Tre quarti d’ora di lettura per apprezzare il racconto Scusate tutti di Marco Missiroli (Parma, Guanda 2014). Una storia di oggi, un frammento della crisi occupazionale, finanziaria, economica, culturale e umana che sta travolgendo quel nord Italia che aveva realizzato soltanto pochi decenni fa uno dei miracoli più belli: ridare dignità a un popolo che la guerra aveva lasciato a terra. Si dice spesso che il dolore toglie la dignità alla persona. È vero. Ma anche il lavoro ha il suo ruolo. L’uomo senza lavoro non è uomo. L’uomo senza lavoro viene travolto dal dolore. Scusate tutti è la storia di Maurizio, operaio milanese che la crisi lascia a piedi. Viene licenziato dopo sedici di lavoro in fabbrica. Ha una cinquantina d’anni. Una famiglia. Una moglie che lo ama. Due figlie da mantenere all’università. Una mano monca frutto di un incidente e che finora non è mai stata un problema per guidare il muletto. Ma ora i tempi cambiano. E anche quella mano finisce per essere un ostacolo nel tentativo di rimettersi in marcia. Maurizio si vergogna di dire in casa la verità. Vive di notte nella finzione. Cerca lavoro. Comunista mangiapreti, rivolge una preghiera lassù. Tutto succede in pochi giorni, meglio, in poche notti, di un autunno come tanti. Un racconto fin troppo bello per essere vero, fin troppo vero per essere bello.
Cavalieri di Malta
Ricordo l’autore di questo libro appena letto, Paolo Gambi, come alunno della mia scuola, nei miei primi anni di insegnamento. Come definirlo non saprei. Ha scritto romanzi come questo, La carezza del cavaliere, ha composto poesie, ha avuto ed ha esperienze come giornalista in testate locali in Romagna e come blogger presso testate nazionali come Il Giornale e Huffington Post. Imparo che ha una laurea in psicologia e pratica mental coaching, allenatore di menti. Ho appena finito di leggere La carezza del cavaliere, che Paolo Gambi ha deciso di autopubblicare con Amazon-Kdp, usando una formula sempre più seguita oggi per la sua libertà e semplicità. Vorrei cogliere l’occasione per parlare di entrambe le cose, perché forse non tutti sanno che cosa sia veramente l’autopubblicazione.
Partiamo da libro che è una duplice storia d’amore, in parte d’ambientazione storica nel periodo dei regni latini di Terrasanta, in parte nella Roma odierna. Un cavaliere giovannita, Bertrand, dell’ordine ospedaliero da cui deriverà l’Ordine di Malta, s’innamora di Halima, una ragazza araba musulmana, e conosce intrighi e storture dell’avventura crociatistica che sui libri di scuola raramente si ha occasione di studiare: trame e scontri tra principi cristiani, lotte di potere tra potentati musulmani, la presenza della setta degli assassini, è questa la quinta su cui si muovono i protagonisti di una narrazione nella quale Bertrand, arrivato infiammato dalla passione di tanti giovani cavalieri, esce fuori e si trova a contatto con la parte forse meno edificante di quella storia che lui vive nella finzione.
Nanà, soprannome di un altisonante nome dalle nobili origini, anziano cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta, che vive nell’austero palazzo di via Condotti, sede dell’ordine, del rango più elevato e quindi religioso e vincolato ai tre voti di obbedienza, povertà e castità, ritrova Henriette, la fiamma di gioventù che potrebbe diventare per lui non solo l’occasione per riaprirsi alla vita in tarda età, ma anche per liberarsi dai vincoli di un ambiente reso marcio da torbidi e da congiure di potere, in cui si trova coinvolto a causa di denunce orribili per la sua immagine.
Le due storie hanno una tortora in comune, che nel simbolo delle famiglie di Bertrand e Nanà ha sostituito uno dei tre corvi originali. La tortora è simbolo di amore. L’amore che vince sulla calunnia: direi che è questo il messaggio finale che questo godibile e lodevole libro, che vi consiglio, lascia al lettore.
