Non siamo come le foglie

Una foglia che cade, scende lenta e danza nell’aria, m’infonde fiducia e allegria. Si dice che muore. Non è vero. Non mi comunica nemmeno quelle convenzionali immagini di fragile precarietà di scolastica memoria. Cadendo, quella foglia si fonde con altra vita nel prato sottostante e si profonde in una gioia nuova, che non si vede. L’albero non l’ha respinta, nè tanto meno l’ha cacciata via, ma le ha detto che la luce per un po’ non ci sarà più, che tornerà presto e che lui ha bisogno di dormire. La foglia prende commiato e serena aspetta di rinascere, come mille altre, lì insieme a lei. La vita pulsa là sotto quel letto solidale di foglie. Pulsa una vita che non si vede. Pulsa la vita che conta di più, perché là sotto dovrà resistere, dovrà far tesoro dell’acqua o della neve che arriverà, se arriverà. Quella vita che non si vede è la più forte, la più bella. Quella vita laggiù, là sotto quel letto giallo di foglie, anonima, invisibile, ma alacre e indefessa più di quanto si possa immaginare, è la più bella. Lo è perché chiamata a conoscere il significato del sacrificio, a patire nell’oscurità e nel silenzio, a conoscere il senso più profondo e segreto dell’umiltà di chi dà se stesso per la fiduciosa rinascita di domani. Grazie a lei, tornata la luce, sboccerà un’altra vita, e poi altre ancora, mille, infinite altre. Lo è perché il suo sacrificio e la sua tenacia sono stati umili e segreti, solidali, operosi. La nuova vita le sarà debitrice.

La foglia avrà un grazie quando il sacrificio, là sotto, là dove tutto patisce ma vive alacre nel silenzio, sarà finito.

Si svolge così anche la vita di tanti di noi? Sarebbe bello. Abbiamo luce e gioia, poi silenzio e patemi, poi, forse, altra luce. Dovremmo essere debitori a chi si sacrifica per noi. Dovremmo riconoscere la solidale premura altrui. Eppure … La nostra memoria spesso ha delle falle. Ci dimentichiamo di dire quel grazie che la foglia nuova in primavera dirà all’altra, scesa in autunno, danzando felice per lei. Non è una differenza da poco. Non siamo come le foglie. Se dicessimo quel grazie che costa così poco, ma vale così tanto, se ascoltassimo quel silenzio là sotto, se fossimo capaci di scendere anche noi là sotto quel vivace letto giallo, dove non c’è putredine e morte, ma vita vera, forse potremmo comprendere perché non siamo come le foglie e soprattutto perché non vogliamo esserlo.

Inno alla gioventù

Preparando una lezione di lirica greca sui frammenti elegiaci di Mimnerno per i miei studenti di quarta e rileggendo il testo sulla vecchiaia contenente la nota similitudine delle foglie, riflettere su certi canoni e certe convenzioni letterarie non è forse del tutto inutile.

Da giovani si scrive con fierezza e baldanza, si dice. Il giovane è quello che vuole spaccare il mondo, anche quando scrive, si legge spesso. Poi si cambia, si sostiene: si conviene troppo leggermente sul fatto che alla baldanza e alla fierezza si sovrappongano piano piano, con la stessa parsimonia di tempo con cui incanutisce il pelo, il lucido raziocinio e anche una patina di malinconica ironia. Questo è quanto comunemente si legge e si sostiene. Questo è quanto generalmente si tramanda da secoli. Ma non è così che va impostato il problema, anche se non siamo certamente qui a negare che quanto sostenuto dai più possa accadere nella vita.

Siccome è proprio questo avverbio ‘generalmente’ che mi urta, siccome è proprio dall’errato uso di questa parola da parte di chi vorrebbe che ‘generalmente’ significasse ‘assolutamente’ che viene questo mio malessere, e siccome da tempo sostengo che è proprio il generalizzare che rovina tutta l’immensa e variegata bellezza della vita, che è resa interessante proprio dalla differenza e qualche volta anche dall’oltraggio alla regola generale, alla convenzione costituita, al canone più o meno dogmatico, ecco che anche la considerazione sul tono della scrittura andrebbe condotta con maggiore cautela e soprattutto con una maggiore attenzione ai diversi casi degli individui, dei contesti in cui sono attori e della loro condizione di vita, perché mai come quando si discute di espressione e di comunicazione è vero che tutti siamo diversi, perché nessuno reagisce alle sollecitazioni del contesto allo stesso modo. Non è certo una scoperta, ne sono consapevole, ma ripeterlo non nuoce, vista la forza con cui queste malsane convenzioni tuttora resistono.

E dunque la scrittura? Ecco allora che la scrittura, quando è opera di un’età matura, finisce per assumere le più diverse sfumature, soprattutto se si considera il contesto in cui è stata vissuta l’età precedente. Non ci sono regole, non ci sono canoni, non è lecito stilare alcuna generalizzazione. Mai come oggi mi sento fiero e baldanzoso quando scrivo. Perché? Perché sono un ribelle? Li adoro e li invidio qualche volta, ma non credo sia la ragione. Perché rifiuto ogni generalizzazione? Sì, è vero, ma non credo sia neanche per questo. Perché rifiuto le regole costituite? Mi piace farlo, lo ammetto, è un’innata pulsione che si manifesta in me soprattutto se mi sta antipatico quello che le ha fissate, ma non è nemmeno questa la motivazione. E allora?

Credo che sia sufficiente riflettere su un dettaglio per cercare una risposta che possa avvicinarsi al vero. Quella che abbiamo chiamato la fierezza e la baldanza della gioventù non ha età. Si può raggiungere in qualunque momento. Cambia solo il modo in cui si esprime. Concentriamo la nostra attenzione sulla scrittura e non divaghiamo. L’atto di scrivere risponde quasi sempre al bisogno di tirare fuori da dentro e di liberare dalla catene parole che altro non aspettavano. Si può realizzare l’obiettivo in tanti modi. Con il maturare, con il passar degli anni, dipanandosi lentamente il gomitolo della vita attraverso le più varie peripezie, questi modi, che nella scrittura sono i toni e gli stili, sfuggiranno sempre ad ogni schema e non tollereranno mai di essere incasellati, perché quelle peripezie saranno sempre uniche e originali, come irripetibili e individuali saranno i contesti in cui sono maturate.

