La potente Setta delle Trame oscure

Aveva scelto proprio le più belle. E lo aveva fatto con singolare puntiglio. Raramente un uomo, una volta entrato nel mio negozio di fiori per scegliere delle rose da regalare, le aveva selezionate così attentamente, così meticolosamente, con una diligenza che io fraintesi e immaginai addirittura che fosse stata studiata quasi per mettermi alla prova. Alcune donne qui del paese lo hanno fatto per delle confezioni, non per i fiori. Ma uomini, mai. E neanche le donne erano mai state così attente ai fiori. Lui mi aveva soltanto chiesto: “Mi raccomando: che siano una gialla, una bianca e una rossa!” Poi non aveva più detto niente fino al momento dell’uscita, quando dalla porta mi salutò. Nel momento della diligentissima scelta guardava il gambo, i petali, le metteva una accanto all’altra, le osservava da ogni lato, le scartava, le sceglieva, le scartava di nuovo, le guardava ora con perplessità, ora con insicura ammirazione, ora con maggiore convinzione, senza mai farmi capire se alla fine fosse stato veramente convinto della decisione definitiva. E poi la confezione! Difficilmente mi è capitato un cliente così esigente per confezionare un dono di rose. Ogni dettaglio voleva che fosse curato con la stessa meticolosa diligenza con cui le rose erano state selezionate. Non dissi nulla e feci tutto quello che mi chiedeva. Uscì comunque dal negozio visibilmente soddisfatto, lasciandomi un’emozione poche volte provata. Era evidente che il regalo era di quelli importanti. E per quale ragione appare quasi paradossale che lo abbia dovuto confezionare proprio io, lo capirete proseguendo. Fu l’ultima volta che lo vidi, credo. Fatemi pensare. No, non l’ultima. La penultima. Era sicuramente giugno.

Il mio paese è piccolo. Le notizie girano velocemente. Purtroppo girano spesso male. Qui lo sappiamo tutti che girano male, ma nessuno ha mai fatto nulla perché questo non accadesse. Anzi. Sembra che ci sia una specie di gioia perversa nell’aggiungere chi questo chi quel particolare seducente, intrigante, più o meno misterioso, il più delle volte malizioso, talvolta anche proprio cattivo. Lui poi! Dava adito alle voci con una facilità quasi disarmante, tanto che spesso mi sono chiesta se non lo facesse quasi per divertimento, se non fosse una specie di gioco per studiare i nostri comportamenti. Ero convinta allora – ma ora so che mi sbagliavo – che lui si sentisse in un certo senso superiore a noi. Come si faceva a non far girare voci su di lui? Stavamo proprio male in tanti quando le sentivamo, ma nessuno di noi ha mai fatto nulla per fermare quella che in casa chiamavamo la setta delle trame oscure; nessuno di noi si è mai chiesto quale fosse il limite oltre il quale il troppo stroppiava; nessuno di noi lo hai mai veramente difeso, forse anche perché nessuno lo ha veramente attaccato, perché nessuno di quelli che hanno fatto girare le allusioni più maligne, gli adepti, appunto, della setta delle trame oscure, ha mai osato affrontarlo a tu per tu. Dimostrazione del fatto che, alla resa dei conti, lui era veramente superiore a noi, benché ora possa dire che tale non si era mai sentito.

E il giorno delle rose? Fu sicuramente quello che di voci ne generò di più, anche se furono una specie di canto del cigno, come comprenderete seguendomi. La ragione non è facile da spiegare, perché per essere intesa richiede che si abbiano gli strumenti per comprendere una cosa molto difficile: che in un mondo così cambiato – globalizzato, dicono quelli che vogliono fare bella figura – non esiste soltanto la mentalità della città e quella del piccolo centro, ma esiste anche tutto un campionario di sfumature intermedie che sfuggono a ogni tentativo di classificazione. Ebbene, lui era proprio una di queste sfumature. Per tutti noi, senza ombra di dubbio, la più difficile da incasellare. E proprio per questo ogni nuova voce che circolava, aveva l’effetto di una bomba a deframmentazione, esplodendo in una miriade di piccole voci, di maliziosi detti e non detti, che più facevano male a chi li sentiva, più favorivano il perverso malvezzo di trasformare un piccolo pisello secco in un grande cocomero.

Nessuno ha mai capito se si curasse o no di quelle voci. Era impossibile che non fossero mai pervenute a lui. Eppure mai ha dato adito a nessun sospetto su questo. La sua vita procedeva, per quel che appariva a noi suoi vicini, tutto sommato, tranquilla. Se solo al bar avesse un giorno fatto una battuta ironica su se stesso, forse avrebbe tacitato in un attimo le voci e sgonfiato quel pallone, tutto pieno solo d’aria, che veniva gonfiato dalla setta delle trame oscure. Ma al bar raramente si vedeva. Il paese ha quattro centri di aggregazione, tutti con il loro bar: il bar dei repubblicani con relativo circolo, al quale mi sono ritrovata iscritta, perché lo erano i miei genitori; quello dei comunisti con relativo circolo, al quale si è ritrovato iscritto il mio ex marito, perché lo erano i suoi genitori; la chiesa con relativo gruppo parrocchiale, che frequenta il mio compagno, incurante delle ire del parroco per la sua convivenza more uxorio con me; e il centro sportivo con relativo circolo, di cui sono soci i nostri due figli, che praticano calcio. Lui era l’unico che si vedeva dappertutto, raramente a dire il vero, ma, quando si vedeva, appariva in conversazione con tutti, senza quelle distinzioni che qui si fanno abitualmente da decenni. Chi frequentava il bar dei repubblicani ed era iscritto al circolo, non poteva frequentare né la chiesa, né quello dei comunisti. La stessa cosa valeva per gli altri. Un discorso a parte merita il centro sportivo. Lì veniva operata una specie di selezione della parte giovane del paese: era un centro di aggregazione decisamente più democratico, anche se affiliato al circolo dei repubblicani. C’erano il campo e la squadra di calcio dilettante con la sua struttura sociale, l’associazione ciclistica con la sua struttura sociale, i due campi da tennis con un maestro e un piccolo circolo. Ogni tanto, quelli che lavorano in città ci ricordano che i comunisti e i repubblicani non esistono più e che ci sono altri partiti nella vita politica nazionale, che la storia è andata un pochino avanti, che ci sono stati dei cambiamenti nella politica. Lo sappiamo. Il giornale, magari solo quello, arriva anche da noi e al bar si legge. La televisione si guarda e sui social ci siamo quasi tutti dai quaranta/quarantacinque in giù. Ma alla fine ci riveliamo tutti tanto conservatori e tradizionalisti che quei due bar qui da noi sono ancora chiamati così: il bar del comunisti e il bar dei repubblicani. E credo che lo saranno almeno fino al prossimo cambio di generazione. Ma torniamo all’uomo delle rose. Come si rapportava a questa socialità sicuramente diversa da quella che vedeva e in parte viveva in città? A modo suo. Lui giocava a tennis e usciva con i cicloamatori. Non sembrava che il calcio lo interessasse più di tanto. Ma se gli andava un caffé, non faceva distinzione tra il circolo del centro sportivo, quello della parrocchia, quello dei repubblicani e quello dei comunisti. Non poteva non sapere che, dietro quelle etichette e quella facciata, c’era una trasversalità perversa di interessi, di favori, di relazioni tra famiglie, di debiti morali e non; non poteva nemmeno non sapere che uno poteva sempre aver bisogno dell’altro, a prescindere dalla tessera del circolo che pagava ogni anno, perché quella aveva pagato suo babbo e quella aveva pagato suo nonno. Anche la setta delle trame oscure era trasversale.

Abitava in una piccola villetta a schiera, nello stesso complesso in cui abito anch’io con la mia famiglia. Chi diceva fosse arrivato dalla Lombardia, chi dal Veneto; anche su quello le voci si moltiplicarono fino al punto che presto non mancò chi sostenesse, ovviamente sempre prove alla mano, che venisse addirittura dalla Sicilia. Perché? Si chiamava Vito. Le famose schiaccianti prove alle mano. Il cognome però metteva davvero agitazione, dubbio, scompiglio: Derossi. Hanno cercato su internet, su Facebook, ma ne hanno trovati talmente tanti e in talmente tanti luoghi diversi e lontani tra di loro, che il cognome, se non mise propriamente in crisi la ricerca anagrafica, contribuì nondimeno ad alimentare il mistero. Pur tra tanti indigeni, non era certamente l’unico allogeno. C’era chi veniva dal Friuli, chi dalla Campania, chi dalla Sardegna, chi dall’Africa, chi dai Balcani. Ma questi allogeni lavoravano nelle aziende degli indigeni e, seppur a modo loro, respiravano un’aria diversa. Vito Derossi, quell’aria, sembrava non la respirasse.

Ogni mattina si alzava e andava in città a lavorare. Era insegnante di musica, con una laurea in lettere. E anche questo per il piccolo paese, abitato in gran parte da agricoltori, artigiani e operai, era un caso. Non era certamente l’unico laureato che vivesse da noi, ma in lettere c’era solo lui. Abbiamo avuto, tra i numerosi allogeni che si sono inseriti tra noi indigeni, anche una maestra che veniva dalla Puglia, arcigna e zitella, cattiva come il fiele, acida più di un limone acerbo. Abitava non lontano di qui, appena fuori del paese, in una casa ereditata da zii che erano contadini, anche loro immigrati; ha abitato quella casa isolata per alcuni anni, finché un automobilista, che aveva alzato il gomito già alle undici del mattino – da queste parti non è cosa rara – non la investì proprio davanti a casa, di domenica mattina, di ritorno dalla chiesa. Viveva anche lei da sola. Su di lei voci zero. E anche questo è ben curioso. Se una donna vive da sola, è cosa che non desta interesse più di tanto in un piccolo paese come questo. Ma un uomo, laureato in lettere, che vive da solo, agita le più diverse fantasie. Da vicina di casa mi sono posta spesso la domanda. Non ho mai avuto una risposta. Era sempre gentile, educato. Era davvero un bell’uomo. Usciva sempre elegante. Sono convinta che dedicasse ore alla ricerca dell’aspetto migliore. E mai due giorni di fila con lo stesso capo d’abbigliamento addosso. Ne sfoggiava sempre di nuovi. C’era sempre un tocco di classe. Insomma, roba non da paese. Beh, credo mi possiate se capire se ammetto di aver avuto una certa attrazione per lui.

Non posso a questo punto non parlare dell’auto, non foss’altro perché, come vicina di casa, la vedevo spesso parcheggiata in strada in prossimità del mio cancello. Era una vecchia Fiat 600, auto d’epoca. Il primo modello, quello con la maniglia nella parte anteriore dello sportello. La teneva con una cura maniacale. Aveva un garage pieno di pezzi di ricambio che si scambiavano gli appassionati di quelle auto antiche. Pensate un po’! L’invidia del paese era arrivata al punto che alcuni erano convinti che avesse una sorta di perversa passione feticistica per quell’auto. A me sembrava solo bella, veramente bella, una vecchia elegante signora della piccola borghesia, sempre piena di dignità e perfezione nel suo apparire in pubblico: l’auto più idonea, più, come dire, congruente e coerente con la persona che vi saliva alla guida, per chi vedeva spesso lui e vedeva altrettanto spesso la sua auto. “Un dandy fuori tempo massimo”, lo definì un suo ex collega. Una buona definizione, credo. Sarà stato anche fuori tempo massimo, ma a me piaceva.

Gli insegnanti lavorano al mattino, hanno solo diciotto ore alla settimana, hanno tutti i pomeriggi liberi, hanno tre mesi di vacanza, anzi, quattro, se ci mettiamo vacanze natalizie, pasquali, morti, santi e patroni. Le solite cose che si sentono ovunque. La setta delle trame oscure ci sguazzava in questo. Eppure lui, in media tre giorni alla settimana, tornava a casa per l’ora di cena. Mio figlio ha frequentato quella scuola e sapevo perché avesse quegli orari: aveva a scuola diversi incarichi aggiuntivi e per alcuni anni fu anche vicepreside. Ma, per quanto fosse vero nel modo più sacrosanto, la cosa non convinceva gli adepti della setta delle trame oscure, sempre depositari del dogma unico. Aveva di certo i suoi oscuri intrallazzi. Chissà cosa fa tutto quel tempo! Quando un anno si seppe che era stato candidato alle elezioni comunali, in paese la setta delle trame oscure lo fece diventare subito il frequentatore di una potente loggia massonica. Per un po’ girò persino la voce che in casa sua si sentissero voci di riunioni segrete di un gruppo di cui sarebbe stato il capo, come se da framassone – in città lo sono in tanti – fosse diventato una specie di eresiarca o di santone; in realtà, nessuno aveva mai sentito niente; si vedeva una luce accesa a lungo, anche fino a ore piccole, perché Vito Derossi ogni tanto usciva con un libro, scriveva, aveva la sua piccola cerchia di lettori e appassionati, in città ovviamente, perché qua riuscire ad andare oltre le pagine della cronaca locale del giornale è veramente un’impresa. Da casa nostra lo vedevamo, soprattutto nei mesi estivi, quando stava con la finestra aperta, senza assolutamente alcun segreto da nascondere; era seduto nel suo studio, al computer. E scriveva. Ma era troppo forte la tentazione degli adepti della setta: lo faceva – intendo il tenere la finestra aperta e il farsi vedere al computer – per creare un diversivo, sentenziò uno al bar dei comunisti; era una controfigura messa lì apposta per ingannare i vicini, era arrivato persino, quasi teneramente, a dire un giorno un ragazzo in una riunione del gruppo in parrocchia. Era uno dei pochi in paese che leggessero, quel ragazzo. Leggeva le cose sbagliate, evidentemente.

Nessuno lo aveva mai visto con una donna. Se l’avesse avuta, non sarebbe circolata – ne sono assolutamente convinta – alcuna voce su questo fatto. Del suo passato nessuno sapeva niente. Per me era impossibile che non avesse avuto alcuna storia prima e che adesso adorasse solo un’auto antica. Non entro nei dettagli, perché mi fa veramente ribrezzo il livello a cui la malignità del paese era arrivata su questo aspetto. Parlarne farebbe del male a lui, a me, alla mia famiglia e a tutti quelli, che in città erano tanti, qui no, che gli avevano voluto veramente bene. Mio figlio mi diceva che era stimato come insegnante, che i suoi studenti lo ritenevano una persona che faceva con serietà il proprio dovere. Era bravo. E il fatto che lo fosse fece sì che molti genitori iniziarono presto a chiedergli di prendere a lezione i propri figli, nonostante abitasse a sette chilometri dalle prime case della città. Dava lezioni private dello strumento in cui era diplomato, il violoncello. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Sì. Quei ragazzi e quelle ragazze che entravano e uscivano da quella porta furono veramente, per me, la goccia che fece traboccare il vaso. Quelle note, così diverse dai gusti musicali dei più, iniziarono a favorire le più perverse fantasie. Nel piccolo paese non esiste persona senza peccato che si debba esimere dallo scagliare la prima pietra. Qui tutti arrotondano in nero, chi in un modo, chi in un altro; ma lo fanno con le mani; lui lo faceva con la testa. Loro lo fanno producendo manufatti, lui dando qualche lezione. E in più produceva testi narrativi e componeva per il suo strumento, spendendo sicuramente più di quanto guadagnasse. Ma era un’attività inconcepibile, non era un lavoro, al massimo poteva essere un dolce hobby; insomma, anche quello dava fastidio e anche su quello la setta delle trame oscure riuscì a produrre calunnie a iosa. E questa era l’unica, ma determinante, differenza: il fatto che lui lo facesse con la testa, gli altri con le mani, era come se scuotesse da sotto le acque di un mare già mosso, docile a essere ulteriormente agitato, le increspava e con la sua corrente le accelerava piano piano, fino a farle diventare uno tsunami che inondava e devastava tutto: questo ha un nome e si chiama invidia. E la setta delle trame oscure lavorò con la massima alacrità. Nessuno disse mai nulla. Si accennava con malizia. Si usava la tecnica del detto e non detto, del coltello appoggiato al collo che sfiora la pelle senza ferirla. Nessuno lasciò mai nulla di scritto. Nessuno fece mai post diretti sui social. Ma le allusioni non mancavano. E a me facevano male. Figuriamoci a lui, che sicuramente non poteva non sapere.

Eppure … Sì, nella vita ci sono sempre dei se e dei ma che fanno la differenza. E per fortuna! Eppure, sì: sapevo una cosa che il paese, credo, non ha mai saputo. Sapevo che la mamma di una di quelle ragazze che andavano a lezione di violoncello da lui una sera si presentò a casa sua, poco prima dell’ora di cena. Indossava un bel vestito corto, era elegante e pettinata con una chioma di capelli neri e lisci raccolti in una coda di cavallo. Credo di averla vista solo io e credo che sia rimasta lì a lungo. Lui la accolse con un bacio sulla porta di casa. Quella fu l’ultima volta che lo vidi. La mattina dopo l’auto non c’era più. Era successo qualche settimana prima della sua visita in negozio per ordinare la confezione di rose. Arrivò l’estate. E in estate la setta delle trame oscure lavora meno. C’è chi fa viaggi, chi ha la seconda casa al mare, chi ce l’ha in montagna, chi va dai parenti che abitano lontano, chi è più preso dalle attività agricole. Il centro sportivo chiude e restano in funzione solo l’affitto dei campi da tennis, poco richiesti, e di quello da calcio, ancora meno richiesto, se non per i due giorni della sagra paesana. Il gruppo parrocchiale sospende le riunioni. Stessa cosa i circoli del bar dei comunisti e dei repubblicani: anche loro in estate si mettono in pausa. La setta delle trame oscure, l’unica che unisce in modo trasversale le quattro conventicole, ha meno materiale, insomma, su cui operare e soprattutto meno risorse umane e professionali da tenere in servizio.

