Dietro le quinte di una lezione sul Fato

Nam lacrimis nostris nisi ratio finem fecerit, fortuna non faciet: se la ragione non metterà fine alle nostre lacrime, ci penserà la sorte. Lo scrive Seneca per consolare Polibio, il potente liberto dell’imperatore Claudio, per la morte del fratello. Seneca nutre una convinzione e non la cela: esprime in questo testo con sentimento indubbiamente forte l’energia con cui un destino prefissato può guidare l’esistenza, un fato inteso come qualcosa contro cui è assolutamente impossibile e inutile combattere, qualcosa da accettare. Insomma, un Seneca che fa a botte con quel presunto precursore del cristianesimo che in modo goffo e ridicolo ci venne insegnato a suo tempo, ma che costituisce comunque un’interessante prova di come la rappresentazione dei fatti può imprimersi nella mente delle generazioni più dei fatti in sé e per sé. Ma la parte costruttiva del discorso consiste nel dichiarare che questa accettazione non deve essere il risultato di un processo fatalistico con intendimenti rinunciatari, bensì deve essere il prodotto di un esercizio attento e oculato dei mezzi della ragione. Poche righe prima Seneca aveva scritto qualcosa di molto più forte. Diutius accusare fata possumus, mutare non possumus; stant dura et inexorabilia: noi possiamo accusare il destino quanto a lungo vogliamo, ma cambiarlo non potremo mai; si opporrà in modo tenace e inesorabile. Il tutto viene argomentato con una lunga serie di inutili rimbrotti e infruttuose lamentele, che sottraggono tempo prezioso all’azione e alla riflessione su se stessi e sui propri vizi non sufficientemente curati, tema del resto profusamente svolto nel De brevitate vitae e in vari passi di altre opere. La conclusione è di quelle lapidarie, che toglierebbero la voglia di replicare anche al più provetto esperto di dialettica: lacrimae nobis deerunt ante quam causae dolendi. Le lacrime a noi verranno meno prima delle ragioni per cui abbiamo provato dolore. Queste ultime, dunque, resteranno e renderanno inutili le prime, perché nulla cambia di ciò che è scritto. Perciò la conclusione della consolatio consiste nel richiamo a Polibio al senso del dovere e della responsabilità nell’esercizio del suo ruolo pubblico. Troppo sbrigativamente si è inteso leggere in questa finalità quel doppio fine consistente nel volersi ingraziare il potente uomo di corte perché fosse annullata la sentenza che aveva confinato Seneca in Corsica, dove tra l’altro molti lo avranno anche invidiato e da dove scrive queste righe. Non intendo naturalmente negare che Seneca abbia avuto questo secondo fine, ma, avendo più volte letto e riletto questi passi, mi piace pensare che lo abbia fatto coniugandolo perfettamente e coerentemente con la propria visione dell’officium e del senso di responsabilità, che mutuava dalla frequentazione degli scritti dei pensatori stoici. Questo mi piace pensare. L’uomo non può riscrivere il proprio destino, ma deve usare la ragione per uniformare ad esso la sua esistenza. Se non pratica questo quotidiano esercizio, sarà destinato a piangere sull’inutilità del suo stesso pianto.

Ebbene, con un’amica si parlava in chat proprio di questo ieri sera. Anzi, per la precisione si parlava del destino e dell’amore, di come l’uno si coniuga con l’altro. Come ci siamo arrivati? È sempre un esercizio intrigante quello di capire come un dialogo a cena, una discussione, una conversazione a due, una chat arrivi a un certo traguardo dopo essere partita da un certo punto che non si ricorda mai bene quale fosse. Fu così che, giunti alla conclusione che esiste un destino e che piangere sul proprio dolore non serve a niente, proprio come Seneca scrive a Polibio, mi sono poi chiesto come fossimo arrivati a quella conclusione. Ed ecco che allora, ripercorrendo a ritroso la conversazione, scopro che l’irritazione mi ha condotto lì. Esatto, avete letto proprio bene: l’irritazione. Ero irritato. Sì, ero proprio irritato dal fatto che dall’altra parte del filo che collegava noi due conversanti ci fosse una persona convinta che l’amore prima o poi arriva, perché così è scritto anche negli astri. Per quanto non possa negare una certa curiosità da sempre per la questione dell’influsso astrale sulla vita, non ho mai avuto un vero interesse a indagarla, forse per mancanza di stimoli, forse anche per quella parte invisibile dell’educazione familiare che nella vita rappresenta un cordone ombelicale mai perfettamente reciso. Eppure a un certo punto mi sono irritato, quando ho sentito parlare di relazioni tutte capitate e tutte guidate per il verso giusto, proprio secondo quanto previsto dagli astri. Il motivo dell’irritazione è venuto proprio da questa lettura senecana, un testo preparato per i miei ragazzi di quinta, che mi ha indotto nella conversazione serale a riflettere su qualcosa che nella mia vita si è verificato, eccome, e che non riesco proprio a coniugare in nessun modo con questa fiduciosa e ottimistica convinzione che gli astri possano aiutare a guidare bene l’esito dei nostri passi. Due lime sorde: ciascuno andava avanti seguendo il proprio filo, senza che si potesse trovare un modo per venirsi incontro. Il mio punto di vista era questo: nella mia vita il destino ha guidato i miei passi proprio nella direzione opposta e, se gli astri e la loro presunta armonia, che organizzerebbe e darebbe ordine a tutto il creato e che non dovrebbe essere in disaccordo con i postulati cristiani della carità universale, avessero avuto una sorta di accordo e di armonia con questo destino, non mi troverei costretto a riflettere su quei temi che tanto spazio hanno nelle pagine di questo mio sito.

Non è difficile concludere che la riflessione di Seneca dà la sintesi di quello che sempre ho ritenuto e la lapidaria affermazione, divenuta con il tempo proverbiale, dell’epistola 107 a Lucilio Ducunt volentem fata, nolentem trahunt, il Destino guida chi lo vuole, trascina a forza chi non lo accetta, è per me qualcosa di talmente vero, reale, dimostrabile in tutti i modi possibili, che mai mi sentirei di metterlo in discussione, sulla base non di letture, non di teorie o ipotesi interpretative più o meno accademiche, ma sulla base della mia esperienza di vita, di quanto l’esempio della mia persona può offrire alla riflessione degli altri. Nulla cambia di ciò che è scritto. Lo disse il filosofo stoico Cleante, attivo tra IV e III sec. a.C,, lo cita Cicerone, lo riprende e lo fa lapidariamente suo Seneca in un contesto di una tale chiarezza espositiva che non lascia margine a equivoci. E nemmeno la lettura del quinto libro del De civitate Dei di Agostino, dedicato proprio al tema della provvidenza, riesce, per il momento, a convincermi, perché quell’esercizio della libertà e della volontà dell’uomo, che il vescovo di Ippona tanto valorizza nel proprio pensiero, non ritengo che sia una prova della prescienza divina, ma, al contrario, della possibilità che ha l’uomo di accettare o no quanto già scritto per lui. E lo ripeto, non dico questo sulla base delle letture e degli studi; lo sostengo sulla base di una memoria di vita e di un vissuto individuale che si distende e s’imprime su una grande e preziosa pergamena lunga mezzo secolo.

Decisamente forte il contrasto con quanto l’amica ha sostenuto in modo convinto. Ma è in quel momento che il Fato agisce. Ti viene una strana idea. Nella maschera di ricerca del computer scrivi “Destino”, poi selezioni Immagini, poi lo correggi in inglese, “Destiny”, cambia una sola lettera, ma cambia un mondo. E quel Destino allora mette davanti alla tua anima un disegno di Klimt, un nudo di donna, un’opera che l’archivio della ragione non sa in quale sezione di protocollo collocare, né tanto meno saprebbe dire perché sia saltata fuori. Informandoti su quel disegno trovi un testo forte, una lettera in tedesco con parole che ti penetrano direttamente nel cuore e hanno un curioso potere di mettere in moto quegl’ingranaggi dell’anima che sembrava non aspettassero altro. Grazie a quell’immagine ti rendi conto che proprio dalla ricchezza di questi contrasti si può apprezzare la meraviglia dell’amore, esattamente come si trovò a dover considerare in quella lettera Gustav Klimt, quando, di fronte allo splendore ammaliante dei mosaici di Ravenna, non poté non riflettere sulla miseria e sulla povertà che li attorniava, appena fuori dagli edifici che li contenevano. Il destino conduce anche a questo: a desiderare l’amore come un fine che affascina e strega, ma senza avere alcuna idea, se non puramente spirituale, di quale sia il mezzo con cui si possa raggiungere quel traguardo. Il Fato lo sa. A te non compete saperlo. A te compete lottare contro tutto quello che lui ti mette intorno per impedirti di saperlo. Ma dentro uno scrigno antico, dentro una piccola bomboniera, dall’aspetto esteriore anonimo e quasi decadente come il mausoleo di Galla Placidia, si può aprire per te un universo di emozioni che non sai mai dove ti possono portare. A me piace pensare che l’amore sia questo: un agone continuo per conquistare qualcosa di idealmente perfetto proprio là dove mai ti aspetteresti di trovarlo, proprio là dove lo spirito entra in armonia con il destino. Ma sta a te conquistare questo premio. Leggendo Seneca, meditando su Agostino, ma con gli occhi distratti da un disegno di Klimt, mi sono sentito su una strada che potrebbe anche essere quella giusta. Tre stimoli diversi, ma straordinariamente complementari tra di loro. Non posso dirlo ai ragazzi domani in classe. Ma a me piace non dimenticarlo. A me piace che resti una traccia di questo ennesimo sogno meraviglioso.

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Sulla banchina

“Ciao. Posso farti una confidenza?” [faccina pensierosa]

“Certamente!”

“Mi sento attratta dalle persone molto più mature di me.”

“E ti sembra strano?”

“Non so se strano o cosa … Mi sembra che gli altri non capiscano. Mi sento vittima di una specie di convenzione.”

“Capisco … Fregatene degli altri.”

“Non è facile.”

“Capisco anche questo. Mi viene in mente un’immagine, sai …?”

“Quale?”

“Ne verrebbe fuori un aforisma. Non mi sono mai piaciuti gli aforismi.”

“Perché?”

“Perché è come una testa senza un corpo. Mi piace partire dalla riflessione che introduce l’aforisma, ma poi sento il bisogno di svilupparla, abbellirla, interpretarla. Invece l’aforisma dovrebbe essere qualcosa di asciutto, buttato là, come le citazioni che la gente usa su facebook, spesso senza un senso, copiando e incollando quello che trova così come viene. Anche l’aforisma finisce per essere così. Passa di bocca in bocca e perde valore. Solo la riflessione che tu gli cuci addosso glielo restituisce.”

“Concordo. Però sono curiosa lo stesso. Qual è questo aforisma?”

“Parlavi dell’amore e dicevi di sentirti attratta dalle persone più mature di te. Ecco come lavora la mia testa. Mentre tu parlavi vedevo un treno.”

“Interessante. E che fa questo treno?”

“È l’amore.”

“Ora anche intrigante … Va’ avanti!”

“Beh, dammi il tempo per cucire insieme le parole e trovare quelle giuste per l’immagine.”

“L’immagine del treno?”

“Sì, quella.”

“Mi piace questo gioco.”

“Giocare con le parole?”

“Con la magia della parola.”

“Credo di essere pronto.”

“Spara!”

“Eh no! Se usi quelle parole, la magia non c’è più. Non sparo proprio niente.”

“Come sei pignolo!”

“Non sono affatto pignolo. Voglio creare soltanto il clima giusto. Bene. L’immagine prende questa forma. Sta’ attenta! La forma di un treno. 

“L’hai già detto.”

“L’amore è come un treno. Non importa come sia. L’unica cosa che conta è dove va. E non farselo scappare, perché hai guardato con ansia per tante volte l’orologio. Se non lo prendi in tempo, lui parte comunque. Senza aspettarti. Ti lascia qui, sulla banchina, con le valigie in mano, senza sapere cosa fare, dove andare, come poter riprendere il viaggio. Il treno che passerà dopo sarà sempre un ripiego. Quello che hai perduto, è andato per sempre.”

“Insomma, una specie di versione moderna del carpe diem. Non ti sapevo epicureo.”

“Non lo sono, infatti.”

“Però il treno è andato. E le cose per me stanno proprio così.”

“Lui ti ha mollata?”

“No. Io ho mollato lui.”

“Capisco …”

“Il tuo lavorare per immagini me ne ha fatta venire in mente un’altra.”

“Normale. Le parole sono il virus  più contagioso. Dimmi.”

“Una nuvola. Ho girato gli occhi verso la finestra e la prima cosa che ho visto è una grande nuvola nera, bassa, ma sai perché mi ha colpito?”

“Non riesco a immaginarlo. Possono venire tante idee, ma credo che solo la tua sia quella buona. Tu hai visto la nuvola. E a te quella nuvola sta parlando. Tu stai dando forma con le parole a quella nuvola. Ma, aspetta …”

“Cosa c’è?”

“Oggi il meteo dava sereno.”

“Ecco … Ci sei vicino.”

“Intrigante. Mi piace questo gioco. Stai cercando le parole?”

“Sì.”

“Aspetto.”

“Credo di esserci.”

“Sono qui.”