Esiste poi un caso del tutto speciale ed è quello di chi sente il bisogno ad un certo punto di esprimere liberamente quello che in gioventù non è riuscito a comunicare, quello di chi trova soltanto in età matura quella forza che prima è mancata, quello di chi soltanto dopo anni e anni di letture e di confronto con testi altrui trova l’ardire di comporne di propri. Come potremmo non chiamare gioventù la fase di rinnovamento che questa persona vive, anche se la scopre soltanto quando della gioventù anagrafica vede il treno allontanarsi e svanire lontano tra le nebbie? Va via un treno, partirà e scomparirà alla vista, esattamente come quella vista e quei sensi s’indeboliranno, esattamente come le forze del corpo perderanno il vigore fisico, ma non svanirà mai la forza interiore della vita, quell’energia di spirito che tanti attribuiscono alle più svariate ragioni. La forza spirituale, sì, qui è la risposta. La forza spirituale non solo non ha età, ma può assumere gagliardia proprio mentre il vigore dei nervi scema. Non dimenticherò mai la forza con cui mio babbo, in punto di morte, afferrava tra le sue mani le dita delle mie, comunicandomi in quel momento una forza senza dubbio superiore alla mia. Un treno è partito. A quel treno ne seguirà un altro e chi ha fiducia in questa forza lo prenderà al volo con quella baldanza e quella fierezza che prima non aveva trovato, o perché prima non ne aveva avuto le occasioni, o perché prima non aveva avuto l’ardire, o perché prima non si era sentito all’altezza del compito o per quelle mille e mille altre motivazioni che ci rendono tutti mille e mille volte diversi e impossibili da incasellare in una tabella.

E di me cosa dovrei dire? Se vi può interessare come conclusione, scrivo questa riflessione proprio perché in questi giorni sto tirando fuori dal classico cassetto scritti di varia natura composti in età adolescenziale e in gioventù. E sono una scoperta continua. Saranno acerbi il lessico e la forma, ma non l’energia vitale che li ha fatti nascere. Ebbene: non trovo una forza interiore diversa; se c’è cattiveria è la stessa cattiveria di oggi; se c’è malinconia è la medesima malinconia di oggi; e il fine che allora esortò a scrivere è lo stesso che induce oggi a rendere noto e pubblicare. I temi sono diversi soltanto perché naturalmente diversi sono i contesti di vita, diverse le occasioni, diversi gli incontri, diverse le relazioni, diversi, perché no?, gli strumenti stessi e i codici della comunicazione. Ma i toni sono esattamente gli stessi. L’entusiasmo, inteso alla greca come ispirazione quasi mistica, profonda, di natura interiore, è il medesimo di oggi.

E allora, su, diamo una spallata alle convenzioni! Con buona pace di tanti vecchi brontoloni e di Mimnermo, di cui per fortuna altro era ammirato nell’antichità e non quel che a noi è giunto dal naufragio dei secoli, mi piace pensare, e mi piace scriverlo con baldanza e fierezza, che la scrittura è sempre opera di diversi stadi e diversi aspetti di una stessa gioventù.

Fatevi un selfie, ma con un libro

Qualcuno potrà anche guardarti dall’alto in basso e dire che un libro autopubblicato è un libro di serie B. È successo a me. Succede a tanti in tutto il mondo. Chi lo dice risponde a un identikit ben preciso. Si tratta di persone incapaci di accettare sfide e di vedere i cambiamenti in atto. Leggo manoscritti da anni e do consigli ai giovani, indicando loro questa, l’autopubblicazione, come la strada del futuro. Fidatevi. Il vero libro di serie B non è questo, ma quello che arriva in libreria per quel puro atto di sterile narcisismo che gl’inglesi chiamano Vanity Press, dopo che l’autore ha sganciato migliaia di euro a editori che non si assumono responsabilità e sanno soltanto pararsi bene la parte terminale posteriore della colonna vertebrale, quella che termina con un orifizio che ha tanti nomi. Non ascoltate chi ha interessi di bottega. Pensate a voi stessi. Scrivete, ascoltate sempre i consigli di amici appassionati di scrittura, ma soprattutto leggete, leggete, leggete. Non c’è miglior scuola.

Tessere trame

Solitudine, concentrazione, silenzio. Sono le condizioni per poter leggere, mi disse un giorno un collega. Ma anche per poter scrivere, aggiungo. E non bastano attimi di solitudine, di concentrazione o di silenzio, ma occorrono ore intere per leggere, se necessario anche giornate intere, almeno per scrivere. Chi non le sa apprezzare, chi non se le sa ritagliare non sarà mai un lettore, né tanto meno riuscirà a produrre qualcosa che sappia comunicare un sentimento, un sogno, un’emozione, un battito d’ali, un fruscio d’api, una brezza che solleva un aquilone, un anelito di libertà. Dispiacerà a qualcuno sentirselo dire. Ma credo che la crisi della lettura sia dovuta anche alla difficoltà di trovare nello scorrere del nostro tempo parcelle segrete di isolamento in cui sia possibile concentrarsi in silenzio. Quando scrivo spengo il cellulare. Lo faccio di sera o nelle prime ore del mattino, oppure anche di notte. E allora non avverto lontano quell’anelito di libertà. Quanti sanno apprezzare oggi il valore di queste tre condizioni? Ho aperto un profilo, su consiglio di un editore, su un mezzo di comunicazione sociale per avere una pagina su cui diffondere quello che scrivo. Mi sento dire che è fondamentale avere un profilo su uno di questi mezzi di comunicazione che ancora chiamo nuovi, ma che, mi dicono, non lo sono più. Eppure non sto bene finché non avete risposto a questa domanda: ma voi davvero credete che chi clicca su quei collegamenti sul mezzo di comunicazione sociale, che conducono ai miei scritti su questo sito, viva davvero la condizione necessaria di solitudine, di concentrazione e di silenzio, le uniche che hanno consentito a quelle parole che legge di prendere la forma di un testo? Riflettete con calma e, se volete, ditemi cosa ne pensate. E allora, mentre voi pensate, faccio il mio mestiere e salgo un po’ in cattedra. Concedetemelo: per questo mi pagano. La parola testo viene dal participio perfetto latino del verbo che significa tessere; dal participio si forma il nome della quarta declinazione textus, che indica il tessuto in quanto complesso ma coerente intreccio di fili di stoffa, opera paziente, come quella del sarto, che intesse trame vivendo di quella lentezza e di quella ricerca di bellezza, cui anela anche chi scrive. Non credo che l’era dei mezzi di comunicazione sociale sia disponibile a fare questo passo indietro. Ma sono convinto che prima o poi qualcuno inizierà a capire quanto ha perduto rinunciando alla bellezza che solo nel silenzio, nella concentrazione e nella solitudine si può scoprire. Successivamente ci sarà una seconda fase, altrettanto inevitabile, che richiederà di uscire fuori, di divulgare e rendere pubblico ciò che hai tessuto. Ma il sacrificio occorre che sia praticato, consapevole, come da più parti si sente dire, che quel tessuto e quella trama che a te hanno richiesto ore per essere pensati, tessuti, ricamati, perfezionati e confezionati, saranno fagocitati in un secondo da chi riceverà il messaggio e spesso giudicati in un’ancor più piccola frazione di secondo. E nulla mi convincerà del contrario: per me questa è una ragione di più per apprezzare l’incomparabile bellezza di quei tre valori da cui siamo partiti.

