaugurazione dello stradello di accesso. A lei piaceva l’intimità, l’atmosfera rispettosa dell’ambiente, il silenzio del paesaggio quando i turisti erano scesi, sulla strada non passavano più auto e avevano quel paesaggio tutto per loro. “Mi piace pensare ogni tanto che noi due un giorno possiamo essere nominati dal nostro sindaco i custodi ufficiali di questo bosco”, gli disse un altro giorno, mentre alle prime ore del mattino, a piedi, con le ciaspole, andavano insieme su alle piste partendo da quella casetta, in cui lui ormai sempre più spesso passava la notte. I loro colleghi inizialmente li prendevano in giro per il fatto che si presentavano alla scuola sci con le ciaspole ai piedi, dopo una camminata di oltre un’ora, e che nel pomeriggio, con quelle stesse ciaspole con cui erano saliti, sarebbero dovuti ridiscendere. Poi, loro, i meccanizzati, che arrivavano come i turisti con le loro auto alle piste, capirono che tipo di esperienza fosse quella di Aurora e Riccardo: era un modo per sentire sempre più loro quel bosco ,che si attraversava per arrivare a casa di Aurora nel pomeriggio e per venire su alle piste al mattino. Non parlavano quasi mai quando percorrevano quel sentiero. Era diventata per loro un’esperienza dal valore impossibile da comunicare ad altri. Il verso di un animale, il sibilo del vento, lo scorrere più o meno torrentizio dell’acqua del rio, che scendeva e poi attraversava il paese, non li disturbavano mai: venivano ascoltati e, se il dialogo silente delle loro anime li metteva in comunicazione, imponevano a se stessi una sosta per interpretare quel verso, quel fruscio, quell’acqua. E dell’acqua poi a lungo avrebbero parlato insieme, perché l’acqua, i ponti e i fiumi “sono una specie di ossessione, che tu prima o poi devi spiegarmi, nei tuoi racconti”, gli aveva detto una sera nel letto posizionato nell’ampia mansarda di villa Aurora. Non si guardavano mai negli occhi, quando l’anima era presa dal paesaggio; guardavano entrambi nel vuoto, perché “l’anima in questo momento per me è come se fosse là fuori”, gli aveva detto spesso. Insomma, non era esagerato pensare che salire alle piste a piedi attraverso il bosco era un esperienza non dissimile da quella vissuta da Peter Matthiessen alla ricerca del leopardo delle nevi nel Tibet nepalese tra monasteri buddisti.

Aveva sperato che le nubi basse impedissero di vedere il Catinaccio. Ma la sua aspettativa fu delusa dallo squarciarsi improvviso delle nubi stesse, proprio centro metri prima di quella curva. Glielo schiaffeggiarono in faccia, con tutta la pesante mole di ricordi di gare, di allenamenti, di guide estive, di ferrate e di arrampicate. Il paesaggio cambiò in un attimo: altro miracolo possibile nell’ambiente unico di quella montagna. Le nubi si diradarono e la nevicata cessò, lasciando una soffice e vergine coltre bianca che rivestiva tutto. Gli alberi ne erano carichi, ma sopportavano pazienti quel peso. Il cuore iniziava a battere più forte. Stava arrivando con un po’ di anticipo. Frenò bruscamente e approfittò di una piazzola. Lì la memoria non sarebbe dovuta andare. E invece anche quello evidentemente faceva parte del gioco. Gettò la testa all’indietro. Con la nuca incollata al poggiatesta chiuse gli occhi e sfogò il suo pianto al ricordo di quella terribile riunione in comune della commissione turismo e sport, quella che avrebbe diviso in due la sua vita in un attimo. Lui non aveva idea di cosa quella votazione avrebbe significato per la sua vita; non pensò alle conseguenze di quella decisione; venivano dimezzate le guide estive e i maestri di sci; troppe scuole di sci si erano aperte nella valle; troppo alti erano i prezzi delle lezioni; sempre meno persone le chiedevano per via della crisi economica; la federazione non poteva più permettersi sprechi; occorreva tagliare. Non era il suo lavoro né quello di fare bilanci, né tanto meno quello di pilotare soluzioni politiche. Era lui il presidente della società sportiva che accoglieva la scuola sci e come tecnico, che lui non era, fu chiamato a riferire in commissione. Dovette presentare i numeri. Erano impietosi. Di fronte a quei numeri non si poteva nemmeno discutere; bisognava tagliare. Non fu nemmeno sfiorato dal pensiero che tagliare significava che delle persone non avrebbero più avuto uno stipendio, che si sarebbero dovute cercare un altro lavoro, che avrebbero dovuto forse anche ricostruire una vita altrove. No. Aveva fatto tutto in buona fede e aveva fatto e detto non più di quanto gli era stato chiesto di fare e di dire. Altrove una giovane donna speranzosa nel futuro e fiduciosa in lui, in attesa di comunicargli che aspettava un bimbo, avrebbe forse avuto la notizia del licenziamento, prima che lui riuscisse a realizzare cosa era successo, addirittura prima che lui scendesse a casa sua. Quando uscì dalla riunione, mentre ingenuamente assaporava la tanto attesa cena di salsicce e patate cotte sul camino della casa di lei, aveva ricevuto un messaggio: “Non sto bene. Preferisco che tu non venga questa sera.” L’indomani l’appuntamento alla pasticceria e la comunicazione dell’arrivo al capolinea: Riccardo non avrebbe mai visto Matteo, per il quale Aurora non avrebbe mai chiesto nulla a lui. Sfogò quanto più dolore poté seduto a occhi chiusi in quell’auto, mentre gli ultimi fiocchi di neve scendevano sul parabrezza. Tre anni erano passati da quei fatti che in dodici ore avevano distrutto quanto costruito in quindici anni. Tre anni aveva il figlio che non aveva mai visto. Per tre anni era vissuto nell’esilio che si era autoinflitto per espiare quanto da lui provocato, accettando lontano da casa, lontano da quel paesaggio che aveva amato e che lo aveva amato, il primo lavoro che gli era capitato, quello di autista di pullman turistici. Quante volte aveva rifiutato viaggi che lo avrebbero portato con il pullman su in montagna; era andato dappertutto in quei tre anni, ma con quel paesaggio aveva deciso di chiudere il rapporto diretto. Rimaneva il lavoro della mente, cui non si poteva comandare; quella agiva con il blog, con i racconti, con gli articoli e le recensioni; lì la montagna era onnipresente, perché lì non era più in grado di avere il controllo della sua mente; era lei che lo controllava, che lo guidava, che gli mandava messaggi, che gli faceva capire come rimediare agli errori del passato; la sua mente gli voleva bene, perché soffriva di un dolore piacevole da sentire addosso, quando scriveva di montagna, perché sapeva che esprimeva un sentimento che pochi avrebbero potuto manifestare; lui sapeva far scaturire quel sentimento nelle parole di un racconto. La sua mente lo coccolava in quel mondo che si apriva non appena finiva l’orario di servizio. Gli occhi non ne volevano sapere di riaprirsi. Le immagini si confondevano tra di loro. Resistere. Resistere all’ansia che monta. Era la cosa da fare. Era la ragione forse per cui aveva deciso di fare quella brusca fermata, proprio là dove era sicuro che la sua anima avrebbe sofferto di più. Pratica di masochismo bella e buona era quella di fermare l’auto proprio nell’unico punto in cui il Giardino delle Rose sarebbe stato perfettamente visibile in tutte le sue tante cime, proprio nell’unico momento in cui, forse trovatosi in una specie di occhio del ciclone, il cielo si era aperto per farglielo vedere meglio. Era imponente, dominante, forte e sicuro, nel suo bianco manto di ghiaccio, che dall’altro sovrastava tutto il pianoro sottostante, dove lui era atteso, alla pista dell’Antico Mulino. Era possibile che da tre anni fosse atteso lì? Quella domanda non poteva che acuire il senso di colpa e riportare a quella sera, a quella riunione di commissione, alla lettura di quelle cifre spietate e a quella delibera finale. La notizia era uscita subito. Qualcuno aveva voluto fargli del male. Qualcuno sapeva che Aurora sarebbe stata tra le vittime della razionalizzazione delle spese. E questa persona malvagia l’aveva informata. Le aveva detto che lui avrebbe provocato il suo licenziamento. Qualcuno aveva agito in modo che lei fosse messa contro di lui. Divide et impera: qualcuno li voleva divisi, perché insieme erano stati per anni una forza della natura lassù su quel pianoro, prima come atleti vincenti, poi come istruttori, infine come responsabili e anime di un centro del fondo tra i più belli d’Italia. Lui desiderava per lei un posto importante nel direttivo della società, che gestiva non solo le piste invernali e l’attività escursionistica e alpinistica estiva, ma anche, giù in paese, il palazzetto del ghiaccio che d’estate diventava un campo di calcetto, i campi da tennis aperti tutto l’anno, la piscina anch’essa aperta tutto l’anno. Qualcuno non voleva Aurora e il modo migliore per evitare la sua scalata era interrompere la cordata, ovviamente guidata da lui, che la voleva fare arrivare nel direttivo. Politica di paese. Vecchi atavici rancori di gruppi familiari contro altri? Ma perché rovinare una coppia giovane e intraprendente, che tanto si stava dando da fare per organizzare eventi, sia aumentando il numero dei soci del gruppo sportivo, sia trovando clienti tra le persone che da turisti frequentavano la zona in inverno, in estate, ma ultimamente anche nei ponti di primavera e d’autunno. Un lavoro al servizio della comunità, privo di finalità politiche, mai pensato per essere qualcosa contro, ma sempre per gli altri. Eppure, di fronte ai maestri del mettere zizzania, ai provocatori di professione, ai politicanti di mestiere, ingenuità e sincerità sono sempre armi da perdenti. Non aveva pensato a lei in quel momento. C’era un problema economico. Per la prima volta i numeri erano in rosso in alcuni settori; lo sci di fondo era in picchiata nel grafico della biglietteria del centro, dove l’aumento del prezzo di accesso, la riduzione delle facilitazioni, l’aumento dei costi delle trasferte degli atleti, che dovevano andare spesso in paesi nordici e lontani, e la diminuzione dell’utenza erano tutti fattori che potevano solo essere usati contro di lui, che della società sportiva ora era diventato il presidente e che di quei numeri era direttamente responsabile. Non riusciva nemmeno a ricordare chi avesse avanzato la proposta di chiudere il centro del fondo, situato a quota altimetrica troppo bassa per contare sulla neve per tutto l’inverno, troppo costoso da innevare artificialmente in rapporto all’utenza, che era in gran parte costituita da ragazzi delle società sportive locali, in calo anch’essi nelle quote associative, rispetto agli altri sport di cui la società si occupava. E pensare che il centro del fondo era stato voluto, sostenuto per anni, spesso addirittura disegnato nei tracciati da loro due, da Riccardo e Aurora, sin da quando da giovani atleti, che lì principalmente si allenavano, davano consigli ai responsabili di allora. Quella proposta di chiusura non fu accettata, ma non fu nemmeno lui ad aver la forza per farlo; lo sconforto di fronte ai numeri e la mancanza di volontari sufficienti per sopperire ai necessari tagli del personale per la manutenzione degli anelli di fondo, volontari presenti in altre realtà e in altri centri più popolosi, forse anche più noti al grande turismo, furono gli argomenti che vinsero. Il fondo era un ramo secco. Per lui quel centro era stato davvero tanto, il suo cuore pulsava lì; di lui parlava tutto quanto era lì; lì era cresciuto come atleta da giovane, anche se l’attività agonistica si era svolta ovviamente nelle più disparate località nazionali e non. Ma, se per lui in quel momento, come presidente di una società in cui erano rappresentate tante discipline, il cento del fondo e il tracciato olimpionico dell’Antico Mulino, dove si allenavano atleti di tutta Europa, era importante, ma non era più tutto, per Aurora invece non era solo importante: era tutto. Da quando lui era diventato presidente della società e doveva occuparsi di tutte le altre attività, il centro del fondo si identificava ormai in lei. Aurora si occupava di disegnare le piste, di sagomare le curve, di individuare le novità nei tracciati, di tenere ordinato il locale per la sciolinatura che era il fiore all’occhiello di quel centro. E non solo: lei gestiva gli orari e i prezzi delle piste e del centro di noleggio, i prezzi del noleggio stesso, la pulizia del locale con gli spogliatoi e i bagni, la gestione del bar; la collocazione dei cannoncini per l’innevamento artificiale almeno dell’area con il campo scuola; e le questioni relative a tutte le persone che in quei locali lavoravano, che potevano ammalarsi e dover essere sostituite, che chiedevano permessi per questioni personali, che in certe giornate di fine settimana erano spesso in palese difficoltà e soggette a forte stress. Quante volte Riccardo la chiamava e lei non rispondeva; andava a cercarla e capiva perché non aveva risposto: mancava un ragazzo al bar e si era messa lei a lavorare dietro il bancone; mancava il tecnico della sciolina e si era messa lei al banco; mancava un istruttore e faceva lei le lezioni che avrebbe dovuto fare lui; aveva visto stremata una ragazza al bar ed era andata a darle aiuto, anche servendo ai tavoli, se necessario per farla riposare un po’. Tutto questo con un’energia e una passione che superava la sua. Il che era tutto dire.