Fatto sta che credo che nessuno si sia accorto che la villetta era rimasta chiusa a lungo. Che la Fiat 600 bianca fiammante non c’era più. E solo ad anno scolastico iniziato si seppe che non lavorava più nella sua scuola. Le voci ripresero allora a un ritmo forsennato. La sua assenza scatenò una vera ridda infernale. Tutto quello che era rimasto per anni sopito e represso si scatenò alla luce del sole e sui social apparvero non più allusioni, ma frecciate dirette. L’invidia prese la forma di una malevolenza e di una cattiveria di cui, a onor del vero, non avrei ritenuto mai capace il mio paese. A tanto era arrivata la potenza della setta delle trame non più oscure.

Quelle tre rose, però, adesso spiegavano tutto. E quell’auto che era arrivata poco prima delle otto di sera, la bellezza di quella figura femminile apparsa come per incanto, quel bacio sulla porta e il silenzio che avvolse la casa quella notte, senza la luce dello studio accesa fino a tardi, come quasi sempre avveniva, sono l’unica motivazione che riesco a dare di quelle tre rose, la confezione più bella, elegante e raffinata che in tanti anni abbia mai fatto. Averla fatta per la persona più bella, elegante e raffinata che questo paese abbia avuto mi rende fiera. Non ebbi più notizie di Vito Derossi. Nessuno in paese ne ebbe più. La sette delle trame non più oscure poteva agire allo scoperto. Un giorno vidi quello che tutti ne ritenevano il capo, solo per il fatto che era l’unico ad avere la tessera del circolo del bar dei comunisti e un figlio che frequentava il gruppo parrocchiale. Basta poco qui per fare carriera. Lo vidi al bar dei comunisti, mentre facevo colazione in attesa dell’orario per aprire il negozio. Il bar era proprio accanto al mio negozio. Per quello ci andavo. Se ci fosse stato quello dei repubblicani, dei leghisti, dei fascisti, dei cattolici integralisti, del circolo della corsa nei sacchi, ci sarei andata lo stesso. Non sapevo assolutamente niente di quale fosse il destino di Vito Derossi, ma, quando vidi formarsi attorno a quell’uomo un crocchio di persone e sentii pronunciare spesso il suo nome, quando avvertii nei volti e nelle parole il ben noto clima di cattiveria gratuita che si era presto generato al solo nominarlo, allora stetti al gioco e dissi la prima cosa che mi venne in mente. Fui diretta, impulsiva. Mi associai al crocchio riunitosi al bancone del bar e dissi: “Si è sposato e si è trasferito in un’altra città. Ha avuto un buon successo editoriale con il suo ultimo libro e aveva bisogno di risiedere vicino al suo agente.” Nulla era vero di quello che dissi, anche se il mio auspicio era che lo fosse; e non so sinceramente come mi sia venuta la forza per dirlo, forse per il disprezzo verso quella che ancora oggi chiamo la setta delle trame oscure, poi non più tali. Nulla era vero, come nulla era vero di quello che loro avevano fino ad allora espresso, prima sommessamente e in modo subdolo, poi dichiaratamente e in modo esplicito. In quel piccolo mondo di menzogne cattive poteva anche starci una grande menzogna non cattiva. La potente setta delle trame un tempo oscure avrebbe potuto adesso prendere la mira e aggiustare piano piano il tiro contro un altro bersaglio. Ma questo a me non interessa. Non è quello il genere di umanità per cui amo confezionare i miei fiori. Una cosa, questa vera, posso dirvela: credo di essermi innamorata di lui. Mi tremavano le mani quando confezionai quelle tre rose. E leggevo i suoi libri; l’ultimo che aveva scritto, una raccolta di racconti, prima di partire da qui, mi ha talmente colpito con i suoi riferimenti realistici a questa specie di cloaca che qualcuno osa chiamare paese, che lo conservo gelosamente. Si ritrovano tutti i personaggi, i gruppi di varia natura, le maldicenze di ogni genere, le calunnie più o meno subdole, quella pericolosa miscela di ignoranza e benessere economico che le innesca con grande facilità. Sapeva tutto, in ogni dettaglio. Era a conoscenza di tutti i piani della setta. Il primo racconto inizia con un uomo che entra in un negozio, in un piccolo centro abitato della benestante provincia padana, e si fa confezionare tre rose. A parte il fatto che tra lui e la fiorista nasce una storia, rimasta nei sogni sicuramente miei e, chissà, forse anche suoi, il resto lo conoscete già.

© 2018. Stefano Tramonti

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Come una lattina vuota

Si può cambiare nella vita.” Si chiedeva stancamente ormai da tempo cosa significasse quella frase: era un mantra inascoltato o uno dei tanti fastidiosi consigli non richiesti, che avevano sdilinquito e non certo migliorato la qualità della sua vita alla ricerca di una motivazione? Sicuramente quella frase era un’ossessione che da tempo invadeva ogni spazio della sua vita, ogni momento in cui uno specchio di qualsiasi tipo gliela rifletteva impietosamente davanti attraverso la concretezza dei cambiamenti, in peggio, della sua persona: quelle parole, rimbombando in modo aggressivo e recando fastidio in ogni momento, a casa, sul lavoro, ovunque, con il passare degli anni, tuttavia, erano riuscite in un certo senso persino a edulcorarsi ed erano addirittura riuscite a mantenere la dolce cadenza della voce che allora le aveva pronunciate. E quando arrivavano – sempre inattese e traditrici – era inevitabile che prendessero le forme di colei da cui era venute: forme sempre ammalianti, piene di fascino, tanto più ora che quelle stesse forme non appartenevano più a una persona presente nella quotidianità della sua vita, erano svanite quasi senza lasciare traccia, avevano, insomma, assunto piano piano la parvenza di un feticcio che si ama, ma che si vede sempre più da lontano, perduto ma sempre agognato e in ogni momento ossessivamente desiderato. A conti fatti, non sarebbe esatto dire che era andato perduto: sarebbe stato ben più più onesto dire che era semplicemente stato lasciato libero di andare per la sua strada.

Questa volta era alla guida in autostrada. Era una piovosa giornata invernale di dicembre. Aveva da ormai una decina di chilometri lasciato le ultime case di una città presa da quella frenesia da regalo che non condivideva ormai più con nessuno. Vedeva già i primi speroni di roccia imbiancati in cima, proprio come una fetta di pandoro, quando prima arrivarono le temute parole, poi le immagini. Tutto temuto, sì, certo, ma anche quasi adorato in quei momenti di ricerca di un abbandono a cui non riusciva a dare un nome. Stava bene da solo, in quella solitudine che gli altri non mancavano di stigmatizzare con pedante pignoleria, spesso addirittura con fastidiosa saccenteria. Proprio loro: quelli presi dalla sacra foga di elargire consigli non richiesti. E allora sì che facevano male quelle parole. Quanto aveva riflettuto, chiedendosi per anni se, quando e come poter cambiare la sua vita e vedendola solo degradare nel tedio di una routine quotidiana senza una sola motivazione: ma soprattutto la riflessione che faceva più male, che fungeva, che faceva salire il cuore il gola arrivava quando lo induceva a considerare l’imbruttirsi della sua vita nelle forme e negli aspetti più disgustosi. Disgusto era la parola che meglio rappresentava i monotoni e ripetitivi ritmi che imprimono la forma al vivere quotidiano di una persona che vive da sola in mezzo a un milione e mezzo di altre! I vetri di appannavano. Cercava di mettere in funzione il dispositivo di disappannamento rapido, ma non funzionava. Dopo due minuti i vetri erano di nuovo appannati. La pioggia fredda insisteva e avvolgeva quel guscio caldo che lentamente vi si immergeva. La strada rifletteva immagini distorte di luci e di ombre. Quel viaggio domenicale non aveva altro senso che quello di rompere la noia, di tentare una via d’uscita, di provare a cambiare qualcosa. “Si può cambiare nella vita”. Ora quelle parole riempivano il caldo abitacolo dell’automobile, infondevano con il loro suono una dolce e serena malinconia, il piacere del bel ricordo, la gioia dei momenti più belli, l’amore e la passione; tutto questo, nonostante il loro significato, nonostante il monito di un mantra che insegnava altro e che avrebbe voluto che la direzione impressa alla vita fosse stata un’altra, ben diversa da quella presa; tutto questo, mentre là fuori nel gelo, nella pioggia battente, andava in onda un altro film: la pioggia confondeva le immagini nel luccicare dell’asfalto, dove manto stradale, new jersey e guard rail davano vita a quelle curiose sfumature di grigio che avevano anche le nubi, dove le gocce correvano veloci sui vetri laterali, dove l’agitarsi troppo regolare del tergicristallo, lì davanti a lui, davanti ai suoi occhi, davanti alla sua persona che di tutto aveva bisogno tranne di che di un’altra monotonia, di un altro ritmo ripetitivo e ossessionante come inevitabilmente era quello delle due spazzole, non contribuiva certamente a rasserenare l’animo. Quelle parole lo avevano prima lusingato con l’armoniosa dolcezza del suono, poi duramente scalfito e impietosamente ferito. Le auto lo sorpassavano, sollevando vere e proprie nubi d’acqua, che presero molto facilmente la forma di un naufragio e diedero a quel viaggio senza meta il senso di una deriva alla ricerca di una difficile speranza. Quale dei due era il film vero? Quello della tempesta in atto là fuori, senza infingimenti, fuori della gabbia calda dell’abitacolo della sua piccola e vecchia utilitaria? O quello di un cuore, dentro la gabbia, che veniva mangiato a piccoli morsi, come quello di Prometeo, da un’aquila invisibile, che, come sempre era arrivata improvvisa, a tradimento? Era domenica mattina. Aveva deciso di fare un giro in auto, oltre i laghi, verso le montagne, nonostante le brutte previsioni meteo, che davano sicuramente acqua nel piano, ma neve appena ci si sarebbe avvicinati ai primi colli e forse anche nelle pianure sottostanti. Perché era uscito? Per combattere la noia? No. Non lo faceva più da anni ormai: la lasciava sempre vincere e le aveva decretato vittoria a tavolino per sempre. Che lo facesse per cercare di capire se era vero, se si poteva veramente cambiare la vita? Ma cambiare i luoghi serve a cambiare l’anima? Ricordi di liceo e di autori classici, che si erano posti quella domanda, si mescolavano adesso a riflessioni su quel presente informe, un ammasso di eventi che si accumulavano per forza d’inerzia, come i detriti portati a valle dalla piena di un fiume, un tempo fatto di un passato senza un futuro, che non riesce a catturare neanche un frammento di un presente che sfugge, di cui, alla resa dei conti, deve ammettere la totale inconsistenza. “Vivi solo di passato. Non va bene.” Questa frase era venuta da Antonietta, una collega, che, lavorando nel suo stesso ufficio, si trovava, come del resto tutti i suoi colleghi, in un punto d’osservazione privilegiato per constatare il cambiamento in atto. L’aveva pronunciata una sola volta. Poi, vista l’evidente inutilità del consiglio, si era ben guardata di dargliene altri che non fossero quelli di andare tutti insieme a pranzo nella pausa. Tra tutti i colleghi era l’unica che in quei tanti anni di lavoro in ufficio avesse manifestato prima un certo non ricambiato interesse per lui, poi una sincera preoccupazione.

Da quando lei, la sua ex, aveva pronunciato quella frase “Si può cambiare nella vita” non l’aveva più rivista. Erano in auto quando quelle parole furono pronunciate. Lei non avrebbe mai immaginato che avrebbero avuto l’effetto della frase scolpita nel marmo. Era successo in quella stessa auto. Lei era lì accanto a lui. Tornavano da una festa di compleanno, in cui tutti avevano riso tranne loro. Solo quattro ore prima lei gli aveva detto che la loro esperienza “era arrivata al capolinea”. Non fu certamente un fulmine a ciel sereno. Si era eclissata dalla sua vita con la stessa dolcezza tra il malinconico e il blando, tra il riservato e il misterioso con cui vi era entrata. Quando fecero l’amore per la prima volta, lei non disse una parola: si lasciò guidare, con la dolce e un po’ timida arrendevolezza che sempre l’aveva caratterizzata. Si erano conosciuti in una riunione di un’associazione di volontariato durante una campagna elettorale: lui, allora energico e rampante, impegnato con passione in politica, rappresentava il suo partito, lei, riservata e silenziosa, un’associazione disposta a sostenerlo. E non sostenne solo il partito. Lui le chiese di uscire a cena dopo quell’incontro. Lei non disse di no. Per lui fu un sì. E rose furono, fino all’altare. Così iniziò, così finì quella che per lui ormai era una favola, un sogno, una fucina di sconvolgenti emozioni e tormentose ossessioni. Non aveva nemmeno avuto più notizie di lei, se non indirettamente da qualche conoscente. La sua vita era tornata nel solito tran tran. Sveglia alle 6,15. Prepararsi. Uscire di casa con direzione lavoro. Affrontare il caos del traffico e innervosirsi. Passare la giornata in ufficio in continua tensione, tra l’incudine e il martello, tra clienti e dirigenti, e accumulare altro nervosismo e altro stress. Pranzare in un bar affollato del centro insieme ai primi arrivati capitati per caso, quasi sempre colleghi che dovevano far pesare che quella non era una pausa gradita, ma solo necessaria e inevitabile per infondere altro nervosismo e altro stress nella seconda parte della giornata a chi capitava a tiro. Poi affrontare nuovamente il caos del traffico per uscire dal centro. Andare a fare la spesa e rischiare le coronarie per il parcheggio al centro commerciale. Rischiarle di nuovo per quello sotto casa. E alla fine, accumulata la quotidiana dose di stress e nervosismo della normale vita urbana, gettarsi stremato sul letto e trovare appena le forze per mettere su un toast e aprire una birra. E se era faticoso anche quello, chiamare una pizza. Da quando non l’aveva più rivista quello era il solito tran tran. Il ritmo? Quando non c’era l’agenda del lavoro, il ritmo era scandito dalle ore delle medicine. Riusciva a trovare una parvenza di consolazione solo al pensiero di quanti nella frenesia di quella città vivessero come lui. Ma non riusciva mai abbastanza efficace come cura. “Un uomo senza una donna al suo fianco è come una Ferrari senza un motore”, gli aveva detto proprio Antonietta un giorno a pranzo: erano seduti su due sgabelli del bar sotto il loro ufficio. Era un tentativo di avance? Qualunque cosa fosse stata, non fu colta. Era una prova di dialogo? Forse, ma la porta fu da lui come sbattuta in faccia a lei, alzandosi di scatto e andando a pagare alla cassa le consumazioni per tutti e due. Antonietta, che aveva persino indossato il vestito corto quel giorno, sospirò e lo riaccompagnò su in ufficio; ma in ascensore non mancò il consiglio non richiesto: “Non va bene così. No. Non mi piace proprio per niente la china che la tua vita sta prendendo.” Era in fondo una delle tante varianti del “Si può cambiare nella vita.” Non rispose.

In effetti, lei aveva avuto ragione? “Si può cambiare nella vita,” aveva detto, congedandosi con la sua vita che non era mai cambiata, dalla sua vita, che tutti pretendevano che cambiasse. Ed era cambiata. Eccome, se era cambiata! Non andava più in palestra e aveva messo su peso. Nel radersi al mattino in bagno aveva addirittura l’impressione che il gozzo sotto il mento crescesse a vista d’occhio. Ogni doccia sembrava svelare una macchia cutanea in più. Ogni passo appariva più faticoso. Ogni volta che andava dal barbiere si faceva misurare attentamente ogni centimetro quadrato di pelata in più, o sulla fronte o sulle tempie, e calcolava la dose di peli che cadevano sempre più bianchi per terra sotto i colpi di forbice del vecchio Dan, amico di sbornie e notti brave ai tempi delle passioni e dei peccati di gioventù. “Devi cambiare la tua vita”, gli aveva detto anche Daniele, detto Dan, l’ultima volta. Altro dispensatore di consulenze non desiderate. Aveva ricordato le riunioni al movimento giovanile, le discussioni sui testi da usare nei volantini o su quali soluzioni grafiche fossero più efficaci, i viaggi in auto per mezza penisola, i rimorchi delle amiche anche appena conosciute, le serate in albergo tra bottiglie di liquori presi nelle aree di servizio, che cancellavano subito la memoria sia loro, sia delle ragazze che di volta in volta entravano in quelle camere. Scapestrati. Lui e Dan non erano certo le menti di quelle notti brave, ma non erano neanche di quelli che dicevano “no, queste cose non si addicono ad attivisti politici che mirano a diventare futuri statisti.” Bravi soldati, utile e leale manovalanza, nei loro peccati di gioventù. Lui e Dan pensavano a divertirsi, a essere sempre in prima fila negli scontri di piazza e a poi meritarsi il premio con le più belle del gruppo, mentre altri sulle loro sbornie e sulla loro passione vera, grazie a quello stesso partito, si creavano carriere per il futuro e grazie alla passione vera degli ingenui attivisti che per loro lavoravano, come lui e Dan, facevano poi marameo a tutti cambiando casacca alla prima occasione. Ma loro non ci pensavano: lì si viveva, ci si divertiva, si stava insieme, si eccedeva qualche volta; ma i ricordi di quegli anni erano belli. “Tu vivi di passato. Non va bene,” gli diceva spesso Dan: solo un’indicazione? forse un suggerimento? o addirittura un monito? Eppure in quel passato adesso quant’era bello rannicchiarsi! Ironia della sorte: Dan era riuscito a entrare in quella polizia da cui aveva anche preso manganellate, e non poche volte, senza mai finire schedato. Poi aveva avuto un incidente stradale, una chiamata per una rissa nel parcheggio di un discount alimentare, un pedale a tavoletta troppo sicuro e disinvolto in tangenziale e una vita cambiata dall’oggi al domani, una causa di servizio, tre anni di calvario tra ospedali e centri di riabilitazione e poi, piuttosto che finire tra le scartoffie negli uffici amministrativi, aveva preferito cambiare mestiere. Il padre, barbiere, ormai vecchio e stanco, fu ben felice di lasciare l’attività al figlio. Lui sì che aveva cambiato vita. Il vecchio Dan … Vita radicalmente cambiata. Eccome, anche se per forza maggiore. Quando sentì quella frase “Devi cambiare la tua vita”, pensava a Dan che vedeva nello specchio alle sue spalle con i suoi movimenti lenti, la zoppia che con lui non sentiva il bisogno di nascondere, come invece faceva con gli altri, e i segni delle cicatrici sulle braccia, lasciati dall’incidente che gli aveva per davvero cambiato la vita, camuffati da qualche tatuaggio. Si era separato, si era rimesso a nuovo, aveva trovato una nuova compagna, era davvero felice. Era l’unico che aveva rivisto lei, la sua ex, ma non glielo aveva mai detto. Non lo aveva fatto, perché lei quel giorno aveva ascoltato Dan in modo quasi singolare seduta al tavolino di un bar; era rimasta con lo sguardo attento, vigile, fisso nei suoi occhi, non aveva quasi detto nulla se non convenevoli di saluto; Dan aveva percepito da subito un certo nervosismo represso in lei, che non si spiegava, perché non era proprio di quella donna, che ricordava sempre dolce e serena, quel comportamento inusuale, quasi calcolatore; infatti, lei, poco dopo, si era alzata di scatto, come in preda a una specie di attacco di nervi o di crisi d’ansia, lo aveva salutato ed era andata via, pagando le consumazioni alla cassa per tutti e due. Dan era convinto che l’avesse fatto per non farsi vedere piangere; senza ombra di dubbio era convinto che ci fosse ancora troppo di sospeso e non risolto in quella donna. Eppure decise che non competeva a lui intromettersi. Perciò, silenzio.

