Destini

Tutti siamo stati a scuola, più o meno. Tutti ricordiamo qualcosa di quegli anni, più o meno. Giovanni non ricordava più o meno. Ricordava tutto nei minimi dettagli. Soprattutto alcuni anni della scuola. E li ricordava bene. Aveva conservato solo un amico di quegli anni. Era proprio un ex compagno di classe. Si chiama Simone. Ed ora insegnava.

Le classi scolastiche, per chi con un po’ di esperienza le conosce bene avendole vissute da tutte e le due le parti della barricata, come gli ricordava proprio Simone, sono dei gruppi in cui ci può essere di tutto, ma di solito c i sono due campioni della condizione umana che non mancano mai in quei gruppi: lo sfigato, che è quasi sempre maschio e oggetto della comune denigrazione, e la bella delle belle, oggetto del comune desiderio, che è quasi sempre femmina. Fin qui nulla di particolarmente eclatante, se non per un particolare che diventa di una certa importanza soltanto con il senno di poi, ossia per il fatto che, mentre per colui che si fosse trovato nella prima categoria tutto sarebbe stato maledettamente più difficile, tutte le porte si sarebbero invece aperte quasi da sole per quella che si fosse trovata nella seconda categoria. Ma anche in questo, si dice, non scopriamo certamente l’acqua calda. Le cose, invece si vanno a complicare un po’ se lo sfigato della classe si va innamorare proprio della bella della classe. Allora l’intrigo si fa interessante. Anche perché in questo caso lo sfigato, alla resa dei conti, tale non fu nella vita, mentre per la belle delle belle le cose non andarono come da copione e come quasi tutti allora si sarebbero attesi.

Il fatto capitò a Giovanni Stramba, innamoratosi di Stefania Venturini, in terza, nella scuola media di Castelbianco all’imbocco della valle. Siamo in una di quelle tante cittadine dell’opulenta provincia nostrana, ricca di commercio e artigianato e tante piccole imprese. Giovanni era figlio unico di un tecnico specializzato, che lavorava, con uno stipendio da non lamentarsi, come ex dipendente, poi divenuto socio, di una ditta di impianti di riscaldamento e climatizzazione, e di una collaboratrice scolastica di quello stesso istituto frequentato da Giovanni, che oltre alle medie comprendeva anche le elementari e la scuola dell’infanzia. E Gio, quella scala, l’aveva percorsa tutta: asilo, elementari, medie. La mamma era affetta da una malattia neuromotoria degenerativa e la casa era in gran parte sulla spalle del babbo, che aveva un discreto aiuto da Giovanni. Oltre a non essere certamente un Adone, piccolo di statura e un po’ sovrappeso per eccesso di patatine, oltre ad essere balbuziente a tal punto che non fu possibile correggere il difetto (per quanto alcuni sostengano che lui non volle farselo correggere e un giorno persino ruttò in faccia alla logopedista per dispetto, mettendo fine per sempre alla noiosa serie di esercizi), Giovanni aveva anche un altro neo imperdonabile: era infallibile dalla lunetta nelle partitelle di basket che si giocavano nelle ore di educazione fisica. Forse il contropiede non era proprio la sua specialità, perché non amava faticare per correre, forse il recupero sotto canestro in difesa non lo era perché la mamma si era dimenticata troppi centimetri, fatto sta che a cercar fallo in attacco e a tirare dalla lunetta era un vero mostro. Un cecchino infallibile. Sì, propio lui, Giovanni, il nerd più nerd che si possa immaginare, il secchione, l’orso che nell’intervallo restava sul banco a studiare, il ragazzo un po’ cicciotto, quello che arrivava e usciva sempre da solo da scuola. “Oggi abbia-abbia-abbiamo vi-vinto pro-pro-prio grazie m-m-me”: erano le parole con cui ogni volta cercava inutilmente di convincere la prof di educazione fisica di quella verità che neppure lei mai aveva voluto ammettere. Ma mai nessuno, non solo lei, l’avrebbe mai ammessa. Quel tipo alto un metro e un tappo, fatto a forma di botolo, e che parla in modo buffo non può far vincere una squadra in una partita di pallacanestro.

Quanto alla balbuzie, che gli aveva procurato, tra i tanti, il più odioso dei soprannomi, Gio Bababà, la mamma avrebbe insistito per la cura, ma il babbo era arrivato alla conclusione che l’accanimento terapeutico, dopo tanti anni di modestissimi risultati e una collaborazione quasi nulla da parte del diretto interessato, avrebbe potuto avere soltanto un contraccolpo negativo sulla psicologia di un adolescente sensibile come in realtà era Giovanni, seriamente preoccupato più per la mamma che per il propio bababà.

Se vi dico che Giovanni rimase cotto di Stefania quando la ragazza invitò tutti i compagni al suo tredicesimo compleanno a casa sua, vi assicuro che quella che vi racconto non è la versione moderna della storia del topo di campagna e di quello di città. La storia è di quelle che hanno un loro perché, ma un perché insolito, un po’ speciale. Può essere una storia naturale, forse anche scontata e noiosa per qualcuno, può essere una storia triste, può esserlo senza se e senza ma, ma è una storia che merita, perché alla fine Simone da quella vicenda dell’amico Gio ebbe una bella lezione, una di quelle che non si dimenticano.

Insomma, vi ho già detto che cosa successe. Si era sotto Natale. E sotto casa di Stefania il clima natalizio si sentiva tutto. Eccome. E tutto era come da copione: il centro del paese era addobbato e illuminato e pieno di gente che si lamentava di regali fatti perché dovuti e non desiderati, i negozianti mai abbastanza felici degli incassi, il parroco era arrabbiato e tuonava parole inutili contro il consumismo che rovinava lo spirito del Natale, il cinema pieno come non mai di film per persone il cui requisito era un quoziente intellettivo zero, la neve che, chissà perché, esisteva solo nelle pubblicità in televisione, la mamma che altro non aspettava che l’annuale rito di vedere con il marito Una poltrona per due, il babbo che sicuramente avrebbe lavorato fino a tardi, così almeno diceva. Anche a casa di Giovanni ovviamente si era sotto Natale, ma nulla era diverso dagli altri giorni, se non per il fatto che i dolci, che faceva il babbo perché la mamma stava ormai perdendo le forze per cucinare, erano i più buoni del mondo, proprio perché avevano il sapore di un sacrificio che (loro tre non lo sapevano o forse, se anche l’avessero saputo, mai l’avrebbero sbandierato su facebook) avrebbe meglio di tante lucine e tanti addobbi espresso quello che si chiama lo spirito del Natale. Insomma, tutto come in decine e decine di altre famiglie.

Ebbene, il compleanno di Stefania Venturini … Durante la festa si mangiò e si ballò. Erano quelle le due attività possibili. Giovanni stava seduto su una sedia. Non avendo nessuna voglia di ballare, secondo la sua versione, ma in realtà non avendo nessuno che lo considerasse, insomma, tra le due possibili attività, ballare e mangiare, non scartò certamente la seconda, anche perché davvero notevoli erano le leccornie che offriva il lauto buffet, proprio lì accanto alla sedia su cui era strategicamente e non affatto casualmente appollaiato. E proprio mentre aveva appena risolto l’indecisione tra una pizzetta con le acciughe e l’ennesimo salatino ai würstel di cui era ghiotto e che anche il babbo era diventato per forza di necessità bravissimo a preparare, Stefania gli si avvicinò e gli prese le mani tra le sue dicendogli: “Su, Gio, balliamo insieme?” Giovanni, dopo aver deglutito tutto intero il salatino ai würstel su cui era caduta la scelta e che aveva appena addentato, cercò di trovare le parole per rispondere: “Va be-be-be …..” Niente da fare. “Va bene, lo dico io,” disse Stefania e lo tirò a forza verso di sé. Lo scombussolamento che Giovanni sentì dentro di sé fu qualcosa di inebriante. Il volteggiare di Stefania, nella sua bellezza di ragazza cui non mancava nulla di quello che poteva piacere a un ragazzo di tredici anni, a cui forse invece mancava ancora tutto, ebbe su di lui l’effetto di una piattaforma di lancio su un missile. Lei girava di qua e di là facendogli immaginare mondi e lui volava in orbita con quel maledetto salatino, ingoiato alla disperata, che non ne voleva proprio più sapere di andare giù.

Come le cose andarono Giovanni non avrebbe mai più ricordato. Glielo raccontò il giorno dopo Simone, che era lì presente, invitato lui pure. A Giovanni venne data una canna senza che lui sapesse neanche che cosa fosse. La fumò. Forse qualcosa di strano era successo, dal momento che la sua memoria era andata in tilt. Fatto sta che, quando Stefania per la seconda volta lo portò in mezzo alla sala a ballare con la musica che era notevolmente salita di volume, Giovanni, del tutto in balia di forze a lui oscure, perse in un attimo ogni freno e le diede un bacio. Le tre righe rosse del ceffone che ebbe in cambio sarebbero rimaste per giorni sulla guancia destra, dalla forza con la quale si era stato stampato sopra. Lo schiaffo fu dato seriamente? Stefania rideva. Gio ricordava solo quello. La ragazza rideva da spanciarsi, dopo avergli dato lo schiaffo. Lì tutto nacque e lì tutto sarebbe finito, se quel marchio non gli avesse procurato da quel giorno, come se qualcuno avesse sentito la mancanza di argomenti per denigrarlo ulteriormente, il nomignolo stile pellerossa di Toro Guancia Rossa, che si aggiungeva a Palla di pelo (era rotondetto e un po’ più peloso della media) e al più odioso di tutti Gio Bababà, odioso naturalmente perché non esiste nulla di più odioso di ciò che colpisce quello di cui tu soffri di più. E Giovanni per la sua balbuzie soffriva davvero tanto, benché fosse diventato bravo a non darlo a intendere. Quella sera non avrebbe dormito, per Stefania ovviamente, perché la memoria del ceffone si sarebbe risvegliata soltanto con il passare delle ore e con l’aiuto di Simone il giorno dopo, nel corso della telefonata che ridiede vita ai frammenti sparsi che vagavano ancora senza meta e non riuscivano a trovare un loro posto nella memoria devastata di Giovanni.

Simone e l’amico avevano ricordato l’episodio della loro adolescenza seduti nello studio di Giovanni. Simone era l’unico dei compagni di classe con cui Giovanni in quegli anni lontani avesse intrattenuto rapporti. “E che fi-fine ha fa-fatto qu-quella Ste-ste-stefania?” chiese Giovanni con la sua balbuzie aggravatasi sensibilmente con gli anni. Simone guardò l’orologio, come per cercare di prendere tempo. Giovanni evidentemente proprio non sapeva nulla. Era stato lui a vedere Simone nella sala con il numero in mano in attesa di essere chiamato alla cassa. Lo aveva riconosciuto e gli aveva detto di venire a fare due chiacchiere con lui, che aveva un po’ di tempo libero. Simone rimase allibito quando Giovanni lo fece entrare in un grande studio con la targhetta “Direttore” e lo fece accomodare su una poltrona in pelle dal lato opposto di una scrivania in cristallo sicuramente di ricercato design. Dunque Giovanni Stramba era il direttore della sua banca e lui neanche lo sapeva. Inizialmente in quel ruolo di cliente nello studio del direttore della sua banca, suo ex amico e compagno di scuola di tantissimi anni prima, Simone si era trovato un po’ a disagio e in imbarazzo. Le situazioni avevano assunto una tale velocità in quei minuti che i pensieri erano stati superati e Simone non era riuscito a porsi domande, né tanto meno a darsi risposte. Poi Giovanni, dimostrando un irriconoscibile savoir faire, usando eleganza e cortesia sobrie e non affettate, lo aveva messo a suo agio, gli aveva fatto offrire un caffè dalla segretaria e lo aveva lasciato parlare. Ma quella domanda era stata un colpo duro da digerire per Simone. Giovanni se ne accorse e disse: “Se-se non vu-vuoi pa-parlarne, se c’è qua-qualcosa c-c-c- …. – occorse un respiro per poter procedere – che non de-devo sa-sapere, n-n-non fa nu-nulla. P-p- … – altro respiro – Parliamo d’altro, Si-simone.”

“No. Non sono segreti. Sono soltanto vicende di quelle che fanno male, ma non sono segreti. Anzi, parlarne credo faccia anche bene. Credevo che tu sapessi. In effetti, sei stato fuori tanti anni per la tua carriera. Stefania ed io ci mettemmo insieme in quarta superiore al liceo scientifico. Tu andasti al classico e ci vedemmo meno. Siamo stati insieme per tutta l’università e anche dopo. Poi lei iniziò a frequentare compagnie nuove, un po’ alternative, rompendo quasi del tutto i rapporti con la sua famiglia, che nel frattempo si era sfasciata: i genitori si separarono, la madre pensò solo a mettere le mani sulle cospicue ricchezze del padre, che presto divenne una specie di larva d’uomo e finì in una casa per etilisti cronici in preda alla depressione. Piano piano Stefania diventò strana, iniziò a fumare roba sempre più pesante e ci perdemmo di vista. Avevo già da tempo capito che tutto si stava spegnendo, ma non volli rassegnarmi. Ne ero innamorato come il primo giorno. E invece le cose non andarono come nei romanzi rosa, caro Gio. Un giorno la trovai sul giornale: era uscita gravemente ferita da un incidente stradale alle quattro del mattino, piena di cocaina, alcool, insomma completamente sballata. Quello che guidava e che me l’aveva portata via morì sul colpo. Era più fatto di lei. Stefania morì dopo due giorni in ospedale. E tu invece, il vecchio Gio Stramba, … beh, vedendo tutto questo, cosa dovrei dire adesso?”

Giovanni non commentò e disse a Simone: “Mi di-dispiace tanto. E t-ti chiedo scu-scusa per la do-domanda. Non era m-mia intenzione.” Si alzò dalla sedia. Chiamò la segretaria che gli ricordò che mancavano dieci minuti alla riunione. Simone capì di doversi alzare. I due si scambiarono i numeri di telefono intenti a riannodare i legami. Si salutarono e Simone uscì dallo studio. Mentre stava uscendo in strada gli arrivò un messaggio da Giovanni:

“Credo di sapere a che cosa stai pensando adesso, dopo quel tuo ‘e tu invece.’ … Non fidarti mai delle apparenze, Simone. Una buona carriera non cancellerà mai il passato. Hai visto foto di belle famiglie con bambini in vacanza nei mio studio? Non ce ne sono. Hai visto foto di momenti felici della mia vita? No, perché la mia felicità è tutto quello che hai appena visto. Vieni a trovarmi quando vuoi. Mi farà sempre piacere. Oppure usa questa chat. Che invenzione le chat! Qui sopra almeno Gio Bababà non avrà bisogno del doppio del tempo per farsi capire.”

