Dietro le quinte di una lezione sul Fato

Nam lacrimis nostris nisi ratio finem fecerit, fortuna non faciet: se la ragione non metterà fine alle nostre lacrime, ci penserà la sorte. Lo scrive Seneca per consolare Polibio, il potente liberto dell’imperatore Claudio, per la morte del fratello. Seneca nutre una convinzione e non la cela: esprime in questo testo con sentimento indubbiamente forte l’energia con cui un destino prefissato può guidare l’esistenza, un fato inteso come qualcosa contro cui è assolutamente impossibile e inutile combattere, qualcosa da accettare. Insomma, un Seneca che fa a botte con quel presunto precursore del cristianesimo che in modo goffo e ridicolo ci venne insegnato a suo tempo, ma che costituisce comunque un’interessante prova di come la rappresentazione dei fatti può imprimersi nella mente delle generazioni più dei fatti in sé e per sé. Ma la parte costruttiva del discorso consiste nel dichiarare che questa accettazione non deve essere il risultato di un processo fatalistico con intendimenti rinunciatari, bensì deve essere il prodotto di un esercizio attento e oculato dei mezzi della ragione. Poche righe prima Seneca aveva scritto qualcosa di molto più forte. Diutius accusare fata possumus, mutare non possumus; stant dura et inexorabilia: noi possiamo accusare il destino quanto a lungo vogliamo, ma cambiarlo non potremo mai; si opporrà in modo tenace e inesorabile. Il tutto viene argomentato con una lunga serie di inutili rimbrotti e infruttuose lamentele, che sottraggono tempo prezioso all’azione e alla riflessione su se stessi e sui propri vizi non sufficientemente curati, tema del resto profusamente svolto nel De brevitate vitae e in vari passi di altre opere. La conclusione è di quelle lapidarie, che toglierebbero la voglia di replicare anche al più provetto esperto di dialettica: lacrimae nobis deerunt ante quam causae dolendi. Le lacrime a noi verranno meno prima delle ragioni per cui abbiamo provato dolore. Queste ultime, dunque, resteranno e renderanno inutili le prime, perché nulla cambia di ciò che è scritto. Perciò la conclusione della consolatio consiste nel richiamo a Polibio al senso del dovere e della responsabilità nell’esercizio del suo ruolo pubblico. Troppo sbrigativamente si è inteso leggere in questa finalità quel doppio fine consistente nel volersi ingraziare il potente uomo di corte perché fosse annullata la sentenza che aveva confinato Seneca in Corsica, dove tra l’altro molti lo avranno anche invidiato e da dove scrive queste righe. Non intendo naturalmente negare che Seneca abbia avuto questo secondo fine, ma, avendo più volte letto e riletto questi passi, mi piace pensare che lo abbia fatto coniugandolo perfettamente e coerentemente con la propria visione dell’officium e del senso di responsabilità, che mutuava dalla frequentazione degli scritti dei pensatori stoici. Questo mi piace pensare. L’uomo non può riscrivere il proprio destino, ma deve usare la ragione per uniformare ad esso la sua esistenza. Se non pratica questo quotidiano esercizio, sarà destinato a piangere sull’inutilità del suo stesso pianto.

Ebbene, con un’amica si parlava in chat proprio di questo ieri sera. Anzi, per la precisione si parlava del destino e dell’amore, di come l’uno si coniuga con l’altro. Come ci siamo arrivati? È sempre un esercizio intrigante quello di capire come un dialogo a cena, una discussione, una conversazione a due, una chat arrivi a un certo traguardo dopo essere partita da un certo punto che non si ricorda mai bene quale fosse. Fu così che, giunti alla conclusione che esiste un destino e che piangere sul proprio dolore non serve a niente, proprio come Seneca scrive a Polibio, mi sono poi chiesto come fossimo arrivati a quella conclusione. Ed ecco che allora, ripercorrendo a ritroso la conversazione, scopro che l’irritazione mi ha condotto lì. Esatto, avete letto proprio bene: l’irritazione. Ero irritato. Sì, ero proprio irritato dal fatto che dall’altra parte del filo che collegava noi due conversanti ci fosse una persona convinta che l’amore prima o poi arriva, perché così è scritto anche negli astri. Per quanto non possa negare una certa curiosità da sempre per la questione dell’influsso astrale sulla vita, non ho mai avuto un vero interesse a indagarla, forse per mancanza di stimoli, forse anche per quella parte invisibile dell’educazione familiare che nella vita rappresenta un cordone ombelicale mai perfettamente reciso. Eppure a un certo punto mi sono irritato, quando ho sentito parlare di relazioni tutte capitate e tutte guidate per il verso giusto, proprio secondo quanto previsto dagli astri. Il motivo dell’irritazione è venuto proprio da questa lettura senecana, un testo preparato per i miei ragazzi di quinta, che mi ha indotto nella conversazione serale a riflettere su qualcosa che nella mia vita si è verificato, eccome, e che non riesco proprio a coniugare in nessun modo con questa fiduciosa e ottimistica convinzione che gli astri possano aiutare a guidare bene l’esito dei nostri passi. Due lime sorde: ciascuno andava avanti seguendo il proprio filo, senza che si potesse trovare un modo per venirsi incontro. Il mio punto di vista era questo: nella mia vita il destino ha guidato i miei passi proprio nella direzione opposta e, se gli astri e la loro presunta armonia, che organizzerebbe e darebbe ordine a tutto il creato e che non dovrebbe essere in disaccordo con i postulati cristiani della carità universale, avessero avuto una sorta di accordo e di armonia con questo destino, non mi troverei costretto a riflettere su quei temi che tanto spazio hanno nelle pagine di questo mio sito.

Non è difficile concludere che la riflessione di Seneca dà la sintesi di quello che sempre ho ritenuto e la lapidaria affermazione, divenuta con il tempo proverbiale, dell’epistola 107 a Lucilio Ducunt volentem fata, nolentem trahunt, il Destino guida chi lo vuole, trascina a forza chi non lo accetta, è per me qualcosa di talmente vero, reale, dimostrabile in tutti i modi possibili, che mai mi sentirei di metterlo in discussione, sulla base non di letture, non di teorie o ipotesi interpretative più o meno accademiche, ma sulla base della mia esperienza di vita, di quanto l’esempio della mia persona può offrire alla riflessione degli altri. Nulla cambia di ciò che è scritto. Lo disse il filosofo stoico Cleante, attivo tra IV e III sec. a.C,, lo cita Cicerone, lo riprende e lo fa lapidariamente suo Seneca in un contesto di una tale chiarezza espositiva che non lascia margine a equivoci. E nemmeno la lettura del quinto libro del De civitate Dei di Agostino, dedicato proprio al tema della provvidenza, riesce, per il momento, a convincermi, perché quell’esercizio della libertà e della volontà dell’uomo, che il vescovo di Ippona tanto valorizza nel proprio pensiero, non ritengo che sia una prova della prescienza divina, ma, al contrario, della possibilità che ha l’uomo di accettare o no quanto già scritto per lui. E lo ripeto, non dico questo sulla base delle letture e degli studi; lo sostengo sulla base di una memoria di vita e di un vissuto individuale che si distende e s’imprime su una grande e preziosa pergamena lunga mezzo secolo.

Decisamente forte il contrasto con quanto l’amica ha sostenuto in modo convinto. Ma è in quel momento che il Fato agisce. Ti viene una strana idea. Nella maschera di ricerca del computer scrivi “Destino”, poi selezioni Immagini, poi lo correggi in inglese, “Destiny”, cambia una sola lettera, ma cambia un mondo. E quel Destino allora mette davanti alla tua anima un disegno di Klimt, un nudo di donna, un’opera che l’archivio della ragione non sa in quale sezione di protocollo collocare, né tanto meno saprebbe dire perché sia saltata fuori. Informandoti su quel disegno trovi un testo forte, una lettera in tedesco con parole che ti penetrano direttamente nel cuore e hanno un curioso potere di mettere in moto quegl’ingranaggi dell’anima che sembrava non aspettassero altro. Grazie a quell’immagine ti rendi conto che proprio dalla ricchezza di questi contrasti si può apprezzare la meraviglia dell’amore, esattamente come si trovò a dover considerare in quella lettera Gustav Klimt, quando, di fronte allo splendore ammaliante dei mosaici di Ravenna, non poté non riflettere sulla miseria e sulla povertà che li attorniava, appena fuori dagli edifici che li contenevano. Il destino conduce anche a questo: a desiderare l’amore come un fine che affascina e strega, ma senza avere alcuna idea, se non puramente spirituale, di quale sia il mezzo con cui si possa raggiungere quel traguardo. Il Fato lo sa. A te non compete saperlo. A te compete lottare contro tutto quello che lui ti mette intorno per impedirti di saperlo. Ma dentro uno scrigno antico, dentro una piccola bomboniera, dall’aspetto esteriore anonimo e quasi decadente come il mausoleo di Galla Placidia, si può aprire per te un universo di emozioni che non sai mai dove ti possono portare. A me piace pensare che l’amore sia questo: un agone continuo per conquistare qualcosa di idealmente perfetto proprio là dove mai ti aspetteresti di trovarlo, proprio là dove lo spirito entra in armonia con il destino. Ma sta a te conquistare questo premio. Leggendo Seneca, meditando su Agostino, ma con gli occhi distratti da un disegno di Klimt, mi sono sentito su una strada che potrebbe anche essere quella giusta. Tre stimoli diversi, ma straordinariamente complementari tra di loro. Non posso dirlo ai ragazzi domani in classe. Ma a me piace non dimenticarlo. A me piace che resti una traccia di questo ennesimo sogno meraviglioso.

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Sulla banchina

“Ciao. Posso farti una confidenza?” [faccina pensierosa]

“Certamente!”

“Mi sento attratta dalle persone molto più mature di me.”

“E ti sembra strano?”

“Non so se strano o cosa … Mi sembra che gli altri non capiscano. Mi sento vittima di una specie di convenzione.”

“Capisco … Fregatene degli altri.”

“Non è facile.”

“Capisco anche questo. Mi viene in mente un’immagine, sai …?”

“Quale?”

“Ne verrebbe fuori un aforisma. Non mi sono mai piaciuti gli aforismi.”

“Perché?”

“Perché è come una testa senza un corpo. Mi piace partire dalla riflessione che introduce l’aforisma, ma poi sento il bisogno di svilupparla, abbellirla, interpretarla. Invece l’aforisma dovrebbe essere qualcosa di asciutto, buttato là, come le citazioni che la gente usa su facebook, spesso senza un senso, copiando e incollando quello che trova così come viene. Anche l’aforisma finisce per essere così. Passa di bocca in bocca e perde valore. Solo la riflessione che tu gli cuci addosso glielo restituisce.”

“Concordo. Però sono curiosa lo stesso. Qual è questo aforisma?”

“Parlavi dell’amore e dicevi di sentirti attratta dalle persone più mature di te. Ecco come lavora la mia testa. Mentre tu parlavi vedevo un treno.”

“Interessante. E che fa questo treno?”

“È l’amore.”

“Ora anche intrigante … Va’ avanti!”

“Beh, dammi il tempo per cucire insieme le parole e trovare quelle giuste per l’immagine.”

“L’immagine del treno?”

“Sì, quella.”

“Mi piace questo gioco.”

“Giocare con le parole?”

“Con la magia della parola.”

“Credo di essere pronto.”

“Spara!”

“Eh no! Se usi quelle parole, la magia non c’è più. Non sparo proprio niente.”

“Come sei pignolo!”

“Non sono affatto pignolo. Voglio creare soltanto il clima giusto. Bene. L’immagine prende questa forma. Sta’ attenta! La forma di un treno. 

“L’hai già detto.”

“L’amore è come un treno. Non importa come sia. L’unica cosa che conta è dove va. E non farselo scappare, perché hai guardato con ansia per tante volte l’orologio. Se non lo prendi in tempo, lui parte comunque. Senza aspettarti. Ti lascia qui, sulla banchina, con le valigie in mano, senza sapere cosa fare, dove andare, come poter riprendere il viaggio. Il treno che passerà dopo sarà sempre un ripiego. Quello che hai perduto, è andato per sempre.”

“Insomma, una specie di versione moderna del carpe diem. Non ti sapevo epicureo.”

“Non lo sono, infatti.”

“Però il treno è andato. E le cose per me stanno proprio così.”

“Lui ti ha mollata?”

“No. Io ho mollato lui.”

“Capisco …”

“Il tuo lavorare per immagini me ne ha fatta venire in mente un’altra.”

“Normale. Le parole sono il virus  più contagioso. Dimmi.”

“Una nuvola. Ho girato gli occhi verso la finestra e la prima cosa che ho visto è una grande nuvola nera, bassa, ma sai perché mi ha colpito?”

“Non riesco a immaginarlo. Possono venire tante idee, ma credo che solo la tua sia quella buona. Tu hai visto la nuvola. E a te quella nuvola sta parlando. Tu stai dando forma con le parole a quella nuvola. Ma, aspetta …”

“Cosa c’è?”

“Oggi il meteo dava sereno.”

“Ecco … Ci sei vicino.”

“Intrigante. Mi piace questo gioco. Stai cercando le parole?”

“Sì.”

“Aspetto.”

“Credo di esserci.”

“Sono qui.”

“Mi piace di pensare all’amore come questa nuvola. Una nuvola che si forma non prevista. Ti piove addosso secchiate d’acqua. Poi, quando ha finito il suo lavoro, basta un refolo di vento che sparisce. Quello che resta, signore del cielo, è un sole beffardo, sguaiato, che ride della tua devastazione. E l’amore? Chissà dov’è andato? A fare altri danni, sicuramente.”

“Hai vinto.”

“Perché?”

“Perché prima qua non c’era nessuna nuvola.” 

“E adesso?”

“Devo proprio controllare?”

“Sì.” [pausa] “Allora?”

“Adesso sì. C’è una grande nuvola nera qui sopra. E …”

“E?”

“È arrivato anche il treno.”

“Allora, non perderlo.”

“E se lo perdo?”

“Resterà solo la nuvola.”

“E dopo la nuvola quel sole insensibile, beffardo e sguaiato, che hai detto tu?”

“Sì, quello.”

“Non lo perderò.”

“E dove ti porta quel treno?”

“Lo vuoi proprio sapere?”

“Se pensi che sia importante, sì.”

“Credo che vado proprio dove va la nuvola.”

“E dove va la nuvola?”

“A fare danni.”