Ma a un certo punto Riccardo era diventato importante nel paese. Lui era l’ex atleta che aveva vinto di più nella sua specialità. Lui era quello che aveva voluto per primo lo sviluppo di quel centro, che lo aveva visto crescere sin da bambino. Aveva anche un po’ di spirito organizzativo e anche indubbie qualità gestionali di buon senso pratico, non certo politiche; fece carriera nella società diventando prima consigliere e poi addirittura presidente; la politica lo avvicinò e si lasciò irretire in cose più grandi di lui. Aurora gli aveva detto di continuare a occuparsi solo di sport e turismo come esperto nella relativa commissione consiliare; avrebbe continuato a dare pareri tecnici, dietro ai quali spesso c’era anche la sua esperienza; ma non aveva gradito il coinvolgimento diretto nella politica, che era durato per un solo mandato. In seguito, decaduto dalla carica, non più rieletto, era rimasto comunque attivo, seppure non più come consigliere comunale, senza un diretto ruolo istituzionale, ma come referente della sua lista per tutto quanto riguardava sport e turismo. Quella decisione di lasciarsi coinvolgere nella politica, mai condivisa da Aurora, che nemmeno voleva ascoltarlo quando le parlava delle riunioni, dei litigi, dei contrasti e dei tanti battibecchi, spesso su quisquilie, convinta com’era che Riccardo stesse perdendo di mira gli obiettivi prioritari, che dietro quelle attività c’erano delle persone, degli stipendi e delle famiglie, che c’era un interesse turistico da conservare, che c’era un clima che stava cambiando e rendeva sempre più difficile gestire tante attività.

Il tempo passava in questi pensieri. Non si era accorto che adesso sarebbe arrivato in ritardo. Glielo ricordò il messaggio che era giunto e che lo aveva salvato dall’aggressione di quel passato fatto sicuramente di luci, ma anche di tante ombre. “Problemi?”. “No. Ho dovuto rallentare per la neve. Fra dieci minuti sono lì.” Non era una bugia del tutto. In parte era vero. Ma soprattuto era credibile. Rimise in moto e con animo diverso, sì, davvero molto diverso dopo tutte quelle riflessioni; dopo essere stato richiamato ai suoi errori e alle sue responsabilità, si diresse all’appuntamento, nel luogo che aveva dato tutto a lui, quando era bravo e forte in ciò che sapeva fare, e che lui aveva mandato in malora, lasciandosi prendere da cose che non sapeva fare e in cui sarebbe stato sempre un debole, un burattino nelle mani di professionisti abili e di aquile rapaci. Quelle dello sci alpino, della discesa, della società degli impianti, quelle che attiravano le auto a migliaia nel fine settimane, quelle che provocavano code sulle strade, intasamenti nei parcheggi, smog a non finire, ma portavano soldi a palate nelle casse della società sportiva. Eppure gli sportivi locali, i giovani delle famiglie del paese che praticavano sport, gli adulti che volevano tenersi in forma, non andavano di là dalla strada, dove si faceva discesa; i giovani del posto preferivano il centro del fondo, dalla parte di qua della strada, dove non si abbattevano alberi per fare piste, dove non si spendevano migliaia e migliaia di euro per sparare neve finta, per anticipare o allungare la stagione, dove soprattutto non c’erano impianti di risalita costosissimi da mantenere e che implicavano responsabilità sulla sicurezza dieci volte superiori per chi li doveva gestire. Due mondi opposti di intendere la neve, nello stesso pianoro, ma separati da una strada che per lui era una stata per anni una specie di barriera. Era un peccato che lo sport fosse rovinato dalla politica e che la politica fosse guidata dal denaro, che attraverso la politica rovinava lo sport. Un triangolo del male perfetto, che non riusciva a comprendere, lui che andava spesso a fare qualche discesa dall’altra parte della strada, che non aveva mai visto nemica l’altra sponda della provinciale, che divideva quel pianoro. Fino a quando, appunto, non si era lasciato prendere nella rete di quelle persone che aveva sempre rispettato, ma considerato appartenenti a un mondo diverso e lontano dal suo. Aurora andava oltre, nutrendo del suo sport una visione quasi fondamentalista: per lei i veri sportivi stavano, senza se e senza ma, di qua dalla strada; di là c’erano solo i profittatori economici che confondevano lo sport con un spot turistico. “Lo sport non è un spot turistico; deve essere sacrificio e passione. Ricordati che per anni anche tu lo hai praticato così,” gli aveva detto urlando in uno dei pochissimi momenti in cui l’aveva vista alterata nei suoi confronti. No. Così si esagera. Non voleva che tutto questo diventasse un’arma da impugnare. Eppure, Riccardo, nel momento in cui dovette assumersi delle responsabilità, a lei non aveva pensato quella sera, quando si dovette votare sui dei numeri, su dei bilanci predisposti da uno studio commerciale e prendere decisioni che avrebbero avuto drastiche conseguenze. Era il presidente della società sportiva per i suoi meriti sul campo, per le vittorie ottenute da giovane, per il lustro che quelle vittorie avevano dato alla valle, mentre Aurora faceva la sua parte in campo femminile. Era l’atleta per antonomasia del fondo. Ma era anche lo scrittore che pubblicava racconti e aveva scritto tre romanzi, che aveva un blog cliccato da migliaia di persone in tutta Italia. La politica, che non sapeva fare, lo aveva lusingato; e poi lo aveva rovinato.

La macchina ripartì, ma la sua mente non voleva staccarsi da quella piazzola che era stata per lui l’occasione per riflettere sulle ragioni di tutto quanto aveva spezzato la sua vita, distrutto una coppia, spento una passione nata da bambini, con la stessa velocità con cui si cala una saracinesca sulla vetrina di un negozio. Aurora era sempre stata determinata; non era donna di compromessi; lui aveva distrutto l’unica cosa in cui lei credeva. E per lei, in quello che per lui era un fideismo quasi integralista, non c’era altro da fare. Riccardo non se lo aspettava. No, non il giorno dopo aver saputo che sarebbe diventato padre.

Quegli ultimi dieci minuti divennero un’eternità. Su quel parabrezza di nuovo non vedeva strade e alberi, non vedeva il bosco cedere al pianoro e a quelle distese che sarebbero diventate fra qualche mese gli alpeggi estivi; su quel parabrezza scorreva il film di quei tre anni di nulla. Tre anni in cui tante volte si era chiesto che cosa era stato di Aurora, del bambino, suo figlio. Doveva resistere veramente adesso. Era in preda a una devastazione dell’anima che non poteva permettersi di sbattere in faccia a lei, non poteva permettersi di arrivare da perdente, da sconfitto, da esiliato, da punito, da responsabile, ma soprattutto da colpevole. No. Basta. Per tre anni era vissuto preda di un senso di colpa che lo aveva isolato da tutto e da tutti, abitando in un anonimo bilocale di una località balneare, quanto meno spettrale nei mesi invernali. L’inverno: il periodo dell’anno che lui da sempre era stato avvezzo a ritenere il più bello, perché sempre caratterizzato da alacre impegno, da pugnace passione e soprattutto, per il piacere dell’anima, da tante bellissime soddisfazioni. Eppure da colpevole stava arrivando a quell’appuntamento alla pista dell’Antico Mulino. Colpevole di tutto. La colpa era solo sua. La colpa lo aveva straziato, lo aveva ridotto alla dipendenza da farmaci, lo aveva ridotto a non dormire, lo aveva in pratica reso un essere che alla vita non sapeva più cosa chiedere, perché in quella punizione che si era inflitto da solo non era assolutamente possibile ricostruire qualcosa di nuovo. Il suo corpo era andato lontano, in un paesaggio non suo, in un ambiente non congeniale, tra persone interessate a tutto ciò che non aveva mai fatto parte del suo mondo, delle sue valli, dei suoi boschi, dei suoi monti; a questi ultimi, invece, l’anima era rimasta strettamente abbarbicata e riusciva a parlare con i testi che pubblicava sul blog, con i racconti che da quei testi uscivano, sempre più forti, perché sempre più sofferti. C’era qualcosa dentro di lui che gli voleva bene. C’era uno spirito buono che, pur nella generale devastazione, aveva operato silente ma tenace in questi tre anni. Non si era mai chiesto nulla al riguardo, quando la sera, dopo le otto ore di servizio, accendeva il computer e iniziava a scrivere, oppure in poltrona o a letto trascorreva ore a leggere. Mentre il corpo riposava dalle fatiche di un lavoro forzato, l’anima alacre operava in silenzio per dare conforto a quel corpo, che la colpa stava divorando a piccoli brani, giorno dopo giorno, nel silenzio vuoto di nebbiose pianure e di spazi anonimi totalmente avulsi da quelle che erano state le aspirazioni e i sogni di una vita. La sua esistenza non sarebbe dovuta illanguidire nella solitudine di un paesaggio estraneo, ma sarebbe dovuta procedere in ben altra direzione. Eppure una colpa, se c’era – e c’era – andava espiata.

Il bosco era finito. La strada non saliva più. Si apriva il grande pianoro, bianco nella sua verginale purezza. Quelle nubi che per un attimo si erano aperte, lasciando che un crudele raggio di sole illuminasse, proprio per il momento del suo passaggio, il Giardino delle Rose, si stavano ora richiudendo. Altra neve si preannunciava. Immersa nella neve era nata la sua vita; non doveva finire immersa nella nebbia. Quassù era il suo posto. Ma non ne era più degno. La colpa lo aveva reso indegno di quel posto troppo bello per essere suo. Eppure, quel candore che tutto rivestiva parlava di qualcosa di puro, di intatto da macchia. Doveva ascoltare l’anima che attraverso quei colori gli urlava dentro. Doveva assecondare quell’anima che non gli voleva male, che non lo rodeva con la colpa, che per tre anni aveva cercato di fargli capire che soffriva di quella scissione dal corpo inferta così bruscamente e dolorosamente. “GiardinodelleRose” era stato uno strumento di quell’anima. Era forse l’extrema ratio di quell’anima che era rimasta lassù e che da lassù per tre anni invano aveva gridato in lui, nel suo corpo che veniva invece sbranato da avvoltoi famelici, nell’intendimento di combattere una colpa che quel corpo aveva sufficientemente scontato con un dolore che non meritava. C’era anche un bambino, ora di tre anni, sotto a tutto questo, dietro a questo sipario che svolgeva e riavvolgeva solo icone di sofferenza nelle lunghe ore dopo il lavoro, nelle lunghe interminabili giornate di riposo, agognate dai colleghi, sofferte da lui. Di quel bambino nulla aveva più saputo e questo aveva acuito quel sentimento di colpevolezza nell’esilio che si era inflitto.

Quella pausa in auto, durante quella breve interruzione della nevicata, che infatti stava ricominciando con il rabbuiarsi del cielo, lo aveva denudato di fronte a tutte le sue responsabilità, gli aveva chiarito tutto quello che non aveva mai inteso ammettere, gli aveva fatto capire come la causa prima fosse stata una sorta di annebbiamento della vista, che gli aveva impedito di vedere il traguardo, l’obiettivo vero di quella gara che l’arbitro aveva improvvisamente sospeso. Ora non aveva più argomenti da controbattere alle accuse; si sentiva come un gladiatore nudo e inerme di fronte a un gigante armato fino ai denti; ma ora era subentrata la convinzione che la responsabilità di quanto successo non fosse del caso, non fosse di un’aleatoria sorte avversa, ma solo ed esclusivamente di chi aveva perso di vista il senso di un operato costato anni di passione e aveva mandato al macero il risultato di quella passione e di tanti sacrifici. Questi erano stati fatti insieme ad Aurora in nome di quelle attività e di quella passione, che lui, con un voto e un’alzata di mano colpevolmente ritenuta innocua, aveva irresponsabilmente condannato a morte. Non aveva combattuto, non aveva lottato, non aveva insistito; se lo avesse fatto, forse qualcosa si sarebbe salvato, forse a un compromesso si sarebbe potuti arrivare. La politica è l’arte del compromesso, qualcuno gli aveva rinfacciato tante volte. E lui, che al lavoro associava la passione per la letteratura e la narrativa, era lontano anni luce da qualsiasi logica compromissoria; si era affidato ad uno studio commerciale, aveva accettato i risultati, li aveva sottoposti a esame da parte del direttivo della società che presiedeva, aveva ricevuto un mandato, ma non aveva mosso un dito, perché si era fidato; perché non aveva irresponsabilmente capito che si ordiva un agguato alla sua disciplina sportiva e alle sue attrezzature e strutture, in nome del dio denaro, che comandava altrove, dall’altra parte della strada, dove erano gli impianti delle piste di discesa, oppure in paese dove erano lo stadio in cui si giocava l’hockey, i campi da tennis e la piscina. Il suo era lo sport della fatica, la disciplina d’altri tempi; oggi il turista vuole divertirsi senza fare fatica; il giovane vuole vincere diventando famoso in una disciplina che tutti praticano e tutti conoscono grazie alla pubblicità. La sua era considerata poco più di un ramo secco in quei numeri che lui stesso aveva dovuto presentare. Ed ecco, lì, sotto i suoi occhi, il risultato. Con l’auto era entrato nel pianoro: e tutto gli fu chiaro in un attimo. Da una parte ecco la folla di chi si assiepava alla biglietteria per lo skipass, o al centro noleggio per scarponi e sci da discesa, o alla base della cabinovia in due tronconi che portava su all’inizio delle piste; ecco il parcheggio di cui non si vedeva la fine e che nemmeno riusciva a contenere tutte le auto; un ristorante e ben tre bar di cui due nuovi, che non esistevano quando lui se ne era andato. Dall’altra parte della strada quello che era stato il suo mondo, il centro del fondo, la cui insegna sverniciata dava già un significativo buongiorno. Rivide ciò che restava del centro sciolinatura con il laboratorio sci, un tempo ritenuto il fiore all’occhiello di tutta la struttura sportiva: un edificio chiuso, già fatiscente e con tutti i segni dell’abbandono. Lì decise di fermare l’auto. L’inizio delle piste, dove era atteso all’appuntamento, non era visibile da quel punto. Mentre si metteva le scarpe, puliva gli attacchi e dava un po’ di paraffina e di sciolina agli sci, un signore accanto a lui stava facendo la stessa cosa. Decise di attaccare discorso: “Buongiorno. C’è tanta neve fresca e temperatura non molto bassa. Che si fa?”.