Dietro l’ironia c’è sempre qualcosa da svelare, pensò Simone. L’ironia spesso fa sorridere, ma poi potrebbe far pentire di averlo fatto. Simone aveva sorriso, ma non non aveva alcun bisogno di pentirsi di aver sorriso.

“Va bene, Gio. Ma io non ti ho mai chiamato così.”

“Lo so bene, amico mio.”

© 2019. Stefano Tramonti

Featured post

Il volo dell’aquilone

Dopo aver scritto per tanti anni racconti, una selezione dei quali ha avuto una sua vita qui sopra, è uscito il mio primo romanzo Il volo dell’aquilone. E dopo aver scritto recensioni dei libri degli altri, aver letto pagine su pagine di letteratura di tutti i paesi e di tutti i tempi, dovrei dire qualcosa del mio libro, perché, come avviene per tutti gli autori, anche a me non dispiacerebbe avere qualche lettore. Ebbene, si tratta di un romanzo che ha come protagonista una di quelle persone che oggi si chiamano speciali, per non usare parole che potrebbero essere avvertite come politicamente, socialmente e culturalmente non corrette. Giulia è speciale per colpa di una di quelle intermittenze del tempo che la costringe a vedere tutto da un punto di vista originale e non convenzionale, diverso e proprio per questo privilegiato. Il babbo di una sua amica, appassionato costruttore di aquiloni che nella sua vita assumono un significato del tutto particolare, porta un giorno le due bambine a giocare con uno di questi oggetti da lui realizzati. Ma il destino ha altri piani per Giulia e da qui inizierà un cammino nuovo, più difficile, in cui tutto, soprattutto l’amicizia e le relazioni con le persone, assumerà un significato diverso e richiederà l’adozione di un punto di osservazione del tutto lontano dalle più trite convenzioni. La vita di Giulia scorre secondo un principio che lei stessa ha formulato: è la teoria dei paletti. Le barriere, gli ostacoli, le nuove difficoltà della vita non sopportano classificazioni, né schematizzazioni, né, tanto meno, generalizzazioni. Sono di due tipi i paletti di Giulia. Alcuni non possono essere spostati e vanno guardati con rispetto, mai con paura, né tanto meno con rassegnazione. Altri invece possono essere spostati e allora costituiscono traguardi sempre nuovi, ragioni di vita da assaporare ora dopo ora, giorno dopo giorno, incontro dopo incontro. E Roberto sarà uno di questi incontri, quello che convincerà Giulia non soltanto di quanto sia vera la sua teoria dei paletti, ma anche di quanto sia facile sbagliare nel momento in cui li si assegna a questa o a quella categoria. L’amore era uno di questi paletti. Erroneamente era stato ritenuto appartenente alla categoria di quelli fissi; e invece, grazie a Roberto, si è spostato in avanti. Una storia d’amore sì, ma una medaglia che ha il suo rovescio: si tratta del dolore che dal giorno in cui la vita di Giulia si è spezzata in due avvince colui che se ne ritiene causa, il babbo della sua amica; e il dolore vissuto nel senso di colpa finisce per straziare la vita di questa persona, già provata dal destino, proprio nel momento in cui Giulia ottiene il riscatto più bello. Ne nasce un secondo filone narrativo che conferisce al racconto l’andamento di un sogno, oppure di una favola, se preferite. Insomma, la storia di una ragazza speciale, ma non solo. Una storia d’amore vissuta fuori dai tutti i canoni convenzionali. Ma soprattutto un grido di libertà del tutto originale che assume come simbolo proprio l’aquilone, che cercherà di prendere il volo tra tante difficoltà, sapendo che la sua sopravvivenza dipenderà soltanto dalla sagacia di chi, con i piedi ben piantati per terra, ne terrà il filo. Un amore. Un inno all’ascolto. Un volo che spero vogliate tutti provare a comprendere. Questo è quello che pensa chi ha scritto il libro. Voi potrete avere altre idee. Se leggerete e scriverete qualcosa su quello che avrete letto, ne terrò conto e ve ne sarò immensamente riconoscente.

S. Tramonti, Il volo dell’aquilone, Youcanprint, Lecce 2019

https://www.youcanprint.it/fiction-psicologico/il-volo-dellaquilone-9788831633666.html

Featured post

Le peste sulla neve non andrebbero mai cancellate

Se vi dovesse capitare di vedermi sorridere “sotto i baffi” (che non ho), come dicono alcuni miei amici e colleghi, quando sento qualcuno parlare di montagna e dire che ne è un appassionato, perché ci va in inverno a sciare o in estate a fare passeggiate, escursioni o scalate, non pensate che lo faccia per snobismo intellettualistico; la stessa cosa vale per quando vi dico che dovreste prima leggere qualche opera di Mario Rigoni Stern, soprattutto i racconti. Se mi comporto così è perché non trovo parole per dire che quella persona che sceglie l’albergo su internet è lontana anni luce dalla ‘passione’ per la montagna. Dovrebbe dire che le piace sciare nelle vacanze natalizie o nelle settimane bianche (sostituite ormai dai fine settimana di un turismo usa e getta, più economico ma anche più dannoso per un ambiente che diventa fragile solo se vissuto senza rispetto), che le piace fare escursioni e passeggiate nelle vacanze estive (ridotte anch’esse a pochi giorni di strade intasate, non pensate per reggere un traffico di tale entità). Passione, per me, è ben altro. Una caduta in bici in discesa, che ha riesumato nel corpo zombie di un passato destinato a non passare, non mi ha fatto odiare la montagna; al contrario: mi ha indotto ad amarla ancora di più. Perché? Esiste una risposta? Non lo so e non pretendo di averla. Una cosa potrei aggiungere come una specie di prologo a quanto poi vi dirò. Ho sempre pensato che avere un cinquanta per cento del mio sangue con il sapore terragno della bassa ravennate e l’altro cinquanta per cento con quello montano del versante fiorentino dello stesso Appennino, su cui da tempo scorrazzo in bici da corsa o sul rampichino, abbia lasciato delle tracce, sin dagli anni della mia formazione, che con quella stessa Toscana hanno un importante debito, in tutti i sensi. Se a queste persone dico di leggere le opere di Mario Rigoni Stern “e poi ne riparliamo”, vi assicuro che non è certamente per snobismo intellettualistico. Credetemi. Fidatevi di quel che vi dico. Ho conosciuto di persona lo scrittore e chi qualcosa sa di lui non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

Ecco perché rileggere a distanza di tempo e tutto d’un fiato le due raccolte di racconti Il bosco degli urogalli (1962) e Uomini, boschi e api (1980) e scoprire Aspettando l’alba (2004) non serve solo per apprezzare uno stile del narrare decisamente particolare nella sua disarmante semplicità; non serve neppure soltanto per chiedersi se l’autore, quando scriveva, davvero pensava in italiano e non in cimbro, l’antica lingua di origine germanica parlata nel vicentino altopiano di Asiago, in quelli trentini di Luserna, Folgaria e Lavarone e nella Lessinia veronese. Riterrei piuttosto che sia utile soprattutto per colmare una lacuna, su cui la scuola ha sicuramente una sua responsabilità: Rigoni Stern non è soltanto l’alpino cantore della ritirata dalla Russia, della guerra in Albania e Grecia, dell’umanità che descrive sconvolta da quella stessa guerra. Questi racconti rappresentano nel modo più immediato (perché autenticamente vissuto) l’amore infinito per una terra che ha sofferto, per montagne due volte insanguinate, per una natura che – lo dichiara testualmente – solo un cacciatore esperto sa amare e rispettare. Apprezzo Rigoni Stern molto di più quando manifesta il suo amore per questo paesaggio, che quando soffre per quanto patito in guerra. Ammiro di queste pagine il momento in cui il narratore raffigura come protagonista un capriolo che, inseguito da un’auto su una strada appena pulita dallo sgombraneve, non riesce a saltare nel bosco perché i cumuli di neve sui lati sono troppo alti per lui e rischia di essere investito; quando primadonna della narrazione è un leprotto che visita le radure sotto casa; quando si commuove per il suo cane che accoglie nel caldo della sua cuccia altri animali e li protegge dal gelo dell’altopiano; quando vive il rapporto con il suo cane come quello con un compagno di vita; quando il simbolo di una vita diventa la pietra muschiata fatta rotolare sulla fossa del cane che lo lascia dopo anni di onorata compagnia; quando una giornata di “buiofuori”, blackout, ossia di mancanza di corrente che l’interruttore generale non potrà ridare alla casa, fa riflettere più di tante altre cose sul significato del progredire, e non solo facendo riscoprire candele e stufe a legna; quando le pale del Bassano diventano le vere animatrici di una lettera in cui si rivive del pittore veneto del XVI secolo il rapporto stretto con quell’altopiano da cui veniva la sua famiglia, con le montagne, con i paesaggi, con i boschi e le api che non cambiano allo stesso ritmo che la tecnologia ha imposto alla vita umana; quando, alla fine di tutto questo, ci si convince che leggere i racconti di Rigoni Stern non è assolutamente la ricerca di uno sterile compianto nostalgico per qualcosa di finito, come purtroppo tanti vorrebbero. Al contrario: è il monito a ricordarsi che quello che noi giudichiamo finito è quanto mai vivo in noi, e lo sarà finché quel paesaggio, quei monti e quelle cavedagne, quei boschi e quelle api, quelle lepri e quei caprioli, quei cani da caccia e quelle cince dal ciuffo saranno lì a rammentarcelo, monumentali protagonisti di una narrazione che cattura e ti tiene lì con il libro attaccato alle mani come le radici un pino alla terra sabbiosa di un litorale. Si tratta di un altro Rigoni Stern, non tanto diverso ma complementare rispetto a quello della guerra e degli uomini sofferenti, che la scuola fa conoscere agli studenti e che per questo è decisamente più noto. Ma il lettore appassionato non sarà mai deluso da questi racconti meravigliosi. Adesso avete capito cosa significa quando dico “prima di dire che amate la montagna, leggete Mario Rigoni Stern” e non solo quello delle memorie militari; e allora capirete come mai da quell’altopiano non si sia mai spostato, neanche quando agli ambientalisti che lo vollero proporre come senatore a vita disse che non avrebbe mai lasciato le sue montagne “per uno scranno in parlamento”, anche quando, ormai distrutto dal male, chiese di essere riportato per l’ultima volta lassù dove sempre era vissuto. La nonna ed io, ancora ragazzino, eravamo seduti su due poltrone affiancate, quando lei un giorno ricordò una frase che il nonno diceva spesso: “Le peste sulla neve non andrebbero mai cancellate.” Credo che sia proprio vero. E quando dico ai miei studenti che tra lettura e lezione non dovrebbe mai esistere un solco, sono consapevole del fatto che dico qualcosa di fondato. Fondato, perché scolpito in una traccia che dentro di noi resterà indelebile, che la forza del sole non scioglierà mai, come le peste sulla neve nei racconti di Mario Rigoni Stern.

Featured post

La Setta delle Trame oscure

Aveva scelto proprio le più belle. E lo aveva fatto con singolare puntiglio. Raramente un uomo, una volta entrato nel mio negozio di fiori per scegliere delle rose da regalare, le aveva selezionate così attentamente, così meticolosamente, con un’acribia che io fraintesi e immaginai addirittura che fosse stata studiata quasi per mettermi alla prova. Alcune donne del paese avevano usato una tale diligenza per delle confezioni, mai per i fiori. Ma uomini, mai. E, a dir la verità, neanche le donne erano mai state così attente ai fiori. Lui mi aveva soltanto chiesto: “Mi raccomando: che siano una gialla, una bianca e una rossa!” Poi non aveva più detto niente fino al momento dell’uscita, quando dalla porta mi salutò. Nel momento della meticolosa scelta guardò il gambo, i petali, mise le rose una accanto all’altra, le osservò da ogni lato, ne scartava una, ne sceglieva un’altra, la scartava di nuovo, le guardava ora con perplessità, ora con insicura ammirazione, ora con maggiore convinzione, senza mai farmi capire se alla fine fosse stato veramente convinto della decisione definitiva. E poi la confezione! Difficilmente mi è capitato un cliente così esigente nella richiesta della confezione un dono costituito da un mazzo di rose. Ogni dettaglio voleva che fosse curato con la stessa meticolosa diligenza con cui le rose erano state dapprima selezionate. Non dissi nulla e feci tutto quello che mi chiedeva. Uscì comunque dal negozio visibilmente soddisfatto, lasciandomi un’emozione poche volte provata. Era evidente che il regalo era di quelli importanti. Sembra quasi paradossale che lo abbia dovuto confezionare proprio io; ne capirete la ragione proseguendo. Quanto a lui fu l’ultima volta che lo vidi, credo. Fatemi pensare. No, non l’ultima. La penultima. Era sicuramente giugno, il mese in cui le rose danno il meglio di sé.

C’è anche un contesto in cui la vicenda si svolge: un paese, un tempo più isolato, oggi inglobato nel suburbio della vicina città. Uno dei tanti piccoli centri dove non dovrebbero esistere segreti; e invece pullulano di dicerie. Il mio paese è piccolo, infatti. Le notizie qui girano velocemente. Purtroppo girano spesso male. Qui lo sappiamo tutti che girano male, ma nessuno ha mai fatto nulla perché questo non accadesse. Anzi. Sembra che ci sia una specie di gioia perversa nell’aggiungere chi questo chi quel particolare seducente, intrigante, più o meno misterioso, il più delle volte malizioso, talvolta anche proprio cattivo. Insomma, uno di quei tanti piccoli centri in cui entri da una strada facendo uno starnuto, percorri il paese non sapendo che quello starnuto è già tema di una narrazione con innumerevoli varianti, esci dalla strada opposta e già ti restano pochi giorni da vivere. Lui poi! L’uomo delle rose? Dava adito alle voci con una facilità quasi disarmante, tanto che spesso mi sono chiesta se non lo facesse quasi per divertimento, se non fosse per lui, che io sempre ho giudicato di levatura tanto superiore alla media da non meritare questo paese, una specie di gioco per studiare i nostri comportamenti. Ero convinta allora – ma ora so che mi sbagliavo – che lui si sentisse addirittura in certo senso superiore a noi. Come si faceva a non far girare voci su di lui? Eravamo proprio preda di una specie di malessere collettivo quando le sentivamo, ma nessuno di noi ha mai fatto nulla per fermare quella che in casa mia, e non solo, chiamavamo la potente Setta delle Trame oscure; nessuno di noi si è mai chiesto quale fosse il limite oltre il quale il troppo stroppiava; nessuno di noi lo hai mai veramente difeso, forse anche perché nessuno lo ha veramente attaccato, perché nessuno di quelli che hanno fatto girare le allusioni più maligne, gli adepti, appunto, della Setta delle Trame oscure, ha mai osato affrontarlo a tu per tu. Dimostrazione del fatto che, alla resa dei conti, lui era veramente superiore a noi, benché ora possa dire che tale non si era mai sentito.