Solitudine. Concentrazione. Silenzio.

Il volo dell’aquilone

Dopo aver scritto per tanti anni racconti, una selezione dei quali ha avuto una sua vita qui sopra, è uscito il mio primo romanzo Il volo dell’aquilone. E dopo aver scritto recensioni dei libri degli altri, aver letto pagine su pagine di letteratura di tutti i paesi e di tutti i tempi, dovrei dire qualcosa del mio libro, perché, come avviene per tutti gli autori, anche a me non dispiacerebbe avere qualche lettore. Ebbene, si tratta di un romanzo che ha come protagonista una di quelle persone che oggi si chiamano speciali, per non usare parole che potrebbero essere avvertite come politicamente, socialmente e culturalmente non corrette. Giulia è speciale per colpa di una di quelle intermittenze del tempo che la costringe a vedere tutto da un punto di vista originale e non convenzionale, diverso e proprio per questo privilegiato. Il babbo di una sua amica, appassionato costruttore di aquiloni che nella sua vita assumono un significato del tutto particolare, porta un giorno le due bambine a giocare con uno di questi oggetti da lui realizzati. Ma il destino ha altri piani per Giulia e da qui inizierà un cammino nuovo, più difficile, in cui tutto, soprattutto l’amicizia e le relazioni con le persone, assumerà un significato diverso e richiederà l’adozione di un punto di osservazione del tutto lontano dalle più trite convenzioni. La vita di Giulia scorre secondo un principio che lei stessa ha formulato: è la teoria dei paletti. Le barriere, gli ostacoli, le nuove difficoltà della vita non sopportano classificazioni, né schematizzazioni, né, tanto meno, generalizzazioni. Sono di due tipi i paletti di Giulia. Alcuni non possono essere spostati e vanno guardati con rispetto, mai con paura, né tanto meno con rassegnazione. Altri invece possono essere spostati e allora costituiscono traguardi sempre nuovi, ragioni di vita da assaporare ora dopo ora, giorno dopo giorno, incontro dopo incontro. E Roberto sarà uno di questi incontri, quello che convincerà Giulia non soltanto di quanto sia vera la sua teoria dei paletti, ma anche di quanto sia facile sbagliare nel momento in cui li si assegna a questa o a quella categoria. L’amore era uno di questi paletti. Erroneamente era stato ritenuto appartenente alla categoria di quelli fissi; e invece, grazie a Roberto, si è spostato in avanti. Una storia d’amore sì, ma una medaglia che ha il suo rovescio: si tratta del dolore che dal giorno in cui la vita di Giulia si è spezzata in due avvince colui che se ne ritiene causa, il babbo della sua amica; e il dolore vissuto nel senso di colpa finisce per straziare la vita di questa persona, già provata dal destino, proprio nel momento in cui Giulia ottiene il riscatto più bello. Ne nasce un secondo filone narrativo che conferisce al racconto l’andamento di un sogno, oppure di una favola, se preferite. Insomma, la storia di una ragazza speciale, ma non solo. Una storia d’amore vissuta fuori dai tutti i canoni convenzionali. Ma soprattutto un grido di libertà del tutto originale che assume come simbolo proprio l’aquilone, che cercherà di prendere il volo tra tante difficoltà, sapendo che la sua sopravvivenza dipenderà soltanto dalla sagacia di chi, con i piedi ben piantati per terra, ne terrà il filo. Un amore. Un inno all’ascolto. Un volo che spero vogliate tutti provare a comprendere. Questo è quello che pensa chi ha scritto il libro. Voi potrete avere altre idee. Se leggerete e scriverete qualcosa su quello che avrete letto, ne terrò conto e ve ne sarò immensamente riconoscente.

S. Tramonti, Il volo dell’aquilone, Youcanprint, Lecce 2019

https://www.youcanprint.it/fiction-psicologico/il-volo-dellaquilone-9788831633666.html

Maestri

Mettere sulla scena unicamente personaggi senza identità, eternamente smarriti, privi di riferimenti e di certezze, sempre alla deriva. Rappresentare il mondo come fatto solo di abiezioni e deiezioni, solo di negatività. Dissacrare tutto, in particolare ciò che fonda da secoli il nostro vivere insieme e lo ha tutelato e garantito. Vedere su ogni volto sereno e in ogni azione volta al bene sempre e solo ipocrisia. Negare ogni valore a tutto quanto ci ha portato fin qui dopo secoli di lotte, di studi, di quello che noi chiamiamo progresso, pur con tutti i distinguo. E soprattutto rifiutare sistematicamente di ammettere che questo ha un nome e si chiama tradizione, nel senso letterale di scelta di valori tramandati e da tramandare, fuori da ogni pretesa di schieramento. Utilizzare come simboli del processo di cambiamento dell’umanità soltanto le varie forme che assume ciò che sta sotto e mai ciò che sta sopra, ciò che si trova al margine a mai ciò che sta al centro. Negare sempre con sistematicità ogni anelito, ogni sogno, ogni emozione. Frustrare ogni tentativo di elevazione. Ridurre tutto a un pragmatismo privo di ogni valore profondo, privo di quella base culturale che ha dato un fondamento al nostro progredire, al nostro crescere, al miglioramento della qualità della nostra vita, al benessere di ogni genere. Individuare solo ostilità in ciò che ci attornia e non riuscire a comprendere più l’energia dell’amicizia e dell’amore, intesi nel senso più spirituale che si possa loro attribuire. Insegnare a cogliere soltanto l’effimero dell’atto crudo e materico e non a pensare che la bellezza più ammaliante si attua con il tempo lento e lungo e quasi mai in uno spazio circoscritto e definito, assaporando il significato della fatica e del sacrificio di una salita, di una conquista, di una vetta e non pretendendo di avere soltanto strade in discesa che portano unicamente nella melma e negli abissi più bui. In una parola saper distruggere soltanto e non essere più invogliati a creare e non invogliare più gli altri a farlo.