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Il volo dell’aquilone

Dopo aver scritto per tanti anni racconti, una selezione dei quali ha avuto una sua vita qui sopra, è uscito il mio primo romanzo Il volo dell’aquilone. E dopo aver scritto recensioni dei libri degli altri, aver letto pagine su pagine di letteratura di tutti i paesi e di tutti i tempi, dovrei dire qualcosa del mio libro, perché, come avviene per tutti gli autori, anche a me non dispiacerebbe avere qualche lettore. Ebbene, si tratta di un romanzo che ha come protagonista una di quelle persone che oggi si chiamano speciali, per non usare parole che potrebbero essere avvertite come politicamente, socialmente e culturalmente non corrette. Giulia è speciale per colpa di una di quelle intermittenze del tempo che la costringe a vedere tutto da un punto di vista originale e non convenzionale, diverso e proprio per questo privilegiato. Il babbo di una sua amica, appassionato costruttore di aquiloni che nella sua vita assumono un significato del tutto particolare, porta un giorno le due bambine a giocare con uno di questi oggetti da lui realizzati. Ma il destino ha altri piani per Giulia e da qui inizierà un cammino nuovo, più difficile, in cui tutto, soprattutto l’amicizia e le relazioni con le persone, assumerà un significato diverso e richiederà l’adozione di un punto di osservazione del tutto lontano dalle più trite convenzioni. La vita di Giulia scorre secondo un principio che lei stessa ha formulato: è la teoria dei paletti. Le barriere, gli ostacoli, le nuove difficoltà della vita non sopportano classificazioni, né schematizzazioni, né, tanto meno, generalizzazioni. Sono di due tipi i paletti di Giulia. Alcuni non possono essere spostati e vanno guardati con rispetto, mai con paura, né tanto meno con rassegnazione. Altri invece possono essere spostati e allora costituiscono traguardi sempre nuovi, ragioni di vita da assaporare ora dopo ora, giorno dopo giorno, incontro dopo incontro. E Roberto sarà uno di questi incontri, quello che convincerà Giulia non soltanto di quanto sia vera la sua teoria dei paletti, ma anche di quanto sia facile sbagliare nel momento in cui li si assegna a questa o a quella categoria. L’amore era uno di questi paletti. Erroneamente era stato ritenuto appartenente alla categoria di quelli fissi; e invece, grazie a Roberto, si è spostato in avanti. Una storia d’amore sì, ma una medaglia che ha il suo rovescio: si tratta del dolore che dal giorno in cui la vita di Giulia si è spezzata in due avvince colui che se ne ritiene causa, il babbo della sua amica; e il dolore vissuto nel senso di colpa finisce per straziare la vita di questa persona, già provata dal destino, proprio nel momento in cui Giulia ottiene il riscatto più bello. Ne nasce un secondo filone narrativo che conferisce al racconto l’andamento di un sogno, oppure di una favola, se preferite. Insomma, la storia di una ragazza speciale, ma non solo. Una storia d’amore vissuta fuori dai tutti i canoni convenzionali. Ma soprattutto un grido di libertà del tutto originale che assume come simbolo proprio l’aquilone, che cercherà di prendere il volo tra tante difficoltà, sapendo che la sua sopravvivenza dipenderà soltanto dalla sagacia di chi, con i piedi ben piantati per terra, ne terrà il filo. Un amore. Un inno all’ascolto. Un volo che spero vogliate tutti provare a comprendere. Questo è quello che pensa chi ha scritto il libro. Voi potrete avere altre idee. Se leggerete e scriverete qualcosa su quello che avrete letto, ne terrò conto e ve ne sarò immensamente riconoscente.

S. Tramonti, Il volo dell’aquilone, Youcanprint, Lecce 2019

https://www.youcanprint.it/fiction-psicologico/il-volo-dellaquilone-9788831633666.html

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La Setta delle Trame oscure

Aveva scelto proprio le più belle. E lo aveva fatto con singolare puntiglio. Raramente un uomo, una volta entrato nel mio negozio di fiori per scegliere delle rose da regalare, le aveva selezionate così attentamente, così meticolosamente, con un’acribia che io fraintesi e immaginai addirittura che fosse stata studiata quasi per mettermi alla prova. Alcune donne del paese avevano usato una tale diligenza per delle confezioni, mai per i fiori. Ma uomini, mai. E, a dir la verità, neanche le donne erano mai state così attente ai fiori. Lui mi aveva soltanto chiesto: “Mi raccomando: che siano una gialla, una bianca e una rossa!” Poi non aveva più detto niente fino al momento dell’uscita, quando dalla porta mi salutò. Nel momento della meticolosa scelta guardò il gambo, i petali, mise le rose una accanto all’altra, le osservò da ogni lato, ne scartava una, ne sceglieva un’altra, la scartava di nuovo, le guardava ora con perplessità, ora con insicura ammirazione, ora con maggiore convinzione, senza mai farmi capire se alla fine fosse stato veramente convinto della decisione definitiva. E poi la confezione! Difficilmente mi è capitato un cliente così esigente nella richiesta della confezione un dono costituito da un mazzo di rose. Ogni dettaglio voleva che fosse curato con la stessa meticolosa diligenza con cui le rose erano state dapprima selezionate. Non dissi nulla e feci tutto quello che mi chiedeva. Uscì comunque dal negozio visibilmente soddisfatto, lasciandomi un’emozione poche volte provata. Era evidente che il regalo era di quelli importanti. Sembra quasi paradossale che lo abbia dovuto confezionare proprio io; ne capirete la ragione proseguendo. Quanto a lui fu l’ultima volta che lo vidi, credo. Fatemi pensare. No, non l’ultima. La penultima. Era sicuramente giugno, il mese in cui le rose danno il meglio di sé.

C’è anche un contesto in cui la vicenda si svolge: un paese, un tempo più isolato, oggi inglobato nel suburbio della vicina città. Uno dei tanti piccoli centri dove non dovrebbero esistere segreti; e invece pullulano di dicerie. Il mio paese è piccolo, infatti. Le notizie qui girano velocemente. Purtroppo girano spesso male. Qui lo sappiamo tutti che girano male, ma nessuno ha mai fatto nulla perché questo non accadesse. Anzi. Sembra che ci sia una specie di gioia perversa nell’aggiungere chi questo chi quel particolare seducente, intrigante, più o meno misterioso, il più delle volte malizioso, talvolta anche proprio cattivo. Insomma, uno di quei tanti piccoli centri in cui entri da una strada facendo uno starnuto, percorri il paese non sapendo che quello starnuto è già tema di una narrazione con innumerevoli varianti, esci dalla strada opposta e già ti restano pochi giorni da vivere. Lui poi! L’uomo delle rose? Dava adito alle voci con una facilità quasi disarmante, tanto che spesso mi sono chiesta se non lo facesse quasi per divertimento, se non fosse per lui, che io sempre ho giudicato di levatura tanto superiore alla media da non meritare questo paese, una specie di gioco per studiare i nostri comportamenti. Ero convinta allora – ma ora so che mi sbagliavo – che lui si sentisse addirittura in certo senso superiore a noi. Come si faceva a non far girare voci su di lui? Eravamo proprio preda di una specie di malessere collettivo quando le sentivamo, ma nessuno di noi ha mai fatto nulla per fermare quella che in casa mia, e non solo, chiamavamo la potente Setta delle Trame oscure; nessuno di noi si è mai chiesto quale fosse il limite oltre il quale il troppo stroppiava; nessuno di noi lo hai mai veramente difeso, forse anche perché nessuno lo ha veramente attaccato, perché nessuno di quelli che hanno fatto girare le allusioni più maligne, gli adepti, appunto, della Setta delle Trame oscure, ha mai osato affrontarlo a tu per tu. Dimostrazione del fatto che, alla resa dei conti, lui era veramente superiore a noi, benché ora possa dire che tale non si era mai sentito.

E il giorno delle rose? Fu sicuramente quello che di voci ne generò di più, anche se furono una specie di canto del cigno, come comprenderete se riuscirete a seguirmi fino alla fine. La ragione non è facile da spiegare, perché per essere intesa richiede che si abbiano gli strumenti per comprendere che in un mondo così cambiato – globalizzato, dicono quelli che vogliono fare bella figura – non esiste soltanto la mentalità della città e quella del piccolo centro, ma esiste anche tutto un campionario di sfumature intermedie che sfuggono a ogni tentativo di classificazione. Ebbene, lui era proprio una di queste sfumature. Per tutti noi, senza ombra di dubbio, la più difficile da incasellare. E proprio per questo ogni nuova voce che circolava aveva l’effetto di una bomba a deframmentazione, esplodendo in una miriade di piccole voci, di maliziosi detti e non detti, che più facevano male a chi li sentiva, più favorivano il perverso malvezzo di trasformare un piccolo pisello secco in un grande cocomero. E la Setta delle Trame oscure, indefessa, agiva sempre con professionale alacrità, colpiva con chirurgica precisione, tacitava tutto con misteriosa protervia.

Nessuno ha mai capito se l’uomo delle rose si curasse o no di quelle voci. Era impossibile che non fossero mai pervenute a lui. Eppure non ha mai dato adito a nessun sospetto su questo. La sua vita procedeva, per quel che appariva a noi suoi vicini, tutto sommato, tranquilla. Se solo al bar avesse un giorno fatto una battuta ironica su se stesso, forse avrebbe tacitato in un attimo le voci e sgonfiato quel pallone, tutto pieno soltanto d’aria, che veniva alimentato dalla Setta delle Trame oscure. Al bar raramente si vedeva. Il paese ha quattro centri di aggregazione, tutti con il loro bar, tutti politicamente connotati e marchiati, secondo un’antica e consolidata tradizione che pochi di noi ormai comprendono, ma nessuno osa interrompere: il bar dei repubblicani con relativo circolo, al quale mi sono ritrovata iscritta, perché lo erano i miei genitori; quello dei comunisti con relativo circolo, al quale si è ritrovato iscritto il mio ex marito, perché lo erano i suoi genitori; la chiesa con relativo gruppo parrocchiale, che ha frequentato il mio ex compagno, incurante delle ire del parroco per la sua convivenza more uxorio con me; e il centro sportivo con relativo circolo, di cui sono soci i miei due figli, che praticano calcio. L’uomo delle rose era l’unico che si vedeva indifferentemente dappertutto, raramente a dire il vero; ma, quando si vedeva, appariva in conversazione con tutti, senza quelle settarie distinzioni che qui si fanno abitualmente da decenni. Chi frequentava il bar dei repubblicani ed era iscritto al circolo, non poteva frequentare né quello della chiesa, né quello dei comunisti. La stessa cosa valeva per gli altri. Un discorso a parte merita il centro sportivo. Lì veniva operata una specie di selezione della parte giovane del paese: era un punto di aggregazione decisamente più ‘democratico’, anche se affiliato al circolo dei repubblicani, forse perché qualche centesimo si riusciva così a spillare dalla città; ne facevano parte il campo da calcio con la squadra di dilettanti che aveva la sua struttura sociale, l’associazione ciclistica con la sua struttura sociale, i due campi da tennis con un maestro e un piccolo circolo. Quanto poi alle affiliazioni e ai marchi, ogni tanto, quelli di noi che lavorano in città, quasi tutti a dire il vero, ci ricordano che i comunisti e i repubblicani non esistono più e che ci sono altri partiti nella vita politica nazionale, che la storia è andata un pochino avanti, che ci sono stati dei cambiamenti nella politica. Lo sappiamo. Il giornale, magari solo quello, arriva anche da noi e al bar qualcuno lo legge. La televisione si guarda e sui social ci siamo quasi tutti dai quaranta/quarantacinque in giù. Ma alla fine ci riveliamo tutti tanto conservatori e tradizionalisti che quei due bar con il loro marchio vintage qui da noi sono ancora chiamati così: il bar del comunisti e il bar dei repubblicani. E credo che lo saranno almeno fino al prossimo cambio di generazione. Ma torniamo all’uomo delle rose. Come si rapportava a questa socialità sicuramente diversa da quella che vedeva e in parte viveva in città? A modo suo. Lui giocava a tennis e usciva con i cicloamatori. Non sembrava che il calcio lo interessasse più di tanto. Ma se gli andava di bere un caffé, non faceva distinzione tra il bar del centro sportivo, quello della parrocchia, quello dei repubblicani o quello dei comunisti. Non poteva non sapere che, dietro quelle etichette e quella facciata, c’era una trasversalità perversa di interessi circolari, di favori reciproci, di relazioni tra famiglie, di debiti morali e non; non poteva nemmeno non sapere che uno poteva sempre aver bisogno dell’altro, a prescindere dalla tessera del circolo che pagava ogni anno, perché quella tessera era quella che aveva pagato suo babbo e quella che aveva pagato suo nonno. Anche la Setta delle Trame oscure viveva di questa trasversalità ed era come se ciò che sottovoce veniva detto ad un tavolo del circolo dei repubblicani, nel momento stesso in cui veniva sentito, fosse già noto in quello dei comunisti. Il mio ex compagno scherzando con una simpatica iperbole mi diceva che Mossad, Kgb e Cia mandavano qui i loro agenti a svolgere i corsi di aggiornamento.

Abitava in una piccola villetta a schiera, nello stesso complesso in cui vivo anch’io con la mia famiglia. Quanto alla sua origine, chi diceva fosse arrivato dalla Lombardia, chi dal Veneto; anche su quello le voci si moltiplicarono fino al punto che presto non mancò chi sostenesse, ovviamente sempre prove alla mano, che venisse addirittura dalla Sicilia. Perché? Si chiamava Vito. Le famose schiaccianti prove alle mano. Il cognome però metteva davvero agitazione, dubbio, scompiglio: Derossi. Hanno cercato su internet, su Facebook, ma ne hanno trovati talmente tanti e in talmente tanti luoghi diversi e lontani tra di loro, che il cognome, se non mise propriamente in crisi la ricerca anagrafica, contribuì nondimeno ad alimentare il mistero. Pur tra tanti indigeni, non era certamente l’unico allogeno. C’era chi veniva dal Friuli, chi dalla Campania, chi dalla Sardegna, chi dall’Africa, chi dai Balcani. Ma questi allogeni lavoravano nelle aziende degli indigeni e, seppur a modo loro, respiravano un’aria diversa. Vito Derossi, quell’aria, sembrava quasi che non la respirasse.

