Un giorno una persona mi chiese: “Perché scrivi?” Le mentii. Faccio ammenda

Sento uno strano bisogno. Quello di giustificare ciò che forse non ne avrebbe alcuna necessità. Già il fatto di porsi da soli certe domande potrebbe essere motivo d’imbarazzo. Sentirsele porre da altri agghiaccerebbe addirittura il magma di un vulcano. Ebbene, un giorno una persona mi chiese: “perché scrivi?” Le mentii. O meglio non dissi tutto quello che avrei voluto dire. Anzi, dissi proprio quello che, alla resa dei conti, era meno rilevante che fosse detto. Si tratta di una domanda che mi fanno tanti e a cui non vorrei mai rispondere, perché le motivazioni sono abbastanza complesse e sono sempre convinto che non convincerei mai. Eppure mi hanno chiesto in tanti perché scrivo. Siccome questo blog è l’unico luogo in cui qualcosa di quello che in oltre quarant’anni ho scritto ha preso forma (usare la parola ‘pubblicazione’ rimanda a una tipologia di scrittura definitiva, che un testo su un blog difficilmente potrà avere), sono sempre sgattaiolato fuori, forse con atteggiamento un po’ infingardo, evitando di dare risposte, che potessero sembrare banali. Sfuggo a quelle domande, anche per un’altra ragione: dire la verità non è semplice, non si riesce a usare poche parole, l’uso di troppe parole rischia di far cadere in incongruenze, che potrebbero indurre a pensare anche che non sia vero quello che è stato detto. Insomma, ho un blog, questo blog. E, se vogliamo, qui ‘pubblico’ qualcosa e qui qualcuno può anche farsi un’idea, se ha tempo, voglia, pazienza di leggere: racconti, prose varie e anche recensioni. Ma non scrivo solo qui sopra, dove viene centellinato e passato a un setaccio forse troppo rigoroso quello che viene pubblicato. Scrivo anche per me stesso, mi tocca ammettere, anche se a tutti lapidariamente dichiaro che non dovrebbe essere questo il fine dell’atto dello scrivere in sé e per sé. C’è chi non la pensa così, sostenendo che, quando si scrive, si pensa principalmente a se stessi. Non intendo entrare in questo ginepraio: eppure, ho sempre ritenuto che scrivere abbia un senso solamente se c’è chi legge; ho sempre pensato che l’atto dello scrivere assuma un significato veramente speciale, solo quando il mettere insieme delle parole su una pagina diventa un momento del comunicare, ossia del condividere quel dono, quel munus, che tu offri agli altri, per ricordare sempre cosa significa questa parola così impegnativa. Questo non esclude, ben inteso, che si possa anche scrivere per se stessi – lo faccio anch’io, come ho appena ammesso, del resto – e, soprattutto, che qualcuno possa pensare che scrivere per se stessi sia addirittura l’intendimento principale del comporre testi. Non lo nego in tutta onestà e rispetto chi lo fa, ma, lo ripeto, non mi piace che una forma di comunicazione, che significa, l’abbiamo appena ricordato, condivisione di un dono, sia intesa come un boomerang, ossia studiata perché ritorni indietro, avente come meta noi stessi. E non solo: tornando indietro su noi stessi, ignorando totalmente una platea, un pubblico, una rete di fruitori, di lettori, potrebbe anche fare male. Insomma, a qualcosa siamo arrivati. Un primo punto lo abbiamo chiarito: non voglio scrivere pensando solo a me stesso, ma nutro un po’ la pretesa di avere qualcosa da condividere, pur non negando che non ritengo degno di essere condiviso con tutti, indistintamente, quello che scrivo.

