Dietro l’angolo

Faceva piuttosto freddo quel sabato mattina del 30 dicembre. Era quel freddo umido della bassa Romagna che s’infilava dappertutto, ti maciullava le ossa nell’aria stantia della pianura, ti faceva respirare male tra le strade di città, lasciando lo smog tutto ad altezza d’uomo, tutto a disposizione dei suoi polmoni. Alle otto del mattino puntuale partì. Aveva indossato il passamontagna e cambiato i guanti di lana con quelli da sci per fare le consegne. Non sapeva che cosa recapitava. Non gli competeva nemmeno. Non era pagato per quello. Ma sarebbe stato molto curioso di saperlo. Il suo mestiere era solo presentarsi all’ora pattuita al magazzino vestito di giallo, prendere la bicicletta gialla di servizio, riempire le borse gialle della posta per la sua zona e recapitarla nella nebbia grigia. Senza farsi domande. Aveva nelle borse della sua bicicletta le buste divise per strada e le metteva nelle buchette, sempre poco amato dai cani delle case indipendenti, tollerato dai bisbetici dei condomini che, quando le buchette non erano all’esterno, dovevano alzarsi per rispondere e aprire la porta principale. Doveva stare molto attento in quelle prime ore del mattino. Nei punti dove le auto non erano passate, nei bordi delle strade, sui tratti laterali dei marciapiedi o delle ciclabili, nelle parti più interne delle curve, insomma in tutti i punti in cui solitamente passa la bicicletta del portalettere il ghiaccio era sempre un’insidia e proprio il giorno prima un suo collega era caduto a causa di quelle maledette ragnature che si formano sull’asfalto lasciato senza manutenzione e in cui il ghiaccio s’insinua facilmente. Sul cellulare stavano arrivando notifiche a raffica. Saranno stati i primi precoci auguri di buon anno o di buona fine dell’anno da parte dei più superstiziosi, che attendevano sempre la mezzanotte. Si fermò un attimo a leggerli. Riteneva persone intelligenti quelle che non aspettavano la mezzanotte del 31 dicembre, se sentivano il bisogno fare gli auguri au un amico o a un conoscente. Rispose velocemente. Poi si diresse subito verso la sua zona di competenza. L’aveva voluta lui. Era pagato poco. Prima finiva, prima poteva andare a fare il lavoretto con cui riusciva ad arrotondare e sopravvivere: costruire e impagliare sedie rustiche. Una passione derivata dai genitori immigrati dalle basse del ferrarese negli anni della costruzione del polo chimico. Proprio in uno di quei condomini mise in una buchetta una busta diversa dalle solite, senza sapere che conteneva qualcosa di veramente speciale. Sapeva invece molto bene chi abitava in quella casa e a quella persona raramente consegnava della posta che non fossero le solite bollette. Da tempo attendeva l’occasione di vederla, ma non aveva mai fatto nulla perché si creasse. Le buchette di quel condominio erano nell’ingresso. Bisognava che uno gli aprisse. Ma non aveva mai osato suonare il campanello con il suo nome per farsi aprire il portone principale, nonostante quel nome fosse su uno dei primi due pulsanti in basso, quelli che il postino solitamente suona per primi. Consegnata quella busta. Riprese la sua bici gialla, mentre dagli aceri del grande parco di quel condominio cadevano le ultime tardive foglie. Una si posò sul portapacchi della sua bici. Non se ne accorse. Infilò le mani nei guanti. Risalì in sella alla sua bicicletta gialla di servizio e ripartì nella nebbia. Quando la bici si mosse, la foglia cadde dentro la borsa.

Eleonora non aveva certamente avuto una vita di quelle si possano definire rosee. Aveva maturato l’età della pensione, che aveva accettato con disgusto. I colleghi e le colleghe non le fecero nemmeno la festa, sapendo che per lei non lo sarebbe stata. Al contrario: da quel giorno le avevano visto saltare velocemente gli anni addosso. Qualcuno la invitava alle cene di gruppo, ogni tanto, quando si ricordava di lei. Le amiche con cui andava a teatro erano le uniche persone che ancora frequentava con una certa regolarità; ma, appena finita la stagione di prosa, i cui ultimi spettacoli di solito erano nel mese di maggio, dava loro appuntamento ad ottobre, all’inizio della stagione successiva e non le avrebbe più riviste. Per trascorrere i mesi estivi e i periodi di vacanza a Natale e a Pasqua si era inizialmente dovuta abituare lentamente all’idea che il godimento di una sosta dal lavoro era privilegio di chi ha qualcuno con cui condividerla. Poi, memore di quello che aveva insegnato per una vita, si era ricordata che vacanza in latino significa ‘vuoto’, tempo libero da dedicare a quello che uno vuole; e allora aveva cambiato idea: la sua vita era tutta una vacanza, perché, a conti fatti, era stata tutta un grande vuoto.

Chi lo aveva lasciato? Si era creato da sé? Esisteva un disegno per cui tutto era previsto, anche quel grande vuoto, molto più grande dei tanti piccoli vuoti che si erano venuti aggiungendo anno dopo anno? Esisteva una ragione, una motivazione razionale, una spiegazione logica, un perché che le facesse capire come mai attorno a lei si era formata quella gigantesca bolla? Porsi in modo quasi ossessivo quella domanda era diventato quasi l’unico modo per far passare le giornate: leggeva ponendosi quella domanda; faceva i lavori domestici assillata dalla ricerca di quella spiegazione; scriveva per passare il tempo, senza quelle ambizioni che aveva sempre ritenuto parte della vita altrui, mai della propria; chiudeva gli occhi nelle sale d’attesa dei tanti medici – da cui puntualmente era ritenuta più sana di un pesce – pensando sempre a quale fosse la motivazione dell’attuale infelice condizione che la portava sempre più spesso da quegli specialisti. Era dal dentista, stesa sulla comodissima poltrona, accecata dalla sguaiata lampada il giorno in cui ebbe occasione di riflettere sul primo di quei vuoti: la perdita dei genitori e dell’unico fratello minore che li stava riaccompagnando a casa e che vivevano tutti a oltre trecento chilometri di distanza da lei. In un attimo era rimasta senza parenti, senza una famiglia. Troppo presto. Aveva da poco ottenuto il posto come insegnante di ruolo, in una città dove era andata con la prospettiva di restarci il meno possibile, per poi cercare di avere il trasferimento vicino alla sua famiglia. Primo vuoto. Non aveva mai recriminato al fratello quel fatale colpo di sonno: sapeva bene quale vita lui conducesse, conosceva fin troppo bene lo stress cui era sottoposto, il peso della responsabilità di un’azienda in proprio da sempre il suo sogno, per la quale aveva fatto anche tanti debiti. Quanto lasciatole dai genitori bastò a saldarli. Non c’era più ragione di trasferirsi. Tanto valeva restare lì. Ma si sentiva ormai un albero senza radici. Da quel giorno ogni raffica di vento lo avrebbe potuto abbattere. E tante volte aveva rischiato di cadere.