“Mah … Buongiorno a te! Io vado su una fluorata rossa. È un prenderci in queste giornate. Dovremmo essere come gli svedesi che decidono solo annusando l’aria, senza guardare termometri dell’aria, termometri della neve e così via.” L’uomo rispondeva senza guardare il suo sconosciuto interlocutore, come si conviene a un esperto, abituato a frequentare quel centro e quegli anelli, su cui lui aveva passato una vita; quell’uomo era tutto preso dal suo lavoro di sciolinatura improvvisata con gli sci stesi per il lungo per terra.

“… e qualità delle gambe,”, non mancò di aggiungere Riccardo, memore di una lunga esperienza.

“Già. Ma quando si poteva sciolinare là dentro era tutta un’altra cosa.”

“Vero. Da quanto tempo è chiuso il laboratorio?”

“Come? Non lo sai? Ti credevo esperto del posto?”

“No. Mi hanno detto che ci sono delle belle piste e ho deciso di provarle oggi. Peccato per questo cambiamento improvviso del meteo.” Gli era costata tantissimo quella menzogna e pronunciò la frase con il cuore che gli sembrava salito fino ai denti.

“È chiuso da quando è cambiata la direzione del centro, tre anni fa. Il direttore, un ex atleta, che aveva lavorato per anni e che sembrava anche stimato, così almeno si dice, all’improvviso si dimise. Nessuno capì esattamente perché. Si parlò di divergenze politiche. Faceva tutto lui con la sua compagna quassù al centro del fondo. Andato via lui, lei, che è sempre qua tutti i giorni, non fu più in grado da sola di svolgere la mole di lavoro che avevano negli anni precedenti diviso in due. Ci provò, ma alla fine decise di lasciare solo le piste, che … beh, quelle sì, si difendono veramente bene. Guarda laggiù!” E indicò in direzione del vecchio bar ristorante annesso al centro del fondo.

“Quello era un bar ristorante pieno di gente in queste giornate. Ora è solo un punto ristoro che fa un caffè schifoso e una cioccolata che sarebbe un’offesa alla cioccolata vera chiamare così. Chiuderà presto. Vanno tutti di là dalla strada, anche i fondisti. Vuoi mettere?” I sensi di colpa naturalmente si moltiplicarono ancora di più nel vedere così malridotto proprio il locale dove lui aveva avuto anche il suo ufficio, sul retro del bar, adiacente alla sala ristorante.

“C’era anche uno spogliatoio con armadietti, bagni e docce, se ricordo bene,” continuò a punzecchiare Riccardo, in cerca di informazioni su quanto successo in quell’arco di tempo. Erano passati tre anni. Non è un periodo certamente lungo. Eppure sembrava che ne fossero passati trenta.

“Sì, esatto. Era dopo il bar. Adesso lo usano per metterci le macchine e attrezzi vari. Credo che i tubi si siano rotti e nessuno abbia più deciso di riparare l’impianto. Politica, amico mio. Brutta e sporca politica. Ma siccome per me è sempre meglio un uovo oggi che una gallina domani, mi accontento delle piste, che sono veramente molto belle. E spero che la politica possa riflettere sullo sfregio allo sport che ha fatto quassù. Se quel direttore di allora se n’è andato così all’improvviso, i casi sono due per me: o era un incapace assoluto, o era un visionario che non accettava delusioni. Mi piace pensare che quella vera sia l’ipotesi B, ma qualcosa purtroppo mi dice, sulla base dell’esperienza, che sia più probabile l’ipotesi A.”

Non era quella certamente la lezione che meritava. Non in quel momento. Riccardo non ribatté nemmeno. Deglutì amaramente. Si trattenne. Prese gli sci. Chiuse la zip della tuta. E s’incamminò verso le piste nel nuovo ruolo di incapace assoluto, che gli era appena stato affibbiato da uno dei tanti utenti di quelle piste; una struttura sportiva, che era stata la sua ragione di vita per tanti anni, sin dall’infanzia, su cui si era allenato da giovane, che lui aveva voluto sviluppare, che lui aveva visto crescere fino a diventare uno dei punti di riferimento più attrezzati e apprezzati a livello nazionale da parte degli appassionati di quelle discipline dello sci di fondo. Un cartello rotto indicava l’inizio della pista dell’Antico Mulino. Lo seguì. Non volle alzare gli occhi. Li tenne a terra, perché così procede il colpevole.

Lei era lì. Aurora lo vide: sorrideva. Rallentò il passo nell’avvicinarsi a lei. Alle sue spalle il Giardino delle Rose era coperto da nubi da cui la neve scendeva ora di nuovo fitta. Aurora, immersa nella neve come lui sempre la sognava, aveva gli sci in mano; li lasciò cadere incurante. Allargò le braccia. Lui si lasciò abbracciare e dovette accettare di sentirsi dire: “È stata tutta colpa mia. Scusami. Ho fatto quello che ho potuto, ma senza di te qui non c’era nulla che avesse proprio un senso. Tutta colpa mia. Ora … vorrei ripartire.”

“Ripartiamo dal Giardino delle Rose?”

“Ripartiamo dal Giardino delle Rose. Torniamo lassù. Prendiamo un caffè lassù. Lo faremo senza una medaglia al collo, ma con qualche anno in più. Gli anni in più ci avranno almeno insegnato che gli errori si pagano.”

“… e anche le colpe si pagano.”

“Forse qualcosa qua al centro si può ancora fare.”

“Sì. Forse sì. Prendi quegli sci, carichiamo tutto in auto e andiamo lassù. Mi sembra giusto.”

“Ci sarebbero ancora salsicce e patate da cucinare nel camino. Le ho prese da mangiare a pranzo. Mi farebbe piacere che ti fermassi da me,” disse sottovoce Aurora. Riccardo naturalmente non aveva dimenticato quel particolare.

La nevicata si era infittita, ma non era certo mai stata la neve a rappresentare un problema per loro due. Andarono all’auto. Accanto a quella di Riccardo, il signore di prima, quello che gli aveva in pratica dato dell’incapace a sua insaputa, era ritornato indietro sconsolato, perché non aveva potuto sciare per la neve troppo alta e fresca. Li vide arrivare abbracciati. Riconobbe Aurora, la nuova direttrice del centro. Li vide baciarsi a lungo prima di risalire in auto, incuranti della neve che si intrufolava ovunque nelle loro tute, tra i capelli, persino sotto gli occhiali. La gente di montagna è franca e non gira attorno ai problemi: l’uomo disse ad alta voce: “Tutti paghiamo prima o poi. Quell’incapace, che, andandosene chissà dove, ha rovinato questo paradiso, un centro organizzato alla perfezione, meritava proprio una lezione come si deve. Brava!”

Fu così che capii che la colpa non solo colpisce sempre, anche a tradimento, ma compresi anche molto bene che riesce a plasmare la vita, imprimendole una direzione assolutamente imprevedibile e indefinibile al suo inizio e che la porta a esplorare regioni e a effettuare esperienze, che altrimenti non avrebbe mai avuto occasione di realizzare. Non solo: non avrebbe mai nemmeno potuto presagire. Chi di noi si è impegnato nel tentativo ha imparato da Aurora e da Riccardo che pianificare quel viaggio è impossibile con le forze di cui disponiamo, perché ci sono altre forze che agiranno sempre secondo canoni e regole, che forse esistono, ma che mi piace definire criptiche e lasciare nel loro nascondiglio; ebbene, queste forze, che istintivamente temiamo, per me e per il mio lavoro hanno di bello proprio il fatto che per noi, che ingenuamente edifichiamo sopra di esse le più fragili ed effimere teorie, celeranno sempre un meraviglioso e intrigante segreto. Il segreto della comunicazione: per gli antichi era la condivisione di un dono; lasciamo che questa comunicazione e questa condivisione ineffabili si lascino ammirare attraverso il dono che si eterna nel tempo e si ripete attraverso le sue immagini e i suoi correlati nel quotidiano; uno di questi correlati – posso dichiararlo con sicurezza – è la neve del “Giardino delle Rose” in quella meravigliosa favola, che per tutti noi in paese ebbe come protagonisti prima Aurora e Riccardo, e ora il piccolo Matteo: il frutto di una colpa, certamente, ma non solo, se riusciamo a spezzare le catene di quelle fragili teorie: a me basta ammirarlo come una vera forza della natura che sta vincendo – non chiedetemi perché e guardatevi da facili risposte – una gara dopo l’altra nello sci di fondo. A me basta questo: accettare ogni tanto l’invito di Riccardo e Aurora al ristorante vicino alla pista dell’Antico Mulino, tornato agli antichi splendori, e ammirare la potenza che sa esprimere nel suo corpo, nel suo passo spinta, nel pattinare con gli sci, nella perfezione e nell’armonia del gesto atletico quel semplice e simpatico ragazzo di un piccolo paese di montagna. Se poi volete avere anche la gratificazione di un sorriso, lasciatevi consigliare un piatto di salsicce e patate cotte alla brace. Apprezzate tutto così com’è. Non cedete a pretese illusorie e poi, quando Matteo si sarà aggiunto a tavola, stremato dall’allenamento, ditegli che il sangue da cui tutto è iniziato è quello buono. Poi, dopo aver pranzato, fate una pista insieme a loro due, in silenzio, godendovi quell’esperienza, lasciandovi invadere da quel paesaggio bianco dominato da una forza che per me è scesa proprio da lassù, da quelle cime del Catinaccio che paiono fragili, ma che evidentemente all’anima di due persone come tante qui in paese hanno saputo, in un modo o nell’altro, urlare stentoree. A me adesso basta questo.

Il volo dell’airone

La strada bianca davanti a lui si perdeva nell’orizzonte delle piatte campagne autunnali. La luce era soffusa. C’era nebbia; era novembre, ma non era abbastanza fitta da impedire di seguire per lungo tratto quella traccia bianca, che squarciava il grigio dominante alla sua destra e alla sua sinistra. Sembrava non finire. Era il suo desiderio forse che non finisse, anche se ben sapeva dove finiva. Dal casco scendevano gocce di umidità accumulatasi nei tanti chilometri già percorsi; anche dal telaio della bici ne scendevano. Quella pausa aveva aumentato la percezione dell’umidità. Arrivò ad un bivio con uno stradello erboso che saliva sull’argine del fiume. Lo prese e arrivò sul silenzioso rivale. Lasciò per terra la bici, sulla rugiada. Si tolse casco e passamontagna. Si girò verso l’alveo pieno d’acqua. La corrente procedeva lenta, aggiungendo acqua grigia al tanto grigio tutt’intorno, che di quell’acqua si alimentava. Si alzava da lì la nebbia, da quel flusso, da quell’acqua, da quella placida corrente che gelosamente conservava in sé risposte a domande antiche. Anche lei si perdeva nell’orizzonte, dall’altra parte. Si girò. Rivide la strada bianca che per lungo tratto aveva percorso e che si perdeva anch’essa nell’orizzonte. Si sedette per terra. Voleva ascoltare un richiamo che veniva da lontano, appena percepibile. Ma rilesse il messaggio, già letto tre volte. La notifica era arrivata poco dopo la partenza, due ore prima. Non lo aveva letto subito. Pur sapendo di chi era, aveva atteso la prima sosta. Sapeva di chi era e sapeva che cosa diceva. Non c’era fretta, perché non c’era attesa. La lettura era stata una conferma di quell’attesa per nulla sospesa nel dubbio. La nebbia aveva bagnato anche lo schermo del cellulare, come volesse piangere per lui: le lacrime, le aveva spese tutte ormai. Arrivato al fiume aveva riletto il messaggio per la seconda volta e aveva anche meditato una risposta; ma si era come persa nella caligine generale. Anche la mente era annebbiata ormai. Non percepiva forza. Non trovava le parole annaspando alla cieca in quella foschia. Eppure essa non infondeva tristezza. Appariva parte di un ordine cosmico, di un inevitabile, necessario, naturale ciclo. Rimise il cellulare nel taschino. Riprese la bici, incerto se proseguire per la strada bianca, o per l’erboso rivale. Era più faticoso, ma scelse il secondo. E procedette, controcorrente, su, avanti, verso quel grigio che, infittendosi laggiù in fondo, nascondeva i primi colli. Laggiù in fondo all’anima non c’era invece più nulla da nascondere. Avanti. Macinare chilometri, sfidare acido lattico e battito cardiaco. Avanti. Macinare linee rette di sentieri erbosi, di rivali amici, che difendono l’anima che scorre in quelle acque dolci e lente. Ed ecco la visione attesa e desiderata; ecco: l’antico incoraggiamento alla sapienza, unico capace di dissipare nebbie, di combattere menzogne, di evitare delusioni e di non cedere a fallaci, illusorie lusinghe: la placida e maestosa eleganza di due aironi, che non si alzarono in volo al suo avvicinarsi, gli fece capire che poteva sentirsi in terra amica. Il loro candore illuminò il paesaggio grigio, giustamente grigio ora. Anche la nebbia aveva trovato il suo giusto posto. Lì tutto rispondeva all’ordine naturale delle cose. E all’ordine naturale delle cose doveva adeguarsi anche la sua anima. Avanti. Macinare chilometri di erba, seguendo una traccia di sentiero sempre più amica. I due aironi si alzarono in volo. Si posarono ai bordi dell’acqua più avanti rispetto a lui, ripiegando due metri di ali. Avanti. Macinare ancora, pedalare e liberare dai residui vincoli quell’anima. Avanti, verso quell’orizzonte, che prima o poi svelerà la sua natura. Il sentiero di rivale arrivò ad un altro bivio. Poteva continuare o scendere sulla sterrata che aveva percorso per tanti chilometri. Restò sul rivale. Avanti. Avanti ancora. Nel taschino, sulla schiena non si sentiva il peso di quella risposta mancata. Non apparteneva più a quel mondo quel messaggio? Le ali dei due aironi nuovamente si distesero sopra di lui, seguendolo come due aquiloni. Un filo lo legava a loro. Si abbandonò a quel filo, si lasciò prendere da quel vincolo di libertà. Avanti. L’anima fluiva sempre placida nella direzione opposta, verso la foce e la sua libertà, immemore di tradimenti, immemore di pericolosi giochi con i sentimenti e le emozioni. Ma lui doveva comprendere quel monito, doveva seguire l’incoraggiamento, doveva ascoltare gli aironi, doveva dare una risposta e per poterla dare non doveva assecondare l’anima, ma la memoria. Doveva andare contro quella corrente. Inevitabilmente. Avanti. Macinare chilometri, chilometri, chilometri. Verso quell’orizzonte celato dalla nebbia, verso l’origine di tutto. Lì era la risposta. Lì sogni ed emozioni, tradimenti e menzogne non avrebbero avuto più segreti. Da lì era giunto quel richiamo. Ne era sicuro. Perché conosceva quel fiume. Perché si fidava di lui. Perché lì tutto era nell’ordine naturale delle cose. Quei romani antichi, quelle genti dell’Italia antica di cui leggeva i testi a scuola con i suoi ragazzi lo chiamavano spesso Pater. Ma si vergognavano di dirlo nei testi, nelle opere letterarie; lo facevano dove credevano di non essere visti da nessuno, vicino ad una sorgente, in un bosco opaco, nel segreto di un paesaggio amico, ascoltando la voce di un vento o interpretando come segno un baleno; là dove sapevano che avrebbero avuto quelle risposte alle grandi domande della vita, che le divinità ufficiali non avrebbero mai dato loro. Pater. Il padre lo chiamava. Devo arrivare là dove tutto ebbe origine. Avanti. Avanti sempre. Ormai non erano più gocce di umidità quelle che bagnavano le lenti. Sentiva l’ansia salire, sentiva sì l’acido lattico accumularsi nelle gambe, ma sentiva il cuore soprattutto che batteva; batteva forte perché sapeva che la strada presa era quella giusta. Avanti. Quella corrente dava forza, perché nasceva là dove tutto sarebbe stato chiaro. Devo arrivare.