Ebbene, una volta ammesso che scrivo e che qualcuno mi chiede perché io lo faccia, bisogna anche ammettere che qualcuno legge quello che scrivo, qualcuno dice di leggerlo, ma mente e non lo fa, qualcuno si spinge un po’ più in là, dicendo che scrivo bene; e mi tocca anche di dire che qualcuno mi ha anche fatto qualche elogio. Ammetto senza alcuna remora che i più non leggono niente di quello che scrivo, visualizzano il blog, ma quando si tratta di fare la fatica di leggere, iniziano a saltare di qua e là, da una pagina all’altra, non foss’altro perché un libro ha un prezzo di copertina, ma una pagina internet, apparentemente, no; non costa niente e quindi non vale niente. E vi dirò di più: ammetto anche che non mancano quelli che, se fossi un attore, mi lancerebbero solo pomodori marci. Detto questo, dato il classico colpo al cerchio e alla botte, la domanda resta: perché? Si può dire che si scrive per sfogarsi, per passare il tempo, per combattere la noia e riflettere su stessi come Seneca, per scatenare ire represse, perché ve lo ha prescritto il dottore come a Zeno Cosini, per le più disparate ragioni. Ce ne sarebbe un’altra, che escludo: per guadagnare. Ecco, quelli sono sogni, non risposte. Tuttavia, sono tutte risposte vacue, non vengono dall’anima; sono risposte che possiamo accettare nel clima salottiero e pettegolo di un circolo di professionisti benestanti di una delle tante e ricche città di questa bassa e grassa provincia padana in cui abito. Potranno essere risposte, ma non sono parole, non sono quegli atomi della comunicazione che, unendosi insieme, danno un significato a una scelta di suoni e di segni. Se sento quelle riposte, potrei dire che avverto dentro di me un sentimento di acrimonia, che potrebbe facilmente sfociare anche nella collera, ma non renderei, non aiuterei chi legge a comprendere il senso ultimo, se esiste; potrei dirmi arrabbiato, e allora renderei un po’ di più, ma non ancora abbastanza; se mi dicessi invece incazzato, allora tutti capireste benissimo il mio stato d’animo. Ecco, voilà una spiegazione della complessa teoria tra significante e significato, che degli studenti di liceo potrebbero capire meglio dei tanti schematismi, che uno strutturalismo vintage vorrebbe far conservare, come forma di mero sadismo didattico. Insomma, dobbiamo arrivare a un punto fermo: per rispondere alla domanda ‘perché scrivo?’, sono sicuro di una cosa: devo stare molto attento alle parole che uso, ma non devo controllarle troppo; devo sentirmi un po’ funambolo e trovare quel delicato equilibrio tra istinto e riflessione, tra prudenza e spontaneità. E alla fine, se riuscirò a essere sincero, vi dovrò ammettere che una risposta che possa valere in assoluto non esisterà mai e che mai come in questo caso onestà significa verità. Banale da dire, ma sempre arduo da raggiungere come obiettivo; dunque non certo inutile da rammentare. E il secondo punto è spiegato: si scrive per cercare una dimensione di equilibrio, per stemperare atteggiamenti che un’oralità incontrollata potrebbe facilmente condurre su terreni minati.

Procediamo. Scrivi perché convinto che la parola scritta sia terapeutica? Se ponessimo la domanda a uno dei tanti cosiddetti esperti di comunicazione, non avrebbe dubbio e direbbe di sì. Ma cosa deve curare? Andiamoci piano e facciamoci una domanda, che forse è quella che dovrebbe stare a monte di tutto quanto noi adesso stiamo cercando di costruire. Dico spesso ai miei studenti che pretendono di leggere un testo in latino o in greco, solo intuitivamente, senza avere delle basi linguistiche: “Una casa potrà mai stare in piedi se cominciamo a costruirla dal sesto piano?” La domanda è naturalmente di quelle retoriche e la risposta è “No”. Allora andiamo alla base, alle fondamenta. E facciamoci un’altra domanda ancora: non chiediamoci perché scriviamo, ma perché usiamo la parola scritta. Sottile distinzione? Accademica disquisizione? No. Assolutamente no. E adesso cercherò di spiegarmi. Ma vi ripeto di non partire mai dal presupposto che questi tentativi di risposta abbiamo un valore assoluto. Non lo avranno MAI.

Non sono psicologo. Non sono psichiatra. Non sono esperto di comunicazione di massa. Non sono pedagogista. Non sono linguista. Non sono esperto di neuroscienze. Sono uno che legge tanto, che ha sempre letto tanto, sin da piccolo. Sono uno che insegna lingue classiche ed è costretto, ahimè, ad usare tanto la parola non scritta, a parlare, verbo che viene dal latino medievale parabolare, che viene da parabola, che viene dal greco parabolè e dal verbo parabàllo, getto di fianco, metto da parte. Ma se devo essere sincero, con la parola emessa con la voce, per quanto l’insieme di suoni che ne esce sia armonioso e ricercato, non mi sono mai sentito a mio agio. La parola affidata al vento va bene per la politica, che può fare e disfare le parole a suo piacimento, pronunciarle e smentirle subito dopo; non va bene per quel pretenzioso intendimento di trasmettere la sapienza che dovrebbe essere insito nella funzione docente, in realtà impoverita assai ultimamente e ridottasi a quel sentore di muffa e scartoffie, di faldoni e circolari che l’espressione ‘funzione docente’ già di per sé, appunto, evoca. L’insegnante per me – e qui dico qualcosa che forse stupirà qualcuno – dovrebbe sempre scrivere; e parlare meno che può, dovrebbe riassaporare l’antico piacere di avere dispense sue da lasciare ai suoi studenti, o invitare gli studenti stessi a raccogliere i suoi appunti e metterli in ordine, per iscritto, con il loro aiuto. Non tutti si sentiranno all’altezza. Il che è comprensibile. Esiste una via d’uscita per queste persone: se non se la sentono di scrivere e produrre parole loro, leggano e propongano ai loro studenti i libri di altri. Faranno sempre meno danni. Terzo punto raggiunto: scrivo con la convinzione di poter insegnare qualcosa agli altri, ai miei studenti soprattutto, un po’ meglio, perché in quelle che in Omero si chiamano parole alate non nutro piena fiducia.