E veniamo alla formula editoriale scelta. Paolo Gambi è già noto e affermato, ma ha voluto sperimentare questa soluzione dell’autopubblicazione. Si tratta di un canale nuovo, soprattutto alla portata di tutti. Ed è proprio quest’ultimo aspetto quello su cui inviterei a fare una riflessione in più. I più noti editori attivi nel settore dell’autopubblicazione (Kdp di Amazon, iBooks Author di Apple, StreetLib, Lulu, Youcanprint e altri) offrono servizi gratuiti e non. L’autore deve fare tutto da solo, ma, se preferisce, può avere anche i servizi tradizionali di editing, correzione bozze, progetto grafico per la copertina, deposito legale, codice isbn. Tutto tranne la cosa più importante: quella promozione che è arduo cimento anche per tanti editori tradizionali. Arma a doppio taglio dunque: l’autore deve decidere se intende soltanto pubblicare e compiere la classica operazione di tirare fuori dal cassetto il proprio libro, oppure se intende avere anche dei lettori. E credo di aver detto tutto.
Complimenti a Paolo Gambi e vi ricordo gli estremi: P. Gambi, La carezza del cavaliere, autopubblicazione su Amazon-Kdp.
Incursione narrativa in val Resia
Tradizioni antiche, paesaggio di montagna, sciamanesimo, intreccio di rapporti sentimentali tra personaggi … Quando in una narrazione che verte su altro, un thriller nella fattispecie, si vuole mettere dentro troppo, il lettore si disorienta e si perde. Accade in Ninfa dormiente di Ilaria Tuti, che non ritengo all’altezza del primo romanzo Fiori sopra l’inferno, meritevole veramente sotto vari aspetti, primo fra tutti la capacità di orchestrare bene la narrazione. Se quello era un vero thriller psicologico, questo viene presentato come tale, ma, a lettura terminata, non lo è. Si tratta di un thriller avvincente, ma che perde in profondità di analisi dei personaggi quello che aveva lasciato la lettura del primo romanzo. Dico questo perché, quando scrissi un lungo racconto in cui pretesi di realizzare una sorta di mescolanza di più generi letterari, dalla favola alla prosa psicologica, venni rimproverato dai lettori dal palato fine di aver voluto proporre troppo. Ero caduto, insomma, nella trappola della pretesa. Avevano ragione da vendere. Detto questo, la lettura di Ninfa dormiente lascia comunque il desiderio di conoscere un mondo particolare come la val Resia, un’isola slava nella Carnia friulana, che non vuole confondersi con la Slovenia, una cultura e una tradizione antichissime a rischio di estinzione, un retroterra antropologico che affonda le sue radici nelle migrazioni slave del medioevo, quando i popoli delle grandi pianure dell’est portavano con sé tracce sarmatiche, scitiche, persino mongoliche. Il mondo di Ilaria Tuti resta quello della Carnia. Il paesaggio resta quello del primo romanzo. La montagna parla attraverso personaggi che sembrano essere rimasti intatti nel passaggio dei secoli. E, in effetti, le culture montane, si sa, hanno questa caratteristica di essere estremamente conservative. Questo salverei del secondo romanzo di Ilaria Tuti, anche se la quinta geografica e paesaggistica non si amalgama con la narrazione e con l’indagine di Teresa Battaglia, come avveniva nel primo romanzo. Purtuttavia, mi è venuta una gran curiosità di andare in val Resia, nelle Alpi Giulie, sotto il Plauris e il Canin, all’ombra dei monti Musi e di sentir parlare l’antica lingua resiana. Hanno sempre un fascino molto particolare queste comunità che resistono abbarbicate al loro paesaggio. Anche soltanto per questo Ninfa dormiente andrebbe comunque letto.
La recensione
“Come si scrive la recensione di un grande capolavoro, professore?”, chiese il più giovane dei due unici passeggeri, sfogliando un libro che teneva tra le mani in modo apparentemente distratto.
“Qual è il capolavoro?”, rispose il più anziano con le mani sul bastone.
“La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker.”
“L’ho letto anch’io. Davvero un capolavoro.”
Il treno ripartì con quello sferragliare sinistro che i convogli delle metro riescono a produrre soltanto quando in serata sono ormai vuoti. O meglio tu senti più distintamente quel rumore che in altre circostanze forse non riusciresti ad avvertire.
“E dunque, professore?”
“Dunque è un capolavoro.”
“Perché? Che cosa fa di un libro un capolavoro secondo lei?”