Non è possibile provare a tornare indietro? Se fossi in te, ci riproverei. Non hai più i genitori, sei figlio unico e vivi da solo. Se fossi in te, sarei già impazzito. Non so come tu faccia a vivere così.” Dan aveva pronunciato quelle parole, interrompendo il suo lavoro di taglio, appoggiando le mani sulle sue spalle e guardandolo negli occhi sullo specchio di fronte a entrambi. Lo scapestrato, il più scapestrato tra gli scapestrati non rinunciava mai a quell’improbabile ruolo di padre spirituale o di improvvisata guida psicologica, o di dispensatore di stimoli motivazionali. Lui non gli aveva mai risposto. Non lo fece nemmeno quella volta. Attese in silenzio. Dan fece un lungo sospiro, riprese il suo lavoro, lo finì, venne pagato e, quando lui era sulla porta e stava per salutarlo, il suo padre spirituale, il suo motivatore lo anticipò dicendo: “Bisogna che io e te parliamo di più.” Lui non aprì bocca. Salutò con un cenno della mano e si richiuse alle spalle la porta di quel piccolo di negozio vintage di barbiere di periferia, rimasto indietro di almeno mezzo secolo rispetto all’evoluzione della specie, un po’ come il suo proprietario, che lui amava proprio per aver conservato intatto il carattere un po’ guascone che sempre aveva avuto e che un tempo entrambi avevano avuto, nei lontani e gloriosi tempi dei peccati di gioventù.

Le giornate passavano tutte uguali. Sveglia sempre più dolorosa. Lavoro sempre più stressante. Pranzo affannato. Toast e birra spesso a cena. Serata steso sul letto o sul divano. Risveglio a mezzanotte circa con il telecomando in mano, senza nemmeno ricordarsi su quanti canali era passato prima di addormentarsi e di risvegliarsi, spesso con il cartone della pizza caduto per terra. Poi la pillola per dormire. E il mattino dopo al risveglio, dopo la doccia, il ciclo sarebbe ricominciato con un capello bianco in più, un centimetro di più nel girovita, una spinta sempre più fiacca a svolgere il dovere, anche perché non riusciva proprio più a comprendere a cosa servisse quella spinta. Eppure, anche solo per fare un piacere a quelli che ogni tanto a lui pensavano, cercava di darsela, quella spinta, e di dare un senso a quello stipendio che, seppur con sempre maggiore affanno, alla fine di ogni mese puntuale arrivava. Ecco, la spinta. Dove doveva essere spinto? Chissà quanti si ponevano quella stessa domanda, si chiedeva quando ogni sera abbassava le tapparelle e vedeva spegnersi una alla volta le luci dalle tante finestre dei tanti condomini di quella grande periferia. “Vieni con me e Ceci! Andiamo a farci un aperitivo al lago.” Era uno dei tanti messaggi di invito di Dan, che aveva deciso di accettare, in quel mare sconfinato di anonimato condiviso da migliaia di persone. Era andato al lago. Aveva assistito con rabbia alle effusioni sentimentali di Dan e della sua bella Ceci, una russa che aveva trovato su un sito di appuntamenti: Dan aveva deciso di incontrarla inizialmente senza alcuna pretesa che non quella dell’avventura da single di una sera; e invece! e invece lui, lo scapestrato Dan, era incredibilmente riuscito a far nascere qualcosa di talmente interessante, che, secondo lui, sarebbe addirittura stabilmente durato. Erano una bella coppia affiatata. Nulla da dire. Era chiaro che lo fossero. Dan nascondeva bene la sua zoppia quando era con la nuova morosa, come del resto faceva con tutti tranne che con lui. Era sempre il vecchio Dan; rinnovato dalle vicende della vita, ma riportato agli antichi splendori. Eppure, vederli aumentò lo stress, aggravò la pesantezza dell’ansia e dello spleen, anziché diminuirne i sintomi. E quella sera non bastò nemmeno la pillola. Da allora niente più uscite con coppie; e così anche Dan aveva smesso di mandare inviti.

Andava avanti lentamente la sua auto. Veniva sorpassato anche dagli autobus e dai pochi camion e camioncini in giro di domenica. Alcuni gli suonavano o gli lampeggiavano, perché la sua marcia lenta era per loro una specie di intralcio, oltretutto con quelle condizioni di maltempo. Ma quel procedere lento della sua vecchia utilitaria sulla prima corsia dell’autostrada non era altro che lo specchio di una stanchezza che nasceva ormai da lontano. Vide il segnale di un’area di servizio. Con una scusa o un’altra non ne aveva saltata una: prima il bagno, poi il caffè, poi il giornale. Ora non sapeva perché si sarebbe fermato. Ma si fermò. Entrò nel bar. Vide dei panini. Scelse il più imbottito, nonostante avesse già fatto colazione a casa. Da un po’ di tempo il suo nuovo stile di vita imponeva alcune scelte, per così dire, compensative: scegliere da un menu le cose più caloriche era solo una di quelle. Aveva comprato un giornale nella precedente sosta. Si mise a leggere, incurante della maionese che colò sopra una pagina, del pomodoro che macchiò la camicia e della goccia d’olio che aveva appena disegnato una chiazza ovale sui pantaloni, male assemblati con la camicia, a sua volta male assemblata con la giacca. Passò quasi mezzora. Poi tornò in auto. Accese il cellulare. Nessun messaggio. Nessuna notifica. Per il mondo stava piano piano diventando un fantasma. Quei messaggi e quelle notifiche erano andati progressivamente calando proprio da quel fatidico “Si può cambiare nella vita.” In effetti, anche il telefonino era cambiato. Non si preoccupò che il marchingegno elettronico dell’auto, che non aveva mai capito come funzionasse, lo riconoscesse. A ben pensarci, in effetti, chi lo avrebbe dovuto chiamare? Lo ricollocò nel taschino. Avvertì un dolore alla testa. Non se ne curò. In quei giorni di dolori ne aveva un po’ dappertutto. Forse gli era salita la pressione. Con l’abbassamento delle temperature doveva stare attento, gli aveva detto il suo amico medico, che almeno era giustificato dal ruolo professionale come erogatore di moniti non richiesti. Appoggiò la nuca al poggiatesta del sedile. Chiuse gli occhi. Iniziò a fare quello che il suo amico medico gli aveva detto di fare: inspirare a bocca chiusa ed espirare a bocca aperta a lungo. Era docile ai consigli di Roby. Anche lui era amico di gioventù. E anche lui aveva a lungo dispensato consigli e inviti inascoltati. Anche lui era di quelli convinti che si può cambiare nella vita, che cambiare è facile, basta volerlo, che si può dare un calcio al passato, che si può ripartire da zero, e così via. Ne erano convinti soprattutto quei colleghi di lavoro che erano gli unici a poter constatare giorno dopo giorno il suo degrado. Da quasi tre mesi lui e Roberto, da sempre Roby, non si sentivano più. Era andato un giorno nel suo studio di fretta per una ricetta, dopo aver sudato non poco per il permesso nell’ufficio del suo direttore. Una parentesi di due parole su questa persona, che era odiosa a tutti, ma non a lui, per un semplice fatto: per quell’uomo esisteva solo la sua carriera; della salute di lui, del degradare lento e progressivo della sua vita gli poteva interessare come per l’aumento del tasso d’inquinamento della capitale del Bangladesh e soprattutto, nota di carattere di immenso valore, non era un dispensatore di consigli non richiesti. Chiusa la parentesi. Ebbene. Dopo quella fugace visita da Roby in una giornata di fine estate, aveva sempre avuto a che fare con il sostituto del suo amico medico. Anche Roby era un presenza che stava piano piano come evaporando dalla sua vita. Incredibile, ma purtroppo vero. Incredibile al pensiero che era proprio lui, Roby, che aveva organizzato quelle uscite in coppia in cui si erano per anni divertiti. Lo aveva fatto con quello spirito giocoso e disincantato che si dice sia uno dei segni di una sincera amicizia. Ogni estate loro quattro, Roby con sua compagna Caterina e lui con sua moglie, andavano in vacanza insieme. Roby aveva la barca e per due volte fecero la traversata dell’Adriatico. Anche lui era separato. Si era rifatto la vita. Insomma, Roby aveva cambiato la sua vita. Caterina, la compagna di Roby, aveva ereditato una casa nelle Dolomiti e avevano passato spesso vacanze estive e invernali insieme. A quello pensò con gli occhi chiusi, lì nel freddo dell’abitacolo dell’auto. Pensò a un capodanno a casa di Caterina. Quanta neve venne quella sera. Era nevicato quasi ininterrottamente dal venti dicembre. Avevano passato più tempo a spalare che a sciare nei giorni precedenti. Fino alla fine di marzo, con l’alzarsi del sole sull’orizzonte, quel lato del paese non avrebbe visto un raggio di luce e il ghiaccio perciò si formava molto facilmente dappertutto, con tutta quella neve che scendeva senza sosta. Che serata indimenticabile. Avevano bevuto davvero tanto. Roby, trascurando Caterina, si era lasciato andare a parlare a lungo con lei, con quell’ingenua civettuola di sua moglie, donna che, quando apprezzata, sapeva emanare quel fascino indiscutibilmente unico che è proprio delle anime apparentemente più ingenue e che a tutti danno l’impressione di essere timide e abbordabili. E Caterina, la compagna di Roby, visibilmente indispettita dal suo atteggiamento, aveva iniziato a flirtare con lui. In fondo era lei la padrona di casa. Era partito tutto per scherzo tra i fumi dell’alcol. Lui era stato al gioco. Dalla strada venne un vocio di gente, amici e vicini di casa di Roby e Caterina, che stavano improvvisando in un campo sgombrato dalla neve dei botti e dei fuochi d’artificio. Roby, indossata velocemente una giacca a vento sopra al maglione, andò fino alla portafinestra, la aprì, uscì sul balcone, e anche sua moglie lo seguì, sul balcone anche lei, chiudendosi sbadatamente la porta alle spalle. Caterina e lui erano così rimasti soli. “Non c’è la maniglia dalla parte esterna. Solo io e te li possiamo far rientrare. Tua moglie si è chiusa fuori con Roby,” di Caterina. Era decisamente brilla e lo era un po’ anche lui. Caterina faceva di tutto perché la generosità dello spacco e della scollatura del vestito raggiungessero l’obiettivo per cui erano stati pensati. Lo prese per mani e se lo portò su in camera, approfittando del fatto che la moglie di lui e Roby erano presi dagli schiamazzi con gli amici. Non ci volle molto. Quando scesero e sentirono Roby e sua moglie che infreddoliti bussavano alla porta, visibilmente brilli anche loro, gliela aprirono. Se anche Roby e sua moglie avessero sospettato qualcosa, prima sul balcone, poi quando realizzarono di essere rimasti chiusi fuori, nessuno dei due lo dimostrò mai nei giorni successivi. Come per miracolo, la mattina si svegliarono con il sole, dopo quasi due settimane di neve. E andarono sulle piste di neve fresca a appena battuta approfittando del fatto che nella mattina di capodanno non ci sarebbe stato di sicuro affollamento. Roby e Caterina, lui e sua moglie: sciavano affiancati e felici, si fermavano a scaldarsi nei rifugi a monte o a valle degli impianti e ripartivano, una pista dopo l’altra, del tutto immemori ma non certo inconsapevoli di quanto accaduto poche ore prima. Riaprì gli occhi e ripartì.

La pioggia sembrava intensificarsi. Continuò con la sua andatura lenta e cauta. Un’altra trentina di chilometri ed ebbe bisogno di fare gasolio. Altra sosta. Ancora mal di testa. Ebbe un senso di vertigini. Durò soltanto per un attimo. Si fermò al bar. Comprò una lattina di aranciata. Non gli facevano bene le bibite gassate. Aveva gli esami del sangue sballati da tempo, colesterolo molto alto, stile di vita viziato da stress, sedentarietà e adesso anche alcol, lui che era stato per anni una persona energica e sportiva, che sprizzava vitalità da tutti i pori, lui che per anni era sempre stato addirittura un modello di attenzione quasi maniacale all’alimentazione, al peso, al suo aspetto fisico. Roby, quando lo vide l’ultima volta, appunto nel corso di quell’ultima, fugace visita di fine estate, lo trovò notevolmente ingrassato, degradato, con la barba di tre giorni, insomma, imbruttito; e non nascose la sua sorpresa. Non lo vedeva, infatti, da tempo. Lui a Roby aveva chiesto sempre le ricette o con un messaggio o una mail. Le riceveva poi dalla segretaria e con Roby non ebbe più rapporti. Era andato in studio per rivederlo quel giorno, ma, non appena intese che l’amico medico avrebbe iniziato a sciorinare la sua dose di consigli di vita e di spicciole consulenze motivazionali, si alzò e uscì. In fondo, Roby ci aveva provato tante volte a volergli bene e aveva fatto tutto quello che era nelle sue possibilità, quando aveva saputo non tanto della separazione, quanto delle sue conseguenze. E non solo per Roby: ma quello che riguardava lei, la sua ex, era segreto professionale. Anche la sua compagna Caterina aveva fatto quello che aveva potuto. Era questo che l’amico medico avrebbe voluto dirgli quel giorno della visita, ma le parole, quando lui si alzò e uscì, restarono per Roby nel faldone con l’etichetta ‘buoni propositi’. Le immagini sempre più sfuocate delle persone che avevano recitato un ruolo nella sua vita apparivano e sparivano. Mentre beveva l’aranciata sullo sgabello, l’acqua iniziò ad arrivare sui vetri portata da più forti folate di vento. Uscì dall’auto in quella che ormai era una bufera di acqua mista a neve. Faceva anche freddo. La gente nel bar diceva che pochi chilometri più avanti nevicava. Aveva tutto l’occorrente. Nessuna paura. Tornò in auto con la lattina in mano. Afferrò la chiave. La inserì per mettere in moto. Poi si fermò. Non trattenne il rutto: l’aranciata gassata, che non doveva bere. Il mal di testa che andava e veniva. La disarmonia dell’imbruttirsi di una vita che per tutti i dispensatori di consigli non richiesti sarebbe potuta facilmente cambiare. In effetti, avevano perfettamente ragione. Oh, se ne avevano! Un senso di spossatezza gli piombò addosso. Non girò quella chiave. Appoggiò nuovamente la nuca al poggiatesta. Era freddo nell’abitacolo. Non se ne curò. Brividi. Un senso di vertigini. Come previsto, iniziarono a infittirsi i fiocchi di neve in mezzo alla pioggia. In poco tempo la pioggia diventò una nevicata di fiocchi piccoli e radi. Per terra la neve non attaccava ancora. La lattina d’aranciata quasi vuota cadde dal cruscotto dove era stata messa e bagnò il tappetino.