“Mi piace di pensare all’amore come questa nuvola. Una nuvola che si forma non prevista. Ti piove addosso secchiate d’acqua. Poi, quando ha finito il suo lavoro, basta un refolo di vento che sparisce. Quello che resta, signore del cielo, è un sole beffardo, sguaiato, che ride della tua devastazione. E l’amore? Chissà dov’è andato? A fare altri danni, sicuramente.”

“Hai vinto.”

“Perché?”

“Perché prima qua non c’era nessuna nuvola.” 

“E adesso?”

“Devo proprio controllare?”

“Sì.” [pausa] “Allora?”

“Adesso sì. C’è una grande nuvola nera qui sopra. E …”

“E?”

“È arrivato anche il treno.”

“Allora, non perderlo.”

“E se lo perdo?”

“Resterà solo la nuvola.”

“E dopo la nuvola quel sole insensibile, beffardo e sguaiato, che hai detto tu?”

“Sì, quello.”

“Non lo perderò.”

“E dove ti porta quel treno?”

“Lo vuoi proprio sapere?”

“Se pensi che sia importante, sì.”

“Credo che vado proprio dove va la nuvola.”

“E dove va la nuvola?”

“A fare danni.”

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Il volo dell’aquilone

Dopo aver scritto per tanti anni racconti, una selezione dei quali ha avuto una sua vita qui sopra, è uscito il mio primo romanzo Il volo dell’aquilone. E dopo aver scritto recensioni dei libri degli altri, aver letto pagine su pagine di letteratura di tutti i paesi e di tutti i tempi, dovrei dire qualcosa del mio libro, perché, come avviene per tutti gli autori, anche a me non dispiacerebbe avere qualche lettore. Ebbene, si tratta di un romanzo che ha come protagonista una di quelle persone che oggi si chiamano speciali, per non usare parole che potrebbero essere avvertite come politicamente, socialmente e culturalmente non corrette. Giulia è speciale per colpa di una di quelle intermittenze del tempo che la costringe a vedere tutto da un punto di vista originale e non convenzionale, diverso e proprio per questo privilegiato. Il babbo di una sua amica, appassionato costruttore di aquiloni che nella sua vita assumono un significato del tutto particolare, porta un giorno le due bambine a giocare con uno di questi oggetti da lui realizzati. Ma il destino ha altri piani per Giulia e da qui inizierà un cammino nuovo, più difficile, in cui tutto, soprattutto l’amicizia e le relazioni con le persone, assumerà un significato diverso e richiederà l’adozione di un punto di osservazione del tutto lontano dalle più trite convenzioni. La vita di Giulia scorre secondo un principio che lei stessa ha formulato: è la teoria dei paletti. Le barriere, gli ostacoli, le nuove difficoltà della vita non sopportano classificazioni, né schematizzazioni, né, tanto meno, generalizzazioni. Sono di due tipi i paletti di Giulia. Alcuni non possono essere spostati e vanno guardati con rispetto, mai con paura, né tanto meno con rassegnazione. Altri invece possono essere spostati e allora costituiscono traguardi sempre nuovi, ragioni di vita da assaporare ora dopo ora, giorno dopo giorno, incontro dopo incontro. E Roberto sarà uno di questi incontri, quello che convincerà Giulia non soltanto di quanto sia vera la sua teoria dei paletti, ma anche di quanto sia facile sbagliare nel momento in cui li si assegna a questa o a quella categoria. L’amore era uno di questi paletti. Erroneamente era stato ritenuto appartenente alla categoria di quelli fissi; e invece, grazie a Roberto, si è spostato in avanti. Una storia d’amore sì, ma una medaglia che ha il suo rovescio: si tratta del dolore che dal giorno in cui la vita di Giulia si è spezzata in due avvince colui che se ne ritiene causa, il babbo della sua amica; e il dolore vissuto nel senso di colpa finisce per straziare la vita di questa persona, già provata dal destino, proprio nel momento in cui Giulia ottiene il riscatto più bello. Ne nasce un secondo filone narrativo che conferisce al racconto l’andamento di un sogno, oppure di una favola, se preferite. Insomma, la storia di una ragazza speciale, ma non solo. Una storia d’amore vissuta fuori dai tutti i canoni convenzionali. Ma soprattutto un grido di libertà del tutto originale che assume come simbolo proprio l’aquilone, che cercherà di prendere il volo tra tante difficoltà, sapendo che la sua sopravvivenza dipenderà soltanto dalla sagacia di chi, con i piedi ben piantati per terra, ne terrà il filo. Un amore. Un inno all’ascolto. Un volo che spero vogliate tutti provare a comprendere. Questo è quello che pensa chi ha scritto il libro. Voi potrete avere altre idee. Se leggerete e scriverete qualcosa su quello che avrete letto, ne terrò conto e ve ne sarò immensamente riconoscente.

S. Tramonti, Il volo dell’aquilone, Youcanprint, Lecce 2019

https://www.youcanprint.it/fiction-psicologico/il-volo-dellaquilone-9788831633666.html

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La Setta delle Trame oscure

Aveva scelto proprio le più belle. E lo aveva fatto con singolare puntiglio. Raramente un uomo, una volta entrato nel mio negozio di fiori per scegliere delle rose da regalare, le aveva selezionate così attentamente, così meticolosamente, con un’acribia che io fraintesi e immaginai addirittura che fosse stata studiata quasi per mettermi alla prova. Alcune donne del paese avevano usato una tale diligenza per delle confezioni, mai per i fiori. Ma uomini, mai. E, a dir la verità, neanche le donne erano mai state così attente ai fiori. Lui mi aveva soltanto chiesto: “Mi raccomando: che siano una gialla, una bianca e una rossa!” Poi non aveva più detto niente fino al momento dell’uscita, quando dalla porta mi salutò. Nel momento della meticolosa scelta guardò il gambo, i petali, mise le rose una accanto all’altra, le osservò da ogni lato, ne scartava una, ne sceglieva un’altra, la scartava di nuovo, le guardava ora con perplessità, ora con insicura ammirazione, ora con maggiore convinzione, senza mai farmi capire se alla fine fosse stato veramente convinto della decisione definitiva. E poi la confezione! Difficilmente mi è capitato un cliente così esigente nella richiesta della confezione un dono costituito da un mazzo di rose. Ogni dettaglio voleva che fosse curato con la stessa meticolosa diligenza con cui le rose erano state dapprima selezionate. Non dissi nulla e feci tutto quello che mi chiedeva. Uscì comunque dal negozio visibilmente soddisfatto, lasciandomi un’emozione poche volte provata. Era evidente che il regalo era di quelli importanti. Sembra quasi paradossale che lo abbia dovuto confezionare proprio io; ne capirete la ragione proseguendo. Quanto a lui fu l’ultima volta che lo vidi, credo. Fatemi pensare. No, non l’ultima. La penultima. Era sicuramente giugno, il mese in cui le rose danno il meglio di sé.

C’è anche un contesto in cui la vicenda si svolge: un paese, un tempo più isolato, oggi inglobato nel suburbio della vicina città. Uno dei tanti piccoli centri dove non dovrebbero esistere segreti; e invece pullulano di dicerie. Il mio paese è piccolo, infatti. Le notizie qui girano velocemente. Purtroppo girano spesso male. Qui lo sappiamo tutti che girano male, ma nessuno ha mai fatto nulla perché questo non accadesse. Anzi. Sembra che ci sia una specie di gioia perversa nell’aggiungere chi questo chi quel particolare seducente, intrigante, più o meno misterioso, il più delle volte malizioso, talvolta anche proprio cattivo. Insomma, uno di quei tanti piccoli centri in cui entri da una strada facendo uno starnuto, percorri il paese non sapendo che quello starnuto è già tema di una narrazione con innumerevoli varianti, esci dalla strada opposta e già ti restano pochi giorni da vivere. Lui poi! L’uomo delle rose? Dava adito alle voci con una facilità quasi disarmante, tanto che spesso mi sono chiesta se non lo facesse quasi per divertimento, se non fosse per lui, che io sempre ho giudicato di levatura tanto superiore alla media da non meritare questo paese, una specie di gioco per studiare i nostri comportamenti. Ero convinta allora – ma ora so che mi sbagliavo – che lui si sentisse addirittura in certo senso superiore a noi. Come si faceva a non far girare voci su di lui? Eravamo proprio preda di una specie di malessere collettivo quando le sentivamo, ma nessuno di noi ha mai fatto nulla per fermare quella che in casa mia, e non solo, chiamavamo la potente Setta delle Trame oscure; nessuno di noi si è mai chiesto quale fosse il limite oltre il quale il troppo stroppiava; nessuno di noi lo hai mai veramente difeso, forse anche perché nessuno lo ha veramente attaccato, perché nessuno di quelli che hanno fatto girare le allusioni più maligne, gli adepti, appunto, della Setta delle Trame oscure, ha mai osato affrontarlo a tu per tu. Dimostrazione del fatto che, alla resa dei conti, lui era veramente superiore a noi, benché ora possa dire che tale non si era mai sentito.

E il giorno delle rose? Fu sicuramente quello che di voci ne generò di più, anche se furono una specie di canto del cigno, come comprenderete se riuscirete a seguirmi fino alla fine. La ragione non è facile da spiegare, perché per essere intesa richiede che si abbiano gli strumenti per comprendere che in un mondo così cambiato – globalizzato, dicono quelli che vogliono fare bella figura – non esiste soltanto la mentalità della città e quella del piccolo centro, ma esiste anche tutto un campionario di sfumature intermedie che sfuggono a ogni tentativo di classificazione. Ebbene, lui era proprio una di queste sfumature. Per tutti noi, senza ombra di dubbio, la più difficile da incasellare. E proprio per questo ogni nuova voce che circolava aveva l’effetto di una bomba a deframmentazione, esplodendo in una miriade di piccole voci, di maliziosi detti e non detti, che più facevano male a chi li sentiva, più favorivano il perverso malvezzo di trasformare un piccolo pisello secco in un grande cocomero. E la Setta delle Trame oscure, indefessa, agiva sempre con professionale alacrità, colpiva con chirurgica precisione, tacitava tutto con misteriosa protervia.

Nessuno ha mai capito se l’uomo delle rose si curasse o no di quelle voci. Era impossibile che non fossero mai pervenute a lui. Eppure non ha mai dato adito a nessun sospetto su questo. La sua vita procedeva, per quel che appariva a noi suoi vicini, tutto sommato, tranquilla. Se solo al bar avesse un giorno fatto una battuta ironica su se stesso, forse avrebbe tacitato in un attimo le voci e sgonfiato quel pallone, tutto pieno soltanto d’aria, che veniva alimentato dalla Setta delle Trame oscure. Al bar raramente si vedeva. Il paese ha quattro centri di aggregazione, tutti con il loro bar, tutti politicamente connotati e marchiati, secondo un’antica e consolidata tradizione che pochi di noi ormai comprendono, ma nessuno osa interrompere: il bar dei repubblicani con relativo circolo, al quale mi sono ritrovata iscritta, perché lo erano i miei genitori; quello dei comunisti con relativo circolo, al quale si è ritrovato iscritto il mio ex marito, perché lo erano i suoi genitori; la chiesa con relativo gruppo parrocchiale, che ha frequentato il mio ex compagno, incurante delle ire del parroco per la sua convivenza more uxorio con me; e il centro sportivo con relativo circolo, di cui sono soci i miei due figli, che praticano calcio. L’uomo delle rose era l’unico che si vedeva indifferentemente dappertutto, raramente a dire il vero; ma, quando si vedeva, appariva in conversazione con tutti, senza quelle settarie distinzioni che qui si fanno abitualmente da decenni. Chi frequentava il bar dei repubblicani ed era iscritto al circolo, non poteva frequentare né quello della chiesa, né quello dei comunisti. La stessa cosa valeva per gli altri. Un discorso a parte merita il centro sportivo. Lì veniva operata una specie di selezione della parte giovane del paese: era un punto di aggregazione decisamente più ‘democratico’, anche se affiliato al circolo dei repubblicani, forse perché qualche centesimo si riusciva così a spillare dalla città; ne facevano parte il campo da calcio con la squadra di dilettanti che aveva la sua struttura sociale, l’associazione ciclistica con la sua struttura sociale, i due campi da tennis con un maestro e un piccolo circolo. Quanto poi alle affiliazioni e ai marchi, ogni tanto, quelli di noi che lavorano in città, quasi tutti a dire il vero, ci ricordano che i comunisti e i repubblicani non esistono più e che ci sono altri partiti nella vita politica nazionale, che la storia è andata un pochino avanti, che ci sono stati dei cambiamenti nella politica. Lo sappiamo. Il giornale, magari solo quello, arriva anche da noi e al bar qualcuno lo legge. La televisione si guarda e sui social ci siamo quasi tutti dai quaranta/quarantacinque in giù. Ma alla fine ci riveliamo tutti tanto conservatori e tradizionalisti che quei due bar con il loro marchio vintage qui da noi sono ancora chiamati così: il bar del comunisti e il bar dei repubblicani. E credo che lo saranno almeno fino al prossimo cambio di generazione. Ma torniamo all’uomo delle rose. Come si rapportava a questa socialità sicuramente diversa da quella che vedeva e in parte viveva in città? A modo suo. Lui giocava a tennis e usciva con i cicloamatori. Non sembrava che il calcio lo interessasse più di tanto. Ma se gli andava di bere un caffé, non faceva distinzione tra il bar del centro sportivo, quello della parrocchia, quello dei repubblicani o quello dei comunisti. Non poteva non sapere che, dietro quelle etichette e quella facciata, c’era una trasversalità perversa di interessi circolari, di favori reciproci, di relazioni tra famiglie, di debiti morali e non; non poteva nemmeno non sapere che uno poteva sempre aver bisogno dell’altro, a prescindere dalla tessera del circolo che pagava ogni anno, perché quella tessera era quella che aveva pagato suo babbo e quella che aveva pagato suo nonno. Anche la Setta delle Trame oscure viveva di questa trasversalità ed era come se ciò che sottovoce veniva detto ad un tavolo del circolo dei repubblicani, nel momento stesso in cui veniva sentito, fosse già noto in quello dei comunisti. Il mio ex compagno scherzando con una simpatica iperbole mi diceva che Mossad, Kgb e Cia mandavano qui i loro agenti a svolgere i corsi di aggiornamento.