Il secondo colpo di vento venne pochi anni dopo l’ingresso in ruolo, quando ebbe una denuncia da parte di una famiglia, che riteneva il proprio figlio perseguitato da lei. Era scrupolosa e severa nel suo lavoro di insegnante. Era molto preparata e aveva dedicato anni di studio proprio alla didattica delle sue discipline, cui si dedicava con una passione che, per chi non ne conosceva le ragioni, poteva essere definita maniacale. Tutto si risolse velocemente sul piano amministrativo. L’ufficio scolastico regionale la tranquillizzò, dicendole che non avrebbe avuto nulla da temere, perché la denuncia era infondata. Il caso fu presto archiviato. Ma Eleonora non provò nessun sentimento di vittoria: ebbe, invece, un duro colpo alla propria autostima, che già non era di quelle particolarmente robuste, dietro la facciata che aveva saputo costruire molto bene per nascondersi. Pochi ne parlarono. La vicenda non ebbe diffusione. Rimase abbastanza circoscritta ai soliti addetti ai lavori. Ma dentro di lei la macchina degli ingranaggi che muovevano i sentimenti e decidevano come, quando, dove e con chi dovevano manifestarsi iniziò ad avere i primi inceppamenti. Una macchina che anni di studio e di ricerca facevano ritenere solida e fidata iniziava a dare precoci segni di malfunzionamento, proprio nell’unico aspetto della sua vita che le dava soddisfazioni. Una beffa, avrebbe pensato chi poteva vedere solo la superficie dei fatti. La prima conseguenza fu che nel lavoro divenne ancor più severa e dura, inflessibile e senza riguardi per nessuno, isolata nel suo mondo di letture e citazioni, protetta da questa coriacea membrana di autori classici e non solo da cui si sentiva difesa. E questo non fu un bene per una persona che era appena agli inizi della sua carriera. Fu comunque un evento che, nel bene come nel male, diede forza alla pianta senza radici, almeno se si vuol cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno. Perché? Perché se lei si riteneva sola, non tutti erano estranei a quella condizione e qualcuno che voleva il suo bene c’era. Lei non li vedeva, chiusa dentro la sua corazza. Se si fosse aperto uno spiraglio di ottimismo, avrebbe scoperto un mondo fatto anche di buoni sentimenti, non solo di quelle insidie e malignità che aveva dovuto sempre e solo subire. Ma quell’atteggiamento, che lei si era imposta in cattedra e che non era certo prescrizione del dottore, non sarebbe certamente servito a farla ritornare serena. Anzi. Il suo preside ebbe un ruolo importante e dimostrò anche persona di raro tatto in quei giorni che sapeva difficili per lei. Egli aveva l’abitudine di farsi vedere spesso nelle classi, come i presidi di una volta, anche solo con un pretesto. Preferiva parlare a voce, piuttosto che mandare circolari e gracchianti comunicazioni con l’interfono che funzionava due volte no e una sì. Lo faceva per le notizie importanti, per comunicare una vittoria di un alunno in un concorso studentesco, per gli auguri prima delle vacanze natalizie o pasquali, per i saluti di fine anno. Lo faceva anche per i compleanni dei docenti. Ma quando sapeva che c’era lei dentro la classe, le faceva un sorriso e le diceva: “Professoressa, può venire fuori un attimo.” Uomo all’antica. Lei lo seguiva. Lui le chiedeva se tutto fosse a posto e le diceva che per qualsiasi bisogno era sempre a sua disposizione. Non erano parole come tante. Eleonora lo conosceva bene. Se diceva così, era veramente perché sapeva di poter fare quello che diceva. Aveva avuto anche lui le sue prove dalla vita e questo sentimento di segreta condivisione del dolore crea sempre tra le persone una sorta di solidarietà che si manifesta negli sguardi e che non avrebbe proprio nemmeno bisogno di parole. Un giorno non qualsiasi, il giorno del compleanno di Eleonora, il preside, dopo essersi già presentato in aula per farle gli auguri, quando l’episodio della denuncia si era già risolto per il meglio, la incontrò nel corridoio, la vide a testa bassa, con quell’espressione tirata nel viso che Eleonora non sapeva dissimulare quando qualcosa non andava come sarebbe dovuto. Lui capì. Non disse nulla. La invitò in presidenza. Le diede un cioccolatino. Lei chiese se poteva prenderne un altro. Lui le disse: “Se serve a rimettere tutto a posto, tutti quelli che vuole. La vogliamo tutti al meglio.” Cinque minuti dopo la raggiunse in aula e mise la scatola intera sulla cattedra. Un gesto non banale. Tutti avevano saputo di quella triste vicenda e in quella classe, non scelta a caso dal preside, Eleonora era anche particolarmente amata. Il preside volle così dare il contributo che riteneva fosse più utile per sdrammatizzare quanto da poco accaduto; insomma, per far rientrare tutto piano piano nei binari. Non sarebbe stato facile. Non lo fu, infatti, almeno finché quello studente e quella famiglia restarono, come diceva ironicamente il preside solo riguardo a loro, ‘utenza’ dell’istituto. Poteva dunque contare su un sostegno nell’ambiente di lavoro. Ma non era sufficiente. Appena ne usciva il malessere le saltava addosso; lo faceva con le sembianze del disagio recato da quell’assurda denuncia che aveva radicalmente cambiato la stima che lei aveva fino ad allora avuto di se stessa; lo faceva con le sembianze del senso di colpa per non essere rimasta nella città dei suoi genitori; lo faceva con quel sentimento di ansiosa malinconia che a tutti era ben visibile e che la stava piano piano chiudendo come dentro una corazza.