E il giorno delle rose? Fu sicuramente quello che di voci ne generò di più, anche se furono una specie di canto del cigno, come comprenderete se riuscirete a seguirmi fino alla fine. La ragione non è facile da spiegare, perché per essere intesa richiede che si abbiano gli strumenti per comprendere che in un mondo così cambiato – globalizzato, dicono quelli che vogliono fare bella figura – non esiste soltanto la mentalità della città e quella del piccolo centro, ma esiste anche tutto un campionario di sfumature intermedie che sfuggono a ogni tentativo di classificazione. Ebbene, lui era proprio una di queste sfumature. Per tutti noi, senza ombra di dubbio, la più difficile da incasellare. E proprio per questo ogni nuova voce che circolava aveva l’effetto di una bomba a deframmentazione, esplodendo in una miriade di piccole voci, di maliziosi detti e non detti, che più facevano male a chi li sentiva, più favorivano il perverso malvezzo di trasformare un piccolo pisello secco in un grande cocomero. E la Setta delle Trame oscure, indefessa, agiva sempre con professionale alacrità, colpiva con chirurgica precisione, tacitava tutto con misteriosa protervia.

Nessuno ha mai capito se l’uomo delle rose si curasse o no di quelle voci. Era impossibile che non fossero mai pervenute a lui. Eppure non ha mai dato adito a nessun sospetto su questo. La sua vita procedeva, per quel che appariva a noi suoi vicini, tutto sommato, tranquilla. Se solo al bar avesse un giorno fatto una battuta ironica su se stesso, forse avrebbe tacitato in un attimo le voci e sgonfiato quel pallone, tutto pieno soltanto d’aria, che veniva alimentato dalla Setta delle Trame oscure. Al bar raramente si vedeva. Il paese ha quattro centri di aggregazione, tutti con il loro bar, tutti politicamente connotati e marchiati, secondo un’antica e consolidata tradizione che pochi di noi ormai comprendono, ma nessuno osa interrompere: il bar dei repubblicani con relativo circolo, al quale mi sono ritrovata iscritta, perché lo erano i miei genitori; quello dei comunisti con relativo circolo, al quale si è ritrovato iscritto il mio ex marito, perché lo erano i suoi genitori; la chiesa con relativo gruppo parrocchiale, che ha frequentato il mio ex compagno, incurante delle ire del parroco per la sua convivenza more uxorio con me; e il centro sportivo con relativo circolo, di cui sono soci i miei due figli, che praticano calcio. L’uomo delle rose era l’unico che si vedeva indifferentemente dappertutto, raramente a dire il vero; ma, quando si vedeva, appariva in conversazione con tutti, senza quelle settarie distinzioni che qui si fanno abitualmente da decenni. Chi frequentava il bar dei repubblicani ed era iscritto al circolo, non poteva frequentare né quello della chiesa, né quello dei comunisti. La stessa cosa valeva per gli altri. Un discorso a parte merita il centro sportivo. Lì veniva operata una specie di selezione della parte giovane del paese: era un punto di aggregazione decisamente più ‘democratico’, anche se affiliato al circolo dei repubblicani, forse perché qualche centesimo si riusciva così a spillare dalla città; ne facevano parte il campo da calcio con la squadra di dilettanti che aveva la sua struttura sociale, l’associazione ciclistica con la sua struttura sociale, i due campi da tennis con un maestro e un piccolo circolo. Quanto poi alle affiliazioni e ai marchi, ogni tanto, quelli di noi che lavorano in città, quasi tutti a dire il vero, ci ricordano che i comunisti e i repubblicani non esistono più e che ci sono altri partiti nella vita politica nazionale, che la storia è andata un pochino avanti, che ci sono stati dei cambiamenti nella politica. Lo sappiamo. Il giornale, magari solo quello, arriva anche da noi e al bar qualcuno lo legge. La televisione si guarda e sui social ci siamo quasi tutti dai quaranta/quarantacinque in giù. Ma alla fine ci riveliamo tutti tanto conservatori e tradizionalisti che quei due bar con il loro marchio vintage qui da noi sono ancora chiamati così: il bar del comunisti e il bar dei repubblicani. E credo che lo saranno almeno fino al prossimo cambio di generazione. Ma torniamo all’uomo delle rose. Come si rapportava a questa socialità sicuramente diversa da quella che vedeva e in parte viveva in città? A modo suo. Lui giocava a tennis e usciva con i cicloamatori. Non sembrava che il calcio lo interessasse più di tanto. Ma se gli andava di bere un caffé, non faceva distinzione tra il bar del centro sportivo, quello della parrocchia, quello dei repubblicani o quello dei comunisti. Non poteva non sapere che, dietro quelle etichette e quella facciata, c’era una trasversalità perversa di interessi circolari, di favori reciproci, di relazioni tra famiglie, di debiti morali e non; non poteva nemmeno non sapere che uno poteva sempre aver bisogno dell’altro, a prescindere dalla tessera del circolo che pagava ogni anno, perché quella tessera era quella che aveva pagato suo babbo e quella che aveva pagato suo nonno. Anche la Setta delle Trame oscure viveva di questa trasversalità ed era come se ciò che sottovoce veniva detto ad un tavolo del circolo dei repubblicani, nel momento stesso in cui veniva sentito, fosse già noto in quello dei comunisti. Il mio ex compagno scherzando con una simpatica iperbole mi diceva che Mossad, Kgb e Cia mandavano qui i loro agenti a svolgere i corsi di aggiornamento.

Abitava in una piccola villetta a schiera, nello stesso complesso in cui vivo anch’io con la mia famiglia. Quanto alla sua origine, chi diceva fosse arrivato dalla Lombardia, chi dal Veneto; anche su quello le voci si moltiplicarono fino al punto che presto non mancò chi sostenesse, ovviamente sempre prove alla mano, che venisse addirittura dalla Sicilia. Perché? Si chiamava Vito. Le famose schiaccianti prove alle mano. Il cognome però metteva davvero agitazione, dubbio, scompiglio: Derossi. Hanno cercato su internet, su Facebook, ma ne hanno trovati talmente tanti e in talmente tanti luoghi diversi e lontani tra di loro, che il cognome, se non mise propriamente in crisi la ricerca anagrafica, contribuì nondimeno ad alimentare il mistero. Pur tra tanti indigeni, non era certamente l’unico allogeno. C’era chi veniva dal Friuli, chi dalla Campania, chi dalla Sardegna, chi dall’Africa, chi dai Balcani. Ma questi allogeni lavoravano nelle aziende degli indigeni e, seppur a modo loro, respiravano un’aria diversa. Vito Derossi, quell’aria, sembrava quasi che non la respirasse.

Ogni mattina si alzava e andava in città a lavorare. Era insegnante di musica, con una laurea in lettere. E anche questo per il piccolo paese, abitato in gran parte da agricoltori, artigiani e operai, era un caso. Non era certamente l’unico laureato che vivesse da noi, ma in lettere e di sesso maschile c’era solo lui. Abbiamo avuto, tra i numerosi allogeni che si sono inseriti tra noi indigeni, anche una maestra che veniva dalla Puglia, arcigna e zitella, cattiva come il fiele, acida più di un limone acerbo, matrice delle più maligne e perverse dicerie su tutto quanto non facesse parte della monotona routine, in cui lei stava evidentemente benissimo. Abitava non lontano di qui, appena fuori del paese, in una casa ereditata da zii che erano contadini, anche loro immigrati, allogeni; ha abitato quella casa isolata per alcuni anni, finché un automobilista, che aveva alzato il gomito già alle undici del mattino – da queste parti situazione tutt’altro che rara – non la investì proprio davanti a casa, di domenica mattina, di ritorno dalla chiesa, relegando nel camposanto una vera enciclopedia di gratuite calunnie. Viveva anche lei da sola. Su di lei, tuttavia, voci zero. E anche questo è ben curioso. Se una donna vive da sola, è cosa che non desta interesse più di tanto in un piccolo paese come questo. Ma un uomo, laureato in lettere, che vive da solo, agita le più diverse fantasie. Da sua vicina di casa mi sono posta spesso la domanda. Non ho mai avuto una risposta. Era sempre gentile, educato. Oserei sbilanciarmi: era davvero un bell’uomo. Usciva sempre elegante. Sono convinta che dedicasse ore alla ricerca dell’aspetto migliore. E mai due giorni di fila con lo stesso capo d’abbigliamento addosso. Ne sfoggiava sempre di nuovi. C’era sempre un tocco di classe. Insomma, roba non da paese. Beh, credo mi possiate se capire se ammetto di aver avuto una certa attrazione per il professor Vito Derossi.

Non posso a questo punto non parlare dell’auto, non foss’altro perché, prima di tutto, come vicina di casa, la vedevo spesso parcheggiata in strada in prossimità del mio cancello, in secondo luogo perché anch’essa fornì ampio materiale alla Setta delle Trae oscure. Era una vecchia Fiat 600, auto d’epoca: immatricolazione nel gennaio 1956. Il primo modello, quello con la maniglia nella parte anteriore dello sportello. La teneva con una cura maniacale. Aveva un garage pieno di pezzi di ricambio; se li scambiavano gli appassionati di quelle auto antiche. Pensate un po’! L’invidia del paese, o meglio di quella parte più coinvolta nelle attività della Setta delle Trame oscure, era arrivata al punto che alcuni erano convinti che Vito Derossi avesse una sorta di perversa e quasi feticista passione per quell’auto. A me sembrava solo bella, veramente bella, una vecchia elegante signora della piccola borghesia, un simbolo di una pagina della nostra storia sempre bella da raccontare, un’auto sempre ricca nel suo apparire in pubblico di quella dignitosa perfezione che era il marchio del nostro professore: l’auto più idonea, più, come dire, congruente e coerente con la persona che vi saliva alla guida, per chi vedeva spesso lui e vedeva altrettanto spesso la sua auto. “Un dandy fuori tempo massimo”, lo definì un suo ex collega. Una buona definizione, credo. Sarà stato anche fuori tempo massimo, ma, vi confido, a me piaceva proprio.

Gli insegnanti lavorano al mattino, hanno solo diciotto ore alla settimana, hanno tutti i pomeriggi liberi, hanno tre mesi di vacanza, anzi, quattro, se ci mettiamo vacanze natalizie, pasquali, morti, santi e patroni. Le solite cose che si sentono ovunque. La Setta delle Trame oscure ci sguazzava in questi luoghi comuni. Eppure lui, in media tre giorni alla settimana, tornava a casa per l’ora di cena. Mio figlio ha frequentato quella scuola e sapevo perché avesse quegli orari: ricopriva a scuola diversi incarichi aggiuntivi e per alcuni anni fu anche vicepreside. Ma, per quanto questo fosse vero nel modo più sacrosanto, non era sufficiente a convincere gli adepti della Setta delle Trame oscure, sempre depositari del dogma unico. Aveva di certo i suoi oscuri intrallazzi. Chissà cosa fa tutto quel tempo! Quando un anno si seppe che era stato candidato alle elezioni comunali, in paese la Setta delle Trame oscure lo fece diventare subito il frequentatore di una potente loggia massonica. Per un po’ girò persino la voce che in casa sua si sentissero voci di riunioni segrete di un gruppo di cui sarebbe stato il capo, come se da framassone – in città lo sono in tanti – fosse diventato una specie di eresiarca o di santone; in realtà, nessuno aveva mai sentito niente; si vedeva una luce accesa a lungo, anche fino a ore piccole, perché Vito Derossi ogni tanto dava alle stampe un libro, scriveva, aveva la sua piccola cerchia di lettori e appassionati, in città ovviamente, perché qua riuscire ad andare oltre le pagine della cronaca locale del giornale è veramente un’impresa e persino la lettura della cronaca di un incidente risulta spesso complessa da interpretare. Da casa nostra lo vedevamo, soprattutto nei mesi estivi, quando stava con la finestra aperta, senza assolutamente alcun segreto da nascondere; era seduto nel suo studio, al computer. E scriveva. Ma era troppo forte la tentazione degli adepti della setta: secondo loro lo faceva – intendo il tenere la finestra aperta e il farsi vedere al computer – per creare un diversivo, sentenziò uno al bar dei comunisti; era una controfigura messa lì apposta per ingannare i vicini, era arrivato persino, quasi teneramente, a dire un giorno un ragazzo, vittima forse di un’overdose da serie tv, in una riunione del gruppo in parrocchia. E dire che era uno dei pochi in paese che leggessero, quel ragazzo. Leggeva le cose sbagliate, evidentemente.

Nessuno lo aveva mai visto con una donna. E qui il gioco si fa duro … Se l’avesse avuta, non sarebbe circolata – ne sono assolutamente convinta – alcuna voce su questo fatto. Del suo passato nessuno sapeva niente. Per me era impossibile che non avesse avuto alcuna storia prima di arrivare qui e non era credibile che l’unico oggetto di adorazione fosse un’auto antica. Non entro nei dettagli, perché mi fa veramente ribrezzo il livello a cui la malignità del paese era arrivata su questo aspetto. Parlarne farebbe del male a lui, a me, alla mia famiglia e a tutti quelli, che in città erano tanti, qui no, che gli avevano voluto veramente bene. Mio figlio, infatti, mi diceva che era stimato come insegnante, che i suoi studenti lo ritenevano una persona che svolgeva con serietà il proprio dovere. Era bravo, insomma. E il fatto che lo fosse fece sì che molti genitori iniziarono presto a chiedergli di prendere a lezione i propri figli, nonostante abitasse a sette chilometri dalle prime case della città. Dava lezioni private di materie letterarie, ma soprattutto dello strumento in cui era diplomato, il violoncello. E questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Sì. Proprio così. Quei ragazzi e quelle ragazze che entravano e uscivano da quella porta furono veramente, per me, la causa di un’escalation di malignità che superò ogni decenza. Quelle note dolci e ovattate, quelle armonie così diverse dai gusti musicali dei più, iniziarono a favorire in paese le più perverse fantasie. Nel piccolo paese non esiste persona senza peccato che si debba esimere dallo scagliare la prima pietra. Qui tutti arrotondano lo stipendio con attività anche in nero, chi in un modo, chi in un altro; ma lo fanno con le mani; lui lo faceva con la testa e per di più non lo faceva neanche in nero. Loro lo fanno producendo manufatti, lui dando qualche lezione. E in più, oltre a suonare e insegnare violoncello, produceva testi narrativi e componeva per il suo strumento, spendendo sicuramente per una passione eterna più tempo di quanto loro ne usassero per un lucro effimero. Ma era un’attività inconcepibile, non era un lavoro, al massimo poteva essere per loro un dolce hobby; insomma, anche quello dava fastidio e anche su quello la Setta delle Trame oscure riuscì a produrre calunnie a iosa. E questa era l’unica, ma determinante, differenza: il fatto che lui lo facesse con la testa, gli altri con le mani, era come se da sotto scuotesse le acque di un mare già mosso, docile a essere ulteriormente agitato, le increspasse e con la sua corrente le accelerasse piano piano, fino a farle diventare uno tsunami che inondasse e devastasse tutto: questo ha un nome e si chiama invidia. E la Setta delle Trame oscure lavorò con la massima alacrità per dare una forma a quest’invidia. Nessuno disse mai nulla. Si accennava con malizia. Si usava la tecnica del detto e non detto, del coltello appoggiato al collo che sfiora la pelle senza ferirla. Nessuno lasciò mai nulla di scritto. Nessuno fece mai post diretti sui social. Ma le allusioni non mancavano. E se a me facevano male, figuriamoci a lui, che sicuramente non poteva non sapere!