“Le parole e i pensieri; come i pensieri diventano parole, come le parole esprimono i pensieri. Gli uni non esistono senza le altre. È un ciclo frenetico, un ridda che si svolge nella tua testa, che tu vorresti fermare, ma pochi ci riescono. Quelli che ce la fanno sono i bravi scrittori.”
“E allora mi dia uno stimolo. Se dovesse recensire quel libro da dove partirebbe?”
“Da Nola.”
“Non da Harry?”
“No. Partirei da Nola e dalla sua storia di frontiera, ma di una frontiera a cui tutti apparteniamo; si tratta di quella frontiera labile, impercettibile, sottilissima che separa l’amore dal dolore. Nola è un personaggio meraviglioso che emana una forza incredibile con la sua sofferenza che sfuma in una passione adolescenziale pura, ingenua, ma anche bisognosa di libertà. Nola vuole la libertà e la chiede all’impossibile, adorato Harry, che ha più del doppio dei suoi anni.”
Lo stridio dei freni, assordante nel silenzio della tarda serata, li interrompe. La porta della vettura si apre. Entra un giovane che attira la loro attenzione. Zoppica vistosamente trascinandosi una gamba. Il viso è parzialmente deformato da quel difetto che comunemente si chiama labbro leporino. L’uomo, probabilmente senza fissa dimora, passa accanto a loro barcollante, lasciando una forte scia di alcool. Si siede. Il più anziano, osservato il nuovo arrivato, dice allora rivolto al più giovane:
“Oppure partirei da Caleb, che un’aggressione da parte di una banda di violenti lascia sfigurato e costretto a vivere, lui ancora giovane, una vita ai margini, anche lui su una frontiera, costretto a patire, come scrive Dicker, un amore per procura, un amore per Nola, perché a lui l’amore sarà precluso per sempre.”
“Professore, oggi a lezione ha parlato della parola. Mi è rimasta impressa questa frase che ho annotato. Lei ha detto che la parola è un contenitore di significati opposti, è la più grande menzogna e la più grande verità allo stesso tempo. Mi chiedo adesso se stesse forse pensando a questo libro.”
“Può darsi. Del resto questo tuo pensiero è espresso con parole, che possono contenere sia verità sia menzogne.”
“Non mi prenda in giro.”
“Non ti sto prendendo in giro. È così.”
“Insomma, professore, come si potrebbe definire questo libro? Appartiene a un genere?”
“Che importanza ha? Tu avresti piacere se uno ti incasellasse in uno schema?”
“No, direi di noi. Cioè, sarei portato a dire di no.”
“Perché questa incertezza?”
“Perché forse qualche volta trovarsi parte di uno schema ci fa sentire tranquilli.”
“Chi si sente tranquillo non osa e chi non osa uscire dallo schema non sarà mai libero. Vola!”
“Sì, insomma, più o meno come la trama di questo libro, professore. È la trama di un thriller, con un finale pieno di colpi di scena architettati in modo magistrale. Ma non mi piace considerarlo un thriller. Sarebbe riduttivo.”
“È nell’essenza delle parole essere sempre riduttive. I libri sono come le parole. Quelli più belli sono quelli che non hanno mai una fine. E così le parole più belle sono quelle che non hanno mai un significato definito, incasellabile in uno schema. La parola è riduttiva per natura. E per questo è libera, perché ciò che è riduttivo potrà essere sempre perfezionato, integrato, limato, completato. E nessun perfezionamento condurrà alla perfezione, nessun completamento condurrà alla piena completezza.”
“Lo scrive Dicker in uno dei consigli di scrittura che Harry dà a Marcus, quando sostiene che il libro più bello è quello che non avrà mai una fine.”
“Sì, vero. E il personaggio di Marcus? Che posizione assume secondo te? Non mette forse in crisi ogni scolastico e convenzionale schema dei personaggi? Per questo ti invito a volare oltre le tabelle, oltre la rigidità delle barriere. Marcus Goldman è l’io narrante, ma non si può definire né un vero personaggio, né un testimone neutro, perché proprio il suo ingresso in scena sconvolge la presunta perfezione del piano che conduce alla morte di Nola. E poi la narrazione … Non è forse affascinante l’alternarsi di parti in prima persona con altre in forma di diario che s’immaginano desunte dal libro scritto da Marcus sul caso Harry Quebert? Non è forse magistrale il comportarsi della narrazione come la spola di un telaio che va continuamente avanti e indietro tra il 1975, anno della scomparsa di Nola e il 2008, quando il suo corpo viene ritrovato? Vedi? Adesso rifletti. Quanti stimoli ti ho dato per la tua recensione?”