Ho svolto e svolgo tuttora anche un po’ di attività politica, ma, se con gli anni ho tirato i remi in barca, credo che sia anche per questo sempre più scarso valore che in politica viene dato alla parola, e soprattutto alla sua ‘coerenza’, nel senso letterale del termine, che significa tenere insieme secondo un criterio. I politici parlano sempre di più e scrivono sempre di meno, perché la coerenza ha un potere enorme: fa paura. Eppure i grandi statisti sono quelli che hanno parlato poco e scritto tanto. Ci sarà qualcosa che non quadra? Si dovrebbe dire che anche un bambino ci arriva a capirlo. Altre parole usate a vanvera: attenzione a sottovalutare i bambini! E, se fate lo sforzo di seguirmi ancora un po’, vi spiegherò perché. Così arriveremo al quarto punto. Ma ci vuole un po’ di pazienza, un piccolo sforzo in più.

Non ricordo quando abbia avuto la prima ispirazione a scrivere qualcosa, a mettere insieme parole per esprimere qualcosa di mio. Posso solo ricordavi un episodio, per me importante ma non determinante, per un amico psichiatra addirittura fondamentale: forse la verità sta nel mezzo. Frequentavo la quarta ginnasio a Firenze (che era il primo anno del liceo classico, per chi non ricorda la tradizionale scansione) e il mio docente di italiano diede tra le tracce della verifica, che un tempo si chiamava compito in classe, la composizione di un raccontino. Scelsi quella traccia e lui, grande appassionato di narrativa, disse a mia mamma che il testo era, dal suo punto di vista, perfetto come racconto. Ho già narrato questo episodio in altri miei scritti e non mi dilungo più. Sia sufficiente sapere questo: il mio professore di italiano credeva nelle mie possibilità come autore di testi narrativi in prosa. Non l’ho ascoltato. O meglio, l’ho ascoltato per metà, visto che al mio attivo come autore ho solo tre libri di storia e tanti articoli su riviste specializzate di storia antica, composti negli anni del dottorato di ricerca e in quelli successivi: peccati di gioventù, con il senno di poi, senza se e senza ma. Testi fatti per avere titoli, ricerche molto specialistiche. Altra roba. Ero un ragazzo dal carattere ombroso e timido allora. Non amo parlare in pubblico neanche oggi. Quando mi trovo costretto a farlo, avverto quella fastidiosa sensazione di cuore che salta in gola e che tronca la parola sul nascere. Un microfono poi … strumento di tortura per me! Sono una frana nel parlare, lo ammetto. E nella dialettica mi arrabbio subito, perché non reggo proprio il confronto verbale con un interlocutore. Non riesco a concentrarmi su quello che dico, perché sono come ossessionato da chi mi ascolta e penso solo a nascondermi. Insomma, la parola parlata che esce dalle mie labbra credo che sia, facendo l’immane sforzo di calarmi dalla parte dell’altro che la recepisce con i suoi sensi, una cosa quasi pietosa da ascoltare. Forse non lo è, ma nessuno lo ha mai detto; e dunque, fino a prova contraria, lo è. Volevo fare giurisprudenza, ma vicende della vita, su cui non vi annoio, mi hanno portato sulla strada delle lettere classiche. Insomma, prima o poi sarei stato costretto a parlare da una cattedra. Mi terrorizzava per davvero la cosa. Usare le parole alate di Omero! Nei primi tempi non fu facile affrontare quell’esperienza. Nel frattempo scrivevo. Ho scritto fiumi, oceani di parole, nel frattempo. Ho scritto favole per le mie bambine, racconti, ho scritto lettere, ho scritto un primo romanzo, poi un secondo; ho scritto recensioni, saggi. Ma non ho mai avuto né il coraggio, né quel pizzico di fortuna che occorre per uscire dall’anonimato, in cui, tutto sommato, ancora mi trovo. E i romanzi sono ancora nel cassetto; dei racconti ne ho inseriti alcuni, una cinquantina, forse di più, nel blog, dove ho anche scritto alcune recensioni. Ho un hard disk esterno pieno di testi scritti da me, da quel lontano 1977, quando un professore di italiano a Firenze mi disse che scrivevo bene. Devo ammettere che le prove di italiano a scuola sarebbero sempre state il mio punto