Ne parlò un giorno con un uomo di sua conoscenza, che ebbe occasione di vedere ad uno spettacolo teatrale. Lui, di nome Enrico, aveva il figlio proprio nella stessa classe dell’alunno i cui genitori l’avevano denunciata. Apparteneva a quella parte maggioritaria della classe, sia di genitori che di studenti, che l’aveva sempre sostenuta. Si raccontarono nell’intervallo la favola di Esopo della canna e dell’ulivo. Fu lui a narrarla: “La canna e l’ulivo dibattevano tra di loro di resistenza, di forza e sicurezza. L’ulivo rinfacciava alla canna di essere debole e di piegarsi a tutti i venti. La canna a questi rimproveri non rispondeva. Un giorno si alzò una violenta tempesta e la canna, benché scossa e piegata dalle raffiche di vento, ne uscì sana e salva senza problemi; ma l’ulivo, che cercava di resistere ai venti, fu sradicato dalla loro forza. La favola insegna che chi non si oppone alle circostanze e alle persone più forti di lui, sta meglio di chi cerca di contendere con quelli più potenti.” Era il genitore di un suo alunno molto bravo. La vita era stata avara di riconoscimenti con lui. Nessuno aveva mai saputo come mai, nonostante la laurea, non avesse trovato di meglio che un posto nella biglietteria del teatro. Nell’intervallo degli spettacoli aiutava anche alla buvette. Eleonora aveva capito che c’era della simpatia in quella persona. E seppe anche restituirgliela. “Ma non mi è mai piaciuto l’insegnamento di quella favola. Sembra un invito alla rassegnazione,” gli aveva risposto un giorno, quando lui la invitò a cena. Fu goffo e impacciato lui nell’invito, non lo fu sicuramente meno lei nel corso di tutta l’inattesa serata. “No. Tutt’altro per me – ribatté lui – A me sembra invece una forte esortazione alla saggezza. Il doversi qualche volta piegare non significa necessariamente soccombere, ma soltanto essere preparati e disponibili a mandar giù alcuni bocconi dal sapore amaro, che servono però da insegnamento, rafforzano le difese e impediscono di commettere nuovamente un errore.” Nacque una così storia. Dal lei si passò al tu senza tanti preamboli, senza la solita richiesta di permesso. Era pur sempre l’insegnante di latino e greco di suo figlio, una delle docenti più severe, temute e carismatiche della scuola. “Mio figlio dice che tu sei l’insegnante più brava che abbia mai avuto. Credimi. Ti adora. E adesso ho capito perché.” Sì, nacque una storia. Ma fu di breve durata. Poco più di un anno. Lui era dolce, affabile, socievole, grande animatore di eventi e uscite. Lei sempre restia ad aprirsi, barricata nelle sue insicurezze, schermata dalle sue difese; amava sentirsi protetta dal suo usbergo. Presto tutto finì nel nulla, in un mare di incomprensioni e paure, di cui Eleonora non capiva la ragione. Di lui seppe che aveva incontrato alcune difficoltà economiche e che aveva cambiato tanti lavori. Poi ne perse le tracce. Le rimase, di quella vicenda, che con il senno di poi avrebbe potuto definire romantica ma poco sentimentale, una sorta di insicura convinzione di essere in sostanza una persona debole; smentiva e affermava a giorni alterni questa strana sensazione, senza riuscire mai a realizzare di se stessa un ritratto esauriente, persuasivo, senza riuscire più a trovare un punto fermo a cui sostenersi per provare a ripartire e a ridarsi lo slancio. “Da una famiglia di gladiatori non può che nascere un gladiatore.” Fu una sentenza emessa da un conoscente, di cui non sapeva neanche il nome, al funerale dei genitori e del fratello. Come si era permesso? Cosa poteva sapere di lei uno che viveva a più di trecento chilometri di distanza? Però, a ben pensarci, che i genitori fossero stati dei gladiatori era vero. E anche suo fratello, rimasto più a lungo in casa loro, aveva dato tantissimo per la mamma, che con gli anni aveva iniziato ad accusare problemi di cuore, che si erano fatti sempre più seri e avevano richiesto cure veramente impegnative. Anche il babbo era stato sempre molto vicino alla mamma, non facendole mancare nulla di cui avesse bisogno, rinunciando veramente a tutto per lei. Sì, quelli erano veramente gladiatori. Meritavano la definizione. Ed Eleonora? Lei se n’era andata. Si può definire gladiatore chi abbandona chi ha bisogno? Si può definire gladiatore chi lascia finire una relazione in cui l’altro aveva fatto di tutto per darle quella felicità che lui aveva capito che esisteva in lei, che andava solo liberata da quella maledetta armatura che soltanto lei, con le sue stesse mani, si era costruita addosso? Quel senso di colpa fu un’altra stoccata, subita con il massimo della vergogna, senza opporre resistenza. E quello faceva male per davvero. Andava e tornava. Colpiva a tradimento. Toglieva il sonno. Impediva il riposo. Trasformava ogni attimo di quiete in tortura. Il dentista disse che aveva finito. Eleonora riaprì gli occhi. Fissò il prossimo appuntamento, senza dire niente, senza manifestare un sentimento, passando come un automa dalla poltrona alla sedia normale per ritirare prescrizione e referto e per pagare. “Tutto bene, signora?” “Sì, sì. Tutto bene.” Anche se era signorina.