Abitava in una piccola villetta a schiera, nello stesso complesso in cui vivo anch’io con la mia famiglia. Quanto alla sua origine, chi diceva fosse arrivato dalla Lombardia, chi dal Veneto; anche su quello le voci si moltiplicarono fino al punto che presto non mancò chi sostenesse, ovviamente sempre prove alla mano, che venisse addirittura dalla Sicilia. Perché? Si chiamava Vito. Le famose schiaccianti prove alle mano. Il cognome però metteva davvero agitazione, dubbio, scompiglio: Derossi. Hanno cercato su internet, su Facebook, ma ne hanno trovati talmente tanti e in talmente tanti luoghi diversi e lontani tra di loro, che il cognome, se non mise propriamente in crisi la ricerca anagrafica, contribuì nondimeno ad alimentare il mistero. Pur tra tanti indigeni, non era certamente l’unico allogeno. C’era chi veniva dal Friuli, chi dalla Campania, chi dalla Sardegna, chi dall’Africa, chi dai Balcani. Ma questi allogeni lavoravano nelle aziende degli indigeni e, seppur a modo loro, respiravano un’aria diversa. Vito Derossi, quell’aria, sembrava quasi che non la respirasse.

Ogni mattina si alzava e andava in città a lavorare. Era insegnante di musica, con una laurea in lettere. E anche questo per il piccolo paese, abitato in gran parte da agricoltori, artigiani e operai, era un caso. Non era certamente l’unico laureato che vivesse da noi, ma in lettere e di sesso maschile c’era solo lui. Abbiamo avuto, tra i numerosi allogeni che si sono inseriti tra noi indigeni, anche una maestra che veniva dalla Puglia, arcigna e zitella, cattiva come il fiele, acida più di un limone acerbo, matrice delle più maligne e perverse dicerie su tutto quanto non facesse parte della monotona routine, in cui lei stava evidentemente benissimo. Abitava non lontano di qui, appena fuori del paese, in una casa ereditata da zii che erano contadini, anche loro immigrati, allogeni; ha abitato quella casa isolata per alcuni anni, finché un automobilista, che aveva alzato il gomito già alle undici del mattino – da queste parti situazione tutt’altro che rara – non la investì proprio davanti a casa, di domenica mattina, di ritorno dalla chiesa, relegando nel camposanto una vera enciclopedia di gratuite calunnie. Viveva anche lei da sola. Su di lei, tuttavia, voci zero. E anche questo è ben curioso. Se una donna vive da sola, è cosa che non desta interesse più di tanto in un piccolo paese come questo. Ma un uomo, laureato in lettere, che vive da solo, agita le più diverse fantasie. Da sua vicina di casa mi sono posta spesso la domanda. Non ho mai avuto una risposta. Era sempre gentile, educato. Oserei sbilanciarmi: era davvero un bell’uomo. Usciva sempre elegante. Sono convinta che dedicasse ore alla ricerca dell’aspetto migliore. E mai due giorni di fila con lo stesso capo d’abbigliamento addosso. Ne sfoggiava sempre di nuovi. C’era sempre un tocco di classe. Insomma, roba non da paese. Beh, credo mi possiate se capire se ammetto di aver avuto una certa attrazione per il professor Vito Derossi.

Non posso a questo punto non parlare dell’auto, non foss’altro perché, prima di tutto, come vicina di casa, la vedevo spesso parcheggiata in strada in prossimità del mio cancello, in secondo luogo perché anch’essa fornì ampio materiale alla Setta delle Trae oscure. Era una vecchia Fiat 600, auto d’epoca: immatricolazione nel gennaio 1956. Il primo modello, quello con la maniglia nella parte anteriore dello sportello. La teneva con una cura maniacale. Aveva un garage pieno di pezzi di ricambio; se li scambiavano gli appassionati di quelle auto antiche. Pensate un po’! L’invidia del paese, o meglio di quella parte più coinvolta nelle attività della Setta delle Trame oscure, era arrivata al punto che alcuni erano convinti che Vito Derossi avesse una sorta di perversa e quasi feticista passione per quell’auto. A me sembrava solo bella, veramente bella, una vecchia elegante signora della piccola borghesia, un simbolo di una pagina della nostra storia sempre bella da raccontare, un’auto sempre ricca nel suo apparire in pubblico di quella dignitosa perfezione che era il marchio del nostro professore: l’auto più idonea, più, come dire, congruente e coerente con la persona che vi saliva alla guida, per chi vedeva spesso lui e vedeva altrettanto spesso la sua auto. “Un dandy fuori tempo massimo”, lo definì un suo ex collega. Una buona definizione, credo. Sarà stato anche fuori tempo massimo, ma, vi confido, a me piaceva proprio.

Gli insegnanti lavorano al mattino, hanno solo diciotto ore alla settimana, hanno tutti i pomeriggi liberi, hanno tre mesi di vacanza, anzi, quattro, se ci mettiamo vacanze natalizie, pasquali, morti, santi e patroni. Le solite cose che si sentono ovunque. La Setta delle Trame oscure ci sguazzava in questi luoghi comuni. Eppure lui, in media tre giorni alla settimana, tornava a casa per l’ora di cena. Mio figlio ha frequentato quella scuola e sapevo perché avesse quegli orari: ricopriva a scuola diversi incarichi aggiuntivi e per alcuni anni fu anche vicepreside. Ma, per quanto questo fosse vero nel modo più sacrosanto, non era sufficiente a convincere gli adepti della Setta delle Trame oscure, sempre depositari del dogma unico. Aveva di certo i suoi oscuri intrallazzi. Chissà cosa fa tutto quel tempo! Quando un anno si seppe che era stato candidato alle elezioni comunali, in paese la Setta delle Trame oscure lo fece diventare subito il frequentatore di una potente loggia massonica. Per un po’ girò persino la voce che in casa sua si sentissero voci di riunioni segrete di un gruppo di cui sarebbe stato il capo, come se da framassone – in città lo sono in tanti – fosse diventato una specie di eresiarca o di santone; in realtà, nessuno aveva mai sentito niente; si vedeva una luce accesa a lungo, anche fino a ore piccole, perché Vito Derossi ogni tanto dava alle stampe un libro, scriveva, aveva la sua piccola cerchia di lettori e appassionati, in città ovviamente, perché qua riuscire ad andare oltre le pagine della cronaca locale del giornale è veramente un’impresa e persino la lettura della cronaca di un incidente risulta spesso complessa da interpretare. Da casa nostra lo vedevamo, soprattutto nei mesi estivi, quando stava con la finestra aperta, senza assolutamente alcun segreto da nascondere; era seduto nel suo studio, al computer. E scriveva. Ma era troppo forte la tentazione degli adepti della setta: secondo loro lo faceva – intendo il tenere la finestra aperta e il farsi vedere al computer – per creare un diversivo, sentenziò uno al bar dei comunisti; era una controfigura messa lì apposta per ingannare i vicini, era arrivato persino, quasi teneramente, a dire un giorno un ragazzo, vittima forse di un’overdose da serie tv, in una riunione del gruppo in parrocchia. E dire che era uno dei pochi in paese che leggessero, quel ragazzo. Leggeva le cose sbagliate, evidentemente.

Nessuno lo aveva mai visto con una donna. E qui il gioco si fa duro … Se l’avesse avuta, non sarebbe circolata – ne sono assolutamente convinta – alcuna voce su questo fatto. Del suo passato nessuno sapeva niente. Per me era impossibile che non avesse avuto alcuna storia prima di arrivare qui e non era credibile che l’unico oggetto di adorazione fosse un’auto antica. Non entro nei dettagli, perché mi fa veramente ribrezzo il livello a cui la malignità del paese era arrivata su questo aspetto. Parlarne farebbe del male a lui, a me, alla mia famiglia e a tutti quelli, che in città erano tanti, qui no, che gli avevano voluto veramente bene. Mio figlio, infatti, mi diceva che era stimato come insegnante, che i suoi studenti lo ritenevano una persona che svolgeva con serietà il proprio dovere. Era bravo, insomma. E il fatto che lo fosse fece sì che molti genitori iniziarono presto a chiedergli di prendere a lezione i propri figli, nonostante abitasse a sette chilometri dalle prime case della città. Dava lezioni private di materie letterarie, ma soprattutto dello strumento in cui era diplomato, il violoncello. E questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Sì. Proprio così. Quei ragazzi e quelle ragazze che entravano e uscivano da quella porta furono veramente, per me, la causa di un’escalation di malignità che superò ogni decenza. Quelle note dolci e ovattate, quelle armonie così diverse dai gusti musicali dei più, iniziarono a favorire in paese le più perverse fantasie. Nel piccolo paese non esiste persona senza peccato che si debba esimere dallo scagliare la prima pietra. Qui tutti arrotondano lo stipendio con attività anche in nero, chi in un modo, chi in un altro; ma lo fanno con le mani; lui lo faceva con la testa e per di più non lo faceva neanche in nero. Loro lo fanno producendo manufatti, lui dando qualche lezione. E in più, oltre a suonare e insegnare violoncello, produceva testi narrativi e componeva per il suo strumento, spendendo sicuramente per una passione eterna più tempo di quanto loro ne usassero per un lucro effimero. Ma era un’attività inconcepibile, non era un lavoro, al massimo poteva essere per loro un dolce hobby; insomma, anche quello dava fastidio e anche su quello la Setta delle Trame oscure riuscì a produrre calunnie a iosa. E questa era l’unica, ma determinante, differenza: il fatto che lui lo facesse con la testa, gli altri con le mani, era come se da sotto scuotesse le acque di un mare già mosso, docile a essere ulteriormente agitato, le increspasse e con la sua corrente le accelerasse piano piano, fino a farle diventare uno tsunami che inondasse e devastasse tutto: questo ha un nome e si chiama invidia. E la Setta delle Trame oscure lavorò con la massima alacrità per dare una forma a quest’invidia. Nessuno disse mai nulla. Si accennava con malizia. Si usava la tecnica del detto e non detto, del coltello appoggiato al collo che sfiora la pelle senza ferirla. Nessuno lasciò mai nulla di scritto. Nessuno fece mai post diretti sui social. Ma le allusioni non mancavano. E se a me facevano male, figuriamoci a lui, che sicuramente non poteva non sapere!

Eppure … Sì, nella vita ci sono sempre dei se e dei ma che fanno la differenza. E per fortuna! Eppure, sì: sapevo una cosa che il paese, credo, non ha mai saputo. Sapevo che la mamma di una di quelle ragazze, che andavano da lui a lezione di violoncello, una sera si presentò a casa sua, poco prima dell’ora di cena. L’avevo vista due ore prima accompagnare la figlia nel corso del pomeriggio. Indossava un bel vestito corto e generosamente scollato, era elegante e pettinata con una chioma di capelli neri e lisci raccolti in una coda di cavallo alta e lunga. Era l’immagine della più naturale e dolce sensualità intesa alla seduzione. Sono sicura di averla vista solo io e credo che sia rimasta lì a lungo. Vidi bene che lui la accolse con un bacio sulla porta di casa. Fu quella l’ultima volta che lo vidi. La mattina dopo l’auto non c’era più. L’episodio si era verificato qualche settimana prima di quella sua visita in negozio per ordinare la confezione di rose. Arrivò l’estate. E in estate la Setta delle Trame oscure lavora meno. C’è chi fa viaggi, chi ha la seconda casa al mare, chi in montagna, chi va dai parenti che abitano lontano, chi è più preso dalle attività agricole. Il centro sportivo chiude e restano in funzione solo l’affitto dei campi da tennis, poco richiesti, e di quello da calcio, ancora meno richiesto, se non per i due giorni della sagra paesana. Il gruppo parrocchiale sospende le riunioni. Stessa cosa i circoli del bar dei comunisti e dei repubblicani: anche loro in estate si mettono in pausa. La Setta delle Trame oscure, l’unica che unisce in modo trasversale le quattro conventicole, ha meno materiale, insomma, su cui operare e soprattutto meno risorse umane e professionali da tenere in servizio.