Ogni mattina si alzava e andava in città a lavorare. Era insegnante di musica, con una laurea in lettere. E anche questo per il piccolo paese, abitato in gran parte da agricoltori, artigiani e operai, era un caso. Non era certamente l’unico laureato che vivesse da noi, ma in lettere e di sesso maschile c’era solo lui. Abbiamo avuto, tra i numerosi allogeni che si sono inseriti tra noi indigeni, anche una maestra che veniva dalla Puglia, arcigna e zitella, cattiva come il fiele, acida più di un limone acerbo, matrice delle più maligne e perverse dicerie su tutto quanto non facesse parte della monotona routine, in cui lei stava evidentemente benissimo. Abitava non lontano di qui, appena fuori del paese, in una casa ereditata da zii che erano contadini, anche loro immigrati, allogeni; ha abitato quella casa isolata per alcuni anni, finché un automobilista, che aveva alzato il gomito già alle undici del mattino – da queste parti situazione tutt’altro che rara – non la investì proprio davanti a casa, di domenica mattina, di ritorno dalla chiesa, relegando nel camposanto una vera enciclopedia di gratuite calunnie. Viveva anche lei da sola. Su di lei, tuttavia, voci zero. E anche questo è ben curioso. Se una donna vive da sola, è cosa che non desta interesse più di tanto in un piccolo paese come questo. Ma un uomo, laureato in lettere, che vive da solo, agita le più diverse fantasie. Da sua vicina di casa mi sono posta spesso la domanda. Non ho mai avuto una risposta. Era sempre gentile, educato. Oserei sbilanciarmi: era davvero un bell’uomo. Usciva sempre elegante. Sono convinta che dedicasse ore alla ricerca dell’aspetto migliore. E mai due giorni di fila con lo stesso capo d’abbigliamento addosso. Ne sfoggiava sempre di nuovi. C’era sempre un tocco di classe. Insomma, roba non da paese. Beh, credo mi possiate se capire se ammetto di aver avuto una certa attrazione per il professor Vito Derossi.

Non posso a questo punto non parlare dell’auto, non foss’altro perché, prima di tutto, come vicina di casa, la vedevo spesso parcheggiata in strada in prossimità del mio cancello, in secondo luogo perché anch’essa fornì ampio materiale alla Setta delle Trae oscure. Era una vecchia Fiat 600, auto d’epoca: immatricolazione nel gennaio 1956. Il primo modello, quello con la maniglia nella parte anteriore dello sportello. La teneva con una cura maniacale. Aveva un garage pieno di pezzi di ricambio; se li scambiavano gli appassionati di quelle auto antiche. Pensate un po’! L’invidia del paese, o meglio di quella parte più coinvolta nelle attività della Setta delle Trame oscure, era arrivata al punto che alcuni erano convinti che Vito Derossi avesse una sorta di perversa e quasi feticista passione per quell’auto. A me sembrava solo bella, veramente bella, una vecchia elegante signora della piccola borghesia, un simbolo di una pagina della nostra storia sempre bella da raccontare, un’auto sempre ricca nel suo apparire in pubblico di quella dignitosa perfezione che era il marchio del nostro professore: l’auto più idonea, più, come dire, congruente e coerente con la persona che vi saliva alla guida, per chi vedeva spesso lui e vedeva altrettanto spesso la sua auto. “Un dandy fuori tempo massimo”, lo definì un suo ex collega. Una buona definizione, credo. Sarà stato anche fuori tempo massimo, ma, vi confido, a me piaceva proprio.

Gli insegnanti lavorano al mattino, hanno solo diciotto ore alla settimana, hanno tutti i pomeriggi liberi, hanno tre mesi di vacanza, anzi, quattro, se ci mettiamo vacanze natalizie, pasquali, morti, santi e patroni. Le solite cose che si sentono ovunque. La Setta delle Trame oscure ci sguazzava in questi luoghi comuni. Eppure lui, in media tre giorni alla settimana, tornava a casa per l’ora di cena. Mio figlio ha frequentato quella scuola e sapevo perché avesse quegli orari: ricopriva a scuola diversi incarichi aggiuntivi e per alcuni anni fu anche vicepreside. Ma, per quanto questo fosse vero nel modo più sacrosanto, non era sufficiente a convincere gli adepti della Setta delle Trame oscure, sempre depositari del dogma unico. Aveva di certo i suoi oscuri intrallazzi. Chissà cosa fa tutto quel tempo! Quando un anno si seppe che era stato candidato alle elezioni comunali, in paese la Setta delle Trame oscure lo fece diventare subito il frequentatore di una potente loggia massonica. Per un po’ girò persino la voce che in casa sua si sentissero voci di riunioni segrete di un gruppo di cui sarebbe stato il capo, come se da framassone – in città lo sono in tanti – fosse diventato una specie di eresiarca o di santone; in realtà, nessuno aveva mai sentito niente; si vedeva una luce accesa a lungo, anche fino a ore piccole, perché Vito Derossi ogni tanto dava alle stampe un libro, scriveva, aveva la sua piccola cerchia di lettori e appassionati, in città ovviamente, perché qua riuscire ad andare oltre le pagine della cronaca locale del giornale è veramente un’impresa e persino la lettura della cronaca di un incidente risulta spesso complessa da interpretare. Da casa nostra lo vedevamo, soprattutto nei mesi estivi, quando stava con la finestra aperta, senza assolutamente alcun segreto da nascondere; era seduto nel suo studio, al computer. E scriveva. Ma era troppo forte la tentazione degli adepti della setta: secondo loro lo faceva – intendo il tenere la finestra aperta e il farsi vedere al computer – per creare un diversivo, sentenziò uno al bar dei comunisti; era una controfigura messa lì apposta per ingannare i vicini, era arrivato persino, quasi teneramente, a dire un giorno un ragazzo, vittima forse di un’overdose da serie tv, in una riunione del gruppo in parrocchia. E dire che era uno dei pochi in paese che leggessero, quel ragazzo. Leggeva le cose sbagliate, evidentemente.

Nessuno lo aveva mai visto con una donna. E qui il gioco si fa duro … Se l’avesse avuta, non sarebbe circolata – ne sono assolutamente convinta – alcuna voce su questo fatto. Del suo passato nessuno sapeva niente. Per me era impossibile che non avesse avuto alcuna storia prima di arrivare qui e non era credibile che l’unico oggetto di adorazione fosse un’auto antica. Non entro nei dettagli, perché mi fa veramente ribrezzo il livello a cui la malignità del paese era arrivata su questo aspetto. Parlarne farebbe del male a lui, a me, alla mia famiglia e a tutti quelli, che in città erano tanti, qui no, che gli avevano voluto veramente bene. Mio figlio, infatti, mi diceva che era stimato come insegnante, che i suoi studenti lo ritenevano una persona che svolgeva con serietà il proprio dovere. Era bravo, insomma. E il fatto che lo fosse fece sì che molti genitori iniziarono presto a chiedergli di prendere a lezione i propri figli, nonostante abitasse a sette chilometri dalle prime case della città. Dava lezioni private di materie letterarie, ma soprattutto dello strumento in cui era diplomato, il violoncello. E questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Sì. Proprio così. Quei ragazzi e quelle ragazze che entravano e uscivano da quella porta furono veramente, per me, la causa di un’escalation di malignità che superò ogni decenza. Quelle note dolci e ovattate, quelle armonie così diverse dai gusti musicali dei più, iniziarono a favorire in paese le più perverse fantasie. Nel piccolo paese non esiste persona senza peccato che si debba esimere dallo scagliare la prima pietra. Qui tutti arrotondano lo stipendio con attività anche in nero, chi in un modo, chi in un altro; ma lo fanno con le mani; lui lo faceva con la testa e per di più non lo faceva neanche in nero. Loro lo fanno producendo manufatti, lui dando qualche lezione. E in più, oltre a suonare e insegnare violoncello, produceva testi narrativi e componeva per il suo strumento, spendendo sicuramente per una passione eterna più tempo di quanto loro ne usassero per un lucro effimero. Ma era un’attività inconcepibile, non era un lavoro, al massimo poteva essere per loro un dolce hobby; insomma, anche quello dava fastidio e anche su quello la Setta delle Trame oscure riuscì a produrre calunnie a iosa. E questa era l’unica, ma determinante, differenza: il fatto che lui lo facesse con la testa, gli altri con le mani, era come se da sotto scuotesse le acque di un mare già mosso, docile a essere ulteriormente agitato, le increspasse e con la sua corrente le accelerasse piano piano, fino a farle diventare uno tsunami che inondasse e devastasse tutto: questo ha un nome e si chiama invidia. E la Setta delle Trame oscure lavorò con la massima alacrità per dare una forma a quest’invidia. Nessuno disse mai nulla. Si accennava con malizia. Si usava la tecnica del detto e non detto, del coltello appoggiato al collo che sfiora la pelle senza ferirla. Nessuno lasciò mai nulla di scritto. Nessuno fece mai post diretti sui social. Ma le allusioni non mancavano. E se a me facevano male, figuriamoci a lui, che sicuramente non poteva non sapere!

Eppure … Sì, nella vita ci sono sempre dei se e dei ma che fanno la differenza. E per fortuna! Eppure, sì: sapevo una cosa che il paese, credo, non ha mai saputo. Sapevo che la mamma di una di quelle ragazze, che andavano da lui a lezione di violoncello, una sera si presentò a casa sua, poco prima dell’ora di cena. L’avevo vista due ore prima accompagnare la figlia nel corso del pomeriggio. Indossava un bel vestito corto e generosamente scollato, era elegante e pettinata con una chioma di capelli neri e lisci raccolti in una coda di cavallo alta e lunga. Era l’immagine della più naturale e dolce sensualità intesa alla seduzione. Sono sicura di averla vista solo io e credo che sia rimasta lì a lungo. Vidi bene che lui la accolse con un bacio sulla porta di casa. Fu quella l’ultima volta che lo vidi. La mattina dopo l’auto non c’era più. L’episodio si era verificato qualche settimana prima di quella sua visita in negozio per ordinare la confezione di rose. Arrivò l’estate. E in estate la Setta delle Trame oscure lavora meno. C’è chi fa viaggi, chi ha la seconda casa al mare, chi in montagna, chi va dai parenti che abitano lontano, chi è più preso dalle attività agricole. Il centro sportivo chiude e restano in funzione solo l’affitto dei campi da tennis, poco richiesti, e di quello da calcio, ancora meno richiesto, se non per i due giorni della sagra paesana. Il gruppo parrocchiale sospende le riunioni. Stessa cosa i circoli del bar dei comunisti e dei repubblicani: anche loro in estate si mettono in pausa. La Setta delle Trame oscure, l’unica che unisce in modo trasversale le quattro conventicole, ha meno materiale, insomma, su cui operare e soprattutto meno risorse umane e professionali da tenere in servizio.

Per questo o quel motivo, credo che nessuno si sia accorto che la villetta era rimasta chiusa a lungo e che la Fiat 600 bianca fiammante, anno 1956, non c’era più. E solo ad anno scolastico iniziato si sarebbe saputo che non lavorava più nella sua scuola in città. Le voci ripresero allora ad un ritmo forsennato. La sua assenza scatenò una vera ridda infernale. Tutto quello che era rimasto per anni sopito e represso si scatenò alla luce del sole e sui social apparvero non più allusioni, ma frecciate dirette. L’invidia prese la forma di una malevolenza e di una cattiveria di cui, a onor del vero, non avrei ritenuto mai capace il mio paese. A tanto era arrivata la potenza della Setta delle Trame ormai non più oscure.

Quelle tre rose adesso spiegavano tutto. E quell’auto che era arrivata poco prima delle otto di sera, la bellezza di quella figura femminile apparsa come per incanto, una specie di angelo inviato per salvarlo da questa poltiglia fangosa di calunnie, quel bacio sulla porta, i sorrisi, il sentimento diffuso di dolcezza e tenerezza che la situazione creava in me e poi il silenzio che avvolse la casa quella notte, senza la luce dello studio accesa fino a tardi, come quasi sempre avveniva … ecco, questi frammenti di memoria sono l’unica motivazione che riesco a dare di quelle tre rose, la confezione più bella, elegante e raffinata che in tanti anni abbia mai realizzato. Averla creata con le mie mani per la persona più bella, elegante e raffinata che questo paese abbia avuto adesso mi rende fiera. Non ebbi più notizie di Vito Derossi. Nessuno in paese ne ebbe più. La Setta delle Trame non più oscure poteva agire allo scoperto. Un giorno vidi quello che tutti ne ritenevano il capo, solo per il fatto che era l’unico ad avere la tessera del circolo del bar dei comunisti e contemporaneamente un figlio che frequentava il gruppo parrocchiale. Basta poco qui per fare carriera. Lo vidi al bar dei comunisti, mentre facevo colazione in attesa dell’orario per aprire il negozio. Il bar era proprio accanto al mio negozio. Per quello ci andavo. Se ci fosse stato quello dei repubblicani, dei leghisti, dei fascisti, dei cattolici integralisti, del circolo della corsa nei sacchi o delle biglie, ci sarei andata lo stesso. Non sapevo assolutamente niente di quale fosse il destino di Vito Derossi, ma, quando vidi formarsi attorno a quell’uomo un crocchio di persone e sentii pronunciare spesso il suo nome, quando avvertii nei volti e nelle parole il ben noto clima di cattiveria gratuita che si era presto generato al solo nominarlo, quando mi resi conto di essere mio malgrado parte di un indecente spettacolo di menzogne, allora misi il freno ai nervi tesi, rimasi fredda, stetti al gioco e dissi la prima cosa che mi venne in mente. Fui diretta, impulsiva. Mi associai al crocchio riunitosi al bancone del bar e dissi: “Vito Derossi si è sposato e si è trasferito in un’altra città. Ha avuto un buon successo editoriale con il suo ultimo libro e aveva bisogno di risiedere vicino al suo agente.” Nulla era vero di quello che dissi, anche se il mio auspicio era che lo fosse; e non so sinceramente come mi sia venuta la forza per dirlo, forse per il disprezzo verso quella che ancora oggi chiamo la Setta delle Trame oscure, in realtà non più tali. Nulla era vero, come nulla era vero di quello che loro avevano fino ad allora divulgato, prima sommessamente e in modo subdolo, poi dichiaratamente e in modo esplicito. In quel piccolo mondo di menzogne cattive poteva anche starci una grande menzogna buona. La potente Setta delle Trame un tempo oscure avrebbe potuto adesso prendere la mira e aggiustare piano piano il tiro contro un altro bersaglio. Ma questo a me non interessa più. Non è quello il genere di umanità per cui amo confezionare i miei fiori. Una cosa, questa vera, posso dirvela: credo di essermi innamorata di lui quando eravamo vicini di casa. Mi tremavano le mani quando confezionai quelle tre rose. E leggevo i suoi libri; l’ultimo che Vito Derossi aveva scritto prima di lasciare il paese, una raccolta di racconti, mi ha talmente colpito con i suoi riferimenti realistici a questa specie di cloaca che qualcuno osa chiamare centro abitato, che lo conservo gelosamente. Si ritrovano tutti i personaggi, i gruppi di varia natura, le maldicenze di ogni genere, le calunnie più o meno subdole, quella pericolosa miscela di ignoranza e benessere economico che le innesca con grande facilità. Sapeva tutto, in ogni dettaglio. Era a conoscenza di tutti i piani e di tutti i movimenti di quella che in casa mia era sempre stata chiamata la Setta delle Trame oscure. Li conosceva tutti, uno per uno. Li avrebbe potuti smascherare tutti, ma si è tenuto sempre fuori dai giochi. Ebbene, il primo racconto di quel libro inizia con un uomo che entra in un negozio di fiori, in un piccolo centro abitato della benestante provincia padana, e si fa confezionare tre rose. A parte il fatto che nel racconto tra lui e la fiorista nasce una storia, rimasta nei sogni sicuramente miei e, chissà, forse anche suoi, il resto lo conoscete già.