Gli aironi si fermarono. Nel piegarsi delle loro anime, ripiegò la memoria in un abisso di dolore. Era inevitabile. Lo sapeva. Anche a quello era preparato. Si fermò. Mise mano con decisione ai freni. I dischi fischiarono. Gli aironi, pur spauriti, drizzarono il capo, ma non volarono via. Qualcosa ora turbava quell’armonia infranta. Qualcosa che veniva da dietro; la risposta mancata. Riprese il cellulare, rimanendo in piedi a cavallo della bici. Compose la risposta a lungo meditata. Un airone, uno solo, si alzò e portò quel messaggio, come sapesse da tempo che avrebbe dovuto compiere quella consegna. La memoria era annegata nel mondo dei tradimenti e delle delusioni, delle menzogne e dei puerili infingimenti in cui l’anima era stata per tanto tempo illusa e alla fine beffardamente derisa. Non meritava tante parole quella risposta, ma un nobile e autorevole messaggero. Lo aveva trovato in un grande, semplice, candido airone che partì fedele, consapevole della gravità del momento e dell’importanza del ruolo. Seguì il richiamo del Pater. Ripartì. Avanti. Spingeva con forza sul faticoso manto erboso, su, verso la risposta vera, quella che contava. Un richiamo dalla nebbia. Il padre aveva risposto. In lui trovò fiducia. La strada finì, il fiume era arrivato alla foce, il suo corso aveva trovato la libertà, lui era arrivato alla sorgente, l’orizzonte aveva squadernato la verità, l’ordine naturale delle cose aveva ridato l’agognata serenità. La strada finì. Il sentiero non seguiva più il rivale. Non c’era più la traccia. L’anima aveva capito. Il Pater aveva risposto. La sua parola veniva da lì, da un tumulo di terra, coperto di fiori e da un’antica iscrizione. Il figlio s’inginocchiò e ascoltò. Gli aironi si riunirono lì con lui, sul tumulo di pace. Gli aironi della saggezza. Gli aironi del silenzio. Gli aironi del timore, del rispetto. Le due anime si riunirono. Altrove erano le menzogne, altrove le frustrazioni e le delusioni, lì non si giocava pericolosamente con i sentimenti altrui; lì si dialogava con l’antica verità, con il timore di ciò che è giusto temere. Dissipatasi la nebbia, il dialogo era ora assai più dolce di quanto si aspettasse. Come i due aironi, che finalmente avevano dispiegato maestosi le ali nella libertà dell’azzurro, sui colli liberi da nebbia, dove illusioni e finzioni non avevano spazio, Il padre e il figlio dialogano; e la concordia è figlia dell’armonia ritrovata nell’ordine naturale delle cose, dove il timore non è mai paura, ma rispetto, non gioca con i sentimenti degli altri, non li lusinga blandamente, ma li ascolta con devozione, li accompagna silenzioso, li asseconda, li guida con la sua placida e fiduciosa corrente, che scende e si affida a quelle leggi in cui l’uomo riconobbe le sue prime divinità. Il padre e il figlio volarono. Delle incerte tracce di sentiero non c’è più alcun bisogno per cercare la risposta che conta; ci sono le ali immense di due candidi aironi.

Scherzi

Ho avuto un’idea. Sempre la notte ispira le migliori. Ho buttato giù la scaletta. Ora quella fabula dovrà intrecciarsi attraverso i tanti scherzi e le inevitabili intermittenze del tempo, che ti porteranno una alla volta le parole giuste, te le cambieranno, le faranno litigare tra di loro, te le limeranno. Poi si riuniranmo e daranno loro il Via si stampi! E voi le leggerete come fossero mie, attribuendole a me. Ma da tempo mi chiedo se per davvero sono mie. Sono scherzi della Notte. Ecco cosa sono. Né più né meno.

Il Canto di Borea

Il meteo annuncia neve. Il mare è in burrasca. I contadini annusano l’aria è dicono che si è aperta la porta della burjana. Nell’aria prima immobile il vento di bora rinforza. Borea è stato declinato in tanti modi. Passa il tempo e invade lo spazio; lo spirito lo ascolta sulla nera battigia. Egli guardò a nordest. Si dispose ad accogliere quel vento con la barba, con corpo di serpente e grandi ali d’aquila, Aquilone per altri. Da anni non andava in spiaggia al buio. Chi ama la solitudine non può non andare in spiaggia al buio in una gelida sera d’inverno. Si diresse a nord. Il gelo di Borea accarezza ora non più la fronte, ma la guancia destra. Il fragore delle onde è assordante. Solo Borea agita così l’Adriatico; nemmeno Austro arriva a tanto. Le sciabolate di Borea portano in alto acqua e sabbia, come le navi di Serse. Così avrà rapito Orizia, pensò. Se rapisse anche me! Avvertì distinto il richiamo delle cavalle di Dardano. S’incamminò verso nord, lentamente. Le onde rotolano una sull’altra, una contro l’altra; gli spiriti nell’anima avvolgono e riavvolgono memorie, una sull’altra, una contro l’altra. Acqua, gocce d’acqua gelata si stampano su quella scena di un palco senza spettatori, in un paesaggio senza spazio e senza tempo, che ora luccica di un licore amaro, ora si rabbuia in una tenebra pacifica. Si fermò e chiuse gli occhi. Borea entrò. Prese la forma di un brivido, che gelando brucia. Un sussulto d’orgoglio gli consentì di riannodare fili di matasse perdute. Solo quel paesaggio consentiva di riprendere controllo del tempo. Il brivido è frenesia ora: ha il capo di una di quelle matasse. Apre gli occhi. Un fiocco di neve, il primo, bagna il guanto destro. Passa attraverso la lana, entra in lui; altri lo seguono; entrano in lui tutti, con la forma di un sapere antico, che soffice e silenzioso prende dolcemente possesso di un mondo puro, squarciando veli resistenti a tutto, tranne che alla conoscenza. Un sapere antico prevalse. Un sapere antico illuminò di nuova forza lo spirito che lo cercava. Borea urlava, spronava, incitava. Borea cantava epinici di gloria. Borea non ha rivali e la neve lo porta qua e là, su e giù, dentro, sempre più dentro, dentro lo spirito che era lì per lui. Riprese a muoversi. Camminare verso nord diventava arduo cimento: Borea urlava e sferzava le guance, colpiva le tempie, bagnava la fronte. L’immagine prese forma. Finalmente chiara. La saggezza dei fiocchi di neve ricomponeva lacerti di tempo, rialzava rovine distrutte. Il passo era sicuro, deciso, diretto a nord, pronto ad elevarsi tra i fiocchi di neve, tra le braccia di Aquilone, dalla sabbia malferma, melmosa e fallace. L’immagine era chiara. Borea non mente. Avanti, sempre avanti, nel buio, nella neve sempre più convincente, che lo accarezzava amica, sul discrimine dolente tra terra e mare. La battigia s’imbianca, si purifica di mesi di dolore; l’anima si vivifica di sapienza nuova. Avanti, avanti con la forza di uno spirito che ha trovato la chiave di lettura di un mondo antico, sommerso, dimenticato. E le sue rappresentazioni sono atti di forza che danno coraggio nel gelo gioioso, nella burrasca, nella burjana, tra le ali di Borea. I fiocchi di neve parlano allo spirito, evocano aquiloni e rose che nella rugiada sbocciano sfidando il tempo; e la loro sapienza disegna nitide forme nello specchio dell’anima. Tra le braccia di Borea si sentiva in pace. Avanti, diretto a nord. Tra le ali di Borea si sentiva in volo. L’immagine è lì. L’immagine è sua. I fiocchi di neve l’hanno disegnata. Il suo candore, la sua bianca purezza sono la forza della sua sicurezza. Si fermò per assaporarla. Tra i fiocchi si aprì uno squarcio di luce, di pace. L’aquila vola nell’immensità del tempo, tra spazi senza un prima, senza un dopo; si libra là dove urla Borea, tra fiocchi di gioia, di candida, gelida, incontaminata purezza.

La bambina ora dorme, tra i fiocchi fitti. L’icona di un mito di purezza, in un mondo di favola. Dormi, mio dolce fiocco di neve. Dormi e assapora la sicura sagacia del vento dell’est. Dormi.