Per questo o quel motivo, credo che nessuno si sia accorto che la villetta era rimasta chiusa a lungo e che la Fiat 600 bianca fiammante, anno 1956, non c’era più. E solo ad anno scolastico iniziato si sarebbe saputo che non lavorava più nella sua scuola in città. Le voci ripresero allora ad un ritmo forsennato. La sua assenza scatenò una vera ridda infernale. Tutto quello che era rimasto per anni sopito e represso si scatenò alla luce del sole e sui social apparvero non più allusioni, ma frecciate dirette. L’invidia prese la forma di una malevolenza e di una cattiveria di cui, a onor del vero, non avrei ritenuto mai capace il mio paese. A tanto era arrivata la potenza della Setta delle Trame ormai non più oscure.

Quelle tre rose adesso spiegavano tutto. E quell’auto che era arrivata poco prima delle otto di sera, la bellezza di quella figura femminile apparsa come per incanto, una specie di angelo inviato per salvarlo da questa poltiglia fangosa di calunnie, quel bacio sulla porta, i sorrisi, il sentimento diffuso di dolcezza e tenerezza che la situazione creava in me e poi il silenzio che avvolse la casa quella notte, senza la luce dello studio accesa fino a tardi, come quasi sempre avveniva … ecco, questi frammenti di memoria sono l’unica motivazione che riesco a dare di quelle tre rose, la confezione più bella, elegante e raffinata che in tanti anni abbia mai realizzato. Averla creata con le mie mani per la persona più bella, elegante e raffinata che questo paese abbia avuto adesso mi rende fiera. Non ebbi più notizie di Vito Derossi. Nessuno in paese ne ebbe più. La Setta delle Trame non più oscure poteva agire allo scoperto. Un giorno vidi quello che tutti ne ritenevano il capo, solo per il fatto che era l’unico ad avere la tessera del circolo del bar dei comunisti e contemporaneamente un figlio che frequentava il gruppo parrocchiale. Basta poco qui per fare carriera. Lo vidi al bar dei comunisti, mentre facevo colazione in attesa dell’orario per aprire il negozio. Il bar era proprio accanto al mio negozio. Per quello ci andavo. Se ci fosse stato quello dei repubblicani, dei leghisti, dei fascisti, dei cattolici integralisti, del circolo della corsa nei sacchi o delle biglie, ci sarei andata lo stesso. Non sapevo assolutamente niente di quale fosse il destino di Vito Derossi, ma, quando vidi formarsi attorno a quell’uomo un crocchio di persone e sentii pronunciare spesso il suo nome, quando avvertii nei volti e nelle parole il ben noto clima di cattiveria gratuita che si era presto generato al solo nominarlo, quando mi resi conto di essere mio malgrado parte di un indecente spettacolo di menzogne, allora misi il freno ai nervi tesi, rimasi fredda, stetti al gioco e dissi la prima cosa che mi venne in mente. Fui diretta, impulsiva. Mi associai al crocchio riunitosi al bancone del bar e dissi: “Vito Derossi si è sposato e si è trasferito in un’altra città. Ha avuto un buon successo editoriale con il suo ultimo libro e aveva bisogno di risiedere vicino al suo agente.” Nulla era vero di quello che dissi, anche se il mio auspicio era che lo fosse; e non so sinceramente come mi sia venuta la forza per dirlo, forse per il disprezzo verso quella che ancora oggi chiamo la Setta delle Trame oscure, in realtà non più tali. Nulla era vero, come nulla era vero di quello che loro avevano fino ad allora divulgato, prima sommessamente e in modo subdolo, poi dichiaratamente e in modo esplicito. In quel piccolo mondo di menzogne cattive poteva anche starci una grande menzogna buona. La potente Setta delle Trame un tempo oscure avrebbe potuto adesso prendere la mira e aggiustare piano piano il tiro contro un altro bersaglio. Ma questo a me non interessa più. Non è quello il genere di umanità per cui amo confezionare i miei fiori. Una cosa, questa vera, posso dirvela: credo di essermi innamorata di lui quando eravamo vicini di casa. Mi tremavano le mani quando confezionai quelle tre rose. E leggevo i suoi libri; l’ultimo che Vito Derossi aveva scritto prima di lasciare il paese, una raccolta di racconti, mi ha talmente colpito con i suoi riferimenti realistici a questa specie di cloaca che qualcuno osa chiamare centro abitato, che lo conservo gelosamente. Si ritrovano tutti i personaggi, i gruppi di varia natura, le maldicenze di ogni genere, le calunnie più o meno subdole, quella pericolosa miscela di ignoranza e benessere economico che le innesca con grande facilità. Sapeva tutto, in ogni dettaglio. Era a conoscenza di tutti i piani e di tutti i movimenti di quella che in casa mia era sempre stata chiamata la Setta delle Trame oscure. Li conosceva tutti, uno per uno. Li avrebbe potuti smascherare tutti, ma si è tenuto sempre fuori dai giochi. Ebbene, il primo racconto di quel libro inizia con un uomo che entra in un negozio di fiori, in un piccolo centro abitato della benestante provincia padana, e si fa confezionare tre rose. A parte il fatto che nel racconto tra lui e la fiorista nasce una storia, rimasta nei sogni sicuramente miei e, chissà, forse anche suoi, il resto lo conoscete già.

© 2018. Stefano Tramonti

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La libreria

Il sentimento diffuso di noia che veniva da quella giornata nebbiosa, le poche persone in giro per il centro, quasi tutte di passo veloce, intabarrate e incappucciate, la musica diffusa in sottofondo nel locale, tutto faceva sì che il giovane commesso fosse attratto da un particolare, che in altri contesti non sarebbe risultato così interessante: un cliente. L’unico da quando era stato aperto il negozio. Finora le persone si erano avvicinate alla vetrina; poi, assalite dal freddo non appena fermatesi, nell’incertezza tra il caldo dei libri e quello della vicina pasticceria, avevano optato per la seconda. Un cliente. Uno solo dopo un’ora di apertura. Era dentro la libreria da quasi un’ora. Il commesso abbandonò per un attimo la cassa, abbassò il volume delle musica in sottofondo, che proveniva da una radio locale, e, non avendo altro da fare, andò da lui: “Posso esserle utile? Sta cercando qualcosa di particolare?” Federico si volse, lo guardò per un attimo, un attimo abbastanza lungo a dire il vero, e rispose: “Sì.” Fu una risposta che poteva solo mettere in imbarazzo il giovane e solerte commesso assunto da soli sette giorni, il quale, schiaritasi la voce ed emesso quel colpo di tosse che dice tutto e non dice nulla, se non ‘era meglio che rimanessi alla cassa’, disse: “Che cosa di particolare?” Federico non volle essere scortese. Il giovane commesso stava dimostrando tutta la sua buona volontà. Eppure gli uscì dalle labbra una frase che forse non era il risultato di un’ottima connessione tra lingua e cervello, ma di cui comunque non si pentì: “Qualcosa di particolarmente bello.” Fu il colpo di grazia. Era come avergli dato il badile per scavarsi la fossa, dopo tanta non richiesta solerzia. Il giovane commesso arrossì e iniziò a scavare la fossa: “Ha una particolare predilezione per qualche genere?” “In tutti i generi c’è qualcosa di bello e qualcosa di brutto,” fu la risposta di Federico. Il commesso fece un passo indietro, inavvertitamente, facendo cadere due pile di volumi di bestseller collocati sul grande tavolo al centro del negozio. Federico iniziò ad aiutarlo. “No, no, no. Non si deve disturbare. Ci penso io. È stata colpa mia. Sono uno sbadato,” disse il commesso. “Non è vero. Lei non è stato affatto sbadato. Io sono stato sbadato. Sbadatissimo. L’ho innervosita. E lei ha perso il controllo dei suoi movimenti, urtando i libri. Perciò mi sento in colpa. E la sto aiutando.” Il giovane, poco abituato al lei e molto al tu e che spesso dava del tu anche a clienti che non conosceva (non c’è mai una precisa ragione per cui a uno oggi viene spontaneo dare del tu o del lei), non osava tuttavia dare del tu a quella persona che diligentemente raccoglieva insieme a lui i libri e li rimetteva altrettanto diligentemente a posto. “Fin troppo gentile” disse il commesso. “Era il minimo che potessi fare. Come ti chiami?” Eccolo, il tu. “Abramo.” “Non è un nome certamente molto comune oggi.” “Ma è comune la sua storia.” “Fammi indovinare. Dovevi essere una bambina e chiamarti Sara, ma le cose non sono andate come desiderato. Perciò Sara è diventata Abramo.” “Esatto. Per fortuna che il nome auspicato non era Margherita. Altrimenti sarei stato un Vittorio Emanuele.” “Ah ah, giusto. Piacere, Federico. Lavori da poco qui? Ci vengo spesso e non ricordo il tuo viso.” “Sostituisco una ragazza che credo si sia licenziata, quando si è sposata e poi sembra si sia trasferita; ma sono soltanto in prova.” “Si capisce allora la tua solerzia nel voler aiutare i clienti. Fai bene. Ma non sei stato fortunato oggi: ti è capitato il più antipatico.”

Il commesso rise. Il ghiaccio era rotto ormai. “Lei non è affatto antipatico. Direi piuttosto …” “Strano! … Oh, no! Scusa! Adesso ti metto di nuovo in imbarazzo. E puoi darmi del tu.” disse Federico, che poi, cambiando tono, continuò: “Dunque eravamo rimasti a …?” “Alla sottile distinzione tra particolare e bello,” disse Abramo. Federico adocchiò una delle poltroncine con lampada da lettura, che il titolare della libreria aveva voluto come nota singolare di arredo e che erano molto apprezzate dalla clientela. Le persone potevano sedersi e sfogliare comodamente i libri, prima di scegliere quali acquistare. “Peccato che tu non possa sederti – disse Federico – Avrei tante cose da dirti su questo. E mi farebbe piacere conoscere il parere di uno che vende libri.” Abramo rimase perplesso per un attimo e disse: “Non c’è nessun altro in negozio. Finché non arriva qualcuno posso ascoltarla.” “Ascoltarti. Diamoci del tu,” insistette Federico, il cui primo invito era andato evidentemente a vuoto. “Okay. Ascoltarti.” Abramo prese una sedia e la portò vicino alla poltroncina, dove Federico si era già seduto.

Federico si mise nella posizione più comoda accavallando le gambe e disse: “Una cosa particolare dovrebbe essere sempre bella. Sono arrivato alla convinzione che, se uno vive qualcosa di particolare, riesce sempre a vedervi del bello.”

“Può essere”, disse Abramo.

“Dimmi! Che cosa stai vivendo di bello adesso? Posso chiederti se hai una ragazza?”

“Ce l’ho.”

“E ovviamente è bella.”

“Lo è.”

“Ma se ti chiedo se è anche particolare, so che ti metto in imbarazzo.”

“Può essere.”

“Eh no. Non vale! Io gioco la partita in attacco e tu ti chiudi in difesa? È o non è particolare?”

“Non abbiamo detto cosa intendiamo per particolare.”

“Se è per questo, non abbiamo detto neanche che cosa intendiamo per bello, però tu hai già trovato un correlato del bello, cioè la tua ragazza. Quindi tu potresti dare una definizione del bello; quanto meno potresti dare del bello un esempio concreto e da lì partire per un tentativo di definizione. O no?”

“L’amore rende tutto bello.”

Federico sorrise. Pensò a lungo. Appoggiò il libro che aveva in mano. Accavallò le gambe. Fissò Abramo dritto negli occhi. Poi lentamente cambiò posizione: allargò le gambe, poggiò i gomiti sulle ginocchia e, continuando a fissarlo dritto negli occhi, disse con un tono di voce basso e quasi ieratico: “E il dolore no? Caspita! Il dolore ha il potere di rendere qualsiasi cosa, qualsiasi persona, qualsiasi situazione bella tanto quanto l’amore.” Federico aveva abbassato il tono di voce e pronunciato quella frase quasi come un sacerdote dal pulpito. Aveva effettivamente un’aria un po’ sacerdotale, pensava Abramo, quel curioso cliente. Il commesso non rispose e Federico lo guardò fisso negli occhi per un altro attimo, che ad Abramo parve lunghissimo. Poi continuò: “Ma forse, Abramo, tu sai già che cosa sia il dolore.” Abramo non disse nulla. Si stava rendendo conto che era in atto una fase di falsa dialettica in cui il cliente stava in realtà usando lui come pretesto per un dialogo che in realtà era con se stesso. Infatti Federico chiuse gli occhi e disse: “Se hai avuto esperienza di dolore, sai apprezzare l’amore. Come si può pretendere di riconoscere il giusto o l’equo, senza avere esperienza dell’ingiusto o dell’iniquo? Come fai a dire che una cosa è bianca, se non sai distinguere il nero? Non esistono le antinomie. Non riesco a immaginare che il pavido sia il contrario dell’audace. Per me sono due facce della stessa medaglia. L’una non può esistere senza l’altra. Non convieni?” Anche l’uso del verbo convenire aveva un sentore vagamente religioso in quel contesto. Abramo annuì con il capo. Gli sembrava di trovarsi nella singolare posizione di chi sta giocando una partita fuori casa nel negozio in cui lavorava. Federico disse: “Ti sto annoiando? Attento, se dici di no troppo presto, vuol dire che non hai riflettuto abbastanza e che la risposta potrebbe essere anche sì, l’esatto contrario.” Abramo cominciava seriamente a pensare di essere di fronte a una particolare forma di persona non del tutto a piombo, forse proprio uno squilibrato, e iniziò a guardare verso la porta, sperando che l’ingresso di un’altra persona in negozio lo salvasse, meglio ancora se bisognosa del suo aiuto: uno che non legge molto e, dovendo fare un regalo, ha bisogno di consigli; uno che legge anche troppo e vuole sapere se è già uscito il volume che attende da tempo. Insomma, un salvatore.

