Memorie

Una panchina in un’area verde recintata. Un uomo solo che legge un libro. Davanti, una ringhiera. Sotto, il fiume, straordinariamente pieno d’acqua, che passa oltre la diga. L’uomo chiude il libro. Chiude gli occhi.

E quel passaggio ritmato dell’acqua tra le paratie della chiusa, fino a poco prima un dolce aiuto alla concentrazione e un confortevole sottofondo per la lettura, diventa un assordante rumore, che invade la mente, lo strania e prende tante, diverse e amabili forme di un passato non facilmente collocabile in una linea del tempo, dalle geografie labili, dai contorni sfumati, dai personaggi che si muovono come fossero sempre alla ricerca di risposte, convinti di possedere certezze che però si sciolgono subito come neve al sole. Forme diverse: da quella dei rii che lui bambino amava veder scendere impetuosi e vorticosi nelle vallate dolomitiche tra poderosi contrafforti rocciosi a quella dei torrenti e dei fiumiciattoli che rosicchiano i fragili calanchi dei colli vicino a casa; finché, alla fine, non ne rimane che una di quelle forme: quella, dai contorni ora ben definiti, di un torrente di montagna a lui ben noto. L’area verde con la panchina non era vicino a una chiusa, ma a un grande ponte, alto su un torrente, che passava impetuoso con le sue rapide e i suoi vivaci vortici. Non era da solo su quella panchina. Lui e il babbo erano quasi arrivati. Avevano camminato quasi tutto il giorno. Erano scesi di oltre mille metri. I piedi del giovane dolevano; le ginocchia del babbo non meno. Di là dal ponte c’era il paese e nel paese la casa. Ma, nonostante vicini alla metà, si fermarono su quella piccola radura, attrezzata con una panchina, un tavolo, i bidoni colorati per l’immondizia, una nota di certo stonata in un quel dominio assoluto di tante tonalità di verde. Quando il babbo si fermava, non parlava. Il giovane si sedeva accanto a lui. Il babbo gli passava la mano sui capelli, glieli arruffava per scherzo, e poi chiudeva gli occhi e per un attimo si straniava. Il giovane rimaneva lì, come fosse in attesa del compimento di un rito da parte di un antico sacerdote. Unico rumore era quello delle rapide del torrente. Di là il paese; di qua la montagna, il bosco appena attraversato e sul cui limitare ora si trovavano, il ripido pendio che portava ai piedi di ciò che rimaneva di un ghiacciaio su cui la storia aveva lasciato tante tracce per lo spirito del tempo che le avrebbe dovute conservare con saggezza. Ma quella saggezza non era sui libri; non era di carta; era di terra, di legno e di pietra, e della terra, del legno e della pietra ora aveva tutti i sapori ed emanava tutti gli odori; la coerenza non era quella di un sistema di idee, ma un’armonia che solo ai sensi veniva affidata e che solo con sacrificio, fatica e dolore poteva essere compresa. Ai piedi del ghiacciaio iniziava quel sentiero che era stato opportuno percorrere con i ramponi. La neve, sciogliendosi, lo aveva spesso invaso, solidificandosi in lastre là dove i raggi del sole non arrivavano; solo con i ramponi si attraversavano quei tratti ghiacciati. E solo con i ramponi si entrava nei bianchi domini di sua maestà il ghiacciaio. Il rumore del passo era diverso. Il bastone e la pedula smuovevano terriccio e sassi, docili al loro passaggio, ma il rampone scrocchiava, piantandosi là dove tutto sembrava congegnato per respingerlo e non farlo arrivare. Il bastone e la pedula ritmavano il cammino e gli conferivano persino una speciale armonia, ma il rampone non aveva quella forza e non dava quell’incoraggiamento. Fendeva, graffiava, strideva. Evocava ben note disarmonie, di cui entrambi ormai erano ben consapevoli. Ai piedi di quel ghiacciaio avevano fatto sosta nel rifugio. C’erano dei libri. Parlavano della storia di quel ghiacciaio, di trincee, di uomini che vi avevano lasciato la vita o ne erano usciti per sempre segnati nel corpo e nell’anima. Parlavano di un dolore di fronte al quale quello della fatica che lui e il babbo avevano appena conosciuto nella salita e stavano sperimentando, avvicinandosi al valico, era qualcosa di assolutamente insignificante, impossibile da paragonare. Il babbo non era di tante parole durante quelle uscite. Ma un giorno, una delle prime volte in cui avevano scalato quella montagna per lui piena di significati, aveva pronunciato solo una frase; lo aveva fatto nel richiudere uno di quei libri di cui aveva solo guardato le foto e sfogliato l’indice: “Tuo nonno, il babbo della mamma, è stato uno di questi uomini. Erano migliaia. Hanno fatto la storia rischiando la vita per conquistare terre, che ora chiedono l’autonomia a quello stato che ha donato centinaia di migliaia di anime per averle. Questa qui è la storia. La storia non è che una manifestazione dello spirito del tempo; si può viverla in tanti modi; ma quale sia veramente il significato di quello che è successo quassù i libri non riusciranno mai a dirtelo.” “Perché?”, chiese il giovane. “Perché la verità non premia, non vende. Le guerre vengono affidate alla retorica, che è un ingrediente della storia, ci piaccia o no; e la retorica, nelle mani sbagliate, è un modo come tanti con cui si camuffa la menzogna. Lo spirito del tempo parla un’altra lingua, non quella di queste pagine.” Il giovane non disse più nulla. Il babbo si era rialzato. Aveva pagato la consumazione. Avevano ripreso bastoni e zaini e si erano rimessi in cammino per raggiungere il valico. Da lì, per un altro sentiero, sarebbero poi ridiscesi a valle, fino a raggiungere quel fiume, quel ponte, quelle rapide e quella panchina, accompagnati da quello spirito del tempo che da anni cercava di capire se il babbo fosse stato mai veramente in grado di fare suo.

Erano partiti alle sei del mattino. Con passo lento avevano attraversato prati vivaci di erica, doronico, erborina e artemisia, poi di genzianelle, geraci e rari papaveri retici. Avevano faticato su erte impervie e riposato in aprichi pianori, tra larici, abeti rossi e pini cembri. Avevano sfiorato con i bastoni e le pedule distese di salici nani. Avevano visto sempre il ghiacciaio. Avevano visto il lucido biancore di sua maestà avvicinarsi piano piano, passo dopo passo, un passo alpino, lento e cadenzato dall’alternato movimento di braccio destro e gamba sinistra e poi gamba destra e braccio sinistro, come quando in inverno insieme percorrevano quegli anelli di fondo che il babbo aveva sempre amato in modo speciale, lontano dalla folla turistica degli impianti di sci, dai parcheggi di funivie e seggiovie. Bastone destro e gamba sinistra. Gamba destra e bastone sinistro. E così per un’intera giornata, salendo al mattino, scendendo di pomeriggio. Poche parole. Ogni tanto il bastone destro del babbo si alzava. Lui indicava qualcosa. Il giovane ogni tanto chiedeva; ma il più delle volte, anche se non non aveva visto né sentito niente là dove indicato, rispettava quel senso quasi spirituale di vivere la montagna, senza fare altre domande, senza pretendere chiarimenti. Si era sempre chiesto se quella del babbo non fosse una pretesa. Si era spesso chiesto se la gente del posto fosse disposta a condividere quella dimensione tutta sua. Ma sapeva anche la risposta: quello del babbo non era mai un viaggio nello spazio, ma sempre e soltanto nel tempo. E quella gente del posto ormai viveva solo inebriata dai guadagni delle stagioni turistiche. Di quello spirito del tempo non era rimasto più nulla. Andava scavato negli strati della memoria. Si era sedimentato sotto cumuli di detriti, di decenni di menzogne, di sfruttamento economico, di falso ambientalismo, di storia rivisitata ad uso e consumo delle generazioni che si succedono, di tradizioni e costumi posticci riesumati solo per il tam tam tra sedicenti amici che condividevano foto in rete. “Il denaro acceca la memoria,” gli aveva detto tante volte, lui che aveva lavorato per anni come impiegato in banca. Braccio destro e gamba sinistra, gamba destra e braccio sinistro. Quello era il passo.

Quando furono arrivati nel ghiacciaio, allora il babbo aveva rallentato la marcia. Al valico avrebbero trovato un altro rifugio. Fu molto faticoso raggiungerlo. Lì presero solo un tè caldo con dei biscotti secchi che avevano con sé. Il babbo aveva gli occhi calamitati dalla finestra del rifugio aperta sulla distesa bianca che si stendeva sul versante nord di quella montagna sui cui per anni erano saliti in tre, quando lui era bambino, il babbo giovane e il nonno ancora in forze. Allora era il nonno a non parlare quasi mai e a indicare con il bastone in silenzio. Il babbo rispettava quel silenzio e invitava il bambino a fare altrettanto. Riti e tradizioni. Un dialogo silenzioso nel tempo, di padre in figlio. Uno spirito che parlava una lingua i cui fonemi e grafemi non sarebbero stati costituiti da segni convenzionali, ma da immagini, incubi, emozioni, sogni, ossessioni, in cui tutto era criptico, tutto era affidato ad un bastone che si alza a indicare qualcosa che non si vede, a uno sguardo che accenna a qualcosa che non si sente, a un tentativo di sorriso che intende comunicare qualcosa che solo con gli anni si sarebbe potuto correttamente intendere. Questa era la tacita convinzione che esortava ad andare avanti e a ripetere il rito della salita a quella montagna.

Il babbo, il giovane, due zaini, quattro bastoni, una panchina, un silenzio che aveva dominato lo scorrere del tempo dall’alba al tramonto, ora negato solo dalle rapide di un torrente. Il babbo aprì lo zaino. Prese dei pieghevoli illustrati in raffinata e colorata carta plastificata, trovati all’ufficio del turismo. Parlavano di trincee, di sentieri tracciati o ripristinati per arrivare alla loro scoperta, di antiche vie militari, di tradotte nel fondovalle. Tutto era bello e colorato, quasi divertente. Vi erano foto in cui le guide, sorridenti e fiere nelle loro pose, erano immortalate in divise storiche. Il babbo stracciò tutto e, avvicinandosi ai bidoni colorati chiese al giovane: “Quale?” Il giovane si strinse nelle spalle e, senza dimostrare di esserne sicuro, indicò quello blu con scritto ‘carta’. Il babbo guardò le case del paese di là dal grande e alto ponte. Entrambi si alzarono dalla panchina e attraversarono il fiume, mentre lo spirito del tempo, che laggiù, tra vortici e rapide, scorreva eterno, cercava di parlare con la voce franta e lenta, come quella di un anziano che cerca in tutti i modi di tenerlo vivo, che sa che non avrà più tante occasioni per conservarlo.