Ecco, questo riescono fare quelli che oggi sono chiamati maestri di pensiero, o per lo meno quelli che occupano più spazio nella comunicazione. Abbiate pazienza, ma mi dissocio da chi si rassegna alla liquefazione dell’umanità, alla crocifissione dei contenuti in nome della divinizzazione della forma, alla riduzione della comunicazione e della condivisione delle idee a fotogrammi istantanei, all’identificazione del fine di questa stessa comunicazione nell’emotività istintiva. Non sono i miei maestri. Quali sono? Potrei dire che sono quelli che ancora guardano in alto e non in basso; quelli che al tramare nell’ombra e nel fetido marciume che ristagna in basso preferiscono il sognare nella piena luce della vetta di una montagna; quelli per i quali la bellezza non è una prova costume, un profilo social, un bell’apparire, ma un valore serio e gravido di esperienza, costruito su autorità e modelli scelti con criterio per dare un senso profondo all’essere e non una forma tangibile all’apparire. Ma chi mi conosce sa che non sarei né abbastanza chiaro, né tanto meno esaustivo, se dicessi soltanto questo. Sarei soltanto un pedante brontolone o uno sterile nostalgico del buon tempo che fu. Sì, perché i veri maestri per me sono soprattutto quelli che sanno emozionarsi con la naturalezza di un bambino al volo di un aquilone.

© 2018. Stefano Tramonti

Un giorno una persona mi chiese: “Perché scrivi?” Le mentii. Faccio ammenda

Avverto un’insolita esigenza: quella di giustificare ciò che forse non ne avrebbe alcuna necessità. Già il fatto di porsi da soli certe domande potrebbe essere motivo d’imbarazzo. Sentirsele porre da altri agghiaccerebbe addirittura il magma di un vulcano. Ebbene, un giorno una persona mi chiese: “perché scrivi?” Le mentii. O meglio, non dissi tutto quello che avrei voluto dire. Anzi, dissi proprio quello che, alla resa dei conti, era meno rilevante che fosse detto. Si tratta di una domanda che mi fanno tanti e a cui non vorrei mai rispondere, perché le motivazioni sono abbastanza complesse e sono sempre convinto che non convincerei mai. Eppure mi hanno chiesto in tanti perché scrivo. Siccome questo blog è l’unico luogo in cui qualcosa di quello che in oltre quarant’anni ho scritto ha preso forma (usare la parola ‘pubblicazione’ rimanda a una tipologia di scrittura definitiva, che un testo su un blog difficilmente potrà avere), sono sempre sgattaiolato fuori, forse con atteggiamento un po’ infingardo, evitando di dare risposte, che potessero sembrare banali. Sfuggo a quelle domande, anche per un’altra ragione: dire la verità non è semplice, non si riesce a usare poche parole, l’uso di troppe parole rischia di far cadere in incongruenze, che potrebbero indurre a pensare anche che non sia vero quello che è stato detto. Insomma, ho un blog, questo blog. E, se vogliamo, qui ‘pubblico’ qualcosa e qui qualcuno può anche farsi un’idea, se ha tempo, voglia, pazienza di leggere: racconti, prose varie e anche recensioni. Ma non scrivo solo qui sopra, dove viene centellinato e passato a un setaccio forse troppo rigoroso quello che viene pubblicato. Scrivo anche per me stesso, mi tocca ammettere, anche se a tutti lapidariamente dichiaro che non dovrebbe essere questo il fine dell’atto dello scrivere in sé e per sé. C’è chi non la pensa così, sostenendo che, quando si scrive, si pensa principalmente a se stessi. Non intendo entrare in questo ginepraio: eppure, ho sempre ritenuto che scrivere abbia un senso solamente se c’è chi legge; ho sempre pensato che l’atto dello scrivere assuma un significato veramente speciale, solo quando il mettere insieme delle parole su una pagina diventa un momento del comunicare, ossia del condividere quel dono, quel munus, che tu offri agli altri, per ricordare sempre cosa significa questa parola così impegnativa. Questo non esclude, ben inteso, che si possa anche scrivere per se stessi – lo faccio anch’io, come ho appena ammesso, del resto – e, soprattutto, che qualcuno possa pensare che scrivere per se stessi sia addirittura l’intendimento principale del comporre testi. Non lo nego in tutta onestà e rispetto chi lo fa, ma, lo ripeto, non mi piace che una forma di comunicazione, che significa, l’abbiamo appena ricordato, condivisione di un dono, sia intesa come un boomerang, ossia studiata perché ritorni indietro, avente come meta noi stessi. E non solo: tornando indietro su noi stessi, ignorando totalmente una platea, un pubblico, una rete di fruitori, di lettori, potrebbe anche fare male. Insomma, a qualcosa siamo arrivati. Un primo punto lo abbiamo chiarito: non voglio scrivere pensando solo a me stesso, ma nutro un po’ la pretesa di avere qualcosa da condividere, pur non negando che non ritengo degno di essere condiviso con tutti, indistintamente, quello che scrivo.

