Le peste sulla neve non andrebbero mai cancellate

Se vi dovesse capitare di vedermi sorridere “sotto i baffi” (che non ho), come dicono alcuni miei amici e colleghi, quando sento qualcuno parlare di montagna e dire che ne è un appassionato, perché ci va in inverno a sciare o in estate a fare passeggiate, escursioni o scalate, non pensate che lo faccia per snobismo intellettualistico; la stessa cosa vale per quando vi dico che dovreste prima leggere qualche opera di Mario Rigoni Stern, soprattutto i racconti. Se mi comporto così è perché non trovo parole per dire che quella persona, che sceglie l’albergo su internet, è lontana anni luce dalla ‘passione’ per la montagna. Dovrebbe dire che le piace sciare nelle vacanze natalizie o nelle settimane bianche (sostituite ormai dai fine settimana di un turismo usa e getta, più economico ma anche più dannoso per un ambiente che diventa fragile solo se vissuto senza rispetto), che le piace fare escursioni e passeggiate nelle vacanze estive (ridotte anch’esse a pochi giorni di strade intasate, non pensate per reggere un traffico di tale entità). Passione, per me, è ben altro. Una caduta in bici in discesa non mi ha fatto odiare la montagna; al contrario: mi ha indotto ad amarla ancora di più. Perché? Esiste una risposta? Non lo so e non pretendo di averla. Una cosa potrei aggiungere come una specie di prologo a quanto poi vi dirò. Ho sempre pensato che avere un cinquanta per cento del mio sangue con il sapore terragno della bassa ravennate e l’altro cinquanta per cento con quello montano del versante fiorentino dello stesso Appennino, su cui da tempo scorrazzo in bici da corsa o sul rampichino, abbia lasciato delle tracce, sin dagli anni della mia formazione, che con quella stessa Toscana hanno un importante debito, in tutti i sensi. Se a queste persone dico di leggere le opere di Mario Rigoni Stern “e poi ne riparliamo”, vi assicuro che non è certamente per snobismo intellettualistico. Credetemi. Fidatevi di quel che vi dico. Ho conosciuto di persona lo scrittore e chi qualcosa sa di lui non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

Ecco perché rileggere tutto d’un fiato le due raccolte di racconti Il bosco degli urogalli (1962) e Uomini, boschi e api (1980) e scoprire Aspettando l’alba (2004) non serve solo per apprezzare uno stile del narrare decisamente particolare nella sua disarmante semplicità; non serve neppure soltanto per chiedersi se l’autore davvero pensava in italiano e non in cimbro quando scriveva. Riterrei piuttosto che sia utile soprattutto per colmare una lacuna, su cui la scuola ha sicuramente una sua responsabilità: Rigoni Stern non è soltanto l’alpino cantore della ritirata dalla Russia, della guerra in Albania e Grecia, dell’umanità sconvolta da quella stessa guerra. Questi racconti rappresentano nel modo più immediato (perché autenticamente vissuto) l’amore infinito per una terra che ha sofferto, per montagne due volte insanguinate, per una natura che – lo dichiara testualmente – solo un cacciatore esperto sa amare e rispettare. Apprezzo Rigoni Stern molto di più quando manifesta il suo amore per questo paesaggio, che quando soffre per quanto patito in guerra. Ammiro di queste pagine il momento in cui il narratore raffigura come protagonista un capriolo che, inseguito da un’auto su una strada appena pulita dallo sgombraneve, non riesce a saltare nel bosco perché i cumuli di neve sui lati sono troppo alti per lui e rischia di essere investito; quando primadonna è una lepre; quando si commuove per il suo cane che accoglie nel caldo della sua cuccia altri animali e li protegge dal gelo dell’altopiano; quando vive il rapporto con il suo cane come quello con un compagno di vita; quando il simbolo di una vita diventa la pietra muschiata fatta rotolare sulla fossa del cane che lo lascia dopo anni di onorata compagnia; quando una giornata di “buiofuori”, blackout, ossia di mancanza di corrente che l’interruttore generale non potrà ridare alla casa, fa riflettere più di tante altre cose sul significato del progredire, e non solo facendo riscoprire candele e stufe a legna; quando le pale del Bassano diventano le vere animatrici di una lettera in cui si rivive del pittore veneto del XVI secolo il rapporto stretto con quell’altopiano da cui veniva la sua famiglia, con le montagne, con i paesaggi, con i boschi e le api che non cambiano allo stesso ritmo che la tecnologia ha imposto alla vita umana; quando, alla fine di tutto questo, ci si convince che leggere i racconti di Rigoni Stern non è assolutamente la ricerca di uno sterile compianto nostalgico per qualcosa di finito, come purtroppo tanti vorrebbero. Al contrario: è il monito a ricordarsi che quello che noi giudichiamo finito è quanto mai vivo in noi, e lo sarà finché quel paesaggio, quei monti e quelle cavedagne, quei boschi e quelle api, quelle lepri e quei caprioli, quei cani da caccia e quelle cince dal ciuffo saranno lì a rammentarcelo. Si tratta di un altro Rigoni Stern, non tanto diverso ma complementare rispetto a quello della guerra e degli uomini sofferenti, che la scuola fa conoscere agli studenti e che per questo è decisamente più noto. Ma il lettore appassionato non sarà mai deluso. Adesso avete capito cosa significa quando dico “prima di dire che amate la montagna, leggete Mario Rigoni Stern” e non solo quello delle memorie militari; e allora capirete come mai da quell’altopiano non si sia mai spostato, neanche quando agli ambientalisti che lo vollero proporre come senatore a vita disse che non avrebbe mai lasciato le sue montagne “per uno scranno in parlamento”, anche quando, ormai distrutto dal male, chiese di essere riportato per l’ultima volta lassù dove sempre era vissuto. Mia mamma mi ricorda che suo babbo, mio nonno, diceva spesso “Le peste sulla neve non andrebbero mai cancellate.” Credo che sia proprio vero. E quando dico ai miei studenti che tra lettura e lezione non dovrebbe mai esistere un solco, sono consapevole del fatto che dico qualcosa di fondato. Fondato, perché scolpito in una traccia che dentro di noi resterà indelebile, che la forza del sole non scioglierà mai.