“Tu non stai pensando che un cliente normale debba fare quello che sto facendo io e debba dire quello che sto dicendo io. Vero?” Abramo si strinse nelle spalle ed ebbe la risposta giusta: “Non so se sia normale o no. Sicuramente inconsueto. E comunque credo che qui ci siano tanti libri che possano essere definiti particolarmente belli.”

“Ho una mia idea, molto personale. Si tratta di questo, Abramo. Un libro diventa particolarmente bello quando sei costretto ad interrompere una lettura che non avresti voluto che fosse interrotta. Quando non riesci a fermarti. Quando finisci un capitolo e desideri iniziare il successivo. Quando ti viene voglia di tornare indietro e rileggere una sequenza che ti ha colpito. Quando nel leggere senti il tuo cuore partecipare. Quando una vicenda narrata richiama momenti della tua vita o ti induce anche soltanto a pensare ad alcuni di questi. Quando, dopo averlo letto, vorresti anche tu avere la capacità di scrivere come l’autore delle pagine che hanno impresso un sigillo nella tua anima. Ma anche quando nel leggere ti rendi conto che gli occhi si sono inumiditi. Può succedere. Ti è mai capitato di leggere e di commuoverti?”

“Credo dipenda dalle sensibilità.”

“Certamente. Ma tu hai questa sensibilità?”

“Si tratta di una cosa molto personale.”

“Cosa c’è di impegnativo nell’ammettere che ci si può commuovere quando si legge?”

“Tu sei un cliente e io un commesso di una libreria: ti pare giusto che ti dica che mi commuovo se leggo qualcosa?”

“Lo faresti?”

“Forse sì.”

“Si o no?”

Abramo si girò verso la porta d’ingresso del negozio. Non rispose. Iniziò ad aprire a chiudere senza un senso libri impilati sul grande tavolo centrale. In particolare uno.”

“Che libro è?” chiese Federico.

“Si tratta di un thriller un po’ speciale di un giovane scrittore tedesco. Opera prima. Dicono che sia bello.” Aveva mentito. Non era un thriller, non era tedesco l’autore.

“Bello, ma non particolarmente bello. Convieni sul fatto che un libro bello diventi particolarmente bello quando risponde alle condizioni che ho appena elencato?”

“Credo ci sia del vero in quello che hai detto.”

“Oh insomma! Forse … credo … potrei … mi pare … sì, ma … Abramo, tu devi vendere libri e devi sapere come si consiglia una lettura non solo bella, ma particolarmente bella. Che è bella lo può dire l’agente che la pubblicizza, l’editore che la pubblica, il critico che la recensisce. Che è particolarmente bella non te lo dirà nessuno se non chi ha letto quel libro vivendolo spiritualmente, chi ha patito una sorta di attrazione e di condizionamento nervoso durante quella lettura, chi non si è vergognato di dirti che si è commosso leggendo. Se ti dicessi che un bel libro mi fa anche piangere, mi crederesti o mi riterresti una persona non in grado di controllare le proprie emozioni, una sorta di psicotico?”

“Come si fa a controllare le emozioni e ad amare la grande letteratura?”

“Abramo, ti vorrei abbracciare. Hai detto una cosa bellissima. Ti sei reso conto della grandezza di quello che hai appena detto?”

“Forse non del tutto. Mi sembra quasi naturale che sia così.”

“Naturale … mah … Perché non spirituale? La bellezza, quando è naturale, ispira interesse, suscita sicuramente attrazione, ma non coinvolge completamente sentimenti ed emozioni, non fa sognare, non rende l’oggetto ammirato unico e irripetibile. Quante cose ci sono che sono belle e naturali? Tu dici alla tua ragazza che è bella e naturale?”

“No.”

“E allora?”

“Allora dovrei dirle qualcos’altro.”

“E dovrei essere io a tirarti fuori con le tenaglie questo che hai chiamato qualcos’altro?”

“Tu credi che sia lo spirito a farci considerare qualcosa come bello?”

“No. Credo che sia lo spirito a farci considerare qualcosa come particolarmente bello. Non è forse la stessa cosa di quello che hai appena dichiarato tu, dicendo che la grande letteratura non si può amare se si controllano le emozioni? Non significa forse ammettere l’esistenza di un motore più grande che muove tutto questo? Qual è questo motore? Come lo chiameresti? Dove lo cercheresti? Come lo alimenteresti? Ecco: ripercorriamo a ritroso il cammino: come lo alimentiamo? come lo cerchiamo? come lo chiamiamo? che cos’è? Lo dici tu o lo dico io.”

“Credo sia più bravo tu.”

“Credi male e hai di te stesso un’autostima insufficiente, allora, dopo aver detto una frase di una grandezza immensa. Ma, se proprio preferisci che sia io a concludere il ragionamento, ti dico che lo alimenterei con i sogni e le emozioni che una lettura mi provoca, che lo cercherei nel cuore, che lo chiamerei spirito e che sarebbe la cosa più bella e particolare che possa aver scoperto.”

Federico si alzò. Prese il libro che Abramo svogliatamente stava aprendo e richiudendo. Ne lesse la prima pagina. “Lo compro.”

Abramo andò alla cassa, ricevette da Federico il bancomat, gli fece lo scontrino. Federico lo salutò dicendo: “Ci rivedremo.”

“Forse. Fammi sapere se ti è piaciuto il libro,” disse Abramo, inserendo tra le pagine del libro un biglietto pubblicitario della libreria, su cui scrisse il proprio indirizzo di posta elettronica.

“Solo se sarà stato particolarmente bello.”

“Giusto.”

Federico nell’uscire dal negozio si soffermò sulla copertina del romanzo acquistato: un’immagine di un grande aquilone stilizzato su un cielo di grandi nuvole bianche; su una di questa era scritto il titolo La cosa più bella della vita e su un’altra l’autore, Abramo Di Donato. Non aveva scelto a caso. Aveva capito da come il giovane apriva e chiudeva nervosamente le pagine di quel libro che si trattava di un volume diverso dagli altri. Dunque Abramo era un autore. Aprì il libro e nel risvolto della copertina lesse le brevissime note biografiche, nelle quali si diceva che Abramo Di Donato, figlio di un ingegnere e di una ricercatrice di chimica industriale, era alla sua opera prima e che si era laureato lui stesso in chimica industriale. Curioso. Davvero curioso, pensò subito Federico, che non attese di essere arrivato a casa per iniziare la lettura del volume. Ne fu rapito sin dalle prime pagine in quella giornata di nebbia che lo aveva prima portato in quel negozio, poi gli aveva fatto conoscere Abramo, una giornata nebbiosa che non era di certo un male venuto per nuocere. ‘La cosa più bella della vita’ era una ragazza di nome Roberta, attorno alla quale si intrecciava una vicenda romanzesca, ma con il taglio, spesso ironico, del saggio e della riflessione sulla bellezza. ‘Geniale!’, fu il commento che gli venne, quando, alcuni giorni dopo, ebbe finito la lettura del libro, che nel finale gli apriva interessanti prospettive di analisi e discussione. Insomma, un testo da recensire.

Passarono diversi giorni. La commessa che Abramo aveva sostituito era rientrata, oltretutto prima del tempo previsto, e Abramo si era così ritrovato senza lavoro. Stava girando senza meta per la vie del centro, quando decise di sedersi a prendere un caffè. Nell’attesa prese il cellulare e controllò la posta. Federico aveva mandato una mail, ma era un link che rimandava ad un altro sito. Scoprì che era un agente editoriale e che diversi anni prima, forse prima di intraprendere quell’attività, aveva anche scritto un romanzo, una raccolta di racconti e due saggi. Il link inviato per posta elettronica lo rinviò ad una pagina di recensioni. Federico ne scriveva qualcuna e il suo nome, Federico Stoppa, era nel lungo elenco dei collaboratori a quella pagina. Lì c’era la recensione del libro che aveva acquistato quel giorno in libreria, dopo la singolare discussione sul particolarmente bello. Era brevissima. Iniziava così: “Non me ne vogliate se vi dico che ho acquistato questo libro per caso. Ma forse non l’ho preso per uno scherzo della sorte, se penso che l’ho quasi divelto dalle mani di un giovane commesso che, tra una cosa e l’altra, mi ha rivolto questa domanda: ‘Come si fa a controllare le emozioni e ad amare la grande letteratura?’ Qualunque cosa questo giovane autore avesse intenzione di dire è veramente immensa ed è spiegata in modo originale in queste pagine. Quel giovane dalle cui mani ho preso il libro si chiama Abramo. E lui, non certo io, che non ne sono degno, vi spiegherà come sia assolutamente impossibile amare la grande letteratura, pretendendo di controllare le emozioni”. Seguiva una breve sinossi dell’opera. Abramo rispose alla mail, con il suo solito stile un po’ laconico, mai troppo verboso: “Grazie mille per le belle parole. Belle e, credo, particolari.” Immediata la risposta di Federico: “Era il minimo che potessi fare. Finalmente siamo arrivati al dunque. Il bello diventa particolarmente bello, quando alle solite categorie accademiche, che noiosamente leggiamo sui saggi e sui manuali, si aggiunge qualcosa di tuo, che lo scrivi, qualcosa di mio, che lo leggo, e nasce una condivisione dello spirito. Questo libro lo è. Complimenti. Faremo una presentazione pubblica al più presto e ci sarò anch’io, Abramo.” E nacque un’amicizia.

© 2018. Stefano Tramonti

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Inganno

La strada passa veloce sotto le ruote. I chilometri scorrono rapidi sul piccolo riquadro del computerino sul manubrio. Il vento s’inserisce tra le fessure del casco e s’impone su tutti i rumori, attira tutte le attenzioni su di sé, annulla per un attimo la percezione, ipnotizza, inebria con immagini nuove. Chiede attenzione. Spengo la musica delle cuffie e lo ascolto, il vento, continuando a pedalare sicuro di quella strada, ormai da anni percorsa, una consuetudine praticata con un malcelato sentimento rituale, quando si avverte quel richiamo. Il vento allora inizia la sua opera di artista, che sa quali corde dell’anima deve tendere; sa che può fare del bene, ma sa anche che la sua opera potrà fare del mare; non solo: sa anche che la sua opera potrebbe in circostanze diverse fare del bene, come pure del male, del bene frainteso e del male malinteso. Dipende dai colori, dipende dai paesaggi viventi, da quelli che mi circondano, che vedo, che sento, che emanano vivaci sentori, come da quelli che non vedo se non con gli occhi del tempo, sensi che nessun medico potrà mai studiare, se non ha mai avuto le chiavi di quello scrigno segreto che si chiama memoria. Lì tengo, gelosamente conservati, tutti i codici che serviranno a dare un significato a queste percezioni.