Questa volta gli occhi si chiusero da soli. Vide lei stesa al sole sulla Praia dos Boscoitos alle Azzorre; la vide sui bordi delle caldere dei vulcani, con quella canottiera e quei calzoncini corti che lui le aveva comprato a Lisbona e che lui aveva voluto che lei mettesse quel giorno; la vide con quella lunga coda di cavallo nera che non finiva mai e che lui aveva sempre voluto farle; la rivide con quegli occhi neri che, quando incontravano i suoi, avevano la potenza del più devastante degli ordigni, sprigionavano l’energia della più devastante delle onde sismiche, esplodevano tante scintille quante nessuno dei più fantasmagorici spettacoli pirotecnici avrebbe potuto produrre. Immagini che avevano fatto salire alle stelle la sua anima allora, la facevano sprofondare in un abisso di disagio, inquietudine e malessere adesso. Quel disagio, quell’inquietudine e quel malessere avevano un nome per Roby, l’amico medico, rispondevano a una definizione ben precisa, c’era una brutta parola che riassumeva tutto: non l’aveva mai voluta sentire nella sua vita quella parola, perché accettarla con il suo nome l’avrebbe obbligato a prendere provvedimenti che, lo sapeva bene, mai avrebbe preso. E la rivide. Adesso era stesa sui prati delle malghe lungo le carrarecce che portavano su al Pelmo, con quelle gambe che non finivano mai, infaticabili nell’arrampicarsi ovunque, dalle rocce al suo corpo; non si stancavano mai. Sprigionava un’energia e una vitalità che ormai assumevano l’aspetto di un drammatico e beffardo contrasto rispetto alla quotidianità di quel presente scandito dai ritmi di un lavoro ansioso, di uno stress dannoso, di farmaci inutili, di medici anche loro ormai inutili, di una spasmodica ricerca di una pace che non trovava se non nel cibo e nell’addormentarsi sul divano di casa, dopo essersi tolto soltanto la giacca, averla gettata su una sedia, dopo essersi tolto le scarpe tenute una giornata intera ed essersi allentato il nodo della cravatta, quanto bastava per aprire i primi due bottoni della camicia. Sentì il bisogno di fare quel gesto anche lì in auto:; sentì un forte bisogno di aria e di allentare i primi bottoni della camicia.

Dan lo seppe solo diversi giorni dopo per caso. E scosse impotente la testa. I colleghi di lavoro erano abituati ai suoi periodi di malattia, spesso comunicati in ritardo. Quanto ai vicini, era già tanto se lo salutavano e notavano la sua presenza. Roby, il suo medico, lo seppe molto tempo dopo, quando un comune conoscente gli fece vedere una notizia su un quotidiano on line che non faceva nomi e che parlava di una persona trovata senza vita in un’area di servizio; riconobbe in modo inconfondibile la sua auto nella foto sotto il titolo: “Vittima di un malore … trovato nell’auto … secondo il personale sanitario arrivato sul posto e chiamato dai responsabili dell’area di servizio, il decesso doveva essere avvenuto da diverse ore; un addetto alle pulizie del parcheggio e alla sostituzione dei sacchi nei bidoni, annaspando nella neve che ormai si stava accumulando, lo vide di sera al buio; l’uomo era stato insospettito dall’auto che la neve stava ormai ricoprendo; ‘difficilmente un’auto resta così a lungo nel parcheggio di un’area di servizio; perciò ho pulito i vetri che erano coperti di neve e ho visto l’uomo con il capo reclinato su una spalla’, ha dichiarato l’uomo che lo ha trovato” L’articolo non diceva altro. Roby, stravolto dalle lacrime, impotente anche lui, lo disse a Caterina. Lei commentò: “Che cosa triste.” Era tardi per mandare messaggi. E poi a chi? Lo avevano ormai già sepolto da giorni. Andarono al camposanto. Caterina poggiò la testa sulla spalla di Roby, dicendo di nuovo: “Che cosa triste.”

Se lui avesse potuto vedere chi c’era tra le sei o sette persone presenti nella chiesetta dell’obitorio, colleghi e vicini, quasi tutti dispensatori di consigli non richiesti, tranne uno, il suo direttore, avrebbe forse intravisto una donna dai capelli neri, in fondo, in disparte, in un angolo, con gli occhiali scuri. I capelli erano raccolti in una lunga coda di cavallo. Nessun altro l’avrebbe notata. Stette lì per un po’. Seguì solo una parte della funzione. Uscì in silenzio, lasciandosi avvolgere nel freddo umido e nebbioso, senza che nessuno la notasse. E senza che nessuno notasse che era l’unica tra i pochi presenti sulle cui guance era scesa una lacrima. L’indomani per tutti, compreso il prete che aveva ripetutamente sbadigliato durante la sbrigativa funzione, sarebbe ripreso il tran tran di sempre. Forse per lei no. Forse. Chissà. Nessuno lo potrà sapere. E se anche lo sapesse, ormai sarebbe una notizia tra le tante. Ognuno ha la sua vita; la vita si può cambiare; c’è chi la cambia e chi non ci riesce. C’è chi ascolta consigli e chi no. Siamo più di sessanta milioni in questo paese; in fondo, se anche qualcuno di loro non ci riesce a cambiare la sua, cosa cambia a quella degli altri? Così lui aveva sempre ragionato da quel “Si può cambiare nella vita”. E forse alla fine aveva avuto ragione proprio lui.

In quello stesso momento, a diversi chilometri di distanza, nel parcheggio di un’area di servizio un addetto alle pulizie raccoglieva una lattina d’aranciata, bestemmiando e imprecando con ogni genere di parolaccia contro “tutti i maledetti idioti incivili che, con il bidone davanti al naso, le lasciavano per terra!” La raccolse con la paletta. Il bidone per vetro e alluminio era lontano. Era freddo. Era buio. Nevicava forte. Nessuno lo avrebbe visto. La gettò nel piccolo bidone dei rifiuti indifferenziati, pieno di tutto, dai pannolini ai fazzoletti, dalle bottigliette di plastica di ogni forma e dimensione alle scatole di biscotti, alle lattine, appunto, come quella. Isolatosi da tutto e da tutti, mise le cuffie nelle orecchie e fischiettando tornò al caldo nel negozio. Rideva felice per una vignetta condivisa da un amico o sedicente tale vista sul telefonino. Le auto sfrecciavano. I camionisti dormivano nelle cuccette. Un coppia di poliziotti si fermò a bere qualcosa di caldo al bar, parcheggiando l’auto proprio accanto a quel bidone. Quando i due agenti risalirono in auto, la neve aveva già ricoperto l’ultima traccia di quello che sarebbe stato un episodio spiacevole, una cosa triste, una vicenda umana difficile, una vita che poteva cambiare, ma non aveva ascoltato i consigli, insomma un piccolo quotidiano, comune dramma, di cui nessuno mai più avrebbe parlato. Eppure su quell’evento, dall’apparenza così insignificante, una persona, forse, una sola, avrebbe segretamente ancora riflettuto, perché da quel giorno nemmeno lei che era stata in fondo una delle tante che gli avevano dispensato consigli, una delle tante persone che gli avevano detto che si può cambiare la vita, lei che nemmeno in quell’ultima occasione si era trattenuta dal dargli consigli e dal pronunciare quella stramaledetta frase, nemmeno lei, no, nemmeno lei quella vita da schifo era riuscita a cambiarla. Una sola persona ci avrebbe forse pensato su quanto successo. Lo avrebbe fatto a tempo scaduto, come avviene per quasi tutte le cose più delicate e importanti, che proprio perché tali si ritengono troppo impegnative e si rimandano sempre. Aveva saputo della notizia dall’ospedale. Un agente di polizia aveva preso informazioni e aveva avuto il nome di lei. Lei era stata chiamata per riconoscerlo. Lei era l’unica che poteva sapere quanto stupido fosse pretendere che una vita possa cambiare facilmente. Era un riflessione postuma, ormai. Inutile, alla fine della storia. L’avevano già fatta altri. L’avevano fatta Dan, Roby e Caterina, Antonietta e i suoi colleghi, persino il suo asettico direttore; e anche i vicini di casa avrebbero rivolto un loro fugace pensiero a quella che solitamente si definisce una cosa triste. L’avrebbe fatto chiunque di noi. Un pensiero non è un atto; non ha quei costi e non implica quelle responsabilità. In fondo – pensiamoci bene! – a quanti di noi interessa veramente sapere dove finisce una lattina vuota? Era ruzzolata fuori dell’auto chissà come, quando lui fu portato via. La neve l’aveva ricoperta per diversi giorni. Fu poi raccolta e buttata svogliatamente nel primo bidone. Rimase per un po’ in compagnia di tutto quanto non serve, è inutile e dà fastidio. E poi di lei non si seppe più nulla.

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La libreria

Il sentimento diffuso di noia che veniva da quella giornata nebbiosa, le poche persone in giro per il centro, quasi tutte di passo veloce, intabarrate e incappucciate, la musica diffusa in sottofondo nel locale, tutto faceva sì che il giovane commesso fosse attratto da un particolare, che in altri contesti non sarebbe risultato così interessante: un cliente. L’unico da quando era stato aperto il negozio. Finora le persone si erano avvicinate alla vetrina; poi, assalite dal freddo non appena fermatesi, nell’incertezza tra il caldo dei libri e quello della vicina pasticceria, avevano optato per la seconda. Un cliente. Uno solo dopo un’ora di apertura. Era dentro la libreria da quasi un’ora. Il commesso abbandonò per un attimo la cassa, abbassò il volume delle musica in sottofondo, che proveniva da una radio locale, e, non avendo altro da fare, andò da lui: “Posso esserle utile? Sta cercando qualcosa di particolare?” Federico si volse, lo guardò per un attimo, un attimo abbastanza lungo a dire il vero, e rispose: “Sì.” Fu una risposta che poteva solo mettere in imbarazzo il giovane e solerte commesso assunto da soli sette giorni, il quale, schiaritasi la voce ed emesso quel colpo di tosse che dice tutto e non dice nulla, se non ‘era meglio che rimanessi alla cassa’, disse: “Che cosa di particolare?” Federico non volle essere scortese. Il giovane commesso stava dimostrando tutta la sua buona volontà. Eppure gli uscì dalle labbra una frase che forse non era il risultato di un’ottima connessione tra lingua e cervello, ma di cui comunque non si pentì: “Qualcosa di particolarmente bello.” Fu il colpo di grazia. Era come avergli dato il badile per scavarsi la fossa, dopo tanta non richiesta solerzia. Il giovane commesso arrossì e iniziò a scavare la fossa: “Ha una particolare predilezione per qualche genere?” “In tutti i generi c’è qualcosa di bello e qualcosa di brutto,” fu la risposta di Federico. Il commesso fece un passo indietro, inavvertitamente, facendo cadere due pile di volumi di bestseller collocati sul grande tavolo al centro del negozio. Federico iniziò ad aiutarlo. “No, no, no. Non si deve disturbare. Ci penso io. È stata colpa mia. Sono uno sbadato,” disse il commesso. “Non è vero. Lei non è stato affatto sbadato. Io sono stato sbadato. Sbadatissimo. L’ho innervosita. E lei ha perso il controllo dei suoi movimenti, urtando i libri. Perciò mi sento in colpa. E la sto aiutando.” Il giovane, poco abituato al lei e molto al tu e che spesso dava del tu anche a clienti che non conosceva (non c’è mai una precisa ragione per cui a uno oggi viene spontaneo dare del tu o del lei), non osava tuttavia dare del tu a quella persona che diligentemente raccoglieva insieme a lui i libri e li rimetteva altrettanto diligentemente a posto. “Fin troppo gentile” disse il commesso. “Era il minimo che potessi fare. Come ti chiami?” Eccolo, il tu. “Abramo.” “Non è un nome certamente molto comune oggi.” “Ma è comune la sua storia.” “Fammi indovinare. Dovevi essere una bambina e chiamarti Sara, ma le cose non sono andate come desiderato. Perciò Sara è diventata Abramo.” “Esatto. Per fortuna che il nome auspicato non era Margherita. Altrimenti sarei stato un Vittorio Emanuele.” “Ah ah, giusto. Piacere, Federico. Lavori da poco qui? Ci vengo spesso e non ricordo il tuo viso.” “Sostituisco una ragazza che credo si sia licenziata, quando si è sposata e poi sembra si sia trasferita; ma sono soltanto in prova.” “Si capisce allora la tua solerzia nel voler aiutare i clienti. Fai bene. Ma non sei stato fortunato oggi: ti è capitato il più antipatico.”

Il commesso rise. Il ghiaccio era rotto ormai. “Lei non è affatto antipatico. Direi piuttosto …” “Strano! … Oh, no! Scusa! Adesso ti metto di nuovo in imbarazzo. E puoi darmi del tu.” disse Federico, che poi, cambiando tono, continuò: “Dunque eravamo rimasti a …?” “Alla sottile distinzione tra particolare e bello,” disse Abramo. Federico adocchiò una delle poltroncine con lampada da lettura, che il titolare della libreria aveva voluto come nota singolare di arredo e che erano molto apprezzate dalla clientela. Le persone potevano sedersi e sfogliare comodamente i libri, prima di scegliere quali acquistare. “Peccato che tu non possa sederti – disse Federico – Avrei tante cose da dirti su questo. E mi farebbe piacere conoscere il parere di uno che vende libri.” Abramo rimase perplesso per un attimo e disse: “Non c’è nessun altro in negozio. Finché non arriva qualcuno posso ascoltarla.” “Ascoltarti. Diamoci del tu,” insistette Federico, il cui primo invito era andato evidentemente a vuoto. “Okay. Ascoltarti.” Abramo prese una sedia e la portò vicino alla poltroncina, dove Federico si era già seduto.

Federico si mise nella posizione più comoda accavallando le gambe e disse: “Una cosa particolare dovrebbe essere sempre bella. Sono arrivato alla convinzione che, se uno vive qualcosa di particolare, riesce sempre a vedervi del bello.”

“Può essere”, disse Abramo.

“Dimmi! Che cosa stai vivendo di bello adesso? Posso chiederti se hai una ragazza?”

“Ce l’ho.”

“E ovviamente è bella.”

“Lo è.”

“Ma se ti chiedo se è anche particolare, so che ti metto in imbarazzo.”

“Può essere.”

“Eh no. Non vale! Io gioco la partita in attacco e tu ti chiudi in difesa? È o non è particolare?”

“Non abbiamo detto cosa intendiamo per particolare.”

“Se è per questo, non abbiamo detto neanche che cosa intendiamo per bello, però tu hai già trovato un correlato del bello, cioè la tua ragazza. Quindi tu potresti dare una definizione del bello; quanto meno potresti dare del bello un esempio concreto e da lì partire per un tentativo di definizione. O no?”

“L’amore rende tutto bello.”

Federico sorrise. Pensò a lungo. Appoggiò il libro che aveva in mano. Accavallò le gambe. Fissò Abramo dritto negli occhi. Poi lentamente cambiò posizione: allargò le gambe, poggiò i gomiti sulle ginocchia e, continuando a fissarlo dritto negli occhi, disse con un tono di voce basso e quasi ieratico: “E il dolore no? Caspita! Il dolore ha il potere di rendere qualsiasi cosa, qualsiasi persona, qualsiasi situazione bella tanto quanto l’amore.” Federico aveva abbassato il tono di voce e pronunciato quella frase quasi come un sacerdote dal pulpito. Aveva effettivamente un’aria un po’ sacerdotale, pensava Abramo, quel curioso cliente. Il commesso non rispose e Federico lo guardò fisso negli occhi per un altro attimo, che ad Abramo parve lunghissimo. Poi continuò: “Ma forse, Abramo, tu sai già che cosa sia il dolore.” Abramo non disse nulla. Si stava rendendo conto che era in atto una fase di falsa dialettica in cui il cliente stava in realtà usando lui come pretesto per un dialogo che in realtà era con se stesso. Infatti Federico chiuse gli occhi e disse: “Se hai avuto esperienza di dolore, sai apprezzare l’amore. Come si può pretendere di riconoscere il giusto o l’equo, senza avere esperienza dell’ingiusto o dell’iniquo? Come fai a dire che una cosa è bianca, se non sai distinguere il nero? Non esistono le antinomie. Non riesco a immaginare che il pavido sia il contrario dell’audace. Per me sono due facce della stessa medaglia. L’una non può esistere senza l’altra. Non convieni?” Anche l’uso del verbo convenire aveva un sentore vagamente religioso in quel contesto. Abramo annuì con il capo. Gli sembrava di trovarsi nella singolare posizione di chi sta giocando una partita fuori casa nel negozio in cui lavorava. Federico disse: “Ti sto annoiando? Attento, se dici di no troppo presto, vuol dire che non hai riflettuto abbastanza e che la risposta potrebbe essere anche sì, l’esatto contrario.” Abramo cominciava seriamente a pensare di essere di fronte a una particolare forma di persona non del tutto a piombo, forse proprio uno squilibrato, e iniziò a guardare verso la porta, sperando che l’ingresso di un’altra persona in negozio lo salvasse, meglio ancora se bisognosa del suo aiuto: uno che non legge molto e, dovendo fare un regalo, ha bisogno di consigli; uno che legge anche troppo e vuole sapere se è già uscito il volume che attende da tempo. Insomma, un salvatore.

“Tu non stai pensando che un cliente normale debba fare quello che sto facendo io e debba dire quello che sto dicendo io. Vero?” Abramo si strinse nelle spalle ed ebbe la risposta giusta: “Non so se sia normale o no. Sicuramente inconsueto. E comunque credo che qui ci siano tanti libri che possano essere definiti particolarmente belli.”

“Ho una mia idea, molto personale. Si tratta di questo, Abramo. Un libro diventa particolarmente bello quando sei costretto ad interrompere una lettura che non avresti voluto che fosse interrotta. Quando non riesci a fermarti. Quando finisci un capitolo e desideri iniziare il successivo. Quando ti viene voglia di tornare indietro e rileggere una sequenza che ti ha colpito. Quando nel leggere senti il tuo cuore partecipare. Quando una vicenda narrata richiama momenti della tua vita o ti induce anche soltanto a pensare ad alcuni di questi. Quando, dopo averlo letto, vorresti anche tu avere la capacità di scrivere come l’autore delle pagine che hanno impresso un sigillo nella tua anima. Ma anche quando nel leggere ti rendi conto che gli occhi si sono inumiditi. Può succedere. Ti è mai capitato di leggere e di commuoverti?”