Il giovane si fermò su quel ponte. Cercò di ascoltare il vecchio fiume, come aveva fatto con il vecchio bosco e l’antico ghiacciaio. Scattò una fotografia. Il babbo procedette da solo verso casa; non gli impedì certamente la sosta. E svanì tra le curve disegnate dai vecchi tabià.

L’uomo riaprì gli occhi. La nebbia si stava alzando e la temperatura si stava abbassando. Riprese il libro. Lo mise nello zaino. Ripensò a quell’ultima escursione con il babbo. Provo solo a immaginare quanto di inascoltato ancora rimanesse in quelle acque, in quel fragore che la chiusa, in momenti come quello appena vissuto, faceva apparire davvero assordante. Risalì sulla bicicletta, lasciò la chiusa e ritornò a casa lungo il rivale, tra i fitti canneti. Troppe voci ormai lo richiamavano da quelle acque da cui non era mai facile separarsi, quando dovette scendere per avvicinarsi alla città. Pedalò veloce. Aveva una meta. Era sempre quella. Attraversò tutta la città. Arrivò sotto l’antico pino, nel luogo dove regna quel silenzio che lì, più che altrove, urla il senso della vita. Arrivò prima che il cancello fosse chiuso. Era sempre quella la meta da raggiungere ogniqualvolta si riattivasse l’antico dialogo e riprendessero forma quei paesaggi scolpiti nel tempo. La nebbia, che si stava velocemente addensando, salendo dai prati e dai canali, lo favoriva. Si accoccolò accanto a quella pietra, accanto a quel tumulo, e, sedutosi sulla nuda terra a gambe incrociate il figlio riprese quel colloquio con la vita vera che aveva iniziato bambino con il nonno e continuato adulto con il babbo, tra boschi e ghiacciai, tra torrenti e prati. Aprì lo zaino. Estrasse una fotografia: vi era ritratto un impetuoso torrente; era stata scattata su un ponte; su un lato si intravvedeva l’inizio di una ripida strada tortuosa, che passava tra case e tabià. La depose sulla terra umida da cui la nebbia si alzava sempre velocemente, come se avesse premura di proteggere quel dialogo con il tempo che solo lì riusciva ad essere sincero. Perché lì, lo spirito del tempo non parlava più per enigmi.

Featured post

Sul confine

Si muovevano, neri e agitati, in balia del vento, tra nubi nere e fluttuanti. Come un aquilone. Erano neri i suoi capelli, come le nubi sopra di noi. Neri anche gli occhi, come l’orizzonte che cercavano, sfuggendo ai miei. La sua chioma si agitava. La faceva armonicamente, come volesse seguire il ritmo del flusso e riflusso dell’onda sulla battigia. La melodia del mare era assordante, furente, un fortissimo di quelli che sullo spartito troviamo solitamente nel rigo finale. Ma qui siamo alla fine o all’inizio? Desideravo tenere saldamente il filo di quell’aquilone. Lo desideravo ora con tutte le mie forze. Ma ogni cosa opponeva resistenza: quegli occhi sfuggenti, il vento che rendeva imprendibili e incontrollabili quei capelli, l’onda fragorosa. Quanto avevo amato quei capelli! Quante volte li avevo accarezzati! Quante volte le mia mani avevano obbedito ai suoi ordini, mentre glieli pettinavo come voleva lei, o meglio, come voleva lei assecondando un desiderio che era tutto mio e affidandomeli con un atto di fiducia che richiedeva rispetto. Ma il vento aveva il sapore del sale in quel momento. Tutto sapeva di sale. I nembi neri oscuravano il sole e, in quel nero che avanzava con naturale semplicità, il nero dei suoi capelli era la cosa più congrua e naturale, più semplice e conveniente, come il nero degli occhi. Semplicità: era la parola che mi veniva in mente, e lo faceva in un momento in cui nulla sarebbe apparso semplice. Non lo era parlare, non lo era sentirsi, non lo era camminare. Ma semplicità poteva significare anche ricerca di un’occasione naturale? E se lei mi aveva dato appuntamento lì, in spiaggia, in una gelida giornata di fine autunno, nell’unico bar che rimane aperto tutto l’anno, era perché per lei era naturale e semplice che ci vedessimo lì? Naturale e semplice. Dovevo avvertivo tutto come essenzialmente semplice in quel momento. Naturale e semplice. Tutto doveva essere naturale, tutto doveva essere assolutamente semplice, congruente; doveva essere ancor più semplice dei suoi piedi nudi che danzavano sulla sabbia bagnata dalla schiuma, più semplice del sorriso che cercava di nascondersi da troppo tempo, senza riuscirci, più semplice degli occhi che sfuggivano alla ricerca di un orizzonte, di un fine indistinguibile. Si era alzata lei dal tavolino del bar dove eravamo le uniche persone, oltre al titolare che sfogliava distrattamente un quotidiano. Mi prese per mano. Era naturale anche quel gesto. Mi portò verso la spiaggia, al di là della duna di sabbia, oltre l’esile fascia della pineta costiera. Arrivata al bagnasciuga, si fermò e si sedette per terra, lasciando che l’onda le bagnasse i piedi. Avevo lasciato la presa della sua mano per un attimo. Ero rimasto un po’ indietro, solo per ammirarla, perché nessun pensiero voleva prendere posto nella mia mente che non fosse a lei diretto. Ero in balia di lei e della sua naturale e disinvolta semplicità; ero in balia di quel paesaggio furioso. La volli lasciare protagonista della scena. E il protagonista è giusto che sia sempre un passo avanti rispetto agli altri. Sollevò l’abito lungo nero, quanto bastava perché non si bagnasse, quanto bastava perché il semplice e naturale candore delle parti visibili delle sue gambe si illuminasse ancora di più; e alla fine di quel rito mi invitò a sedermi accanto a lei.

La raggiunsi in quella semplice solitudine, incurante di aver lasciato l’auto aperta nel parcheggio del bar; incurante di aver lasciato la borsa del lavoro sul tavolino del bar, su cui avevamo appena scambiato quelle parole di convenienza tipiche di quando due persone non si vedono da tempo; incurante di essere in una specie di divisa da lavoro con un completo grigio, mocassini lucidi, cravatta e camicia; incurante, insomma di essere una tipica forma cittadina del tutto incongruente in quel contesto atipico e in quel momento pregno di una forza che devasta e desidera rottura degli schemi, della diversità. Ma non mi preoccupai. Non ero il prescelto protagonista di quella scena. Mi sentivo comparsa. Mi tolsi soltanto scarpe e calze per poter condividere con lei quella fragile posizione di confine, al limite tra terra e mare, che lei aveva scelto. Mi tolsi la giacca, allentai il nodo della cravatta e sbottonai il colletto della camicia. E allora un sentimento nuovo mi pervase; la gioia mi assalì con il turbinare a mulinello della sabbia, con l’accatastarsi disordinato delle conchiglie, portate, riprese e riportate dallo sciabordio ritmico della risacca, mentre l’orizzonte univa ciò che doveva essere lassù e ciò che sarebbe dovuto essere invece laggiù, in un informe magma grigio, agitato dalla bora scura: rinforzava di minuto in minuto e agitava tutto, sconvolgeva tutto, mescolava tutto quanto per troppo tempo era stato ordinatamente separato ed erroneamente – forse – conservato. Iniziavo a capire che non ero una più una comparsa in quel gioco che non era più un gioco.

Avevo ancora trenta minuti di pausa pranzo. Furono minuti che mi parvero un’eternità. Non c’era tempo in quello spazio senza tempo. Non c’era certezza in quel confine, ricco della sua naturale semplicità, un confine che con sicura e beffarda disinvoltura negava ogni certezza.

“Non sai nulla veramente della mia vita.” Pronunciò quella frase appoggiando la testa sulla mia spalla, lei alla mia sinistra, io alla sua destra. Mi dovevo stupire? Con le braccia avvolse le proprie gambe. La imitai assumendo la stessa posizione. L’acqua fredda ci bagnava i piedi. “Credevi di sapere qualcosa, ma non sai nulla.” All’orizzonte le nubi si facevano sempre più nere. Ma lei non se ne curava. Io ancora meno. Il freddo dai piedi cercava di salire dentro di noi. Freddi erano i ricordi. Gelido il passato. Ma intesi la situazione che si creava su quel confine come una necessaria espiazione, in attesa che tutto il caldo conservato dal tempo, un tempo malato, potesse uscire e disinfettarsi. Non parlai. Parlò lei.

“Mi presero in ufficio per la sostituzione di una maternità. Avevano tanto lavoro da sbrigare. Non potevano restare con una persona in meno per così tanto tempo. Forse al direttore piacqui. Chissà. Spero che mi abbia scelta perché brava, ma temo che lo abbia fatto perché gli piacqui.” Era veramente gelido quel ricordo. Sapevo che non era vero quello che aveva appena detto. Il titolare dello studio per cui allora lavoravo anch’io aveva preso informazioni su di lei e sapeva che era anche brava. Una violenta ventata improvvisamente le scompigliò del tutto la chioma, prima raccolta in uno chignon frettolosamente eseguito, a cui mancava l’amore che un tempo avrei potuto dedicare io, e che ora lei aveva liberato completamente; quei capelli furono portati sul mio viso con un’energia e una vitalità che ben conoscevo. Uno schiaffo. Una sberla del vento. Una lezione di quella natura che lì non amava essere contraddetta. Ne afferrai una ciocca e iniziai ad accarezzarli. “Lo facesti quel giorno in cui uscimmo a prendere il caffè dopo la riunione. Lo ricordi?”. Non esitai a rispondere “Sì”. La testa di lei era sempre appoggiata alla mia spalla. Era tutto semplice e naturale.