Era invece al cinema con una delle sue poche amiche, quando, a occhi chiusi, disinteressata totalmente a quanto veniva proiettato sul grande schermo, su un altro schermo, partì un altro film. Non c’era bisogno di effetti speciali per quello che era iniziato nella sua anima: era il film di un amico, uno come tanti, che aveva conosciuto al mare ad una festa di compleanno con aperitivo sulla sabbia a lume di candela. Quella sera subì il colpo che per la sua anima sarebbe stato davvero devastante; il suo cuore fu trapassato dalla freccia forse più cattiva, proprio perché, alla fine della storia, si sarebbe rivelata solo ammaliante, un fascino superficiale senza sostanza. Ma c’era una riflessione da fare. Il suo carattere dalle sembianze poco affabili e ancor meno socievoli, lo schermo di difese che la faceva apparire fredda e impenetrabile, l’inflessibile severità nell’esercizio del lavoro, il senso del dovere che non accettava mai deroghe, tutto quello che si era costruita addosso con il passare degli anni e che serviva unicamente a celare tutte le sue insicurezze contrastavano, invece, con una bellezza di quelle che nessuno avrebbe mai potuto negare. Insomma, non era il genere di donna di cui si potesse dire che è ‘un tipo’, oppure che ‘ha sicuramente un bel personale’. Di lei si poteva dire senza esitazione che era bella. E basta. Senza ulteriori avverbi o aggettivi, senza quelle perifrasi in un senso o nell’altro, in cui spesso si finisce invischiati e imbarazzati, quando si vuole affermare una bellezza come doveroso complimento ma con poca convinzione. Lei era bella. Senza se e senza ma. E in spiaggia in costume faceva veramente la sua figura. Forse proprio per questo ci andava raramente. Quella bellezza metteva in discussione quel quadro di se stessa che stava prendendo piano piano forma, una forma non bella. Quel quadro, tuttavia, contrastava con una realtà quotidiana che con la bellezza aveva assai poco da spartire. Quell’amico, che conosceva di vista e anche di nome, che aveva incontrato già a qualcuna delle rare feste cui partecipava, le si avvicinò al momento dell’aperitivo organizzato in spiaggia, con i teli romanticamente stesi sulla sabbia. Fu proprio quando il vento le alzò un lembo del copricostume con lungo spacco, denudandole una gamba, che lui le disse che era bella. Non disse altro che “Caspita, quanto sei bella!” Scena da romanzo rosa. Per un attimo le difese caddero, gli schermi si abbassarono, i muri crollarono. Sorrise e solo la luce bassa dell’imbrunire mascherò il suo arrossire. Stettero insieme due anni. Fecero viaggi e vacanze. Lui si era arricchito e lo aveva fatto sicuramente con il duro impegno nel lavoro. Dirigeva un’agenzia di assicurazioni, lavorava veramente tanto e guadagnava quanto dovuto da tanto lavoro. Ma Eleonora non avrebbe mai sospettato che proprio quel luogo di lavoro che le consentiva quella gioia, quei viaggi, quelle vacanze e quel nuovo stile di vita sarebbe invece stato la causa della fine della sua relazione, un altro colpo alla sua vita. Lo seppe da una collega, a scuola, durante l’intervallo: lui era stato visto in intimità con una sua impiegata, un’intimità per lei inequivocabile. La collega non era una pettegola. Al contrario. Fu molto discreta a dirglielo e fece capire di averlo fatto per il suo bene, perché si rendesse conto che quella persona che lei aveva adorato non meritava più la definizione di uomo dei sogni con cui lei ingenuamente lo descriveva a tutti. Eleonora e lui erano insieme in una sala cinematografica, proprio accanto a quella in cui si trovava adesso con l’amica, quando, alla fine del film, lui fece il gesto di prenderla a braccetto, ma lei si staccò bruscamente, si allontanò un po’, si mise a distanza e gli disse a voce bassa, senza guardarlo negli occhi: “So che c’è un’altra. Qui per me finisce tutto.” Non ci fu uno schiaffo. Non ci fu nulla di plateale. Non ci fu reazione. Finì tutto con la stessa rapidità con cui era iniziato. Lui uscì dalla porta di sinistra, lei da quella di destra. Ma Eleonora ebbe da quella vicenda un altro colpo, questa volta non per colpa sua, una sberla le cui conseguenze solo poco dopo avrebbe capito: avevano ultimamente fatto sesso senza precauzioni e lei sapeva di essere nei giorni giusti, il test di gravidanza fu positivo. Voleva abortire. Non ne ebbe il coraggio. Non lo disse nemmeno a lui. Riuscì a non far apparire il nome del padre. Non erano certamente i retaggi della sua educazione a non darle quel coraggio. Era lei che, di fronte alle grandi opzioni della vita, aveva sempre evitato, rimandato, eluso la scelta. Ma quello che non fece lei, fece il destino. Quel bambino, testimone di un amore finito nel modo peggiore, nelle melme del tradimento, prova vivente di una delusione che aveva ferito l’anima in modo terribile, tenuto in grembo nove mesi senza sapere perché, non sopravvisse che pochi giorni al parto per una serie di gravi complicanze respiratorie e questo gli risparmiò sicuramente tante domande imbarazzanti sulla sua nascita. Il film era finito. La sala si era svuotata. L’accendersi delle luci aveva piano piano rivelato due occhi lucidi e una lacrima. Tutti gli spettatori erano usciti. Accanto a lei c’era soltanto l’amica che le mise una mano sul suo braccio e le disse: “Ely, hai bisogno di qualcuno che ti aiuti. Non puoi farcela da sola.” No. Lei non avrebbe chiesto aiuto a nessuno. Lasciò il consiglio non richiesto senza ringraziamento. Seguì per forza d’inerzia l’amica verso l’uscita delle sala, dicendo una delle tante menzogne che costituivano da sempre lo schermo protettivo di quel fortino segreto che era diventato la sua vita: “Bello quel film.” Penetrare in quel fortino da quel momento sarebbe stato praticamente impossibile con le armi di cui la natura umana dispone in questi casi: amicizia, cene in allegria, uscite al cinema, pomeriggi al mare in estate. Nulla sarebbe più contato. Eleonora cambiò, diventando ancora più riservata e ancor meno comunicativa di prima. Il fortino diventò inespugnabile per chiunque.