Eppure … Sì, nella vita ci sono sempre dei se e dei ma che fanno la differenza. E per fortuna! Eppure, sì: sapevo una cosa che il paese, credo, non ha mai saputo. Sapevo che la mamma di una di quelle ragazze, che andavano da lui a lezione di violoncello, una sera si presentò a casa sua, poco prima dell’ora di cena. L’avevo vista due ore prima accompagnare la figlia nel corso del pomeriggio. Indossava un bel vestito corto e generosamente scollato, era elegante e pettinata con una chioma di capelli neri e lisci raccolti in una coda di cavallo alta e lunga. Era l’immagine della più naturale e dolce sensualità intesa alla seduzione. Sono sicura di averla vista solo io e credo che sia rimasta lì a lungo. Vidi bene che lui la accolse con un bacio sulla porta di casa. Fu quella l’ultima volta che lo vidi. La mattina dopo l’auto non c’era più. L’episodio si era verificato qualche settimana prima di quella sua visita in negozio per ordinare la confezione di rose. Arrivò l’estate. E in estate la Setta delle Trame oscure lavora meno. C’è chi fa viaggi, chi ha la seconda casa al mare, chi in montagna, chi va dai parenti che abitano lontano, chi è più preso dalle attività agricole. Il centro sportivo chiude e restano in funzione solo l’affitto dei campi da tennis, poco richiesti, e di quello da calcio, ancora meno richiesto, se non per i due giorni della sagra paesana. Il gruppo parrocchiale sospende le riunioni. Stessa cosa i circoli del bar dei comunisti e dei repubblicani: anche loro in estate si mettono in pausa. La Setta delle Trame oscure, l’unica che unisce in modo trasversale le quattro conventicole, ha meno materiale, insomma, su cui operare e soprattutto meno risorse umane e professionali da tenere in servizio.

Per questo o quel motivo, credo che nessuno si sia accorto che la villetta era rimasta chiusa a lungo e che la Fiat 600 bianca fiammante, anno 1956, non c’era più. E solo ad anno scolastico iniziato si sarebbe saputo che non lavorava più nella sua scuola in città. Le voci ripresero allora ad un ritmo forsennato. La sua assenza scatenò una vera ridda infernale. Tutto quello che era rimasto per anni sopito e represso si scatenò alla luce del sole e sui social apparvero non più allusioni, ma frecciate dirette. L’invidia prese la forma di una malevolenza e di una cattiveria di cui, a onor del vero, non avrei ritenuto mai capace il mio paese. A tanto era arrivata la potenza della Setta delle Trame ormai non più oscure.

Quelle tre rose adesso spiegavano tutto. E quell’auto che era arrivata poco prima delle otto di sera, la bellezza di quella figura femminile apparsa come per incanto, una specie di angelo inviato per salvarlo da questa poltiglia fangosa di calunnie, quel bacio sulla porta, i sorrisi, il sentimento diffuso di dolcezza e tenerezza che la situazione creava in me e poi il silenzio che avvolse la casa quella notte, senza la luce dello studio accesa fino a tardi, come quasi sempre avveniva … ecco, questi frammenti di memoria sono l’unica motivazione che riesco a dare di quelle tre rose, la confezione più bella, elegante e raffinata che in tanti anni abbia mai realizzato. Averla creata con le mie mani per la persona più bella, elegante e raffinata che questo paese abbia avuto adesso mi rende fiera. Non ebbi più notizie di Vito Derossi. Nessuno in paese ne ebbe più. La Setta delle Trame non più oscure poteva agire allo scoperto. Un giorno vidi quello che tutti ne ritenevano il capo, solo per il fatto che era l’unico ad avere la tessera del circolo del bar dei comunisti e contemporaneamente un figlio che frequentava il gruppo parrocchiale. Basta poco qui per fare carriera. Lo vidi al bar dei comunisti, mentre facevo colazione in attesa dell’orario per aprire il negozio. Il bar era proprio accanto al mio negozio. Per quello ci andavo. Se ci fosse stato quello dei repubblicani, dei leghisti, dei fascisti, dei cattolici integralisti, del circolo della corsa nei sacchi o delle biglie, ci sarei andata lo stesso. Non sapevo assolutamente niente di quale fosse il destino di Vito Derossi, ma, quando vidi formarsi attorno a quell’uomo un crocchio di persone e sentii pronunciare spesso il suo nome, quando avvertii nei volti e nelle parole il ben noto clima di cattiveria gratuita che si era presto generato al solo nominarlo, quando mi resi conto di essere mio malgrado parte di un indecente spettacolo di menzogne, allora misi il freno ai nervi tesi, rimasi fredda, stetti al gioco e dissi la prima cosa che mi venne in mente. Fui diretta, impulsiva. Mi associai al crocchio riunitosi al bancone del bar e dissi: “Vito Derossi si è sposato e si è trasferito in un’altra città. Ha avuto un buon successo editoriale con il suo ultimo libro e aveva bisogno di risiedere vicino al suo agente.” Nulla era vero di quello che dissi, anche se il mio auspicio era che lo fosse; e non so sinceramente come mi sia venuta la forza per dirlo, forse per il disprezzo verso quella che ancora oggi chiamo la Setta delle Trame oscure, in realtà non più tali. Nulla era vero, come nulla era vero di quello che loro avevano fino ad allora divulgato, prima sommessamente e in modo subdolo, poi dichiaratamente e in modo esplicito. In quel piccolo mondo di menzogne cattive poteva anche starci una grande menzogna buona. La potente Setta delle Trame un tempo oscure avrebbe potuto adesso prendere la mira e aggiustare piano piano il tiro contro un altro bersaglio. Ma questo a me non interessa più. Non è quello il genere di umanità per cui amo confezionare i miei fiori. Una cosa, questa vera, posso dirvela: credo di essermi innamorata di lui quando eravamo vicini di casa. Mi tremavano le mani quando confezionai quelle tre rose. E leggevo i suoi libri; l’ultimo che Vito Derossi aveva scritto prima di lasciare il paese, una raccolta di racconti, mi ha talmente colpito con i suoi riferimenti realistici a questa specie di cloaca che qualcuno osa chiamare centro abitato, che lo conservo gelosamente. Si ritrovano tutti i personaggi, i gruppi di varia natura, le maldicenze di ogni genere, le calunnie più o meno subdole, quella pericolosa miscela di ignoranza e benessere economico che le innesca con grande facilità. Sapeva tutto, in ogni dettaglio. Era a conoscenza di tutti i piani e di tutti i movimenti di quella che in casa mia era sempre stata chiamata la Setta delle Trame oscure. Li conosceva tutti, uno per uno. Li avrebbe potuti smascherare tutti, ma si è tenuto sempre fuori dai giochi. Ebbene, il primo racconto di quel libro inizia con un uomo che entra in un negozio di fiori, in un piccolo centro abitato della benestante provincia padana, e si fa confezionare tre rose. A parte il fatto che nel racconto tra lui e la fiorista nasce una storia, rimasta nei sogni sicuramente miei e, chissà, forse anche suoi, il resto lo conoscete già.

© 2018. Stefano Tramonti

Featured post

La libreria

Il sentimento diffuso di noia che veniva da quella giornata nebbiosa, le poche persone in giro per il centro, quasi tutte di passo veloce, intabarrate e incappucciate, la musica diffusa in sottofondo nel locale, tutto faceva sì che il giovane commesso fosse attratto da un particolare, che in altri contesti non sarebbe risultato così interessante: un cliente. L’unico da quando era stato aperto il negozio. Finora le persone si erano avvicinate alla vetrina; poi, assalite dal freddo non appena fermatesi, nell’incertezza tra il caldo dei libri e quello della vicina pasticceria, avevano optato per la seconda. Un cliente. Uno solo dopo un’ora di apertura. Era dentro la libreria da quasi un’ora. Il commesso abbandonò per un attimo la cassa, abbassò il volume delle musica in sottofondo, che proveniva da una radio locale, e, non avendo altro da fare, andò da lui: “Posso esserle utile? Sta cercando qualcosa di particolare?” Federico si volse, lo guardò per un attimo, un attimo abbastanza lungo a dire il vero, e rispose: “Sì.” Fu una risposta che poteva solo mettere in imbarazzo il giovane e solerte commesso assunto da soli sette giorni, il quale, schiaritasi la voce ed emesso quel colpo di tosse che dice tutto e non dice nulla, se non ‘era meglio che rimanessi alla cassa’, disse: “Che cosa di particolare?” Federico non volle essere scortese. Il giovane commesso stava dimostrando tutta la sua buona volontà. Eppure gli uscì dalle labbra una frase che forse non era il risultato di un’ottima connessione tra lingua e cervello, ma di cui comunque non si pentì: “Qualcosa di particolarmente bello.” Fu il colpo di grazia. Era come avergli dato il badile per scavarsi la fossa, dopo tanta non richiesta solerzia. Il giovane commesso arrossì e iniziò a scavare la fossa: “Ha una particolare predilezione per qualche genere?” “In tutti i generi c’è qualcosa di bello e qualcosa di brutto,” fu la risposta di Federico. Il commesso fece un passo indietro, inavvertitamente, facendo cadere due pile di volumi di bestseller collocati sul grande tavolo al centro del negozio. Federico iniziò ad aiutarlo. “No, no, no. Non si deve disturbare. Ci penso io. È stata colpa mia. Sono uno sbadato,” disse il commesso. “Non è vero. Lei non è stato affatto sbadato. Io sono stato sbadato. Sbadatissimo. L’ho innervosita. E lei ha perso il controllo dei suoi movimenti, urtando i libri. Perciò mi sento in colpa. E la sto aiutando.” Il giovane, poco abituato al lei e molto al tu e che spesso dava del tu anche a clienti che non conosceva (non c’è mai una precisa ragione per cui a uno oggi viene spontaneo dare del tu o del lei), non osava tuttavia dare del tu a quella persona che diligentemente raccoglieva insieme a lui i libri e li rimetteva altrettanto diligentemente a posto. “Fin troppo gentile” disse il commesso. “Era il minimo che potessi fare. Come ti chiami?” Eccolo, il tu. “Abramo.” “Non è un nome certamente molto comune oggi.” “Ma è comune la sua storia.” “Fammi indovinare. Dovevi essere una bambina e chiamarti Sara, ma le cose non sono andate come desiderato. Perciò Sara è diventata Abramo.” “Esatto. Per fortuna che il nome auspicato non era Margherita. Altrimenti sarei stato un Vittorio Emanuele.” “Ah ah, giusto. Piacere, Federico. Lavori da poco qui? Ci vengo spesso e non ricordo il tuo viso.” “Sostituisco una ragazza che credo si sia licenziata, quando si è sposata e poi sembra si sia trasferita; ma sono soltanto in prova.” “Si capisce allora la tua solerzia nel voler aiutare i clienti. Fai bene. Ma non sei stato fortunato oggi: ti è capitato il più antipatico.”

Il commesso rise. Il ghiaccio era rotto ormai. “Lei non è affatto antipatico. Direi piuttosto …” “Strano! … Oh, no! Scusa! Adesso ti metto di nuovo in imbarazzo. E puoi darmi del tu.” disse Federico, che poi, cambiando tono, continuò: “Dunque eravamo rimasti a …?” “Alla sottile distinzione tra particolare e bello,” disse Abramo. Federico adocchiò una delle poltroncine con lampada da lettura, che il titolare della libreria aveva voluto come nota singolare di arredo e che erano molto apprezzate dalla clientela. Le persone potevano sedersi e sfogliare comodamente i libri, prima di scegliere quali acquistare. “Peccato che tu non possa sederti – disse Federico – Avrei tante cose da dirti su questo. E mi farebbe piacere conoscere il parere di uno che vende libri.” Abramo rimase perplesso per un attimo e disse: “Non c’è nessun altro in negozio. Finché non arriva qualcuno posso ascoltarla.” “Ascoltarti. Diamoci del tu,” insistette Federico, il cui primo invito era andato evidentemente a vuoto. “Okay. Ascoltarti.” Abramo prese una sedia e la portò vicino alla poltroncina, dove Federico si era già seduto.

Federico si mise nella posizione più comoda accavallando le gambe e disse: “Una cosa particolare dovrebbe essere sempre bella. Sono arrivato alla convinzione che, se uno vive qualcosa di particolare, riesce sempre a vedervi del bello.”

“Può essere”, disse Abramo.

“Dimmi! Che cosa stai vivendo di bello adesso? Posso chiederti se hai una ragazza?”

“Ce l’ho.”

“E ovviamente è bella.”

“Lo è.”

“Ma se ti chiedo se è anche particolare, so che ti metto in imbarazzo.”

“Può essere.”

“Eh no. Non vale! Io gioco la partita in attacco e tu ti chiudi in difesa? È o non è particolare?”

“Non abbiamo detto cosa intendiamo per particolare.”

“Se è per questo, non abbiamo detto neanche che cosa intendiamo per bello, però tu hai già trovato un correlato del bello, cioè la tua ragazza. Quindi tu potresti dare una definizione del bello; quanto meno potresti dare del bello un esempio concreto e da lì partire per un tentativo di definizione. O no?”

“L’amore rende tutto bello.”

