La recensione

“Come si scrive la recensione di un grande capolavoro, professore?”, chiese il più giovane dei due unici passeggeri, sfogliando un libro che teneva tra le mani in modo apparentemente distratto.

“Qual è il capolavoro?”, rispose il più anziano con le mani sul bastone.

La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker.”

“L’ho letto anch’io. Davvero un capolavoro.”

Il treno ripartì con quello sferragliare sinistro che i convogli delle metro riescono a produrre soltanto quando in serata sono ormai vuoti. O meglio tu senti più distintamente quel rumore che in altre circostanze forse non riusciresti ad avvertire.

“E dunque, professore?”

“Dunque è un capolavoro.”

“Perché? Che cosa fa di un libro un capolavoro secondo lei?”

“Le parole e i pensieri; come i pensieri diventano parole, come le parole esprimono i pensieri. Gli uni non esistono senza le altre. È un ciclo frenetico, un ridda che si svolge nella tua testa, che tu vorresti fermare, ma pochi ci riescono. Quelli che ce la fanno sono i bravi scrittori.”

“E allora mi dia uno stimolo. Se dovesse recensire quel libro da dove partirebbe?”

“Da Nola.”

“Non da Harry?”

“No. Partirei da Nola e dalla sua storia di frontiera, ma di una frontiera a cui tutti apparteniamo; si tratta di quella frontiera labile, impercettibile, sottilissima che separa l’amore dal dolore. Nola è un personaggio meraviglioso che emana una forza incredibile con la sua sofferenza che sfuma in una passione adolescenziale pura, ingenua, ma anche bisognosa di libertà. Nola vuole la libertà e la chiede all’impossibile, adorato Harry, che ha più del doppio dei suoi anni.”

Lo stridio dei freni, assordante nel silenzio della tarda serata, li interrompe. La porta della vettura si apre. Entra un giovane che attira la loro attenzione. Zoppica vistosamente trascinandosi una gamba. Il viso è parzialmente deformato da quel difetto che comunemente si chiama labbro leporino. L’uomo, probabilmente senza fissa dimora, passa accanto a loro barcollante, lasciando una forte scia di alcool. Si siede. Il più anziano, osservato il nuovo arrivato, dice allora rivolto al più giovane:

“Oppure partirei da Caleb, che un’aggressione da parte di una banda di violenti lascia sfigurato e costretto a vivere, lui ancora giovane, una vita ai margini, anche lui su una frontiera, costretto a patire, come scrive Dicker, un amore per procura, un amore per Nola, perché a lui l’amore sarà precluso per sempre.”

“Professore, oggi a lezione ha parlato della parola. Mi è rimasta impressa questa frase che ho annotato. Lei ha detto che la parola è un contenitore di significati opposti, è la più grande menzogna e la più grande verità allo stesso tempo. Mi chiedo adesso se stesse forse pensando a questo libro.”

“Può darsi. Del resto questo tuo pensiero è espresso con parole, che possono contenere sia verità sia menzogne.”

“Non mi prenda in giro.”

“Non ti sto prendendo in giro. È così.”

“Insomma, professore, come si potrebbe definire questo libro? Appartiene a un genere?”

“Che importanza ha? Tu avresti piacere se uno ti incasellasse in uno schema?”

“No, direi di noi. Cioè, sarei portato a dire di no.”

“Perché questa incertezza?”

“Perché forse qualche volta trovarsi parte di uno schema ci fa sentire tranquilli.”

“Chi si sente tranquillo non osa e chi non osa uscire dallo schema non sarà mai libero. Vola!”

“Sì, insomma, più o meno come la trama di questo libro, professore. È la trama di un thriller, con un finale pieno di colpi di scena architettati in modo magistrale. Ma non mi piace considerarlo un thriller. Sarebbe riduttivo.”

“È nell’essenza delle parole essere sempre riduttive. I libri sono come le parole. Quelli più belli sono quelli che non hanno mai una fine. E così le parole più belle sono quelle che non hanno mai un significato definito, incasellabile in uno schema. La parola è riduttiva per natura. E per questo è libera, perché ciò che è riduttivo potrà essere sempre perfezionato, integrato, limato, completato. E nessun perfezionamento condurrà alla perfezione, nessun completamento condurrà alla piena completezza.”

“Lo scrive Dicker in uno dei consigli di scrittura che Harry dà a Marcus, quando sostiene che il libro più bello è quello che non avrà mai una fine.”