Gli anni si aggiungevano l’uno all’altro. Quel fiore che era il suo corpo sembrava non appassire mai. La sua bellezza rimaneva intatta. La sua anima continuava a farsi domande senza avere risposte. Era l’ora di ricevimento settimanale. Tanti anni erano passati da quell’ultima delusione sentimentale, senza che avesse mai più osato aprire il proprio cuore per nessuno, rinchiusa in una dedizione al lavoro che era ormai una vita di trincea. Stava leggendo un libro nell’attesa dei genitori, quando si presentò una mamma, mai vista prima. La signora arrivò nel suo angolo di ricevimento con passo lento e quasi guardingo. Eleonora la invitò a sedersi su una delle due sedie dall’altra parte della cattedra. La donna, che Eleonora proprio non conosceva, si presentò: “Sono la mamma di Giusy Regatzu. Mio marito sta arrivando. Non trova parcheggio. Mi ha lasciata qui. Preferisco che ci sia anche lui prima di iniziare a parlare.” La signora teneva gli occhi bassi e le mani nervosamente afferravano e rilasciavano la borsa. Eleonora sapeva solo che Giusy Regatzu, una ragazzina di terza molto brava, ma dal carattere riservato, era figlia unica. Da una settimana era a casa. I compagni di classe avevano detto che aveva l’influenza. Nessun docente aveva indagato. Era dicembre e quelle assenze in inverno non destano certamente scalpore. Oltretutto Giusy non era una ragazza che facesse assenze strategiche. I genitori in tre anni non si erano mai visti. Eleonora non si era meravigliata della cosa. Da quando esistono i registri elettronici e le famiglie possono sapere tutto dei figli, voti, note, assenze e comunicazioni varie, capita spesso che i genitori non si vedano a scuola, soprattutto se i ragazzi non hanno problemi di profitto. Non è frequente, ma può succedere. La signora restò in attesa in quel silenzio carico di nervosismo che cresceva di minuto in minuto. Eleonora provò a parlare di altro, ma la donna non rispondeva. Strana situazione. La tensione che la mamma non tratteneva si trasmise. Eleonora capì subito che quel colloquio sarebbe stato molto particolare, diverso dai soliti. Finalmente arrivò il babbo. Era in sedia a rotelle e si muoveva da solo, senza bisogno di aiuto. La moglie spostò la seconda sedia inutile in modo che il marito potesse avvicinarsi alla cattedra. I due si guardarono e da quell’occhiata arrivò al padre il consenso della madre di parlare. L’uomo accostò la sua sedia a rotelle alla cattedra, trasse un profondo respiro, incontrò per un attimo lo sguardo della moglie, poi quello di Eleonora; poi iniziò a parlare con il tono sicuro di chi aveva meditato a lungo quelle parole, senza nessuna tensione, senza il nervosismo che la moglie avrebbe sicuramente manifestato: “Professoressa, siamo i genitori di Giusy Regatzu, che è ricoverata in ospedale. Da giorni lamentava dolori al bacino e alle gambe. E siccome la patologia di cui soffro, una forma di paraplegia spastica, ha una percentuale di familiarità piuttosto elevata, ci siamo allarmati. Ebbene ieri abbiamo avuto la conferma: Giusy diventerà come me. Per mia moglie è stato un trauma. Capisce che a me spetta il tentativo di tenere in piedi una situazione che di ora in ora si fa sempre più complessa. Giusy è una ragazzina matura e sensibile. E questo può essere un bene e un male allo stesso tempo in questi casi. Non è detto che perda totalmente il controllo delle gambe; potrebbe riuscire a camminare ancora per un po’ con degli ausili, con le stampelle. Non si sa. Per il momento abbiamo la prima diagnosi. Ci fidiamo. Domani sarà visitata da un esperto che è stato fatto venire apposta per studiare il caso. Credo che Giusy per un lungo periodo non potrà seguire le lezioni. Oltre al problema fisico, abbiamo il contraccolpo psicologico da affrontare, nonostante, lo ripeto, la ragazza si stia dimostrando forte.” Eleonora ascoltò senza dire nulla. Intervenne la mamma: “Un colpo che non ci voleva per la nostra famiglia. Noi due ci siamo conosciuti ad una festa in spiaggia e il fatto che lui fosse in carrozzina non ha mai costituito un problema. Abbiamo avuto Giusy, consapevoli che avrebbe potuto sviluppare la malattia, che è ereditaria. Siamo arrivati fino a questo punto quasi convinti che ce l’avesse fatta. E invece siamo qua ad affrontare il problema proprio nel momento più difficile, l’adolescenza. Giusy ha un ragazzo, che ha due anni più di lei, e teme di perderlo. La ragazza ha reagito nel modo peggiore: è precipitata in una crisi più per questo che per la malattia … una crisi che a noi sembra davvero brutta, professoressa.” La mamma si era commossa e dovette interrompere di parlare. Eleonora le sorrise senza parlare nemmeno lei. Quante parole stupide e inutili aveva dovuto sentire dopo la perdita dei suoi genitori e del fratello! Fu il marito a riprendere la parola: “Credevo che la mia esperienza fosse sufficiente per aiutare Giusy. Ma siamo qui tutti e due perché la ragazza ci ha detto di venire da lei. Le vuole parlare. Crediamo che Giusy veda in lei qualcuno di importante per la sua vita. Ha molta stima in lei. Noi siamo venuti qui con un obiettivo ben preciso, non solo per il dovere di informarla; siamo qui per chiederle di venire con noi a visitarla in ospedale.” Eleonora trovò alcune parole per rispondere, nel difficile intento di non essere né banale, né scontata: “Lo farò sicuramente. Ora posso solo pronunciare delle parole, che forse non significano niente per voi. Ma quello che mi sento di dire è solo questo: la vita mette sempre alla prova. Bisogna sempre essere pronti. Già per noi adulti non è sempre facile. Per una ragazza di sedici anni lo è sicuramente ancora di più. E conoscendo un po’ Giusy, penso di potermi sbilanciare nel dire che il fatto che sia una ragazza intelligente e sensibile farà sì che capirà presto cosa la aspetta. Quello che nessuno di noi potrà mai prevedere, né voi che siete i suoi genitori, né noi che la conosciamo fuori delle mura di casa, è quale sarà la sua reazione nella lunga durata.” Eleonora aveva pronunciato quelle ultime parole con lentezza e con un tono molto particolare, che per i genitori di Giusy aveva avuto un sapore a metà strada tra la malinconia e il rimprovero a se stessa. E a loro non sfuggì. Eleonora andò a visitare quel giorno stesso la ragazza in ospedale; la trovò irriconoscibile rispetto a quella che vedeva sui banchi di scuola. Non trovava le parole. Aveva paura di apparire commossa. Giusy la ringraziò. La ragazza aveva pianto al suo ingresso in camera e questo non aveva semplificato le cose ad Eleonora. Solo quando i suoi genitori uscirono e le lasciarono sole, la ragazza disse: “Ho deciso, professoressa. Io vorrei fare medicina e combattere fino all’ultimo sangue perché queste cose non succedano più.” Eleonora le prese una mano e le disse: “Nulla ti impedirà di farlo. E accanto a te ci saranno tante persone che crederanno nel valore delle tue scelte.” Doveva dirlo. Non era forse scontata come riflessione? Lei sapeva che era vero quello che aveva detto. Quelle che ad Eleonora sembrarono parole di circostanza furono invece importanti per Giusy. La ragazza non tornò a scuola per quell’anno. Ebbe un programma di istruzione prima ospedaliera e poi a domicilio. La malattia la colpì nello stesso modo in cui aveva colpito il babbo. I medici le consigliarono di evitare la sedia a rotelle e di usare più che poteva le stampelle. Come aveva fatto il babbo, rinunciò a inutili illusioni e cedette subito alla sedia a rotelle, cui era destinata per la vita; e su quella tornò a scuola, festeggiata da tutti in un clima quasi euforico, tanta era l’ansia che si era accumulata nei compagni per quel momento. Ma Eleonora era l’unica che vedeva oltre quella facciata di sorrisi, di feste, di complimenti; era l’unica che sapeva bene che dietro l’angolo c’era sempre nella vita un’insidia. Lo teneva per sé. Ma nei suoi atti, nel suo modo di lavorare, nelle sue sempre più malcelate insicurezze questo aspetto del suo carattere traspariva in un modo che studenti che la vita aveva reso più sensibili, come appunto Giusy, non mancavano di notare. L’episodio importante capitò due anni dopo, prima dell’esame di stato, uno degli ultimi giorni di scuola. Eleonora, che aveva l’ultima ora proprio nella classe di Giusy, aveva deciso di fermarsi in classe. Non si era sentita bene. Aveva accumulato tante cose da aggiornare nel registro, il che non era tipico del suo comportamento sul lavoro, fino a poco tempo prima diligente e scrupoloso. Aveva dormito poco. A tutti era evidente, anche ai suoi studenti, che la sua solitudine iniziava a pesare nella vita con il passare degli anni. Giusy fu l’ultima ad uscire con la sua carrozzina dall’aula e a salutarla. Perché era uscita per ultima? Non lo faceva quasi mai. Spingeva la carrozzina lentamente e non aveva seguito i compagni. Stava succedendo qualcosa. Eleonora era attenta a quei particolari. Dopo un po’ la ragazza ritornò indietro e vide la professoressa con un fazzoletto in mano. “Non si sente bene? Vuole che chiami qualcuno?”. “No, Giusy. Pensavo … Beh, pensavo a te.” “A me?” “Sì. I tuoi genitori mi hanno mandato un messaggio, dicendomi che vogliono che sia io a darti questa comunicazione.” “Ci sono dei problemi per il mio esame? Devo fare prove speciali?” “No. No. Chi ne ha mai parlato? Tu farai lo stesso esame di tutti. Non si tratta dell’esame. Si tratta di qualcosa che ti farà molto piacere.” “Mi hanno preso a medicina!” “Sì, Giusy. Ti hanno preso proprio dove volevi andare tu. Proprio nella facoltà di Milano dove c’è il centro di studio sulle malattie genetiche come la tua.” “Sono felicissima. Sono al massimo della felicità. Ma perché lei piange?” “Non lo so. Ogni tanto piango, ma non so perché. Ti ho mandato per messaggio la comunicazione, che vedrai sul tuo profilo.” Giusy superò con il massimo dei voti l’esame di stato. E, quando anni dopo si laureò sempre con il massimo dei voti, si trasferì altrove per la specializzazione. Ma un giorno, sette anni dopo quel colloquio in aula, che era stato un colloquio triste ma dai contenuti tutt’altro che tali, tornò a trovarla a casa sua. Giusy scoprì una persona diversa, un’insegnante non solo visibilmente invecchiata, ma anche stanca e sempre più sola, una persona che la vita aveva solo deluso, che dalle persone aveva avuto solo amarezza, disinganni e frustrazioni. Insomma, una persona che alle botte nei denti che la vita dà a tutti non aveva reagito, aveva solo incassato colpi, senza mai restituirne. Si presentò a casa sua con un ragazzo, il suo ragazzo, che spingeva la sua carrozzina. Glielo presentò come un suo compagno di corso. Le disse che facevano già ricerca in collaborazione, che vivevano insieme e che, appena possibile, si sarebbero sposati. Giusy non poteva non notare il cambiamento nella sua ex insegnante di latino e greco. Parlò a lungo di se stessa, dei ricordi dei cinque anni di scuola, di quel terzo anno che le cambiò la vita. Ma lo fece senza un accenno di malinconia, senza il minimo tono di malumore o tristezza. Si congedò con una frase che rimase scolpita in Eleonora: “Mi ricordo bene, professoressa. Lei mi disse che nella vita dietro l’angolo c’è sempre un’insidia e che bisogna sempre essere pronti. Sappiamo tutte e due cosa vuol dire. Ma le assicuro che non ci sono solo insidie dietro quell’angolo. Noi non possiamo vedere cosa c’è. Ma, mi creda, ci può essere anche tanta bellezza. Glielo assicuro, prof, ce n’è tanta. Basta volerla vedere. Io l’ho vista.” Pronunciò quella frase all’improvviso, cambiando discorso, mentre stavano rievocando episodi di vita scolastica. Eleonora aveva capito che Giusy su quella frase doveva aver lavorato tanto in tutti quegli anni. Ebbene: quella frase, scagliata con la sicurezza che un arciere sa di dover imprimere al suo tiro, colpì il bersaglio in pieno.