Federico sorrise. Pensò a lungo. Appoggiò il libro che aveva in mano. Accavallò le gambe. Fissò Abramo dritto negli occhi. Poi lentamente cambiò posizione: allargò le gambe, poggiò i gomiti sulle ginocchia e, continuando a fissarlo dritto negli occhi, disse con un tono di voce basso e quasi ieratico: “E il dolore no? Caspita! Il dolore ha il potere di rendere qualsiasi cosa, qualsiasi persona, qualsiasi situazione bella tanto quanto l’amore.” Federico aveva abbassato il tono di voce e pronunciato quella frase quasi come un sacerdote dal pulpito. Aveva effettivamente un’aria un po’ sacerdotale, pensava Abramo, quel curioso cliente. Il commesso non rispose e Federico lo guardò fisso negli occhi per un altro attimo, che ad Abramo parve lunghissimo. Poi continuò: “Ma forse, Abramo, tu sai già che cosa sia il dolore.” Abramo non disse nulla. Si stava rendendo conto che era in atto una fase di falsa dialettica in cui il cliente stava in realtà usando lui come pretesto per un dialogo che in realtà era con se stesso. Infatti Federico chiuse gli occhi e disse: “Se hai avuto esperienza di dolore, sai apprezzare l’amore. Come si può pretendere di riconoscere il giusto o l’equo, senza avere esperienza dell’ingiusto o dell’iniquo? Come fai a dire che una cosa è bianca, se non sai distinguere il nero? Non esistono le antinomie. Non riesco a immaginare che il pavido sia il contrario dell’audace. Per me sono due facce della stessa medaglia. L’una non può esistere senza l’altra. Non convieni?” Anche l’uso del verbo convenire aveva un sentore vagamente religioso in quel contesto. Abramo annuì con il capo. Gli sembrava di trovarsi nella singolare posizione di chi sta giocando una partita fuori casa nel negozio in cui lavorava. Federico disse: “Ti sto annoiando? Attento, se dici di no troppo presto, vuol dire che non hai riflettuto abbastanza e che la risposta potrebbe essere anche sì, l’esatto contrario.” Abramo cominciava seriamente a pensare di essere di fronte a una particolare forma di persona non del tutto a piombo, forse proprio uno squilibrato, e iniziò a guardare verso la porta, sperando che l’ingresso di un’altra persona in negozio lo salvasse, meglio ancora se bisognosa del suo aiuto: uno che non legge molto e, dovendo fare un regalo, ha bisogno di consigli; uno che legge anche troppo e vuole sapere se è già uscito il volume che attende da tempo. Insomma, un salvatore.

“Tu non stai pensando che un cliente normale debba fare quello che sto facendo io e debba dire quello che sto dicendo io. Vero?” Abramo si strinse nelle spalle ed ebbe la risposta giusta: “Non so se sia normale o no. Sicuramente inconsueto. E comunque credo che qui ci siano tanti libri che possano essere definiti particolarmente belli.”

“Ho una mia idea, molto personale. Si tratta di questo, Abramo. Un libro diventa particolarmente bello quando sei costretto ad interrompere una lettura che non avresti voluto che fosse interrotta. Quando non riesci a fermarti. Quando finisci un capitolo e desideri iniziare il successivo. Quando ti viene voglia di tornare indietro e rileggere una sequenza che ti ha colpito. Quando nel leggere senti il tuo cuore partecipare. Quando una vicenda narrata richiama momenti della tua vita o ti induce anche soltanto a pensare ad alcuni di questi. Quando, dopo averlo letto, vorresti anche tu avere la capacità di scrivere come l’autore delle pagine che hanno impresso un sigillo nella tua anima. Ma anche quando nel leggere ti rendi conto che gli occhi si sono inumiditi. Può succedere. Ti è mai capitato di leggere e di commuoverti?”

“Credo dipenda dalle sensibilità.”

“Certamente. Ma tu hai questa sensibilità?”

“Si tratta di una cosa molto personale.”

“Cosa c’è di impegnativo nell’ammettere che ci si può commuovere quando si legge?”

“Tu sei un cliente e io un commesso di una libreria: ti pare giusto che ti dica che mi commuovo se leggo qualcosa?”

“Lo faresti?”

“Forse sì.”

“Si o no?”

Abramo si girò verso la porta d’ingresso del negozio. Non rispose. Iniziò ad aprire a chiudere senza un senso libri impilati sul grande tavolo centrale. In particolare uno.”

“Che libro è?” chiese Federico.

“Si tratta di un thriller un po’ speciale di un giovane scrittore tedesco. Opera prima. Dicono che sia bello.” Aveva mentito. Non era un thriller, non era tedesco l’autore.

“Bello, ma non particolarmente bello. Convieni sul fatto che un libro bello diventi particolarmente bello quando risponde alle condizioni che ho appena elencato?”

“Credo ci sia del vero in quello che hai detto.”

“Oh insomma! Forse … credo … potrei … mi pare … sì, ma … Abramo, tu devi vendere libri e devi sapere come si consiglia una lettura non solo bella, ma particolarmente bella. Che è bella lo può dire l’agente che la pubblicizza, l’editore che la pubblica, il critico che la recensisce. Che è particolarmente bella non te lo dirà nessuno se non chi ha letto quel libro vivendolo spiritualmente, chi ha patito una sorta di attrazione e di condizionamento nervoso durante quella lettura, chi non si è vergognato di dirti che si è commosso leggendo. Se ti dicessi che un bel libro mi fa anche piangere, mi crederesti o mi riterresti una persona non in grado di controllare le proprie emozioni, una sorta di psicotico?”

“Come si fa a controllare le emozioni e ad amare la grande letteratura?”

“Abramo, ti vorrei abbracciare. Hai detto una cosa bellissima. Ti sei reso conto della grandezza di quello che hai appena detto?”

“Forse non del tutto. Mi sembra quasi naturale che sia così.”

“Naturale … mah … Perché non spirituale? La bellezza, quando è naturale, ispira interesse, suscita sicuramente attrazione, ma non coinvolge completamente sentimenti ed emozioni, non fa sognare, non rende l’oggetto ammirato unico e irripetibile. Quante cose ci sono che sono belle e naturali? Tu dici alla tua ragazza che è bella e naturale?”

“No.”

“E allora?”

“Allora dovrei dirle qualcos’altro.”

“E dovrei essere io a tirarti fuori con le tenaglie questo che hai chiamato qualcos’altro?”

“Tu credi che sia lo spirito a farci considerare qualcosa come bello?”

“No. Credo che sia lo spirito a farci considerare qualcosa come particolarmente bello. Non è forse la stessa cosa di quello che hai appena dichiarato tu, dicendo che la grande letteratura non si può amare se si controllano le emozioni? Non significa forse ammettere l’esistenza di un motore più grande che muove tutto questo? Qual è questo motore? Come lo chiameresti? Dove lo cercheresti? Come lo alimenteresti? Ecco: ripercorriamo a ritroso il cammino: come lo alimentiamo? come lo cerchiamo? come lo chiamiamo? che cos’è? Lo dici tu o lo dico io.”

“Credo sia più bravo tu.”

“Credi male e hai di te stesso un’autostima insufficiente, allora, dopo aver detto una frase di una grandezza immensa. Ma, se proprio preferisci che sia io a concludere il ragionamento, ti dico che lo alimenterei con i sogni e le emozioni che una lettura mi provoca, che lo cercherei nel cuore, che lo chiamerei spirito e che sarebbe la cosa più bella e particolare che possa aver scoperto.”

Federico si alzò. Prese il libro che Abramo svogliatamente stava aprendo e richiudendo. Ne lesse la prima pagina. “Lo compro.”

Abramo andò alla cassa, ricevette da Federico il bancomat, gli fece lo scontrino. Federico lo salutò dicendo: “Ci rivedremo.”

“Forse. Fammi sapere se ti è piaciuto il libro,” disse Abramo, inserendo tra le pagine del libro un biglietto pubblicitario della libreria, su cui scrisse il proprio indirizzo di posta elettronica.

“Solo se sarà stato particolarmente bello.”

“Giusto.”

Federico nell’uscire dal negozio si soffermò sulla copertina del romanzo acquistato: un’immagine di un grande aquilone stilizzato su un cielo di grandi nuvole bianche; su una di questa era scritto il titolo La cosa più bella della vita e su un’altra l’autore, Abramo Di Donato. Non aveva scelto a caso. Aveva capito da come il giovane apriva e chiudeva nervosamente le pagine di quel libro che si trattava di un volume diverso dagli altri. Dunque Abramo era un autore. Aprì il libro e nel risvolto della copertina lesse le brevissime note biografiche, nelle quali si diceva che Abramo Di Donato, figlio di un ingegnere e di una ricercatrice di chimica industriale, era alla sua opera prima e che si era laureato lui stesso in chimica industriale. Curioso. Davvero curioso, pensò subito Federico, che non attese di essere arrivato a casa per iniziare la lettura del volume. Ne fu rapito sin dalle prime pagine in quella giornata di nebbia che lo aveva prima portato in quel negozio, poi gli aveva fatto conoscere Abramo, una giornata nebbiosa che non era di certo un male venuto per nuocere. ‘La cosa più bella della vita’ era una ragazza di nome Roberta, attorno alla quale si intrecciava una vicenda romanzesca, ma con il taglio, spesso ironico, del saggio e della riflessione sulla bellezza. ‘Geniale!’, fu il commento che gli venne, quando, alcuni giorni dopo, ebbe finito la lettura del libro, che nel finale gli apriva interessanti prospettive di analisi e discussione. Insomma, un testo da recensire.

Passarono diversi giorni. La commessa che Abramo aveva sostituito era rientrata, oltretutto prima del tempo previsto, e Abramo si era così ritrovato senza lavoro. Stava girando senza meta per la vie del centro, quando decise di sedersi a prendere un caffè. Nell’attesa prese il cellulare e controllò la posta. Federico aveva mandato una mail, ma era un link che rimandava ad un altro sito. Scoprì che era un agente editoriale e che diversi anni prima, forse prima di intraprendere quell’attività, aveva anche scritto un romanzo, una raccolta di racconti e due saggi. Il link inviato per posta elettronica lo rinviò ad una pagina di recensioni. Federico ne scriveva qualcuna e il suo nome, Federico Stoppa, era nel lungo elenco dei collaboratori a quella pagina. Lì c’era la recensione del libro che aveva acquistato quel giorno in libreria, dopo la singolare discussione sul particolarmente bello. Era brevissima. Iniziava così: “Non me ne vogliate se vi dico che ho acquistato questo libro per caso. Ma forse non l’ho preso per uno scherzo della sorte, se penso che l’ho quasi divelto dalle mani di un giovane commesso che, tra una cosa e l’altra, mi ha rivolto questa domanda: ‘Come si fa a controllare le emozioni e ad amare la grande letteratura?’ Qualunque cosa questo giovane autore avesse intenzione di dire è veramente immensa ed è spiegata in modo originale in queste pagine. Quel giovane dalle cui mani ho preso il libro si chiama Abramo. E lui, non certo io, che non ne sono degno, vi spiegherà come sia assolutamente impossibile amare la grande letteratura, pretendendo di controllare le emozioni”. Seguiva una breve sinossi dell’opera. Abramo rispose alla mail, con il suo solito stile un po’ laconico, mai troppo verboso: “Grazie mille per le belle parole. Belle e, credo, particolari.” Immediata la risposta di Federico: “Era il minimo che potessi fare. Finalmente siamo arrivati al dunque. Il bello diventa particolarmente bello, quando alle solite categorie accademiche, che noiosamente leggiamo sui saggi e sui manuali, si aggiunge qualcosa di tuo, che lo scrivi, qualcosa di mio, che lo leggo, e nasce una condivisione dello spirito. Questo libro lo è. Complimenti. Faremo una presentazione pubblica al più presto e ci sarò anch’io, Abramo.” E nacque un’amicizia.

© 2018. Stefano Tramonti

Featured post

Inganno

La strada passa veloce sotto le ruote. I chilometri scorrono rapidi sul piccolo riquadro del computerino sul manubrio. Il vento s’inserisce tra le fessure del casco e s’impone su tutti i rumori, attira tutte le attenzioni su di sé, annulla per un attimo la percezione, ipnotizza, inebria con immagini nuove. Chiede attenzione. Spengo la musica delle cuffie e lo ascolto, il vento, continuando a pedalare sicuro di quella strada, ormai da anni percorsa, una consuetudine praticata con un malcelato sentimento rituale, quando si avverte quel richiamo. Il vento allora inizia la sua opera di artista, che sa quali corde dell’anima deve tendere; sa che può fare del bene, ma sa anche che la sua opera potrà fare del mare; non solo: sa anche che la sua opera potrebbe in circostanze diverse fare del bene, come pure del male, del bene frainteso e del male malinteso. Dipende dai colori, dipende dai paesaggi viventi, da quelli che mi circondano, che vedo, che sento, che emanano vivaci sentori, come da quelli che non vedo se non con gli occhi del tempo, sensi che nessun medico potrà mai studiare, se non ha mai avuto le chiavi di quello scrigno segreto che si chiama memoria. Lì tengo, gelosamente conservati, tutti i codici che serviranno a dare un significato a queste percezioni.

