Inno alla gioventù

Preparando una lezione di lirica greca sui frammenti elegiaci di Mimnerno per i miei studenti di quarta e rileggendo il testo sulla vecchiaia contenente la nota similitudine delle foglie, riflettere su certi canoni e certe convenzioni letterarie non è forse del tutto inutile.

Da giovani si scrive con fierezza e baldanza, si dice. Il giovane è quello che vuole spaccare il mondo, anche quando scrive, si legge spesso. Poi si cambia, si sostiene: si conviene troppo leggermente sul fatto che alla baldanza e alla fierezza si sovrappongano piano piano, con la stessa parsimonia di tempo con cui incanutisce il pelo, il lucido raziocinio e anche una patina di malinconica ironia. Questo è quanto comunemente si legge e si sostiene. Questo è quanto generalmente si tramanda da secoli. Ma non è così che va impostato il problema, anche se non siamo certamente qui a negare che quanto sostenuto dai più possa accadere nella vita.

Siccome è proprio questo avverbio ‘generalmente’ che mi urta, siccome è proprio dall’errato uso di questa parola da parte di chi vorrebbe che ‘generalmente’ significasse ‘assolutamente’ che viene questo mio malessere, e siccome da tempo sostengo che è proprio il generalizzare che rovina tutta l’immensa e variegata bellezza della vita, che è resa interessante proprio dalla differenza e qualche volta anche dall’oltraggio alla regola generale, alla convenzione costituita, al canone più o meno dogmatico, ecco che anche la considerazione sul tono della scrittura andrebbe condotta con maggiore cautela e soprattutto con una maggiore attenzione ai diversi casi degli individui, dei contesti in cui sono attori e della loro condizione di vita, perché mai come quando si discute di espressione e di comunicazione è vero che tutti siamo diversi, perché nessuno reagisce alle sollecitazioni del contesto allo stesso modo. Non è certo una scoperta, ne sono consapevole, ma ripeterlo non nuoce, vista la forza con cui queste malsane convenzioni tuttora resistono.

E dunque la scrittura? Ecco allora che la scrittura, quando è opera di un’età matura, finisce per assumere le più diverse sfumature, soprattutto se si considera il contesto in cui è stata vissuta l’età precedente. Non ci sono regole, non ci sono canoni, non è lecito stilare alcuna generalizzazione. Mai come oggi mi sento fiero e baldanzoso quando scrivo. Perché? Perché sono un ribelle? Li adoro e li invidio qualche volta, ma non credo sia la ragione. Perché rifiuto ogni generalizzazione? Sì, è vero, ma non credo sia neanche per questo. Perché rifiuto le regole costituite? Mi piace farlo, lo ammetto, è un’innata pulsione che si manifesta in me soprattutto se mi sta antipatico quello che le ha fissate, ma non è nemmeno questa la motivazione. E allora?

Credo che sia sufficiente riflettere su un dettaglio per cercare una risposta che possa avvicinarsi al vero. Quella che abbiamo chiamato la fierezza e la baldanza della gioventù non ha età. Si può raggiungere in qualunque momento. Cambia solo il modo in cui si esprime. Concentriamo la nostra attenzione sulla scrittura e non divaghiamo. L’atto di scrivere risponde quasi sempre al bisogno di tirare fuori da dentro e di liberare dalla catene parole che altro non aspettavano. Si può realizzare l’obiettivo in tanti modi. Con il maturare, con il passar degli anni, dipanandosi lentamente il gomitolo della vita attraverso le più varie peripezie, questi modi, che nella scrittura sono i toni e gli stili, sfuggiranno sempre ad ogni schema e non tollereranno mai di essere incasellati, perché quelle peripezie saranno sempre uniche e originali, come irripetibili e individuali saranno i contesti in cui sono maturate.

Esiste poi un caso del tutto speciale ed è quello di chi sente il bisogno ad un certo punto di esprimere liberamente quello che in gioventù non è riuscito a comunicare, quello di chi trova soltanto in età matura quella forza che prima è mancata, quello di chi soltanto dopo anni e anni di letture e di confronto con testi altrui trova l’ardire di comporne di propri. Come potremmo non chiamare gioventù la fase di rinnovamento che questa persona vive, anche se la scopre soltanto quando della gioventù anagrafica vede il treno allontanarsi e svanire lontano tra le nebbie? Va via un treno, partirà e scomparirà alla vista, esattamente come quella vista e quei sensi s’indeboliranno, esattamente come le forze del corpo perderanno il vigore fisico, ma non svanirà mai la forza interiore della vita, quell’energia di spirito che tanti attribuiscono alle più svariate ragioni. La forza spirituale, sì, qui è la risposta. La forza spirituale non solo non ha età, ma può assumere gagliardia proprio mentre il vigore dei nervi scema. Non dimenticherò mai la forza con cui mio babbo, in punto di morte, afferrava tra le sue mani le dita delle mie, comunicandomi in quel momento una forza senza dubbio superiore alla mia. Un treno è partito. A quel treno ne seguirà un altro e chi ha fiducia in questa forza lo prenderà al volo con quella baldanza e quella fierezza che prima non aveva trovato, o perché prima non ne aveva avuto le occasioni, o perché prima non aveva avuto l’ardire, o perché prima non si era sentito all’altezza del compito o per quelle mille e mille altre motivazioni che ci rendono tutti mille e mille volte diversi e impossibili da incasellare in una tabella.

E di me cosa dovrei dire? Se vi può interessare come conclusione, scrivo questa riflessione proprio perché in questi giorni sto tirando fuori dal classico cassetto scritti di varia natura composti in età adolescenziale e in gioventù. E sono una scoperta continua. Saranno acerbi il lessico e la forma, ma non l’energia vitale che li ha fatti nascere. Ebbene: non trovo una forza interiore diversa; se c’è cattiveria è la stessa cattiveria di oggi; se c’è malinconia è la medesima malinconia di oggi; e il fine che allora esortò a scrivere è lo stesso che induce oggi a rendere noto e pubblicare. I temi sono diversi soltanto perché naturalmente diversi sono i contesti di vita, diverse le occasioni, diversi gli incontri, diverse le relazioni, diversi, perché no?, gli strumenti stessi e i codici della comunicazione. Ma i toni sono esattamente gli stessi. L’entusiasmo, inteso alla greca come ispirazione quasi mistica, profonda, di natura interiore, è il medesimo di oggi.

E allora, su, diamo una spallata alle convenzioni! Con buona pace di tanti vecchi brontoloni e di Mimnermo, di cui per fortuna altro era ammirato nell’antichità e non quel che a noi è giunto dal naufragio dei secoli, mi piace pensare, e mi piace scriverlo con baldanza e fierezza, che la scrittura è sempre opera di diversi stadi e diversi aspetti di una stessa gioventù.

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