“Direi che me l’ha praticamente scritta lei, professore. Sono quasi arrivato. Non la prossima, quella dopo è la mia. Vorrei farle un’ultima domanda, se permette.”
“Ne hai facoltà.”
“Lei che cosa pensa, infine, del messaggio che questo libro potrebbe dare? Insomma, un recensore dovrebbe anche lasciare uno spiraglio aperto nella direzione, come dire?, di un certo fine. Chi legge si aspetta qualcosa, vuole arrivare a qualcosa.”
Il treno si fermò. Il giovane claudicante si avvicinò all’uscita. Salì una ragazza bionda, molto bella, che indossava un elegante vestito a fiori corto. Il giovane dal labbro leporino la squadrò. La ragazza lo vide, notò il viso deformato, notò l’andatura barcollante: avvertì un evidente imbarazzo. E con un maleducato spintone al giovane si recò a sedere, accavallando le gambe con un gesto così sensuale che il giovane si sentì ancora più offeso. L’anziano professore disse:
“Mi hai fatto una bella domanda. Mi sentirei di risponderti dicendo che quel romanzo è una sorta di inno all’impossibile dialogo tra la meraviglia della diversità e la banalità del normale. Tutti combattiamo invano perché vinca la prima. Ma la vita ci delude quasi sempre. Ecco, se vuoi, potresti scrivere questo nella tua recensione. A domani!”
Il giovane si alzò tenendo il libro in mano e, prima di scendere, disse: “A domani, professore! Ci vediamo in aula per la sua lezione. Non mancherò.” Uscendo, passò accanto all’altro giovane, quello probabilmente meno felice di lui, sicuramente meno fortunato. Gli si avvicinò attirando la sua attenzione e gli diede il libro dicendogli: “L’ho già letto. È molto bello. Sono sicuro che ti piacerà.”
“Grafie, è daffero molto ventile da parte fua. Accetto volentieri il fuo dono,” rispose il giovane esprimendosi in modo difficoltoso e con un marcato suono nasale, ma puntando su di lui due occhi di potente e rara vivacità.
Quell’eleganza inattesa, espressa con parole uscite da labbra così disarmoniche, quelle parole sonoramente distorte, eppure così dolci e raffinate nel pensiero che significavano, il tutto associato a quello sguardo così incredibilmente vivo, lasciarono nello studente il senso di colpa di essersi permesso di dargli del tu. La bella bionda, che aveva girato le spalle alla scena, prese in mano il cellulare e infilò l’auricolare nell’orecchio. Il giovane passeggero si sedette dietro di lei, sistemando faticosamente la gamba malconcia, e iniziò a leggere un libro che non avrebbe mai dimenticato. Apertasi la porta, lo studente scese. L’anziano professore osservò la scena, finché lo studente non scese dal treno. Infine, dal finestrino del convoglio che ripartiva, lo salutò con un pollice dritto in segno di approvazione e un eloquente sorriso.
Il treno scompare con i suoi sinistri cigolii, con il suo carico di multiforme umanità: un anziano professore universitario che torna a casa dopo aver fatto lezione, una bella ragazza bionda incurante della sua solitudine in modo sprezzante, attratta nel suo mondo e con gli occhi calamitati da uno schermo, un giovane senza fissa dimora, disabile, contento di avere un libro da leggere. Fermo sulla banchina lo studente cerca di far vivere in parole quei pensieri. Il treno lascia l’illuminata stazione e scompare nel buio del tunnel. In quella galleria amore e dolore non riusciranno mai a cantare insieme un inno armonioso: ecco un possibile incipit per la recensione, pensa il giovane. È esattamente la stessa situazione che si verifica nella storia tra Harry e Nola nel libro di Dicker, entrambi portatori di un grande messaggio di amore e dolore, di menzogna e verità, di questa strana miscela di cariche dal potenziale opposto, grazie alla quale tutti noi possiamo procedere, senza necessariamente sapere dove, proprio come quel giovane che ora la sta leggendo. Non saperlo è bello in questi casi. Ma è bello anche giocare con parole che dicono insieme menzogne e verità, che con un unico suono possono cantare amore e lamentare dolore. È il bello della parola. Il giovane studente intento alla stesura della recensione non ricorda bene se Harry Quebert in uno dei suoi trentun consigli a Marcus Goldman lo abbia scritto. Ma tra sé e sé pensa che ci starebbe proprio bene.