Quelle parole ebbero il potere di rigenerare qualcosa che era rimasto come assopito in quegli anni blandamente lasciati passare. Lei che aveva temuto solo insidie dietro l’angolo, ora cercava di convincersi che ci potesse essere anche qualcosa di diverso, forse intrigante, chissà, anche interessante. Riprese a frequentare vecchie amicizie. Decise di fare quello che da una vita sognava: mettersi a scrivere. Pubblicò in quegli ultimi anni di servizio anche dei libri di narrativa, dei romanzi brevi che prendevano sempre spunto dalla sua esperienza di lavoro a contatto con i giovani, libri che furono anche apprezzati dalla critica. Fu così che entrò anche nei social network con quell’atteggiamento e quell’aspettativa che ha la maggior parte delle persone della sua età: ritrovare vecchi compagni di scuola, vecchie amicizie, vecchie conoscenze. Non diventò certo una dipendenza la sua. Era quello che temeva. Le piacque iniziare a chattare con vecchie conoscenze. La sua vita si riaprì, quando a queste ultime si iniziarono ad aggiungere gli ex alunni. Tanti la ricordavano come una brava insegnante. Tanti le fecero saluti pieni di belle parole. E tra questi non mancò Giusy Regatzu che aveva una gran bella foto del profilo, una di quelle che, come dicevano i suoi studenti, ‘spakkavano’: era insieme al suo ragazzo che spingeva la sua carrozzina sul bagnasciuga di una spiaggia, tenendo il mano il filo un grande aquilone. Che coincidenza! Proprio a Giusy era ispirato l’ultimo romanzo che aveva pubblicato e con il quale, su esortazione di vari amici e colleghi e di alcuni suoi lettori, aveva deciso di partecipare a un concorso nazionale; lo aveva fatto senza convinzione, come gran parte dei gesti della sua vita, per mettere amiche, colleghe e conoscenti sostanzialmente a tacere, per dar loro una soddisfazione, convinta che nessuno avrebbe nemmeno aperto quel file allegato alla mail con cui aveva inoltrato la richiesta di partecipazione.

Eleonora era a casa in malattia, oltre che in vacanza. Mali stagionali. Proprio nelle vacanze di Natale! Con il passare delle stagioni sembrava che il suo corpo non si fosse affatto indebolito e quella percezione di compiuta maturità nella bellezza evitava a molti di farle domande sul resto a cui non avrebbe saputo rispondere; la sua vista era calata e un giorno l’oculista le aveva prescritto quegli occhiali, con cui ora riusciva a celare meglio alcuni sentimenti che le espressioni del viso spesso non riuscivano a dissimulare. I capelli si erano preziosamente inargentati. Dall’acero del parco condominiale cadevano le ultime tenaci foglie. A letto con l’influenza, aveva deciso di passare il tempo leggendo, scrivendo, ma anche stando sui social, su cui le notifiche di richieste di amicizia stavano aumentando, segno del fatto che era vero quello che le disse Giusy, cioè che per la vita non era mai tardi dischiudersi al bello e riassaporare quei sentimenti del rapporto con gli altri che lei aveva chiuso con un grosso lucchetto ormai da tanti anni. Ebbe in quei giorni di vacanza, poco prima di Natale, una richiesta di amicizia da un certo Enrico. Si era appena svegliata. Era ancora a letto. Era lui? Era quell’Enrico? Non c’era la sua foto come immagine del profilo, ma un paesaggio di campagna. Quando si arriva a una certa età tanti evitano foto personali. Andò allora nel profilo, come era solita comportarsi prima di concedere l’amicizia. E vide alcune foto in cui era presente proprio lui. Ed ebbe la conferma. Erano foto di anni diversi. L’avvicendarsi delle stagioni aveva lasciato il segno anche su di lui. Ma sì, era proprio lui, era quell’Enrico. Esitò. Riguardò ancora le foto. Ritornò sulla pagina di accettazione dell’amicizia. Esitò ancora. Chiuse il telefonino. Chiuse gli occhi. Sospirò più volte. Il cuore sembrava volerle salire in gola. Un accenno di ansia non poteva mancare. Era normale. Inspirò ed espirò. Poi riaccese il cellulare. Senza esitazione accettò l’amicizia e all’istante arrivò un messaggio in chat: “Ciao, Ely. Come stai? Tu non lo sai. Sicuramente non te ne sei accorta. Ma da un po’ di tempo passo da casa tua tutti i giorni. Ci passo quando tu sei al lavoro. Ma ci passo tutti i giorni. E mi farebbe molto piacere rivederti. Sai, passo proprio tutti i giorni da casa tua.” Non rispose per diversi giorni. Si chiese cosa significasse quel passare tutti i giorni così tanto ripetuto nel messaggio. Quel 30 dicembre dopo giorni di febbre era il primo in cui stava un po’ meglio. C’era sempre quel messaggio che era rimasto senza risposta. Fare centro con le parole giuste: quante volte aveva incontrato difficoltà nel trovarle! A voce era difficilissimo. Ma per iscritto si sentiva più a suo agio. Anche per questo scriveva. “Ciao, Enrico. Che bello rivederti! Sto bene. E tu?” Il messaggio fu inviato alle nove e trenta. Quando la medicina fece i suoi effetti e le ebbe fatto passare il mal di testa, decise di scendere a prendere la posta. E trovò una busta con l’intestazione di quel concorso a cui aveva partecipato per scherzo. Non poteva essere che uno scherzo. Oppure non era uno scherzo, ma una comunicazione della giuria del concorso; pensò sulle prime ad un ‘mi dispiace, riprova e sarai più fortunata’. L’aprì. E allora veramente non credette ai suoi occhi. Non ci credette perché nella vita non ci aveva mai creduto, perché era vissuta sempre chiusa in una corazza, era diventava sempre più algida dietro ad uno schermo sempre più impenetrabile. E invece … Le parole di Giusy e lo spirito fiducia nel tempo. E anche la favola di Esopo della canna e dell’ulivo. Primo premio. Seguiva la motivazione: era lunga e si parlava di “profondità delle riflessioni sul delicato tema della malattia”, di “capacità di proporre con la vicenda della protagonista una visione e un modello sicuramente non convenzionali della vita”, di “sentimenti forti ma sempre contenuti dalla dolcezza dello stile in cui sono espressi”, di “originalità della struttura compositiva e dello stile espressivo, non privo di ironia”. La frase di Giusy era sempre rimasta scolpita, benché inascoltata per tanti anni. La ragazza aveva avuto ragione: non ci sono solo insidie dietro l’angolo.