“Credo dipenda dalle sensibilità.”

“Certamente. Ma tu hai questa sensibilità?”

“Si tratta di una cosa molto personale.”

“Cosa c’è di impegnativo nell’ammettere che ci si può commuovere quando si legge?”

“Tu sei un cliente e io un commesso di una libreria: ti pare giusto che ti dica che mi commuovo se leggo qualcosa?”

“Lo faresti?”

“Forse sì.”

“Si o no?”

Abramo si girò verso la porta d’ingresso del negozio. Non rispose. Iniziò ad aprire a chiudere senza un senso libri impilati sul grande tavolo centrale. In particolare uno.”

“Che libro è?” chiese Federico.

“Si tratta di un thriller un po’ speciale di un giovane scrittore tedesco. Opera prima. Dicono che sia bello.” Aveva mentito. Non era un thriller, non era tedesco l’autore.

“Bello, ma non particolarmente bello. Convieni sul fatto che un libro bello diventi particolarmente bello quando risponde alle condizioni che ho appena elencato?”

“Credo ci sia del vero in quello che hai detto.”

“Oh insomma! Forse … credo … potrei … mi pare … sì, ma … Abramo, tu devi vendere libri e devi sapere come si consiglia una lettura non solo bella, ma particolarmente bella. Che è bella lo può dire l’agente che la pubblicizza, l’editore che la pubblica, il critico che la recensisce. Che è particolarmente bella non te lo dirà nessuno se non chi ha letto quel libro vivendolo spiritualmente, chi ha patito una sorta di attrazione e di condizionamento nervoso durante quella lettura, chi non si è vergognato di dirti che si è commosso leggendo. Se ti dicessi che un bel libro mi fa anche piangere, mi crederesti o mi riterresti una persona non in grado di controllare le proprie emozioni, una sorta di psicotico?”

“Come si fa a controllare le emozioni e ad amare la grande letteratura?”

“Abramo, ti vorrei abbracciare. Hai detto una cosa bellissima. Ti sei reso conto della grandezza di quello che hai appena detto?”

“Forse non del tutto. Mi sembra quasi naturale che sia così.”

“Naturale … mah … Perché non spirituale? La bellezza, quando è naturale, ispira interesse, suscita sicuramente attrazione, ma non coinvolge completamente sentimenti ed emozioni, non fa sognare, non rende l’oggetto ammirato unico e irripetibile. Quante cose ci sono che sono belle e naturali? Tu dici alla tua ragazza che è bella e naturale?”

“No.”

“E allora?”

“Allora dovrei dirle qualcos’altro.”

“E dovrei essere io a tirarti fuori con le tenaglie questo che hai chiamato qualcos’altro?”

“Tu credi che sia lo spirito a farci considerare qualcosa come bello?”

“No. Credo che sia lo spirito a farci considerare qualcosa come particolarmente bello. Non è forse la stessa cosa di quello che hai appena dichiarato tu, dicendo che la grande letteratura non si può amare se si controllano le emozioni? Non significa forse ammettere l’esistenza di un motore più grande che muove tutto questo? Qual è questo motore? Come lo chiameresti? Dove lo cercheresti? Come lo alimenteresti? Ecco: ripercorriamo a ritroso il cammino: come lo alimentiamo? come lo cerchiamo? come lo chiamiamo? che cos’è? Lo dici tu o lo dico io.”

“Credo sia più bravo tu.”

“Credi male e hai di te stesso un’autostima insufficiente, allora, dopo aver detto una frase di una grandezza immensa. Ma, se proprio preferisci che sia io a concludere il ragionamento, ti dico che lo alimenterei con i sogni e le emozioni che una lettura mi provoca, che lo cercherei nel cuore, che lo chiamerei spirito e che sarebbe la cosa più bella e particolare che possa aver scoperto.”

Federico si alzò. Prese il libro che Abramo svogliatamente stava aprendo e richiudendo. Ne lesse la prima pagina. “Lo compro.”

Abramo andò alla cassa, ricevette da Federico il bancomat, gli fece lo scontrino. Federico lo salutò dicendo: “Ci rivedremo.”

“Forse. Fammi sapere se ti è piaciuto il libro,” disse Abramo, inserendo tra le pagine del libro un biglietto pubblicitario della libreria, su cui scrisse il proprio indirizzo di posta elettronica.

“Solo se sarà stato particolarmente bello.”

“Giusto.”

Federico nell’uscire dal negozio si soffermò sulla copertina del romanzo acquistato: un’immagine di un grande aquilone stilizzato su un cielo di grandi nuvole bianche; su una di questa era scritto il titolo La cosa più bella della vita e su un’altra l’autore, Abramo Di Donato. Non aveva scelto a caso. Aveva capito da come il giovane apriva e chiudeva nervosamente le pagine di quel libro che si trattava di un volume diverso dagli altri. Dunque Abramo era un autore. Aprì il libro e nel risvolto della copertina lesse le brevissime note biografiche, nelle quali si diceva che Abramo Di Donato, figlio di un ingegnere e di una ricercatrice di chimica industriale, era alla sua opera prima e che si era laureato lui stesso in chimica industriale. Curioso. Davvero curioso, pensò subito Federico, che non attese di essere arrivato a casa per iniziare la lettura del volume. Ne fu rapito sin dalle prime pagine in quella giornata di nebbia che lo aveva prima portato in quel negozio, poi gli aveva fatto conoscere Abramo, una giornata nebbiosa che non era di certo un male venuto per nuocere. ‘La cosa più bella della vita’ era una ragazza di nome Roberta, attorno alla quale si intrecciava una vicenda romanzesca, ma con il taglio, spesso ironico, del saggio e della riflessione sulla bellezza. ‘Geniale!’, fu il commento che gli venne, quando, alcuni giorni dopo, ebbe finito la lettura del libro, che nel finale gli apriva interessanti prospettive di analisi e discussione. Insomma, un testo da recensire.

Passarono diversi giorni. La commessa che Abramo aveva sostituito era rientrata, oltretutto prima del tempo previsto, e Abramo si era così ritrovato senza lavoro. Stava girando senza meta per la vie del centro, quando decise di sedersi a prendere un caffè. Nell’attesa prese il cellulare e controllò la posta. Federico aveva mandato una mail, ma era un link che rimandava ad un altro sito. Scoprì che era un agente editoriale e che diversi anni prima, forse prima di intraprendere quell’attività, aveva anche scritto un romanzo, una raccolta di racconti e due saggi. Il link inviato per posta elettronica lo rinviò ad una pagina di recensioni. Federico ne scriveva qualcuna e il suo nome, Federico Stoppa, era nel lungo elenco dei collaboratori a quella pagina. Lì c’era la recensione del libro che aveva acquistato quel giorno in libreria, dopo la singolare discussione sul particolarmente bello. Era brevissima. Iniziava così: “Non me ne vogliate se vi dico che ho acquistato questo libro per caso. Ma forse non l’ho preso per uno scherzo della sorte, se penso che l’ho quasi divelto dalle mani di un giovane commesso che, tra una cosa e l’altra, mi ha rivolto questa domanda: ‘Come si fa a controllare le emozioni e ad amare la grande letteratura?’ Qualunque cosa questo giovane autore avesse intenzione di dire è veramente immensa ed è spiegata in modo originale in queste pagine. Quel giovane dalle cui mani ho preso il libro si chiama Abramo. E lui, non certo io, che non ne sono degno, vi spiegherà come sia assolutamente impossibile amare la grande letteratura, pretendendo di controllare le emozioni”. Seguiva una breve sinossi dell’opera. Abramo rispose alla mail, con il suo solito stile un po’ laconico, mai troppo verboso: “Grazie mille per le belle parole. Belle e, credo, particolari.” Immediata la risposta di Federico: “Era il minimo che potessi fare. Finalmente siamo arrivati al dunque. Il bello diventa particolarmente bello, quando alle solite categorie accademiche, che noiosamente leggiamo sui saggi e sui manuali, si aggiunge qualcosa di tuo, che lo scrivi, qualcosa di mio, che lo leggo, e nasce una condivisione dello spirito. Questo libro lo è. Complimenti. Faremo una presentazione pubblica al più presto e ci sarò anch’io, Abramo.” E nacque un’amicizia.

© 2018. Stefano Tramonti

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Inganno

La strada passa veloce sotto le ruote. I chilometri scorrono rapidi sul piccolo riquadro del computerino sul manubrio. Il vento s’inserisce tra le fessure del casco e prende il sopravvento su tutti i rumori, attira tutte le attenzioni su di sé, annulla per un attimo la percezione, ipnotizza, inebria con immagini nuove. Chiede attenzione. Spengo la musica delle cuffie e lo ascolto, il vento, continuando a pedalare sicuro di quella strada, ormai da anni percorsa, una consuetudine praticata con un malcelato sentimento rituale, quando si avverte quel richiamo. Il vento allora inizia la sua opera di artista, che sa quali corde dell’anima deve tendere; sa che può fare del bene, ma sa anche che la sua opera potrà fare del mare; non solo: sa anche che la sua opera potrebbe in circostanze diverse fare del bene, come pure del male, del bene frainteso e del male malinteso. Dipende dai colori, dipende dai paesaggi viventi, da quelli che mi circondano, che vedo, che sento, che emanano vivaci sentori, come da quelli che non vedo se non con gli occhi del tempo, sensi che nessun medico potrà mai studiare, se non ha mai avuto le chiavi di quello scrigno segreto che si chiama memoria. Lì tengo, gelosamente conservati, tutti i codici che serviranno a dare un significato a queste percezioni.

Il vento, il grande artista, mi riporta a te. Il vento ti scolpisce nel mio mondo di ombre, come l’unica figura dai contorni perfetti, ben delineati, curve ottenute con un tornio su cui hanno agito mani delicate, diligenti e perspicaci. Il vento fa ondeggiare la tua chioma, che sembra voler accennare un volo; ma è solo illusione. L’asfalto riporta alla realtà. L’artista che ti scolpisce nell’anima, insieme a quel folate, che ora portano con sé del bene, un bene malinconico, ora invece la vorrebbero sbranare, lasciando vestigia di lancinanti dolori, folate che diventano frustate, ti fa parlare dei tanti no che mi hanno deluso, ti fa ridire tutto quello che non mi hai mai detto, ti fa dare quelle spiegazioni che a lungo e invano ho atteso. Fischia, quanto fischia nel casco il vento! Urla la tua sicumera, dichiara al mondo la tua inarrivabile dolcezza. La tua immagine si staglia sempre più statuaria nel mondo di ombre che il vento, torturandomi, confonde e agita intorno a te. È una figura meravigliosa quella che vedo, è una figura che Zefiro o Borea o Clori o Aura, qualunque nome assumano, isolano da tutte le altre. E la strada sempre passa sotto le ruote, i chilometri si sommano veloci e lui adesso mi spinge da dietro, mi guida inerte sulla strada di conosco ogni curva, che assume forme amiche, amate, bramate anche in modo avido e straziante, in un senso di malinconica delusione che vede, oggi come allora, l’oggetto del desiderio andare alla deriva e allontanarsi sempre di più da questa grigia realtà d’asfalto. Dove? Mi sento spinto? Non h il controllo. Mi lascio guidare docile dalla sagace guida dell’artista della natura. Dove? Verso di te? Verso l’ennesimo diniego o verso il compimento di un agognato cammino di felicità? Verso l’ennesima illusione di un amplesso, che quella stessa natura che ora mi guida con i suoi strumenti amici, un tempo mi segnò con torture che hanno lasciato indelebili vestigia? Eppure non ho armi per difendermi. Non ho forza in questi muscoli delle gambe, che scolpiti da quella stessa natura, ora spingono sui pedali con una potenza che raramente hanno saputo dimostrare. Mi lascio guidare da lui con la stessa docilità con cui tu ti lasci scolpire e scarmigliare. Mi lascio penetrare, con le uniche, misere, spuntate lance in mio possesso, in quell’abisso di gioia vacua e futile, a cui è sempre mancato un traguardo e che non ha mai goduto il premio agognato. La tua chioma ondeggiante al soffio dell’artista divino mi guida. Sono totalmente e piacevolmente in balia degli elementi, di cui i sento parte attiva, protagonista sincero, non controfigura. Il vento domina tutto. Fischia sempre più forte! Quanto fischia fra queste fessure! E mi spinge. Mi sento penetrare in qualcosa che non è reale, che è stato sempre e solo ambito. La sindrome dell’ultimo chilometro colpisce ancora. Quanta fatica per nulla! Mi fa correre il grande scultore di paesaggi, di figure che si stagliano monumentali sui basamenti dell’anima, con titoli rubricati, figure che si ammirano come il soldato romano, più volte ferito e fiero delle cicatrici, farebbe con l’imperatore, dopo aver combattuto per lui per una vita senza averlo mai visto, come il fedele che viene da un continente lontano farebbe con il papa, come un bambino farebbe con il babbo Natale del supermercato. Lui sa dove mi fa correre. La velocità aumenta. Non sento più fatica. Fischia. Fischia ancora più forte. Quanto fischia! E si vola nel vento che mi porta a te! I filari dei peschi scorrono a destra e a sinistra, i campi di mais e di erba spagna passano come passano i giorni della vita, anche i girasoli ti seguono come un sole e la colza ingiallisce di gioia un paesaggio maledettamente bello, mentre la bici procede sotto ancor più energica guida; ogni colpo che viene inferto ai pedali da quei muscoli è espressione di una potenza che agogna una meta, come sempre ha fatto per anni, in modo indefesso, forse inutile e stolto; i tralicci si susseguono, i canali e i fiumi si superano, le case ora sono poche e rade presenze in una di quelle larghe di bonifica, che solo il vento domina. Dall’idrovora scrocia acqua, come dai capelli quel giorno, quando tutto iniziò, sotto un lampione, in un viale in ombra, le cui chiome sempre lo stesso artista scolpiva. Tra le ombre frenetiche e agitate che scorrono ai miei fianchi nel turbinio del vento, tu sei sempre più luminosa, in un paesaggio che non ha più contorni, dove ogni amplesso abbraccia figure vacue, che svaniscono come l’amata Clorinda per Tancredi. Che grande artista è il vento! Le illusioni sono i più bei desideri; e chi riesce a scolpirle nell’anima è un grande artista.

La strada si allunga sotto le ruote, i chilometri scorrono sempre e il traguardo non si avvicina. Ma, come sempre, qualcosa decide che è il momento di mettere mano ai freni. Riparte la musica nell’Ipod. Le ombre scompaiono. Con loro tutto scompare. Resta la vita di sempre, resta la strada fatta per inerzia; restano i chilometri che hanno misurato solo tempo e mai spazio, restano i peschi, il mais, l’erba spagna, i tanti tralicci, i ponti sui canali, le traverse e le scorciatoie, lo sciabordio dell’idrovora. Restano lì, scolpiti da quella mano infallibile, i giudici, immobili e severi – che tu sai sempre dove trovare e loro sanno sempre dove trovarti – di un sentenza scritta, ma mai dichiarata. Tutto torna rasserenante, ma desolatamente reale. Ancora una volta tu resti un miraggio. La strada curva, la luce cambia, il paesaggio non è più quello, le case non sono più poche e rade e il vento ora mi respinge. Non disegna più bellezza per l’animo, non scolpisce più meraviglia per lo spirito, non fa più ondeggiare la tua chioma che mi spronava alla felicità; ora frena il cammino. La sindrome dell’ultimo chilometro. Laggiù non si deve arrivare. Vuole essere ascoltato? Perché? Chi ha messo mano ai freni? Non volevo frenare. Perché la strada non corre più come prima sotto le ruote? Perché i chilometri si assommano ora stanchi e lenti su quel riquadro pieno di cifre attaccato al manubrio? Perché? Perché ho frenato? Ma sono stato veramente io a frenare? Ti cerco invano. So che sei lì, so che non sei lontana, so che sei nel vento e che lui ti porta. So che sei in buone mani, in quelle di un grande artista che non fallisce. Chi è che ha sbagliato? La strada ha deviato. Tutto è cambiato. L’asfalto passa lento sotto le ruote.

Sono sicuro di aver visto una grande conchiglia: era aperta nel vuoto, aperta nell’azzurro.