“Tu pensi che io sia una ragazza dal sud, una di quelle che, come tante, è venuta in cerca di un mondo migliore al nord. Tu pensi che questi occhi neri, questi capelli neri, questo carattere deciso e determinato siano tipici di una donna di origini meridionali. Tanti lo pensano. Donata non è un nome che circoli molto da queste parti. Il mio non è un cognome propriamente caratteristico di queste terre fredde e umide.” Anche questo ricordo era freddo. Stava giocando con il tempo. Avrei risposto dicendo una cosa scontata; avrei risposto dicendo che tante città del nord, soprattutto quelle più industriali come la nostra, hanno una popolazione ormai mescolata, in cui le distinzioni tra nord e sud si sono attutite con il passare delle generazioni; avrei risposto che quella città in cui vivevamo era un grande paese prima della costruzione dell’area industriale, prima dello sviluppo dell’indotto per chilometri e chilometri nell’entroterra, avrei potuto anche dire che ormai di quell’immigrazione, che un tempo aveva dato sviluppo e ricchezza, restava solo un ricordo in chilometri e chilometri di capannoni che la crisi aveva visto chiudere; avrei potuto ricordarle, sempre per rispondere con freddi ricordi alle sue altrettanto fredde provocazioni, che di quelle tante famiglie, che avrebbero portato la ricchezza proprio con la loro povertà, restano ormai solo nuclei di anziani che vivono di solitudine nei quartieri popolari; avrei potuto dirle che neanche la mia famiglia poteva vantare un pedigree puro, che mio padre era un militare che si era spostato per lavoro in mezza penisola e che mia madre era un’insegnante che cercava di seguirlo dove poteva; avrei potuto annoiarla in tanti modi, rispondendo al freddo con altro freddo, ma risposi con poche parole: “Sapere tutto di una persona può essere cosa impegnativa.” Venne fuori solo quello, dopo aver atteso a lungo prima di risponderle. E continuavo ad accarezzarle, con un gesto che intendeva comunicare solo semplice naturalezza, i lunghi capelli neri che mi avevano fatto sognare, con i miei piedi nudi accanto ai suoi, con la sua testa sempre dolcemente poggiata sulla mia spalla sinistra, con la bora che rinforzava, con le onde che, tagliando di traverso la linea della spiaggia, si accavallavano fragorosamente le une sulle altre. Una risacca cattiva, arrabbiata, che serviva a scuotere il caos del tempo, a rimescolare tutte quelle false certezze che avevano portato solo errori e tanto, troppo dolore. Avevo sempre dato tutta la colpa a me di quegli errori. Il mio ruolo era davvero soltanto quello della comparsa? Avevo letto bene quel copione?

“Ogni tanto ci penso, sai? Penso alle nostre radici.” Disse scandendo le parole. Scuffiai. Non so perché. Mi venne un assalto d’ansia a quel ricordo delle radici. Mi infastidiva. Eppure dovevo assecondarla. Stava per dire qualcosa di importante e, se mi aveva dato appuntamento lì, in quel posto e in quel contesto così particolare, dove solo i suoni della natura dettavano regole, era perché aveva una storia da raccontare. Ormai era evidente. Dimenticare la mia storia e lasciare che protagonista fosse solo la sua: quello dovevo cercare di fare, sforzandomi di lasciare a lei la situazione in mano: troppo spesso avevo preteso di imporre le mie scelte. Quel tempo, quell’abisso tutto mio, andava trattato con delicatezza, andava abbisciato in ampie spire, come si fa con una cima che poi, si sa, va riutilizzata in modo veloce e agevole. Non parlai.

“Ci lasciammo, o meglio, ti lasciai un giorno di giugno. Eravamo usciti due sere prima. Forse hai dimenticato tutto.” Non avevo dimenticato nulla, ma non parlai, tenendo fede alla linea che mi ero imposto di seguire: la finta comparsa. “Andammo a cena in un ristorante di collina. Bello. Veramente molto bello. Era sui primi colli. Un posto meraviglioso, di quelli che solo tu sai scegliere. Ricordo come si vedevano chiare e distinte le luci delle città della pianura. Era una serata fresca e limpida. Tanto limpida quanto fu la decisione che presi, ma non ebbi il coraggio di esprimerti.” La sua testa si alzò dalla mia spalla. I suoi capelli sfuggirono alla presa delle mie mani. Il vento li dominava portandoli ovunque intorno a noi due. La bora dava voce alla pineta che iniziava poche decine di metri alle nostre spalle: tra quei rami di pino, solitamente placidi, ora agitati e sconvolti, uscivano rumori orribili, fischi acuti; per lei erano voci di divinità dimenticate da secoli che forse chiedevano di essere ridestate. Me lo disse convinta un giorno. Solo la natura aveva di quei poteri, mi disse un altro giorno, uno di quei giorni in cui la passione invitava a quelle riflessioni. “Finì tutto due giorni dopo. Finì in un’illusione tremenda. Mi illusi di aver chiuso un capitolo, semplicemente come se ne apre un altro, voltando pagina, come quando si fa mentre si legge un libro. Ma non era così che funzionava la vita. Non lo sapevo. Mi illusi che la vita fosse come un romanzo. Ma …” Quella frase incompleta chiedeva forse che io la completassi? Il vento aumentò d’intensità. Un’onda più lunga arrivò oltre i nostri piedi. Il velo nero delle nubi all’orizzonte si aprì per un attimo. Filtrò una luce. Fu come un flash. Poi il vento ricompattò i nembi. La parole che avrei potuto dire ondeggiavano nella mente cercando di uscire, come l’acqua sciaguatta in una bottiglia non ben chiusa durante un viaggio su una strada dal fondo sconnesso, ma alla fine resta al sicuro. “Ma …” La vita non è un romanzo. Sì, ne ero convinto anch’io; dovevo darle conferma? Ma era evidente che la vita non è romanza. Avrei detto quello che lei stessa avrebbe potuto dire. La vita forse non è un romanzo, ma è l’insieme di tanti romanzi, di tanti stili, di tanti generi; la vita è un po’ noir, un po’ romanzo rosa, un po’ thriller, un po’ anche fantasia e creatività; più o meno delicatamente e pericolosamente condotta su un gioco di psicologie difformi, sempre in bilico, sempre indecisa tra la certezza di un passato, che, bello o brutto, è pur sempre una realtà che ti salta addosso quando meno te l’aspetti, e l’incertezza di un futuro che, quasi sempre, riesce solo a fare tanta, tantissima paura, tranerà poche e rarissime eccezioni. C’è un tempo per tutto nella vita, per ridere e per piangere, mi aveva appena detto un caro amico. L’importante è sapere che quei due tempi vanno vissuti entrambi, perché l’unico possa essere compreso e vissuto grazie alla consapevolezza avuta dell’altro. Alcuni ne raccolgono tutto il peggio, altri tutto il meglio. E vengono fuori vite più belle e vite più brutte. Fu questo, in tutta la più naturale semplicità, che ci dicemmo quel giorno, quando lei prese la decisione di andarsene. Avrei fatto bene a dirlo? Non lo feci. Le avrei fatto del male? Forse sì. Mi lasciai accarezzare i piedi da quell’acqua gelida che dava l’impressione di una forza più sicura e pulita, più incessante e determinata di quanto fosse il mio animo in quel momento. E, tenendo fede al mio intendimento, non parlai.

“Non sai proprio nulla della mia vita. Ho vissuto una guerra, una vera guerra, una di quelle a cui tuo padre per una vita si è sempre esercitato, ma non ha mai combattuto.”

Pronunciò quelle parole con la voce come strozzata. Lo sciabordare ritmato e regolare del mare vinse e lasciò incompiuta anche quella frase. Sollevai la mano sinistra. Stavo per appoggiarla sul ginocchio destro di lei che continuava a tenersi le gambe strette tra le braccia. Poi la ritrassi. Non appena la mia mano fu di nuovo lontana da lei, la sua mente fu come attratta da un mondo di ricordi e sovrastata da una mole di immagini che sembravano evocare solo dolore. Questo dicevano quegli occhi neri, che io conoscevo molto bene. “Non sai proprio nulla della mia vita.” Era ancora più strozzata quella voce. Mi voltai. I nostri sguardi si incontrarono. I suoi occhi erano lucidi. Di scatto girò la testa verso il mare che lontano mugghiava contro i massi delle barriere frangiflutti. Ascoltai il seguito non più nel ruolo di comparsa presa dalla strada, ma in quello direttamente coinvolto nella trama, ruolo che del resto mi competeva sin dall’inizio, quello di un attore vero.

“Sono nata a Mogadiscio. I miei sono del sud. Mio padre era andato a insegnare ingegneria all’università. I rapporti della Somalia con l’Italia erano buoni allora. All’università tutti parlavano italiano. Nessuno di noi voleva sapere cosa ci fosse dietro a quegli accordi. Si lavorava. Si studiava. Dopo la caduta di Barre i miei decisero di restare, quando tutti gli italiani lasciarono il paese. Mio padre trovò un lavoro come ingegnere per una società inglese con sede in Kenya. Mia madre perse ovviamente il suo posto. Ci trasferimmo in una zona a sud di Chisimaio, ritenuta dagli inglesi sicura. Una mattina mi svegliai da sola. Erano entrati in casa. Avevano ucciso le tre guardie che ci proteggevano. Dei miei genitori e di mia sorella, più grande di me di due anni, non seppi più nulla. Non so perché mi lasciarono lì. Avevo tredici anni. Fui presa in casa da una famiglia inglese chi mi mise in contratto con la mia ambasciata. Mi trasferirono a Nairobi, in Kenya, dove vennero a prendermi gli zii che vivevano a Milano. Crebbi con i miei cugini, che furono più che fratelli per me. Lo zio venne poi trasferito in questa città, in un ufficio del porto. Per anni siamo vissuti nella speranza che il babbo, la mamma e mia sorella fossero stati rapiti da un gruppo di islamisti radicali e che ci avrebbero chiesto un riscatto. E invece non si è più saputo nulla. Non hai idea di cosa possa significare convivere con il ricordo dei tuoi genitori e di tua sorella, a cui non puoi nemmeno versare una lacrima in un camposanto. Quella che ho vissuto fu una guerra. Una guerra vera. Una delle più brutte. E per me non è ancora finita.”

Quando si sente il cuore balzare in gola si vorrebbe dire qualcosa, ma non ci si riesce. La mia bocca tentò di aprirsi. Ma le mie parole rimasero dentro. ‘Non dire nulla’: avevo fatto un patto con me stesso. Lei mi prevenne con grande tempismo e accortezza. Ma, anche se avessi parlato, non avrei detto nulla di banale. Pensai solo ai bei momenti passati insieme. Sei anni. Per cinque anni anche colleghi di lavoro. Poi lei si licenziò. Mi lasciò. Mi tradì per un altro con cui credo che le cose non siano andate mai bene. Di lei non persi mai traccia. Con una scusa passavo davanti all’uscita del suo nuovo ufficio. Andavo a fare la spesa dove la faceva lei. Assunsi, ma con discrezione, un atteggiamento che qualcuno forse avrebbe chiamato da stalker. Ma lei, se mi vedeva, non si dimostrava mai irritata per la mia presenza. Al contrario. Mi sorrideva e quei capelli neri, sciolti o raccolti che fossero, quei vivaci occhi neri, mi facevano poi sognare per ore, perché ne ero sempre innamorato, come il primo giorno. Il mio errore fu quello di non averglielo mai detto abbastanza? Forse nemmeno quando stavamo insieme ero riuscito a farle veramente capire l’intensità del mio amore per lei. Mah, non saprei. Sono pensieri da romanzo rosa, questi, pensavo in quel momento. Se lei mi ha chiamato lì è per farmi quella rivelazione sul suo passato. E se ha sentito il bisogno di farla, significa forse che esiste un altro bisogno? quello di riaprire un dialogo? Non parlai. Mi aveva appena detto di non dire nulla. Non dissi nulla. Il pensiero andò allora all’altro capo del filo, dove tutto ebbe inizio. E allora tutto mi fu chiaro. Ero sul punto di farla uscire allo scoperto, quando fu lei ad aprir bocca: “Le guerre nascono dall’odio e ne seminano ancora di più nelle generazioni che seguono. Chi le ha vissute da vicino conosce meglio di chiunque altro la forza dell’amore.” Un acuto sibilo di vento interruppe quelle parole. Un tuono molto lontano rafforzò la convinzione che tutto quel passato pieno di putredine e marciume dovesse essere sciacquato via da quella tempesta in atto. Una sferzata di bora le scosse il vestito e le scoprì una gamba. Non se ne curò. Un altro colpo di vento le gettò sul viso la mia cravatta. Sulle mie mani e sulle sue l’aria salmastra deponeva salsedine. Un altro tuono. E poi una veloce sequenza di altri lampi e altri tuoni in lontananza, laggiù dove tutto si confondeva, in quell’abisso dove lo spazio era tempo e il tempo spazio.