© 2018. Stefano Tramonti

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La libreria

Il sentimento diffuso di noia che veniva da quella giornata nebbiosa, le poche persone in giro per il centro, quasi tutte di passo veloce, intabarrate e incappucciate, la musica diffusa in sottofondo nel locale, tutto faceva sì che il giovane commesso fosse attratto da un particolare, che in altri contesti non sarebbe risultato così interessante: un cliente. L’unico da quando era stato aperto il negozio. Finora le persone si erano avvicinate alla vetrina; poi, assalite dal freddo non appena fermatesi, nell’incertezza tra il caldo dei libri e quello della vicina pasticceria, avevano optato per la seconda. Un cliente. Uno solo dopo un’ora di apertura. Era dentro la libreria da quasi un’ora. Il commesso abbandonò per un attimo la cassa, abbassò il volume delle musica in sottofondo, che proveniva da una radio locale, e, non avendo altro da fare, andò da lui: “Posso esserle utile? Sta cercando qualcosa di particolare?” Federico si volse, lo guardò per un attimo, un attimo abbastanza lungo a dire il vero, e rispose: “Sì.” Fu una risposta che poteva solo mettere in imbarazzo il giovane e solerte commesso assunto da soli sette giorni, il quale, schiaritasi la voce ed emesso quel colpo di tosse che dice tutto e non dice nulla, se non ‘era meglio che rimanessi alla cassa’, disse: “Che cosa di particolare?” Federico non volle essere scortese. Il giovane commesso stava dimostrando tutta la sua buona volontà. Eppure gli uscì dalle labbra una frase che forse non era il risultato di un’ottima connessione tra lingua e cervello, ma di cui comunque non si pentì: “Qualcosa di particolarmente bello.” Fu il colpo di grazia. Era come avergli dato il badile per scavarsi la fossa, dopo tanta non richiesta solerzia. Il giovane commesso arrossì e iniziò a scavare la fossa: “Ha una particolare predilezione per qualche genere?” “In tutti i generi c’è qualcosa di bello e qualcosa di brutto,” fu la risposta di Federico. Il commesso fece un passo indietro, inavvertitamente, facendo cadere due pile di volumi di bestseller collocati sul grande tavolo al centro del negozio. Federico iniziò ad aiutarlo. “No, no, no. Non si deve disturbare. Ci penso io. È stata colpa mia. Sono uno sbadato,” disse il commesso. “Non è vero. Lei non è stato affatto sbadato. Io sono stato sbadato. Sbadatissimo. L’ho innervosita. E lei ha perso il controllo dei suoi movimenti, urtando i libri. Perciò mi sento in colpa. E la sto aiutando.” Il giovane, poco abituato al lei e molto al tu e che spesso dava del tu anche a clienti che non conosceva (non c’è mai una precisa ragione per cui a uno oggi viene spontaneo dare del tu o del lei), non osava tuttavia dare del tu a quella persona che diligentemente raccoglieva insieme a lui i libri e li rimetteva altrettanto diligentemente a posto. “Fin troppo gentile” disse il commesso. “Era il minimo che potessi fare. Come ti chiami?” Eccolo, il tu. “Abramo.” “Non è un nome certamente molto comune oggi.” “Ma è comune la sua storia.” “Fammi indovinare. Dovevi essere una bambina e chiamarti Sara, ma le cose non sono andate come desiderato. Perciò Sara è diventata Abramo.” “Esatto. Per fortuna che il nome auspicato non era Margherita. Altrimenti sarei stato un Vittorio Emanuele.” “Ah ah, giusto. Piacere, Federico. Lavori da poco qui? Ci vengo spesso e non ricordo il tuo viso.” “Sostituisco una ragazza che credo si sia licenziata, quando si è sposata e poi sembra si sia trasferita; ma sono soltanto in prova.” “Si capisce allora la tua solerzia nel voler aiutare i clienti. Fai bene. Ma non sei stato fortunato oggi: ti è capitato il più antipatico.”

Il commesso rise. Il ghiaccio era rotto ormai. “Lei non è affatto antipatico. Direi piuttosto …” “Strano! … Oh, no! Scusa! Adesso ti metto di nuovo in imbarazzo. E puoi darmi del tu.” disse Federico, che poi, cambiando tono, continuò: “Dunque eravamo rimasti a …?” “Alla sottile distinzione tra particolare e bello,” disse Abramo. Federico adocchiò una delle poltroncine con lampada da lettura, che il titolare della libreria aveva voluto come nota singolare di arredo e che erano molto apprezzate dalla clientela. Le persone potevano sedersi e sfogliare comodamente i libri, prima di scegliere quali acquistare. “Peccato che tu non possa sederti – disse Federico – Avrei tante cose da dirti su questo. E mi farebbe piacere conoscere il parere di uno che vende libri.” Abramo rimase perplesso per un attimo e disse: “Non c’è nessun altro in negozio. Finché non arriva qualcuno posso ascoltarla.” “Ascoltarti. Diamoci del tu,” insistette Federico, il cui primo invito era andato evidentemente a vuoto. “Okay. Ascoltarti.” Abramo prese una sedia e la portò vicino alla poltroncina, dove Federico si era già seduto.

Federico si mise nella posizione più comoda accavallando le gambe e disse: “Una cosa particolare dovrebbe essere sempre bella. Sono arrivato alla convinzione che, se uno vive qualcosa di particolare, riesce sempre a vedervi del bello.”

“Può essere”, disse Abramo.

“Dimmi! Che cosa stai vivendo di bello adesso? Posso chiederti se hai una ragazza?”

“Ce l’ho.”

“E ovviamente è bella.”

“Lo è.”

“Ma se ti chiedo se è anche particolare, so che ti metto in imbarazzo.”

“Può essere.”

“Eh no. Non vale! Io gioco la partita in attacco e tu ti chiudi in difesa? È o non è particolare?”

“Non abbiamo detto cosa intendiamo per particolare.”

“Se è per questo, non abbiamo detto neanche che cosa intendiamo per bello, però tu hai già trovato un correlato del bello, cioè la tua ragazza. Quindi tu potresti dare una definizione del bello; quanto meno potresti dare del bello un esempio concreto e da lì partire per un tentativo di definizione. O no?”

“L’amore rende tutto bello.”

Federico sorrise. Pensò a lungo. Appoggiò il libro che aveva in mano. Accavallò le gambe. Fissò Abramo dritto negli occhi. Poi lentamente cambiò posizione: allargò le gambe, poggiò i gomiti sulle ginocchia e, continuando a fissarlo dritto negli occhi, disse con un tono di voce basso e quasi ieratico: “E il dolore no? Caspita! Il dolore ha il potere di rendere qualsiasi cosa, qualsiasi persona, qualsiasi situazione bella tanto quanto l’amore.” Federico aveva abbassato il tono di voce e pronunciato quella frase quasi come un sacerdote dal pulpito. Aveva effettivamente un’aria un po’ sacerdotale, pensava Abramo, quel curioso cliente. Il commesso non rispose e Federico lo guardò fisso negli occhi per un altro attimo, che ad Abramo parve lunghissimo. Poi continuò: “Ma forse, Abramo, tu sai già che cosa sia il dolore.” Abramo non disse nulla. Si stava rendendo conto che era in atto una fase di falsa dialettica in cui il cliente stava in realtà usando lui come pretesto per un dialogo che in realtà era con se stesso. Infatti Federico chiuse gli occhi e disse: “Se hai avuto esperienza di dolore, sai apprezzare l’amore. Come si può pretendere di riconoscere il giusto o l’equo, senza avere esperienza dell’ingiusto o dell’iniquo? Come fai a dire che una cosa è bianca, se non sai distinguere il nero? Non esistono le antinomie. Non riesco a immaginare che il pavido sia il contrario dell’audace. Per me sono due facce della stessa medaglia. L’una non può esistere senza l’altra. Non convieni?” Anche l’uso del verbo convenire aveva un sentore vagamente religioso in quel contesto. Abramo annuì con il capo. Gli sembrava di trovarsi nella singolare posizione di chi sta giocando una partita fuori casa nel negozio in cui lavorava. Federico disse: “Ti sto annoiando? Attento, se dici di no troppo presto, vuol dire che non hai riflettuto abbastanza e che la risposta potrebbe essere anche sì, l’esatto contrario.” Abramo cominciava seriamente a pensare di essere di fronte a una particolare forma di persona non del tutto a piombo, forse proprio uno squilibrato, e iniziò a guardare verso la porta, sperando che l’ingresso di un’altra persona in negozio lo salvasse, meglio ancora se bisognosa del suo aiuto: uno che non legge molto e, dovendo fare un regalo, ha bisogno di consigli; uno che legge anche troppo e vuole sapere se è già uscito il volume che attende da tempo. Insomma, un salvatore.

“Tu non stai pensando che un cliente normale debba fare quello che sto facendo io e debba dire quello che sto dicendo io. Vero?” Abramo si strinse nelle spalle ed ebbe la risposta giusta: “Non so se sia normale o no. Sicuramente inconsueto. E comunque credo che qui ci siano tanti libri che possano essere definiti particolarmente belli.”

“Ho una mia idea, molto personale. Si tratta di questo, Abramo. Un libro diventa particolarmente bello quando sei costretto ad interrompere una lettura che non avresti voluto che fosse interrotta. Quando non riesci a fermarti. Quando finisci un capitolo e desideri iniziare il successivo. Quando ti viene voglia di tornare indietro e rileggere una sequenza che ti ha colpito. Quando nel leggere senti il tuo cuore partecipare. Quando una vicenda narrata richiama momenti della tua vita o ti induce anche soltanto a pensare ad alcuni di questi. Quando, dopo averlo letto, vorresti anche tu avere la capacità di scrivere come l’autore delle pagine che hanno impresso un sigillo nella tua anima. Ma anche quando nel leggere ti rendi conto che gli occhi si sono inumiditi. Può succedere. Ti è mai capitato di leggere e di commuoverti?”

“Credo dipenda dalle sensibilità.”

“Certamente. Ma tu hai questa sensibilità?”

“Si tratta di una cosa molto personale.”

“Cosa c’è di impegnativo nell’ammettere che ci si può commuovere quando si legge?”

“Tu sei un cliente e io un commesso di una libreria: ti pare giusto che ti dica che mi commuovo se leggo qualcosa?”

“Lo faresti?”

“Forse sì.”

“Si o no?”

Abramo si girò verso la porta d’ingresso del negozio. Non rispose. Iniziò ad aprire a chiudere senza un senso libri impilati sul grande tavolo centrale. In particolare uno.”

“Che libro è?” chiese Federico.

“Si tratta di un thriller un po’ speciale di un giovane scrittore tedesco. Opera prima. Dicono che sia bello.” Aveva mentito. Non era un thriller, non era tedesco l’autore.

“Bello, ma non particolarmente bello. Convieni sul fatto che un libro bello diventi particolarmente bello quando risponde alle condizioni che ho appena elencato?”

“Credo ci sia del vero in quello che hai detto.”

“Oh insomma! Forse … credo … potrei … mi pare … sì, ma … Abramo, tu devi vendere libri e devi sapere come si consiglia una lettura non solo bella, ma particolarmente bella. Che è bella lo può dire l’agente che la pubblicizza, l’editore che la pubblica, il critico che la recensisce. Che è particolarmente bella non te lo dirà nessuno se non chi ha letto quel libro vivendolo spiritualmente, chi ha patito una sorta di attrazione e di condizionamento nervoso durante quella lettura, chi non si è vergognato di dirti che si è commosso leggendo. Se ti dicessi che un bel libro mi fa anche piangere, mi crederesti o mi riterresti una persona non in grado di controllare le proprie emozioni, una sorta di psicotico?”

“Come si fa a controllare le emozioni e ad amare la grande letteratura?”

“Abramo, ti vorrei abbracciare. Hai detto una cosa bellissima. Ti sei reso conto della grandezza di quello che hai appena detto?”

“Forse non del tutto. Mi sembra quasi naturale che sia così.”

“Naturale … mah … Perché non spirituale? La bellezza, quando è naturale, ispira interesse, suscita sicuramente attrazione, ma non coinvolge completamente sentimenti ed emozioni, non fa sognare, non rende l’oggetto ammirato unico e irripetibile. Quante cose ci sono che sono belle e naturali? Tu dici alla tua ragazza che è bella e naturale?”

“No.”

“E allora?”

“Allora dovrei dirle qualcos’altro.”

“E dovrei essere io a tirarti fuori con le tenaglie questo che hai chiamato qualcos’altro?”

“Tu credi che sia lo spirito a farci considerare qualcosa come bello?”

“No. Credo che sia lo spirito a farci considerare qualcosa come particolarmente bello. Non è forse la stessa cosa di quello che hai appena dichiarato tu, dicendo che la grande letteratura non si può amare se si controllano le emozioni? Non significa forse ammettere l’esistenza di un motore più grande che muove tutto questo? Qual è questo motore? Come lo chiameresti? Dove lo cercheresti? Come lo alimenteresti? Ecco: ripercorriamo a ritroso il cammino: come lo alimentiamo? come lo cerchiamo? come lo chiamiamo? che cos’è? Lo dici tu o lo dico io.”

“Credo sia più bravo tu.”

“Credi male e hai di te stesso un’autostima insufficiente, allora, dopo aver detto una frase di una grandezza immensa. Ma, se proprio preferisci che sia io a concludere il ragionamento, ti dico che lo alimenterei con i sogni e le emozioni che una lettura mi provoca, che lo cercherei nel cuore, che lo chiamerei spirito e che sarebbe la cosa più bella e particolare che possa aver scoperto.”

Federico si alzò. Prese il libro che Abramo svogliatamente stava aprendo e richiudendo. Ne lesse la prima pagina. “Lo compro.”

Abramo andò alla cassa, ricevette da Federico il bancomat, gli fece lo scontrino. Federico lo salutò dicendo: “Ci rivedremo.”

“Forse. Fammi sapere se ti è piaciuto il libro,” disse Abramo, inserendo tra le pagine del libro un biglietto pubblicitario della libreria, su cui scrisse il proprio indirizzo di posta elettronica.

“Solo se sarà stato particolarmente bello.”

“Giusto.”