Fu allora che nella sua mente all’improvviso scattò un meccanismo. Le sembrò che si fosse illuminato un filo, come quelli delle luminarie che di sera rallegrano quella strada di periferia. Pensò a quell’aquilone e di nuovo a Giusy. Pensò a quella foto di profilo della ragazza. Aveva con sé il cellulare. Chiamò all’ufficio postale. Voleva sapere chi si occupava dei portalettere. Le rispose una voce sbiadita, un po’ assonnata e senza dubbio antipatica, la voce comunque di chi stava masticando qualcosa: “Cosa vuole sapere? Non ho capito; si spieghi meglio, per favore … Ah, adesso ho capito … Non ricordo esattamente. So che è nuovo, ma non è giovane. Anzi. Non è nemmeno nuovo. Va e viene. Non so se potrei darle questa informazione sul nostro personale. Posso dirle che gli abbiamo dato quella zona perché l’ha chiesta lui. Voleva assolutamente quella zona. Per noi una vale l’altra. Credo si chiami … aspetti, ecco qua: Federico. No, forse non Federico. Aspetti. Forse Enrico … Boh … Aspetti che controllo … Sì, le confermo: il portalettere della sua zona si chiama Enrico Bordin. Ha bisogno di qualcosa in particolare, signora? Ha combinato qualcosa il portalettere? Le ha perso della posta?” “No. No. Niente. Era solo una mia curiosità. Nessun problema. Grazie mille.” “Niente, si figuri. Allora non mi resta che augurarle di passare una felice fine d’anno, signora.” Eleonora aprì la porta. Si affacciò sulla strada. Da una via laterale vide la bicicletta gialla. Il portalettere variopinto, vestito di giallo, sulla bicicletta gialla, con il buffo passamontagna nero e i guantoni bianchi da sci era appena apparso da dietro l’angolo e stava tornando indietro. Stava venendo nella sua direzione. Eleonora pensò per un attimo, finalmente, a quello che di bello la sua vita aveva avuto: pensò a Giusy, al romanzo, al premio. E poi ebbe un ultimo pensiero. Banale. Come tutto. Aveva sempre considerato tutto banale, senza andare oltre, per paura di quello che sotto quella banalità poteva celarsi. Ebbene. Quello che aveva aspettato da una vita era lì. Un banale, goffo, impacciato portalettere con un passamontagna nero e un paio di guanti da sci, che lo rendevano un po’ buffo. No, buffo era parola banale. Ma era tutto giallo nella nebbia grigia: quello forse non era banale, come non lo era la favola che le raccontò anni prima e neppure la foglia d’acero che era uscita dalla sua borsa. E pensare che era proprio lì. Dietro l’angolo.

Le peste sulla neve non andrebbero mai cancellate

Se vi dovesse capitare di vedermi sorridere “sotto i baffi” (che non ho), come dicono alcuni miei amici e colleghi, quando sento qualcuno parlare di montagna e dire che ne è un appassionato, perché ci va in inverno a sciare o in estate a fare passeggiate, escursioni o scalate, non pensate che lo faccia per snobismo intellettualistico; la stessa cosa vale per quando vi dico che dovreste prima leggere qualche opera di Mario Rigoni Stern, soprattutto i racconti. Se mi comporto così è perché non trovo parole per dire che quella persona, che sceglie l’albergo su internet, è lontana anni luce dalla ‘passione’ per la montagna. Dovrebbe dire che le piace sciare nelle vacanze natalizie o nelle settimane bianche (sostituite ormai dai fine settimana di un turismo usa e getta, più economico ma anche più dannoso per un ambiente che diventa fragile solo se vissuto senza rispetto), che le piace fare escursioni e passeggiate nelle vacanze estive (ridotte anch’esse a pochi giorni di strade intasate, non pensate per reggere un traffico di tale entità). Passione, per me, è ben altro. Una caduta in bici in discesa non mi ha fatto odiare la montagna; al contrario: mi ha indotto ad amarla ancora di più. Perché? Esiste una risposta? Non lo so e non pretendo di averla. Una cosa potrei aggiungere come una specie di prologo a quanto poi vi dirò. Ho sempre pensato che avere un cinquanta per cento del mio sangue con il sapore terragno della bassa ravennate e l’altro cinquanta per cento con quello montano del versante fiorentino dello stesso Appennino, su cui da tempo scorrazzo in bici da corsa o sul rampichino, abbia lasciato delle tracce, sin dagli anni della mia formazione, che con quella stessa Toscana hanno un importante debito, in tutti i sensi. Se a queste persone dico di leggere le opere di Mario Rigoni Stern “e poi ne riparliamo”, vi assicuro che non è certamente per snobismo intellettualistico. Credetemi. Fidatevi di quel che vi dico. Ho conosciuto di persona lo scrittore e chi qualcosa sa di lui non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