Il vento, il grande artista, mi riporta a te. Il vento ti scolpisce nel mio mondo di ombre, come l’unica figura dai contorni perfetti, ben delineati, curve ottenute con un tornio su cui hanno agito mani delicate, diligenti e perspicaci. Il vento fa ondeggiare la tua chioma, che sembra voler accennare un volo; ma è solo illusione. L’asfalto riporta alla realtà. L’artista che ti scolpisce nell’anima, insieme a quel folate, che ora portano con sé del bene, un bene malinconico, ora invece la vorrebbero sbranare, lasciando vestigia di lancinanti dolori, folate che diventano frustate, ti fa parlare dei tanti no che mi hanno deluso, ti fa ridire tutto quello che non mi hai mai detto, ti fa dare quelle spiegazioni che a lungo e invano ho atteso. Fischia, quanto fischia nel casco il vento! Urla la tua sicumera, dichiara al mondo la tua inarrivabile dolcezza. La tua immagine si staglia sempre più statuaria nel mondo di ombre che il vento, torturandomi, confonde e agita intorno a te. È una figura meravigliosa quella che vedo, è una figura che Zefiro o Borea o Clori o Aura, qualunque nome assumano, isolano da tutte le altre. E la strada sempre passa sotto le ruote, i chilometri si sommano veloci e lui adesso mi spinge da dietro, mi guida inerte sulla strada di conosco ogni curva, che assume forme amiche, amate, bramate anche in modo avido e straziante, in un senso di malinconica delusione che vede, oggi come allora, l’oggetto del desiderio andare alla deriva e allontanarsi sempre di più da questa grigia realtà d’asfalto. Dove? Mi sento spinto? Non h il controllo. Mi lascio guidare docile dalla sagace guida dell’artista della natura. Dove? Verso di te? Verso l’ennesimo diniego o verso il compimento di un agognato cammino di felicità? Verso l’ennesima illusione di un amplesso, che quella stessa natura che ora mi guida con i suoi strumenti amici, un tempo mi segnò con torture che hanno lasciato indelebili vestigia? Eppure non ho armi per difendermi. Non ho forza in questi muscoli delle gambe, che scolpiti da quella stessa natura, ora spingono sui pedali con una potenza che raramente hanno saputo dimostrare. Mi lascio guidare da lui con la stessa docilità con cui tu ti lasci scolpire e scarmigliare. Mi lascio penetrare, con le uniche, misere, spuntate lance in mio possesso, in quell’abisso di gioia vacua e futile, a cui è sempre mancato un traguardo e che non ha mai goduto il premio agognato. La tua chioma ondeggiante al soffio dell’artista divino mi guida. Sono totalmente e piacevolmente in balia degli elementi, di cui i sento parte attiva, protagonista sincero, non controfigura. Il vento domina tutto. Fischia sempre più forte! Quanto fischia fra queste fessure! E mi spinge. Mi sento penetrare in qualcosa che non è reale, che è stato sempre e solo ambito. La sindrome dell’ultimo chilometro colpisce ancora. Quanta fatica per nulla! Mi fa correre il grande scultore di paesaggi, di figure che si stagliano monumentali sui basamenti dell’anima, con titoli rubricati, figure che si ammirano come il soldato romano, più volte ferito e fiero delle cicatrici, farebbe con l’imperatore, dopo aver combattuto per lui per una vita senza averlo mai visto, come il fedele che viene da un continente lontano farebbe con il papa, come un bambino farebbe con il babbo Natale del supermercato. Lui sa dove mi fa correre. La velocità aumenta. Non sento più fatica. Fischia. Fischia ancora più forte. Quanto fischia! E si vola nel vento che mi porta a te! I filari dei peschi scorrono a destra e a sinistra, i campi di mais e di erba spagna passano come passano i giorni della vita, anche i girasoli ti seguono come un sole e la colza ingiallisce di gioia un paesaggio maledettamente bello, mentre la bici procede sotto ancor più energica guida; ogni colpo che viene inferto ai pedali da quei muscoli è espressione di una potenza che agogna una meta, come sempre ha fatto per anni, in modo indefesso, forse inutile e stolto; i tralicci si susseguono, i canali e i fiumi si superano, le case ora sono poche e rade presenze in una di quelle larghe di bonifica, che solo il vento domina. Dall’idrovora scrocia acqua, come dai capelli quel giorno, quando tutto iniziò, sotto un lampione, in un viale in ombra, le cui chiome sempre lo stesso artista scolpiva. Tra le ombre frenetiche e agitate che scorrono ai miei fianchi nel turbinio del vento, tu sei sempre più luminosa, in un paesaggio che non ha più contorni, dove ogni amplesso abbraccia figure vacue, che svaniscono come l’amata Clorinda per Tancredi. Che grande artista è il vento! Le illusioni sono i più bei desideri; e chi riesce a scolpirle nell’anima è un grande artista.

La strada si allunga sotto le ruote, i chilometri scorrono sempre e il traguardo non si avvicina. Ma, come sempre, qualcosa decide che è il momento di mettere mano ai freni. Riparte la musica nell’Ipod. Le ombre scompaiono. Con loro tutto scompare. Resta la vita di sempre, resta la strada fatta per inerzia; restano i chilometri che hanno misurato solo tempo e mai spazio, restano i peschi, il mais, l’erba spagna, i tanti tralicci, i ponti sui canali, le traverse e le scorciatoie, lo sciabordio dell’idrovora. Restano lì, scolpiti da quella mano infallibile, i giudici, immobili e severi – che tu sai sempre dove trovare e loro sanno sempre dove trovarti – di un sentenza scritta, ma mai dichiarata. Tutto torna rasserenante, ma desolatamente reale. Ancora una volta tu resti un miraggio. La strada curva, la luce cambia, il paesaggio non è più quello, le case non sono più poche e rade e il vento ora mi respinge. Non disegna più bellezza per l’animo, non scolpisce più meraviglia per lo spirito, non fa più ondeggiare la tua chioma che mi spronava alla felicità; ora frena il cammino. La sindrome dell’ultimo chilometro. Laggiù non si deve arrivare. Vuole essere ascoltato? Perché? Chi ha messo mano ai freni? Non volevo frenare. Perché la strada non corre più come prima sotto le ruote? Perché i chilometri si assommano ora stanchi e lenti su quel riquadro pieno di cifre attaccato al manubrio? Perché? Perché ho frenato? Ma sono stato veramente io a frenare? Ti cerco invano. So che sei lì, so che non sei lontana, so che sei nel vento e che lui ti porta. So che sei in buone mani, in quelle di un grande artista che non fallisce. Chi è che ha sbagliato? La strada ha deviato. Tutto è cambiato. L’asfalto passa lento sotto le ruote.

Sono sicuro di aver visto una grande conchiglia: era aperta nel vuoto, aperta nell’azzurro.

Featured post

Sogno

In questa dimensione sospesa, senza assiti su cui poggiare e senza tetti su cui confidare, senza traguardi da raggiungere, ma anche senza poter identificare un punto preciso da cui si sia partiti, mi ritrovo in una pietraia, non so dove. Nuda roccia tutt’intorno. Vento freddo. Ti avvolge e asciuga il sudore che copioso scende per la fatica del salire. Nient’altro che sassi vedo, distese sconfinate di pietre. Eppure, non mi sento spaesato, né a disagio. C’è qualcosa che mi attrae, da qualche parte, lassù. Si intravvede un puntino giallo.

Il papavero retico non si concede facilmente. Vive solitario. Conquista la sua roccia, lontana da sguardi curiosi e morbosi, e se la tiene cara. Se lo vuoi vedere, devi superare i 2000 m di altitudine, devi arrancare su impervi ghiaioni, devi aguzzare la vista tra sassi millenari, devi cercare dove nessuno quasi mai osa, devi faticare e soffrire dove il vento raggela e il ghiaccio scompare soltanto per pochi mesi, devi arrampicarti con corde, imbraghi e moschettoni là dove i camosci saltano graziosi e liberi e ti umiliano. Il papavero retico li sa sfruttare, quei pochi mesi. Sa di essere prezioso, ma a lui non importa nella sua maestosa solitudine: lui non vuole che tu fatichi e soffra, ma sa perché lo fai. Solo un ciuffo di sparute foglioline verdi alla base lo protegge. Il suo giallo tenue ti conquista. Appena lo riconosci ti fa capire la forza della vita, ti fa capire come anche nelle situazioni più difficili la vita vinca sempre su tutto quanto la vorrebbe sconfitta, ti fa capire come la solitudine sia un premio di natura, una vittoria per sconfiggere superbia, arroganza, invidia altrui. Forse per questo lo guardo con rispetto, a distanza. Ora lo distinguo bene. Non lo fotografo. Non so se nemmeno se in questa particolare dimensione avrei i mezzi per farlo. Nei sogni tutto sa di antico, non si scattano foto, si affida tutto soltanto allo scrigno che conserva quei segreti del tempo che proprio in quel momento, eccezionalmente e spesso inspiegabilmente, si apre per te. Lui ti guarda, tu lo guardi. La forza dei suo colore giallo ti conquista. È una forza della natura. La ammiri e la rispetti. Soltanto questo puoi fare, per ringraziare del dono che hai avuto. La forza con cui il solitario fiore conquista i sensi lo conserverà eterno nella memoria, eterno quanto eterna sarà quella stessa memoria. Eterno quanto eterna sarà quella forza che mi dà al risveglio da questo sogno, lui, il fiore più bello, il mio fiore di sempre. La vita ha bisogno di questa forza e di tutte le immagini che la rappresentino per te. La vita ha bisogno di abbarbicarsi a quello che trova per resistere alle potenze che la combattono; ha bisogno di rappresentarsi nel sogno queste icone e queste emozioni di vittoriosa, ma mai superba, solitudine. Una solitudine umile, semplice e naturale. La vita ha bisogno di questo fiore fragile e forte per andare avanti e vincere gli ostacoli. Richiede simboli immortali, come immortale è il ciclo vitale che fa nascere e rinascere, il mio papavero retico. E il sogno non mente. Neanche questa volta.

Vorrei donarlo a te, ma il destino vuole che lui ci parli da dove per noi non sarà mai facile giungere. Essere trasportato lassù con lui è la forza con cui reagisco, con l’immaginazione. È il potere ineffabile del sogno: immaginare. Immaginare che anche tu sappia condividere quest’energia immune da debolezza è il mio auspicio. Immaginare che anche tu sappia che una solitudine dettata dagli eventi della vita può essere una vittoria, può essere rappresentazione di forza, può essere un simbolo dell’umile accettazione del fare parte di un ordine naturale delle cose. Immaginare che anche tu condivida queste emozioni. Immaginare di vivere tutto questo è quella domanda che è inevitabile e naturale, e per questo bello, che ogni sogno ci lasci.

Sogno

La vita è una battaglia tra l’amare e il soffrire, tanti dicono, in una tensione continua dall’esito incerto, ma in cui alla fine si esce dal campo di battaglia convinti del fatto che la più grande libertà che resta è quella di poter sognare, non importa se da vinti o da vincitori.

La vita è la ricerca di un equilibrio tra le ragioni del dovere e le passioni del volere. Quasi mai da sole trovano un accordo se non sei tu a usare bene i pesi sulla bilancia. Nel sogno lo trovano sempre.

La vita è una clessidra in cui lentamente scende la sabbia per tante volte quante sono le giornate che la compongono. Quando la giornata è finita, si rigira e si riparte da capo.

La vita è una punizione per una colpa o un premio per una vittoria. Non è la stessa cosa. Sono pesi diversi. Dipende tutto da come usi quella bilancia. Un premio si gode anche spensieratamente. Una punizione si espia lentamente e quasi sempre fa male. Ma alla fine, premi e punizioni, se li rispetti per quello che sono, ti conducono sereno allo stesso obiettivo e qualche volta per la stessa strada, qualche volta anche a tua insaputa. E sentirai di doverli ringraziare tutti, perché gli uni senza gli altri non ti avrebbero portato da nessuna parte.

La vita è una gioia continua, ma tale che nessuno l’apprezzerebbe mai se non ci fossero i dolori e i dispiaceri che le danno un sapore e che il sogno ti ricorda, a volte impietosamente. Con quel sapore in bocca ti risvegli da quel sogno. Un sapore, sì perché la vita senza sogno è come il mascarpone per fare il dolce, che così come lo compri è aspro, amaro, ma quello che consente di gustare alla fine, se lo sai usare, è semplicemente meraviglioso.

La vita è una ricerca continua di quella solitudine, che tanti disprezzano, ma poi desiderano, una solitudine che solo il conforto dell’amicizia consente di apprezzare e che nel sogno assume contorni fiabeschi. Senza l’amicizia la solitudine fa strazio della vita. Senza il premio indispensabile della solitudine, l’amicizia è come una maglia tarocca, che tutti sanno che lo è, ma nessuno osa dirtelo, e ti riveste di ipocrisia.

La vita è un continuo domandarsi, nel dormiveglia che anela al sogno, se l’amore sia gioia o dolore; è una ricerca continua di segreti e di modi in cui svelarli; è una tensione senza sosta verso traguardi che nessuno vedrà mai. Chi pretende di capirla non ha capito niente.

La vita è amore che vive solo nello spirito e che difficilmente può prendere forma. Desidera restare sogno, soggetto a mille ipotesi, una caotica sequenza di diafane visioni che solo tu potrai, se vorrai, mettere in ordine. La vita è come il sogno di un bambino che vuole sempre fare l’astronauta o il calciatore, è come la carriera di una persona che è già dirigente e che, se non diventa ancora più potente, non sarà mai sazia. Il bello di quel sogno, dell’uno come dell’altro, è che resterà bello solo se resterà quello che è.

La vita siete voi che leggete e grazie ai quali potrò scrivere sempre qualcos’altro. Per chi, come me in questo momento, esprime scrivendo ciò che sente il bisogno di far uscire voi siete come il sugo per la pasta, che arriva sempre a fine cottura, e che, se non arriva, la lascerà senza sapore.

La vita è come questo cellulare da cui sto scrivendo, che, siccome si sta scaricando, ti dice di far presto a dire e a fare quello che vuoi, perché il suo tempo è definito. Se non lo rispetti, comunque si spegnerà.

La vita è l’insieme dei piccoli sì che solo i tanti grandi no consentono di apprezzare. Quelle persone che ti hanno detto quei no, e che magari tu hai stramaledetto chissà quante volte, ti hanno fatto un favore delle cui dimensioni forse non sarai mai perfettamente consapevole. Un solo piccolo ma tacito sì, ricevuto nel segreto di un sussurro, vale mille di quei grandi e sgraziati no, detti in pubblico e da cui ti sei sentito umiliato.

Alla fine la vita sei sempre tu, per cui darei tutto me stesso, e sarei disposto ad ammettere anche che quello che ho appena scritto non vale un fico secco. Sì, perché un sogno, nasce e muore senza un apparente motivo, senza un apparente obiettivo, va preso per quello che è, non sottostà a regole e procedure. E solo tu le darai un senso, alla vita come al sogno.

La vita sei tu, immagine eterea e diafana a cui nel sogno parlo sempre da amico, bellezza senza forma, emozione senza confini, sentimento che muove il corpo, che gli fa sentire piacere e dolore, che fa balzare il cuore in gola, che agita l’anima, memoria straziante di quello che hai avuto e non avresti mai dovuto avere e aspirazione eterna a quello che non hai mai avuto e forse mai potrai avere. Ti ho detto tutto, anche quello che forse, chissà, non avrei mai dovuto. Ma sono stato sincero. E ora, immersi nel buio, nella tacita  e rassicurante solitudine, lasciamoci cullare da quel nulla in cui dominano potenze che non si vedono, sperando di poter sognare sempre. Che cosa? Almeno un’altra vita, lasciamelo dire. In fondo, un sogno è l’unica vera libertà. Nessuno mi potrà mai togliere la libertà di un desiderio, anche di una nostalgia, che cerca di prendere una sua forma in questo sogno che è appena finito.

Inno alla gioventù

Preparando una lezione di lirica greca sui frammenti elegiaci di Mimnerno per i miei studenti di quarta e rileggendo il testo sulla vecchiaia contenente la nota similitudine delle foglie, riflettere su certi canoni e certe convenzioni letterarie non è forse del tutto inutile.

Da giovani si scrive con fierezza e baldanza, si dice. Il giovane è quello che vuole spaccare il mondo, anche quando scrive, si legge spesso. Poi si cambia, si sostiene: si conviene troppo leggermente sul fatto che alla baldanza e alla fierezza si sovrappongano piano piano, con la stessa parsimonia di tempo con cui incanutisce il pelo, il lucido raziocinio e anche una patina di malinconica ironia. Questo è quanto comunemente si legge e si sostiene. Questo è quanto generalmente si tramanda da secoli. Ma non è così che va impostato il problema, anche se non siamo certamente qui a negare che quanto sostenuto dai più possa accadere nella vita.