Federico nell’uscire dal negozio si soffermò sulla copertina del romanzo acquistato: un’immagine di un grande aquilone stilizzato su un cielo di grandi nuvole bianche; su una di questa era scritto il titolo La cosa più bella della vita e su un’altra l’autore, Abramo Di Donato. Non aveva scelto a caso. Aveva capito da come il giovane apriva e chiudeva nervosamente le pagine di quel libro che si trattava di un volume diverso dagli altri. Dunque Abramo era un autore. Aprì il libro e nel risvolto della copertina lesse le brevissime note biografiche, nelle quali si diceva che Abramo Di Donato, figlio di un ingegnere e di una ricercatrice di chimica industriale, era alla sua opera prima e che si era laureato lui stesso in chimica industriale. Curioso. Davvero curioso, pensò subito Federico, che non attese di essere arrivato a casa per iniziare la lettura del volume. Ne fu rapito sin dalle prime pagine in quella giornata di nebbia che lo aveva prima portato in quel negozio, poi gli aveva fatto conoscere Abramo, una giornata nebbiosa che non era di certo un male venuto per nuocere. ‘La cosa più bella della vita’ era una ragazza di nome Roberta, attorno alla quale si intrecciava una vicenda romanzesca, ma con il taglio, spesso ironico, del saggio e della riflessione sulla bellezza. ‘Geniale!’, fu il commento che gli venne, quando, alcuni giorni dopo, ebbe finito la lettura del libro, che nel finale gli apriva interessanti prospettive di analisi e discussione. Insomma, un testo da recensire.

Passarono diversi giorni. La commessa che Abramo aveva sostituito era rientrata, oltretutto prima del tempo previsto, e Abramo si era così ritrovato senza lavoro. Stava girando senza meta per la vie del centro, quando decise di sedersi a prendere un caffè. Nell’attesa prese il cellulare e controllò la posta. Federico aveva mandato una mail, ma era un link che rimandava ad un altro sito. Scoprì che era un agente editoriale e che diversi anni prima, forse prima di intraprendere quell’attività, aveva anche scritto un romanzo, una raccolta di racconti e due saggi. Il link inviato per posta elettronica lo rinviò ad una pagina di recensioni. Federico ne scriveva qualcuna e il suo nome, Federico Stoppa, era nel lungo elenco dei collaboratori a quella pagina. Lì c’era la recensione del libro che aveva acquistato quel giorno in libreria, dopo la singolare discussione sul particolarmente bello. Era brevissima. Iniziava così: “Non me ne vogliate se vi dico che ho acquistato questo libro per caso. Ma forse non l’ho preso per uno scherzo della sorte, se penso che l’ho quasi divelto dalle mani di un giovane commesso che, tra una cosa e l’altra, mi ha rivolto questa domanda: ‘Come si fa a controllare le emozioni e ad amare la grande letteratura?’ Qualunque cosa questo giovane autore avesse intenzione di dire è veramente immensa ed è spiegata in modo originale in queste pagine. Quel giovane dalle cui mani ho preso il libro si chiama Abramo. E lui, non certo io, che non ne sono degno, vi spiegherà come sia assolutamente impossibile amare la grande letteratura, pretendendo di controllare le emozioni”. Seguiva una breve sinossi dell’opera. Abramo rispose alla mail, con il suo solito stile un po’ laconico, mai troppo verboso: “Grazie mille per le belle parole. Belle e, credo, particolari.” Immediata la risposta di Federico: “Era il minimo che potessi fare. Finalmente siamo arrivati al dunque. Il bello diventa particolarmente bello, quando alle solite categorie accademiche, che noiosamente leggiamo sui saggi e sui manuali, si aggiunge qualcosa di tuo, che lo scrivi, qualcosa di mio, che lo leggo, e nasce una condivisione dello spirito. Questo libro lo è. Complimenti. Faremo una presentazione pubblica al più presto e ci sarò anch’io, Abramo.” E nacque un’amicizia.

© 2018. Stefano Tramonti

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Inganno

La strada passa veloce sotto le ruote. I chilometri scorrono rapidi sul piccolo riquadro del computerino sul manubrio. Il vento s’inserisce tra le fessure del casco e s’impone su tutti i rumori, attira tutte le attenzioni su di sé, annulla per un attimo la percezione, ipnotizza, inebria con immagini nuove. Chiede attenzione. Spengo la musica delle cuffie e lo ascolto, il vento, continuando a pedalare sicuro di quella strada, ormai da anni percorsa, una consuetudine praticata con un malcelato sentimento rituale, quando si avverte quel richiamo. Il vento allora inizia la sua opera di artista, che sa quali corde dell’anima deve tendere; sa che può fare del bene, ma sa anche che la sua opera potrà fare del mare; non solo: sa anche che la sua opera potrebbe in circostanze diverse fare del bene, come pure del male, del bene frainteso e del male malinteso. Dipende dai colori, dipende dai paesaggi viventi, da quelli che mi circondano, che vedo, che sento, che emanano vivaci sentori, come da quelli che non vedo se non con gli occhi del tempo, sensi che nessun medico potrà mai studiare, se non ha mai avuto le chiavi di quello scrigno segreto che si chiama memoria. Lì tengo, gelosamente conservati, tutti i codici che serviranno a dare un significato a queste percezioni.

Il vento, il grande artista, mi riporta a te. Il vento ti scolpisce nel mio mondo di ombre, come l’unica figura dai contorni perfetti, ben delineati, curve ottenute con un tornio su cui hanno agito mani delicate, diligenti e perspicaci. Il vento fa ondeggiare la tua chioma, che sembra voler accennare un volo; ma è solo illusione. L’asfalto riporta alla realtà. L’artista che ti scolpisce nell’anima, insieme a quel folate, che ora portano con sé del bene, un bene malinconico, ora invece la vorrebbero sbranare, lasciando vestigia di lancinanti dolori, folate che diventano frustate, ti fa parlare dei tanti no che mi hanno deluso, ti fa ridire tutto quello che non mi hai mai detto, ti fa dare quelle spiegazioni che a lungo e invano ho atteso. Fischia, quanto fischia nel casco il vento! Urla la tua sicumera, dichiara al mondo la tua inarrivabile dolcezza. La tua immagine si staglia sempre più statuaria nel mondo di ombre che il vento, torturandomi, confonde e agita intorno a te. È una figura meravigliosa quella che vedo, è una figura che Zefiro o Borea o Clori o Aura, qualunque nome assumano, isolano da tutte le altre. E la strada sempre passa sotto le ruote, i chilometri si sommano veloci e lui adesso mi spinge da dietro, mi guida inerte sulla strada di conosco ogni curva, che assume forme amiche, amate, bramate anche in modo avido e straziante, in un senso di malinconica delusione che vede, oggi come allora, l’oggetto del desiderio andare alla deriva e allontanarsi sempre di più da questa grigia realtà d’asfalto. Dove? Mi sento spinto? Non h il controllo. Mi lascio guidare docile dalla sagace guida dell’artista della natura. Dove? Verso di te? Verso l’ennesimo diniego o verso il compimento di un agognato cammino di felicità? Verso l’ennesima illusione di un amplesso, che quella stessa natura che ora mi guida con i suoi strumenti amici, un tempo mi segnò con torture che hanno lasciato indelebili vestigia? Eppure non ho armi per difendermi. Non ho forza in questi muscoli delle gambe, che scolpiti da quella stessa natura, ora spingono sui pedali con una potenza che raramente hanno saputo dimostrare. Mi lascio guidare da lui con la stessa docilità con cui tu ti lasci scolpire e scarmigliare. Mi lascio penetrare, con le uniche, misere, spuntate lance in mio possesso, in quell’abisso di gioia vacua e futile, a cui è sempre mancato un traguardo e che non ha mai goduto il premio agognato. La tua chioma ondeggiante al soffio dell’artista divino mi guida. Sono totalmente e piacevolmente in balia degli elementi, di cui i sento parte attiva, protagonista sincero, non controfigura. Il vento domina tutto. Fischia sempre più forte! Quanto fischia fra queste fessure! E mi spinge. Mi sento penetrare in qualcosa che non è reale, che è stato sempre e solo ambito. La sindrome dell’ultimo chilometro colpisce ancora. Quanta fatica per nulla! Mi fa correre il grande scultore di paesaggi, di figure che si stagliano monumentali sui basamenti dell’anima, con titoli rubricati, figure che si ammirano come il soldato romano, più volte ferito e fiero delle cicatrici, farebbe con l’imperatore, dopo aver combattuto per lui per una vita senza averlo mai visto, come il fedele che viene da un continente lontano farebbe con il papa, come un bambino farebbe con il babbo Natale del supermercato. Lui sa dove mi fa correre. La velocità aumenta. Non sento più fatica. Fischia. Fischia ancora più forte. Quanto fischia! E si vola nel vento che mi porta a te! I filari dei peschi scorrono a destra e a sinistra, i campi di mais e di erba spagna passano come passano i giorni della vita, anche i girasoli ti seguono come un sole e la colza ingiallisce di gioia un paesaggio maledettamente bello, mentre la bici procede sotto ancor più energica guida; ogni colpo che viene inferto ai pedali da quei muscoli è espressione di una potenza che agogna una meta, come sempre ha fatto per anni, in modo indefesso, forse inutile e stolto; i tralicci si susseguono, i canali e i fiumi si superano, le case ora sono poche e rade presenze in una di quelle larghe di bonifica, che solo il vento domina. Dall’idrovora scrocia acqua, come dai capelli quel giorno, quando tutto iniziò, sotto un lampione, in un viale in ombra, le cui chiome sempre lo stesso artista scolpiva. Tra le ombre frenetiche e agitate che scorrono ai miei fianchi nel turbinio del vento, tu sei sempre più luminosa, in un paesaggio che non ha più contorni, dove ogni amplesso abbraccia figure vacue, che svaniscono come l’amata Clorinda per Tancredi. Che grande artista è il vento! Le illusioni sono i più bei desideri; e chi riesce a scolpirle nell’anima è un grande artista.

La strada si allunga sotto le ruote, i chilometri scorrono sempre e il traguardo non si avvicina. Ma, come sempre, qualcosa decide che è il momento di mettere mano ai freni. Riparte la musica nell’Ipod. Le ombre scompaiono. Con loro tutto scompare. Resta la vita di sempre, resta la strada fatta per inerzia; restano i chilometri che hanno misurato solo tempo e mai spazio, restano i peschi, il mais, l’erba spagna, i tanti tralicci, i ponti sui canali, le traverse e le scorciatoie, lo sciabordio dell’idrovora. Restano lì, scolpiti da quella mano infallibile, i giudici, immobili e severi – che tu sai sempre dove trovare e loro sanno sempre dove trovarti – di un sentenza scritta, ma mai dichiarata. Tutto torna rasserenante, ma desolatamente reale. Ancora una volta tu resti un miraggio. La strada curva, la luce cambia, il paesaggio non è più quello, le case non sono più poche e rade e il vento ora mi respinge. Non disegna più bellezza per l’animo, non scolpisce più meraviglia per lo spirito, non fa più ondeggiare la tua chioma che mi spronava alla felicità; ora frena il cammino. La sindrome dell’ultimo chilometro. Laggiù non si deve arrivare. Vuole essere ascoltato? Perché? Chi ha messo mano ai freni? Non volevo frenare. Perché la strada non corre più come prima sotto le ruote? Perché i chilometri si assommano ora stanchi e lenti su quel riquadro pieno di cifre attaccato al manubrio? Perché? Perché ho frenato? Ma sono stato veramente io a frenare? Ti cerco invano. So che sei lì, so che non sei lontana, so che sei nel vento e che lui ti porta. So che sei in buone mani, in quelle di un grande artista che non fallisce. Chi è che ha sbagliato? La strada ha deviato. Tutto è cambiato. L’asfalto passa lento sotto le ruote.

Sono sicuro di aver visto una grande conchiglia: era aperta nel vuoto, aperta nell’azzurro.

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Parole un po' a vanvera

Ci sono riflessioni che fanno male. Se questo avviene – spesso si sente dire – è perché si avvicinano al vero. Il problema è questo: sento spesso parlare di patrioti, sovranisti e nazionalisti, di patriottismo, sovranismo e nazionalismo, per indicare persone politicamente schierate o simpatizzanti per la destra. Lasciamo stare il fascismo che non è più categoria politica dell’attualità, ma della storia e i cui emuli attuali appartengono più al folclore che alla politica. Si tratta di parole di cui spesso non si conosce né la storia, né il significato e per questo usate a vanvera. Se la storia delle parole che si usano fosse nota, se si avesse consapevolezza della profondità storica del lessico di cui si ci serve nella pratica giornalistica come in quella politica – quel lessico che è sempre bello investigare e che il mio mestiere mette nella fortunata condizione di poter studiare ogni giorno – ebbene, probabilmente sarebbero state effettuate altre scelte. Insomma, si tratta di parole e, siccome per me la parola è il pane, sia quando sono in cattedra al mattino, sia dietro una tastiera nel resto della giornata, meritano una riflessione, stabilendo come premessa cattiva – tanto per esser chiari, quella che riesce a rendere sempre antipatici i professori – che usare le parole senza conoscerne il significato già di per sé dovrebbe essere qualcosa di inqualificabile. Non solo: farlo con una certa presunzione e con il chiaro intendimento di esibire sui social chissà quale immagine di sé suscita persino un misto di tenerezza e di compassione, oltre che di naturale indignazione, in chi abbia un minimo di preparazione linguistica per capire quanto puerile sia un tale atteggiarsi. E questa seconda è la premessa buona, che però, me ne rendo conto, può fare male tanto quanto la prima.

Come ovviare? Prima di rispondere e di esporre la mia tesi, concedetemi una terza riflessione preliminare: purtroppo, ha ragione chi sostiene che i social abbiano dato la possibilità di scrivere soprattutto a chi sarebbe molto meglio che imparasse la nobile arte del bel tacer che mai scritto fu. Lo dice Eco e, se cito Eco, penso proprio di essere al di sopra di ogni sospetto. Chi ha memoria delle due fasi, del prima e del dopo, constata che non si è verificata quella gradualità di passaggio che spesso i processi della comunicazione conoscono: ci si è trovati in un attimo catapultati direttamente dalla società della scrittura controllata e mediata, che richiedeva sempre il passaggio attraverso una redazione, un giudizio, un vaglio di qualità e un imprimatur finale, a quella in cui ciascuno può sostanzialmente dire tutto quello che vuole, quando vuole, come vuole, senza alcun controllo né sulla forma né sul contenuto (fatta eccezione per quelli che ledono certe sensibilità e non rispettano un certo politically correct, dai contorni comunque assai labili e mai sufficientemente chiari). Ci sono poi quelli come me, molto all’antica – nel bene e nel male, lo ammetto serenamente – che giudicano le persone anche dalla precisione nell’uso della lingua e che non riescono proprio a finire la lettura di un testo che inizia anche solo con un errore di punteggiatura. Figuriamoci di ortografia! I social sono lo scempio della lingua e, ci piaccia o no, contribuiranno al degrado, non allo sviluppo della comunicazione. Lo sfogo finisce qui. Termina qui anche la lunga premessa, poiché, innanzitutto, non intendo trovarmi invischiato nelle trappole della sociologia della comunicazione, e, in seconda istanza, non è mio intendimento apparire noioso. La mia riflessione vuole limitarsi soltanto al piano della linguistica e, in certo senso, a quello della retorica. E se questo per voi è noia, siete sempre liberi di leggere altro.