L’ultima curva

Era prevista da giorni. Dopo settimane di clima primaverile fuori stagione, di turisti con il broncio, di paesaggio finto con le lingue bianche delle piste disegnate dai cannoni nel paesaggio verde, finalmente era arrivata. Ed era arrivata facendo il botto. Aveva iniziato in tarda mattina portata da vento forte. E poi la nevicata si era infittita sempre di più. I due fratelli, Mario, il parrucchiere del paese, e Alberto, proprietario dell’officina meccanica, avevano deciso di chiudere prima le loro attività. Mario era tornato a casa da sua moglie Sofia. Alberto, che, viste le previsioni, aveva già applicato lo spazzaneve al suo camioncino, era pronto, insieme ad altri, a rispondere al messaggio del sindaco e a mettersi al lavoro. Ma i due fratelli, sulle porte delle rispettive case, non parlavano della neve. In montagna la neve non è un problema e fa parte della quotidianità da sempre; lo può essere chi incautamente la sfida. Parlavano del loro amico e vicino di casa, insegnante da anni nella loro comunità, da quando aveva fatto la scelta di lavorare in quel paese e in quella scuola; e lì in quella comunità, appunto, da tempo viveva. Il “prof”, come da tutti era semplicemente chiamato, in quanto unico uomo insieme a un bidello a lavorare in quella piccola scuola, destava preoccupazione in tanti quel giorno, da quando Annamaria, che abitava nell’ultima casa prima della rotonda, dove iniziava la strada del passo, aveva comunicato che, prima che questa fosse chiusa, era passata proprio l’auto del prof. Era il gesto che tanti di quelli che gli volevano bene purtroppo temevano e che puntualmente si era verificato. Non era la prima volta che lo faceva da quel giorno di gennaio di dieci anni prima, quando, sempre sotto una fitta nevicata e sempre con la strada del passo chiusa, lui era andato nella sua baita, in realtà una piccola casetta con piano terra in pietra e alzato in legno, che il marito di Annamaria, geometra, aveva trasformato in un rustico e caldo ambiente unico, una specie di loft. Gli volevano bene, perché era un bravo insegnante, era persona sensibile, era amato dai suoi ragazzi, stava spesso con loro al bar, nella piazza, nel giardino pubblico. Ma gli volevano bene soprattutto dopo quello che era successo anni fa quel giorno di gennaio. Alberto ricorda meglio di tutti quanto successe allora, in quella giornata che lasciò un segno, un brutto segno, in tutta la comunità. La strada del passo era stata chiusa e non ancora pulita dopo un’abbondante nevicata. Arrivò alla stazione dei carabinieri una chiamata di soccorso da parte di una donna rimasta bloccata, evidentemente uscita da una delle strade private e non a conoscenza della temporanea chiusura della strada principale; fu Alberto a salire con lo spazzaneve e a trovare la Cinquecento bianca ferma in mezzo alla bufera, bloccata nella neve. Lei era visibilmente alterata. Alberto, che la conosceva bene, non l’aveva mai vista così: nervosamente si asciugava il viso con un fazzoletto e cercava in modo innaturale e maldestro di dissimulare un malessere che trapelava in modo palese. Alberto riuscì ad estrarre l’auto dalla neve e a metterla dietro il suo mezzo. Disse alla donna di seguirlo standogli vicino. Provò a fare domande sul prof, ma non ebbe alcuna risposta. Arrivati alla fine della discesa, in fondo alla strada, alla rotonda dove iniziano le case del paese, Alberto intravvide una mano che ringraziava da dietro un finestrino appannato. Da quel giorno la Cinquecento bianca e chi l’aveva guidata, popolando fantasie di ogni tipo nelle menti della gente del paese, non si vide più. Dieci anni erano passati. E la piccola comunità sentiva la mancanza di quella Cinquecento bianca. La avvertiva immancabilmente quando vedeva lui, il loro prof, e quando realizzava il cambiamento che quel giorno aveva apportato all’esistenza sua e alla vita di tutti loro. Quando Alberto tornò al bar, vide Mario che gli disse che il prof non rispondeva al telefono. Sapevano tutti che era lassù. Cosa fosse successo non si seppe mai. Lui non ne parlò mai a voce. Erano per tutti loro in paese una coppia bellissima e affiatata. Lei era un’insegnante di educazione fisica di una scuola in città, che portava spesso i ragazzi a sciare e a fare escursioni con le ciaspole nelle piste del loro paese. Il barista del rifugio, Halit, un gioviale quarantenne di origine balcanica, gli aveva parlato di un’insegnante di una scuola di città, “una donna affascinante”, che veniva spesso con i ragazzi sulle piste del passo: nel suo linguaggio semplice e con il suo lessico decisamente diretto e ben poco allusivo non mancò più volte di dire nei suoi messaggi quale notevole esemplare del genere femminile fosse quel giorno arrivato al rifugio. Un giorno in un messaggio Halit descrisse la giovane insegnante in tutti i particolari fisici, partendo ovviamente dalle parti più curvilinee, che a lui evidentemente interessavano di più, e concludendo con la descrizione dei particolari che invece solleticarono l’interesse del prof:  “ha un naso molto particolare, aquilino, lineamenti del viso marcati, un alone vagamente orientaleggiante che noi balcanici, mescolatici per secoli con i turchi, riconosciamo subito, un piccolo neo vicino al naso, occhi neri vivacissimi, una chioma di capelli neri lunghi che è una meraviglia della natura e un sorriso che spakka”.  Nessuno seppe se tutto fosse dipeso dalle quelle due kappa o dal neo, o dai capelli, o dalle curve descritte centimetro per centimetro da Halit, fatto sta che il prof decise di associarsi un giorno con i suoi ragazzi a quelle uscite, che lo incuriosirono, e organizzò un’escursione con le ciaspole con una sua classe, non appena ebbe da Halit la data della prossima comparizione della misteriosa divinità orientale. Fu così che un bel giorno al rifugio su al passo, proprio sui tavoli dove Halit serviva la pasta e fagioli a detta di tanti la più buona di tutta la valle, i due gruppi, quello del prof e quello della divinità orientale, si fermarono per il pranzo e si incontrarono: la freccia di cupido evidentemente fece centro, quando i due insegnanti si conobbero e Halit, ammiccando con il prof, disse: “Sono fiero che nel mio rifugio sia appena nato un gemellaggio tra due scuole. La quota degli accompagnatori è offerta dalla casa.” In effetti, trattandosi di un giovedì, giornata infrasettimanale, quei due gruppi di quasi sessanta persone, compresi gli altri due colleghi del prof e della donna della scuola di città, avevano portato in cassa una cifra che per Halit era assolutamente insperata. Alberto era arrivato al passo, passando per il sentiero nel bosco, che incrociava il pianoro della sua baita; l’altro gruppo aveva preso un’altra mulattiera estiva, che per anni era stata usata come tracciato per una pista di sci di fondo nei mesi invernali. A tavola il prof convinse la collega appena conosciuta a passare per il bosco, dicendole che il panorama sarebbe stato molto più bello, ma che bisognava prestare attenzione ad alcuni tratti ripidi. Halit vide subito dai sorrisi che si scambiavano, dal modo in cui parlavano, da come il prof avesse quasi dimenticato di avere la responsabilità di un gruppo di ragazzi, che la famosa alchimia chimica era scattata. “C’è qualcosa di incredibilmente misterioso che unisce queste due persone”, scrisse nel massaggio che inviò ad Alberto e Mario, che sapeva in paese non solo vicini di casa, ma amici del prof. In pochi minuti tutto il paese seppe. Alberto non vide subito il messaggio, ma Mario sì, lo vide subito e rispose: “Ma lui è così timido …” Halit ribatté: “Anche lei. È questo il bello.” Al ritorno verso il paese, da cui erano partiti per quella escursione con le ciaspole con il gruppo dei ragazzi, passarono infatti proprio dalla carrareccia, che dal passo arrivava alla sua baita e diventava poi lo stradello privato, che portava alla strada principale. Il prof e lei rimasero sempre insieme in fondo al gruppo. Lui, che conosceva benissimo quella pista, spesso aiutò lei nei punti più ripidi. Da lì scendeva anche un sentiero, da cui si arrivava in paese più velocemente a piedi, quello che il prof con i suoi ragazzi avevano già percorso in salita. Alberto li incontrò su quel sentiero e vide che in un tratto un po’ più ripido e delicato il prof era particolarmente attento ad aiutare i ragazzi ad affrontarlo nel giusto modo. Vide anche che per ultima passò lei. Ma la donna scivolò, perdendo l’equilibrio e finendo proprio in braccio al prof. Alberto ebbe la conferma dei sospetti di Halit, nel momento in cui assistette al bacio che i due si diedero quando lei si rialzò, ridendo spensierata e per nulla preoccupata della brutta figura fatta con i suoi ragazzi. Da quel giorno lei veniva su sempre più spesso con la sua Cinquecento bianca. E non veniva mai a casa sua in paese: alla rotonda girava per la strada del passo e andava sempre alla baita. E quella Cinquecento bianca era diventata in cert senso parte delle fantasticherie che tutti in paese iniziarono a raccontare, costruire, inventare, modificare, rielaborare con sempre nuovi dettagli sul loro prof. Era una piccola epica di paese quella che si ambientava in quella baita e che stava prendendo forma nelle riunioni a tavola delle famiglie al termine del dure giornate di lavoro, che la stagione turistica imponeva per il divertimento altrui. Era bello quando la mattina presto scendevano insieme dalla baita, abbracciati per fare colazione insieme al bar, prima che lei scendesse in città alla sua scuola e lui andasse a sua volta alla sua scuola, la loro scuola, la scuola del loro paese, dove tutti loro avevano passato un po’ della loro vita. Era bello il modo semplice in cui il prof e la divinità orientale dichiaravano a tutti di essere innamorati.

Il loro prof da anni scriveva. Aveva iniziato con delle poesie di montagna. A loro piacevano, ma il genere trovava poco interesse giù in città. Decise allora di passare alla narrativa ed ebbe più successo. Sempre racconti di montagna e sempre lei, in forme diverse li popolava, con la sua chioma di capelli neri, i suoi occhi neri, il suo accento orientale. Nessuno di loro aveva mai saputo da dove venisse quello splendore del genere femminile che, ogni volta che faceva la sua apparizione nel bar del paese, lasciava a bocca aperta tutti, soprattutto gli uomini, con quel suo fisico atletico, sempre tonico e perfetto, quei capelli che ora lasciava ondeggiare con voluttuosa civetteria, ora raccoglieva in una lunga coda di cavallo, che spesso era lui a farle lì al bar, accarezzandoglieli morbidamente, incurante degli sguardi altrui. Il piccolo birichino neo a fianco del naso leggermente adunco che tradiva inconfondibile origine orientale per loro, ma dantesca per lui, era stato oggetto di tante ipotesi sulla sua origine. Benché si fosse conquistata l’epiteto di “divinità orientale”, parlava tuttavia italiano perfetto. Non solo: rispondeva alle battute in dialetto, quello di città un po’ imbastardito, ma apprezzato ugualmente dai più puntigliosi puristi locali. E quegli occhi vivaci? Avevano un potere unico di sprigionare fiamme di passione in chi ne fosse colpito. Quanto era bella! Una bellezza di quelle che lasciavano il segno non tanto perché espressa da un fisico, quanto perché diffusa da uno spirito che, potente in modo ineffabile, emanava ogni sua forza al suo passaggio; una bellezza che passava per il sorriso, per gli occhi, per quella leggera e morbida chioma di capelli neri, che sembravano parlare muovendosi in modo così delicato e sinuoso. Aveva avuto proprio un bel fiuto il prof, dicevano spesso, nelle più svariate coloriture che il loro dialetto consentiva. Lo invidiavano. Sì, non riuscivano a celare, anche espressamente nei suoi confronti, la loro bonaria invidia per quella meraviglia di collega di educazione fisica che aveva trovato e che, seppur discretamente, faceva un po’ parte della loro comunità. Ma Alberto e Mario avevano sempre nutrito grande rispetto per lui e per la sua storia con lei; all’inizio qualche battuta piccante sulla bocca di qualcuno c’era stata. Poi i due fratelli erano prontamente intervenuti a difesa del prof e nessuno aveva più osato esprimere né pensare mai niente di volgare né di offensivo. Era un atto di amore di un paese intero quello che accompagnava e partecipava a quella presenza nella baita, due chilometri fuori dalla strada del passo. Una passione che animava, che infondeva vita, ma che, soprattutto ispirava rispetto per qualcosa che loro non avevano mai capito da cosa derivasse. Era il loro prof, gli volevano bene, lo avevano accolto, scriveva di loro cose belle. Che fosse quella la ragione che ispirava quel senso di autorevole semplicità che era nell’aria intorno a lui? Che fosse quello il suo alone particolare? Era un carisma anche quello, in un modo o nell’altro, un carisma fatto di gesti semplici, alieno da protagonismo, ma ricchissimo di affetto e solidarietà. Alberto e Mario erano quelli che più parlavano con lui. Abitavano nelle case del paese da cui partiva il sentiero che, tagliando per il bosco, arrivava direttamente alla baita. Lo vedevano più frequentemente, perché, molto spesso scendeva e risaliva a piedi da lì, quando, anziché a casa in paese, andava su alla baita. Anche d’inverno. Quante volte dentro la loro testa gli avevano dato del matto, vedendolo infilare le pedule nelle ciaspole e salire su per l’erta, nella neve non battuta se non da lui, con lo zaino pesante di libri. E quando passava di lì lo salutavano felici, perché sapevano che lassù andava ad aspettare lei.

Da quel giorno di gennaio il prof era cambiato. Non scriveva più in casa sua in paese, ma solo su alla casetta, dove passava spesso da solo interi fine settimana. D’estate o nelle vacanze di Natale riceveva qualche visita da parte dei suoi due fratelli, sempre giù in paese, mai su alla casetta. Non si muoveva più dal paese. Quando uscì la prima raccolta di racconti, fu intitolata Il tempio della memoria: tutti in paese capirono che il riferimento era alla baita. E da allora tutti capirono che là dentro covava qualcosa di poco bello, di molto diverso da quello che per tanti anni la loro epica di paese aveva immaginato e costruito. Il prof non riusciva più a sorridere come prima. Il dolore lo stava rodendo. Quando andava lassù produceva pagine diverse da quelle di prima, pagine più forti, più vissute, più passionali, riuscendo a esprimere sentimenti che neppure loro, nati lì, sarebbero riusciti a cogliere in quel modo. Trasferiva nel paesaggio quella passione che aveva perduto nell’anima; riempiva con il paesaggio il vuoto che lei aveva lasciato. Quei testi scritti dopo quella giornata di gennaio, rimasta indimenticabile negli annali della piccola comunità, erano più belli, ma lui no. Lui, dentro di sé, nella sua anima, non era più bello come prima per loro. Lo capivano alla colazione al bar. Lo capivano nel bar della scuola all’intervallo. Lo capivano quando si fermava in chiacchiere a commentare il giornale da Mario. Lo capivano sulle panchine del giardino pubblico. Lo capivano quando con Alberto trascorreva ore davanti a un grappino che durava eternamente, tanto a lungo quanto interminabili erano gli sforzi dell’amico per capire cosa stesse succedendo alla sua anima. Alberto leggeva i suoi racconti e aveva capito di quei testi qualcosa che altri forse non avevano percepito. Il prof se ne era accorto. Lo ascoltava con piacere, ma in silenzio, senza mai dargli la soddisfazione di aver compreso un riferimento particolare, di aver interpretato una metafora rappresentata da un animale, da una figura del paesaggio, da una scena. Mai. Ascoltava in silenzio. Annuiva con il capo. Prendeva in mano il bicchierino di grappa. Lo annusava più volte senza bere. Quando beveva, lo faceva a sorsi lentissimi. Ogni incontro terminava con la stessa frase: “Grazie, Alberto. Sei un amico.” Frase che rafforzava un’amicizia, ma che ad Alberto sembrava non servire a risolvere un problema. E ne soffriva quando lavorava nella sua officina, pensando all’amico, vedendolo passare a piedi, per inerpicarsi per quel sentiero: un viaggio dell’anima ormai per lui. Allora Alberto usciva dall’officina, lo seguiva finché riusciva a vederne la sagoma salire su per il bosco. E dentro di sé la sua anima di uomo di montagna, da sempre abituato a essere devoto e religioso, ma soprattutto solidale al momento del bisogno, comprendeva lo stato di chi in quel momento non era felice; e non mancava di rivolgere nel suo animo una preghiera che accompagnava quella faticosa e dolorosa salita alla baita, ben diversa da quella di anni prima.