Era stata assunta da una settimana, ma tutti in ufficio eravamo rimasti colpiti dalla sua bellezza. Succede. Una bellezza speciale, semplice e naturale, come tutto lì era semplice e naturale. Ogi come allora. Era bella nel fisico. Certo. Aveva tutte le curve al posto giusto. Certo. Avrebbe dimostrato di dare anche nell’amore una soddisfazione che poche sarebbero riuscite a dare. Certo. Tutto era naturale. Di più: per me tutto era semplice. Ma non era quello il sentimento che s’insinuò nella mia vita dalla bellezza che si diffondeva dalla sua. Era altro; era un modo di fare indefinibile, assolutamente particolare; insomma, un atteggiamento dell’insieme della sua persona che fece scattare la più misteriosa delle formule chimiche. Eppure, con il senno di poi, non era così misteriosa quella movenza. Aveva dei caratteri definiti. Era un modo di eseguire i lavori ordinati dal capo con una naturalezza alla quale era ignota la stanchezza, la noia, la contrarietà. Era un sentirsi sostanzialmente felice, a proprio agio e serena in quell’ufficio dove rimbrotti e lamentele erano invece assai frequenti. Questa era la sua bellezza, alimentata dalla semplicità: sorridere, sorridere, sorridere. Sorridere facendosi la coda di cavallo. Sorridere leggendo una mail appena arrivata nel computer. Sorridere quando le veniva chiesto di finire un lavoro, che forse avrebbe richiesto un po’ di straordinario. Sorridere quando le veniva chiesto di andare in posta o dal notaio sotto la pioggia. Sorridere al direttore, quando le veniva chiesto come mai era arrivata dieci minuti in ritardo: “Domani arriverò venti minuti prima, se necessario,” rispose un giorno, disarmando in un attimo l’acidità del rimbrotto. Il resto non contava. Un giorno mandammo dai nostri due computer una stampa di un documento alla stessa stampante. Ci trovammo nella situazione più normale che può capitare in un ufficio: davanti al cassetto d’uscita della stampante con due fogli da prendere. Ma non guardammo i fogli. Io guardai gli occhi di lei. Lei guardò i miei. E io presi il documento di lei, lei prese il documento mio. Il classico fatale sbaglio. Erano le 12,30. L’orario del mattino stava terminando. Appena tornati nei nostri uffici, mi arrivò una mail nella casella personale: “Pausa pranzo al bar sul molo del porto? Ho un documento che forse è tuo e tu forse hai un documento mio. Ce li possiamo scambiare lì, se vuoi.” “Va bene. Andiamo con la mia auto,” le risposi. E fu così che, oltre ai documenti, ci saremmo scambiati i numeri di telefono; fu così che, dopo aver parlato di nulla di romantico, ma soltanto di noiose questioni d’ufficio, ci lasciamo con il mio volto trapassato da una freccia scoccata da due occhi neri, di cui non avevo conosciuto nulla di più energico e vitale. Ricordo solo una cosa di lei. Una sola frase di quelle non relative al lavoro mi rimase impressa. Disse: “Ho un futuro che voglio vivere solo nella gioia.” Ora, solamente ora, posso dire di capire quella frase, pensai lì sulla battigia. Ma non parlai.

Ci sarebbe stato bisogno di tante parole. Non ce fu bisogno. Fu sufficiente una folata di vento. Fu sufficiente che quel vento mi avvolgesse il viso con quei capelli. Fu sufficiente che quel sorriso ritornasse con tutta la sua energia. E allora la mia mano sinistra non ebbe più titubanza. Si protese verso di lei, che non strinse più le ginocchia.

“Credo di avere una cosa da darti ancora. Qualcosa ci deve aver distratto allora.” Estrasse dalla borsa un foglio. Era una fotocopia di un libretto di spese di carburante di un cliente dello studio in cui eravamo stati colleghi. Era il documento di quella stampante di tanti anni prima, quello che avevo stampato io, ma che aveva preso lei. “Forse anche il mio documento è rimasto a me,” le dissi “No, tu me lo hai dato. Io invece mi sono dimenticata. Sono troppo distratta.”

Le nubi diventavano sempre più nere e il mare sempre più infuriato. Il vento sollevava sabbia ovunque. Ci alzammo. Prendemmo le nostre cose e andammo a sederci al riparo, al tavolino del bar dove avevo lasciato la borsa. Le prime gocce scesero, ancora innocue. Non parlammo di noi, ma di lavoro, di vita di tutti i giorni, di spese, di progetti futuri. Non c’era bisogno di romanticherie. Il suo modo di parlare, di muoversi, di agire, di comunicare era già tutto plasmato dal sorriso. A me bastava quello. Ammiravo solo quello da cui ero sempre rimasto estasiato e che per anni avevo continuato a sognare. Ora conoscevo le radici e le ragioni di quel sorriso. Tornammo insieme in città. Ognuno al suo ufficio. Ma con una promessa. Quella di non essere più distratti. Prima di mettere in moto, presi in mano quella stampa di vecchia fotocopia. E mi sfuggì un sorriso. La piegai con cura e la misi nella borsa.

Quella sera, mentre guardavo il telegiornale, arrivò un suo messaggio: “Viviamo tutti in bilico, tutti sul confine. Prima eravamo tra acqua e mare, tra sabbia e onde, che si confondevano. E nemmeno di fronte a noi il grigio del cielo e quello del mare erano distinti. Mi sono illusa che la vita abbia degli scompartimenti, che sia come un mobile fatto a scaffali, dove i sentimenti, le esperienze, i sogni, gli errori, le emozioni, i ricordi debbano stare ognuno in un cassetto o in uno scaffale diverso. E invece mi hai fatto capire che non è così.”

“C’è un tempo per tutto,” le risposi, senza dire che quelle parole non erano mie. Ma aggiunsi qualcosa di mio: “E il tempo confonde tutto. Occorre il coraggio di fare una cosa: aprire tutti quei cassetti e tutti quegli scaffali. E rimescolare tutto.”

“Va bene. Aiutami.”

Featured post

Inganno

La strada passa veloce sotto le ruote. I chilometri scorrono rapidi sul piccolo riquadro del computerino sul manubrio. Il vento s’inserisce tra le fessure del casco e prende il sopravvento su tutti i rumori, attira tutte le attenzioni su di sé, annulla per un attimo la percezione, ipnotizza, inebria con immagini nuove. Chiede attenzione. Spengo la musica delle cuffie e lo ascolto, il vento, continuando a pedalare sicuro di quella strada, ormai da anni percorsa, una consuetudine praticata con un malcelato sentimento rituale, quando si avverte quel richiamo. Il vento allora inizia la sua opera di artista, che sa quali corde dell’anima deve tendere; sa che può fare del bene, ma sa anche che la sua opera potrà fare del mare; non solo: sa anche che la sua opera potrebbe in circostanze diverse fare del bene, come pure del male, del bene frainteso e del male malinteso. Dipende dai colori, dipende dai paesaggi viventi, da quelli che mi circondano, che vedo, che sento, che emanano vivaci sentori, come da quelli che non vedo se non con gli occhi del tempo, sensi che nessun medico potrà mai studiare, se non ha mai avuto le chiavi di quello scrigno segreto che si chiama memoria. Lì tengo, gelosamente conservati, tutti i codici che serviranno a dare un significato a queste percezioni.