Ebbene, una volta ammesso che scrivo e che qualcuno mi chiede perché io lo faccia, bisogna anche ammettere che qualcuno legge quello che scrivo, qualcuno dice di leggerlo, ma mente e non lo fa, qualcuno si spinge un po’ più in là, dicendo che scrivo bene; e mi tocca anche di dire che qualcuno mi ha anche fatto qualche elogio. Ammetto senza alcuna remora che i più non leggono niente di quello che scrivo, visualizzano il blog, ma quando si tratta di fare la fatica di leggere, iniziano a saltare di qua e là, da una pagina all’altra, non foss’altro perché un libro ha un prezzo di copertina, ma una pagina internet, apparentemente, no; non costa niente e quindi non vale niente. E vi dirò di più: ammetto anche che non mancano quelli che, se fossi un attore, mi lancerebbero solo pomodori marci. Detto questo, dato il classico colpo al cerchio e alla botte, la domanda resta: perché? Si può dire che si scrive per sfogarsi, per passare il tempo, per combattere la noia e riflettere su stessi come Seneca, per scatenare ire represse, perché ve lo ha prescritto il dottore come a Zeno Cosini, per le più disparate ragioni. Ce ne sarebbe un’altra, che escludo: per guadagnare. Ecco, quelli sono sogni, non risposte. Tuttavia, sono tutte risposte vacue, non vengono dall’anima; sono risposte che possiamo accettare nel clima salottiero e pettegolo di un circolo di professionisti benestanti di una delle tante e ricche città di questa bassa e grassa provincia padana in cui abito. Potranno essere risposte, ma non sono parole, non sono quegli atomi della comunicazione che, unendosi insieme, danno un significato a una scelta di suoni e di segni. Se sento quelle riposte, potrei dire che avverto dentro di me un sentimento di acrimonia, che potrebbe facilmente sfociare anche nella collera, ma non renderei, non aiuterei chi legge a comprendere il senso ultimo, se esiste; potrei dirmi arrabbiato, e allora renderei un po’ di più, ma non ancora abbastanza; se mi dicessi invece incazzato, allora tutti capireste benissimo il mio stato d’animo. Ecco, voilà una spiegazione della complessa teoria tra significante e significato, che degli studenti di liceo potrebbero capire meglio dei tanti schematismi, che uno strutturalismo vintage vorrebbe far conservare, come forma di mero sadismo didattico. Insomma, dobbiamo arrivare a un punto fermo: per rispondere alla domanda ‘perché scrivo?’, sono sicuro di una cosa: devo stare molto attento alle parole che uso, ma non devo controllarle troppo; devo sentirmi un po’ funambolo e trovare quel delicato equilibrio tra istinto e riflessione, tra prudenza e spontaneità. E alla fine, se riuscirò a essere sincero, vi dovrò ammettere che una risposta che possa valere in assoluto non esisterà mai e che mai come in questo caso onestà significa verità. Banale da dire, ma sempre arduo da raggiungere come obiettivo; dunque non certo inutile da rammentare. E il secondo punto è spiegato: si scrive per cercare una dimensione di equilibrio, per stemperare atteggiamenti che un’oralità incontrollata potrebbe facilmente condurre su terreni minati.

Procediamo. Scrivi perché convinto che la parola scritta sia terapeutica? Se ponessimo la domanda a uno dei tanti cosiddetti esperti di comunicazione, non avrebbe dubbio e direbbe di sì. Ma cosa deve curare? Andiamoci piano e facciamoci una domanda, che forse è quella che dovrebbe stare a monte di tutto quanto noi adesso stiamo cercando di costruire. Dico spesso ai miei studenti che pretendono di leggere un testo in latino o in greco, solo intuitivamente, senza avere delle basi linguistiche: “Una casa potrà mai stare in piedi se cominciamo a costruirla dal sesto piano?” La domanda è naturalmente di quelle retoriche e la risposta è “No”. Allora andiamo alla base, alle fondamenta. E facciamoci un’altra domanda ancora: non chiediamoci perché scriviamo, ma perché usiamo la parola scritta. Sottile distinzione? Accademica disquisizione? No. Assolutamente no. E adesso cercherò di spiegarmi. Ma vi ripeto di non partire mai dal presupposto che questi tentativi di risposta abbiamo un valore assoluto. Non lo avranno MAI.

Non sono psicologo. Non sono psichiatra. Non sono esperto di comunicazione di massa. Non sono pedagogista. Non sono linguista. Non sono esperto di neuroscienze. Sono uno che legge tanto, che ha sempre letto tanto, sin da piccolo. Sono uno che insegna lingue classiche ed è costretto, ahimè, ad usare tanto la parola non scritta, a parlare, verbo che viene dal latino medievale parabolare, che viene da parabola, che viene dal greco parabolè e dal verbo parabàllo, getto di fianco, metto da parte. Ma se devo essere sincero, con la parola emessa con la voce, per quanto l’insieme di suoni che ne esce sia armonioso e ricercato, non mi sono mai sentito a mio agio. La parola affidata al vento va bene per la politica, che può fare e disfare le parole a suo piacimento, pronunciarle e smentirle subito dopo; non va bene per quel pretenzioso intendimento di trasmettere la sapienza che dovrebbe essere insito nella funzione docente, in realtà impoverita assai ultimamente e ridottasi a quel sentore di muffa e scartoffie, di faldoni e circolari che l’espressione ‘funzione docente’ già di per sé, appunto, evoca. L’insegnante per me – e qui dico qualcosa che forse stupirà qualcuno – dovrebbe sempre scrivere; e parlare meno che può, dovrebbe riassaporare l’antico piacere di avere dispense sue da lasciare ai suoi studenti, o invitare gli studenti stessi a raccogliere i suoi appunti e metterli in ordine, per iscritto, con il loro aiuto. Non tutti si sentiranno all’altezza. Il che è comprensibile. Esiste una via d’uscita per queste persone: se non se la sentono di scrivere e produrre parole loro, leggano e propongano ai loro studenti i libri di altri. Faranno sempre meno danni. Terzo punto raggiunto: scrivo con la convinzione di poter insegnare qualcosa agli altri, ai miei studenti soprattutto, un po’ meglio, perché in quelle che in Omero si chiamano parole alate non nutro piena fiducia.

Ho svolto e svolgo tuttora anche un po’ di attività politica, ma, se con gli anni ho tirato i remi in barca, credo che sia anche per questo sempre più scarso valore che in politica viene dato alla parola, e soprattutto alla sua ‘coerenza’, nel senso letterale del termine, che significa tenere insieme secondo un criterio. I politici parlano sempre di più e scrivono sempre di meno, perché la coerenza ha un potere enorme: fa paura. Eppure i grandi statisti sono quelli che hanno parlato poco e scritto tanto. Ci sarà qualcosa che non quadra? Si dovrebbe dire che anche un bambino ci arriva a capirlo. Altre parole usate a vanvera: attenzione a sottovalutare i bambini! E, se fate lo sforzo di seguirmi ancora un po’, vi spiegherò perché. Così arriveremo al quarto punto. Ma ci vuole un po’ di pazienza, un piccolo sforzo in più.