In viaggio con il trapano
Se certa letteratura, spesso di moda, viene definita distopica, Hotel Silence di Auđur Ava Ólafsdóttir (Einaudi, Torino 2018, ed. or. del 2016), che quando uscì ebbe un grande successo, lo definirei atopico. Tra le tante definizioni che i recensori hanno dato la più diffusa è sicuramente quella di romanzo poetico, soprattutto per lo stile originale della scrittura. Ma la definizione di atopico forse rende ragione degli spazi narrativi in modo più rispettoso della finalità della scrittura.
Jonás, abile a lavorare con le mani e a riparare tutto, parte per mettere fine a una sua prima vita, dopo aver saputo che l’unica persona rimastagli, la figlia, non era in realtà figlia sua, e ne ricomincia un’altra nel luogo più improbabile che un islandese possa immaginare, un luogo altro in tutti i sensi, un paese su un mare placido, diversamente dal grande oceano a lui noto, un paese in uno stato appena uscito da una guerra civile, diversamente dal suo che non conosce guerre da quasi un millennio, un paese dove il dolore è tutto nei corpi devastati e mutilati dalle mine, diversamente dal suo dove ci si suicida per la noia. Ci arriva senza bagagli, solo con un trapano e un gancio da attaccare al posto del lampadario per appenderci se stesso. Ma quel trapano servirà ad altro, inaspettatamente: servirà a ridare una fiducia a persone che l’avevano smarrita. La ditta di riparazioni Gambe d’acciaio srl, che aveva lasciato alla figlia partendo dalla sua terra, riprende anima per fare le protesi delle vittime delle mine lasciate dalla guerra in quello d’elezione. Il libro risulta alla fine un canto alla gioia di vivere messo sulle labbra di una persona paradossalmente intenzionata a morire: questo è di certo il punto di forza che ne ha decretato il successo. Jonás è una meravigliosa metafora della possibilità di rinascere, quando tutto apparentemente ti è crollato addosso, quando ti rendi conto di quali e quanti siano i veri dolori dell’umanità, arrecati da una guerra. Jonás dà un calcio a un mondo dove tutto è sano e pulito, tutto è ordinato e preciso, per ritrovare se stesso in un altro devastato dalla guerra, dal disordine, dalla quotidiana precarietà, dalla necessità di arrangiarsi. Questo è Hotel Silence.
Il farmaco dell’ironia
Leggere questo libro di Matteo Bussola, La vita fino a te (Einaudi, Torino 2018) è come prendere una macchina fotografica o un cellulare e scattare tante istantanee della propria vita, poi lasciarle lì e affidarsi al potere della memoria, senza pretendere che sia perfetto nell’ordine in cui un giorno le recupererà per farne oggetto di una narrazione. Libro divertente, senza dubbio alcuno. Libro che, se l’obiettivo che si prefigge è quello di divertire, lo raggiunge sicuramente. Non sottovalutiamo mai questo aspetto: se chi scrive lo fa anche per divertirsi, non necessariamente divertire se stessi significa divertire anche altri. Ma è anche un bel libro perché guidato costantemente da un disincanto ironico, che è tipico di chi se lo può permettere, che il lettore di oggi vorrebbe sempre ma non può sempre trovare. Quante volte, tra appassionati di lettura e anche di scrittura, mi sento dire “adoro tantissimo l’ironia nella narrativa”, oppure “il prossimo libro che scriverò lo scriverò con ironia”, oppure ancora “scriverò un libro comico, ma nella sostanza ironico”. Sono frasi che ho sentito recentemente sulle labbra di amici e conoscenti. Ma non tutti ci riusciranno. Il consiglio che mi permetto di dare circa l’uso dell’ironia è quello, banale quanto volete, di leggerla tanto quando viene praticata da chi sa fare a servirsene e Matteo Bussola, per esempio, è uno che ci sa fare, sicuramente aiutato anche dal fatto di essere un fumettista, oltre che dalla sua esperienza di vita, che non mi interessa conoscere, né tanto meno giudicare. Il recensore, spesso lo dimentichiamo, esercita la sua critica sul libro e non su chi lo scrive. Eppure, questa volta occorre una riflessione personale e avverto la necessità di uscire dai canoni e dalle convenzioni della recensione, perché a me è stato richiesto di usare l’ironia più spesso. Alcuni mi dicono che avrei la propensione a usarla. Ma per me è come una medicina: un medico ti consiglia un dosaggio, un secondo te ne consiglia un altro, ma tu, che ti conosci da una vita