Siccome è proprio questo avverbio ‘generalmente’ che mi urta, siccome è proprio dall’errato uso di questa parola da parte di chi vorrebbe che ‘generalmente’ significasse ‘assolutamente’ che viene questo mio malessere, e siccome da tempo sostengo che è proprio il generalizzare che rovina tutta l’immensa e variegata bellezza della vita, che è resa interessante proprio dalla differenza e qualche volta anche dall’oltraggio alla regola generale, alla convenzione costituita, al canone più o meno dogmatico, ecco che anche la considerazione sul tono della scrittura andrebbe condotta con maggiore cautela e soprattutto con una maggiore attenzione ai diversi casi degli individui, dei contesti in cui sono attori e della loro condizione di vita, perché mai come quando si discute di espressione e di comunicazione è vero che tutti siamo diversi, perché nessuno reagisce alle sollecitazioni del contesto allo stesso modo. Non è certo una scoperta, ne sono consapevole, ma ripeterlo non nuoce, vista la forza con cui queste malsane convenzioni tuttora resistono.

E dunque la scrittura? Ecco allora che la scrittura, quando è opera di un’età matura, finisce per assumere le più diverse sfumature, soprattutto se si considera il contesto in cui è stata vissuta l’età precedente. Non ci sono regole, non ci sono canoni, non è lecito stilare alcuna generalizzazione. Mai come oggi mi sento fiero e baldanzoso quando scrivo. Perché? Perché sono un ribelle? Li adoro e li invidio qualche volta, ma non credo sia la ragione. Perché rifiuto ogni generalizzazione? Sì, è vero, ma non credo sia neanche per questo. Perché rifiuto le regole costituite? Mi piace farlo, lo ammetto, è un’innata pulsione che si manifesta in me soprattutto se mi sta antipatico quello che le ha fissate, ma non è nemmeno questa la motivazione. E allora?

Credo che sia sufficiente riflettere su un dettaglio per cercare una risposta che possa avvicinarsi al vero. Quella che abbiamo chiamato la fierezza e la baldanza della gioventù non ha età. Si può raggiungere in qualunque momento. Cambia solo il modo in cui si esprime. Concentriamo la nostra attenzione sulla scrittura e non divaghiamo. L’atto di scrivere risponde quasi sempre al bisogno di tirare fuori da dentro e di liberare dalla catene parole che altro non aspettavano. Si può realizzare l’obiettivo in tanti modi. Con il maturare, con il passar degli anni, dipanandosi lentamente il gomitolo della vita attraverso le più varie peripezie, questi modi, che nella scrittura sono i toni e gli stili, sfuggiranno sempre ad ogni schema e non tollereranno mai di essere incasellati, perché quelle peripezie saranno sempre uniche e originali, come irripetibili e individuali saranno i contesti in cui sono maturate.

Esiste poi un caso del tutto speciale ed è quello di chi sente il bisogno ad un certo punto di esprimere liberamente quello che in gioventù non è riuscito a comunicare, quello di chi trova soltanto in età matura quella forza che prima è mancata, quello di chi soltanto dopo anni e anni di letture e di confronto con testi altrui trova l’ardire di comporne di propri. Come potremmo non chiamare gioventù la fase di rinnovamento che questa persona vive, anche se la scopre soltanto quando della gioventù anagrafica vede il treno allontanarsi e svanire lontano tra le nebbie? Va via un treno, partirà e scomparirà alla vista, esattamente come quella vista e quei sensi s’indeboliranno, esattamente come le forze del corpo perderanno il vigore fisico, ma non svanirà mai la forza interiore della vita, quell’energia di spirito che tanti attribuiscono alle più svariate ragioni. La forza spirituale, sì, qui è la risposta. La forza spirituale non solo non ha età, ma può assumere gagliardia proprio mentre il vigore dei nervi scema. Non dimenticherò mai la forza con cui mio babbo, in punto di morte, afferrava tra le sue mani le dita delle mie, comunicandomi in quel momento una forza senza dubbio superiore alla mia. Un treno è partito. A quel treno ne seguirà un altro e chi ha fiducia in questa forza lo prenderà al volo con quella baldanza e quella fierezza che prima non aveva trovato, o perché prima non ne aveva avuto le occasioni, o perché prima non aveva avuto l’ardire, o perché prima non si era sentito all’altezza del compito o per quelle mille e mille altre motivazioni che ci rendono tutti mille e mille volte diversi e impossibili da incasellare in una tabella.

E di me cosa dovrei dire? Se vi può interessare come conclusione, scrivo questa riflessione proprio perché in questi giorni sto tirando fuori dal classico cassetto scritti di varia natura composti in età adolescenziale e in gioventù. E sono una scoperta continua. Saranno acerbi il lessico e la forma, ma non l’energia vitale che li ha fatti nascere. Ebbene: non trovo una forza interiore diversa; se c’è cattiveria è la stessa cattiveria di oggi; se c’è malinconia è la medesima malinconia di oggi; e il fine che allora esortò a scrivere è lo stesso che induce oggi a rendere noto e pubblicare. I temi sono diversi soltanto perché naturalmente diversi sono i contesti di vita, diverse le occasioni, diversi gli incontri, diverse le relazioni, diversi, perché no?, gli strumenti stessi e i codici della comunicazione. Ma i toni sono esattamente gli stessi. L’entusiasmo, inteso alla greca come ispirazione quasi mistica, profonda, di natura interiore, è il medesimo di oggi.

E allora, su, diamo una spallata alle convenzioni! Con buona pace di tanti vecchi brontoloni e di Mimnermo, di cui per fortuna altro era ammirato nell’antichità e non quel che a noi è giunto dal naufragio dei secoli, mi piace pensare, e mi piace scriverlo con baldanza e fierezza, che la scrittura è sempre opera di diversi stadi e diversi aspetti di una stessa gioventù.

La panchina sull’alpe

Con tutta l’energia del suo lento crescere il sole si eleva di picco in picco, di giogo in gioco. Si apre varchi tra le rocce regalando alle cenge e ai pianori la sua luce, con mille cautele, come un babbo che dà la paghetta a un figlio.  E con il sole si alza anche il vento. Muove le fronde. Libera dall’ombra specchi di luce. Infonde vita a spazi e rivela oggetti prima informi nel buio. Porzioni di prato rallegrate dai botton d’oro, belli ma velenosi, prendono colore e rilasciano insieme all’erba l’umidità della notte. I raggi si allargano sul pianoro. La loro luce elimina ogni segreto. Uno di questi raggi punta diritto una panchina. Il giovane esce dalla tenda. La vede e la riconosce. La stava cercando, quando il buio era calato e il suo corpo stanco gli aveva detto di fermarsi ai margini di quell’erto pendio boscoso lentamente percorso nel tardo pomeriggio del giorno prima. Dopo aver lasciato sfollare i turisti dai sentieri, era rimasto lui il padrone della sua memoria. Quella panchina era in tante foto di lui con il babbo e la mamma, quando era ancora bambino. La vuole rivedere anche quest’anno. Ha una storia, come tanti oggetti. Una storia speciale di sicuro, perché ogni oggetto è speciale quando per una persona assume un significato speciale. Il babbo gliel’aveva dato un giorno. Una storia forse  anche triste, se la si vuole intendere in un certo senso. La tristezza è uno dei sentimenti più relativi: alcuni la considerano negativa e fanno di tutto per allontanarla, altri la cercano e in essa trovano anche conforto in certi momenti. A lui non interessa se la storia della panchina sia triste o no. È speciale. È la memoria. E questo basta.

Non era uno che amasse le soste. Se decideva di compiere un’escursione, solitamente camminava finché aveva energia per procedere. Ma quella panchina meritava il ruolo di eccezione e l’eccezione, si dice, dovrebbe confermare la regola. Perché, appunto, aveva una storia per lui. Altri potevano passare e non guardarla nemmeno. Lui no. Il babbo un giorno l’aveva vista sverniciata dal passare tempo. Aveva speso di tasca sua perché fosse restaurata in quel canto dell’alpe da cui s’alzava sempre un inno alla memoria della mamma. Era, infatti, la sua un’escursione della memoria. Anzi, nella memoria. E la memoria aveva i suoi riti, un po’ malinconici, tristi qualcuno forse li chiamerebbe, ma sempre da rispettare. L’onore, quello meritato, richiede questo rispetto. La panchina costituiva parte importante del rito. L’aveva cercata fino all’imbrunire. Poi tutto il pianoro si era oscurato e il tremulo, acuto canto dell’allocco era stato il segnale che indicava per lui il momento della sosta, per altri quello della caccia.

Tanti anni prima, quando era ancora alle soglie dell’adolescenza, su quella panchina il babbo aveva deciso di mangiare, prima di iniziare il lungo e ripido sentiero sul versante esposto che portava all’attacco della ferrata, la prima per lui appena dodicenne. Era emozionato allora. Lo stesso sentimento albergava adesso nel suo cuore. Alla fine del sentiero che si dipartiva da quello principale c’era una malga abbandonata, che un tempo era stata anche un rifugio. Lo era allora quando ci passò con il babbo. Ormai solo una piccola stalla per poche mucche in alpeggio estivo. Poco più su coltivazioni di mirtilli. Da un po’ di tempo fruttavano più del latte delle mucche, del formaggio e dello yogurt. Quando invece la malga era stata anche un rifugio, aveva un sottotetto che da giugno a settembre poteva ospitare fino a otto persone in branda ed era molto amata e conosciuta dagli escursionisti e dagli alpinisti nei mesi caldi. Il babbo e lui mangiarono soltanto un piatto di pasta, quanto fu sufficiente per riprendersi dalla lunga marcia che da fondovalle attraverso il bosco li aveva condotti all’alpe. Era necessario quel pieno di carburante per affrontare “sua maestà la roccia nuda”, come il babbo la chiamava. Dopo il pranzo il babbo vide la panchina e disse che era quello il posto giusto per un po’ di riposo. La panchina era rivolta verso la lunga serie di montagne disposte a semicerchio intorno a una conca glaciale e appuntite come la dentatura di uno squalo. Il sole, che ne disegnava in controluce i contorni da dietro, dava a tutte lo stesso colore bruno, ma ne esaltava l’originalità. Ognuna aveva il suo nome, le sue vie, i suoi eroi. Il babbo parlò come sempre di battaglie e di conquiste di cime, di guerra di trincea e di morti, tanti morti, morti a migliaia su quel pianoro dove ora brucavano pacificamente mucche e cavalli, capre e pecore. Lui ascoltava, perché la storia con le parole e le testimonianze che queste modellano plasma il paesaggio senza che ne accorgiamo. Lo sentiamo quando la fatica dell’escursione, il cui fine oggi è lo sport, ci ricorda il dolore delle marce, il cui fine era lo sterminio di un nemico che aveva la tua stessa vita, la tua stessa famiglia, i tuoi stessi sentimenti, i tuoi stessi affetti. Allora tutto diventa storia. E lo capisci quando avverti il dolore, perché la storia è vera e autentica, non libresca e scolastica, quando è esercizio di dolore, quando, camminando sulle sue tracce, senti il cuore balzare in gola, quando certi pensieri ti fanno riflettere sul destino; e ti chiedi perché il nemico poteva starsene con le sue mitragliatrici appostato lassù, quando invece le nostre fanterie dovevano invece essere mandate con migliaia e migliaia di vite umane allo sbaraglio contro quelle postazioni, inaccessibili come nidi d’aquila. La famosa carne da macello, o da cannone. Il babbo rifletteva, perché il suo babbo, il nonno, lì c’era stato, aveva combattuto per obbedire agli ordini; e quando faceva vedere le foto del nonno in divisa, che lui appena ricordava, quella manica destra vuota nella tasca della giacca, quel pantalone destro ripiegato e infilato sotto la cintura bastavano a capire l’entità del prezzo pagato dal corpo; quella stampella tenuta stretta con la sinistra e che lo sosteneva sotto l’ascella teneva tenacemente in piedi un corpo fiero, che significava da solo una storia che non aveva alcun bisogno di parole. Era quella la ragione delle escursioni per il babbo. Ogni passo era un viaggio a ritroso. Intendeva tramandare a lui quel sentimento. Chissà se il babbo sapeva anche che il succedere delle generazioni avrebbe fatto sì che il figlio non avrebbe mai vissuto allo stesso modo, ciò che già lui, figlio di un soldato, viveva diversamente dal suo babbo. Eppure quel luogo viveva di altro e il sentore che quelle parole del babbo fossero diventate un diversivo e che avessero un intendimento quasi esorcistico non glielo toglieva dalla mente nessuno. Il vero fine era quel cippo.

La sera prima, dopo che ebbe mangiato, era passato un piccolo gruppo di escursionisti di ritorno dalle frange che lo attendevano. Avevano visto la panchina. Ma il loro sguardo era andato oltre, posandosi sul cippo che si trovava vicino ad essa. Erano stranieri e cercarono di tradurre la scritta in italiano. Uno di loro si fece un segno della croce con la mano destra. Lui lo notò. In altri contesti forse non avrebbe compreso il significato di quel gesto e lo avrebbe ritenuto una formale convenzione. In altri momenti forse si sarebbe anche risentito. Ma in quel momento no. Lo apprezzò. Tutto lì prendeva veramente un significato speciale. 

Richiuse la tenda. Preparò lo zaino. Calzò le pedule. E fece qualche passo verso la panchina. La mente era in subbuglio. Il cuore palpitava, come sempre quando si raggiunge qualcosa che si cerca e si desidera. Su quella panchina ritornarono la parole del babbo di quel lontano giorno. Era inevitabile. Era andato lì da solo unicamente con quel fine. Per riannodare fili con un passato che aveva un universo sconfinato di informazioni, di emozioni, di intermittenze del tempo da rivelargli, se ascoltato nelle giuste condizioni. Il babbo lo aveva invitato a guardare le montagne. Ma lui era stanco. Lo aveva ascoltato poco. Il babbo se n’era accorto. E lui allora aveva appoggiato la testa sul suo fianco e aveva chiuso gli occhi addormentandosi. Ma il babbo parlò lo stesso. E parlò di nuovo alla fine della ferrata, quando una di quelle cime ritagliate in controluce fu da loro raggiunta. E parlò ancora a casa, al ritorno. Parlò della bellezza di quel paesaggio, non della tragedia della sua storia. La bellezza del paesaggio non è macchiata dal sangue dell’uomo, ma nobilitata e resa ancora più preziosa. Così lui pensava. Ma diceva anche che non esiste una cima uguale all’altra. E per questo erano ancora più preziose. Diceva che, quando ti siedi su uno sdraio in spiaggia e guardi il mare, vedi qualcosa di piatto e di uniforme; invece lì non esiste una montagna uguale all’altra. Diceva che nel mare, se vuoi vedere la differenza, devi scenderci sotto, immergerti, sprofondarti sotto la sua superficie, dove, per respirare, hai bisogno di qualcosa che la natura non ti ha dato, perché il mare la sua differenza la nasconde agli occhi di chi non la merita e rende difficile ai più ammirarla. Ma la montagna non nasconde segreti, non ti tradisce, ti fa capire subito che cosa ti aspetta. E il refolo fresco che ti farà respirare, che scenderà sul tuo corpo affaticato, sarà il premio per il sacrificio che ti offrirà, una volta giunto lassù su una di quelle cime.

