Maestri

Mettere sulla scena unicamente personaggi senza identità, eternamente smarriti, privi di riferimenti e di certezze, sempre alla deriva. Rappresentare il mondo come fatto solo di abiezioni e deiezioni, solo di negatività. Dissacrare tutto, in particolare ciò che fonda da secoli il nostro vivere insieme e lo ha tutelato e garantito. Vedere su ogni volto sereno e in ogni azione volta al bene sempre e solo ipocrisia. Negare ogni valore a tutto quanto ci ha portato fin qui dopo secoli di lotte, di studi, di quello che noi chiamiamo progresso, pur con tutti i distinguo. E soprattutto rifiutare sistematicamente di ammettere che questo ha un nome e si chiama tradizione, nel senso letterale di scelta di valori tramandati e da tramandare, fuori da ogni pretesa di schieramento. Utilizzare come simboli del processo di cambiamento dell’umanità soltanto le varie forme che assume ciò che sta sotto e mai ciò che sta sopra, ciò che si trova al margine a mai ciò che sta al centro. Negare sempre con sistematicità ogni anelito, ogni sogno, ogni emozione. Frustrare ogni tentativo di elevazione. Ridurre tutto a un pragmatismo privo di ogni valore profondo, privo di quella base culturale che ha dato un fondamento al nostro progredire, al nostro crescere, al miglioramento della qualità della nostra vita, al benessere di ogni genere. Individuare solo ostilità in ciò che ci attornia e non riuscire a comprendere più l’energia dell’amicizia e dell’amore, intesi nel senso più spirituale che si possa loro attribuire. Insegnare a cogliere soltanto l’effimero dell’atto crudo e materico e non a pensare che la bellezza più ammaliante si attua con il tempo lento e lungo e quasi mai in uno spazio circoscritto e definito, assaporando il significato della fatica e della sacrificio di una salita, di una conquista, di una vetta e non pretendendo di avere solo strade in discesa che portano solo nella melma e negli abissi più bui. In una parola saper distruggere soltanto e non essere più invogliati a creare e non invogliare più gli altri a farlo.

Ecco, questo riescono fare quelli che oggi sono chiamati maestri di pensiero, o per lo meno quelli che occupano più spazio nella comunicazione. Abbiate pazienza, ma mi dissocio da chi si rassegna alla liquefazione dell’umanità, alla crocifissione dei contenuti in nome della divinizzazione della forma, alla riduzione della comunicazione e della condivisione delle idee a fotogrammi istantanei, all’identificazione del fine di questa stessa comunicazione nell’emotività istintiva. Non sono i miei maestri. Quali sono? Potrei dire che sono quelli che ancora guardano in alto e non in basso; quelli che al tramare nell’ombra e nel fetido marciume che ristagna in basso preferiscono il sognare nella piena luce della vetta di una montagna; quelli per i quali la bellezza non è una prova costume, un profilo social, un bell’apparire, ma un valore serio e gravido di esperienza, costruito su autorità e modelli scelti con criterio per dare un senso profondo all’essere e non una forma tangibile all’apparire. Ma chi mi conosce sa che non sarei né abbastanza chiaro, né tanto meno esaustivo, se dicessi soltanto questo. Sarei soltanto un pedante brontolone o uno sterile nostalgico del buon tempo che fu. Sì, perché i veri maestri per me sono soprattutto quelli che sanno emozionarsi con la naturalezza di un bambino al volo di un aquilone.

© 2018. Stefano Tramonti

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