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Le peste sulla neve non andrebbero mai cancellate

Se vi dovesse capitare di vedermi sorridere “sotto i baffi” (che non ho), come dicono alcuni miei amici e colleghi, quando sento qualcuno parlare di montagna e dire che ne è un appassionato, perché ci va in inverno a sciare o in estate a fare passeggiate, escursioni o scalate, non pensate che lo faccia per snobismo intellettualistico; la stessa cosa vale per quando vi dico che dovreste prima leggere qualche opera di Mario Rigoni Stern, soprattutto i racconti. Se mi comporto così è perché non trovo parole per dire che quella persona, che sceglie l’albergo su internet, è lontana anni luce dalla ‘passione’ per la montagna. Dovrebbe dire che le piace sciare nelle vacanze natalizie o nelle settimane bianche (sostituite ormai dai fine settimana di un turismo usa e getta, più economico ma anche più dannoso per un ambiente che diventa fragile solo se vissuto senza rispetto), che le piace fare escursioni e passeggiate nelle vacanze estive (ridotte anch’esse a pochi giorni di strade intasate, non pensate per reggere un traffico di tale entità). Passione, per me, è ben altro. Una caduta in bici in discesa non mi ha fatto odiare la montagna; al contrario: mi ha indotto ad amarla ancora di più. Perché? Esiste una risposta? Non lo so e non pretendo di averla. Una cosa potrei aggiungere come una specie di prologo a quanto poi vi dirò. Ho sempre pensato che avere un cinquanta per cento del mio sangue con il sapore terragno della bassa ravennate e l’altro cinquanta per cento con quello montano del versante fiorentino dello stesso Appennino, su cui da tempo scorrazzo in bici da corsa o sul rampichino, abbia lasciato delle tracce, sin dagli anni della mia formazione, che con quella stessa Toscana hanno un importante debito, in tutti i sensi. Se a queste persone dico di leggere le opere di Mario Rigoni Stern “e poi ne riparliamo”, vi assicuro che non è certamente per snobismo intellettualistico. Credetemi. Fidatevi di quel che vi dico. Ho conosciuto di persona lo scrittore e chi qualcosa sa di lui non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

Ecco perché rileggere tutto d’un fiato le due raccolte di racconti Il bosco degli urogalli (1962) e Uomini, boschi e api (1980) e scoprire Aspettando l’alba (2004) non serve solo per apprezzare uno stile del narrare decisamente particolare nella sua disarmante semplicità; non serve neppure soltanto per chiedersi se l’autore davvero pensava in italiano e non in cimbro quando scriveva. Riterrei piuttosto che sia utile soprattutto per colmare una lacuna, su cui la scuola ha sicuramente una sua responsabilità: Rigoni Stern non è soltanto l’alpino cantore della ritirata dalla Russia, della guerra in Albania e Grecia, dell’umanità sconvolta da quella stessa guerra. Questi racconti rappresentano nel modo più immediato (perché autenticamente vissuto) l’amore infinito per una terra che ha sofferto, per montagne due volte insanguinate, per una natura che – lo dichiara testualmente – solo un cacciatore esperto sa amare e rispettare. Apprezzo Rigoni Stern molto di più quando manifesta il suo amore per questo paesaggio, che quando soffre per quanto patito in guerra. Ammiro di queste pagine il momento in cui il narratore raffigura come protagonista un capriolo che, inseguito da un’auto su una strada appena pulita dallo sgombraneve, non riesce a saltare nel bosco perché i cumuli di neve sui lati sono troppo alti per lui e rischia di essere investito; quando primadonna è una lepre; quando si commuove per il suo cane che accoglie nel caldo della sua cuccia altri animali e li protegge dal gelo dell’altopiano; quando vive il rapporto con il suo cane come quello con un compagno di vita; quando il simbolo di una vita diventa la pietra muschiata fatta rotolare sulla fossa del cane che lo lascia dopo anni di onorata compagnia; quando una giornata di “buiofuori”, blackout, ossia di mancanza di corrente che l’interruttore generale non potrà ridare alla casa, fa riflettere più di tante altre cose sul significato del progredire, e non solo facendo riscoprire candele e stufe a legna; quando le pale del Bassano diventano le vere animatrici di una lettera in cui si rivive del pittore veneto del XVI secolo il rapporto stretto con quell’altopiano da cui veniva la sua famiglia, con le montagne, con i paesaggi, con i boschi e le api che non cambiano allo stesso ritmo che la tecnologia ha imposto alla vita umana; quando, alla fine di tutto questo, ci si convince che leggere i racconti di Rigoni Stern non è assolutamente la ricerca di uno sterile compianto nostalgico per qualcosa di finito, come purtroppo tanti vorrebbero. Al contrario: è il monito a ricordarsi che quello che noi giudichiamo finito è quanto mai vivo in noi, e lo sarà finché quel paesaggio, quei monti e quelle cavedagne, quei boschi e quelle api, quelle lepri e quei caprioli, quei cani da caccia e quelle cince dal ciuffo saranno lì a rammentarcelo. Si tratta di un altro Rigoni Stern, non tanto diverso ma complementare rispetto a quello della guerra e degli uomini sofferenti, che la scuola fa conoscere agli studenti e che per questo è decisamente più noto. Ma il lettore appassionato non sarà mai deluso. Adesso avete capito cosa significa quando dico “prima di dire che amate la montagna, leggete Mario Rigoni Stern” e non solo quello delle memorie militari; e allora capirete come mai da quell’altopiano non si sia mai spostato, neanche quando agli ambientalisti che lo vollero proporre come senatore a vita disse che non avrebbe mai lasciato le sue montagne “per uno scranno in parlamento”, anche quando, ormai distrutto dal male, chiese di essere riportato per l’ultima volta lassù dove sempre era vissuto. Mia mamma mi ricorda che suo babbo, mio nonno, diceva spesso “Le peste sulla neve non andrebbero mai cancellate.” Credo che sia proprio vero. E quando dico ai miei studenti che tra lettura e lezione non dovrebbe mai esistere un solco, sono consapevole del fatto che dico qualcosa di fondato. Fondato, perché scolpito in una traccia che dentro di noi resterà indelebile, che la forza del sole non scioglierà mai.

Maestri

Mettere sulla scena unicamente personaggi senza identità, eternamente smarriti, privi di riferimenti e di certezze, sempre alla deriva. Rappresentare il mondo come fatto solo di abiezioni e deiezioni, solo di negatività. Dissacrare tutto, in particolare ciò che fonda da secoli il nostro vivere insieme e lo ha tutelato e garantito. Vedere su ogni volto sereno e in ogni azione volta al bene sempre e solo ipocrisia. Negare ogni valore a tutto quanto ci ha portato fin qui dopo secoli di lotte, di studi, di quello che noi chiamiamo progresso, pur con tutti i distinguo. E soprattutto rifiutare sistematicamente di ammettere che questo ha un nome e si chiama tradizione, nel senso letterale di scelta di valori tramandati e da tramandare, fuori da ogni pretesa di schieramento. Utilizzare come simboli del processo di cambiamento dell’umanità soltanto le varie forme che assume ciò che sta sotto e mai ciò che sta sopra, ciò che si trova al margine a mai ciò che sta al centro. Negare sempre con sistematicità ogni anelito, ogni sogno, ogni emozione. Frustrare ogni tentativo di elevazione. Ridurre tutto a un pragmatismo privo di ogni valore profondo, privo di quella base culturale che ha dato un fondamento al nostro progredire, al nostro crescere, al miglioramento della qualità della nostra vita, al benessere di ogni genere. Individuare solo ostilità in ciò che ci attornia e non riuscire a comprendere più l’energia dell’amicizia e dell’amore, intesi nel senso più spirituale che si possa loro attribuire. Insegnare a cogliere soltanto l’effimero dell’atto crudo e materico e non a pensare che la bellezza più ammaliante si attua con il tempo lento e lungo e quasi mai in uno spazio circoscritto e definito, assaporando il significato della fatica e della sacrificio di una salita, di una conquista, di una vetta e non pretendendo di avere solo strade in discesa che portano solo nella melma e negli abissi più bui. In una parola saper distruggere soltanto e non essere più invogliati a creare e non invogliare più gli altri a farlo.

Ecco, questo riescono fare quelli che oggi sono chiamati maestri di pensiero, o per lo meno quelli che occupano più spazio nella comunicazione. Abbiate pazienza, ma mi dissocio da chi si rassegna alla liquefazione dell’umanità, alla crocifissione dei contenuti in nome della divinizzazione della forma, alla riduzione della comunicazione e della condivisione delle idee a fotogrammi istantanei, all’identificazione del fine di questa stessa comunicazione nell’emotività istintiva. Non sono i miei maestri. Quali sono? Potrei dire che sono quelli che ancora guardano in alto e non in basso; quelli che al tramare nell’ombra e nel fetido marciume che ristagna in basso preferiscono il sognare nella piena luce della vetta di una montagna; quelli per i quali la bellezza non è una prova costume, un profilo social, un bell’apparire, ma un valore serio e gravido di esperienza, costruito su autorità e modelli scelti con criterio per dare un senso profondo all’essere e non una forma tangibile all’apparire. Ma chi mi conosce sa che non sarei né abbastanza chiaro, né tanto meno esaustivo, se dicessi soltanto questo. Sarei soltanto un pedante brontolone o uno sterile nostalgico del buon tempo che fu. Sì, perché i veri maestri per me sono soprattutto quelli che sanno emozionarsi con la naturalezza di un bambino al volo di un aquilone.

© 2018. Stefano Tramonti

Un giorno una persona mi chiese: “Perché scrivi?” Le mentii. Faccio ammenda

Sento uno strano bisogno. Quello di giustificare ciò che forse non ne avrebbe alcuna necessità. Già il fatto di porsi da soli certe domande potrebbe essere motivo d’imbarazzo. Sentirsele porre da altri agghiaccerebbe addirittura il magma di un vulcano. Ebbene, un giorno una persona mi chiese: “perché scrivi?” Le mentii. O meglio non dissi tutto quello che avrei voluto dire. Anzi, dissi proprio quello che, alla resa dei conti, era meno rilevante che fosse detto. Si tratta di una domanda che mi fanno tanti e a cui non vorrei mai rispondere, perché le motivazioni sono abbastanza complesse e sono sempre convinto che non convincerei mai. Eppure mi hanno chiesto in tanti perché scrivo. Siccome questo blog è l’unico luogo in cui qualcosa di quello che in oltre quarant’anni ho scritto ha preso forma (usare la parola ‘pubblicazione’ rimanda a una tipologia di scrittura definitiva, che un testo su un blog difficilmente potrà avere), sono sempre sgattaiolato fuori, forse con atteggiamento un po’ infingardo, evitando di dare risposte, che potessero sembrare banali. Sfuggo a quelle domande, anche per un’altra ragione: dire la verità non è semplice, non si riesce a usare poche parole, l’uso di troppe parole rischia di far cadere in incongruenze, che potrebbero indurre a pensare anche che non sia vero quello che è stato detto. Insomma, ho un blog, questo blog. E, se vogliamo, qui ‘pubblico’ qualcosa e qui qualcuno può anche farsi un’idea, se ha tempo, voglia, pazienza di leggere: racconti, prose varie e anche recensioni. Ma non scrivo solo qui sopra, dove viene centellinato e passato a un setaccio forse troppo rigoroso quello che viene pubblicato. Scrivo anche per me stesso, mi tocca ammettere, anche se a tutti lapidariamente dichiaro che non dovrebbe essere questo il fine dell’atto dello scrivere in sé e per sé. C’è chi non la pensa così, sostenendo che, quando si scrive, si pensa principalmente a se stessi. Non intendo entrare in questo ginepraio: eppure, ho sempre ritenuto che scrivere abbia un senso solamente se c’è chi legge; ho sempre pensato che l’atto dello scrivere assuma un significato veramente speciale, solo quando il mettere insieme delle parole su una pagina diventa un momento del comunicare, ossia del condividere quel dono, quel munus, che tu offri agli altri, per ricordare sempre cosa significa questa parola così impegnativa. Questo non esclude, ben inteso, che si possa anche scrivere per se stessi – lo faccio anch’io, come ho appena ammesso, del resto – e, soprattutto, che qualcuno possa pensare che scrivere per se stessi sia addirittura l’intendimento principale del comporre testi. Non lo nego in tutta onestà e rispetto chi lo fa, ma, lo ripeto, non mi piace che una forma di comunicazione, che significa, l’abbiamo appena ricordato, condivisione di un dono, sia intesa come un boomerang, ossia studiata perché ritorni indietro, avente come meta noi stessi. E non solo: tornando indietro su noi stessi, ignorando totalmente una platea, un pubblico, una rete di fruitori, di lettori, potrebbe anche fare male. Insomma, a qualcosa siamo arrivati. Un primo punto lo abbiamo chiarito: non voglio scrivere pensando solo a me stesso, ma nutro un po’ la pretesa di avere qualcosa da condividere, pur non negando che non ritengo degno di essere condiviso con tutti, indistintamente, quello che scrivo.

Ebbene, una volta ammesso che scrivo e che qualcuno mi chiede perché io lo faccia, bisogna anche ammettere che qualcuno legge quello che scrivo, qualcuno dice di leggerlo, ma mente e non lo fa, qualcuno si spinge un po’ più in là, dicendo che scrivo bene; e mi tocca anche di dire che qualcuno mi ha anche fatto qualche elogio. Ammetto senza alcuna remora che i più non leggono niente di quello che scrivo, visualizzano il blog, ma quando si tratta di fare la fatica di leggere, iniziano a saltare di qua e là, da una pagina all’altra, non foss’altro perché un libro ha un prezzo di copertina, ma una pagina internet, apparentemente, no; non costa niente e quindi non vale niente. E vi dirò di più: ammetto anche che non mancano quelli che, se fossi un attore, mi lancerebbero solo pomodori marci. Detto questo, dato il classico colpo al cerchio e alla botte, la domanda resta: perché? Si può dire che si scrive per sfogarsi, per passare il tempo, per combattere la noia e riflettere su stessi come Seneca, per scatenare ire represse, perché ve lo ha prescritto il dottore come a Zeno Cosini, per le più disparate ragioni. Ce ne sarebbe un’altra, che escludo: per guadagnare. Ecco, quelli sono sogni, non risposte. Tuttavia, sono tutte risposte vacue, non vengono dall’anima; sono risposte che possiamo accettare nel clima salottiero e pettegolo di un circolo di professionisti benestanti di una delle tante e ricche città di questa bassa e grassa provincia padana in cui abito. Potranno essere risposte, ma non sono parole, non sono quegli atomi della comunicazione che, unendosi insieme, danno un significato a una scelta di suoni e di segni. Se sento quelle riposte, potrei dire che avverto dentro di me un sentimento di acrimonia, che potrebbe facilmente sfociare anche nella collera, ma non renderei, non aiuterei chi legge a comprendere il senso ultimo, se esiste; potrei dirmi arrabbiato, e allora renderei un po’ di più, ma non ancora abbastanza; se mi dicessi invece incazzato, allora tutti capireste benissimo il mio stato d’animo. Ecco, voilà una spiegazione della complessa teoria tra significante e significato, che degli studenti di liceo potrebbero capire meglio dei tanti schematismi, che uno strutturalismo vintage vorrebbe far conservare, come forma di mero sadismo didattico. Insomma, dobbiamo arrivare a un punto fermo: per rispondere alla domanda ‘perché scrivo?’, sono sicuro di una cosa: devo stare molto attento alle parole che uso, ma non devo controllarle troppo; devo sentirmi un po’ funambolo e trovare quel delicato equilibrio tra istinto e riflessione, tra prudenza e spontaneità. E alla fine, se riuscirò a essere sincero, vi dovrò ammettere che una risposta che possa valere in assoluto non esisterà mai e che mai come in questo caso onestà significa verità. Banale da dire, ma sempre arduo da raggiungere come obiettivo; dunque non certo inutile da rammentare. E il secondo punto è spiegato: si scrive per cercare una dimensione di equilibrio, per stemperare atteggiamenti che un’oralità incontrollata potrebbe facilmente condurre su terreni minati.

Procediamo. Scrivi perché convinto che la parola scritta sia terapeutica? Se ponessimo la domanda a uno dei tanti cosiddetti esperti di comunicazione, non avrebbe dubbio e direbbe di sì. Ma cosa deve curare? Andiamoci piano e facciamoci una domanda, che forse è quella che dovrebbe stare a monte di tutto quanto noi adesso stiamo cercando di costruire. Dico spesso ai miei studenti che pretendono di leggere un testo in latino o in greco, solo intuitivamente, senza avere delle basi linguistiche: “Una casa potrà mai stare in piedi se cominciamo a costruirla dal sesto piano?” La domanda è naturalmente di quelle retoriche e la risposta è “No”. Allora andiamo alla base, alle fondamenta. E facciamoci un’altra domanda ancora: non chiediamoci perché scriviamo, ma perché usiamo la parola scritta. Sottile distinzione? Accademica disquisizione? No. Assolutamente no. E adesso cercherò di spiegarmi. Ma vi ripeto di non partire mai dal presupposto che questi tentativi di risposta abbiamo un valore assoluto. Non lo avranno MAI.

Non sono psicologo. Non sono psichiatra. Non sono esperto di comunicazione di massa. Non sono pedagogista. Non sono linguista. Non sono esperto di neuroscienze. Sono uno che legge tanto, che ha sempre letto tanto, sin da piccolo. Sono uno che insegna lingue classiche ed è costretto, ahimè, ad usare tanto la parola non scritta, a parlare, verbo che viene dal latino medievale parabolare, che viene da parabola, che viene dal greco parabolè e dal verbo parabàllo, getto di fianco, metto da parte. Ma se devo essere sincero, con la parola emessa con la voce, per quanto l’insieme di suoni che ne esce sia armonioso e ricercato, non mi sono mai sentito a mio agio. La parola affidata al vento va bene per la politica, che può fare e disfare le parole a suo piacimento, pronunciarle e smentirle subito dopo; non va bene per quel pretenzioso intendimento di trasmettere la sapienza che dovrebbe essere insito nella funzione docente, in realtà impoverita assai ultimamente e ridottasi a quel sentore di muffa e scartoffie, di faldoni e circolari che l’espressione ‘funzione docente’ già di per sé, appunto, evoca. L’insegnante per me – e qui dico qualcosa che forse stupirà qualcuno – dovrebbe sempre scrivere; e parlare meno che può, dovrebbe riassaporare l’antico piacere di avere dispense sue da lasciare ai suoi studenti, o invitare gli studenti stessi a raccogliere i suoi appunti e metterli in ordine, per iscritto, con il loro aiuto. Non tutti si sentiranno all’altezza. Il che è comprensibile. Esiste una via d’uscita per queste persone: se non se la sentono di scrivere e produrre parole loro, leggano e propongano ai loro studenti i libri di altri. Faranno sempre meno danni. Terzo punto raggiunto: scrivo con la convinzione di poter insegnare qualcosa agli altri, ai miei studenti soprattutto, un po’ meglio, perché in quelle che in Omero si chiamano parole alate non nutro piena fiducia.