e che magari quel farmaco o uno simile lo usi da tempo, hai una tua idea che non va d’accordo né con il primo, né con il secondo consiglio. E allora? Non so dare una risposta, se non quella di indicare una via da percorrere ma con lo stesso rischio di quando ci si affida a un navigatore e poi si finisce tra le pannocchie in mezzo a un campo di mais: l’ironia usatela quando la sentite venire fuori da dentro; non usatela se ve la consiglia un altro; se la sentite venir fuori, lasciatela andare, perché non ha bisogno di freni: è già lei un freno al comico; l’ironia è già di per sé una specie di cucchiaino dosatore che, se usato bene, vi eviterà di commettere errori. Non usatela in nessun altro momento. Solo quando la sentite. E se volete un consiglio vero, leggete questo libro.
Biglietti di viaggio
Tre ragazzi diversi, Clo, Filippo Maria e Giorgio sono i protagonisti di questo libro di Enrico Galiano Tutta la vita che vuoi (Garzanti, Milano 2018). Tre vite con diverse peripezie. Tre vite che hanno tutte bisogno di quel botto salutare che le faccia esplodere. Tre vite che hanno un retroterra di sofferenze diverse: una famiglia mai avuta, una famiglia troppo famiglia che vive fuori, una famiglia troppo importante che vive in pieno centro. Tre ragazzi che hanno tutti un problema vero e che insieme, mescolando le loro differenze e i loro tic, troveranno il modo di partire finalmente per quel grande viaggio che è la maturità e affrontare tutte le sue incognite. Insomma, un metodo veramente originale per offrire un’interpretazione del genere del romanzo di formazione, se proprio vogliamo ricorrere a definizioni convenzionali. Il modo in cui i tre ragazzi sono caratterizzati non può non colpire sin dalle prime pagine il lettore, soprattutto per la capacità di entrare nella particolare condizione di differenza che ciascuno di loro vive: la balbuzie di uno che arriva tardi al funerale del fratello e non sa cosa fare se non rubare una macchina, le umiliazioni scolastiche di un altro che un insegnante di fisica maltratta e lo costringe a fare il botto in classe, il destino di Clo costretta a vita raminga e che affida se stessa a una scatola di bigliettini che scrive in continuazione e che scandiscono la narrazione del libro. In quei bigliettini di Clo ci sarà la soluzione. Solo insieme potranno trovarla, mescolando le proprie differenze e facendone un monumento. Sullo sfondo una città di provincia con i suoi riti immutabili, i suoi personaggi ricorrenti e rispettati come tali, perché servono così come sono. In primo piano tre ragazzi che danno una risposta forte ai propri sentimenti e al bisogno di affrontare in autonomia il proprio rito di passaggio, quella risposta che tutti ancora vorremmo dare e che, se ci riusciamo, non ci farà mai pentire.
Da una mongolfiera alla sindrome di De Clérambault
Credo possa capitare a tanti di innamorarsi di una persona convinti che anche lei sia perdutamente innamorata di te. Ebbene, quando questo rapporto prende una strada non convenzionale e induce a perseguitare la persona di cui ci s’innamora, la situazione diventa una patologia e prende un nome per la psichiatria. La sindrome di de Clérambault, forma di erotomania, è quella di cui soffre Jed, il persecutore del protagonista di L’Amore fatale di Ian McEwan, opera del 1997. I due antagonisti, persecutore e perseguitato, si sono occasionalmente incontrati in una circostanza tanto tragica quanto rocambolesca: mentre il protagonista Joe, un noto giornalista scientifico, si sta piacevolmente godendo sui prati della campagna inglese un picnic con la moglie Clarissa, docente universitaria, una mongolfiera con un bambino a bordo sfugge al controllo e i presenti cercano di afferrarla; ma il vento rinforza e tutti, tranne uno, lo sfortunato John Logan, mollano la presa delle corde del pallone. Nei momenti successivi alla tragedia Jed e Joe si conoscono e in Jed scatta il meccanismo della fatale attrazione oggetto della narrazione successiva, priva di pedanterie psicologiche e giocata su una tensione che riesce ad avvincere il lettore. La maestria con la quale si narra il progressivo complicarsi del rapporto tra perseguitato e persecutore, fino ad un epilogo non immediatamente prevedibile, così come avviene per quello tra Joe e la moglie Clarissa, è degna della fama di McEwan.