Maestri

Mettere sulla scena unicamente personaggi senza identità, eternamente smarriti, privi di riferimenti e di certezze, sempre alla deriva. Rappresentare il mondo come fatto solo di abiezioni e deiezioni, solo di negatività. Dissacrare tutto, in particolare ciò che fonda da secoli il nostro vivere insieme e lo ha tutelato e garantito. Vedere su ogni volto sereno e in ogni azione volta al bene sempre e solo ipocrisia. Negare ogni valore a tutto quanto ci ha portato fin qui dopo secoli di lotte, di studi, di quello che noi chiamiamo progresso, pur con tutti i distinguo. E soprattutto rifiutare sistematicamente di ammettere che questo ha un nome e si chiama tradizione, nel senso letterale di scelta di valori tramandati e da tramandare, fuori da ogni pretesa di schieramento. Utilizzare come simboli del processo di cambiamento dell’umanità soltanto le varie forme che assume ciò che sta sotto e mai ciò che sta sopra, ciò che si trova al margine a mai ciò che sta al centro. Negare sempre con sistematicità ogni anelito, ogni sogno, ogni emozione. Frustrare ogni tentativo di elevazione. Ridurre tutto a un pragmatismo privo di ogni valore profondo, privo di quella base culturale che ha dato un fondamento al nostro progredire, al nostro crescere, al miglioramento della qualità della nostra vita, al benessere di ogni genere. Individuare solo ostilità in ciò che ci attornia e non riuscire a comprendere più l’energia dell’amicizia e dell’amore, intesi nel senso più spirituale che si possa loro attribuire. Insegnare a cogliere soltanto l’effimero dell’atto crudo e materico e non a pensare che la bellezza più ammaliante si attua con il tempo lento e lungo e quasi mai in uno spazio circoscritto e definito, assaporando il significato della fatica e della sacrificio di una salita, di una conquista, di una vetta e non pretendendo di avere solo strade in discesa che portano solo nella melma e negli abissi più bui. In una parola saper distruggere soltanto e non essere più invogliati a creare e non invogliare più gli altri a farlo.

Ecco, questo riescono fare quelli che oggi sono chiamati maestri di pensiero, o per lo meno quelli che occupano più spazio nella comunicazione. Abbiate pazienza, ma mi dissocio da chi si rassegna alla liquefazione dell’umanità, alla crocifissione dei contenuti in nome della divinizzazione della forma, alla riduzione della comunicazione e della condivisione delle idee a fotogrammi istantanei, all’identificazione del fine di questa stessa comunicazione nell’emotività istintiva. Non sono i miei maestri. Quali sono? Potrei dire che sono quelli che ancora guardano in alto e non in basso; quelli che al tramare nell’ombra e nel fetido marciume che ristagna in basso preferiscono il sognare nella piena luce della vetta di una montagna; quelli per i quali la bellezza non è una prova costume, un profilo social, un bell’apparire, ma un valore serio e gravido di esperienza, costruito su autorità e modelli scelti con criterio per dare un senso profondo all’essere e non una forma tangibile all’apparire. Ma chi mi conosce sa che non sarei né abbastanza chiaro, né tanto meno esaustivo, se dicessi soltanto questo. Sarei soltanto un pedante brontolone o uno sterile nostalgico del buon tempo che fu. Sì, perché i veri maestri per me sono soprattutto quelli che sanno emozionarsi con la naturalezza di un bambino al volo di un aquilone.

© 2018. Stefano Tramonti

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