Il vento, il grande artista, mi riporta a te. Il vento ti scolpisce nel mio mondo di ombre, come l’unica figura dai contorni perfetti, ben delineati, curve ottenute con un tornio su cui hanno agito mani delicate, diligenti e perspicaci. Il vento fa ondeggiare la tua chioma, che sembra voler accennare un volo; ma è solo illusione. L’asfalto riporta alla realtà. L’artista che ti scolpisce nell’anima, insieme a quel folate, che ora portano con sé del bene, un bene malinconico, ora invece la vorrebbero sbranare, lasciando vestigia di lancinanti dolori, folate che diventano frustate, ti fa parlare dei tanti no che mi hanno deluso, ti fa ridire tutto quello che non mi hai mai detto, ti fa dare quelle spiegazioni che a lungo e invano ho atteso. Fischia, quanto fischia nel casco il vento! Urla la tua sicumera, dichiara al mondo la tua inarrivabile dolcezza. La tua immagine si staglia sempre più statuaria nel mondo di ombre che il vento, torturandomi, confonde e agita intorno a te. È una figura meravigliosa quella che vedo, è una figura che Zefiro o Borea o Clori o Aura, qualunque nome assumano, isolano da tutte le altre. E la strada sempre passa sotto le ruote, i chilometri si sommano veloci e lui adesso mi spinge da dietro, mi guida inerte sulla strada di conosco ogni curva, che assume forme amiche, amate, bramate anche in modo avido e straziante, in un senso di malinconica delusione che vede, oggi come allora, l’oggetto del desiderio andare alla deriva e allontanarsi sempre di più da questa grigia realtà d’asfalto. Dove? Mi sento spinto? Non h il controllo. Mi lascio guidare docile dalla sagace guida dell’artista della natura. Dove? Verso di te? Verso l’ennesimo diniego o verso il compimento di un agognato cammino di felicità? Verso l’ennesima illusione di un amplesso, che quella stessa natura che ora mi guida con i suoi strumenti amici, un tempo mi segnò con torture che hanno lasciato indelebili vestigia? Eppure non ho armi per difendermi. Non ho forza in questi muscoli delle gambe, che scolpiti da quella stessa natura, ora spingono sui pedali con una potenza che raramente hanno saputo dimostrare. Mi lascio guidare da lui con la stessa docilità con cui tu ti lasci scolpire e scarmigliare. Mi lascio penetrare, con le uniche, misere, spuntate lance in mio possesso, in quell’abisso di gioia vacua e futile, a cui è sempre mancato un traguardo e che non ha mai goduto il premio agognato. La tua chioma ondeggiante al soffio dell’artista divino mi guida. Sono totalmente e piacevolmente in balia degli elementi, di cui i sento parte attiva, protagonista sincero, non controfigura. Il vento domina tutto. Fischia sempre più forte! Quanto fischia fra queste fessure! E mi spinge. Mi sento penetrare in qualcosa che non è reale, che è stato sempre e solo ambito. La sindrome dell’ultimo chilometro colpisce ancora. Quanta fatica per nulla! Mi fa correre il grande scultore di paesaggi, di figure che si stagliano monumentali sui basamenti dell’anima, con titoli rubricati, figure che si ammirano come il soldato romano, più volte ferito e fiero delle cicatrici, farebbe con l’imperatore, dopo aver combattuto per lui per una vita senza averlo mai visto, come il fedele che viene da un continente lontano farebbe con il papa, come un bambino farebbe con il babbo Natale del supermercato. Lui sa dove mi fa correre. La velocità aumenta. Non sento più fatica. Fischia. Fischia ancora più forte. Quanto fischia! E si vola nel vento che mi porta a te! I filari dei peschi scorrono a destra e a sinistra, i campi di mais e di erba spagna passano come passano i giorni della vita, anche i girasoli ti seguono come un sole e la colza ingiallisce di gioia un paesaggio maledettamente bello, mentre la bici procede sotto ancor più energica guida; ogni colpo che viene inferto ai pedali da quei muscoli è espressione di una potenza che agogna una meta, come sempre ha fatto per anni, in modo indefesso, forse inutile e stolto; i tralicci si susseguono, i canali e i fiumi si superano, le case ora sono poche e rade presenze in una di quelle larghe di bonifica, che solo il vento domina. Dall’idrovora scrocia acqua, come dai capelli quel giorno, quando tutto iniziò, sotto un lampione, in un viale in ombra, le cui chiome sempre lo stesso artista scolpiva. Tra le ombre frenetiche e agitate che scorrono ai miei fianchi nel turbinio del vento, tu sei sempre più luminosa, in un paesaggio che non ha più contorni, dove ogni amplesso abbraccia figure vacue, che svaniscono come l’amata Clorinda per Tancredi. Che grande artista è il vento! Le illusioni sono i più bei desideri; e chi riesce a scolpirle nell’anima è un grande artista.

La strada si allunga sotto le ruote, i chilometri scorrono sempre e il traguardo non si avvicina. Ma, come sempre, qualcosa decide che è il momento di mettere mano ai freni. Riparte la musica nell’Ipod. Le ombre scompaiono. Con loro tutto scompare. Resta la vita di sempre, resta la strada fatta per inerzia; restano i chilometri che hanno misurato solo tempo e mai spazio, restano i peschi, il mais, l’erba spagna, i tanti tralicci, i ponti sui canali, le traverse e le scorciatoie, lo sciabordio dell’idrovora. Restano lì, scolpiti da quella mano infallibile, i giudici, immobili e severi – che tu sai sempre dove trovare e loro sanno sempre dove trovarti – di un sentenza scritta, ma mai dichiarata. Tutto torna rasserenante, ma desolatamente reale. Ancora una volta tu resti un miraggio. La strada curva, la luce cambia, il paesaggio non è più quello, le case non sono più poche e rade e il vento ora mi respinge. Non disegna più bellezza per l’animo, non scolpisce più meraviglia per lo spirito, non fa più ondeggiare la tua chioma che mi spronava alla felicità; ora frena il cammino. La sindrome dell’ultimo chilometro. Laggiù non si deve arrivare. Vuole essere ascoltato? Perché? Chi ha messo mano ai freni? Non volevo frenare. Perché la strada non corre più come prima sotto le ruote? Perché i chilometri si assommano ora stanchi e lenti su quel riquadro pieno di cifre attaccato al manubrio? Perché? Perché ho frenato? Ma sono stato veramente io a frenare? Ti cerco invano. So che sei lì, so che non sei lontana, so che sei nel vento e che lui ti porta. So che sei in buone mani, in quelle di un grande artista che non fallisce. Chi è che ha sbagliato? La strada ha deviato. Tutto è cambiato. L’asfalto passa lento sotto le ruote.

Sono sicuro di aver visto una grande conchiglia: era aperta nel vuoto, aperta nell’azzurro.

Featured post

Figure dell’ombra

Vienna, Londra, il fronte occidentale, Ginevra, ancora Londra: sono questi gli spazi narrativi di Aspettando l’alba di William Boyd (Neri Pozza 2012): uno studio di uno psicanalista e una trincea sul fronte occidentale, teatri londinesi e pensioni ginevrine, luoghi pieni di vita e di passione e altri dove i cadaveri generano incubi e sensi di colpa. Erotismo spensierato in ambienti alla moda, case di campagna che potrebbero essere dipinte da Bonnard, dove agiscono figure che sembrano quasi eteree, e squallore spietato in uomini la cui vita non conosce scrupoli e vive in ombre che hanno però la forza di quelle di un quadro di Sironi. Gli anni sono quelli della guerra. La prima guerra mondiale. Uno stile che inizia come quello di un romanzo psicologico e finisce come una spy story, senza che gli si possano attribuire gli elementi né dell’uno né dell’altro. I personaggi dall’ombra escono piano piano alla luce attraverso i loro abiti e le loro parole, i loro gesti e i loro tic, i loro profumi e le loro pistole, i loro cappelli e i loro fucili. Due anni, dal 1913 al 1915, che intendono rappresentare un’epoca, forse – la parola è impegnativa, lo so bene – una civiltà, che vive più che la guerra, ancora la sua ombra, sempre lì accanto, onnipresente, inevitabile, indelebile; una società narrata conoscendone molto bene i dettagli, presenti in un lessico che richiederà sicuramente, almeno per qualcuno, di andare a rispolverare il vocabolario, ma senza che si avverta mai quel sentimento di virtuosistica e superficiale esibizione, che potrà generare effetti speciali, utili sicuramente per i siti di citazioni, ma che non coinvolge mai più di tanto il lettore esigente ed esperto. Il modo di fumare, i capi d’abbigliamento, i giochi di seduzione … tutto contribuisce a sentirsi parte della narrazione, come si dice di solito agli studenti quando si vuole evidenziare la maestria nella tecnica e nello stile. Non cado nella trappola: lascio ovviamente a voi questo giudizio. Il protagonista è un giovane inglese, che da dandy e attore, nel contesto un po’ malinconico ma sempre affascinante della decadente Vienna dell’Austria Felix, la guerra trasforma in un uomo cinico; cinica e anche sadica spia diventa Lysander Rief, che non manca di provare la trincea e il fronte, il cui passaggio segna proprio il cambiamento del ruolo del personaggio nello svolgersi di una trama dal ritmo veloce. Cambia il ruolo, ma non cambia lui. Dalla luce del palcoscenico passa all’ombra delle pensioni svizzere, dove si sente il fetore del fango di una palude in bassa marea, il peggio del peggio che la guerra produce: un marciume di soldi, tanti soldi, donne che si prestano a tutto per passare informazioni, inglesi, tedeschi, uomini e donne dell’una e dell’altra parte, che vendono se stessi e le proprie conoscenze per denaro, vicende personali che si intrecciano con una ragion di stato che ora chiede anche sangue e non solo denaro. Il protagonista è una persona che con la sua vita nell’ombra conosce donne, figure fondamentali nello sviluppo narrativo, tutte dotate di un fascino sempre diverso, ma di cui non si potrà mai dire se il loro ruolo di personaggio è quello di essere lì perché belle piuttosto che abiette. Donne grandi, perché anch’esse avvolte dall’ombra in cui si dipana la trama. Di quell’ombra tutte quante vivono. “Mr Lysander Rief è con ogni evidenza un uomo che preferisce i bordi ai margini delle strade, le zone buie, dove è difficile distinguere e stabilire con esattezza la natura di cose e persone. Mr Lysander Rief sembra un uomo molto più a suo agio nella fredda sicurezza dell’oscurità; un uomo felice del dubbio conforto che offrono le ombre”. In queste ombre avviene una metamorfosi. Ciò che la produce è la guerra. Le figure femminili, tutte, dalla madre alle donne che accompagnano Lysander nella sua metamorfosi, sono forse la raffigurazione di quegli anni riuscita meglio sul piano stilistico. E dunque: impressione finale? Permettete a un recensore di dire “mi sono proprio divertito”?

© 2018. Stefano Tramonti

La libreria

Il sentimento diffuso di noia che veniva da quella giornata nebbiosa, le poche persone in giro per il centro, quasi tutte di passo veloce, intabarrate e incappucciate, la musica diffusa in sottofondo nel locale, tutto faceva sì che il giovane commesso fosse attratto da un particolare, che in altri contesti non sarebbe risultato così interessante: un cliente. L’unico da quando era stato aperto il negozio. Finora le persone si erano avvicinate alla vetrina; poi, assalite dal freddo non appena fermatesi, nell’incertezza tra il caldo dei libri e quello della vicina pasticceria, avevano optato per la seconda. Un cliente. Uno solo dopo un’ora di apertura. Era dentro la libreria da quasi un’ora. Il commesso abbandonò per un attimo la cassa, abbassò il volume delle musica in sottofondo, che proveniva da una radio locale, e, non avendo altro da fare, andò da lui: “Posso esserle utile? Sta cercando qualcosa di particolare?” Federico si volse, lo guardò per un attimo, un attimo abbastanza lungo a dire il vero, e rispose: “Sì.” Fu una risposta che poteva solo mettere in imbarazzo il giovane e solerte commesso assunto da soli sette giorni, il quale, schiaritasi la voce ed emesso quel colpo di tosse che dice tutto e non dice nulla, se non ‘era meglio che rimanessi alla cassa’, disse: “Che cosa di particolare?” Federico non volle essere scortese. Il giovane commesso stava dimostrando tutta la sua buona volontà. Eppure gli uscì dalle labbra una frase che forse non era il risultato di un’ottima connessione tra lingua e cervello, ma di cui comunque non si pentì: “Qualcosa di particolarmente bello.” Fu il colpo di grazia. Era come avergli dato il badile per scavarsi la fossa, dopo tanta non richiesta solerzia. Il giovane commesso arrossì e iniziò a scavare la fossa: “Ha una particolare predilezione per qualche genere?” “In tutti i generi c’è qualcosa di bello e qualcosa di brutto,” fu la risposta di Federico. Il commesso fece un passo indietro, inavvertitamente, facendo cadere due pile di volumi di bestseller collocati sul grande tavolo al centro del negozio. Federico iniziò ad aiutarlo. “No, no, no. Non si deve disturbare. Ci penso io. È stata colpa mia. Sono uno sbadato,” disse il commesso. “Non è vero. Lei non è stato affatto sbadato. Io sono stato sbadato. Sbadatissimo. L’ho innervosita. E lei ha perso il controllo dei suoi movimenti, urtando i libri. Perciò mi sento in colpa. E la sto aiutando.” Il giovane, poco abituato al lei e molto al tu e che spesso dava del tu anche a clienti che non conosceva (non c’è mai una precisa ragione per cui a uno oggi viene spontaneo dare del tu o del lei), non osava tuttavia dare del tu a quella persona che diligentemente raccoglieva insieme a lui i libri e li rimetteva altrettanto diligentemente a posto. “Fin troppo gentile” disse il commesso. “Era il minimo che potessi fare. Come ti chiami?” Eccolo, il tu. “Abramo.” “Non è un nome certamente molto comune oggi.” “Ma è comune la sua storia.” “Fammi indovinare. Dovevi essere una bambina e chiamarti Sara, ma le cose non sono andate come desiderato. Perciò Sara è diventata Abramo.” “Esatto. Per fortuna che il nome auspicato non era Margherita. Altrimenti sarei stato un Vittorio Emanuele.” “Ah ah, giusto. Piacere, Federico. Lavori da poco qui? Ci vengo spesso e non ricordo il tuo viso.” “Sostituisco una ragazza che credo si sia licenziata, quando si è sposata e poi sembra si sia trasferita; ma sono soltanto in prova.” “Si capisce allora la tua solerzia nel voler aiutare i clienti. Fai bene. Ma non sei stato fortunato oggi: ti è capitato il più antipatico.”