Il vento, il grande artista, mi riporta a te. Il vento ti scolpisce nel mio mondo di ombre, come l’unica figura dai contorni perfetti, ben delineati, curve ottenute con un tornio su cui hanno agito mani delicate, diligenti e perspicaci. Il vento fa ondeggiare la tua chioma, che sembra voler accennare un volo; ma è solo illusione. L’asfalto riporta alla realtà. L’artista che ti scolpisce nell’anima, insieme a quel folate, che ora portano con sé del bene, un bene malinconico, ora invece la vorrebbero sbranare, lasciando vestigia di lancinanti dolori, folate che diventano frustate, ti fa parlare dei tanti no che mi hanno deluso, ti fa ridire tutto quello che non mi hai mai detto, ti fa dare quelle spiegazioni che a lungo e invano ho atteso. Fischia, quanto fischia nel casco il vento! Urla la tua sicumera, dichiara al mondo la tua inarrivabile dolcezza. La tua immagine si staglia sempre più statuaria nel mondo di ombre che il vento, torturandomi, confonde e agita intorno a te. È una figura meravigliosa quella che vedo, è una figura che Zefiro o Borea o Clori o Aura, qualunque nome assumano, isolano da tutte le altre. E la strada sempre passa sotto le ruote, i chilometri si sommano veloci e lui adesso mi spinge da dietro, mi guida inerte sulla strada di conosco ogni curva, che assume forme amiche, amate, bramate anche in modo avido e straziante, in un senso di malinconica delusione che vede, oggi come allora, l’oggetto del desiderio andare alla deriva e allontanarsi sempre di più da questa grigia realtà d’asfalto. Dove? Mi sento spinto? Non h il controllo. Mi lascio guidare docile dalla sagace guida dell’artista della natura. Dove? Verso di te? Verso l’ennesimo diniego o verso il compimento di un agognato cammino di felicità? Verso l’ennesima illusione di un amplesso, che quella stessa natura che ora mi guida con i suoi strumenti amici, un tempo mi segnò con torture che hanno lasciato indelebili vestigia? Eppure non ho armi per difendermi. Non ho forza in questi muscoli delle gambe, che scolpiti da quella stessa natura, ora spingono sui pedali con una potenza che raramente hanno saputo dimostrare. Mi lascio guidare da lui con la stessa docilità con cui tu ti lasci scolpire e scarmigliare. Mi lascio penetrare, con le uniche, misere, spuntate lance in mio possesso, in quell’abisso di gioia vacua e futile, a cui è sempre mancato un traguardo e che non ha mai goduto il premio agognato. La tua chioma ondeggiante al soffio dell’artista divino mi guida. Sono totalmente e piacevolmente in balia degli elementi, di cui i sento parte attiva, protagonista sincero, non controfigura. Il vento domina tutto. Fischia sempre più forte! Quanto fischia fra queste fessure! E mi spinge. Mi sento penetrare in qualcosa che non è reale, che è stato sempre e solo ambito. La sindrome dell’ultimo chilometro colpisce ancora. Quanta fatica per nulla! Mi fa correre il grande scultore di paesaggi, di figure che si stagliano monumentali sui basamenti dell’anima, con titoli rubricati, figure che si ammirano come il soldato romano, più volte ferito e fiero delle cicatrici, farebbe con l’imperatore, dopo aver combattuto per lui per una vita senza averlo mai visto, come il fedele che viene da un continente lontano farebbe con il papa, come un bambino farebbe con il babbo Natale del supermercato. Lui sa dove mi fa correre. La velocità aumenta. Non sento più fatica. Fischia. Fischia ancora più forte. Quanto fischia! E si vola nel vento che mi porta a te! I filari dei peschi scorrono a destra e a sinistra, i campi di mais e di erba spagna passano come passano i giorni della vita, anche i girasoli ti seguono come un sole e la colza ingiallisce di gioia un paesaggio maledettamente bello, mentre la bici procede sotto ancor più energica guida; ogni colpo che viene inferto ai pedali da quei muscoli è espressione di una potenza che agogna una meta, come sempre ha fatto per anni, in modo indefesso, forse inutile e stolto; i tralicci si susseguono, i canali e i fiumi si superano, le case ora sono poche e rade presenze in una di quelle larghe di bonifica, che solo il vento domina. Dall’idrovora scrocia acqua, come dai capelli quel giorno, quando tutto iniziò, sotto un lampione, in un viale in ombra, le cui chiome sempre lo stesso artista scolpiva. Tra le ombre frenetiche e agitate che scorrono ai miei fianchi nel turbinio del vento, tu sei sempre più luminosa, in un paesaggio che non ha più contorni, dove ogni amplesso abbraccia figure vacue, che svaniscono come l’amata Clorinda per Tancredi. Che grande artista è il vento! Le illusioni sono i più bei desideri; e chi riesce a scolpirle nell’anima è un grande artista.

La strada si allunga sotto le ruote, i chilometri scorrono sempre e il traguardo non si avvicina. Ma, come sempre, qualcosa decide che è il momento di mettere mano ai freni. Riparte la musica nell’Ipod. Le ombre scompaiono. Con loro tutto scompare. Resta la vita di sempre, resta la strada fatta per inerzia; restano i chilometri che hanno misurato solo tempo e mai spazio, restano i peschi, il mais, l’erba spagna, i tanti tralicci, i ponti sui canali, le traverse e le scorciatoie, lo sciabordio dell’idrovora. Restano lì, scolpiti da quella mano infallibile, i giudici, immobili e severi – che tu sai sempre dove trovare e loro sanno sempre dove trovarti – di un sentenza scritta, ma mai dichiarata. Tutto torna rasserenante, ma desolatamente reale. Ancora una volta tu resti un miraggio. La strada curva, la luce cambia, il paesaggio non è più quello, le case non sono più poche e rade e il vento ora mi respinge. Non disegna più bellezza per l’animo, non scolpisce più meraviglia per lo spirito, non fa più ondeggiare la tua chioma che mi spronava alla felicità; ora frena il cammino. La sindrome dell’ultimo chilometro. Laggiù non si deve arrivare. Vuole essere ascoltato? Perché? Chi ha messo mano ai freni? Non volevo frenare. Perché la strada non corre più come prima sotto le ruote? Perché i chilometri si assommano ora stanchi e lenti su quel riquadro pieno di cifre attaccato al manubrio? Perché? Perché ho frenato? Ma sono stato veramente io a frenare? Ti cerco invano. So che sei lì, so che non sei lontana, so che sei nel vento e che lui ti porta. So che sei in buone mani, in quelle di un grande artista che non fallisce. Chi è che ha sbagliato? La strada ha deviato. Tutto è cambiato. L’asfalto passa lento sotto le ruote.

Sono sicuro di aver visto una grande conchiglia: era aperta nel vuoto, aperta nell’azzurro.

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Paesaggi

Ci sono paesaggi che hanno una carica attrattiva tutta particolare. Tanti dicono che a loro piace il mare. E pubblicano post pieni di foto scattate al mare. Poi mediti e ti rendi conto che quelle foto non riflettono un amore per il mare, ma per se stessi al mare. E ti chiedi se sia la stessa cosa. Ti dai la risposta che non lo è. Ma per loro lo è. Allora qualcosa forse non va. Non va in loro o non va in te? Bella domanda! Il mare a me fa paura. Non entro in dettagli noiosi, che richiederebbero lo scandaglio di un passato gelosamente mio. Mi piace ribadire soltanto questo: il mare mi fa paura. Il che non significa che il mare non possa esercitare anche su di me una certa attrazione. Al contrario. Eccome, se la esercita. Il mare in tempesta, le onde alte che scavalcano da parte a parte la diga foranea, i capanni che ti chiedi come facciano a resistere, il vento senza barriere che corre libero e liberamente devasta tutto, quel mugghiare crudele e feroce che solo il mare incattivito riesce a produrre e che risale da abissi che sai non essere solo fisici e geologici; le dighe di sabbia che da ottobre a maggio l’uomo è costretto a costruire per esorcizzare questa stessa paura. Tutto questo esercita una potente attrazione in me: mi fa sentire complice di quella primordiale fierezza che non conosce freno e che, quando risale, comanda, impone, ingiunge e non sopporta obiezioni di sorta.

Eppure di altro vado alla ricerca. Ambisco, il più spesso invano, a paesaggi che infondano ricariche di serenità. Una serenità soltanto apparente. Ma non importa. So che lo è. E mi basta. Li cerco dappertutto, ma non sulle coste, né sulle onde. Li trovo qualche volta in immagini illusorie. Popolano sogni mai realizzati e ricchi di un’indicibile e malinconica bellezza; sogni belli sicuramente soltanto per questa ragione. Questi paesaggi non hanno un correlato chiaro, evidente. Si manifestano sotto le più svariate declinazioni. Assumono morfologie anche diametralmente opposte. Vivono di palesi contraddizioni. Insomma, sembra che l’unica cosa che li unisca sia soltanto lo spirito della differenza.

È il paesaggio di una dolce collina, disegnata dall’uomo con i suoi giropoggio e lunghe file di cipressi che conducono a dimore meravigliose nel loro vetusto degrado, ricche di una tradizione che pochi sanno conservare e che in certo senso nobilita quello stesso degrado.

È il paesaggio di una frangia rocciosa che dall’altro dei suoi tremila metri di altitudine domina una vallata eternamente insonne per i pericoli che essa da secoli minaccia.

È un fiume che oggi scorre placido in una vallata i cui coltivi e prativi offrono da secoli quella ricchezza che lui ha consentito, anche se ieri è impazzito, ha scavalcato l’argine, la sua camicia di forza, ha distrutto le dimore di chi quell’argine volle, ha dato prova di una forza d’animo che l’uomo non ha mai voluto ascoltare dal canto delle sue acque.

È una chiusa che di un fiume fa tanti canali, che si disperdono nella nebbia delle basse e scompaiono in un orizzonte di campi, ricordando la fatica del lavoro di un tempo, le miserie che quei canali hanno alleviato, il benessere che ha preso il posto del malessere e dei miasmi che la putredine del fiume in città recava.

Sono questi i paesaggi di cui mi sento complice. Non mi attraggono per la paura che infondono. Mi attraggono perché sono come me.

Un libro

Resta l’immagine di una pagina scritta al risveglio. Ripercorri a ritroso un cammino ben consapevole di trovarti in una singolare dimensione. Trovi un libro sul cuscino. Con quello hai congedato la giornata precedente e con quello battezzi la nuova. In mezzo un sogno, ricco di immagini confuse, che sembrano connesse con quelle pagine. Che cos’è quello che ho in mano? Mi piace pensare che sia più di quanto io possa credere, considerando quante ore della giornata i libri occupano. E allora qualche risposta arriva, pensando al sogno e cercando di dare disperatamente un ordine a quel caos di immagini che s’inseguono nella mente.

Un libro è la ricerca di quello che non hai mai trovato, la voglia di fare quello che non hai mai fatto, la voglia di essere quello che non sei mai stato. Lo cerchi tra le righe. Non lo trovi mai. Proprio per questo cerchi sempre. Proprio per questo leggi.

Un libro è un magma di parole che ti ribolle nell’anima, ti appassiona con immagini di fuoco, ti coinvolge con le catene di quelle parole di cui è pieno. Ogni tanto fa il botto e le fa uscire in mille rivoli. Tu cerchi di salvare qualcosa, ma resti costretto ad ammirare da lontano. Non sarai mai degno di catturare quel premio, anche se non mancherà mai chi ti dirà che lo meriteresti. Le parole sono fuoco. Il fuoco attrae, consuma e brucia. Di parole si vive. Di parole ci si consuma.

Un libro è qualcosa che, ti piaccia o no, resta. Un grande poema che tutti ammiriamo volle essere bruciato dal suo autore in punto di morte. Sapeva che quel libro sarebbe stato lui, la sua immagine. Si rendeva conto di quanto impegnativo fosse un tale lascito ai posteri. Non volle. Non si sentì all’altezza. Lui, che tutti avrebbero ritenuto il più grande, si sentì il più piccolo. Ecco: quello sarà sempre il libro perfetto. Quello che il suo autore non avrebbe mai ritenuto perfetto.

Un libro è un sogno, un luogo in cui si entra per curiosità, alla ricerca di quell’emozione che rende ricchi perché dapprima senza un apparente significato, poi, arrivato all’ultima pagina, forse ne avrà anche troppi e allora ti ritroverai al punto di partenza. È un sogno che ti insegna sempre qualcosa proprio perché non comprenderai la ragione per la quale ci sei entrato, un sogno che lascerà sempre il suggello del suo dubbio. In un sogno non si sa perché si entra. Di un sogno non si sa quale sia l’intendimento. Di un sogno non si sa quale sia la matrice. Morpheus a Nero dice di Matrix che “è il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità”. Nel mio sogno vorrei che il libro fosse esattamente il contrario di tutto questo. Ecco perché quelle parole entrano, ma poi trovano anche l’occasione di uscire. Non vorranno mai che esista uno schermo che ne nasconda il senso profondo. Vorranno essere la semplice espressione di uno spirito che vive in qualcosa di incompiuto e che soltanto lì impara quello che occorre per cercare di apparire il più compiuto possibile.

La recensione

“Come si scrive la recensione di un grande capolavoro, professore?”, chiese il più giovane dei due unici passeggeri, sfogliando un libro che teneva tra le mani in modo apparentemente distratto.

“Qual è il capolavoro?”, rispose il più anziano con le mani sul bastone.

La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker.”

“L’ho letto anch’io. Davvero un capolavoro.”

Il treno ripartì con quello sferragliare sinistro che i convogli delle metro riescono a produrre soltanto quando in serata sono ormai vuoti. O meglio tu senti più distintamente quel rumore che in altre circostanze forse non riusciresti ad avvertire.

“E dunque, professore?”

“Dunque è un capolavoro.”

“Perché? Che cosa fa di un libro un capolavoro secondo lei?”

“Le parole e i pensieri; come i pensieri diventano parole, come le parole esprimono i pensieri. Gli uni non esistono senza le altre. È un ciclo frenetico, un ridda che si svolge nella tua testa, che tu vorresti fermare, ma pochi ci riescono. Quelli che ce la fanno sono i bravi scrittori.”

“E allora mi dia uno stimolo. Se dovesse recensire quel libro da dove partirebbe?”

“Da Nola.”

“Non da Harry?”

“No. Partirei da Nola e dalla sua storia di frontiera, ma di una frontiera a cui tutti apparteniamo; si tratta di quella frontiera labile, impercettibile, sottilissima che separa l’amore dal dolore. Nola è un personaggio meraviglioso che emana una forza incredibile con la sua sofferenza che sfuma in una passione adolescenziale pura, ingenua, ma anche bisognosa di libertà. Nola vuole la libertà e la chiede all’impossibile, adorato Harry, che ha più del doppio dei suoi anni.”

Lo stridio dei freni, assordante nel silenzio della tarda serata, li interrompe. La porta della vettura si apre. Entra un giovane che attira la loro attenzione. Zoppica vistosamente trascinandosi una gamba. Il viso è parzialmente deformato da quel difetto che comunemente si chiama labbro leporino. L’uomo, probabilmente senza fissa dimora, passa accanto a loro barcollante, lasciando una forte scia di alcool. Si siede. Il più anziano, osservato il nuovo arrivato, dice allora rivolto al più giovane:

“Oppure partirei da Caleb, che un’aggressione da parte di una banda di violenti lascia sfigurato e costretto a vivere, lui ancora giovane, una vita ai margini, anche lui su una frontiera, costretto a patire, come scrive Dicker, un amore per procura, un amore per Nola, perché a lui l’amore sarà precluso per sempre.”

