Il provocatore

Assomiglia molto al pescatore il provocatore.
Il provocatore è una figura molto interessante del nuovo modo di fare politica mediatica in rete. Sia chiaro: la provocazione è una subdola e perversa arte antica, ma assai difficile da praticare con successo. La rete oggi mette a disposizione degli strumenti che la rendono invece più facile da praticare, ma soprattutto potenzia le abili qualità del provocatore, che raramente appare e soprattutto raramente si sporca le mani. Ci sono tanti che si cimentano in questa arte, ma i più in modo maldestro e inefficace. Il provocatore veramente abile non è colui che, dopo aver lanciato il sasso nello stagno, partecipa alla discussione, ma colui che la sa scientemente e abilmente manovrare da lontano, ma soprattutto da fuori, facendola andare dove vuole lui, senza mai passare il segno e lasciando che siano gli altri ad arrabbiarsi, nella speranza, davvero subdola, se non un po’ perversa, che siano loro a fare il botto e passare il segno. E mentre li lascia scannare tra di loro, compiaciuto per l’esca e per l’amo usati, il vero abile provocatore ridacchia beffardo ed è pronto già con la nuova canna da pesca con un altro amo e un’altra esca. Ma nell’acqua a scannarsi lui non va mai. Manovra tutto a distanza e il bello è che lo fa invocando persino il silenzio degli altri, perché le sue prede possano scannarsi meglio … e abboccare. Che brutta persona che è il provocatore! Tanto brutta e perversa da diventare quasi un idolo. È un po’ come quando si è attratti da un film dell’orrore, che magari è più che altro un orrore di film, ma la curiosità, spesso più che morbosa, prevale e lo si guarda ad occhi sgranati dalla prima all’ultima scena. Brutta, veramente bruttissima persona il provocatore … ma, se fa bingo, è un artista.

Elia

Ho tanti ex alunni che hanno fatto e stanno facendo parlare di sé, tanti che si sono affermati come professionisti, tanti che hanno preso strade di soddisfazione in vari settori. Ma di uno vorrei parlare, perché in questi giorni sta compiendo un’impresa straordinaria. Lo ricordo come un ragazzo timido e tremebondo davanti al testo da tradurre, come tanti: latino e greco hanno un potere che poche altre materie hanno; se a questo aggiungiamo anche un insegnante severo e un po’ burbero che mette soggezione, come dicono che sia io, allora le cose si possono complicare per davvero. Non fu il suo caso. Questo ragazzo era così, ma io scommisi in lui allora e in una di quelle riunioni di consiglio tra docenti a porte chiuse, perché si parla di valutazione, ricordo di aver detto di lui: “Questo ragazzo non va sottovalutato. Ha delle insicurezze sue, ma troverà il modo per superarle e sarà uno che potrà anche stupirci, se solo troverà in sé la volontà di farlo”. Ebbene, lo ha fatto. E con il botto anche. A lui ho insegnato latino e greco; ma quando aveva 15 anni, o forse 16, non ricordo bene, cioè quando era in quinta ginnasio, il secondo anno del liceo classico, credo corresse l’anno 2006, in primavera decisi di organizzare una gita scolastica naturalistica un po’ particolare nel Parco regionale dell’Alto Frignano, sotto il Lago Santo, sul versante modenese dell’Appennino tosco-emiliano. D’intesa con l’ente parco con sede a Modena prenotai un rifugio autogestito con cucina in località Tagliole di Pievepelago e ci portammo da casa sacco a pelo, vivande e bevande. I ragazzi si fecero da mangiare da soli, con l’aiuto mio, della guida e della collega Claudia Francesconi, camminarono per tre giorni con la guida, anche in parte nella neve, perché era l’inizio della primavera e il Lago Santo era ancora ghiacciato; fecero anche una breve escursione notturna, assistendo all’attività di “wolf hooling”, l’imitazione dell’ululato del lupo attuata con particolari apparecchiature, già per quel tempo avveniristische. La partitella di calcio sotto la pioggia con il mio assist dalla difesa a Federico Mingazzi e il rientro in rifugio inzuppati fino alle ossa resterà forse negli annali del liceo. Da quella gita i ragazzi tornarono contenti, alcuni veramente entusiasti, altri forse meno; ma fu da allora, da quei giorni in alto Frignano, che quel ragazzo scoprì la bellezza della montagna, del paesaggio a due passi da casa, di quella che allora si chiamava la geografia del vicino, il paesaggio dell’Appennino così bistrattato, turisticamente poco organizzato e decisamente meno praticato di altri territori di montagna di cui l’Italia è straordinariamente ricca. Da allora e grazie a quell’esperienza quel ragazzo diventò un appassionato sentierista, pubblicando su Facebook foto di montagna e delle sue escursioni. L’ho avuto al mio fianco in alcune uscite scolastiche in Appennino, come quelle sul pianoro di San Paolo in Alpe da Ridràcoli o a Monte Mauro nella Vena del Gesso. Ora quel ragazzo sta compiendo una vera impresa, è arrivato nelle nostre padane bassitudini, camminando a piedi dalla stazione Victoria di Londra, dove è partito in aprile sulle tracce dei pellegrini della Francigena; ha attraversato le campagne dell’Inghilterra e tutta la Francia; ha svalicato le Alpi al Gran San Bernardo (concedetemi il tecnicismo ciclistico) dopo giorni di camminata sulle montagne svizzere; è sceso nelle lande padane infuocate dall’anticiclone africano. Ha avuto delle compagnie per singoli tratti, ma per lunghe tappe è stato solo. Quel ragazzo dovrà arrivare in agosto a Gerusalemme. Di questo ragazzo ravennate di Savio io vado fiero, perché so di avere una parte – che lui dirà se grande o piccola – nel cammino mentale che lo ha portato a questa sorta di superamento di quella che lui chiama la sua conradiana “linea d’ombra”; tutti dobbiamo ammirarlo per quello che sta facendo. So che lui non ama queste forme di pubblicità ed è per questo che solo adesso ho deciso di scrivere queste righe. Ma non potevo non farlo. Ebbene, quel ragazzo ha anche un nome: si chiama Elia.