Il progresso tecnologico consentiva ora di avere tutto in un cellulare. I due libri scritti dal babbo erano dentro quell’arnese tanto diabolico quanto maledettamente utile in quel momento. Ne prese uno, non a caso, e iniziò a leggere. Poi si rese conto che l’ansia cresceva e gli occhi si stavano inumidendo. Appoggiò lo zaino per terra e si sedette sulla panchina. Spense il cellulare e chiuse gli occhi. Che cosa aveva fatto? Aveva rinunciato a un dialogo con il tempo? Aveva rinnegato la memoria? Non riusciva a capire perché avesse così facilmente ceduto. Non era da lui. Il babbo non lo avrebbe mai fatto. Non voleva forse ammettere la verità? Quel libro del babbo, che lui dopo anni aveva deciso di rileggere, si era bruscamente interrotto e ad un certo punto non era più riuscito a procedere con la lettura. E non era la prima volta. Erano pagine forti da leggere. Lo sapeva. Per questo aveva scelto quella condizione per lasciarle entrare soffici nel mondo dei suoi tanti sogni frustrati da un episodio che era accaduto lì e che lì lo aveva come inchiodato per anni.

La memoria è il condimento che dà sapore alla vita: può renderla amara oppure dolce. Non importa. Va rispettata comunque, perché un ricordo ha sempre qualcosa da insegnarti su come riprendere una strada interrotta per un’immotivata paura, su come interromperne una per aver riconosciuto un errore o ascoltato un consiglio amico, su come fermarsi, sì, anche fermarsi potrebbe essere utile, come lui aveva appena fatto. E in quella sosta sentì da lassù il consiglio di riprendere quella pagina che aveva chiuso. Lo ascoltò, riaccese il cellulare, riprese il libro interrotto e lesse quella pagina letta e riletta tante volte. Fu un sabato mattina. Pioveva; e sull’asfalto del viale di città le foglie che un precoce autunno faceva scendere imputridivano tra specchi di luce illuminati dai lampioni fissi della strada e altri dai fanali intermittenti delle auto. Mentre lui era alla finestra della sua camera, il babbo entrò, si sedette sul suo letto e disse: “Siamo rimasti solo noi due. Che senso ha restare dove tutto fa solo male?” E lui rispose: “La memoria non la cancelleremo mai. Ce la porteremo dappertutto. Se oggi ci trasferiamo, tutto quanto verrà con noi; quello che il tempo ha inciso nel cuore non si cancella spostandosi nello spazio. Perché fuggire? A cosa fuggire?” Il babbo si alzò e uscì di casa. Lo vide poco dopo dalla finestra con l’ombrello in mano zigzagare tra quelle pozze che rispecchiavano luci tutte diverse. Sapeva dove il babbo si stava dirigendo. Dietro l’angolo c’era la chiesa dove la mamma andava sempre, ma dove il babbo era entrato solo dopo la sua scomparsa. Il babbo da allora ci andava tutti i giorni, a domandare che cosa? Non aveva mai avuto il coraggio di chiederglielo. Era un segreto tra loro due, tra la mamma e il babbo, che in quella chiesa aveva trovato il suo scrigno. Il babbo prese una decisione sulle panche di quella chiesa. Tornò in casa e disse: “Domani si festeggia.” “Cosa dobbiamo festeggiare?” “Festeggiamo la memoria, quella di cui hai parlato tu prima.” “Perché?” “L’hai detto tu: dà il sapore alla vita e non si può sfuggirle. Oggi ho provato ad ascoltarla. Lei mi ha detto che io e te avremo un compito.” “Quale?” “Fare un sacrificio: partiremo per la montagna, quella montagna, e arriveremo lassù dove il destino ce l’ha portata via e ci ha costretti a cambiare ogni progetto.” Non aveva detto ‘lassù dove tutti e due siamo rimasti inchiodati’. Sarebbe stato troppo scontato. Ma quella era la verità.

Chiuse la pagina. Era riuscito a leggerla. Ora era rimasto solo lui a onorare quella memoria, che aveva i suoi riti, come li aveva nella chiesa frequentata dalla mamma e poi anche dal babbo. Si alzò, riprese il cammino. Ogni pesta era quella del babbo. Lo zaino era quello del babbo. Le pedule quelle del babbo. Quello era il suo rito. E la cima su cui sarebbe arrivato sarebbe stata dedicata proprio a loro due, dopo la fatica, dopo il dolore, dopo quel sacrificio senza il quale nessuno avrebbe mai il diritto di onorare la memoria. Recitare una preghiera su una tomba è alla portata di tutti, se uno lo ritiene utile e se ritiene che lo spirito abbia bisogno di quel genere di alimento. Lui non si accontentava. Aveva bisogno della sua cima da conquistare. Sentiva l’atavica urgenza e il richiamo del rito e del sacrificio. Doveva andare lassù, dove, chissà, forse un giorno gli avrebbe potuto anche stringere la mano, come lui diceva che faceva con la mamma su quelle vette.

Si alzò dalla panchina e s’incamminò. Avrebbe guardato solo al ritorno, dopo il compimento del sacrificio, il cippo con la foto della mamma che il babbo volle proprio lì. Accanto a quella panchina dove i soccorritori un giorno di tanti anni fa l’adagiarono ormai inerte, mentre le pale dell’elicottero ruotavano con un’urgenza che non aveva più alcun senso e il frastuono del rotore dilaniava, senza grazia, inutilmente, quanto già era stato sbranato e divorato dal destino. Il sole giocava con la sua luce e non un raggio raggiunse il cippo, che rimase in ombra. Si alzò dalla panchina e si sistemò sulle spalle lo zaino. Prima di lasciare il pianoro dell’alpe si voltò indietro un’ultima volta. Un raggio di sole aveva attraversato il prato. Le ultime acetoselle bianche attendevano la prossima fioritura e davano appuntamento all’anno prossimo e al prossimo rito. Pini cembri, abeti e larici erano pronti a consegnarlo al regno dei mughi, prima di sua maestà, la nuda roccia, e prima della mistica solitudine della cima dove tutti e tre si sarebbero abbracciati, come sempre. Lassù il dialogo avrebbe avuto il suo compimento e il sacrificio avrebbe dato forza a quel dialogo. Il sole girò dietro un’alta vetta. L’ombra avvolse piano piano la panchina, accompagnata da una dolce folata fresca, come la coperta sul bimbo che s’addormenta. Era atteso. Non poteva indugiare più. S’incamminò senza voltarsi indietro, con l’anima scagliata in avanti come un proiettile, verso il passato.

Fatevi un selfie, ma con un libro

Qualcuno potrà anche guardarti dall’alto in basso e dire che un libro autopubblicato è un libro di serie B. È successo a me. Succede a tanti in tutto il mondo. Chi lo dice risponde a un identikit ben preciso. Si tratta di persone incapaci di accettare sfide e di vedere i cambiamenti in atto. Leggo manoscritti da anni e do consigli ai giovani, indicando loro questa, l’autopubblicazione, come la strada del futuro. Fidatevi. Il vero libro di serie B non è questo, ma quello che arriva in libreria per quel puro atto di sterile narcisismo che gl’inglesi chiamano Vanity Press, dopo che l’autore ha sganciato migliaia di euro a editori che non si assumono responsabilità e sanno soltanto pararsi bene la parte terminale posteriore della colonna vertebrale, quella che termina con un orifizio che ha tanti nomi. Non ascoltate chi ha interessi di bottega. Pensate a voi stessi. Scrivete, ascoltate sempre i consigli di amici appassionati di scrittura, ma soprattutto leggete, leggete, leggete. Non c’è miglior scuola.

Tessere trame

Solitudine, concentrazione, silenzio. Sono le condizioni per poter leggere, mi disse un giorno un collega. Ma anche per poter scrivere, aggiungo. E non bastano attimi di solitudine, di concentrazione o di silenzio, ma occorrono ore intere per leggere, se necessario anche giornate intere, almeno per scrivere. Chi non le sa apprezzare, chi non se le sa ritagliare non sarà mai un lettore, né tanto meno riuscirà a produrre qualcosa che sappia comunicare un sentimento, un sogno, un’emozione, un battito d’ali, un fruscio d’api, una brezza che solleva un aquilone, un anelito di libertà. Dispiacerà a qualcuno sentirselo dire. Ma credo che la crisi della lettura sia dovuta anche alla difficoltà di trovare nello scorrere del nostro tempo parcelle segrete di isolamento in cui sia possibile concentrarsi in silenzio. Quando scrivo spengo il cellulare. Lo faccio di sera o nelle prime ore del mattino, oppure anche di notte. E allora non avverto lontano quell’anelito di libertà. Quanti sanno apprezzare oggi il valore di queste tre condizioni? Ho aperto un profilo, su consiglio di un editore, su un mezzo di comunicazione sociale per avere una pagina su cui diffondere quello che scrivo. Mi sento dire che è fondamentale avere un profilo su uno di questi mezzi di comunicazione che ancora chiamo nuovi, ma che, mi dicono, non lo sono più. Eppure non sto bene finché non avete risposto a questa domanda: ma voi davvero credete che chi clicca su quei collegamenti sul mezzo di comunicazione sociale, che conducono ai miei scritti su questo sito, viva davvero la condizione necessaria di solitudine, di concentrazione e di silenzio, le uniche che hanno consentito a quelle parole che legge di prendere la forma di un testo? Riflettete con calma e, se volete, ditemi cosa ne pensate. E allora, mentre voi pensate, faccio il mio mestiere e salgo un po’ in cattedra. Concedetemelo: per questo mi pagano. La parola testo viene dal participio perfetto latino del verbo che significa tessere; dal participio si forma il nome della quarta declinazione textus, che indica il tessuto in quanto complesso ma coerente intreccio di fili di stoffa, opera paziente, come quella del sarto, che intesse trame vivendo di quella lentezza e di quella ricerca di bellezza, cui anela anche chi scrive. Non credo che l’era dei mezzi di comunicazione sociale sia disponibile a fare questo passo indietro. Ma sono convinto che prima o poi qualcuno inizierà a capire quanto ha perduto rinunciando alla bellezza che solo nel silenzio, nella concentrazione e nella solitudine si può scoprire. Successivamente ci sarà una seconda fase, altrettanto inevitabile, che richiederà di uscire fuori, di divulgare e rendere pubblico ciò che hai tessuto. Ma il sacrificio occorre che sia praticato, consapevole, come da più parti si sente dire, che quel tessuto e quella trama che a te hanno richiesto ore per essere pensati, tessuti, ricamati, perfezionati e confezionati, saranno fagocitati in un secondo da chi riceverà il messaggio e spesso giudicati in un’ancor più piccola frazione di secondo. E nulla mi convincerà del contrario: per me questa è una ragione di più per apprezzare l’incomparabile bellezza di quei tre valori da cui siamo partiti.

Solitudine. Concentrazione. Silenzio.

La risata

“Ho letto tanti libri sulla scrittura e ho partecipato a tanti corsi in presenza e on line, ma, quando mi metto davanti alla tastiera, non trovo il coraggio di scrivere e, se anche lo trovo, alla fine getto nel cestino tutto quanto ho appena scritto, convinto di aver prodotto un’emerita schifezza. Credo di avere come un blocco.”

“Non sei da psicoterapia. Tranquillo. Il tuo problema è facile da spiegare e, credo, anche comune. Hai imparato l’arte, ma non l’hai messa da parte.”

“Non ti seguo.”

“I corsi sono molto utili. Insegnano ad evitare gli errori, ma hanno un difetto. Pretendono di presentare come norme e regole situazioni molto più fluide e indefinibili di quanto tu possa pensare. Occorre pazienza. E occorre anche sbagliare, perché, mai come qui, sbagliando s’impara.”

“Tu hai sbagliato?”

“Sì. E qualcosa ho imparato. Almeno credo. Ma parlami di te. M’interessa capire meglio il tuo problema.”

“Tre giorni fa ho scritto un racconto. Poi uno mi ha detto che è melenso e prolisso. Un altro che è troppo lento. Un altro che addirittura è troppo scarno, cioè il contrario.”

“Ecco, ti sei dato la risposta da solo.”

“Cioè?”

“Che bisogno avevi di chiedere pareri? I pareri dipendono dalla situazione più originale che possa esistere nella mente del lettore: la sensibilità. Ognuno di noi è sensibile a qualcosa e nessuno di noi ha la stessa sensibilità di un altro.”

“Dunque devo scrivere e pubblicare.”

“Almeno provare. Dimmi, che cosa avevi scritto?”

“Un racconto di un bambino con l’adolescenza molto difficile che finisce nel giro dello spaccio e a un certo punto si trova in un istituto minorile, dove, per la prima volta nella vita, conosce il senso dell’amicizia e la voglia di riscatto. Un racconto fondato su questa specie di paradosso: trovare l’amicizia nel posto più improbabile e riuscire anche a riscattarsi.”

“Ho capito. Hai sentito il bisogno di comunicare un sentimento molto forte. Ma non a tutti il racconto è piaciuto. Hai provato a partecipare a un concorso? Anche lì è fortuna. Dipende da quale sensibilità incontri nelle persone della commissione. Sapessi … Ho smesso di farne parte proprio perché quello che pensavo io era quasi sempre diametralmente opposto a quello che sostenevano altri. Ma il gioco della fortuna merita di essere tentato.”

“Non ho mai provato.”

“Prova. Ma dimmi! Perché scrivi?”

“Per divertirmi.”

“Ma è bellissimo quello che hai detto. E allora divertiti in un concorso. Quale divertimento più bello esiste del fare una scommessa?”

“Scrivere è una scommessa?”

“Dopo. Prima è un divertimento. Se non è un divertimento, non serve a niente. E se ti diverti a scrivere, sei già sulla strada giusta.”

“E allora? Cosa mi consigli?”

“Mandami quel racconto. Se ti sei divertito tu a scriverlo, non vedo perché non mi possa divertire io a leggerlo.”

“Alla fine allora saremo in due ad esserci divertiti.”

“Giusto.”

“E poi?”

“E poi? E poi cosa fanno due che si divertono?”

“Mah, non saprei. Forse fanno una risata.”

“Lasciati abbracciare.”

Blog su WordPress.com.

Su ↑