di forza. Passa il tempo. Nel mio nuovo ruolo di colui che doveva ipnotizzare due bambine piccole, per consentire la pace serale al desco familiare, ho scritto anche tante favole. Quante ne ho scritte! Tra le varie versioni della stessa favola si tratta di oltre un centinaio di testi. Scrivevo perché scrivere non mi pesa. Scrivevo perché scrivere, ancora oggi, mi fa sentire libero. Scrivere non significa avere il giudizio in tempo reale di un fruitore di quello che componi. Scrivere comporta pensare, poter correggere, poter limare, rivedere, riscrivere due, tre, dieci, cento volte la stessa frase. Per esempio, le virgole. Pensare a una virgola: serve o no? Cambia o no la lettura? Si tratta solo di una semplice pausa o serve proprio a strutturare meglio la sintassi? Scrivere significa ascoltarsi, perché quando rileggi la serie di parole che hai messo insieme, non vedi più parole, ma senti emozioni. Scrivere significa lasciare una traccia di ciò che senti, di come rappresenti con i tuoi mezzi espressivi una realtà che altri forse non si sognerebbero nemmeno di raffigurare così. Scrivere significa sentirsi come un aquilone, libero di volare, ma costretto da un filo a seguire alcune dritte. Chi tiene quel filo non sei necessariamente tu stesso. Ma, anche quanto non lo sei, o meglio ti autoconvinci di non esserlo, anche quando ti sei persuaso che il fittizio abbia assunto il totale controllo sul reale, chi tiene quel filo non è mai troppo lontano da te stesso. Non lo impari subito. Occorrono anni di esperienza di parola scritta, anni di digitazione sulla tastiera, per comprendere questa forma che possiamo chiamare in tanti modi, ma alla fine è una delle tante sintomatologie di quella che oggi si chiamerebbe sindrome bipolare e che fino a poco tempo fa nessuno ha chiamato con questo nome. Molto forte è quello che dico, ma spero di non essere frainteso da chi scrive, da chi compone testi in prosa, o anche in versi: chi scrive non può non essere, in un certo qual modo, bipolare, in senso erasmiano. O meglio, se non lo è, deve sforzarsi di diventarlo. Vuol dire folle? Non è forse giustamente diventato famoso un signore che disse stay hungry, stay foolish? Ormai su quella frase si sta discettando più che sull’ “eppur/e pur si muove”. E pensare che, se avesse riflettuto sul fatto che la parola viene molto probabilmente dal latino follis, la saccoccia del denaro spiccio, che conta poco, spesso vuota, e che vale appunto come una zucca vuota, ne avrebbe forse usata un’altra. Nel momento stesso in cui devi separare finzione da realtà, sei ‘bipolare’, devi esserlo, ti piaccia o no la parola, anche se oggi essa assume la connotazione di un termine medico e indica una patologia. Non pensiamo a quello: pensiamo al suo significato. Scrivere significa individuare due poli in se stessi, uno sei tu con la tua vita e i tuoi sensi, le tue percezioni, uno è il tuo spirito con i tuoi sogni, i tuoi sentimenti e le tue emozioni. Se vuoi scrivere e se vuoi che quello che scrivi abbia un certo impatto, devi avere esatta contezza dell’esistenza di questi due poli e devi essere consapevole del fatto che tuo dovere è quello di tenerli sempre ben distinti: chiunque ha tentato di rappresentare in forma letteraria la realtà, pretendendo di raffigurarla, come direbbe lo storico Ranke, wie es eigentlich gewesen war, così come effettivamente è stata, è incorso in un fallimento, quanto meno in una cocente delusione. Un esempio. (Fino a prova contraria, sono un professore e qualche volta permettetemi di salire in cattedra.) La bellezza delle più belle pagine dei veramente bei racconti de Le veglie di Neri di Renato Fucini, etichettato come verista, incasellato nei capitoli di storia della letteratura tra gli autori che avrebbero inteso dare delle proprie terre un’immagine depurata da ogni forma di soggettività, sta proprio nella forza che il suo stile sanguigno comunica al lettore: chiediamoci piuttosto che bisogno avesse di usare lo pseudonimo anagrammato di Neri Tanfucio, se non avesse avvertito, a