Il commesso rise. Il ghiaccio era rotto ormai. “Lei non è affatto antipatico. Direi piuttosto …” “Strano! … Oh, no! Scusa! Adesso ti metto di nuovo in imbarazzo. E puoi darmi del tu.” disse Federico, che poi, cambiando tono, continuò: “Dunque eravamo rimasti a …?” “Alla sottile distinzione tra particolare e bello,” disse Abramo. Federico adocchiò una delle poltroncine con lampada da lettura, che il titolare della libreria aveva voluto come nota singolare di arredo e che erano molto apprezzate dalla clientela. Le persone potevano sedersi e sfogliare comodamente i libri, prima di scegliere quali acquistare. “Peccato che tu non possa sederti – disse Federico – Avrei tante cose da dirti su questo. E mi farebbe piacere conoscere il parere di uno che vende libri.” Abramo rimase perplesso per un attimo e disse: “Non c’è nessun altro in negozio. Finché non arriva qualcuno posso ascoltarla.” “Ascoltarti. Diamoci del tu,” insistette Federico, il cui primo invito era andato evidentemente a vuoto. “Okay. Ascoltarti.” Abramo prese una sedia e la portò vicino alla poltroncina, dove Federico si era già seduto.

Federico si mise nella posizione più comoda accavallando le gambe e disse: “Una cosa particolare dovrebbe essere sempre bella. Sono arrivato alla convinzione che, se uno vive qualcosa di particolare, riesce sempre a vedervi del bello.”

“Può essere”, disse Abramo.

“Dimmi! Che cosa stai vivendo di bello adesso? Posso chiederti se hai una ragazza?”

“Ce l’ho.”

“E ovviamente è bella.”

“Lo è.”

“Ma se ti chiedo se è anche particolare, so che ti metto in imbarazzo.”

“Può essere.”

“Eh no. Non vale! Io gioco la partita in attacco e tu ti chiudi in difesa? È o non è particolare?”

“Non abbiamo detto cosa intendiamo per particolare.”

“Se è per questo, non abbiamo detto neanche che cosa intendiamo per bello, però tu hai già trovato un correlato del bello, cioè la tua ragazza. Quindi tu potresti dare una definizione del bello; quanto meno potresti dare del bello un esempio concreto e da lì partire per un tentativo di definizione. O no?”

“L’amore rende tutto bello.”

Federico sorrise. Pensò a lungo. Appoggiò il libro che aveva in mano. Accavallò le gambe. Fissò Abramo dritto negli occhi. Poi lentamente cambiò posizione: allargò le gambe, poggiò i gomiti sulle ginocchia e, continuando a fissarlo dritto negli occhi, disse con un tono di voce basso e quasi ieratico: “E il dolore no? Caspita! Il dolore ha il potere di rendere qualsiasi cosa, qualsiasi persona, qualsiasi situazione bella tanto quanto l’amore.” Federico aveva abbassato il tono di voce e pronunciato quella frase quasi come un sacerdote dal pulpito. Aveva effettivamente un’aria un po’ sacerdotale, pensava Abramo, quel curioso cliente. Il commesso non rispose e Federico lo guardò fisso negli occhi per un altro attimo, che ad Abramo parve lunghissimo. Poi continuò: “Ma forse, Abramo, tu sai già che cosa sia il dolore.” Abramo non disse nulla. Si stava rendendo conto che era in atto una fase di falsa dialettica in cui il cliente stava in realtà usando lui come pretesto per un dialogo che in realtà era con se stesso. Infatti Federico chiuse gli occhi e disse: “Se hai avuto esperienza di dolore, sai apprezzare l’amore. Come si può pretendere di riconoscere il giusto o l’equo, senza avere esperienza dell’ingiusto o dell’iniquo? Come fai a dire che una cosa è bianca, se non sai distinguere il nero? Non esistono le antinomie. Non riesco a immaginare che il pavido sia il contrario dell’audace. Per me sono due facce della stessa medaglia. L’una non può esistere senza l’altra. Non convieni?” Anche l’uso del verbo convenire aveva un sentore vagamente religioso in quel contesto. Abramo annuì con il capo. Gli sembrava di trovarsi nella singolare posizione di chi sta giocando una partita fuori casa nel negozio in cui lavorava. Federico disse: “Ti sto annoiando? Attento, se dici di no troppo presto, vuol dire che non hai riflettuto abbastanza e che la risposta potrebbe essere anche sì, l’esatto contrario.” Abramo cominciava seriamente a pensare di essere di fronte a una particolare forma di persona non del tutto a piombo, forse proprio uno squilibrato, e iniziò a guardare verso la porta, sperando che l’ingresso di un’altra persona in negozio lo salvasse, meglio ancora se bisognosa del suo aiuto: uno che non legge molto e, dovendo fare un regalo, ha bisogno di consigli; uno che legge anche troppo e vuole sapere se è già uscito il volume che attende da tempo. Insomma, un salvatore.

“Tu non stai pensando che un cliente normale debba fare quello che sto facendo io e debba dire quello che sto dicendo io. Vero?” Abramo si strinse nelle spalle ed ebbe la risposta giusta: “Non so se sia normale o no. Sicuramente inconsueto. E comunque credo che qui ci siano tanti libri che possano essere definiti particolarmente belli.”

“Ho una mia idea, molto personale. Si tratta di questo, Abramo. Un libro diventa particolarmente bello quando sei costretto ad interrompere una lettura che non avresti voluto che fosse interrotta. Quando non riesci a fermarti. Quando finisci un capitolo e desideri iniziare il successivo. Quando ti viene voglia di tornare indietro e rileggere una sequenza che ti ha colpito. Quando nel leggere senti il tuo cuore partecipare. Quando una vicenda narrata richiama momenti della tua vita o ti induce anche soltanto a pensare ad alcuni di questi. Quando, dopo averlo letto, vorresti anche tu avere la capacità di scrivere come l’autore delle pagine che hanno impresso un sigillo nella tua anima. Ma anche quando nel leggere ti rendi conto che gli occhi si sono inumiditi. Può succedere. Ti è mai capitato di leggere e di commuoverti?”

“Credo dipenda dalle sensibilità.”

“Certamente. Ma tu hai questa sensibilità?”

“Si tratta di una cosa molto personale.”

“Cosa c’è di impegnativo nell’ammettere che ci si può commuovere quando si legge?”

“Tu sei un cliente e io un commesso di una libreria: ti pare giusto che ti dica che mi commuovo se leggo qualcosa?”

“Lo faresti?”

“Forse sì.”

“Si o no?”

Abramo si girò verso la porta d’ingresso del negozio. Non rispose. Iniziò ad aprire a chiudere senza un senso libri impilati sul grande tavolo centrale. In particolare uno.”

“Che libro è?” chiese Federico.

“Si tratta di un thriller un po’ speciale di un giovane scrittore tedesco. Opera prima. Dicono che sia bello.” Aveva mentito. Non era un thriller, non era tedesco l’autore.

“Bello, ma non particolarmente bello. Convieni sul fatto che un libro bello diventi particolarmente bello quando risponde alle condizioni che ho appena elencato?”

“Credo ci sia del vero in quello che hai detto.”

“Oh insomma! Forse … credo … potrei … mi pare … sì, ma … Abramo, tu devi vendere libri e devi sapere come si consiglia una lettura non solo bella, ma particolarmente bella. Che è bella lo può dire l’agente che la pubblicizza, l’editore che la pubblica, il critico che la recensisce. Che è particolarmente bella non te lo dirà nessuno se non chi ha letto quel libro vivendolo spiritualmente, chi ha patito una sorta di attrazione e di condizionamento nervoso durante quella lettura, chi non si è vergognato di dirti che si è commosso leggendo. Se ti dicessi che un bel libro mi fa anche piangere, mi crederesti o mi riterresti una persona non in grado di controllare le proprie emozioni, una sorta di psicotico?”

“Come si fa a controllare le emozioni e ad amare la grande letteratura?”

“Abramo, ti vorrei abbracciare. Hai detto una cosa bellissima. Ti sei reso conto della grandezza di quello che hai appena detto?”

“Forse non del tutto. Mi sembra quasi naturale che sia così.”

“Naturale … mah … Perché non spirituale? La bellezza, quando è naturale, ispira interesse, suscita sicuramente attrazione, ma non coinvolge completamente sentimenti ed emozioni, non fa sognare, non rende l’oggetto ammirato unico e irripetibile. Quante cose ci sono che sono belle e naturali? Tu dici alla tua ragazza che è bella e naturale?”

“No.”

“E allora?”

“Allora dovrei dirle qualcos’altro.”

“E dovrei essere io a tirarti fuori con le tenaglie questo che hai chiamato qualcos’altro?”

“Tu credi che sia lo spirito a farci considerare qualcosa come bello?”