Qualcuno si era informato giù in città. Sembrava che lei si fosse trasferita. Voci raccolte qua e là dalla curiosità della piccola comunità parlavano di un genitore di uno studente, titolare di un importante studio commerciale in una città vicina dove lei si sarebbe trasferita, convinta da lui ad abbandonare le tristi e malinconiche montagne per la più viva città. Queste voci si rincorrevano di casa in casa e arrivarono anche a lui ovviamente, tanto piccola era la comunità. Sarebbe più volte stata vista in locali notturni insieme a questo benestante professionista, che con grande classe le apriva gli sportelli della sua auto sportiva, la riempiva di gioielli e abiti eleganti. Così si diceva. E lui soffriva. Per la piccola comunità era una grande persona il loro prof. E quelle notizie facevano male non solo a lui, ma anche a tutta la piccola comunità, che lo amava con affetto sincero da sempre, da quando lui aveva scelto di vivere da loro. Alberto e Mario raccoglievano e confrontavano quelle voci su di lei con quello che avveniva in quella baita, al termine di una stretta strada privata, che s’inerpicava ripida su un pendio, che terminava in un piccolo pianoro. Ricordavano quando lei veniva su con i ragazzi della scuola e ricordavano che su al rifugio del passo i due stavano sempre insieme a tavola a mangiare. Ma le donne del paese avevano altri modi per pensare a loro: ricordavano soprattutto che erano stati la coppia dei sogni per molte di loro. Il giornalaio ad alcune affezionate di romanzi rosa faceva spesso la battuta: “Ma non l’abbiamo qui in paese il più bello di tutti i romanzi rosa? Perché comprate questa roba scadente?” Era un romanzo rosa. Sì. Il loro prof era diventato anche quello: il protagonista di un romanzo rosa. Ma a lui non dispiaceva, tutto sommato, recitare quella parte, che si era trovato cucita addosso da quell’antica e resistente tradizione popolare fatta di semplicità. Alla fine dei conti, se era lì a lavorare, era perché la amava, quella comunità, anche per quegli aspetti che lui definiva, solo con chi capiva il significato non offensivo del termine, atavici e primordiali. Non c’era niente di male. Erano brave persone. Gli volevano bene anche così, facendo di lui una specie di JR. Lui ne voleva tanto a loro, in compenso. E non mancava di farlo capire, appena gli si presentava l’occasione. Si aiutavano a vicenda tutti. E aiutarsi tutti a vicenda significava anche regalare un sorriso alle tante persone con le quali il suo lavoro lo metteva in contatto quasi quotidianamente: al genitore che veniva a un colloquio, appena reduce da un lutto familiare; alla mamma del ragazzino disabile che aveva in classe per farle capire che lui comprendeva che il dolore non era solo del ragazzino, ma anche di chi con lui doveva passare giornate intere; allo studente in una di quelle crisi adolescenziali d’amore che anche lui aveva vissuto e passato. Era questo che piaceva di lui a quella piccola comunità che lo aveva saputo accogliere. Non parlava. Appariva poco. Ma quando lo faceva, in un modo o nell’altro lasciava un segno e lasciava sempre un modo per far parlare di sé. I manuali di psicologia sociale sentenziano e pontificano, dichiarando che non è facile interagire con quei gruppi chiusi, soprattutto nelle valli di montagna; lui ci era riuscito. Perciò: o era lui l’eccezione che confermava la regola, o erano i manuali dei corsi di psicologia sociale da rivedere. Insomma, che importava se la baita, il suo tempio della memoria, era diventata per loro lo spazio narrativo di un romanzo rosa? Stava così bene insieme a loro che accettare questa parte, sicuramente non entusiasmante per i più, per lui era il modo per ricambiare l’affetto che loro manifestavano per lui. E a lui piaceva così. Lontano dai riflettori, dedicando ore a pensare e a riflettere sui tanti errori che nella giornata poteva aver commesso.

Era religioso, dicevano di lui i paesani. Andava a messa ogni domenica. Ma non si sapeva mai di che genere fosse veramente il suo essere religioso. Ai ragazzi in classe non parlava bene delle religioni nel loro complesso, soprattutto di quelle che avevano nel tempo assunto un carattere più istituzionale. Non mancava di mettere in luce i difetti del monoteismo. Ne parlava sempre. Eppure andava in chiesa e pregava. Pregava tanto. I suoi racconti erano pervasi fortemente di questo afflato spirituale, in cui entravano riflessioni che erano quelle delle sue lezioni ai ragazzi più grandi del corso scientifico. Questi tornavano a casa, ne parlavano in famiglia, i genitori spesso non capivano i contenuti dei testi di cui i ragazzi parlavano, ma una cosa la capivano, e molto bene: la fede di quell’uomo era forte e incrollabile. Tutto stava nel capire in che cosa egli avesse fede. Nessuno lo aveva mai capito. Eppure quante volte lo vedevano fermarsi un attimo davanti alla chiesa, salutare con un caloroso abbraccio il parroco ed entrare in canonica; e poi vedevano accendersi la luce dello studio del parroco: quella luce rimaneva accesa per ore. Chi abitava vicino alla chiesa parlava di due persone che discutevano animatamente, che prendevano libri e leggevano e spesso il tono di voce era alto, come se litigassero. Il parroco veniva da lontano. Era nato in una famiglia polacca non cattolica. Durante l’occupazione tedesca, un suo nonno, ebreo non osservante, si era convertito al cattolicesimo, facendosi cambiare a pagamento addirittura il cognome, per paura delle rappresaglie; durante il comunismo sua mamma denunciava al partito chi andava in chiesa. Quell’uomo ne aveva tante davvero di esperienze da raccontare e lui ascoltava, ma certe cose non le capiva e spesso in chiesa, durante l’omelia, lo vedevano con i gomiti poggiati sulle ginocchia, mentre scuoteva la testa tra le mani. Ma perché discutevano così animatamente e così a lungo là dentro, nello studio del parroco? Il giornalaio, che, come accade spesso nei paesi di montagna, vendeva anche libri, diceva che il parroco conosceva parola per parola i suoi racconti, ma, quando veniva a prendere il giornale e lui gli chiedeva se gli erano piaciuti, non aveva mai osato dire di sì. Eppure si capiva lontano un miglio che al parroco piacevano.

Gli ultimi racconti che aveva scritto parlavano per immagini. Erano più difficili. E per molti di loro i riferimenti più profondi, anche di tipo filosofico, diventavano ardui da capire. Ma una cosa li colpiva: il titolo dell’ultima raccolta era L’ultima curva. Tutti conoscevano quella strada che arrivava lassù alla casetta e tutti sapevano quanto fosse pericolosa per chi andava su in salita quell’ultima curva, al termine di un tratto impegnativo e molto ripido anche per un’auto, molto stretta, a gomito, quasi un tornante che girava attorno a uno sperone di roccia appuntito, che sembrava voler tagliare la strada. Appariva spesso, in quei testi molto diversi dai primi, pervasi da un sentimento di dolore abilmente dissimulato, una figura femminile che scompariva dietro quella curva. E questa figura era quasi un’ossessione. Il prof dipingeva anche nel tempo libero. E le ultime opere, che a loro piacquero tanto che finirono in quasi tutti i negozi del paese, attiravano l’attenzione dei turisti che vedevano spesso quella figura femminile di spalle con una lunga chioma di capelli neri, sempre raffigurata su una strada in procinto di curvare a destra. Era una strada di montagna, era una strada costiera a picco sul mare, era una carraia di campagna, era un vicolo di periferia urbana: ma la curva e la figura femminile di spalle non mancavano mai in quelle rappresentazioni. Era diventata proprio un’ossessione. Ma con il prof nessuno aveva il coraggio di parlarne, di indagare, di chiedere o soddisfare una semplice curiosità. Sia chi sapeva di più, sia chi sapeva di meno, tutti quanti gli volevano troppo bene per profferire parole che gli potessero fare troppo male.

Alberto partì con lo spazzaneve. Mario tornò a chiudere il negozio. Molte case si prepararono ad affrontare quella serata di neve, tanto attesa da tutti. I messaggi tra di loro avevano compiuto ormai il loro giro: non erano pochi quelli che pensavano a lui. L’auto del prof, ultima a essere passata dalla rotonda e ad aver imboccato la strada del passo, prima che fosse chiusa, li preoccupava davvero. Era quello solo l’ultimo di uno dei tanti comportamenti che negli ultimi dieci anni lo avevano reso oggetto di preoccupazione per tanti di loro. La neve scendeva veramente fitta. Non c’erano più auto in circolazione, se non quelle degli ultimi che rincasavano dal lavoro. I pochi turisti erano tutti nei locali al caldo. Tutti si erano raccolti nelle case al sopraggiungere delle prime ombre serali. Tranne lui.

Arrivò con l’auto all’inizio del bosco sotto una bufera di neve, la cui intensità andava crescendo di minuto in minuto. Le gomme termiche non bastavano. Dovette montare anche le catene, quando ebbe lasciato la strada principale – la via maestra, la chiamava lui – per quella privata, che portava alla sua baita, al tempio della memoria. Sollevò la sbarra e accese il lampioncino, che segnava l’inizio della sua strada privata. Da dieci anni non lo accendeva. Funzionava ancora. Ripartì lentamente nella bufera: la neve si stava alzando di livello sul manto stradale. Erano quelli per lui i due chilometri più belli e più sofferti allo stesso tempo, ogni volta che saliva lassù. Ogni azione sul volante era un ricordo di lei. Ogni movimento dell’auto lo portava istintivamente a cercare lei al suo fianco, sul sedile vuoto del passeggero. Persino i fasci di luce dei fanali, che gli sbalzi violenti dell’auto sul fondo innevato agitavano qua e là, su e giù, sembravano quasi cercare lei tra le folate di neve. Le curve della strada, la dolcezza di quel posarsi della neve fiocco su fiocco, il vento che sembrava avere un carattere diverso a ogni curva e che a ogni curva sembrava modellare il paesaggio stesso in modo diverso, tutto rimandava a lei, tutto rimandava a quelle meravigliose escursioni con le ciaspole con i ragazzi delle loro scuole e a quelle che loro due per tanti anni in quel bosco, che conoscevano come le loro tasche, avevano fatto insieme. Ogni curva era un sorriso di lei, che lì un giorno era stato donato a lui. Ogni curva era un abbraccio, che lì un giorno era stato goduto insieme. Ogni curva era un bacio, che lì un giorno era stato assaporato con passione. Ogni curva era una frustata al cuore. E ogni curva che veniva superata era un supplizio, che diventava sempre più insopportabile nell’attesa della più terribile e devastante di tutte quelle curve, per la sua anima fatta a brandelli da dieci anni di salite e discese solitarie per quella strada verso il tempio della memoria. E quel concetto di curva non era per lui solo banale richiamo alla bellezza di lei, ma soprattutto era il correlato del tormento per tutte le difficoltà e le tortuosità, che avevano avuto come conseguenza l’abbandono di quel luogo da parte di lei. E l’immagine tornava lassù, al pianoro finale, alla baita e a quello sperone di roccia che costringeva la strada a piegare in una curva stretta e pericolosa. E infine all’immagine che era la madre di tutti i dolori da anni: il momento in cui, della sua meravigliosa figura che aveva già passato la curva, il vento riportò alla sua vista per un attimo la lunga chioma di capelli neri. Ossessioni, ammalianti e crudeli ossessioni, che il tempo aveva reso ormai signore incontrastate di quel meraviglioso e affascinante paesaggio dell’anima, di cui era schiavo. La strada passava attraverso il bosco. La neve, che turbinava e contro la quale il tergicristallo sembrava ingaggiare un’impari lotta, non riusciva a modificare i ricordi. Il suo scendere copiosa rendeva sempre più difficile il procedere. La strada saliva ripida e, salendo, aumentava l’intensità della nevicata. Ma l’erta più dura, quella in cui le forze del motore non sarebbero bastate, era quella che avrebbe condotto all’ultima curva, dopo la quale avrebbe visto la baita: mordace e ormai solo canzonatorio premio del doloroso salire, da quando lei non c’era più lì accanto a lui, su quel sedile vuoto. Occorrevano anche le forze dell’anima per affrontare quell’erta finale e soprattutto quella curva. Occorrevano forze superiori, per riuscire a passare oltre, senza avvertire la solita angosciante tortura, che quella curva rappresentava per lui da quel giorno di gennaio di dieci anni prima. Quella curva aveva dato vita a immagini che erano diventate incubi e ossessioni. Aveva deciso di sfruttare quelle ossessioni scrivendo. E aveva pensato che intitolare l’ultimo libro L’ultima curva, ricordando proprio quel tratto di strada, che tanto significato aveva assunto per lui, potesse essere un modo per esorcizzarlo una volta tanto. Forse qualcosa era successo. Non sapeva se fosse andato a segno o no l’esorcismo, ma un segnale era arrivato. Il più inatteso di tutti i segnali: un messaggio di lei.

Lo aveva ricevuto in giornata, quando la neve era ancora una chimera nei bollettini meteo per tanti di loro. E quel messaggio lo aveva portato lassù, incurante delle proibitive condizioni atmosferiche. In quel messaggio lei, che si era fatta sentire nuovamente dopo anni di silenzio, gli diceva che aveva letto il suo ultimo libro, L’ultima curva. “Mi piacerebbe parlarne con te. Magari lassù forse certe cose si potranno chiarire meglio. Non so se mi crederai o no. Conoscendoti forse non mi crederai. Ma questi racconti mi hanno commossa. Oggi verrò su. Costi quel che costi. Sono già in viaggio.” Laconica fu la sua risposta: “Ti aspetterò lassù”. “Ti manderò un altro messaggio quando sarò vicina”, concluse lei.

Anni di silenzio. Anni di tormento. Anni di sofferenza con gli occhi fissi su quella maledetta ossessione, che popolava incubi e generava immagini, di cui ormai era schiavo. Quella curva. Immetteva in uno spazio aprico baciato dal sole e libero da alberi, dopo aver attraverso un bosco opaco, per chi saliva. Introduceva in un mondo oscuro di angosce e tormenti, per chi scendeva. A chi saliva dava il premio della luce. A chi scendeva rammentava il dolore della tenebra. Era questa solo una delle immagini che nelle sue ossessioni essa aveva assunto.