“Professore, oggi a lezione ha parlato della parola. Mi è rimasta impressa questa frase che ho annotato. Lei ha detto che la parola è un contenitore di significati opposti, è la più grande menzogna e la più grande verità allo stesso tempo. Mi chiedo adesso se stesse forse pensando a questo libro.”

“Può darsi. Del resto questo tuo pensiero è espresso con parole, che possono contenere sia verità sia menzogne.”

“Non mi prenda in giro.”

“Non ti sto prendendo in giro. È così.”

“Insomma, professore, come si potrebbe definire questo libro? Appartiene a un genere?”

“Che importanza ha? Tu avresti piacere se uno ti incasellasse in uno schema?”

“No, direi di noi. Cioè, sarei portato a dire di no.”

“Perché questa incertezza?”

“Perché forse qualche volta trovarsi parte di uno schema ci fa sentire tranquilli.”

“Chi si sente tranquillo non osa e chi non osa uscire dallo schema non sarà mai libero. Vola!”

“Sì, insomma, più o meno come la trama di questo libro, professore. È la trama di un thriller, con un finale pieno di colpi di scena architettati in modo magistrale. Ma non mi piace considerarlo un thriller. Sarebbe riduttivo.”

“È nell’essenza delle parole essere sempre riduttive. I libri sono come le parole. Quelli più belli sono quelli che non hanno mai una fine. E così le parole più belle sono quelle che non hanno mai un significato definito, incasellabile in uno schema. La parola è riduttiva per natura. E per questo è libera, perché ciò che è riduttivo potrà essere sempre perfezionato, integrato, limato, completato. E nessun perfezionamento condurrà alla perfezione, nessun completamento condurrà alla piena completezza.”

“Lo scrive Dicker in uno dei consigli di scrittura che Harry dà a Marcus, quando sostiene che il libro più bello è quello che non avrà mai una fine.”

“Sì, vero. E il personaggio di Marcus? Che posizione assume secondo te? Non mette forse in crisi ogni scolastico e convenzionale schema dei personaggi? Per questo ti invito a volare oltre le tabelle, oltre la rigidità delle barriere. Marcus Goldman è l’io narrante, ma non si può definire né un vero personaggio, né un testimone neutro, perché proprio il suo ingresso in scena sconvolge la presunta perfezione del piano che conduce alla morte di Nola. E poi la narrazione … Non è forse affascinante l’alternarsi di parti in prima persona con altre in forma di diario che s’immaginano desunte dal libro scritto da Marcus sul caso Harry Quebert? Non è forse magistrale il comportarsi della narrazione come la spola di un telaio che va continuamente avanti e indietro tra il 1975, anno della scomparsa di Nola e il 2008, quando il suo corpo viene ritrovato? Vedi? Adesso rifletti. Quanti stimoli ti ho dato per la tua recensione?”

“Direi che me l’ha praticamente scritta lei, professore. Sono quasi arrivato. Non la prossima, quella dopo è la mia. Vorrei farle un’ultima domanda, se permette.” 

“Ne hai facoltà.”

“Lei che cosa pensa, infine, del messaggio che questo libro potrebbe dare? Insomma, un recensore dovrebbe anche lasciare uno spiraglio aperto nella direzione, come dire?, di un certo fine. Chi legge si aspetta qualcosa, vuole arrivare a qualcosa.”

Il treno si fermò. Il giovane claudicante si avvicinò all’uscita. Salì una ragazza bionda, molto bella, che indossava un elegante vestito a fiori corto. Il giovane dal labbro leporino la squadrò. La ragazza lo vide, notò il viso deformato, notò l’andatura barcollante: avvertì un evidente imbarazzo. E con un maleducato spintone al giovane si recò a sedere, accavallando le gambe con un gesto così sensuale che il giovane si sentì ancora più offeso. L’anziano professore disse:

“Mi hai fatto una bella domanda. Mi sentirei di risponderti dicendo che quel romanzo è una sorta di inno all’impossibile dialogo tra la meraviglia della diversità e la banalità del normale. Tutti combattiamo invano perché vinca la prima. Ma la vita ci delude quasi sempre. Ecco, se vuoi, potresti scrivere questo nella tua recensione. A domani!”

Il giovane si alzò tenendo il libro in mano e, prima di scendere, disse: “A domani, professore! Ci vediamo in aula per la sua lezione. Non mancherò.” Uscendo, passò accanto all’altro giovane, quello probabilmente meno felice di lui, sicuramente meno fortunato. Gli si avvicinò attirando la sua attenzione e gli diede il libro dicendogli: “L’ho già letto. È molto bello. Sono sicuro che ti piacerà.”

“Grafie, è daffero molto ventile da parte fua. Accetto volentieri il fuo dono,” rispose il giovane esprimendosi in modo difficoltoso e con un marcato suono nasale, ma puntando su di lui due occhi di potente e rara vivacità.

Quell’eleganza inattesa, espressa con parole uscite da labbra così disarmoniche, quelle parole sonoramente distorte, eppure così dolci e raffinate nel pensiero che significavano, il tutto associato a quello sguardo così incredibilmente vivo, lasciarono nello studente il senso di colpa di essersi permesso di dargli del tu. La bella bionda, che aveva girato le spalle alla scena, prese in mano il cellulare e infilò l’auricolare nell’orecchio. Il giovane passeggero si sedette dietro di lei, sistemando faticosamente la gamba malconcia, e iniziò a leggere un libro che non avrebbe mai dimenticato. Apertasi la porta, lo studente scese. L’anziano professore osservò la scena, finché lo studente non scese dal treno. Infine, dal finestrino del convoglio che ripartiva, lo salutò con un pollice dritto in segno di approvazione e un eloquente sorriso. 

Il treno scompare con i suoi sinistri cigolii, con il suo carico di multiforme umanità: un anziano professore universitario che torna a casa dopo aver fatto lezione, una bella ragazza bionda incurante della sua solitudine in modo sprezzante, attratta nel suo mondo e con gli occhi calamitati da uno schermo, un giovane senza fissa dimora, disabile, contento di avere un libro da leggere. Fermo sulla banchina lo studente cerca di far vivere in parole quei pensieri. Il treno lascia l’illuminata stazione e scompare nel buio del tunnel. In quella galleria amore e dolore non riusciranno mai a cantare insieme un inno armonioso: ecco un possibile incipit per la recensione, pensa il giovane. È esattamente la stessa situazione che si verifica nella storia tra Harry e Nola nel libro di Dicker, entrambi portatori di un grande messaggio di amore e dolore, di menzogna e verità, di questa strana miscela di cariche dal potenziale opposto, grazie alla quale tutti noi possiamo procedere, senza necessariamente sapere dove, proprio come quel giovane che ora la sta leggendo. Non saperlo è bello in questi casi. Ma è bello anche giocare con parole che dicono insieme menzogne e verità, che con un unico suono possono cantare amore e lamentare dolore. È il bello della parola. Il giovane studente intento alla stesura della recensione non ricorda bene se Harry Quebert in uno dei suoi trentun consigli a Marcus Goldman lo abbia scritto. Ma tra sé e sé pensa che ci starebbe proprio bene.

Sogno

Qualcuno è convinto che scegliere ciò che è inconsueto sia segno di una sorta di superiore intelligenza, che l’andare controcorrente sia una necessaria manifestazione di coraggio, che optare per uno stile di vita originale sia meritorio di premio. Sarebbe semplicistico chiudere la questione sostenendo che si tratta di pure convenzioni. Talvolta queste affermazioni possono essere fondate. Ma non sempre è così vero. Chiudere gli occhi e lasciarsi infondere sentimenti e percezioni da una forza a te ignota aiuta spesso a capire il valore della sfumatura. Ebbene, quella forza ha agito e questa volta mi ha indotto a immaginare che la vita sia come quando voli come su un aliante. Hai bisogno innanzitutto di chi ti porta su, lo farà la tua famiglia, lo faranno gli amici, lo farà l’amore. Poi, una volta su, voli libero, senza motore, senza nessun altro ausilio che le forze che nella natura trovi, l’aria che ti pervade, il vento che ti mantiene sempre alto su tutto e su tutti, la luce che ti sfonda dentro dappertutto. E stai bene. Ma sopratutto lassù, nel dominio assoluto dell’unica forza che può pretendere di avere il controllo sul tuo corpo e sulla tua anima, quella natura a cui tu, in assoluta libertà, decidi di affidarti fiducioso, vivrai il piacere del silenzio e ne comprenderai il valore autentico. Senza quel silenzio, premio della tua libertà, non apprezzeresti mai il rumore becero e invidioso, acrimonioso e insidioso di chi resta sotto, servo di tutto e di tutti, e non potrà mai volare. La vita, volata così, è il viaggio più bello che si possa realizzare, comunque e ovunque, nonostante tutto. Da lassù ogni differenza sfuma, ogni errore di fabbrica risulta impercettibile, tutto quanto appare il prodotto di un sapiente disegno. Un disegno di chi ha potuto scegliere. E allora rifletti. E ti ricordi che non sempre nella vita puoi scegliere. È questo che ai più non va giù. Chi ha sempre avuto la pappa bell’e cotta e crede che tutto quello che ha, che possiede, che ha ottenuto, sia lì nelle sue mani, come qualcosa di dovuto o addirittura di scontato, raramente si rende conto di cosa significa conquistarselo. La solitudine, nel silenzio della libertà, aiuta allora a riconoscere anche questo. Stare sempre laggiù, nella presunta normalità, non lo consente, illude, travia, induce un’immagine fittizia della vita. La solitudine invece aiuta a creare sempre qualcosa, perché nella solitudine pensi, correggi, emendi, consegni; aiuta ad apprezzare anche un errore di fabbrica per quello che è: non l’hai scelto tu e quello che hai tu vale il doppio, proprio perché tu hai avuto quegli strumenti idonei per valorizzarlo e per capire la bellezza di tutto quello che per i più è scontato e addirittura spesso dozzinale.

E allora il sogno fa il suo mestiere. Costringe nel caos la memoria. Inizia il suo andirivieni nel tempo e ti riporta a un colloquio con un amico che, in un mio periodo di malattia, mi aveva detto di percepire una specie di ansia da solitudine nelle mie parole. Lo dovetti correggere immediatamente. Perché ansia? Da che punto di vista osservava la solitudine? Dal basso o dall’alto? Dal caos e dal disordine terrestre o da questa meraviglia di armonia che il silenzio del cielo comunica? Lui mi disse che il dolore ha il potere di togliere ogni dignità alla persona e che questo produce effetti collaterali. Aggiunsi: anche la fiducia e la credibilità vengono tolte, perché chi non vive la quotidiana guerra non lo può mai capire. Avvertii allora la necessità di correggere il tiro e di dare alcune spiegazioni. Dissi che in questi casi sarebbe sempre meglio tacere e lasciare che gli altri pensino quello che sono liberi di pensare; meglio tacere e non lasciarsi prendere dalla tentazione di pensare come quella persona, che non ha fatto il minimo sforzo per comprendere, possa reagire in queste condizioni; meglio tacere sempre, nella consapevolezza che, appena avverti il bisogno di condividere il dolore, l’altro ne sta già cercando uno suo e pensa a se stesso e non a te; meglio tacere e, appena possibile, fare una gran risata esorcistica. Ma solo per te stesso. Gli altri, lascia perdere. A meno che? Sì, ci può essere un’eccezione. Nel caso che anche l’altro soffra, allora tutto potrebbe cambiare. Due sofferenze possono annullarsi in un amore? Assolutamente sì. Come in matematica: meno per meno dà più. Ma è un caso molto raro.
L’amico mi rinfacciò che avevo poca fiducia nell’altruismo. Anche quello era vero, ma solo in parte: l’egoismo è il peggiore dei mali, senza dubbio, perché tutti in un modo o nell’altro siamo egoisti; ma l’altruismo è facile da imparare e riconoscere agli altri sono in teoria; una cosa è imparare l’altruismo, altra essere altruista; ce ne corre, come sempre del resto tra il dire e il fare. Nel capolavoro di Joël Dicker La verità sul caso Harry Quebert, in uno di quei dialoghi sulla scrittura dal tono quasi filosofico tra Markus ed Harry che costituiscono quasi una sorta di intermezzo tra un capitolo l’altro, il secondo sostiene che una cosa è imparare la scrittura, un’altra essere scrittori. Insomma, la verità viene dalla realizzazione dell’opera finale, la risposta alla tenacia dell’allenamento settimanale viene dal campo nella partita della domenica.