Tutti per uno, uno per tutti

 

Olim humani artus, cum ventrem otiosum cernerent, ab eo discordarunt, conspiraruntque ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes conficerent. At dum ventrem domare volunt, ipsi quoque defecerunt, totumque corpus ad extremam tabem venit: inde apparuit ventris haud segne ministerium esse, eumque acceptos cibos per omnia membra disserere, et cum eo in gratiam redierunt. (Livio 2 32)
(Un tempo le membra del corpo umano, notato il ventre ozioso, si ribellarono contro di lui e cospirarono, perché le mani non portassero il cibo alla bocca, né la bocca ricevesse ciò che le era dato, né i denti lo masticassero. Ma, mentre volevano domare il ventre, anche loro stesse deperirono e tutto quanto il corpo giunse all’estrema rovina: fu allora chiaro che il servizio del ventre non era affatto pigro e che questo distribuiva i cibi ricevuti per tutte le membra; e così tornarono in grazia con lui.)
Quello della disoccupazione intellettuale è un problema enorme per una società in cui le politiche del diritto allo studio e del benessere generale portano quasi tutti i giovani all’università. Nel nord Europa da tempo si riflette su queste dinamiche e sulle loro conseguenze. Noi iniziamo solo un po’ più tardi. La pubblicazione delle foto dei tedeschi che abbracciavano i siriani nelle stazioni e alle frontiere avvenne una settimana dopo la dichiarazione dei governatori dei Länder che facevano notare al governo nazionale come la “grande fabbrica d’Europa” non sarebbe potuta restare mai in piedi senza manodopera importata in un contesto sociale in cui i tedeschi fanno pochi figli o non ne fanno addirittura e quei pochi vanno tutti all’università. Una società completa è quella che riempie tutte le caselle e l’apologo di Menenio Agrippa, che voleva far capire ai rappresentanti delle classi popolari ritiratisi sull’Aventino l’importanza della loro presenza nei luoghi della politica, resta una pagina di grande attualità: chi si scanna contro lo ius soli e non fa almeno tre figli (se da due ne nasce uno, si cala; se da due ne nascono due, si resta uguali, se da due ne nascono tre, si cresce: è abbastanza evidente), chi si scanna contro lo ius soli e non rinuncia ad un minuto del suo tempo per occuparsi di un genitore anziano demandando tutto a persone straniere, chi si scanna contro lo ius soli e deve ricorrere all’operaio straniero, perché in casa sua tutti studiano all’università e nessuno sa sostituire una lampadina, tutte queste persone dovrebbero solo fare una riflessione: all’impero romano occorsero due secoli di benessere per cambiare i connotati germanizzandosi nelle strutture militari e orientalizzandosi in quelle culturali e religiose; a noi basterà molto meno. Le classi in cui studiano i nostri figli sono già delle realtà enormemente diverse e più varie dal punto di vista etnico rispetto solo a quelle di 15 anni fa. I cicli storici sono sempre gli stessi nei secoli; quello che sta cambiando è il ritmo in cui avvengono i mutamenti, che è troppo veloce per le capacità di reazione e di assorbimento del nostro vecchio e decadente, ma anche ricco e benestante mondo. Ci stiamo leccando ferite che ci siamo fatti da soli e non sappiamo guardare oltre la punta del nostro naso. C’è tutto un mondo oltre quella punta, un mondo che va conosciuto, che va capito, anche combattuto e non accettato qualche volta; per l’avversario contro cui si combatte si vince solo se lo conosce e se si conoscono le armi con cui combatte. E se queste prevedono la demografia, bisognerà rispondere con la demografia. Qualcuno intenderà queste righe come animate da una sorta di cupio dissolvi, ma oggettivamente non vedo alternative concretamente sostenibili.