Non ricordo quando abbia avuto la prima ispirazione a scrivere qualcosa, a mettere insieme parole per esprimere qualcosa di mio. Posso solo ricordavi un episodio, per me importante ma non determinante, per un amico psichiatra addirittura fondamentale: forse la verità sta nel mezzo. Frequentavo la quarta ginnasio a Firenze (che era il primo anno del liceo classico, per chi non ricorda la tradizionale scansione) e il mio docente di italiano diede tra le tracce della verifica, che un tempo si chiamava compito in classe, la composizione di un raccontino. Scelsi quella traccia e lui, grande appassionato di narrativa, disse a mia mamma che il testo era, dal suo punto di vista, perfetto come racconto. Ho già narrato questo episodio in altri miei scritti e non mi dilungo più. Sia sufficiente sapere questo: il mio professore di italiano credeva nelle mie possibilità come autore di testi narrativi in prosa. Non l’ho ascoltato. O meglio, l’ho ascoltato per metà, visto che al mio attivo come autore ho solo tre libri di storia e tanti articoli su riviste specializzate di storia antica, composti negli anni del dottorato di ricerca e in quelli successivi: peccati di gioventù, con il senno di poi, senza se e senza ma. Testi fatti per avere titoli, ricerche molto specialistiche. Altra roba. Ero un ragazzo dal carattere ombroso e timido allora. Non amo parlare in pubblico neanche oggi. Quando mi trovo costretto a farlo, avverto quella fastidiosa sensazione di cuore che salta in gola e che tronca la parola sul nascere. Un microfono poi … strumento di tortura per me! Sono una frana nel parlare, lo ammetto. E nella dialettica mi arrabbio subito, perché non reggo proprio il confronto verbale con un interlocutore. Non riesco a concentrarmi su quello che dico, perché sono come ossessionato da chi mi ascolta e penso solo a nascondermi. Insomma, la parola parlata che esce dalle mie labbra credo che sia, facendo l’immane sforzo di calarmi dalla parte dell’altro che la recepisce con i suoi sensi, una cosa quasi pietosa da ascoltare. Forse non lo è, ma nessuno lo ha mai detto; e dunque, fino a prova contraria, lo è. Volevo fare giurisprudenza, ma vicende della vita, su cui non vi annoio, mi hanno portato sulla strada delle lettere classiche. Insomma, prima o poi sarei stato costretto a parlare da una cattedra. Mi terrorizzava per davvero la cosa. Usare le parole alate di Omero! Nei primi tempi non fu facile affrontare quell’esperienza. Nel frattempo scrivevo. Ho scritto fiumi, oceani di parole, nel frattempo. Ho scritto favole per le mie bambine, racconti, ho scritto lettere, ho scritto un primo romanzo, poi un secondo; ho scritto recensioni, saggi. Ma non ho mai avuto né il coraggio, né quel pizzico di fortuna che occorre per uscire dall’anonimato, in cui, tutto sommato, ancora mi trovo. E i romanzi sono ancora nel cassetto; dei racconti ne ho inseriti alcuni, una cinquantina, forse di più, nel blog, dove ho anche scritto alcune recensioni. Ho un hard disk esterno pieno di testi scritti da me, da quel lontano 1977, quando un professore di italiano a Firenze mi disse che scrivevo bene. Devo ammettere che le prove di italiano a scuola sarebbero sempre state il mio punto di forza. Passa il tempo. Nel mio nuovo ruolo di colui che doveva ipnotizzare due bambine piccole, per consentire la pace serale al desco familiare, ho scritto anche tante favole. Quante ne ho scritte! Tra le varie versioni della stessa favola si tratta di oltre un centinaio di testi. Scrivevo perché scrivere non mi pesa. Scrivevo perché scrivere, ancora oggi, mi fa sentire libero. Scrivere non significa avere il giudizio in tempo reale di un fruitore di quello che componi. Scrivere comporta pensare, poter correggere, poter limare, rivedere, riscrivere due, tre, dieci, cento volte la stessa frase. Per esempio, le virgole. Pensare a una virgola: serve o no? Cambia o no la lettura? Si tratta solo di una semplice pausa o serve proprio a strutturare meglio la sintassi? Scrivere significa ascoltarsi, perché quando rileggi la serie di parole che hai messo insieme, non vedi più parole, ma senti emozioni. Scrivere significa lasciare una traccia di ciò che senti, di come rappresenti con i tuoi mezzi espressivi una realtà che altri forse non si sognerebbero nemmeno di raffigurare così. Scrivere significa sentirsi come un aquilone, libero di volare, ma costretto da un filo a seguire alcune dritte. Chi tiene quel filo non sei necessariamente tu stesso. Ma, anche quanto non lo sei, o meglio ti autoconvinci di non esserlo, anche quando ti sei persuaso che il fittizio abbia assunto il totale controllo sul reale, chi tiene quel filo non è mai troppo lontano da te stesso. Non lo impari subito. Occorrono anni di esperienza di parola scritta, anni di digitazione sulla tastiera, per comprendere questa forma che possiamo chiamare in tanti modi, ma alla fine è una delle tante sintomatologie di quella che oggi si chiamerebbe sindrome bipolare e che fino a poco tempo fa nessuno ha chiamato con questo nome. Molto forte è quello che dico, ma spero di non essere frainteso da chi scrive, da chi compone testi in prosa, o anche in versi: chi scrive non può non essere, in un certo qual modo, bipolare, in senso erasmiano. O meglio, se non lo è, deve sforzarsi di diventarlo. Vuol dire folle? Non è forse giustamente diventato famoso un signore che disse stay hungry, stay foolish? Ormai su quella frase si sta discettando più che sull’ “eppur/e pur si muove”. E pensare che, se avesse riflettuto sul fatto che la parola viene molto probabilmente dal latino follis, la saccoccia del denaro spiccio, che conta poco, spesso vuota, e che vale appunto come una zucca vuota, ne avrebbe forse usata un’altra. Nel momento stesso in cui devi separare finzione da realtà, sei ‘bipolare’, devi esserlo, ti piaccia o no la parola, anche se oggi essa assume la connotazione di un termine medico e indica una patologia. Non pensiamo a quello: pensiamo al suo significato. Scrivere significa individuare due poli in se stessi, uno sei tu con la tua vita e i tuoi sensi, le tue percezioni, uno è il tuo spirito con i tuoi sogni, i tuoi sentimenti e le tue emozioni. Se vuoi scrivere e se vuoi che quello che scrivi abbia un certo impatto, devi avere esatta contezza dell’esistenza di questi due poli e devi essere consapevole del fatto che tuo dovere è quello di tenerli sempre ben distinti: chiunque ha tentato di rappresentare in forma letteraria la realtà, pretendendo di raffigurarla, come direbbe lo storico Ranke, wie es eigentlich gewesen war, così come effettivamente è stata, è incorso in un fallimento, quanto meno in una cocente delusione. Un esempio. (Fino a prova contraria, sono un professore e qualche volta permettetemi di salire in cattedra.) La bellezza delle più belle pagine dei veramente bei racconti de Le veglie di Neri di Renato Fucini, etichettato come verista, incasellato nei capitoli di storia della letteratura tra gli autori che avrebbero inteso dare delle proprie terre un’immagine depurata da ogni forma di soggettività, sta proprio nella forza che il suo stile sanguigno comunica al lettore: chiediamoci piuttosto che bisogno avesse di usare lo pseudonimo anagrammato di Neri Tanfucio, se non avesse avvertito, a priori, un sentimento di distacco rispetto ai testi da lui composti. Scrivere significa, secondo questo mio punto di vista, che forse farà fare i salti sulla sedia a tanti, esercitare un atto di liberazione, più che di libertà; scrivere significa liberarti di quanto di sporco avverti in te stesso, vuotare il bidone del rusco che si accumula nel fondo dell’anima; poi – ma solo quando la catarsi sarà totale – potrai permetterti di volare più in alto. Siamo sempre lì, a quella metafora dell’aquilone che mi sta tanto cara da essere diventata, secondo quanto da alcuni evidenziato, una specie di ossessione nei miei scritti. C’è sempre il filo. E per fortuna che c’è! Le opere migliori sono quelle che nascono di getto, tuonano i soloni che si presentano come grandi esperti della comunicazione. Le opere migliori sono quelle in cui hai lasciato andare le mani sulla tastiera come cuore comandava. E si legge anche questo sui tanti blog che invitano a scrivere, come se il cuore non potesse essere messo in libertà vigilata dal cervello! C’è del vero in questo, ma, credetemi, dopo quarant’anni di attività di scrittura, non è così facile, come tanti vorrebbero farvi credere. La rete è piena di mangiatori di soldi, che vi incantano con elogi sperticati, facendo leva su quello che in Inghilterra si chiama vanity press, facendovi credere che, se vi affidate a loro, diventerete il caso letterario dell’anno. Lo ammetto, ci stavo cascando anch’io nella trappola. Vi assicuro che la rete oggi si avvale di metodologie della comunicazione che possono avere un potere enorme sulla vostra anima, se non fate riferimento anche alla ragione, se non pensate che esiste anche quella e non vi ponete tante domande, prima di lasciarvi ammaliare. Vi incantano, vi invitano a inviar loro quelli che ancora – per fortuna! – si chiamano manoscritti; poi battono cassa. Non sarebbero così tanti i professionisti dell’abbindolare, se non ci fossero tanti che si lasciano, anche volutamente, lusingare. In fondo, per buttare via dei soldi, si sa, la fantasia offre una quantità illimitata di soluzioni. Dunque, quarto punto: non scrivo per denaro, ma per passione, indotta da un mio insegnante.