Ebbene, a che pro questa premessa, ben consapevole di avervi tediato abbastanza? Serve per cercare di capire che cosa s’intende quando ci si riempie la bocca con quelle parole di cui parlavo inizialmente: ‘patriottismo’, ‘nazionalismo’ e ‘sovranismo’. Innanzitutto si tratta di parole e come tali hanno una vita di millenni. Cerchiamo di ripercorrerla, senza scomodare paludati lessicografi. Ci vengono tramandate in modo molto semplice, con un significato che è costruito addosso, come un vestito su misura, dalla tradizione letteraria del popolo che le legge e degli autori che le scrivono; i contesti sociali e culturali possono attivare quei meccanismi di estensione e traslazione semantica che i dizionari puntualmente aiutano tutti noi a comprendere; infine, il lettore può riferire quelle parole a un suo vissuto e interiorizzarle come crede, secondo le sue conoscenze e le sue esperienze. Dunque, cerchiamo di capire, perché la materia è un po’ più complessa di quanto possa sembrare a prima vista.

Partiamo da ‘nazionalismo’. La parola viene da nazione, che a sua volta viene dal latino natio, che significa insieme di persone accomunate dalla stessa nascita, natus. Il suffisso -ismo in questo caso ha finito per assumere quella connotazione dispregiativa e radicale, che il vocabolario registra come ultimo significato. Ma il nazionalismo, come atteggiamento prima culturale e poi politico, affonda le radici niente meno che nella riscossa romantica e anticlassicistica tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. In quel contesto diventa promotore di una sensibilità nuova senza la quale non ci sarebbe stato il meglio della letteratura, dell’arte e della musica di quel secolo, a partire dalla Germania e dalla Francia, per estendersi, con le opportune e inevitabili diverse declinazioni culturali, nel resto dell’Europa. Perciò, andiamoci piano a usare il termine convinti di farlo per offendere. Qualcuno, che ha letto qualche libro più di voi (ci sarà sempre la persona che ha letto un libro più di noi: scendiamo dal pero e facciamocene una ragione), potrebbe anche ringraziarvi e lasciarvi a bocca aperta, quanto meno con una curiosità di capire perché non si è sentito offeso. Forse perché conosce qualcosa di più di quello che pretendi di sapere tu? Partiamo sempre da questo: niente è perfetto nella lingua, tutto è perfettibile; niente è assoluto, tutto è adattabile e passibile di mille interpretazioni. Ma soprattutto, facciamo quel piccolo sforzo di capire le parole che usiamo.

Seconda parola: ‘patriottismo’. Viene da patria, che in greco indica i beni dei padri che passano ai figli; da qui l’estensione del significato, dai beni di casa a quelli della casa comune di tutti, lo Stato; estensione che in lingua latina è già compiuta e che da quel contesto linguistico passerà a quella italiana attraverso il filtro dei volgari e la complessa interazione con i vari idiomi allogeni da nord, da est e poi anche da sud. Il patriota non è altro che colui che ha ben chiaro il significato del suo agire politico: tramandare ai figli valori che ritiene validi, di cui ha sperimentato l’efficacia per il progresso. Il patriota è colui che guarda con un occhio in avanti, indietro con l’altro, che costruisce il futuro sempre memore di quanto ha ereditato. Usare il termine in altre accezioni è una violenza alla tradizione linguistica. Pensare che essere patriota sia il marchio qualificante un’azione politica schierata ed etichettata non è soltanto un errore madornale, ma può rivelarsi anche un micidiale boomerang: basterebbe, tra i mille esempi che si possono menzionare, ricordare che tanti combattenti schierati a sinistra negli anni della guerra civile tra il 1943 e il 1945 si sono chiamati patrioti. Il patriottismo è un grande valore della tradizione. Non ha colore. Non sopporta marchi. Se lo si usa come categoria politica, va rispettato in chiunque lo comprende a prescindere dal suo schieramento.

E adesso veniamo alla parola che per me è forse la più brutta che il lessico politico abbia prodotto in tempi recenti: ‘sovranismo’. La parola è talmente giovane che chiunque può dire tutto e il contrario di tutto in mancanza di quegli appigli nella tradizione che le altre due, che abbiamo appena esaminato, consentono di avere. Sovranismo viene da sovrano, che è un derivato dell’avverbio e preposizione super, sopra. Sovrano è chi sta sopra a tutti e non ha bisogno di rendere conto a nessuno del proprio operato. Il sovrano è il monarca. Punto e basta. Usare questo termine al di fuori di questo contesto per indicare comportamenti sociali, culturali, politici ed economici significa non avere la più pallida idea del significato di questa parola. Il sovranismo è quanto di peggio possa esserci per un politico, un politologo o un giornalista che si è formato ed educato nella scuola dello stato moderno di tradizione europea occidentale; il sovranismo richiama l’assolutismo monarchico in cui il popolo è soltanto suddito e non partecipe, esattamente tutto quello contro cui la cultura del nostro continente ha per secoli combattuto, prima soltanto nelle corti rinascimentali e soltanto in ristrette cerchie accademiche, poi anche con le grandi rivoluzioni e nei moti libertari dalla fine del XVII all’inizio del XX secolo, senza distinzione tra quelli ‘carbonari’ di origine liberale e più elitaria e quelli ‘rivoluzionari’ di matrice popolare. Eppure qualcuno riesce a vantarsi di essere sovranista, senza sapere cosa sta dicendo e quale vocabolo sta usando. Che la parola possa essere brutta ammetto e concedo che possa dipendere soltanto dalla mia incancrenita e incorreggibile sensibilità purista; ma che la sua storia, molto giovane, sia questa e che la sua base etimologica sia questa credo che difficilmente potrà essere negato. Insomma, lasciatemi dire che prevedo che ciò che nasce da brutte radici difficilmente potrà dare buoni frutti. Per favore, cestiniamo quest’obbrobrio e cerchiamo qualcosa di più consono alla bellezza che la nostra nazione nei secoli ha saputo esprimere.

Ma procediamo. Siccome non mi piace distruggere un ragionamento senza provare a costruirne un altro, la domanda che mi viene spontanea è questa. Pronti? Siete seduti? Ecco: attenti che ora sparo. Come mai nessuno ha più il coraggio di dirsi socialista? Abbiamo assistito al fallimento del comunismo come esperienza politica, abbiamo assistito al fallimento del neoliberismo, della convivenza tra liberalesimo e cattolicesimo e di tanti altri -ismi. Ma il socialismo? Chi ha avuto mai il coraggio di sperimentarlo veramente? Trovatemelo e mi richiudo ad aeternum sul monte Athos. Qualcuno ha mai veramente provato a capire esattamente che cosa sia, al di là delle tante utopie più o meno campate per aria di cui i libri sono purtroppo pieni? La sua etimologia è a dir poco meravigliosa: ci riporta a socius, vocabolo che in latino indica l’amico che ti segue (molto seducente l’ipotesi che propone il collegamento con il verbo sequor dalla radice seqw-), l’amico che è legato a te dalla condivisione solidale di un sistema di valori e regole, dall’essere permeato del crisma di una humanitas dai contenuti robusti, dal conoscere, vagliare, sperimentare e tramandare le consuetudini di una tradizione e i principi di uno stato di diritto. Vi dirò, a me questo piace davvero tanto. Eppure, quante volte, soprattutto negli anni novanta, l’etichetta di socialista veniva affibbiata come sinonimo di corruzione? In Romagna ch’t’an faza e’ sucialesta! (che tu non faccia il socialista!) è diventato ormai un detto proverbiale per dire ‘non rubare!’ E dunque? Soltanto per il fatto che qualche sedicente socialista ha rubato, dobbiamo necessariamente buttare il bambino con l’acqua sporca? Ma, per favore … Il socialismo ha preso storicamente strade diverse, si sa. Ha imboccato quella del comunismo e quella del fascismo. Si è evoluto in forme totalitarie. Ha visto spesso sovvertire le sue basi in nome di una diversa collocazione del baricentro semantico, in un sistema-partito ad est, in una persona carismatica ad ovest. Ha sperimentato anche commistioni con tradizioni religiose indigene, come accadde a Cuba. Ma restiamo alle radici della pianta e non consideriamo i frutti, che possono anche marcire. Il socialismo, allo stato embrionale di idea, quella memore del significato della parola – per me sempre molto importante – resta alla base di ogni più naturale e schietta aspirazione del popolo. Chi si sente socius sa apprezzare la bellezza della solidarietà, mette l’altro sempre davanti a se stesso e, quando si tratta di progettare, erogare e attuare un servizio, il politico che si sente socius pensa sempre prima al più debole tra gli utenti di quel servizio, anziani e disabili, bambini e persone violentate, per esempio. Il politico che si sente socius non ammette alcuna servitù e non può non apprezzare una costituzione che parte dal lavoro, come la nostra. La persona di cultura che si sente socius dialoga con tutti nel mondo del lavoro, nelle piazze, nei luoghi d’incontro, non vomita odio represso da una tastiera, non si chiude nel mondo finto dei social, comodamente filtrato da uno schermo. Il socius vive una vita vera, in cui si può essere materialisti come spiritualisti, ma si è sempre accomunati da una prassi metodologica che può avere tante forme, ma punta allo stesso traguardo: può essere un principio di metodo o un dettato d’indirizzo che si esprime in una prassi di comunità, di solidarietà, di fratellanza, di squadra e di unione. Il traguardo è quello di sempre di ogni politica vera: sarà il bene dello Stato per alcuni, della Patria per altri, della Nazione per altri ancora, ma non sarà mai quello del partito, mai quello del suo capo.

Mi piacerebbe che qualcuno mi dicesse che vorrebbe ripartire con me da qui, come mio socius. Occorre coraggio? Eccomi, ce l’ho. Potrò avervi annoiato, potrò aver lasciato dell’amaro in bocca a qualcuno, potrò aver detto qualcosa che fa pensare più di quanto si sarebbe inizialmente pensato, ma quello che a me preme è soltanto essere riuscito a conseguire un obiettivo, arrivato alla fine del ragionamento. Quale? Non aspettatevi niente di eclatante. L’obiettivo è questo: dopo aver dovuto esporre una lunga premessa, dopo la stesura di una parte centrale di tipo confutatorio, dopo una proposta concreta e, se così si può dire, ‘operativa’ nel finale, lasciatemi almeno l’illusione di nutrire una certa convinzione, quella, per l’appunto semplicissima, di non aver usato parole a vanvera. Per davvero, mi basta questo. Enea non pianse un amicus, quando perse nel silenzio di una notte di bonaccia il nocchiero Palinuro; non pianse un comes, un compagno. Enea pianse un socius. E come reagì? Si stracciò le vesti? No. Maledisse gli dei e il fato? No. Si mise lui al suo posto e portò la nave a destinazione. Questo a me piace.

Lo smarrimento del significato di servizio

Vivere le fasi di una campagna elettorale significa assistere ad una narrazione molto particolare, in cui non si racconta una storia, ma si vive costantemente, da una parte, di evocazioni proiettate in un futuro non ben definibile, le promesse, e, dall’altra, di rievocazioni più o meno infarcite di nostalgie e di volontà di recupero del rapporto con una Tradizione, che si avverte sempre più lontana e sempre meno probabile ad attuarsi. Questa narrazione ha i suoi attori, che sono i candidati che si possono, sostanzialmente e senza timore di cadere in generalizzazioni, dividere in due categorie: da una parte abbiamo quelli di razza, che praticano la politica di mestiere, che sanno tessere trame, che dovrebbero maturare una formazione a contatto con la vita sociale ed economica e che invece si dimostrano alla prova dei fatti incapaci, perché troppo assorbiti da quella che un tempo si sarebbe detta la vocazione dell’aparatćik; dall’altra abbiamo quelli che – mi sia concessa l’espressione – fanno più tenerezza, persone piene di buona volontà, convinte di spaccare le montagne, spesso, ahimè, invasate, per una sorta di via di Damasco, che può far perdere loro il lume della ragione, spesso blandite con promesse abilmente confezionate dai primi e presentate loro come realizzabili. I primi usano abilmente i secondi che portano contributi alla lista, ma non arriveranno mai a coronare i loro sogni di gloria, perché il partito lavora naturalmente per i primi, non per loro. Parrà strano, ma si ha quasi l’impressione che questo aspetto, scontato per chi assista alla narrazione dall’esterno, non sia affatto tale, tanta è la convinzione che la perdita del lume comporta. L’aspetto paradossale della nostra narrazione è che i secondi appaiono mediamente più graditi alla gente comune, anche perché generalmente dotati di un superiore quoziente intellettivo, non foss’altro perché si sono messi in gioco convinti, in modo più o meno utopistico, di migliorare un mondo di cui sono parte attiva; mentre i primi appaiono come ingessati in parole e gesti dettati da un copione, costretti a recitare una parte in un ruolo che non conoscono, costretti a parlare di tutto, ad affrontare domande su tutto, potenzialmente dotati di un buon quoziente intellettivo, ma impossibilitati dal ruolo ad esprimerlo. Quello che ai secondi sfugge dei primi è un fatto non secondario: di buon mattino, mentre i primi hanno già letto tutti i giornali e controllato tutti i sondaggi, i secondo devono prepararsi per andare al lavoro, attratti dai quei giornali e da quei sondaggi non meno dei primi, ma costretti a sbirciarli in modo più o meno clandestino, nei brevi intervalli che lo consentono, usando inoltre i social più o meno come sfoghi, come li usa la gente comune, senza avere pagine ad hoc sapientemente costruite con i materiali forniti dal partito, come invece hanno i primi. Si ha poi un secondo momento della giornata assai delicato, che marca la differenza nella nostra narrazione che – chiedo venia – assomiglia sempre più ad un’antologia di pagine scelte: quando a sera ci si trova per l’aperitivo o la cena politica in cui devono essere presentati tutti i candidati, i secondi hanno lavorato nei ritagli di tempo o hanno sacrificato al lavoro e alla famiglia le preziose ore del fine settimana, per pensare a come fare bella figura, felici e ansiosi nell’attesa di quel momento per loro importante e a cui hanno invitato decine di amici; ma la loro delusione, che solo chi ha un po’ di esperienza avrebbe potuto prevedere, arriva nel momento in cui si rendono conto che non saranno loro i protagonisti, che loro saranno comprimari e che il loro compito è quello di non rubare rigorosamente la scena ai primi, che, mentre gli altri lavoravano nei preziosi ritagli di tempo, guadagnati con uno spirito di sevizio alla causa e una passione veramente tanto encomiabile quanto inutile alla resa dei conti, hanno invece preparato il momento con l’attenzione di un vero professionista. A questo punto la narrazione arriva a un bivio per i secondi: ci saranno quelli con qualche anno in più sul groppone, più scafati e meno permalosi, pronti ad accettare perché sanno come funziona in questi casi la macchina organizzativa, che non se la prenderanno e accetteranno di buon grado il ruolo di comprimario; purtroppo non saranno in maggioranza, perché i più reagiranno in modo diverso, si lasceranno prendere dal nervoso, si sentiranno accantonati, credevano di essere protagonisti e si trovano citati tra i tanti, credevano di presentarsi con un bel discorso che si erano preparati da giorni e invece vengono loro concessi due minuti a testa per dire nome, cognome, professione e cosa faresti di bello da grande; la differenza la fa quella famiglia a casa, che spesso i primi non hanno, quei figli che sono stati lasciato ai nonni o alle baby sitter e non capiranno perché, quel lavoro che hai trascurato durante il giorno o in cui i risultati sono stati comunque inferiori al solito, un lavoro che i primi non hanno perché per loro quello è il loro lavoro. Queste due categorie di secondi si divideranno: i primi si faranno da parte, in quanto sanno di aver dato quello che a loro era richiesto, contribuiranno nei limiti del possibile ancora alle attività del partito, l’insegnante per la scuola, il medico per la sanità, l’artigiano per la piccola impresa, il disabile per le tematiche sociali dell’inclusione, l’impiegato pubblico per i problemi del suo comparto, consapevoli del loro ruolo ben definito; i secondi dei secondi, quelli dalle belle speranze, spesso vanno veramente in crisi, perché alla delusione del mancato riconoscimento del ruolo che credevano di ricoprire in politica, si aggiungono i problemi determinatisi in casa e i minori risultati nel lavoro nel frattempo trascurato. La narrazione dovrebbe proseguire con mille esempi diversi. Ma saltiamo qualche storia e procediamo oltre.