Gli dissi allora che la solitudine è una condizione a cui ci si deve abituare, perché prima o poi capita a tutti. L’anziano vive solo, perché spesso perde gli affetti, anche dei suoi stessi familiari. Il disabile spesso vive solo, vuoi perché le strutture esterne lo costringono a dipendere dagli altri e a sentirsi protetto soltanto tra le mura di casa, vuoi semplicemente perché la società in cui viviamo trova più comodo compatirlo che aiutarlo. Il marito separato spesso vive solo, perché per l’uomo stringere relazioni è più difficile che avere conoscenze superficiali, mentre per la donna pare sia più facile. Il timido può trovarsi solo non perché meno coraggioso di altri, ma proprio perché lui, meglio di altri, sa quanta paura provochi una relazione avviata in modo improvvido e quanta delusione derivi da un’illusione lasciata alla deriva come la nave il cui timoniere si è addormentato o si è lasciato sedurre dalle sirene del momento. Tante persone che confidano troppo nella profondità dei sentimenti vivono sole, perché per loro la vita è una cosa fin troppo seria, quasi una pretesa. Ma vista da una prospettiva atipica come questa, dal vetro di un velivolo senza motore, dominato completamente dalla bellezza della natura, fiducioso totalmente nelle forze di quella, la solitudine, di cui l’amico mi avvertiva di essere preda, appare invece un prisma dalle tante sfaccettature, assai più complesso e per questo più intrigante da studiare. Gli dissi che la solitudine è come una montagna dolomitica, che per i più è bella solo se ammirata dalla parte fotografata da tutti, quando invece avrebbe mille altri scorci da indagare, quelli che soltanto i suoi veri intenditori conoscono e sanno rispettare; che la solitudine è un paesaggio malinconico nell’immaginario comune, può anche diventare un ricettacolo di rifiuti se la vivi male, può consentirti di vedere la vita da un’angolazione inconsueta e riservarti il godimento di una bellezza che mai avresti immaginato prima. Non esiste una definizione universalmente condivisibile. Quassù lo comprendi molto bene. Nel sogno tutto ha il potere di sembrare sempre chiarissimo. Gli dissi anche che la parola viene da un vocabolo latino che significa semplicemente luogo disabitato, e basta: tutti possono aggiungere quello che preferiscono, tutti la possono intendere come vogliono, tutti la possono fare propria come preferiscono. Oggi aggiungerei a quella riflessione di allora che la sua vastità è la sua bellezza.

Al risveglio dal sogno, ti resta questa riflessione, e non è poco: il viaggio della vita, senza la libertà di quel silenzio di cui ti sei inebriato lassù, nell’incanto della solitudine desiderata e meritata, e da cui non ti saresti mai voluto destare, è come un treno senza un luogo d’arrivo, una strada imboccata senza una meta, una passione attraversata senza amore, un’avventura che s’impaluda nelle melme dell’effimero. Senza il sogno quel viaggio non sarebbe possibile. Solo il sogno lo rende reale. Solo il sogno ti dà il premio.

È il silenzio nella libertà, su un aliante fiducioso delle forze che lo sostengono e lo governano. È il silenzio della libertà, la cui fiducia è tutta quanta in quella natura e in quella forza che ti ha plasmato.

In viaggio con il trapano

Se certa letteratura, spesso di moda, viene definita distopica, Hotel Silence di Auđur Ava Ólafsdóttir (Einaudi, Torino 2018, ed. or. del 2016), che quando uscì ebbe un grande successo, lo definirei atopico. Tra le tante definizioni che i recensori hanno dato la più diffusa è sicuramente quella di romanzo poetico, soprattutto per lo stile originale della scrittura. Ma la definizione di atopico forse rende ragione degli spazi narrativi in modo più rispettoso della finalità della scrittura.

Jonás, abile a lavorare con le mani e a riparare tutto, parte per mettere fine a una sua prima vita, dopo aver saputo che l’unica persona rimastagli, la figlia, non era in realtà figlia sua, e ne ricomincia un’altra nel luogo più improbabile che un islandese possa immaginare, un luogo altro in tutti i sensi, un paese su un mare placido, diversamente dal grande oceano a lui noto, un paese in uno stato appena uscito da una guerra civile, diversamente dal suo che non conosce guerre da quasi un millennio, un paese dove il dolore è tutto nei corpi devastati e mutilati dalle mine, diversamente dal suo dove ci si suicida per la noia. Ci arriva senza bagagli, solo con un trapano e un gancio da attaccare al posto del lampadario per appenderci se stesso. Ma quel trapano servirà ad altro, inaspettatamente: servirà a ridare una fiducia a persone che l’avevano smarrita. La ditta di riparazioni Gambe d’acciaio srl, che aveva lasciato alla figlia partendo dalla sua terra, riprende anima per fare le protesi delle vittime delle mine lasciate dalla guerra in quello d’elezione. Il libro risulta alla fine un canto alla gioia di vivere messo sulle labbra di una persona paradossalmente intenzionata a morire: questo è di certo il punto di forza che ne ha decretato il successo. Jonás è una meravigliosa metafora della possibilità di rinascere, quando tutto apparentemente ti è crollato addosso, quando ti rendi conto di quali e quanti siano i veri dolori dell’umanità, arrecati da una guerra. Jonás dà un calcio a un mondo dove tutto è sano e pulito, tutto è ordinato e preciso, per ritrovare se stesso in un altro devastato dalla guerra, dal disordine, dalla quotidiana precarietà, dalla necessità di arrangiarsi. Questo è Hotel Silence.

Il farmaco dell’ironia

Leggere questo libro di Matteo Bussola, La vita fino a te (Einaudi, Torino 2018) è come prendere una macchina fotografica o un cellulare e scattare tante istantanee della propria vita, poi lasciarle lì e affidarsi al potere della memoria, senza pretendere che sia perfetto nell’ordine in cui un giorno le recupererà per farne oggetto di una narrazione. Libro divertente, senza dubbio alcuno. Libro che, se l’obiettivo che si prefigge è quello di divertire, lo raggiunge sicuramente. Non sottovalutiamo mai questo aspetto: se chi scrive lo fa anche per divertirsi, non necessariamente divertire se stessi significa divertire anche altri. Ma è anche un bel libro perché guidato costantemente da un disincanto ironico, che è tipico di chi se lo può permettere, che il lettore di oggi vorrebbe sempre ma non può sempre trovare. Quante volte, tra appassionati di lettura e anche di scrittura, mi sento dire “adoro tantissimo l’ironia nella narrativa”, oppure “il prossimo libro che scriverò lo scriverò con ironia”, oppure ancora “scriverò un libro comico, ma nella sostanza ironico”. Sono frasi che ho sentito recentemente sulle labbra di amici e conoscenti. Ma non tutti ci riusciranno. Il consiglio che mi permetto di dare circa l’uso dell’ironia è quello, banale quanto volete, di leggerla tanto quando viene praticata da chi sa fare a servirsene e Matteo Bussola, per esempio, è uno che ci sa fare, sicuramente aiutato anche dal fatto di essere un fumettista, oltre che dalla sua esperienza di vita, che non mi interessa conoscere, né tanto meno giudicare. Il recensore, spesso lo dimentichiamo, esercita la sua critica sul libro e non su chi lo scrive. Eppure, questa volta occorre una riflessione personale e avverto la necessità di uscire dai canoni e dalle convenzioni della recensione, perché a me è stato richiesto di usare l’ironia più spesso. Alcuni mi dicono che avrei la propensione a usarla. Ma per me è come una medicina: un medico ti consiglia un dosaggio, un secondo te ne consiglia un altro, ma tu, che ti conosci da una vita e che magari quel farmaco o uno simile lo usi da tempo, hai una tua idea che non va d’accordo né con il primo, né con il secondo consiglio. E allora? Non so dare una risposta, se non quella di indicare una via da percorrere ma con lo stesso rischio di quando ci si affida a un navigatore e poi si finisce tra le pannocchie in mezzo a un campo di mais: l’ironia usatela quando la sentite venire fuori da dentro; non usatela se ve la consiglia un altro; se la sentite venir fuori, lasciatela andare, perché non ha bisogno di freni: è già lei un freno al comico; l’ironia è già di per sé una specie di cucchiaino dosatore che, se usato bene, vi eviterà di commettere errori. Non usatela in nessun altro momento. Solo quando la sentite. E se volete un consiglio vero, leggete questo libro.

Biglietti di viaggio

Tre ragazzi diversi, Clo, Filippo Maria e Giorgio sono i protagonisti di questo libro di Enrico Galiano Tutta la vita che vuoi (Garzanti, Milano 2018). Tre vite con diverse peripezie. Tre vite che hanno tutte bisogno di quel botto salutare che le faccia esplodere. Tre vite che hanno un retroterra di sofferenze diverse: una famiglia mai avuta, una famiglia troppo famiglia che vive fuori, una famiglia troppo importante che vive in pieno centro. Tre ragazzi che hanno tutti un problema vero e che insieme, mescolando le loro differenze e i loro tic, troveranno il modo di partire finalmente per quel grande viaggio che è la maturità e affrontare tutte le sue incognite. Insomma, un metodo veramente originale per offrire un’interpretazione del genere del romanzo di formazione, se proprio vogliamo ricorrere a definizioni convenzionali. Il modo in cui i tre ragazzi sono caratterizzati non può non colpire sin dalle prime pagine il lettore, soprattutto per la capacità di entrare nella particolare condizione di differenza che ciascuno di loro vive: la balbuzie di uno che arriva tardi al funerale del fratello e non sa cosa fare se non rubare una macchina, le umiliazioni scolastiche di un altro che un insegnante di fisica maltratta e lo costringe a fare il botto in classe, il destino di Clo costretta a vita raminga e che affida se stessa a una scatola di bigliettini che scrive in continuazione e che scandiscono la narrazione del libro. In quei bigliettini di Clo ci sarà la soluzione. Solo insieme potranno trovarla, mescolando le proprie differenze e facendone un monumento. Sullo sfondo una città di provincia con i suoi riti immutabili, i suoi personaggi ricorrenti e rispettati come tali, perché servono così come sono. In primo piano tre ragazzi che danno una risposta forte ai propri sentimenti e al bisogno di affrontare in autonomia il proprio rito di passaggio, quella risposta che tutti ancora vorremmo dare e che, se ci riusciamo, non ci farà mai pentire.

Tre anni di parole

Il gestore mi ricorda che sono tre anni di sodalizio. Non sono certamente un blogger e non ho certamente la propensione innata alla comunicazione non testuale, multimediale e via dicendo. Lo ammetto, non sono nato in questa generazione. Appartengo a una cultura in cui il testo è quello costituito, tessuto appunto, di parole cucite insieme, che prendono vita su una pagina, senza il necessario supporto di un’immagine o di un video. Scrivo parole. Le compongo all’antica. Il codice è la lingua italiana, che ho imparato dalle labbra della mamma e da quelle del babbo: insomma, una tradizione autenticamente biologica. Il canale, soltanto quello, è un po’ diverso.

Quanto al canale, devo ammettere che aver trovato un contenitore così anomalo e così lontano dal mio modo di vedere la comunicazione per tutto quanto prodotto in tanti anni di scrittura è stato molto utile e mi ha consentito di recuperare, trascrivendoli, testi prodotti con carta e penna in anni in cui un M24 Olivetti come sostituto della macchina da scrivere non avrei mai immaginato che sarebbe entrato in casa. Arrivò, quell’M24, come regalo di compleanno da parte del babbo per la mia tesi di laurea. Correva l’anno 1987. Ora c’è un Mac assai più evoluto, ma che più o meno svolge sempre quella funzione, oltre a tante altre: aiutare le parole a prendere una forma su una pagina, auspicabilmente senza litigare fra di loro.

A questo punto, la domanda che viene spontanea è quale senso possa avere dedicare tanto tempo a scrivere in un mondo in cui si legge sempre meno e addirittura spesso ci si vanta proprio di non leggere niente. Mi rendo conto di andare sicuramente controcorrente non solo leggendo – anzi, leggendo animato proprio da una passione che negli anni non è mai venuta meno – ma anche scrivendo perché altri leggano. Non mi interessa questo tipo di pensiero che nutro ancora la convinzione di ritenere perdente, benché maggioritario. Del resto, se essere maggioranza dovesse significare essere per una sorta di perverso automatismo mentale dalla parte del giusto, l’umanità sarebbe già arrivata al capolinea. E invece non solo non ci è arrivata, ma grazie proprio a quelle minoranze riesce anche a produrre qualcosa di educativo per la maggioranza, spesso a sua insaputa. E questo è molto bello, il fatto che il processo si attui senza che ce ne accorgiamo, quasi per magia.

A questo punto del ragionamento lasciatemi dire che saper apprezzare una buona lettura è ancora un modo per crescere e imparare. Anche scrivere lo è, naturalmente. Sì, perché scrivendo si impara, esattamente come leggendo. Che cosa si impara? Devo dosare le parole a questo punto, perché quello che sto sostenendo può apparire banale, se letto nel contesto sbagliato, oppure con gli strumenti inadeguati, oppure in una condizione di non sufficiente attenzione e concentrazione. Ebbene, dopo anni di scrittura, posso serenamente affermare che scrivendo si impara la libertà. Si mette in pratica il valore più bello che si ha: sognare in libertà, dare libera forma a un’idea, a un’emozione, a un ricordo, a un sogno, liberare i sentimenti e rendersi conto che non è vero che la ragione li tiene incatenati, che tu sei libero di spezzare come e quando vuoi quelle catene.

Sognare con le parole è la forma più bella di libertà che ho vissuto. E se anche per voi è così, mi accontento di poco: basta che facciate click su Mi piace. Anche questa è una forma di libertà.

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