“Quattro libri al mese”

Ho comprato in pochi giorni circa una ventina di libri, soprattutto di storia, ma anche narrativa, saggistica, per l’estate. In fondo è questa la parte più importante del lavoro di un insegnante: studiare e leggere sempre. Un quarto di secolo in classe insegna che la serenità nel fare lezione viene solo dalla padronanza della materia in tutti i suoi aspetti, dalla capacità di allargare le visuali di interpretazione dei testi ai contesti più diversi, dalla disponibilità a creare nella tua mente quella multimedialità e quell’ipertestualità che nessuna macchina potrà mai parimenti raggiungere, ma anche dalla cosa più semplice di tutte, da quella così semplice da essere quasi spudoratamente umile: la passione di imparare e conoscere, anche per te stesso e il tuo lavoro, ma soprattutto per gli altri, per gli studenti che di te hanno bisogno e che nella tua sicurezza – non ostentata ma auspicabilmente disinvolta e naturale – potrebbero trovare anche un vincastro alle proprie incertezze. Ogni tanto succede. Non illudetevi che capiti spesso, ma posso garantirvi che capita. E per questo, quanto meno, ci provo.
A tal riguardo, mi si è impressa indelebilmente nella memoria una frase che mi disse un giorno il professore con cui ho collaborato all’università per quasi otto anni, occupandomi di forme di eversione sui mari in epoca romana e dei relativi sistemi di controllo. Ricordo quel momento come fosse ieri. Eravamo nella sala dottorandi e ricercatori del dipartimento di Storia antica dell’università di Bologna. Lui passò di lì diretto al suo studio, dopo aver fatto lezione in aula Quinta. Mi vide leggere un saggio di Salvatore Bono sulle marinerie barbaresche nel Mediterraneo di epoca moderna e, decisamente sorpreso in quel contesto, si sedette di fronte a me e sorridendo mi disse: “Sei un vero divoratore di libri; ho visto pochi leggere a 360 gradi come te; fai bene; chi non legge almeno quattro libri al mese non dovrebbe avere nessun diritto di sedere su una cattedra. Ma tu ci arrivi a quattro libri al mese?”. Fu una battuta, ben inteso; eppure, se queste parole mi si sono impresse così nella mente e così tenacemente resistono negli anni, c’è il suo perché.