Ho svolto e svolgo tuttora anche un po’ di attività politica, ma, se con gli anni ho tirato i remi in barca, credo che sia anche per questo sempre più scarso valore che in politica viene dato alla parola, e soprattutto alla sua ‘coerenza’, nel senso letterale del termine, che significa tenere insieme secondo un criterio. I politici parlano sempre di più e scrivono sempre di meno, perché la coerenza ha un potere enorme: fa paura. Eppure i grandi statisti sono quelli che hanno parlato poco e scritto tanto. Ci sarà qualcosa che non quadra? Si dovrebbe dire che anche un bambino ci arriva a capirlo. Altre parole usate a vanvera: attenzione a sottovalutare i bambini! E, se fate lo sforzo di seguirmi ancora un po’, vi spiegherò perché. Così arriveremo al quarto punto. Ma ci vuole un po’ di pazienza, un piccolo sforzo in più.

Non ricordo quando abbia avuto la prima ispirazione a scrivere qualcosa, a mettere insieme parole per esprimere qualcosa di mio. Posso solo ricordavi un episodio, per me importante ma non determinante, per un amico psichiatra addirittura fondamentale: forse la verità sta nel mezzo. Frequentavo la quarta ginnasio a Firenze (che era il primo anno del liceo classico, per chi non ricorda la tradizionale scansione) e il mio docente di italiano diede tra le tracce della verifica, che un tempo si chiamava compito in classe, la composizione di un raccontino. Scelsi quella traccia e lui, grande appassionato di narrativa, disse a mia mamma che il testo era, dal suo punto di vista, perfetto come racconto. Ho già narrato questo episodio in altri miei scritti e non mi dilungo più. Sia sufficiente sapere questo: il mio professore di italiano credeva nelle mie possibilità come autore di testi narrativi in prosa. Non l’ho ascoltato. O meglio, l’ho ascoltato per metà, visto che al mio attivo come autore ho solo tre libri di storia e tanti articoli su riviste specializzate di storia antica, composti negli anni del dottorato di ricerca e in quelli successivi: peccati di gioventù, con il senno di poi, senza se e senza ma. Testi fatti per avere titoli, ricerche molto specialistiche. Altra roba. Ero un ragazzo dal carattere ombroso e timido allora. Non amo parlare in pubblico neanche oggi. Quando mi trovo costretto a farlo, avverto quella fastidiosa sensazione di cuore che salta in gola e che tronca la parola sul nascere. Un microfono poi … strumento di tortura per me! Sono una frana nel parlare, lo ammetto. E nella dialettica mi arrabbio subito, perché non reggo proprio il confronto verbale con un interlocutore. Non riesco a concentrarmi su quello che dico, perché sono come ossessionato da chi mi ascolta e penso solo a nascondermi. Insomma, la parola parlata che esce dalle mie labbra credo che sia, facendo l’immane sforzo di calarmi dalla parte dell’altro che la recepisce con i suoi sensi, una cosa quasi pietosa da ascoltare. Forse non lo è, ma nessuno lo ha mai detto; e dunque, fino a prova contraria, lo è. Volevo fare giurisprudenza, ma vicende della vita, su cui non vi annoio, mi hanno portato sulla strada delle lettere classiche. Insomma, prima o poi sarei stato costretto a parlare da una cattedra. Mi terrorizzava per davvero la cosa. Usare le parole alate di Omero! Nei primi tempi non fu facile affrontare quell’esperienza. Nel frattempo scrivevo. Ho scritto fiumi, oceani di parole, nel frattempo. Ho scritto favole per le mie bambine, racconti, ho scritto lettere, ho scritto un primo romanzo, poi un secondo; ho scritto recensioni, saggi. Ma non ho mai avuto né il coraggio, né quel pizzico di fortuna che occorre per uscire dall’anonimato, in cui, tutto sommato, ancora mi trovo. E i romanzi sono ancora nel cassetto; dei racconti ne ho inseriti alcuni, una cinquantina, forse di più, nel blog, dove ho anche scritto alcune recensioni. Ho un hard disk esterno pieno di testi scritti da me, da quel lontano 1977, quando un professore di italiano a Firenze mi disse che scrivevo bene. Devo ammettere che le prove di italiano a scuola sarebbero sempre state il mio punto di forza. Passa il tempo. Nel mio nuovo ruolo di colui che doveva ipnotizzare due bambine piccole, per consentire la pace serale al desco familiare, ho scritto anche tante favole. Quante ne ho scritte! Tra le varie versioni della stessa favola si tratta di oltre un centinaio di testi. Scrivevo perché scrivere non mi pesa. Scrivevo perché scrivere, ancora oggi, mi fa sentire libero. Scrivere non significa avere il giudizio in tempo reale di un fruitore di quello che componi. Scrivere comporta pensare, poter correggere, poter limare, rivedere, riscrivere due, tre, dieci, cento volte la stessa frase. Per esempio, le virgole. Pensare a una virgola: serve o no? Cambia o no la lettura? Si tratta solo di una semplice pausa o serve proprio a strutturare meglio la sintassi? Scrivere significa ascoltarsi, perché quando rileggi la serie di parole che hai messo insieme, non vedi più parole, ma senti emozioni. Scrivere significa lasciare una traccia di ciò che senti, di come rappresenti con i tuoi mezzi espressivi una realtà che altri forse non si sognerebbero nemmeno di raffigurare così. Scrivere significa sentirsi come un aquilone, libero di volare, ma costretto da un filo a seguire alcune dritte. Chi tiene quel filo non sei necessariamente tu stesso. Ma, anche quanto non lo sei, o meglio ti autoconvinci di non esserlo, anche quando ti sei persuaso che il fittizio abbia assunto il totale controllo sul reale, chi tiene quel filo non è mai troppo lontano da te stesso. Non lo impari subito. Occorrono anni di esperienza di parola scritta, anni di digitazione sulla tastiera, per comprendere questa forma che possiamo chiamare in tanti modi, ma alla fine è una delle tante sintomatologie di quella che oggi si chiamerebbe sindrome bipolare e che fino a poco tempo fa nessuno ha chiamato con questo nome. Molto forte è quello che dico, ma spero di non essere frainteso da chi scrive, da chi compone testi in prosa, o anche in versi: chi scrive non può non essere, in un certo qual modo, bipolare, in senso erasmiano. O meglio, se non lo è, deve sforzarsi di diventarlo. Vuol dire folle? Non è forse giustamente diventato famoso un signore che disse stay hungry, stay foolish? Ormai su quella frase si sta discettando più che sull’ “eppur/e pur si muove”. E pensare che, se avesse riflettuto sul fatto che la parola viene molto probabilmente dal latino follis, la saccoccia del denaro spiccio, che conta poco, spesso vuota, e che vale appunto come una zucca vuota, ne avrebbe forse usata un’altra. Nel momento stesso in cui devi separare finzione da realtà, sei ‘bipolare’, devi esserlo, ti piaccia o no la parola, anche se oggi essa assume la connotazione di un termine medico e indica una patologia. Non pensiamo a quello: pensiamo al suo significato. Scrivere significa individuare due poli in se stessi, uno sei tu con la tua vita e i tuoi sensi, le tue percezioni, uno è il tuo spirito con i tuoi sogni, i tuoi sentimenti e le tue emozioni. Se vuoi scrivere e se vuoi che quello che scrivi abbia un certo impatto, devi avere esatta contezza dell’esistenza di questi due poli e devi essere consapevole del fatto che tuo dovere è quello di tenerli sempre ben distinti: chiunque ha tentato di rappresentare in forma letteraria la realtà, pretendendo di raffigurarla, come direbbe lo storico Ranke, wie es eigentlich gewesen war, così come effettivamente è stata, è incorso in un fallimento, quanto meno in una cocente delusione. Un esempio. (Fino a prova contraria, sono un professore e qualche volta permettetemi di salire in cattedra.) La bellezza delle più belle pagine dei veramente bei racconti de Le veglie di Neri di Renato Fucini, etichettato come verista, incasellato nei capitoli di storia della letteratura tra gli autori che avrebbero inteso dare delle proprie terre un’immagine depurata da ogni forma di soggettività, sta proprio nella forza che il suo stile sanguigno comunica al lettore: chiediamoci piuttosto che bisogno avesse di usare lo pseudonimo anagrammato di Neri Tanfucio, se non avesse avvertito, a priori, un sentimento di distacco rispetto ai testi da lui composti. Scrivere significa, secondo questo mio punto di vista, che forse farà fare i salti sulla sedia a tanti, esercitare un atto di liberazione, più che di libertà; scrivere significa liberarti di quanto di sporco avverti in te stesso, vuotare il bidone del rusco che si accumula nel fondo dell’anima; poi – ma solo quando la catarsi sarà totale – potrai permetterti di volare più in alto. Siamo sempre lì, a quella metafora dell’aquilone che mi sta tanto cara da essere diventata, secondo quanto da alcuni evidenziato, una specie di ossessione nei miei scritti. C’è sempre il filo. E per fortuna che c’è! Le opere migliori sono quelle che nascono di getto, tuonano i soloni che si presentano come grandi esperti della comunicazione. Le opere migliori sono quelle in cui hai lasciato andare le mani sulla tastiera come cuore comandava. E si legge anche questo sui tanti blog che invitano a scrivere, come se il cuore non potesse essere messo in libertà vigilata dal cervello! C’è del vero in questo, ma, credetemi, dopo quarant’anni di attività di scrittura, non è così facile, come tanti vorrebbero farvi credere. La rete è piena di mangiatori di soldi, che vi incantano con elogi sperticati, facendo leva su quello che in Inghilterra si chiama vanity press, facendovi credere che, se vi affidate a loro, diventerete il caso letterario dell’anno. Lo ammetto, ci stavo cascando anch’io nella trappola. Vi assicuro che la rete oggi si avvale di metodologie della comunicazione che possono avere un potere enorme sulla vostra anima, se non fate riferimento anche alla ragione, se non pensate che esiste anche quella e non vi ponete tante domande, prima di lasciarvi ammaliare. Vi incantano, vi invitano a inviar loro quelli che ancora – per fortuna! – si chiamano manoscritti; poi battono cassa. Non sarebbero così tanti i professionisti dell’abbindolare, se non ci fossero tanti che si lasciano, anche volutamente, lusingare. In fondo, per buttare via dei soldi, si sa, la fantasia offre una quantità illimitata di soluzioni. Dunque, quarto punto: non scrivo per denaro, ma per passione, indotta da un mio insegnante.

Del resto, “chi scrive si deve sentire un artista”, vi dicono gli amici che vi vogliono bene: che lo facciano per farvi complimenti e consolarvi o no, non importa. Comunque la mettiate, un po’ di vero c’è. Ecco: cosa vi dicevo? Il valore catartico e liberatorio della scrittura. Funziona! E allora? Allora non pensiamo alle bassezze, ma cerchiamo qualcosa di più bello, magari alzando la testa in alto. Pensiamo solo a quell’aquilone e quanto è bello sentirsi bambini e volerlo guidare. Pensiamo a quante favole parlano di lui e come mai quell’oggetto ha il potere di affascinare così tanto. Pensiamo a quanto è bella quell’idea di libertà, che però ha bisogno di un filo, di una guida, di una mano sagace che dia forma a quei sogni, a quelle emozioni, a quella bellezza che la parola scritta prima o poi rappresenterà. C’è la rete oggi. Aprite un blog. Fatevi un sito. Potete farlo gratuitamente. Potete anche pagare modiche cifre di abbonamento annuo, se non volete incorrere in soppressioni e cancellazioni, a cui qualche amico purtroppo è andato soggetto. Ma scrivete senza paura. Lasciate andare le mani. Liberatevi di quello che con la voce forse non riuscireste mai a dire. Non abbiate mai paura di ammettere che scrivere è terapeutico, perché più lo negherete, più dimostrerete che di quella cura avevate proprio bisogno. E ricordate una cosa, che vale da quando esiste la scrittura: la parola che direte con la voce si potrà perdere nel vento, ma quello che scriverete resterà e soprattutto sarà come quell’aquilone: resterà, sarà libero, cercherà di sfuggirvi, ma sarà sempre guidato dalla mano più sagace, l’unica di cui vi fidate, la vostra. Potrete non essere d’accordo, ma non potrete mai dire di non avere avuto una risposta, relativa quanto volete, ma reale. Avete adesso una catena sensata di parole, coerente, oserei dire; vi abbraccerò se solo mi direte che queste parole conservano il sapore del terreno che le ha prodotte.

Questa è la mia risposta alla domanda, che tanti mi fanno, ‘perché scrivi?’ E se non avete capito bene, non posso fare altro che dirvi di ricominciare dalla prima riga di questo testo e di rileggere tutto con estrema attenzione, di leggere in solitudine, in silenzio e con la massima concentrazione (tutto quello che oggi manca e rende sempre più difficile la lettura), perché le parole che qui sono state usate, non sono state gettate al primo vento che si è alzato, ma hanno sempre rispettato la regola che consente all’aquilone di sentirsi libero, di essere ben guidato e di far vibrare l’anima di emozioni. Solitudine, silenzio e concentrazione: difficilissimo oggi, direte voi! Sì, lo è. La civiltà della comunicazione spicciola e immediata, dell’informazione in pillole fondata sull’emotività del momento e non sulla riflessività fa a botte con la necessità di solitudine, silenzio e concentrazione che, del resto, richiede, ancor prima della scrittura, la lettura. E qui, eccolo!, viene fuori l’altro grande tema: il rapporto tra lettura e scrittura, su cui, abbiate pazienza, sono stanco e voglio concludere, mi dilungherò un’altra volta, per non annoiarvi. Insomma, se il problema è quello che ho avuto io e non riuscite a parlare come vorreste, nessuna paura! Quello è il momento per capire che la scrittura è il vostro terreno amico. E se un giorno qualcuno vi criticherà per quello che avete scritto e vi troverà dei difetti, guardate sempre al bicchiere mezzo pieno: vogliategli bene, perché è una specie di miracolo il solo fatto che abbia letto. E se arriverete al punto di emozionarvi, meglio ancora: pensate solo al fatto che bambini lo siamo stati tutti e che non ho mai conosciuto un bambino che non si sia emozionato con un aquilone in mano. La protagonista di uno dei miei due libri nel cassetto, l’ultimo, quello che mi preme di più e che proprio per questo non voglio gettare al vento come le parole di cui sopra, vive una sua favola, si libera di ansia e dolore proprio così, affabulando, prendendosi questa responsabilità, mettendoci la faccia con la parola scritta, ma sempre con la convinzione che quella di cui lei è protagonista sempre una favola è. Ed è proprio la favola di un aquilone come questo, libero, ma fiducioso in una guida che non è mai lontana da lui, libero di volare nel cielo, ma consapevole che la sua direzione è controllata da una mano sagace. La scrittura è questo. E se a lei mi affido, lo faccio solo per questo: vola libera, affascina con i suoi voli, attrae con la vista dei suoi paesaggi che riempie di colori, sa di poter dominare tutto dall’alto, reca una gioia immensa forse proprio perché sempre un po’ infantile (mai avere paura di negare questi aspetti che solo Giovanni Pascoli ebbe il coraggio di dichiarare senza infingimenti!), ma senza di me non va da nessuna parte. E tutto il resto è fuffa. O no?

La scelta

Hai finito un libro? Non sai cosa leggere? Hai paura di fare la scelta sbagliata? Mi chiedi consiglio. Rispondo perché non vorrei che tu dicessi di esserti rivolto alla persona sbagliata. Non so se quello che ti dirò ti sarà di aiuto o no. Ma prova ad ascoltarmi almeno. Scegliere un libro è come ricercare luoghi dello spirito di cui non si conosce né ubicazione nello spazio, né collocazione nel tempo. Si è guidati da un desiderio di ricerca che ti guida tra quarte di copertina e recensioni, risvolti di sovracoperte e memorie di articoli o pagine web letti chissà dove. Chi raramente non si trova a chiedere un libro in particolare, ma vorrebbe un aiuto su un genere, oppure su un autore, di solito non è un contenitore vuoto. Ha tante idee per la testa: si sente solo un po’ sconcertato. Spesso rinuncia o rimanda a un altro momento. Ma proviamo a chiederci cosa sono queste che abbiamo chiamato ‘idee per la testa’. Senza idee nessuno sceglie un libro. Provo a dare una risposta. Queste idee sono la forma che prendono i nostri sogni inappagati, le nostre nostalgie per quanto impossibile rivivere, i nostri desideri al contempo più belli e più irrealizzabili. Se qualcosa è andato storto, una lettura non servirà forse più a raddrizzarlo, ma ti consolerà su cosa avresti potuto fare perché non andasse così male, su come ti saresti potuto comportare perché il destino prendesse una strada diversa, addirittura potresti assegnare al libro un ruolo di guida spirituale e poi, magari, mangiarti le mani per averlo fatto, darti dell’idiota per aver potuto pensare una cosa del genere, infine concludere che comunque qualcosa hai imparato. Se quello che hai letto ti ha recato piacere, una lettura può far sì che quel piacere s’imponga in modo persino lapidario nell’archivio della memoria. Una lettura ti può aprire orizzonti che non immagini, può imprimere in te sigilli indelebili, ti può tracciare sentieri che non falliscono la meta. Hai paura di non scegliere bene? Può capitare. Ma se ti lasci guidare da quella parte dello spirito del tempo che si chiama passione e che ha le sue esperienze, se ti lasci guidare dalla parte migliore di te stesso, da un amore dalla natura proteiforme e proprio per questo sempre più affascinante, se ti affidi totalmente a lui, la scelta difficilmente ti deluderà. E dopo ti sentirai più ricco? Di solito succede. Ma per fare questo bisogna leggere leggere leggere. Insomma siamo sempre al serpente che si mangia la coda. Il ragionare su questi temi, quando diventa pretenzioso e s’ingegna vanamente di spiegare ciò che alla ragione non compete, s’incarta sempre. Naturalmente. Cosa ti aspettavi? Non è forse questo il suo bello? Non ti ho risposto? Non ho mai detto che l’avrei fatto. Però, se risali qualche riga indietro, una traccia di sentiero almeno la puoi trovare. E alla fine capirai che queste parole del tutto inutili non sono state. Anzi …

Memorie

Una panchina in un’area verde recintata. Un uomo solo che legge un libro. Davanti, una ringhiera. Sotto, il fiume, straordinariamente pieno d’acqua, che passa oltre la diga. L’uomo chiude il libro. Chiude gli occhi.