Trovò uno spiazzo in cui il vento aveva accumulato meno neve e fermò l’auto. Scese. Non era molto freddo. Non aveva guanti, né berretta. Tirò su il cappuccio dell’orsetto che indossava. Il vento forte lo muoveva e non riusciva a tenerlo fermo sulla testa. Ormai era lontano dalla strada principale. I rumori delle poche auto, che in quella tormenta avevano osato muoversi, non si sentivano più. Non sapeva che dopo il passaggio della sua auto la strada per il passo era stata chiusa. Prese il telefono. C’era campo. Lo sapeva che in quel punto si prendeva bene. Anche per quello si era fermato. Conosceva centimetro per centimetro quel bosco. Attendeva un altro messaggio. Non era arrivato. L’ansia in cuore montò. Ne approfittò per chiamare Alberto; l’amico in quelle giornate solitamente guidava il mezzo che puliva la strada principale. Sapeva che per una buona grappa avrebbe volentieri fatto un giretto anche sui due chilometri della sua strada. Alberto stava infatti lavorando e gli assicurò che, appena finito il giro su fino al passo, nel tornare in paese avrebbe fatto la deviazione fino alla sua baita, ringraziando della grappa. Ora aveva un impegno da rispettare. Prima di ripartire controllò i messaggi. Niente di nuovo. Ripartì. Lo attendeva il tratto più impegnativo, gli ultimi 500m. La bufera non cessava d’intensità. Ma era abituato ad affrontare quelle condizioni. L’auto saliva lentamente e faticosamente. Quella lentezza e quella fatica non erano solo nel procedere dell’auto, nell’arrancare del motore e nello slittare delle ruote: erano la sofferenza accumulata in anni di solitudine decretati dalla perdita dell’unica persona con cui la sua vita avesse conosciuto una parvenza di felicità al di fuori del lavoro e delle conoscenze della vita del paese. Non fu semplice, con la pendenza dell’ultimo tratto e l’intensità sempre maggiore della nevicata, arrivare a quell’ultima curva. L’ansia cresceva maledettamente, come sempre. Quando la vide da lontano, come sempre, il cuore balzò in gola. Come sempre avrebbe voluto evitarla o percorrerla a occhi chiusi. La temeva. Ne aveva terrore. Ne aveva rispetto. Ma allo stesso tempo ne era anche fortemente attratto. Era la curva dell’ansia, del dolore, della separazione. Era la curva che segnava il momento in cui la sua vita aveva preso quella direzione, che non si era mai rassegnato a stimare definitiva. Non vedeva la strada, non vedeva la neve, il vento non portava più fiocchi contro il parabrezza: il vento portava una morbida e fluente chioma di lunghi capelli neri su quel parabrezza. Il vento giocava una partita che aveva il sapore della sfida con la sua anima. Il telefono suonò. Si fermò di nuovo. Era Mario. “Non ti sei fermato. Ho visto la tua auto passare dalla vetrina del negozio. Non avrai intenzione di andare lassù proprio oggi? Non andarci: è pericoloso. Fermati qui per questa notte. Domani andiamo a pulire la strada e potrai entrare in casa tua. Sofia ha fatto una torta di mele e passare due ore a chiacchierare con te ci fa sempre piacere.” Troppo tardi. Era già a poche centinaia di metri. “Grazie, Mario. Sono quasi arrivato. Sarà per un’altra volta.” Arrivò subito il nuovo messaggio: “Testone che non sei altro. Un giorno o l’altro veniamo lassù e te la buttiamo giù quella baita. Ti sta rovinando. È la tua rovina.” Non rispose. Arrivò alla curva. Avrebbe voluto chiudere gli occhi, ma sapeva che se avesse mai chiuso, anche solo per un attimo, quelli del volto, si sarebbero immancabilmente illuminati quelli dell’anima. E avrebbero fatto male. Un’attrazione malvagia, crudele, una forma di tortura lo teneva inchiodato a quella curva stretta. La frangia rocciosa, in quel punto imponente, di cui la strada seguiva la forma, curvando in modo repentino, non consentiva di vedere niente del tracciato da qualunque parte si guardasse in quella direzione. Ma era l’altra direzione, la direzione in discesa dalla casa alla strada principale, quella che recava più dolore. L’ansia era alle stelle. Ancora quella chioma di capelli: il vento, come in un gesto di crudele tortura ordito per lui, li riportò indietro, mentre lei aveva girato la curva e lui urlava il suo nome in preda alla disperazione dalla soglia della baita. Erano gli incubi di anni di richiami a distanza. Erano gli incubi che avevano preso forma nei racconti dell’ultimo libro. Lei li aveva letti. Lui non lo avrebbe mai immaginato. Andò avanti con la forza d’inerzia. L’anima rispondeva con la forza del dolore alla forza del motore, che faceva salire l’auto. Quella curva era stata più volte fotografata, tante volte dipinta; quella curva era oggetto di ossessione nei suoi sogni; quella curva era sempre popolata di figure fantastiche, che assumevano di volta in volta forme diverse, ora rassicuranti, ora inquietanti. Quale figura questa volta sarebbe apparsa nella sua mente? Si aspettava le figure dei suoi sogni e invece fu sufficiente l’apparizione fugace di un solo corvo nero, sulla neve bianchissima, per far salire ulteriormente l’ansia. Passò la curva. E con il cuore in gola, gli occhi bagnati e l’ansia alle stelle, arrivò finalmente allo spiazzo in cui era stata ristrutturata la vecchia baita abbandonata. Una casetta in legno immersa nella neve gli apparve alla vista. La sua casetta con la base in pietra e tutto l’alzato in legno. Il tempio della memoria. Lì dove i momenti più belli della sua vita prendevano forma attraverso lo scavo della memoria. Ma tra i tanti momenti belli ogni tanto se ne intrufolava anche qualcuno di quelli meno graditi. Ed era sempre quella curva appena passata, quell’ultima curva della strada, a collegarsi a queste intermittenze negative. Il tempio della memoria richiedeva dolorosi sacrifici.

Quante notti lassù come quella erano state passate senza quell’ansia, senza quell’angoscia, senza che quella casa e quella strada con quella curva stramaledetta iniziassero a caricarsi di tutti quei significati! La neve impediva l’accesso. La pala era nella casetta degli attrezzi. Dovette raggiungerla, ma era esterna, distante dalla baita; ci riuscì solo affondando fino al polpaccio nella neve fresca, caduta a quell’altitudine assai più copiosa che giù in paese. Aprire la porta non fu facile. Neve recente e ghiaccio meno recente l’avevano bloccata proprio bene. Alla fine ci riuscì, entrò e prese la pala da neve, con la quale pulì il viottolo d’ingresso. Compiva quei gesti quasi in preda a una frenesia che guidava irrazionalmente i suoi muscoli. Quando ripose la pala, alzò l’interruttore generale della corrente elettrica. Si accesero i lampioncini bassi esterni che delimitavano l’area di proprietà: lo spiazzo del pianoro e la parte della strada coperta dalla neve fino alla curva. Disinserì l’antifurto, che aveva dovuto contro voglia far installare per via della posizione isolata della casetta. Dovette spalare molto, prima di poter liberare la porta d’ingresso. La neve aveva lavorato bene accumulandosi proprio tutta lì. Ma quella fresca, ancora soffice, si spalava ancora bene. Lavorò con pazienza, mentre il vento gli faceva ancor volare su e giù il cappuccio dell’orsetto. Aveva sempre amato quel lavoro, quel movimento della pala che dava forma a un viottolo, un viottolo che portava alla strada, una strada che arrivava a quella curva; e lì l’amore prendeva altra forma: la forma della dolorosa separazione di due strade in una via. Chi resta di qua, nel terreno noto e rassicurante della pace della casetta di legno e pietra in montagna, chi va oltre, affidandosi a un ignoto che ha assunto la forma dell’infida libertà. Ma per altri diversi potevano essere i significati. Molto diversi. Ora odiava quella curva, ma ne era attratto in modo affascinante, come spesso capita con gli oggetti che diventano ossessioni della mente e di cui si resta schiavi. Come di un pericoloso feticcio.

Spalando arrivò prima allo spiazzo dove aveva lasciato l’auto, poi alla strada. Non ebbe il coraggio di alzare lo sguardo, che lo avrebbe portato a quello sperone di roccia, che costringeva a quella brusca deviazione. Tornò indietro senza ormai più la possibilità di trattenere il cappuccio, che il vento faceva svolazzare e la neve aveva ormai completamente bagnato. Entrò in casa, lasciando gli scarponi e l’orsetto tutto bagnato sull’ingresso. Andò subito ad accendere il camino. Si sedette in attesa. Il geometra aveva lavorato bene, per realizzare quella specie di ambiente unico: il piano terra era una sala con cucina e un bagno; da qui una scaletta in legno a chiocciola portava su un grande soppalco con una camera e un secondo bagno. Il camino riscaldava tranquillamente tutto, ma c’era anche l’impianto di riscaldamento a gasolio. Tanti tappeti riscaldavano ulteriormente un bellissimo pavimento originale costituito da un parquet che il geometra aveva voluto conservare, come i rivestimenti in legno delle pareti. Un divano, due poltrone, un tavolino di cristallo, un tavolo angolare in legno con panca a elle e l’angolo cucina completavano quell’ambiente, che lui aveva saputo conservare con gusto. Non essendo quindi grande come abitazione, il camino la riscaldò in tempo, per offrire ad Alberto un ambiente abbastanza accogliente. Andò di sopra e si gettò sul letto a occhi chiusi lasciandosi vincere dal dolore e dalla memoria a cui quel tempio era stato consacrato. Proprio nel momento in cui accese il cellulare e rilesse la chat con lei, fu infatti scosso dal clacson del camion spazzaneve: i suoi pensieri, o forse i suoi sogni – chissà se si era addormentato? – erano popolati come da anni dalla stessa figura e dalla stessa curva. Era solo quella stramaledetta curva che lo attirava lì a quella casetta, a quel tempio della memoria. Questa volta un messaggio.

“Ma cosa c’è in questa tua testa per venire quassù in giornate come queste? Mario è preoccupatissimo. Mi ha telefonato per raccomandarmi di venire a controllare che tutto andasse bene. Siamo preoccupati in tanti per te.”

“Siediti, Alberto. Grazie per essere venuto a pulire la strada. Sarai stanco. Da quante ore stai lavorando?”

“No. Non sono stanco. Sto male per te.”

“Lo vuoi un goccio?”

“Non potrei, ma lo prendo volentieri.”

Andò al mobiletto bar ed estrasse della grappa ghiacciata, di cui riempì un bicchiere, che Alberto non si fece pregare di bere.

“Se continua a nevicare così, dovrò ripassare fra qualche ora. Non lo dirò a nessuno. Lo faccio per te.”

La strada era privata e la pulizia sarebbe spettata a lui, non ai mezzi pubblici. Ma siccome in paese aveva aiutato tante persone, soprattutto anziane, ed era molto amato da tanti, nessuno aveva mai protestato se con il mezzo pubblico qualcuno saliva a pulirgli la strada; di quanti lavori e lavoretti fatti dalla gente del paese nella sua casetta sarebbe stato in debito? Alberto si sedette per bere con calma la sua grappa. Lui restò in piedi con la faccia rivolta al muro, davanti a un quadro. Alberto sapeva bene chi aveva dipinto quel quadro e sapeva bene che tutto in quella casa era in un modo o nell’altro legato alla memoria, al passato, alle emozioni, ma soprattutto, purtroppo, alle ormai malinconiche ossessioni di un tempo e di una vita che da tanti anni si era come ibernata, anche per la loro piccola comunità. Lo vide poi spostarsi dal muro alla finestra e guardare fuori. La finestra dava sul davanti proprio in direzione della strada e dell’ultima curva, prima di arrivare allo spiazzo della casetta.

“Ora dovrei andare. Se hai bisogno, chiama”, gli disse, alzandosi, dopo aver lasciato il bicchiere sul tavolino. Gli si avvicinò. Gli pose una mano sulla spalla. La lasciò a lungo lì sopra la spalla di lui. Poi con tutte e due le mani in silenzio gli prese la destra. La strinse. Uscì in silenzio. Il suo camion fu seguito dal suo sguardo, finché non scomparve dietro quella curva. Alberto conosceva i racconti. Sapeva che l’ossessione di lui era legata al fatto che l’aveva vista andarsene, seguendola con lo sguardo e cercando disperatamente di trattenerla con gli occhi, visto che le braccia non c’erano riuscite, fino a quando non scomparve dietro quello sperone che costringeva la strada a una brusca piega. Alberto ricordava quanto spesso quella chioma di capelli che il vento respinse indietro all’improvviso avesse assunto nella sua mente la forma di un beffardo segnale del destino. Per lui invece adesso non era più beffardo quel segnale.

Con il calare della luce, diminuì anche l’intensità della nevicata. I fiocchi ora danzavano più leggeri, portati da un vento meno furioso. Riprese il cellulare in attesa del messaggio. Niente. Lo richiuse. Mentre mangiava un toast, per placare l’ansia in attesa della cena, il telefono suonò. Era ancora Mario che gli chiedeva se avesse bisogno di qualcosa. Gli disse che aveva tutto e che non gli mancava niente. In paese la notizia che il prof che era andato alla casetta sotto il passo era ormai di dominio comune. Come di dominio comune era che nessuno avrebbe mai potuto impedirgli di andarci, quando lui sentiva il bisogno di salirci. Nemmeno una bufera di neve di rara intensità come quella. Uscì fuori e sulla neve fresca con il manico della pala, quella usata per tracciare il viottolo che portava all’ingresso, scrisse una frase.