“Sì, vero. E il personaggio di Marcus? Che posizione assume secondo te? Non mette forse in crisi ogni scolastico e convenzionale schema dei personaggi? Per questo ti invito a volare oltre le tabelle, oltre la rigidità delle barriere. Marcus Goldman è l’io narrante, ma non si può definire né un vero personaggio, né un testimone neutro, perché proprio il suo ingresso in scena sconvolge la presunta perfezione del piano che conduce alla morte di Nola. E poi la narrazione … Non è forse affascinante l’alternarsi di parti in prima persona con altre in forma di diario che s’immaginano desunte dal libro scritto da Marcus sul caso Harry Quebert? Non è forse magistrale il comportarsi della narrazione come la spola di un telaio che va continuamente avanti e indietro tra il 1975, anno della scomparsa di Nola e il 2008, quando il suo corpo viene ritrovato? Vedi? Adesso rifletti. Quanti stimoli ti ho dato per la tua recensione?”

“Direi che me l’ha praticamente scritta lei, professore. Sono quasi arrivato. Non la prossima, quella dopo è la mia. Vorrei farle un’ultima domanda, se permette.” 

“Ne hai facoltà.”

“Lei che cosa pensa, infine, del messaggio che questo libro potrebbe dare? Insomma, un recensore dovrebbe anche lasciare uno spiraglio aperto nella direzione, come dire?, di un certo fine. Chi legge si aspetta qualcosa, vuole arrivare a qualcosa.”

Il treno si fermò. Il giovane claudicante si avvicinò all’uscita. Salì una ragazza bionda, molto bella, che indossava un elegante vestito a fiori corto. Il giovane dal labbro leporino la squadrò. La ragazza lo vide, notò il viso deformato, notò l’andatura barcollante: avvertì un evidente imbarazzo. E con un maleducato spintone al giovane si recò a sedere, accavallando le gambe con un gesto così sensuale che il giovane si sentì ancora più offeso. L’anziano professore disse:

“Mi hai fatto una bella domanda. Mi sentirei di risponderti dicendo che quel romanzo è una sorta di inno all’impossibile dialogo tra la meraviglia della diversità e la banalità del normale. Tutti combattiamo invano perché vinca la prima. Ma la vita ci delude quasi sempre. Ecco, se vuoi, potresti scrivere questo nella tua recensione. A domani!”

Il giovane si alzò tenendo il libro in mano e, prima di scendere, disse: “A domani, professore! Ci vediamo in aula per la sua lezione. Non mancherò.” Uscendo, passò accanto all’altro giovane, quello probabilmente meno felice di lui, sicuramente meno fortunato. Gli si avvicinò attirando la sua attenzione e gli diede il libro dicendogli: “L’ho già letto. È molto bello. Sono sicuro che ti piacerà.”

“Grafie, è daffero molto ventile da parte fua. Accetto volentieri il fuo dono,” rispose il giovane esprimendosi in modo difficoltoso e con un marcato suono nasale, ma puntando su di lui due occhi di potente e rara vivacità.

Quell’eleganza inattesa, espressa con parole uscite da labbra così disarmoniche, quelle parole sonoramente distorte, eppure così dolci e raffinate nel pensiero che significavano, il tutto associato a quello sguardo così incredibilmente vivo, lasciarono nello studente il senso di colpa di essersi permesso di dargli del tu. La bella bionda, che aveva girato le spalle alla scena, prese in mano il cellulare e infilò l’auricolare nell’orecchio. Il giovane passeggero si sedette dietro di lei, sistemando faticosamente la gamba malconcia, e iniziò a leggere un libro che non avrebbe mai dimenticato. Apertasi la porta, lo studente scese. L’anziano professore osservò la scena, finché lo studente non scese dal treno. Infine, dal finestrino del convoglio che ripartiva, lo salutò con un pollice dritto in segno di approvazione e un eloquente sorriso. 

Il treno scompare con i suoi sinistri cigolii, con il suo carico di multiforme umanità: un anziano professore universitario che torna a casa dopo aver fatto lezione, una bella ragazza bionda incurante della sua solitudine in modo sprezzante, attratta nel suo mondo e con gli occhi calamitati da uno schermo, un giovane senza fissa dimora, disabile, contento di avere un libro da leggere. Fermo sulla banchina lo studente cerca di far vivere in parole quei pensieri. Il treno lascia l’illuminata stazione e scompare nel buio del tunnel. In quella galleria amore e dolore non riusciranno mai a cantare insieme un inno armonioso: ecco un possibile incipit per la recensione, pensa il giovane. È esattamente la stessa situazione che si verifica nella storia tra Harry e Nola nel libro di Dicker, entrambi portatori di un grande messaggio di amore e dolore, di menzogna e verità, di questa strana miscela di cariche dal potenziale opposto, grazie alla quale tutti noi possiamo procedere, senza necessariamente sapere dove, proprio come quel giovane che ora la sta leggendo. Non saperlo è bello in questi casi. Ma è bello anche giocare con parole che dicono insieme menzogne e verità, che con un unico suono possono cantare amore e lamentare dolore. È il bello della parola. Il giovane studente intento alla stesura della recensione non ricorda bene se Harry Quebert in uno dei suoi trentun consigli a Marcus Goldman lo abbia scritto. Ma tra sé e sé pensa che ci starebbe proprio bene.

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