E quel passaggio ritmato dell’acqua tra le paratie della chiusa, fino a poco prima un dolce aiuto alla concentrazione e un confortevole sottofondo per la lettura, diventa un assordante rumore, che invade la mente, lo strania e prende tante, diverse e amabili forme di un passato non facilmente collocabile in una linea del tempo, dalle geografie labili, dai contorni sfumati, dai personaggi che si muovono come fossero sempre alla ricerca di risposte, convinti di possedere certezze che però si sciolgono subito come neve al sole. Forme diverse: da quella dei rii che lui bambino amava veder scendere impetuosi e vorticosi nelle vallate dolomitiche tra poderosi contrafforti rocciosi a quella dei torrenti e dei fiumiciattoli che rosicchiano i fragili calanchi dei colli vicino a casa; finché, alla fine, non ne rimane che una di quelle forme: quella, dai contorni ora ben definiti, di un torrente di montagna a lui ben noto. L’area verde con la panchina non era vicino a una chiusa, ma a un grande ponte, alto su un torrente, che passava impetuoso con le sue rapide e i suoi vivaci vortici. Non era da solo su quella panchina. Lui e il babbo erano quasi arrivati. Avevano camminato quasi tutto il giorno. Erano scesi di oltre mille metri. I piedi del giovane dolevano; le ginocchia del babbo non meno. Di là dal ponte c’era il paese e nel paese la casa. Ma, nonostante vicini alla metà, si fermarono su quella piccola radura, attrezzata con una panchina, un tavolo, i bidoni colorati per l’immondizia, una nota di certo stonata in un quel dominio assoluto di tante tonalità di verde. Quando il babbo si fermava, non parlava. Il giovane si sedeva accanto a lui. Il babbo gli passava la mano sui capelli, glieli arruffava per scherzo, e poi chiudeva gli occhi e per un attimo si straniava. Il giovane rimaneva lì, come fosse in attesa del compimento di un rito da parte di un antico sacerdote. Unico rumore era quello delle rapide del torrente. Di là il paese; di qua la montagna, il bosco appena attraversato e sul cui limitare ora si trovavano, il ripido pendio che portava ai piedi di ciò che rimaneva di un ghiacciaio su cui la storia aveva lasciato tante tracce per lo spirito del tempo che le avrebbe dovute conservare con saggezza. Ma quella saggezza non era sui libri; non era di carta; era di terra, di legno e di pietra, e della terra, del legno e della pietra ora aveva tutti i sapori ed emanava tutti gli odori; la coerenza non era quella di un sistema di idee, ma un’armonia che solo ai sensi veniva affidata e che solo con sacrificio, fatica e dolore poteva essere compresa. Ai piedi del ghiacciaio iniziava quel sentiero che era stato opportuno percorrere con i ramponi. La neve, sciogliendosi, lo aveva spesso invaso, solidificandosi in lastre là dove i raggi del sole non arrivavano; solo con i ramponi si attraversavano quei tratti ghiacciati. E solo con i ramponi si entrava nei bianchi domini di sua maestà il ghiacciaio. Il rumore del passo era diverso. Il bastone e la pedula smuovevano terriccio e sassi, docili al loro passaggio, ma il rampone scrocchiava, piantandosi là dove tutto sembrava congegnato per respingerlo e non farlo arrivare. Il bastone e la pedula ritmavano il cammino e gli conferivano persino una speciale armonia, ma il rampone non aveva quella forza e non dava quell’incoraggiamento. Fendeva, graffiava, strideva. Evocava ben note disarmonie, di cui entrambi ormai erano ben consapevoli. Ai piedi di quel ghiacciaio avevano fatto sosta nel rifugio. C’erano dei libri. Parlavano della storia di quel ghiacciaio, di trincee, di uomini che vi avevano lasciato la vita o ne erano usciti per sempre segnati nel corpo e nell’anima. Parlavano di un dolore di fronte al quale quello della fatica che lui e il babbo avevano appena conosciuto nella salita e stavano sperimentando, avvicinandosi al valico, era qualcosa di assolutamente insignificante, impossibile da paragonare. Il babbo non era di tante parole durante quelle uscite. Ma un giorno, una delle prime volte in cui avevano scalato quella montagna per lui piena di significati, aveva pronunciato solo una frase; lo aveva fatto nel richiudere uno di quei libri di cui aveva solo guardato le foto e sfogliato l’indice: “Tuo nonno, il babbo della mamma, è stato uno di questi uomini. Erano migliaia. Hanno fatto la storia rischiando la vita per conquistare terre, che ora chiedono l’autonomia a quello stato che ha donato centinaia di migliaia di anime per averle. Questa qui è la storia. La storia non è che una manifestazione dello spirito del tempo; si può viverla in tanti modi; ma quale sia veramente il significato di quello che è successo quassù i libri non riusciranno mai a dirtelo.” “Perché?”, chiese il giovane. “Perché la verità non premia, non vende. Le guerre vengono affidate alla retorica, che è un ingrediente della storia, ci piaccia o no; e la retorica, nelle mani sbagliate, è un modo come tanti con cui si camuffa la menzogna. Lo spirito del tempo parla un’altra lingua, non quella di queste pagine.” Il giovane non disse più nulla. Il babbo si era rialzato. Aveva pagato la consumazione. Avevano ripreso bastoni e zaini e si erano rimessi in cammino per raggiungere il valico. Da lì, per un altro sentiero, sarebbero poi ridiscesi a valle, fino a raggiungere quel fiume, quel ponte, quelle rapide e quella panchina, accompagnati da quello spirito del tempo che da anni cercava di capire se il babbo fosse stato mai veramente in grado di fare suo.

Erano partiti alle sei del mattino. Con passo lento avevano attraversato prati vivaci di erica, doronico, erborina e artemisia, poi di genzianelle, geraci e rari papaveri retici. Avevano faticato su erte impervie e riposato in aprichi pianori, tra larici, abeti rossi e pini cembri. Avevano sfiorato con i bastoni e le pedule distese di salici nani. Avevano visto sempre il ghiacciaio. Avevano visto il lucido biancore di sua maestà avvicinarsi piano piano, passo dopo passo, un passo alpino, lento e cadenzato dall’alternato movimento di braccio destro e gamba sinistra e poi gamba destra e braccio sinistro, come quando in inverno insieme percorrevano quegli anelli di fondo che il babbo aveva sempre amato in modo speciale, lontano dalla folla turistica degli impianti di sci, dai parcheggi di funivie e seggiovie. Bastone destro e gamba sinistra. Gamba destra e bastone sinistro. E così per un’intera giornata, salendo al mattino, scendendo di pomeriggio. Poche parole. Ogni tanto il bastone destro del babbo si alzava. Lui indicava qualcosa. Il giovane ogni tanto chiedeva; ma il più delle volte, anche se non non aveva visto né sentito niente là dove indicato, rispettava quel senso quasi spirituale di vivere la montagna, senza fare altre domande, senza pretendere chiarimenti. Si era sempre chiesto se quella del babbo non fosse una pretesa. Si era spesso chiesto se la gente del posto fosse disposta a condividere quella dimensione tutta sua. Ma sapeva anche la risposta: quello del babbo non era mai un viaggio nello spazio, ma sempre e soltanto nel tempo. E quella gente del posto ormai viveva solo inebriata dai guadagni delle stagioni turistiche. Di quello spirito del tempo non era rimasto più nulla. Andava scavato negli strati della memoria. Si era sedimentato sotto cumuli di detriti, di decenni di menzogne, di sfruttamento economico, di falso ambientalismo, di storia rivisitata ad uso e consumo delle generazioni che si succedono, di tradizioni e costumi posticci riesumati solo per il tam tam tra sedicenti amici che condividevano foto in rete. “Il denaro acceca la memoria,” gli aveva detto tante volte, lui che aveva lavorato per anni come impiegato in banca. Braccio destro e gamba sinistra, gamba destra e braccio sinistro. Quello era il passo.

Quando furono arrivati nel ghiacciaio, allora il babbo aveva rallentato la marcia. Al valico avrebbero trovato un altro rifugio. Fu molto faticoso raggiungerlo. Lì presero solo un tè caldo con dei biscotti secchi che avevano con sé. Il babbo aveva gli occhi calamitati dalla finestra del rifugio aperta sulla distesa bianca che si stendeva sul versante nord di quella montagna sui cui per anni erano saliti in tre, quando lui era bambino, il babbo giovane e il nonno ancora in forze. Allora era il nonno a non parlare quasi mai e a indicare con il bastone in silenzio. Il babbo rispettava quel silenzio e invitava il bambino a fare altrettanto. Riti e tradizioni. Un dialogo silenzioso nel tempo, di padre in figlio. Uno spirito che parlava una lingua i cui fonemi e grafemi non sarebbero stati costituiti da segni convenzionali, ma da immagini, incubi, emozioni, sogni, ossessioni, in cui tutto era criptico, tutto era affidato ad un bastone che si alza a indicare qualcosa che non si vede, a uno sguardo che accenna a qualcosa che non si sente, a un tentativo di sorriso che intende comunicare qualcosa che solo con gli anni si sarebbe potuto correttamente intendere. Questa era la tacita convinzione che esortava ad andare avanti e a ripetere il rito della salita a quella montagna.

Il babbo, il giovane, due zaini, quattro bastoni, una panchina, un silenzio che aveva dominato lo scorrere del tempo dall’alba al tramonto, ora negato solo dalle rapide di un torrente. Il babbo aprì lo zaino. Prese dei pieghevoli illustrati in raffinata e colorata carta plastificata, trovati all’ufficio del turismo. Parlavano di trincee, di sentieri tracciati o ripristinati per arrivare alla loro scoperta, di antiche vie militari, di tradotte nel fondovalle. Tutto era bello e colorato, quasi divertente. Vi erano foto in cui le guide, sorridenti e fiere nelle loro pose, erano immortalate in divise storiche. Il babbo stracciò tutto e, avvicinandosi ai bidoni colorati chiese al giovane: “Quale?” Il giovane si strinse nelle spalle e, senza dimostrare di esserne sicuro, indicò quello blu con scritto ‘carta’. Il babbo guardò le case del paese di là dal grande e alto ponte. Entrambi si alzarono dalla panchina e attraversarono il fiume, mentre lo spirito del tempo, che laggiù, tra vortici e rapide, scorreva eterno, cercava di parlare con la voce franta e lenta, come quella di un anziano che cerca in tutti i modi di tenerlo vivo, che sa che non avrà più tante occasioni per conservarlo.

Il giovane si fermò su quel ponte. Cercò di ascoltare il vecchio fiume, come aveva fatto con il vecchio bosco e l’antico ghiacciaio. Scattò una fotografia. Il babbo procedette da solo verso casa; non gli impedì certamente la sosta. E svanì tra le curve disegnate dai vecchi tabià.

L’uomo riaprì gli occhi. La nebbia si stava alzando e la temperatura si stava abbassando. Riprese il libro. Lo mise nello zaino. Ripensò a quell’ultima escursione con il babbo. Provo solo a immaginare quanto di inascoltato ancora rimanesse in quelle acque, in quel fragore che la chiusa, in momenti come quello appena vissuto, faceva apparire davvero assordante. Risalì sulla bicicletta, lasciò la chiusa e ritornò a casa lungo il rivale, tra i fitti canneti. Troppe voci ormai lo richiamavano da quelle acque da cui non era mai facile separarsi, quando dovette scendere per avvicinarsi alla città. Pedalò veloce. Aveva una meta. Era sempre quella. Attraversò tutta la città. Arrivò sotto l’antico pino, nel luogo dove regna quel silenzio che lì, più che altrove, urla il senso della vita. Arrivò prima che il cancello fosse chiuso. Era sempre quella la meta da raggiungere ogniqualvolta si riattivasse l’antico dialogo e riprendessero forma quei paesaggi scolpiti nel tempo. La nebbia, che si stava velocemente addensando, salendo dai prati e dai canali, lo favoriva. Si accoccolò accanto a quella pietra, accanto a quel tumulo, e, sedutosi sulla nuda terra a gambe incrociate il figlio riprese quel colloquio con la vita vera che aveva iniziato bambino con il nonno e continuato adulto con il babbo, tra boschi e ghiacciai, tra torrenti e prati. Aprì lo zaino. Estrasse una fotografia: vi era ritratto un impetuoso torrente; era stata scattata su un ponte; su un lato si intravvedeva l’inizio di una ripida strada tortuosa, che passava tra case e tabià. La depose sulla terra umida da cui la nebbia si alzava sempre velocemente, come se avesse premura di proteggere quel dialogo con il tempo che solo lì riusciva ad essere sincero. Perché lì, lo spirito del tempo non parlava più per enigmi.

Figure dell’ombra

Vienna, Londra, il fronte occidentale, Ginevra, ancora Londra: sono questi gli spazi narrativi di Aspettando l’alba di William Boyd (Neri Pozza 2012): uno studio di uno psicanalista e una trincea sul fronte occidentale, teatri londinesi e pensioni ginevrine, luoghi pieni di vita e di passione e altri dove i cadaveri generano incubi e sensi di colpa. Erotismo spensierato in ambienti alla moda, case di campagna che potrebbero essere dipinte da Bonnard, dove agiscono figure che sembrano quasi eteree, e squallore spietato in uomini la cui vita non conosce scrupoli e vive in ombre che hanno però la forza di quelle di un quadro di Sironi. Gli anni sono quelli della guerra. La prima guerra mondiale. Uno stile che inizia come quello di un romanzo psicologico e finisce come una spy story, senza che gli si possano attribuire gli elementi né dell’uno né dell’altro. I personaggi dall’ombra escono piano piano alla luce attraverso i loro abiti e le loro parole, i loro gesti e i loro tic, i loro profumi e le loro pistole, i loro cappelli e i loro fucili. Due anni, dal 1913 al 1915, che intendono rappresentare un’epoca, forse – la parola è impegnativa, lo so bene – una civiltà, che vive più che la guerra, ancora la sua ombra, sempre lì accanto, onnipresente, inevitabile, indelebile; una società narrata conoscendone molto bene i dettagli, presenti in un lessico che richiederà sicuramente, almeno per qualcuno, di andare a rispolverare il vocabolario, ma senza che si avverta mai quel sentimento di virtuosistica e superficiale esibizione, che potrà generare effetti speciali, utili sicuramente per i siti di citazioni, ma che non coinvolge mai più di tanto il lettore esigente ed esperto. Il modo di fumare, i capi d’abbigliamento, i giochi di seduzione … tutto contribuisce a sentirsi parte della narrazione, come si dice di solito agli studenti quando si vuole evidenziare la maestria nella tecnica e nello stile. Non cado nella trappola: lascio ovviamente a voi questo giudizio. Il protagonista è un giovane inglese, che da dandy e attore, nel contesto un po’ malinconico ma sempre affascinante della decadente Vienna dell’Austria Felix, la guerra trasforma in un uomo cinico; cinica e anche sadica spia diventa Lysander Rief, che non manca di provare la trincea e il fronte, il cui passaggio segna proprio il cambiamento del ruolo del personaggio nello svolgersi di una trama dal ritmo veloce. Cambia il ruolo, ma non cambia lui. Dalla luce del palcoscenico passa all’ombra delle pensioni svizzere, dove si sente il fetore del fango di una palude in bassa marea, il peggio del peggio che la guerra produce: un marciume di soldi, tanti soldi, donne che si prestano a tutto per passare informazioni, inglesi, tedeschi, uomini e donne dell’una e dell’altra parte, che vendono se stessi e le proprie conoscenze per denaro, vicende personali che si intrecciano con una ragion di stato che ora chiede anche sangue e non solo denaro. Il protagonista è una persona che con la sua vita nell’ombra conosce donne, figure fondamentali nello sviluppo narrativo, tutte dotate di un fascino sempre diverso, ma di cui non si potrà mai dire se il loro ruolo di personaggio è quello di essere lì perché belle piuttosto che abiette. Donne grandi, perché anch’esse avvolte dall’ombra in cui si dipana la trama. Di quell’ombra tutte quante vivono. “Mr Lysander Rief è con ogni evidenza un uomo che preferisce i bordi ai margini delle strade, le zone buie, dove è difficile distinguere e stabilire con esattezza la natura di cose e persone. Mr Lysander Rief sembra un uomo molto più a suo agio nella fredda sicurezza dell’oscurità; un uomo felice del dubbio conforto che offrono le ombre”. In queste ombre avviene una metamorfosi. Ciò che la produce è la guerra. Le figure femminili, tutte, dalla madre alle donne che accompagnano Lysander nella sua metamorfosi, sono forse la raffigurazione di quegli anni riuscita meglio sul piano stilistico. E dunque: impressione finale? Permettete a un recensore di dire “mi sono proprio divertito”?

© 2018. Stefano Tramonti

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