Del resto, “chi scrive si deve sentire un artista”, vi dicono gli amici che vi vogliono bene: che lo facciano per farvi complimenti e consolarvi o no, non importa. Comunque la mettiate, un po’ di vero c’è. Ecco: cosa vi dicevo? Il valore catartico e liberatorio della scrittura. Funziona! E allora? Allora non pensiamo alle bassezze, ma cerchiamo qualcosa di più bello, magari alzando la testa in alto. Pensiamo solo a quell’aquilone e quanto è bello sentirsi bambini e volerlo guidare. Pensiamo a quante favole parlano di lui e come mai quell’oggetto ha il potere di affascinare così tanto. Pensiamo a quanto è bella quell’idea di libertà, che però ha bisogno di un filo, di una guida, di una mano sagace che dia forma a quei sogni, a quelle emozioni, a quella bellezza che la parola scritta prima o poi rappresenterà. C’è la rete oggi. Aprite un blog. Fatevi un sito. Potete farlo gratuitamente. Potete anche pagare modiche cifre di abbonamento annuo, se non volete incorrere in soppressioni e cancellazioni, a cui qualche amico purtroppo è andato soggetto. Ma scrivete senza paura. Lasciate andare le mani. Liberatevi di quello che con la voce forse non riuscireste mai a dire. Non abbiate mai paura di ammettere che scrivere è terapeutico, perché più lo negherete, più dimostrerete che di quella cura avevate proprio bisogno. E ricordate una cosa, che vale da quando esiste la scrittura: la parola che direte con la voce si potrà perdere nel vento, ma quello che scriverete resterà e soprattutto sarà come quell’aquilone: resterà, sarà libero, cercherà di sfuggirvi, ma sarà sempre guidato dalla mano più sagace, l’unica di cui vi fidate, la vostra. Potrete non essere d’accordo, ma non potrete mai dire di non avere avuto una risposta, relativa quanto volete, ma reale. Avete adesso una catena sensata di parole, coerente, oserei dire; vi abbraccerò se solo mi direte che queste parole conservano il sapore del terreno che le ha prodotte.

Questa è la mia risposta alla domanda, che tanti mi fanno, ‘perché scrivi?’ E se non avete capito bene, non posso fare altro che dirvi di ricominciare dalla prima riga di questo testo e di rileggere tutto con estrema attenzione, di leggere in solitudine, in silenzio e con la massima concentrazione (tutto quello che oggi manca e rende sempre più difficile la lettura), perché le parole che qui sono state usate, non sono state gettate al primo vento che si è alzato, ma hanno sempre rispettato la regola che consente all’aquilone di sentirsi libero, di essere ben guidato e di far vibrare l’anima di emozioni. Solitudine, silenzio e concentrazione: difficilissimo oggi, direte voi! Sì, lo è. La civiltà della comunicazione spicciola e immediata, dell’informazione in pillole fondata sull’emotività del momento e non sulla riflessività fa a botte con la necessità di solitudine, silenzio e concentrazione che, del resto, richiede, ancor prima della scrittura, la lettura. E qui, eccolo!, viene fuori l’altro grande tema: il rapporto tra lettura e scrittura, su cui, abbiate pazienza, sono stanco e voglio concludere, mi dilungherò un’altra volta, per non annoiarvi. Insomma, se il problema è quello che ho avuto io e non riuscite a parlare come vorreste, nessuna paura! Quello è il momento per capire che la scrittura è il vostro terreno amico. E se un giorno qualcuno vi criticherà per quello che avete scritto e vi troverà dei difetti, guardate sempre al bicchiere mezzo pieno: vogliategli bene, perché è una specie di miracolo il solo fatto che abbia letto. E se arriverete al punto di emozionarvi, meglio ancora: pensate solo al fatto che bambini lo siamo stati tutti e che non ho mai conosciuto un bambino che non si sia emozionato con un aquilone in mano. La protagonista di uno dei miei due libri nel cassetto, l’ultimo, quello che mi preme di più e che proprio per questo non voglio gettare al vento come le parole di cui sopra, vive una sua favola, si libera di ansia e dolore proprio così, affabulando, prendendosi questa responsabilità, mettendoci la faccia con la parola scritta, ma sempre con la convinzione che quella di cui lei è protagonista sempre una favola è. Ed è proprio la favola di un aquilone come questo, libero, ma fiducioso in una guida che non è mai lontana da lui, libero di volare nel cielo, ma consapevole che la sua direzione è controllata da una mano sagace. La scrittura è questo. E se a lei mi affido, lo faccio solo per questo: vola libera, affascina con i suoi voli, attrae con la vista dei suoi paesaggi che riempie di colori, sa di poter dominare tutto dall’alto, reca una gioia immensa forse proprio perché sempre un po’ infantile (mai avere paura di negare questi aspetti che solo Giovanni Pascoli ebbe il coraggio di dichiarare senza infingimenti!), ma senza di me non va da nessuna parte. E tutto il resto è fuffa. O no?