Sofia disse che forse era il caso di andarlo a trovare, se Alberto aveva pulito la strada. Mario le disse che lui, se andava là, era perché non voleva altri con sé, che aveva da anni la sua casa in paese e che, se la lasciava per la baita, c’era una ragione che non stava a loro indagare. Sofia era preoccupata che gli potesse succedere qualcosa. Mario no. Sofia insisteva perché almeno si informasse se tutto andava bene, perché le previsioni meteo non erano buone. Mario le rispose che anche lui lassù poteva informarsi sulle previsioni meteo. Alberto però aveva avuto un particolare presentimento, quando, arrivato all’incrocio con la strada principale, dove c’era la sbarra, aveva visto accesa la luce che indicava l’inizio della strada. Era stata sempre spenta quella luce da anni. Perché quel giorno l’aveva accesa? Alberto non si fece domande. Sapeva che qualcosa di diverso dal solito stava accadendo. Si augurava in cuor suo che fosse qualcosa di bello, perché nessuno aveva mai avuto ragione per volere del male a quell’anima che da tempo visibilmente soffriva. La neve continuava ad accumularsi anche sulla strada principale. Riprese il suo lavoro di pulizia su e giù dal passo al paese. Arrivato al passo, al bar del rifugio gli fu offerto da bere di nuovo da Halit. Secondo strappo alla regola. Arrivò l’auto dei carabinieri. Uno dei due diede una pacca sulla spalla ad Alberto dicendogli che anche Luciano, il proprietario del secondo mezzo spazzaneve in paese, si era messo in moto su loro richiesta, data l’intensità della nevicata, e che in due avrebbero lavorato meglio. Fu una buona notizia. La solidarietà di paese era una pacca sulla spalla che il carabiniere gli diede. Valeva più di tanti grazie. Si parlava di chi abitava nelle case private e degli stradelli privati di accesso. I carabinieri avevano i cellulari di tutti quelli che abitavano in quelle case, tranne quella del prof, perché era una seconda casa: lui abitava giù in paese e, come dissero tra di loro, confermati dal proprietario del rifugio, da Halit, in una giornata come quella non gli sarebbe sicuramente saltato in testa di andare lassù. Alberto tacque. Tacque anche alla battuta del proprietario del rifugio che disse che dopo la nota vicenda il professore era diventato imprevedibile. “Allora andiamo a fare un salto?”, chiese l’altro carabiniere. “Per quella strada? Ma sei matto.”

“Il prof è in paese”, mentì Alberto, ammiccando ad Halit.

“Uno in meno. Problema risolto”, disse il primo carabiniere. Sapevano che gli uomini del paese avevano una chat per le emergenze, in cui comunicavano tra di loro e in cui avevano inserito anche i cellulari dei carabinieri della stazione. In questa chat particolare attenzione veniva sempre rivolta alle persone anziane e a chi abitava nelle case più isolate.

Alberto salutò tutti e riprese il suo lavoro. Uscendo, come sempre i suoi occhi si posarono sulla piccola vetrina con i libri in vendita, tra i quali in bell’evidenza era proprio quello dell’ultima raccolta di racconti di montagna del loro amato prof intitolato L’ultima curva. Mentre metteva in moto il camion, arrivò un messaggio sul cellulare. Era Mario. “Non ci crederai. Sofia ha detto di aver visto una Cinquecento bianca girare alla rotonda su per la strada del passo.”

Alberto mise in moto e scese fino al bivio con lo stradello della baita del prof. Aprì la sbarra. Pulì la strada fino all’ultima curva, senza farsi vedere da lui e spegnendo i fanali nell’ultimo tratto. Tornò indietro. Richiuse la sbarra e scese in paese. Mentre scendeva, vide salire la Cinquecento bianca, che tutti loro conoscevano bene e che da tempo non vedevano più. Rallentò. Fu riconosciuto. Salutò con un lampeggio. Lei rispose con un altro lampeggio, procedendo lentamente in salita. Per Alberto era come se quei dieci anni non fossero mai passati. Era contento di aver pulito la strada adesso. Mandò messaggi a mezzo paese dalla gioia. Alberto viveva da vedovo da ormai sette anni e come pochi comprendeva il significato di una perdita; e proprio in quel momento si rendeva conto più che mai della differenza che c’era tra quelle irrimediabili e quelle invece rimediabili. Era veramente contento di aver pulito la strada. Fu l’ultimo a vederla quel giorno di dieci anni prima in circostanze atmosferiche quasi identiche. Allora aveva pulito la strada per renderle più facile la partenza. E si sentiva in parte responsabile per quel gesto. Ma adesso avvertiva come la liberazione di un peso dall’anima. La strada era pulita e la Cinquecento bianca poteva arrivare senza problemi alla baita.

Sofia, che, dopo aver letto i racconti de L’ultima curva, si era dedicata alla lettura del precedente romanzo del loro prof, disse a Mario, che stava entrando nel letto dove lei era già stesa a leggere: “Penso che questa neve non sia un male che viene per nuocere questa sera.”

“Da noi la neve non è mai un male che nuoce, Sofia. Com’è quel libro?”

“Particolare. Come lui che l’ha scritto, del resto. Sono tutti racconti di storie che finiscono qualche volta male, qualche volta bene: e alla fine c’è sempre un bivio, una curva, una scelta sbagliata. Qualche volta si rimedia all’errore, altre no. Sono tutti ambientati qui e sembra quasi che lui li abbia scritti … come dire …  non trovo le parole, Mario.”

“Forse volevi dire che sembra che li abbia scritti con la sguardo fisso su quella strada, su quello sperone di roccia e su quella curva stretta?”

“Ecco, sì. Forse sì. Forse hai ragione. Ma come fai a capirlo se non li hai letti?”

“Non lo so. Mi è venuta un’idea, così …”, mentì Mario, che in negozio aveva invece letto il libro nelle pause tra un cliente e l’altro. Non seppe dire esattamente perché avesse mentito. Troppi significati aveva quella curva anche per lui. Troppe complicità lo legavano a quell’amico particolare. Cosa che del resto capitava anche a suo fratello Alberto. Quante ore in negozio a parlare di quella giornata in cui lui, il loro prof, cercò disperatamente di aggrapparsi alla vita e all’amore, che tanto faticosamente aveva costruito e tanto generosamente legato a quella casetta; di quella giornata in cui i colori belli e luminosi della tavolozza si erano come spenti, seguendo la figura di lei passare dietro quella curva e svanire nel nulla. Quante ore a sentirsi descrivere quella chioma di capelli che il vento rimandò indietro improvvisamente, malignamente e beffardamente. Anche suo fratello Alberto pensava, nel suo andare su e giù con lo spazzaneve, a quell’auto che aveva incontrato. Quante sere su al rifugio di Halit il prof gli aveva parlato di quella casa e di quella strada, di quel bosco e di quella curva. Ogni racconto partiva sempre da lì, da quella curva, e lì finiva. Alberto sapeva che quel libro che aveva letto era più importante di quanto avesse creduto. L’aveva preso per fare piacere al prof, non era un grande lettore; eppure gli aveva spalancato un mondo immenso, seppur contenuto nell’anima di un solo uomo.

Il forno era caldo, pronto per cucinare l’arrosto con le patate, il piatto che per tanti anni era stato quello dell’accoglienza di lei su alla baita. Il tavolo fu apparecchiato per due. Accese  nell’attesa la tv della casetta, in cui il segnale arrivava appena, ma sufficiente per sintonizzarsi su un canale radio che trasmetteva buona musica. Il camino crepitava bene e tirava a meraviglia, avendo ormai riscaldato perfettamente la casa. Era seduto con il telecomando in mano, quando arrivò il messaggio. La suoneria era quella. “Sto arrivando.” La Cinquecento bianca arrivò alla casetta nello spiazzo illuminato dal lampione, la cui luce arrivava fino alla curva. Una sagoma femminile nella penombra scese dall’auto. Indossava una tuta da sci e un paio di pedule. Come d’incanto la bufera si era placata. Lui la seguì mentre si avvicinava alla porta. Non aveva niente in testa. I capelli erano sciolti. E fu quello che spalancò l’anima e la liberò da ogni dubbio. Scioglieva sempre i capelli quando si voleva concedere a lui. Sempre. Era un segnale che per anni lui aveva ritenuto appartenente a un codice esclusivo tra loro due. Lei si portò lentamente verso la baita, con il volto rivolto in basso sulla traccia di sentiero che lui aveva spalato sulla neve. Prima di mettere i piedi sull’assito del pavimento del loggiato d’ingresso, trovò una frase disegnata sulla neve fresca: “Questa è casa tua. Non avere più dubbi!” Quando lei arrivò vicino a lui, rimase con il volto basso. Non osò alzarlo. Lui non si mosse. Fu quella morbida e fluente chioma nera, che fu portata a lui da una folata di vento, ad accarezzargli il volto. Lei allora alzò lentamente il viso. Il suo era già in attesa. Lei si alzò sui piedi e portò le braccia sulle sue spalle. Lui sorrise. Non la abbracciò subito, come se esigesse altri segni e dimostrazioni. Lei aveva viaggiato tra mille dubbi. “Non avere più dubbi!”, le aveva scritto lui nella neve. Una lacrima solcò il volto di lei. Lui gliela asciugò.

“Questa lacrima è l’ammissione di un errore durato dieci anni?” La sua voce uscì strozzata. Il suo sguardo tornò alla curva, dietro le spalle di lei. “Eppure per me tu sei sempre stata lì, dietro quella curva.”

Lei non rispose. Si voltò verso la curva di cui aveva letto tanto in quel tempo, rimanendo con le braccia sulle sue spalle. Fu allora che lui la abbracciò e la tenne a lungo stretta a sé. Tutti e due avevano lo sguardo adesso nella stessa direzione, concentrato sullo stesso luogo. Ognuno dei due si faceva la stessa domanda che nessuno dei due aveva il coraggio di fare all’altro: “Quanto male ti ha fatto in questi anni?” Abbassò le mani dalle spalle di lui e da una tasca della giacca estrasse il libro. Entrarono. La porta si chiuse alle loro spalle e in un attimo il freddo della bufera e il buio delle sera furono sostituiti dal caldo del camino e dalla luce di due anime che per tanti anni si erano cercate e ora si erano ritrovate nelle pagine di un libro.

Lei, con il suo libro in mano si pose accanto al camino; glielo pose di fronte agli occhi tenendo il viso basso. Non riusciva a far entrare i suoi occhi in quelli di lui. “Non avere più dubbi!” Dubbi forse non ne aveva, ma vergogna e rimorso non erano ancora usciti dal cuore. Gli occhi di lui adesso erano bagnati. Gli occhi di lei anche. Una comunicazione durata dieci anni era in quelle pagine. Lui tentò di incontrare gli occhi di lei. Lei non riusciva ancora ad alzare i suoi. Il libro cadde per terra. Si abbracciarono di nuovo in silenzio. Lei scoppiò in un pianto dirotto. Liberatorio. Lui la lasciò piangere. Poi andò all’ingresso e abbassò l’interruttore delle luci esterne. Non più un fiocco di neve scendeva. Non un soffio di vento spostava più le fronde. Tutto si era fermato per assistere all’atto finale di una commedia, che sembrava avesse preso in giro un paese intero per dieci lunghi anni. “Era nell’ordine naturale delle cose che succedesse”, disse lei, trovata finalmente la forza per alzare gli occhi e incontrare quelli di lui. Salì su per la scala a chiocciola nella camera. Lui la seguì. Lei si spogliò: la morbida chioma nera le scese sulle spalle, mentre, come era stata sempre loro tradizione, metteva foglie d’acero ai piedi del letto.

L’ultima curva non era più illuminata e non era più diversa dalle altre. Mario dalla finestra della sua casa in paese vedeva la strada che conduceva alla baita e aveva visto spegnersi le luci. “Credo che sia arrivata su da lui. Forse per noi tutti ricomincia qualcosa di nuovo. Chissà …” Alberto parcheggiò il camion e guardò in alto, in direzione del bosco, lo seguì fino in cima, fin dove finiva la strada della baita. Le luci esterne, l’unica cosa che di sera si vedeva dal paese, non erano più accese. Nulla era più diverso. Tutto era tornato come doveva. Come era giusto che fosse. Era giusto anche che quel lampioncino all’inizio dello stradello fosse acceso. Era giusto che la strada fosse pulita. Era giusto che la loro Cinquecento bianca fosse tornata. Spense le luci del camion. Scese nella neve. Entrò in casa. Gli occhi si posarono su un quadro di lui, il suo ultimo regalo, addirittura del giorno prima: una donna di spalle in ombra su un pontile, rivolta verso un lago, una lunga chioma di capelli neri, una luce sfuocata su di lei, in lontananza un pendio illuminato da un violento raggio di sole, un bosco, una strada, una casetta. Lo guardò bene. Guardò attentamente il particolare della strada e della casetta: mancava qualcosa in quel quadro, che gli era stato appena regalato. Mancava la curva. Sentì il cuore balzargli in gola e gli mandò un messaggio: “Bravo prof! Siamo tutti con te!” Halit dal rifugio scrisse un messaggio a tutti nel gruppo delle emergenze: “Al passo non nevica più. Sapete niente del prof?” Alberto gli rispose per primo: “L’ho sentito poco fa. Sta bene, Halit. Finalmente credo che stia bene.”

La strada che portava al tempio della memoria, anche in quel particolare suo tratto finale, ripido e tortuoso, aveva ripreso i colori di tutto il resto del paesaggio, finalmente addormentatosi e placatosi, dopo essere stato duramente provato dalla furia degli elementi per tante ore, ore di ansia per tutto il paese. Tutti loro ebbero pace. La bufera era finita. Loro erano tutti sereni. Le luci delle case del paese si spensero una ad una. I turisti l’indomani avrebbero trovato tanta neve fresca sulle piste. La baita fumava di nuovo al buio, emanando un calore che da dieci anni loro non sentivano più. E anche lei, l’ultima curva, era rientrata, come del resto era inevitabile, nell’ordine naturale delle cose.

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