Giudizio

Essere docente e genitore significa che, mentre in un ruolo dai voti, nell’altro li attendi. Nel primo ruolo li dai, pensando agli altri genitori. Nel secondo ruolo li ricevi, pensando che anche chi li dà forse li ha dati come li hai dati tu. I ruoli della vita non sempre sono a compartimenti stagni e le debolezze dell’essere umano, quando interviene un giudizio sulla persona, qualunque esso sia, arrivano tutte alla superficie, scavando solchi profondi e dolorosi nell’animo e talvolta privando anche del sonno di notte. Credo sia una delle tante regole non scritte di questo grande gioco che è la vita. Che dire? Complimenti a chi riesce a dividere nettamente i due ruoli e a farsi inflessibile arbitro di se stesso in questi esercizi di docimologia. Io, lo ammetto, non ci riuscirei mai. E da anni le notti prima di uno scrutinio, traguardo di un anno di lavoro, le passo insonni. Un genitore di un ex alunno mi ha chiesto questa mattina se mi sono mai pentito di un voto. No. Ma solo chi rilegge bene quanto appena scritto potrà arrivare vicino a comprenderne la ragione.

Dieresi

Arriva un’utilitaria a velocità abbastanza sostenuta per una strada senza uscita e frena bruscamente. Dal balcone in cui stavo leggendo nel silenzio della città vuota in questa domenica di mare capisco subito che qualcosa non va. Si tratta di una madre che accompagna la figlia, una ragazzina sui 15 anni, a casa di suo padre: genitori separati. Dagli abiti si capisce che le due vengono dalla spiaggia. In auto le due urlano e arrivano alle mani. Un finestrino aperto lascia sentire tutte le offese reciproche. La ragazzina cerca di pararsi come può dai colpi della donna scalmanata. Si apre lo sportello e la ragazzina tra lacrime e urla cade scendendo dall’auto e poi, correndo con le ciabatte verso l’ingresso della casa del babbo, inciampa di nuovo e ricade. Mentre la mamma continua ad urlarle insulti da dentro l’auto, esce il padre che apre la porta e raccoglie la ragazzina in lacrime e ritorna subito in casa con lei. L’utilitaria fa manovra e riparte con la stessa velocità con cui è arrivata. La porta di casa si è chiusa. Tutto si svolge in non più di due minuti. Poi sulla strada di periferia di questa sonnolenta città di provincia cala di nuovo il torpore. E il mio pensiero va a quella ragazzina che avrà solo uno o due anni meno di mia figlia e a quanti segreti, quanto dolore che non sappiamo devono nascondere questi muri di queste case. Non riesco più a leggere. Sento il bisogno di mandare subito un messaggio a mia figlia, che è a casa di sua mamma.

Profumo di tiglio

C’è un punto della ciclabile che porta a Milano Marittima in cui si sfiora un boschetto di tigli. Non so quale intermittenza della memoria in giugno mi porti ad apprezzare in modo particolare questo profumo intenso e unico. Eppure qualcosa deve esserci nel passato. Mi prende la nostalgia e, lungi dal volermi opporre, mi lascio cullare in questo dolce sentimento. Dove si sentiva questo profumo? Sto scavando nell’archivio della mente alla ricerca dell’innesco di questo ricordo. Ma non trovo. Non trovo nulla. Finché, restando fermo e aspettando fiducioso l’incontro tra sensi e cuore, tra olfatto e memoria, tra paesaggio di oggi e luoghi del tempo, un barlume, una traccia fioca si accende piano piano e dal passato si fa strada. Eccomi bambino con mio nonno in giardino, un giardino attorniato da tigli imponenti e sovrastato da tante rondini nel cielo. Tutti e due con un libro in mano (ero già allora un divoratore di libri) nel lungo e lento avvicinarsi del crepuscolo di giugno. Con lo zinzullìo delle rondini gàrrule. E con il maestoso profumo dei tigli. Riaggancio lentamente lo scarpino al pedale e riparto così, ancora una volta con qualcosa di più in me, proprio come se mi sentissi dopato di memoria. E ritorno ancora una volta più ricco grazie ai tigli, al loro profumo e al loro ineffabile potere di oliare gli ingranaggi della mente.

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