E allora cosa succede? Qui viene il bello. I primi, i politici di mestiere, chiedono aiuto agli altri, mettono in moto le squadre, attivano meccanismi in cui le consulenze, generosamente fornite dai secondi, mai saranno riconosciute, caso mai i primi vincessero e fossero eletti. Il giochino però si rompe subito. E la politica fallisce là dove il cittadino invece la vorrebbe presente e operativa. Schumpeter disse che, nel momento in cui il cittadino si presta alla politica e non la pratica di mestiere, assume inevitabilmente atteggiamenti ridicoli e infantili. Temo avesse ragione da vendere. Come si può allora uscire dall’aporia? Una strada potrebbe essere tentata. Ma occorre un grande coraggio. La via che propongo è quella di ritenersi tutti compagni di viaggio, tutti sulla stessa barca, tutti coinvolti per il buon esito del tragitto, seppur con mansioni e competenze diverse, ma animati da quello spirito di solidale compagnia che porta la squadra alla vittoria, lo spirito di Enea e dei suoi socii, la prima espressione, seppure nella finzione letteraria, di un socialismo compiuto, effettivo e concreto, di un socialismo dal fondamento spirituale, guidato dalla forza del destino e dalla certezza della mèta. Finito il viaggio, chi viene eletto svolgerà il suo servizio, memore del fatto che di servizio allo Stato, e non di professione, si tratta. Forse è un po’ troppo weberiana la mia visione? Sinceramente, stando così le cose, non vedo alternative, se vogliamo riconquistare i giovani alla politica e soprattutto se vogliamo riappropriarci della più nobile forma di cultura che da Platone in poi sia mai stata riconosciuta: servire lo Stato e farlo memori di quella vocazione sociale ben definita per primo da Aristotele. Fare politica non significa altro che questo, alla fine della nostra narrazione: rendere un servizio allo Stato, il più alto e nobile tra tutti. 

Eppure la domanda che resta è questa e non è affatto di poco momento: come mai comprendere questo elemento per tutti fondamentale e indiscutibile, che i miei ragazzi in classe capiscono subito al volo, leggendo e traducendo i classici dal latino e dal greco, risulta invece alla prova dei fatti, nella quotidiana prassi della politica, impresa improba e titanica? Utopia un tanto al chilo? No. Rileggete bene e forse non la definireste così.

R. come K.: originali distopie a confronto

“Sono convinto (…) che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.”

Mi rendo perfettamente conto che questa frase di Ágota Kristóf è citata spesso, ma questo non toglie che a me piaccia riprenderla per parlare di un altro scrittore che ha lavorato sul tema della città immaginaria. L’autore è Marco Missiroli nel suo romanzo Il buio addosso (Tea, Milano 2011). La città è quella di R., ubicata in una non ben definita Francia, forse del sud; la presenza della lavanda nel paesaggio e l’economia della lana fanno pensare alla Provenza, ma non importa. Il romanzo è la storia di un’emarginazione e di un’espiazione, di una condanna e di una tragedia collettiva, di una dolce amicizia tra due bambini rifiutati perché diversi e di un’odiosa cattiveria eretta a sistema politico. L’economia di R. era fondata sulla produzione della lana. Ma la lana marcisce e la città di R. prende provvedimenti drastici: i bambini nati malformati sono la causa della crisi e vanno soppressi con la polvere dolce. Politica e religione vanno a braccetto. Ma una bambina, la figlia del sindaco Jerome, nata con una gamba più corta e più debole, viene salvata. La città di R. non perdona: costringe il sindaco a non farla uscire di casa. Poline la zoppa si trova a condividere la sua reclusione con un altro bambino salvato sempre dalla generosità di Jerome, Nunù il matto. Per R. è troppo: Jerome viene addormentato con la polvere dolce, Poline e Nunù costretti a restare per sempre rinchiusi nella torre in cui era vissuto il loro maestro, Gustave l’orologiaio, voluto da Jerome per dare ai due bambini l’educazione che gli altri potevano avere nella scuola, ma loro no. Nella seconda parte del romanzo Poline e Nunù sono protagonisti e danno vita a una specie di singolare famiglia nel loro isolamento nella torre dell’orologio, nel ricordo buono del babbo di lei e di Gustave, dell’amica bottegaia Marie e del gendarme Pierre: sono loro due, la zoppa e il matto, i signori del tempo, sono loro due quelli che lo possono truccare. La fiaba arriverà al suo epilogo, nel modo in cui ogni fiaba deve pervenirci, tra allegorie e simboli, nella lotta tra il bene e il male, con il tempo, signore della narrazione, che alla fine svelerà tutto.

Il racconto si svolge in modo apparentemente semplice, il finale non sorprende se si colgono attentamente i segni che l’autore lascia qua e là tra le righe e si può discutere sulle interpretazioni, sull’eccessiva oscurità di certi simboli, su una certa pretesa nell’esibire eccessivamente le tante allegorie di cui il romanzo è ricco; ma quello che resta come nota veramente positiva alla conclusione della lettura è il tono, che è quello proprio di una fiaba, in cui dolce e grottesco si fondono in un linguaggio estremamente personale e trovano così una loro particolare e del tutto originale armonia. Può piacere o no la complessità del gioco simbolico, può apparire troppo difficile ad alcuni il gioco delle allegorie. Concordo soltanto in parte: l’impressione può essere questa. Ma un libro non è forse bello anche perché lascia in noi delle domande? Dopo aver letto la Trilogia della città di K. della Kristóf chi non ha rilevato come nota positiva dei tre romanzi proprio le domande che restano inevase? Lo scrittore prosegue oggi il lavoro seguendo un suo filo. Lasciamolo lavorare. Il buio addosso merita di essere letto con l’attesa giusta, quella della fiaba.

Un merito particolare vorrei, in conclusione, riconoscere al libro: quello di aver messo al centro della narrazione il tema del rifiuto della persona emarginata e dell’ignoranza arrogante eretta a sistema, spesso con il complice contributo della religione. Solo questo basterebbe a spezzare una lancia per Marco Missiroli, perché questo obiettivo viene centrato in modo perfetto attraverso la costruzione di un messaggio affidato al codice della fiaba e ai personaggi, perfetti dal punto di vista narrativo, di due bambini che vivono, nonostante tutto l’odio che li circonda, la loro formazione e il loro riscatto.

Buon Anno!

Nel momento in cui tutti augurano novità importanti per il 2020 venturo, nel momento in cui gli astrologi fanno a gara a chi la spara più grossa, mi viene in mente l’aneddoto, tramandato da Valerio Massimo, che ha come personaggi Dionisio il Vecchio, odiato tiranno di Siracusa, e una vecchietta che, invece di augurarsi la sua fine, come tutti i suoi concittadini, rivolge preghiere per la sua buona salute e perché resti il più possibile alla guida dello stato. Dionisio, stupito della singolarità del comportamento, le chiede perché lo fa. E lei risponde: “Una volta su Siracusa comandava un tiranno crudele e ingiusto. Dopo la sua morte un tiranno ancora più spietato di lui occupò la rocca di Siracusa: perciò ho pregato che anche il suo dominio fosse breve. Ma a quel punto sei arrivato tu e la tua crudeltà, superiore a quella dei precedenti, è nota a tutti. Così dedico in voto agli dei la mia vita in difesa della tua buona salute, perché dopo la tua morte non ci tocchi un altro tiranno ancora peggiore di te!”

Dunque? A che pro auspicare il meglio, memori di quanto trascorso? Viviamo in una nazione la cui tradizione, la cui cultura, la cui arte, il cui estro e la cui identità sono ovunque oggetto di ammirazione. Perché cercare il meglio nel futuro, oppure lontano da noi, oppure in chissà quali novità che potrebbero deludere come le tante da cui si siamo stati recentemente illusi? Perché non cercare una volta tanto il meglio in noi stessi, nei nostri gesti, nei nostri comportamenti, nella nostra lingua, nella nostra letteratura e arte, nella nostra tradizione e nella nostra identità, tutto assolutamente prodotto della nostra terra, che tanti riconoscimenti, anche nel paesaggio, continua a ricevere? Non sento il bisogno di costruire chissà quali mondi nuovi o migliori o di spaccare chissà quali montagne. Ho tutto quello che serve per migliorarmi intorno a me, nelle mie città, nei miei paesaggi, nelle persone con cui vivo, nei miei libri, nel mio lavoro, nei miei studenti. Tra questi stimoli ce ne sono anche che vengono da lontano? Bene. Valutiamo senza preconcetti ciò che può migliorarci e auguriamo un sincero e sereno 2020, che sia migliore perché più vero e meno ipocrita, più riservato e meno ciarliero, più consapevole e meno farlocco, più sociale e meno social, più sentito e meno imitato, più compartecipato e meno condiviso, più solidale e meno egoista.

Può bastare un gesto semplice come un dono. Nel vedere un mendicante seminudo che pativa per il freddo durante un acquazzone, Martino di Tours gli dona metà del suo mantello; poco dopo incontra un altro mendicante e gli regala l’altra metà: subito il cielo si schiarisce e la temperatura diventa più mite. Non siamo in Italia, ma in Francia. Ma la tradizione ci accomuna in questo caso e ci offre queste perle per la riflessione. L’episodio fu un tema molto amato dalla pittura italiana e tra le tante possibili rappresentazioni ho volutamente scelto quella che forse è la più semplice, una tavoletta da 20 x 16 cm del Sassetta, pittore senese, maestro al suo tempo, il XV secolo, poco conosciuto al pubblico di oggi, che non sa scoprire tesori: su un semplice fondo oro neutro Martino dona il mantello al povero: due sole persone, ma due mondi si contrappongono in quelle due figure di cui la prima, a sinistra, a cavallo e riccamente vestita, la seconda, a destra, a piedi e seminuda; in mezzo, al centro di questa narrazione per immagini, un mantello rosso. È tutto qui. Non c’è altro da dire, se non ricordare quello che del Sassetta lapidariamente scrisse lo storico dell’arte Cesare Brandi: “non dice tutto quello che sa, ma ben sa tutto quello che dice”. A questa tavoletta la definizione si attaglia a pennello. Ecco cosa mi sento di augurarvi: non c’è bisogno che diciamo sempre tutto quello che crediamo di sapere, cerchiamo di far capire che ben sappiamo quello che narriamo. Che nostro 2020 sia tutto in quel mantello! Chiedo tanto? Forse sì. Ma credo sia bene così. Auguri a tutti.

Specchi della modernità

Balzac, Flaubert, Zola, Maupassant: quattro pretesti per trovare un senso ad un concetto da sempre molto difficile da definire: modernità. Il saggio di Gabriella Maldini attraversa l’opera di questi quattro autori con la leggerezza che si chiede di solito ad un racconto.

Di Balzac la scrittrice forlivese evidenzia quella sorta di laica etica del lavoro, non esente da quella passionalità ancora permeata dallo spirito romantico, come parametro per misurarne la ‘modernità’.

Molto diverso il contributo del più appartato Flaubert, carattere molto particolare il suo, infanzia difficile, problemi di salute che lo portano a ritenere come proprio intendimento quello di contribuire allo straordinario con il silenzio dell’ordinario, e ci riuscirà mirabilmente in quel personaggio incredibile che è m.me Bovary.

Di Zola sarebbe in discesa la strada se si confondesse innovazione con modernità, trappola in cui Gabriella Maldini avvedutamente non cade; il figlio d’immigrati che viene dal sud, l’estroverso che si contrappone a quell’orso normanno, come Flaubert viene chiamato dalla scrittrice, offre un contributo esemplare nel mettere a nudo la periferia metropolitana di una rivoluzione industriale che, come tutti i grandi processi storici, ha una seconda faccia della medaglia, in cui troviamo i flaneur che sono il controcanto dei piccoli borghesi cantati da Flaubert, troviamo il popolo splendidamente decadente di Pigalle che gioisce del suo lento deperire nel vizio e nell’ozio, troviamo quel rusco e quella monnezza che nessuno mai più forse riuscirà a rendere epica come Zola.

E infine Maupassant, il maestro della della prosa breve che diede di se stesso quella bellissima definizione che Gabriella Maldini ricorda: “Sono entrato nella letteratura come una meteora, ne uscirò come un fulmine”; la modernità di Maupassant è nel pessimismo che si stempera nelle forme di una narrazione che la scrittrice più volte chiama istintiva, come avviene nelle pagine dedicate allo scandaglio del sentimento della paura, titolo di un celebre racconto.