“No. Credo che sia lo spirito a farci considerare qualcosa come particolarmente bello. Non è forse la stessa cosa di quello che hai appena dichiarato tu, dicendo che la grande letteratura non si può amare se si controllano le emozioni? Non significa forse ammettere l’esistenza di un motore più grande che muove tutto questo? Qual è questo motore? Come lo chiameresti? Dove lo cercheresti? Come lo alimenteresti? Ecco: ripercorriamo a ritroso il cammino: come lo alimentiamo? come lo cerchiamo? come lo chiamiamo? che cos’è? Lo dici tu o lo dico io.”

“Credo sia più bravo tu.”

“Credi male e hai di te stesso un’autostima insufficiente, allora, dopo aver detto una frase di una grandezza immensa. Ma, se proprio preferisci che sia io a concludere il ragionamento, ti dico che lo alimenterei con i sogni e le emozioni che una lettura mi provoca, che lo cercherei nel cuore, che lo chiamerei spirito e che sarebbe la cosa più bella e particolare che possa aver scoperto.”

Federico si alzò. Prese il libro che Abramo svogliatamente stava aprendo e richiudendo. Ne lesse la prima pagina. “Lo compro.”

Abramo andò alla cassa, ricevette da Federico il bancomat, gli fece lo scontrino. Federico lo salutò dicendo: “Ci rivedremo.”

“Forse. Fammi sapere se ti è piaciuto il libro,” disse Abramo, inserendo tra le pagine del libro un biglietto pubblicitario della libreria, su cui scrisse il proprio indirizzo di posta elettronica.

“Solo se sarà stato particolarmente bello.”

“Giusto.”

Federico nell’uscire dal negozio si soffermò sulla copertina del romanzo acquistato: un’immagine di un grande aquilone stilizzato su un cielo di grandi nuvole bianche; su una di questa era scritto il titolo La cosa più bella della vita e su un’altra l’autore, Abramo Di Donato. Non aveva scelto a caso. Aveva capito da come il giovane apriva e chiudeva nervosamente le pagine di quel libro che si trattava di un volume diverso dagli altri. Dunque Abramo era un autore. Aprì il libro e nel risvolto della copertina lesse le brevissime note biografiche, nelle quali si diceva che Abramo Di Donato, figlio di un ingegnere e di una ricercatrice di chimica industriale, era alla sua opera prima e che si era laureato lui stesso in chimica industriale. Curioso. Davvero curioso, pensò subito Federico, che non attese di essere arrivato a casa per iniziare la lettura del volume. Ne fu rapito sin dalle prime pagine in quella giornata di nebbia che lo aveva prima portato in quel negozio, poi gli aveva fatto conoscere Abramo, una giornata nebbiosa che non era di certo un male venuto per nuocere. ‘La cosa più bella della vita’ era una ragazza di nome Roberta, attorno alla quale si intrecciava una vicenda romanzesca, ma con il taglio, spesso ironico, del saggio e della riflessione sulla bellezza. ‘Geniale!’, fu il commento che gli venne, quando, alcuni giorni dopo, ebbe finito la lettura del libro, che nel finale gli apriva interessanti prospettive di analisi e discussione. Insomma, un testo da recensire.

Passarono diversi giorni. La commessa che Abramo aveva sostituito era rientrata, oltretutto prima del tempo previsto, e Abramo si era così ritrovato senza lavoro. Stava girando senza meta per la vie del centro, quando decise di sedersi a prendere un caffè. Nell’attesa prese il cellulare e controllò la posta. Federico aveva mandato una mail, ma era un link che rimandava ad un altro sito. Scoprì che era un agente editoriale e che diversi anni prima, forse prima di intraprendere quell’attività, aveva anche scritto un romanzo, una raccolta di racconti e due saggi. Il link inviato per posta elettronica lo rinviò ad una pagina di recensioni. Federico ne scriveva qualcuna e il suo nome, Federico Stoppa, era nel lungo elenco dei collaboratori a quella pagina. Lì c’era la recensione del libro che aveva acquistato quel giorno in libreria, dopo la singolare discussione sul particolarmente bello. Era brevissima. Iniziava così: “Non me ne vogliate se vi dico che ho acquistato questo libro per caso. Ma forse non l’ho preso per uno scherzo della sorte, se penso che l’ho quasi divelto dalle mani di un giovane commesso che, tra una cosa e l’altra, mi ha rivolto questa domanda: ‘Come si fa a controllare le emozioni e ad amare la grande letteratura?’ Qualunque cosa questo giovane autore avesse intenzione di dire è veramente immensa ed è spiegata in modo originale in queste pagine. Quel giovane dalle cui mani ho preso il libro si chiama Abramo. E lui, non certo io, che non ne sono degno, vi spiegherà come sia assolutamente impossibile amare la grande letteratura, pretendendo di controllare le emozioni”. Seguiva una breve sinossi dell’opera. Abramo rispose alla mail, con il suo solito stile un po’ laconico, mai troppo verboso: “Grazie mille per le belle parole. Belle e, credo, particolari.” Immediata la risposta di Federico: “Era il minimo che potessi fare. Finalmente siamo arrivati al dunque. Il bello diventa particolarmente bello, quando alle solite categorie accademiche, che noiosamente leggiamo sui saggi e sui manuali, si aggiunge qualcosa di tuo, che lo scrivi, qualcosa di mio, che lo leggo, e nasce una condivisione dello spirito. Questo libro lo è. Complimenti. Faremo una presentazione pubblica al più presto e ci sarò anch’io, Abramo.” E nacque un’amicizia.

© 2018. Stefano Tramonti

La Distesa Solitaria

Cogliere lo spirito di una terra è possibile solo se la si vive? Esiste un genius loci? Sì. Esiste. L’ho già più volte scritto ed io stesso lo cerco laddove possibile. Certo, si può vivere anche letterariamente una terra e darne al lettore un’immagine, appunto, soltanto letteraria e assolutamente fittizia. Ma non sarà mai la stessa che vi può dare una persona che quella terra ha calcato giorno per giorno, di cui conosce i modi di vivere, di cui riconosce le persone anche solo per il modo in cui vi salutano, per il modo in cui vestono, parlano, si divertono. E infatti l’Alaska che si delinea pagina dopo pagina ne Il grande inverno di Kristin Hannah è quello che sui libri di scuola si chiamerebbe un paesaggio dell’anima, un paesaggio che partecipa di una vicenda che nel suo incredibile intreccio di dolore rappresenta in modo perfetto sul piano narrativo sentimenti come l’angoscia e il patire; percezioni che derivano non da se stessi, ma dalla convivenza con loro di chi li deve subire nel proprio corpo e che è costretto ad alimentare in se stesso come serpi che si cibano a piccoli brani della sua anima. Gli anni Sessanta finiscono per la storia del Stati Uniti con il Vietnam e con le conseguenze che nelle anime tale conflitto ha lasciato. E questo, lo sappiamo, ha dato tanto alla cultura di quegli anni e di quelli immediatamente successivi. In queste pagine si dà un altro contributo. L’ex militare ed ex prigioniero di guerra, l’eroe pluridecorato Ernt Allbright ne esce sconvolto, distrutto, annullato e il suo sconvolgimento mentale avvolge un’intera famiglia, che a lui è legata da spire inestricabili e da lui non vuole proprio districarsi. Il dolore di Ernt avvolge in un amore insano l’affetto di Cosa e Leni, che lui odia amando e che loro amano odiando. Un crescendo di situazioni drammatiche in un paesaggio limite, dove nessuna delle categorie che l’uomo moderno dà per scontate e acquisite posso avere un valore, dove la breve estate viene vissuta non come godimento e vacanza, ma come occasione per l’ansiosa raccolta di tutto quanto serve per un lungo e famelico inverno che ogni anno miete vittime, dove il vicino di casa deve essere per forza, ti piaccia o no, il tuo migliore amico, perché solo lui può salvarti da “mille modi in cui in Alaska si può morire”. Amore e dolore si avvicendano nel rapporto tra Ernt e la moglie Cora, tra Ernt e la figlia Leni, tra Leni e l’amico Matthew, due sentimenti che solo quel paesaggio riesce a rendere indistinguibili l’uno dall’altro. L’Alaska, la Distesa Solitaria, il paesaggio scelto da chi ha bisogno, come Ernt, di isolarsi dal mondo nemico e che vede il nemico ovunque, non appare come spazio narrativo solo nelle pagine iniziali e nelle pagine che precedono la conclusione. L’Alaska, necessità per Ernt, sogno per Leni e Cora, domina la scena con i suoi monti, le sue coste, i suoi ghiacci, i suoi inimmaginabili inverni, i suoi personaggi altrove introvabili, perché solo lì probabili. Questo è il punto di forza del romanzo, la cui trama tiene avvinto il lettore proprio per la capacità dell’autrice di disegnare sempre quinte mai inerti; quel ghiaccio uccide, quegli orsi e quei lupi condizionano le vita, quel buio che non finisce mai, che uccide piano piano e avvolge tutto è all’origine delle vicende che sconvolgono le vite di Ernt e di chi con lui deve convivere, la moglie Cora e la figlia Leni, le due figure femminili, due icone di un dolore di fronte al quale mai ci si arrende, che esse si trasfigurano in amore previa immancabile espiazione, che dominano la scena dall’inizio alla fine. Insomma, non mi sono certamente annoiato. Anzi. Kristin Hannah, Il grande inverno, Mondadori, Milano 2018, resterà il ricordo di un buon libro.