Ian McEwan, L’amore fatale, Einaudi, Torino 1997
Due famiglie, un problema … e un capolavoro letterario
Tra i consigli che capita di dare a giovani che vogliono iniziare a scrivere e raccontare qualcosa vi è quello, tanto convenzionale quanto stupido, di dover per forza creare una tensione tra i personaggi. Sbagliato. La tensione non la deve creare l’autore. Se proprio necessario, si genererà da sé. Lo dimostra bene La cena di Herman Koch, senza dubbio una delle penne migliori attualmente in attività in Europa, che si gioca proprio su questa tensione che è sempre nell’aria, ma solo in parvenza. Due fratelli, dal destino diverso, uno insegnante, l’altro politico, uno più impulsivo e sanguigno, l’altro più calcolatore, e le rispettive mogli, con le quali il primo ha un rapporto più schietto, in cui litigi e riconciliazioni si susseguono come nella vita di tante coppie, l’altro invece è come se si accontentasse di una bella presenza al proprio fianco, da rappresentanza ufficiale, anche in un’occasione informale come una cena in famiglia con il fratello. I due caratteri sembrano in tensione, ma qualcosa accomuna i due uomini: i loro figli hanno malmenato a morte una donna senza fissa dimora che dormiva in una cabina telefonica, sono stati ripresi da telecamere, ma non possono essere chiaramente identificati, finché non arriva un nuovo filmato postato in rete. Allora scatta il meccanismo difensivo: sono i nostri figli e vanno protetti, per l’uno perché sente il bisogno di ricomporre il clima in una famiglia in difficoltà, per l’altro perché è candidato alla carica di nuovo primo ministro. E questo unisce tacitamente le quattro persone in una serie di complessi linguaggi in codice, perché tutte sanno, ma nessuna sa quanto conosce l’altra. Un romanzo psicologico a tutti gli effetti, in cui l’architettura della narrazione, scandita dalle fasi della cena che sono le parti del libro, da Aperitivo a Mancia, determina un groviglio di andirivieni nel tempo, in cui solo la maestria tecnica di un buon prosatore non lascia smarrire il lettore.
Herman Koch, La cena, Neri Pozza, Vicenza 2010
Macao e Hong Kong … e la meraviglia del vizio
Leggere un libro ambientato tra Hong Kong e Macao, relitti coloniali dal destino molto diverso, separate dalle acque di uno stesso specchio di mare, nei giorni in cui Hong Kong è al centro della cronaca rimette in modo strani meccanismi della memoria. E il fatto che il protagonista Lord Doyle sia un nobile inglese, che diremmo decaduto, con il vizio del gioco e quello del piacere che dovrebbe edulcorare i dolori del primo, fa il solletico a quella memoria e richiama in superficie un mondo che teoricamente non dovrebbe esistere più per noi che ne viviamo quasi agli antipodi. Eppure quel lascito vive ancora e vivono sempre di più quelle case da gioco, con tutta l’umanità che attorno ad esse e grazie ad esse vive. Una complessa figura di donna squillo cinese, buddista, affianca Lord Doyle, lo salva, appare e scompare, ha una storia con i suoi segreti. Lei, più che il protagonista, forse ci potrebbe aiutare a capire quanto la Cina di oggi cammini veloce e sfugga ad ogni frettolosa definizione. Cosa resta alla fine? Una riflessione, cruda ed essenziale, sul fascino del piacere e dell’effimero, senza orpelli, senza giudizi, come è giusto che sia per un narratore inglese che in quell’Asia è nato e in quell’Asia è vissuto.
Lawrence Osborne, La ballata di un piccolo giocatore, Adelphi, Milano 2018
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