La scelta

Hai finito un libro? Non sai cosa leggere? Hai paura di fare la scelta sbagliata? Mi chiedi consiglio. Rispondo perché non vorrei che tu dicessi di esserti rivolto alla persona sbagliata. Non so se quello che ti dirò ti sarà di aiuto o no. Ma prova ad ascoltarmi almeno. Scegliere un libro è come ricercare luoghi dello spirito di cui non si conosce né ubicazione nello spazio, né collocazione nel tempo. Si è guidati da un desiderio di ricerca che ti guida tra quarte di copertina e recensioni, risvolti di sovracoperte e memorie di articoli o pagine web letti chissà dove. Chi raramente non si trova a chiedere un libro in particolare, ma vorrebbe un aiuto su un genere, oppure su un autore, di solito non è un contenitore vuoto. Ha tante idee per la testa: si sente solo un po’ sconcertato. Spesso rinuncia o rimanda a un altro momento. Ma proviamo a chiederci cosa sono queste che abbiamo chiamato ‘idee per la testa’. Senza idee nessuno sceglie un libro. Provo a dare una risposta. Queste idee sono la forma che prendono i nostri sogni inappagati, le nostre nostalgie per quanto impossibile rivivere, i nostri desideri al contempo più belli e più irrealizzabili. Se qualcosa è andato storto, una lettura non servirà forse più a raddrizzarlo, ma ti consolerà su cosa avresti potuto fare perché non andasse così male, su come ti saresti potuto comportare perché il destino prendesse una strada diversa, addirittura potresti assegnare al libro un ruolo di guida spirituale e poi, magari, mangiarti le mani per averlo fatto, darti dell’idiota per aver potuto pensare una cosa del genere, infine concludere che comunque qualcosa hai imparato. Se quello che hai letto ti ha recato piacere, una lettura può far sì che quel piacere s’imponga in modo persino lapidario nell’archivio della memoria. Una lettura ti può aprire orizzonti che non immagini, può imprimere in te sigilli indelebili, ti può tracciare sentieri che non falliscono la meta. Hai paura di non scegliere bene? Può capitare. Ma se ti lasci guidare da quella parte dello spirito del tempo che si chiama passione e che ha le sue esperienze, se ti lasci guidare dalla parte migliore di te stesso, da un amore dalla natura proteiforme e proprio per questo sempre più affascinante, se ti affidi totalmente a lui, la scelta difficilmente ti deluderà. E dopo ti sentirai più ricco? Di solito succede. Ma per fare questo bisogna leggere leggere leggere. Insomma siamo sempre al serpente che si mangia la coda. Il ragionare su questi temi, quando diventa pretenzioso e s’ingegna vanamente di spiegare ciò che alla ragione non compete, s’incarta sempre. Naturalmente. Cosa ti aspettavi? Non è forse questo il suo bello? Non ti ho risposto? Non ho mai detto che l’avrei fatto. Però, se risali qualche riga indietro, una traccia di sentiero almeno la puoi trovare. E alla fine capirai che queste parole del tutto inutili non sono state. Anzi …

Il nascondiglio

Bisogna avere moglie, figli, sostanze e soprattutto la salute, se si può; ma non attaccarvisi in maniera che ne dipenda la nostra felicità. Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine. Là noi dobbiamo trattenerci abitualmente con noi stessi, e tanto privatamente che nessuna conversazione o comunicazione con altri vi trovi luogo; ivi discorrere e ridere come se fossimo senza moglie, senza figli e senza sostanze. Noi abbiamo un’anima capace di ripiegarsi in se stessa; essa può farsi compagnia; ha i mezzi per assalire e difendere, per ricevere e per donare, non dobbiamo temere di marcire d’ozio noioso in questa solitudine.

Michel de Montaigne, Saggi

Qualcuno mi ha chiesto quale sia il significato del nome di questo blog. Ecco. C’è qualcuno più importante di me che ve lo può spiegare, sicuramente meglio di come ve lo avrei detto io.

Basta non pretendere mai che sia troppo veritiero quello che in partenza ha già il germe della finzione, la premessa di una metamorfosi, la tendenza al cambiamento. Nascondiglio, dunque, non per scomparire, ma nell’intendimento di ricomparire altrove, meglio ancora se con le tre B, più belli, più bravi e più buoni di prima.

L’idea

L’idea per un racconto è qualcosa che ti arriva nella mente, nei modi e nei tempi più disparati, e poi, quando hai finito di comporre il primo abbozzo del testo, ti chiedi che attinenza avesse quella cosa, per la quale hai osato persino scomodare la religione e chiamarla ‘ispirazione’, con la sequenza di parole che alla fine ne è uscita. Il bello di tutto questo è che quell’idea, proprio per questo, finisce per essere sempre valida all’inizio, ma cambia forma, si snatura, talvolta fallisce proprio nel suo intendimento alla prova dei fatti. Che sia proprio perché ha a che fare con la spiritualità? A lungo me lo sono chiesto, perché qualcuno mi ha messo, come spesso succede, la pulce nell’orecchio. Ora non mi interessa più: la parola la esprime e le dà una forma, che può piacere o non piacere, e quindi vive di una sua provvisoria e sempre perfettibile relatività. Alla fine dei giochi, se non ci fosse sempre un margine di miglioramento, sarebbe come se un atleta si allenasse per avere sempre le stesse prestazioni. Il bello dell’idea è proprio la sua plasticità, meglio se un po’ mimetica, all’uopo. Lasciatemela. A me basta questa. Per il resto, fate voi.

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