Abbarbicati

Resto qui di Marco Balzano (Einaudi 2018) racconta una storia di radici, di gente di montagna, di abbarbicati, che attraversano la guerra, che vivono una delicata realtà di confine, gente che soffre per quelle lacerazioni e per quelle divisioni su cui già per decenni si è scritto e che, in forme diverse, tutte le nostre famiglie in Italia hanno vissuto, metabolizzandole chi in un modo chi nell’altro, talora superandole, talora no. Dietro la vicenda di Trina c’è quella di un paese cancellato da una diga, di una storia che vede passare guerre, governi e ideologie totalitarie e altre che pretendono di presentarsi democratiche cambiando le forme a sostanze che restano quelle di prima, forme di potere ‘vissute dal basso’, dal punto di vista di semplici valligiani, forme di potere che nelle teorie politiche si dichiarano avversarie, ma che per i montanari producono alla fine lo stesso risultato: a Roma cambia chi comanda, ma gli amministratori, dopo la sosta della guerra, riprendono tutti i progetti di prima, come se nulla fosse successo. Cambiano le uniformi di chi fa rispettare una legge lontana, ma le tute da lavoro di chi realizza quelle leggi sono le stesse di prima. Il libro presenta una narrazione fluida dall’inizio alla fine, senza mai una caduta di tensione, senza mai scadere in eccessi, senza dover mai usare la tecnica dell’elastico della tensione che, se troppo tesa, occorre che sia allentata, perché l’elastico non si rompa; di forte impatto emotivo risulta la forma quasi epistolare che il racconto assume nel dialogo a distanza tra madre e figlia emigrata. Manca, nondimeno, un elemento per me. E chi ama la montagna e ha imparato negli anni a viverla avverte questa carenza. Non si può parlare di persone di montagna senza dimostrare di amare quel paesaggio in un modo diverso da quello del turista che di Curon oggi vede solo il campanile, che spunta dalle acque del lago di diga, il bacino artificiale che di quel paese ha di fatto cancellato radici secolari. E anche quella copertina, con la foto del noto campanile della chiesa del paese sommerso, purtroppo offre una sgradevole sensazione ‘turistica’, quasi da home page di un sito che pubblicizza vacanze. Si poteva graficamente fare di meglio. Quell’immagine appare in certo senso appiccicata lì, come se non si fosse voluto fare lo sforzo di trovare altro: quell’immagine non riesce a rendere la profondità del dramma di una comunità che noi, passando disattenti e distratti, sulla strada del passo Resia, meritiamo di conoscere come sicuramente Marco Balzano ha fatto prima di scrivere il libro (lo dichiara nella postfazione). La figura di Trina e quella di Erich, i paesani, i loro figli, i parenti, la vita del piccolo paese, la resistenza di Trina fino alla fine, il suo antieroismo che assume le forme di un eroismo più vivo di quello del più coriaceo e combattivo Erich, tutto viene raccontato attraverso personaggi ben caratterizzati, ma che si muovono su una quinta sostanzialmente inerte. Non dovrebbe essere così: quella quinta è un paesaggio vivo, quel paesaggio viene colpito e stravolto, quella valle viene completamente snaturata; meriterebbe uno spazio maggiore, diverso, più vivo e meno anonimo questo contesto ambientale, non foss’altro per il ruolo narrativo che svolge dietro e sotto tutta la vicenda. Un buon voto al libro, ma alla fine della lettura resta l’impressione che qualcosa manchi.

Non è bello esultare per la sconfitta della ragione, ma talvolta occorre

Saper scrivere mescolando stili e generi è cosa solitamente gradita al lettore appassionato di oggi. Matt Haigh lo fa in Come fermare il tempo (Edizioni e/o 2018): quello che ha come protagonista Tom può essere un esempio di letteratura di viaggio nel tempo, la presenza della società segreta degli Albatros e del personaggio, sicuramente ben riuscito, di Hendrich ne fa per certi aspetti una spy story; ma questo libro è anche una storia d’amore, un amore impossibile per la sindrome di cui soffre il protagonista costretto a lasciare l’amata Rose, un viaggio nel dolore alla ricerca della figlia Marion, affetta dalla sua stessa disfunzione, se vogliamo anche un romanzo storico, nel momento in cui il protagonista è costretto a vivere dall’età elisabettiana fino ai nostri tempi; ma il fatto che Tom sia insegnante di storia non è una scelta casuale, nella misura in cui il Tempo, che è il protagonista multiforme della Storia, diventa il vero referente delle pagine forse più dense e meglio riuscite di questo libro. E la sua professione gli tende quelle trappole che il senso di colpa puntualmente dissemina nella vita di ognuno: Tom deve parlare da professore di momenti della storia di cui è stato protagonista e che non ha dovuto studiare sui libri; e il modo in cui riesce a rendere viva la Storia non deve tradirlo. Questa è tra tutte le situazioni paradossali che Tom vive forse la più tragica. L’autore nella postfazione arriva, in questo contesto di paradosso in cui si vive inseriti sin dalla prima pagina, a parlare del libro quasi come se fosse il risultato di una seduta nello studio di uno psicoterapeuta. Una lettura plausibile. Sì, perché il libro affronta il delicato tema del valore educativo del tempo, della memoria, delle rispetto della differenza, di chi avrebbe qualcosa da insegnare ma non lo fa; e questa analisi avviene in modo profondo, rendendo il personaggio di Tom sempre più complesso e sofferente per questa sua condizione, che lui è costretto a vivere in modo sempre paradossale, sempre in bilico tra un presente che non prende mai forma e un passato ingombrante e doloroso che di forme ne ha fin troppe. Ed è per questo che vorrei che l’analisi del volume si concentrasse sul destino del protagonista condizionato dalla sindrome dell’anageria, invenzione letteraria che rappresenta il contrario della sindrome dell’invecchiamento precoce. Tom ha una possibilità che pochi possono avere, quella di vivere attraverso la Storia, fino al punto di poterla insegnare. La sua vita è come controllata da Hendrich, che nella prime righe presenta subito senza mezzi termini, con tutto il lessico del paradosso e con toni che oserei definire quasi pirandelliani, cosa significa soffrire di questa disfunzione, rivolgendosi a Tom: «Bene. Naturalmente hai il permesso di amare il cibo, la musica, lo champagne e i rari pomeriggi soleggiati di ottobre. Puoi amare lo spettacolo delle cascate e l’odore dei vecchi libri, ma l’amore per gli esseri umani è vietato. Siamo intesi? Non creare legami con il tuo prossimo, e vedi di affezionarti il meno possibile alle persone che incontri. Perché altrimenti finirai col perdere lentamente la ragione.” Tom dunque deve decidere tra l’amore e la ragione. Per secoli ha scelto la ragione, per secoli ha obbedito a Hendrich, per secoli è vissuto secondo la logica ferrea degli ‘alba’, incompatibile con quella dei comuni mortali, le ‘effimere’, arrivando a dover abbandonare la donna che aveva amato, un’effimera, e la figlia che aveva avuto, un alba come lui. Un atto d’accusa a tutto il male che la superstizione nei secoli ha riversato su ogni persona che avesse una qualche carica di differenza. Lui non invecchia e come tale è differente, e questa sua natura differente ne fa, quasi automaticamente e senza alcuna possibilità di appello, una delle raffigurazioni popolari che il demoniaco può assumere nella vita; la madre che, facendolo nascere, lo ha reso affetto da questa disfunzione, è naturalmente una strega e come tale deve essere giustiziata. Si può cantare un inno alla differenza in tanti modi; Haigh lo fa attraverso l’invenzione letteraria del paradosso dell’anageria.

Insomma, per tornare al punto di partenza, questo libro intende percorrere una strada a metà strada tra il romanzo psicologico e il romanzo d’amore, con inserti di altri generi, senza poter essere incasellato. Ed è un suo merito, evidenziato del resto da tanti altri che lo hanno già recensito. Ma quello che resta alla fine dopo questa lettura, composta di frammenti di memoria e di intersezioni nel passato, è proprio la riflessione sul Tempo, che nel suo aspetto paradossale di lungo viaggio nella storia termina con un elogio di un presente tanto effimero quanto inconsistente. Una sorta di sconfitta della ragione in nome dell’amore. Non so cosa succederà a voi dopo averlo letto; vi dico quello che è successo a me: ho ripreso in mano l’undicesimo libro delle Confessioni di Agostino.

Il nascondiglio

Bisogna avere moglie, figli, sostanze e soprattutto la salute, se si può; ma non attaccarvisi in maniera che ne dipenda la nostra felicità. Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine. Là noi dobbiamo trattenerci abitualmente con noi stessi, e tanto privatamente che nessuna conversazione o comunicazione con altri vi trovi luogo; ivi discorrere e ridere come se fossimo senza moglie, senza figli e senza sostanze. Noi abbiamo un’anima capace di ripiegarsi in se stessa; essa può farsi compagnia; ha i mezzi per assalire e difendere, per ricevere e per donare, non dobbiamo temere di marcire d’ozio noioso in questa solitudine.

Michel de Montaigne, Saggi

Qualcuno mi ha chiesto quale sia il significato del nome di questo blog. Ecco. C’è qualcuno più importante di me che ve lo può spiegare, sicuramente meglio di come ve lo avrei detto io.

Basta non pretendere mai che sia troppo veritiero quello che in partenza ha già il germe della finzione, la premessa di una metamorfosi, la tendenza al cambiamento. Nascondiglio, dunque, non per scomparire, ma nell’intendimento di ricomparire altrove, meglio ancora se con le tre B, più belli, più bravi e più buoni di prima.

Ancora un viaggio, ancora un’anima in viaggio

Soltanto un lessico nautico troppo tecnico e forse anche un po’ troppo esibito rende ostici alcuni passi di quest’opera, i cui pregi però alla fine s’impongono, grazie alla maestria con cui si dipana il rapporto di rivalità a distanza tra il protagonista e l’antagonista, nei più semplice degli schemi narrativi, che vogliono la presenza di un buono e di un cattivo. Ma quel buono, il dottor Patrick Sumner, e quel cattivo, il marinaio Henry Drax, si trovano insieme sulla stessa nave, in balia della stessa umanità disperata che porta una baleniera a solcare i mari del nord. Due figure che la scrittura di Ian McGuire pennella in tutte le loro sfumature. Di meno particolari ha sempre bisogno il cattivo. E così alla fine è. La sua turpitudine non conosce quel limite che nemmeno la sua raffigurazione letteraria riceve: il che è una nota di merito che il lettore appassionato riconosce allo scrittore. Ma è soprattutto la complessità della figura di Sumner a rimanere scolpita con la sua bellezza delicata e un po’ misteriosa e a riportare spesso avanti e indietro la lettura per meglio comprenderla. Un senso di colpa, generatosi in un passato trascorso come medico militare in India, un dolore dell’anima che assilla e travolge fino al punto di accettare il lavoro considerato più inutile: medico di bordo di una baleniera dove si lotta per sopravvivere e dove chi non è degno di combattere per sopravvivere non è nemmeno degno delle cure di un medico. Quasi un’espiazione diventa la scelta di Sumner. Del resto, è noto che le ricette migliori sono quelle che amalgamo gli ingredienti: e così, dal sapere realizzare con indubbia sagacia espressiva una commistione tra racconto d’avventura e di viaggio, in un ambiente caratterizzato narrativamente sempre come estremo, dominato dalle bettole e dai porti prima, dal mare e dal ghiaccio dopo, e romanzo psicologico, dalla somma di caratteri umani spesso impossibili da coniugare, improbabili da trovare insieme, esce una lettura di quelle che risulta sempre difficile interrompere. E un libro che non si vorrebbe mai interrompere come lo si giudica di solito? Le acque del norddi Ian McGuire (Einaudi 2018) sono una rotta sicuramente assai agevole da percorrere tra le pagine del libro da parte di un lettore dal palato abbastanza affinato alla buona letteratura, sicuramente più agevole di quanto non lo sia stato per la ciurma dei suoi personaggi.

Blog su WordPress.com.

Su ↑