Ebbene, traendo una conclusione dalla lettura di questo raffinato gioiello, non tanto di critica, quanto piuttosto di passione per la buona prosa, a questo punto mi par di avvertire l’istintivo bisogno di riflettere su questa parola tanto difficile che è ‘modernità’. Mi trattengo dallo scadere in banalità e rimando ad altro: leggiamo allora insieme il bell’articolo che il blog “Una parola al giorno” le dedica, o meglio dedica all’aggettivo ‘moderno’ da cui il sostantivo deriva: https://unaparolaalgiorno.it/significato/moderno. Merita per davvero. E non dico altro. Tutto è bello perché cambia secondo il punto di vista. Ne avevo uno. Ho letto l’articolo. Ora cambio idea. Avevo letto il saggio di Gabriella Maldini con un giudizio preconfezionato nella mia mente su questi quattro autori, quello della scuola, delle antologie del biennio e delle medie; ora ne ho mille altri che fanno a botte tra di loro. Il bello della letteratura è proprio questo: quando le idee fanno a botte tra di loro. E tu dovresti esserne il paciere, l’arbitro con il fischietto. Ma non sempre ci riesci. Lo senti come un fallimento? Al contrario! Senti lo sprone a leggere ancora.

Gabriella Maldini, I narratori della modernità, CartaCanta, Forlì 2018.

Buon Natale!

Nel corso del nostro anno triste e razionale, sopravvive una sola festività tra le antiche e allegre ricorrenze un tempo diffuse in tutto il mondo. Il Natale continua a ricordarci le epoche, pagane o cristiane, in cui invece di poche persone che scrivevano poesie, ve ne erano molte che le recitavano.

Gilbert. K. Chesterton, Eretici, Lindau editore, Torino 2010

Frammento di crisi

Tre quarti d’ora di lettura per apprezzare il racconto Scusate tutti di Marco Missiroli (Parma, Guanda 2014). Una storia di oggi, un frammento della crisi occupazionale, finanziaria, economica, culturale e umana che sta travolgendo quel nord Italia che aveva realizzato soltanto pochi decenni fa uno dei miracoli più belli: ridare dignità a un popolo che la guerra aveva lasciato a terra. Si dice spesso che il dolore toglie la dignità alla persona. È vero. Ma anche il lavoro ha il suo ruolo. L’uomo senza lavoro non è uomo. L’uomo senza lavoro viene travolto dal dolore. Scusate tutti è la storia di Maurizio, operaio milanese che la crisi lascia a piedi. Viene licenziato dopo sedici di lavoro in fabbrica. Ha una cinquantina d’anni. Una famiglia. Una moglie che lo ama. Due figlie da mantenere all’università. Una mano monca frutto di un incidente e che finora non è mai stata un problema per guidare il muletto. Ma ora i tempi cambiano. E anche quella mano finisce per essere un ostacolo nel tentativo di rimettersi in marcia. Maurizio si vergogna di dire in casa la verità. Vive di notte nella finzione. Cerca lavoro. Comunista mangiapreti, rivolge una preghiera lassù. Tutto succede in pochi giorni, meglio, in poche notti, di un autunno come tanti. Un racconto fin troppo bello per essere vero, fin troppo vero per essere bello.

Cavalieri di Malta

Ricordo l’autore di questo libro appena letto, Paolo Gambi, come alunno della mia scuola, nei miei primi anni di insegnamento. Come definirlo non saprei. Ha scritto romanzi come questo, La carezza del cavaliere, ha composto poesie, ha avuto ed ha esperienze come giornalista in testate locali in Romagna e come blogger presso testate nazionali come Il Giornale e Huffington Post. Imparo che ha una laurea in psicologia e pratica mental coaching, allenatore di menti. Ho appena finito di leggere La carezza del cavaliere, che Paolo Gambi ha deciso di autopubblicare con Amazon-Kdp, usando una formula sempre più seguita oggi per la sua libertà e semplicità. Vorrei cogliere l’occasione per parlare di entrambe le cose, perché forse non tutti sanno che cosa sia veramente l’autopubblicazione.

Partiamo da libro che è una duplice storia d’amore, in parte d’ambientazione storica nel periodo dei regni latini di Terrasanta, in parte nella Roma odierna. Un cavaliere giovannita, Bertrand, dell’ordine ospedaliero da cui deriverà l’Ordine di Malta, s’innamora di Halima, una ragazza araba musulmana, e conosce intrighi e storture dell’avventura crociatistica che sui libri di scuola raramente si ha occasione di studiare: trame e scontri tra principi cristiani, lotte di potere tra potentati musulmani, la presenza della setta degli assassini, è questa la quinta su cui si muovono i protagonisti di una narrazione nella quale Bertrand, arrivato infiammato dalla passione di tanti giovani cavalieri, esce fuori e si trova a contatto con la parte forse meno edificante di quella storia che lui vive nella finzione.

Nanà, soprannome di un altisonante nome dalle nobili origini, anziano cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta, che vive nell’austero palazzo di via Condotti, sede dell’ordine, del rango più elevato e quindi religioso e vincolato ai tre voti di obbedienza, povertà e castità, ritrova Henriette, la fiamma di gioventù che potrebbe diventare per lui non solo l’occasione per riaprirsi alla vita in tarda età, ma anche per liberarsi dai vincoli di un ambiente reso marcio da torbidi e da congiure di potere, in cui si trova coinvolto a causa di denunce orribili per la sua immagine.

Le due storie hanno una tortora in comune, che nel simbolo delle famiglie di Bertrand e Nanà ha sostituito uno dei tre corvi originali. La tortora è simbolo di amore. L’amore che vince sulla calunnia: direi che è questo il messaggio finale che questo godibile e lodevole libro, che vi consiglio, lascia al lettore.

E veniamo alla formula editoriale scelta. Paolo Gambi è già noto e affermato, ma ha voluto sperimentare questa soluzione dell’autopubblicazione. Si tratta di un canale nuovo, soprattutto alla portata di tutti. Ed è proprio quest’ultimo aspetto quello su cui inviterei a fare una riflessione in più. I più noti editori attivi nel settore dell’autopubblicazione (Kdp di Amazon, iBooks Author di Apple, StreetLib, Lulu, Youcanprint e altri) offrono servizi gratuiti e non. L’autore deve fare tutto da solo, ma, se preferisce, può avere anche i servizi tradizionali di editing, correzione bozze, progetto grafico per la copertina, deposito legale, codice isbn. Tutto tranne la cosa più importante: quella promozione che è arduo cimento anche per tanti editori tradizionali. Arma a doppio taglio dunque: l’autore deve decidere se intende soltanto pubblicare e compiere la classica operazione di tirare fuori dal cassetto il proprio libro, oppure se intende avere anche dei lettori. E credo di aver detto tutto.

Complimenti a Paolo Gambi e vi ricordo gli estremi: P. Gambi, La carezza del cavaliere, autopubblicazione su Amazon-Kdp.

Dialogo di un dirigente d’industria e di un insegnante

La colazione al bar, nelle città di provincia, è spesso il momento per gli incontri inattesi: questa volta un genitore di un ex alunno, situazione che, si può immaginare, in una città di centomila abitanti dopo ventisette anni di servizio e un centinaio scarso di nuovi genitori ogni anno, diventa piuttosto frequente. Si parla del più e del meno e alla fine la discussione si fa interessante. Il mio interlocutore sostiene che il ruolo dell’insegnante come educatore si dovrebbe manifestare anche nella capacità di scegliere chi può o chi non può andare avanti. Sostiene anche che la scuola che promuove tutti fallisce rispetto alle sue finalità educative, perché il mondo del lavoro oggi è estremamente selettivo. Ascolto con attenzione, perché in queste occasioni mi rendo conto dello iato tra le prassi educative sul piano pedagogico e didattico e gli ingranaggi sociali del mondo lavorativo in quasi tutti i settori, soprattutto in quelli che, con orribile parola, si chiamano produttivi. Rincara la dose il mio interlocutore, dicendo che gli studenti arrivano alla fine del loro percorso di studi senza sapere scrivere correttamente, senza saper fare collegamenti logici, senza saper calcolare. Questo, del resto, si sente dire, si legge un po’ dappertutto, ormai come un mantra. Ebbene? Occorre una risposta. Ho tante idee che frullano. Gli argomenti non mancano. Bisogna metterle in ordine. Ci provo.

“Lei è dirigente in uno stabilimento industriale nel settore chimico. Io insegno lettere classiche. Lei è appassionato lettore di storia antica. Io ritengo che un approccio analitico, proprio dello statuto delle discipline scientifiche, sia ormai entrato nella mia prassi didattica. Dunque, i presupposti per trovare un punto d’incontro ci sono. Nonostante questa modalità di approccio, mi ritengo all’antica nella mia prassi didattica. Perché? Guardi, la risposta è molto semplice: lo sono perché credo nel valore educativo della lezione frontale. Credo nella forza propositiva della figura dell’insegnante come modello culturale, come paradigma di un’azione dettata da una formazione, di un’attività professionale intesa come elezione, passione e dedizione. Ho sperimentato anche altro prima di arrivare a questa convinzione. Dunque, non sono pervenuto a questa conclusione del valore formativo della lezione frontale semplicemente in virtù del fatto che tutti diventiamo tradizionalisti con il passare degli anni, qualcuno dice conservatori, usando una parola che mi è sempre piaciuta poco. Ci sarà anche del vero, ma credo di poter dire che sono sempre stato un tradizionalista, per il fatto che la tradizione non è la vacua nostalgia del buon tempo che fu, come generalmente si pensa, ma la consegna ai posteri di quanto l’emittente di un messaggio, portatore di una personalità intrisa dei contenuti che lui ha scelto, a sua volta sceglie da consegnare a un destinatario, nella fattispecie i suoi alunni. Dunque tradizione significa setaccio. Conservazione significa altro. Tradizione significa apertura al cambiamento e al futuro, memori dell’esperienza pregressa. Conservazione significa lasciare tutto com’è, con un atteggiamento che personalmente ho sempre giudicato passivo e soprattutto condizionato da un bagaglio di elementi assunti acriticamente, insomma, pregiudizi. Insegno lettere classiche, dunque materie a contatto con i testi. Lavoro principalmente nella lettura e nell’analisi dei testi. Ma sono laureato in storia, ho un dottorato in storia antica e la ricerca storica, che ho praticato per anni, parte da una rigorosa riflessione metodologica sull’esegesi delle fonti. La prassi didattica a cui mi attengo oggi è dunque di tipo applicativo: si legge, si analizza la lingua, lo stile, si traduce, si presta attenzione al delicato momento del passaggio tra la destrutturazione da un codice alla ristrutturazione in un altro codice, si lavora sui temi, si approfondisce passando dal testo al contesto con l’analisi delle relazioni intertestuali e, laddove possibile, extratestuali. La metodologia è questa. Chi la fa sua impara l’arte della profondità analitica nella lettura, nello studio e nella conoscenza di tanti testi come condizione imprescindibile per l’elaborazione di una sintesi complessiva. L’intendimento è quello di mettere nella condizione di divulgare con cognizione di causa, sulla base di argomenti e non di giudizi preconfezionati, come accadrebbe se non si partisse dal testo, ma lo si utilizzasse soltanto per dimostrare quanto precedentemente sostenuto in sede storico-letteraria. La lezione frontale diventa pertanto occasione per presentare una modalità di lettura di un periodo storico o di un autore, che non sarà mai perfetta, in quanto sempre più o meno condizionata dalla personalità del docente, ma avrà un suo particolare calore umano e non lascerà mai l’impressione di qualcosa di asettico. Non occorre avere qualità eccelse. né tanto meno cadere nella trappola di considerare la professione una pretesa. È un lavoro di responsabilità, come il suo, ma con una differenza: mentre lei riceve una pianta già cresciuta e deve fare con quello che ha, il mio compito è di far di tutto perché cresca bene. Occorre studiare, leggere, praticare quella fatica e quel piccolo sacrificio di quotidiano dialogo con i classici, che diventa anche un esercizio e un allenamento per la mente. La lezione frontale intesa come momento di confronto analitico sul testo presenta un enorme vantaggio rispetto a quella intesa puramente come trasmissione di un messaggio preconfezionato: mette a nudo il docente con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, perché sarà sempre il frutto di quella differenza che sin dalla nascita ci rende tutti assolutamente originali. La lezione frontale è un antidoto all’omologazione delle menti, perché propone un esempio. Sta al singolo docente dare a quell’esempio la forza necessaria, con l’uso sapiente e bilanciato della retorica e della dialettica. L’insegnante, diversamente dal politico, non deve convincere, ma educare; non deve persuadere, ma proporre esempi attraverso i testi, la loro analisi, attenendosi alle procedure che l’esperienza e il confronto professionale insegnano e aiutano a declinare secondo le esigenze e le attese degli studenti. La lezione frontale è interazione continua tra chi parla e chi ascolta, in un processo che vive una sua continua evoluzione, e per questo non può essere incasellata in schemi. Vive di una sua vita che non conosce regole prefissate, ma solo tendenze che hanno bisogno di una guida. Se la scuola si rendesse conto che questo è il cardine della funzione docente, tante aberrazioni, carenze e storture, di cui le parla. sono sicuro che non ci sarebbero. Non occorre essere dei geni per capire che un dirigente di una scuola deve mettere i docenti nella condizione di essere esempi, perché educare non significa ridurre a schema, ma condurre fuori, mettere nella condizione di affrontare con spalle forti le sfide della vita. Forse si stupirà se le dico che a me interessa non tanto che i miei studenti conservino la conoscenza delle regole linguistiche, ma il metodo di analisi dei testi, perché è l’unica scuola utile a formare una personalità che sappia un giorno costruire una sintesi con cognizione di causa.”

Il mio interlocutore ascolta con attenzione e mi dice: “Rifletterò. Ci sono dettagli che mi sento di condividere subito, altri su cui dovrei pensare di più. Ma mi sento di dirle una cosa per il momento. Il mondo del lavoro avrebbe tanto da imparare sulla scuola e dalla scuola, prima di tranciare giudizi. Mi piacerebbe assistere a qualche lezione.”

“Credo che tra i miei colleghi tanti la ringrazierebbero se lo facesse. Ma credo che lei stesso si convincerebbe di quanto sia vero che non si smette mai di imparare. Eppure, sembra un ostacolo insormontabile avere l’umiltà di ammetterlo, come lei ha appena fatto.”

“La prossima volta mi piacerebbe parlare di docimologia e valutazione, se non le dispiace.”

“A sua disposizione. Come vede, i bar offrono occasioni per bellissimi incontri. Questa del sabato è una mia ora libera, utile per un caffè rigenerativo. Lei sa dove trovarmi.” E ci salutiamo.

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