Ecco perché rileggere tutto d’un fiato le due raccolte di racconti Il bosco degli urogalli (1962) e Uomini, boschi e api (1980) e scoprire Aspettando l’alba (2004) non serve solo per apprezzare uno stile del narrare decisamente particolare nella sua disarmante semplicità; non serve neppure soltanto per chiedersi se l’autore davvero pensava in italiano e non in cimbro quando scriveva. Riterrei piuttosto che sia utile soprattutto per colmare una lacuna, su cui la scuola ha sicuramente una sua responsabilità: Rigoni Stern non è soltanto l’alpino cantore della ritirata dalla Russia, della guerra in Albania e Grecia, dell’umanità sconvolta da quella stessa guerra. Questi racconti rappresentano nel modo più immediato (perché autenticamente vissuto) l’amore infinito per una terra che ha sofferto, per montagne due volte insanguinate, per una natura che – lo dichiara testualmente – solo un cacciatore esperto sa amare e rispettare. Apprezzo Rigoni Stern molto di più quando manifesta il suo amore per questo paesaggio, che quando soffre per quanto patito in guerra. Ammiro di queste pagine il momento in cui il narratore raffigura come protagonista un capriolo che, inseguito da un’auto su una strada appena pulita dallo sgombraneve, non riesce a saltare nel bosco perché i cumuli di neve sui lati sono troppo alti per lui e rischia di essere investito; quando primadonna è una lepre; quando si commuove per il suo cane che accoglie nel caldo della sua cuccia altri animali e li protegge dal gelo dell’altopiano; quando vive il rapporto con il suo cane come quello con un compagno di vita; quando il simbolo di una vita diventa la pietra muschiata fatta rotolare sulla fossa del cane che lo lascia dopo anni di onorata compagnia; quando una giornata di “buiofuori”, blackout, ossia di mancanza di corrente che l’interruttore generale non potrà ridare alla casa, fa riflettere più di tante altre cose sul significato del progredire, e non solo facendo riscoprire candele e stufe a legna; quando le pale del Bassano diventano le vere animatrici di una lettera in cui si rivive del pittore veneto del XVI secolo il rapporto stretto con quell’altopiano da cui veniva la sua famiglia, con le montagne, con i paesaggi, con i boschi e le api che non cambiano allo stesso ritmo che la tecnologia ha imposto alla vita umana; quando, alla fine di tutto questo, ci si convince che leggere i racconti di Rigoni Stern non è assolutamente la ricerca di uno sterile compianto nostalgico per qualcosa di finito, come purtroppo tanti vorrebbero. Al contrario: è il monito a ricordarsi che quello che noi giudichiamo finito è quanto mai vivo in noi, e lo sarà finché quel paesaggio, quei monti e quelle cavedagne, quei boschi e quelle api, quelle lepri e quei caprioli, quei cani da caccia e quelle cince dal ciuffo saranno lì a rammentarcelo. Si tratta di un altro Rigoni Stern, non tanto diverso ma complementare rispetto a quello della guerra e degli uomini sofferenti, che la scuola fa conoscere agli studenti e che per questo è decisamente più noto. Ma il lettore appassionato non sarà mai deluso. Adesso avete capito cosa significa quando dico “prima di dire che amate la montagna, leggete Mario Rigoni Stern” e non solo quello delle memorie militari; e allora capirete come mai da quell’altopiano non si sia mai spostato, neanche quando agli ambientalisti che lo vollero proporre come senatore a vita disse che non avrebbe mai lasciato le sue montagne “per uno scranno in parlamento”, anche quando, ormai distrutto dal male, chiese di essere riportato per l’ultima volta lassù dove sempre era vissuto. Mia mamma mi ricorda che suo babbo, mio nonno, diceva spesso “Le peste sulla neve non andrebbero mai cancellate.” Credo che sia proprio vero. E quando dico ai miei studenti che tra lettura e lezione non dovrebbe mai esistere un solco, sono consapevole del fatto che dico qualcosa di fondato. Fondato, perché scolpito in una traccia che dentro di noi resterà indelebile, che la forza del sole non scioglierà mai.

Maestri

Mettere sulla scena unicamente personaggi senza identità, eternamente smarriti, privi di riferimenti e di certezze, sempre alla deriva. Rappresentare il mondo come fatto solo di abiezioni e deiezioni, solo di negatività. Dissacrare tutto, in particolare ciò che fonda da secoli il nostro vivere insieme e lo ha tutelato e garantito. Vedere su ogni volto sereno e in ogni azione volta al bene sempre e solo ipocrisia. Negare ogni valore a tutto quanto ci ha portato fin qui dopo secoli di lotte, di studi, di quello che noi chiamiamo progresso, pur con tutti i distinguo. E soprattutto rifiutare sistematicamente di ammettere che questo ha un nome e si chiama tradizione, nel senso letterale di scelta di valori tramandati e da tramandare, fuori da ogni pretesa di schieramento. Utilizzare come simboli del processo di cambiamento dell’umanità soltanto le varie forme che assume ciò che sta sotto e mai ciò che sta sopra, ciò che si trova al margine a mai ciò che sta al centro. Negare sempre con sistematicità ogni anelito, ogni sogno, ogni emozione. Frustrare ogni tentativo di elevazione. Ridurre tutto a un pragmatismo privo di ogni valore profondo, privo di quella base culturale che ha dato un fondamento al nostro progredire, al nostro crescere, al miglioramento della qualità della nostra vita, al benessere di ogni genere. Individuare solo ostilità in ciò che ci attornia e non riuscire a comprendere più l’energia dell’amicizia e dell’amore, intesi nel senso più spirituale che si possa loro attribuire. Insegnare a cogliere soltanto l’effimero dell’atto crudo e materico e non a pensare che la bellezza più ammaliante si attua con il tempo lento e lungo e quasi mai in uno spazio circoscritto e definito, assaporando il significato della fatica e della sacrificio di una salita, di una conquista, di una vetta e non pretendendo di avere solo strade in discesa che portano solo nella melma e negli abissi più bui. In una parola saper distruggere soltanto e non essere più invogliati a creare e non invogliare più gli altri a farlo.

Ecco, questo riescono fare quelli che oggi sono chiamati maestri di pensiero, o per lo meno quelli che occupano più spazio nella comunicazione. Abbiate pazienza, ma mi dissocio da chi si rassegna alla liquefazione dell’umanità, alla crocifissione dei contenuti in nome della divinizzazione della forma, alla riduzione della comunicazione e della condivisione delle idee a fotogrammi istantanei, all’identificazione del fine di questa stessa comunicazione nell’emotività istintiva. Non sono i miei maestri. Quali sono? Potrei dire che sono quelli che ancora guardano in alto e non in basso; quelli che al tramare nell’ombra e nel fetido marciume che ristagna in basso preferiscono il sognare nella piena luce della vetta di una montagna; quelli per i quali la bellezza non è una prova costume, un profilo social, un bell’apparire, ma un valore serio e gravido di esperienza, costruito su autorità e modelli scelti con criterio per dare un senso profondo all’essere e non una forma tangibile all’apparire. Ma chi mi conosce sa che non sarei né abbastanza chiaro, né tanto meno esaustivo, se dicessi soltanto questo. Sarei soltanto un pedante brontolone o uno sterile nostalgico del buon tempo che fu. Sì, perché i veri maestri per me sono soprattutto quelli che sanno emozionarsi con la naturalezza di un bambino al volo di un aquilone.

© 2018. Stefano Tramonti

Blog su WordPress.com.

Su ↑