Routine di dolore, dolore di routine

Anche quel giorno al laboratorio dell’ortopedia pediatrica del Meyer nel policlinico di Careggi volle venire anche Fede. Ci accompagnò tutti e due la nonna con la sua Fiat 127. Io andai dietro per poter stendere la mia gamba, che per via della gabbia dei fissatori esterni non poteva essere piegata. E condivisi il sedile posteriore con la carrozzina di Fede smontata. Come sempre Fede era salito da solo. La sua lentezza ci faceva perdere tempo e ci avrebbe fatto arrivare tardi all’appuntamento. Ma la nonna amava vederlo felice e contento quando, dopo l’immensa fatica dei suoi spostamenti lenti, faceva il suo bel sospirone accompagnato dal sorriso e buttava indietro la testa, esibendo tutta la sua soddisfatta fierezza. Quando Fede fu seduto davanti accanto alla nonna, gli misi una mano sulla spalla. A lui piaceva, quando gli manifestavo in silenzio con quei piccoli gesti di affetto la mia approvazione per le sue piccole conquiste quotidiane, come quell’operazione di salire in auto. Fede sollevò il braccio destro, gli presi il polso fin dove aveva sensibilità e glielo strinsi forte tra le mie mani. Potevo permettermi di lasciare scendere una lacrima, tanto lui non mi vedeva.

Fede era voluto venire sempre quell’anno in sala di tortura al Meyer con me. Sapeva che il mio dolore in quel momento superava il suo. Lui ormai era lì, condannato lì, immobile lì, fiero e contento del poco di autonomia che si era conservato. Stringere quel polso da cui penzolava quella mano inerte per me era cosa di una tristezza indicibile. Sapevo che a Fede piaceva stare a contatto con me, a contatto fisico, tattile. Sapevo anche che non dovevo mai cedere in quei momenti: lui chiedeva energia da quei contatti e io dovevo dimostrarmi forte per dargli la carica che voleva. Era tutta la sua vita in quei contatti fisici con me, in quella consustanzialità assoluta tra la mia e la sua esistenza, in quell’abbraccio totalizzante tra il mio e il suo corpo: tutta la sua vita era lì. Non mi interessava se non sentiva le mani; lui vedeva il mio gesto e gliela accarezzai. Lo facevo spesso. L’avevamo fatto poco prima in camera, quando lui volle incoraggiarmi, vedendomi spaurito all’idea dell’appuntamento con la tortura; allungò le braccia con le sue mani penzolanti, gli afferrai i polsi; lo tirai a me e lui mi abbracciò. Stavamo minuti interi così; in spirituale, tacita, comunicazione; era una condivisione di sofferenza che andava oltre la fisicità dell’esperienza del dolore; era un’unione di anime in un unico progetto di vita. In quei momenti sapevamo che nulla ci avrebbe mai dovuto dividere.

Era la sesta volta in un mese che i miei o i nonni mi portavano al laboratorio a stringere le viti dei fissatori. Con la mia gamba avvolta da tre anni ormai nella ferraglia, torturata in nome della scienza e del progresso con una gabbia di chiodi e tiranti che sembrava una macchina da tortura medievale, arrivai al laboratorio. Accanto a me Fede che si spingeva la carrozzina sempre da solo, quando non aveva ostacoli da superare. In ospedale non ce n’erano. Quante volte ci ero già entrato in quel laboratorio! I due tecnici e le due infermiere, tra cui l’esperta e ormai non più giovane Martina, ormai mia amica, chiesero come al solito a Fede e alla nonna di restare fuori. Fede quel giorno volle venire con me. I tecnici dissero che era meglio di no. Sapevano bene cosa sarebbe successo là dentro e temevano che Fede, che non era mai entrato, si sarebbe impressionato. Incontrai per un attimo gli occhi di Fede. Non avevamo bisogno di parole noi due. Capii il suo desiderio di non abbandonarmi. Insistetti perché rimanesse con me. La nonna non disse niente. Alla fine Martina parlò con un medico di quelli che mi seguiva da anni e che passava di lì e il medico autorizzò la presenza di Fede. Non solo: si fermò lì con noi. Io e Fede eravamo una specie di celebrità ormai là dentro. Eravamo di casa. Venivamo salutati quasi come il direttore generale quando passavamo. Il medico si fermò a chiacchierare. Poi estrasse un pacchetto di chewing gum e ce li offrì. Dovetti scartare io il suo a Fede, che poi con i suoi due polsi se lo prese e se lo portò alla bocca con la sua ormai consueta abilità nel trovare le famose ‘soluzioni alternative’, che sono il segreto della sopravvivenza per tutti noi che viviamo di differenza.

Mi stesi sul lettino. Sapevo già che avrei urlato. La sofferenza era parte integrante di questa vita. Ma ero preoccupato anche per Fede questa volta, non solo per me. Lo guardavo fisso. E se si fosse impressionato? Le due infermiere mi immobilizzarono le braccia, mentre i due tecnici si apprestarono alle regolazione delle viti e dei chiodi dei fissatori di Lizarov. Iniziai a tremare. Chiusi gli occhi. Era impossibile abituarsi a quel rito maledetto. I tecnici iniziarono a girare le viti. Urlavo, urlavo, quanto urlavo! Il dolore era lancinante, indescrivibile. Sentivo la testa scoppiare, il cuore esplodere, mi agitavo urlando a squarciagola, vedevo le mie braccia che erano tenute immobilizzate diventare di colore violaceo. Durò tutto un attimo, ma in quell’attimo eterno, infinito, in quell’attimo dal significato e dalla finalità incomprensibile a tutti noi che eravamo lì dentro le domande che sulla lucida lavagna della mente venivano scritte erano invece chiarissime. Ed erano domande terribili, che squarciavano veli e aprivano riflessioni molto profonde sul senso di quella vita. La gamba faceva ancora molto male. Il giro di vite questa volta era stato molto più doloroso degli altri. Aprii con fatica gli occhi inondati di lacrime. Non avevo più voce per parlare. Non avevo più forza per agire. Fede aveva avvicinato la carrozzina al mio lettino e aveva tenuto per tutto il tempo le sue mani inerti sotto la mia testa. Mi fece un sorriso senza parole alla fine con il viso bagnato dalle lacrime. Lo ringraziai con un cenno della testa. Non potevo fare altro, stremato com’ero. Martina, mentre mi teneva stretto insieme alla sua collega, mi aveva accarezzato sempre. Notai un particolare quel giorno in lei. Notai che Martina, mentre si allontanava dal lettino per andare al prendere delle garzette, scosse la testa più volte. Anche lei si chiedeva tra sé e sé “Perché?”. Fede si chiedeva tra sé e sé “Perché?”. Io mi chiedevo tra me e me “Perché?”.

Perché? Perché? Perché? A che pro tutto questo?

Il tecnico mi regalò dieci bustine di figurine. Erano i piccoli gesti di umanità che rendevano grandi quelle persone monumentali che vivevano tra le sofferenze di chi mai dovrebbe soffrire: i bambini. Quando uscimmo, Fede aveva gli occhi lucidi, ma mi disse: “Sei un leone, fratellino!”. Era la bugia più grande che avrebbe mai potuto dire, ma era bella quella bugia. Detto da lui, tutto era bello.

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