priori, un sentimento di distacco rispetto ai testi da lui composti. Scrivere significa, secondo questo mio punto di vista, che forse farà fare i salti sulla sedia a tanti, esercitare un atto di liberazione, più che di libertà; scrivere significa liberarti di quanto di sporco avverti in te stesso, vuotare il bidone del rusco che si accumula nel fondo dell’anima; poi – ma solo quando la catarsi sarà totale – potrai permetterti di volare più in alto. Siamo sempre lì, a quella metafora dell’aquilone che mi sta tanto cara da essere diventata, secondo quanto da alcuni evidenziato, una specie di ossessione nei miei scritti. C’è sempre il filo. E per fortuna che c’è! Le opere migliori sono quelle che nascono di getto, tuonano i soloni che si presentano come grandi esperti della comunicazione. Le opere migliori sono quelle in cui hai lasciato andare le mani sulla tastiera come cuore comandava. E si legge anche questo sui tanti blog che invitano a scrivere, come se il cuore non potesse essere messo in libertà vigilata dal cervello! C’è del vero in questo, ma, credetemi, dopo quarant’anni di attività di scrittura, non è così facile, come tanti vorrebbero farvi credere. La rete è piena di mangiatori di soldi, che vi incantano con elogi sperticati, facendo leva su quello che in Inghilterra si chiama vanity press, facendovi credere che, se vi affidate a loro, diventerete il caso letterario dell’anno. Lo ammetto, ci stavo cascando anch’io nella trappola. Vi assicuro che la rete oggi si avvale di metodologie della comunicazione che possono avere un potere enorme sulla vostra anima, se non fate riferimento anche alla ragione, se non pensate che esiste anche quella e non vi ponete tante domande, prima di lasciarvi ammaliare. Vi incantano, vi invitano a inviar loro quelli che ancora – per fortuna! – si chiamano manoscritti; poi battono cassa. Non sarebbero così tanti i professionisti dell’abbindolare, se non ci fossero tanti che si lasciano, anche volutamente, lusingare. In fondo, per buttare via dei soldi, si sa, la fantasia offre una quantità illimitata di soluzioni. Dunque, quarto punto: non scrivo per denaro, ma per passione, indotta da un mio insegnante.

Del resto, “chi scrive si deve sentire un artista”, vi dicono gli amici che vi vogliono bene: che lo facciano per farvi complimenti e consolarvi o no, non importa. Comunque la mettiate, un po’ di vero c’è. Ecco: cosa vi dicevo? Il valore catartico e liberatorio della scrittura. Funziona! E allora? Allora non pensiamo alle bassezze, ma cerchiamo qualcosa di più bello, magari alzando la testa in alto. Pensiamo solo a quell’aquilone e quanto è bello sentirsi bambini e volerlo guidare. Pensiamo a quante favole parlano di lui e come mai quell’oggetto ha il potere di affascinare così tanto. Pensiamo a quanto è bella quell’idea di libertà, che però ha bisogno di un filo, di una guida, di una mano sagace che dia forma a quei sogni, a quelle emozioni, a quella bellezza che la parola scritta prima o poi rappresenterà. C’è la rete oggi. Aprite un blog. Fatevi un sito. Potete farlo gratuitamente. Potete anche pagare modiche cifre di abbonamento annuo, se non volete incorrere in soppressioni e cancellazioni, a cui qualche amico purtroppo è andato soggetto. Ma scrivete senza paura. Lasciate andare le mani. Liberatevi di quello che con la voce forse non riuscireste mai a dire. Non abbiate mai paura di ammettere che scrivere è terapeutico, perché più lo negherete, più dimostrerete che di quella cura avevate proprio bisogno. E ricordate una cosa, che vale da quando esiste la scrittura: la parola che direte con la voce si potrà perdere nel vento, ma quello che scriverete resterà e soprattutto sarà come quell’aquilone: resterà, sarà libero, cercherà di sfuggirvi, ma sarà sempre guidato dalla mano più sagace, l’unica di cui vi fidate, la vostra. Potrete non essere d’accordo, ma non potrete mai dire di non avere avuto una risposta, relativa quanto volete, ma reale. Avete adesso una catena sensata di parole, coerente, oserei dire; vi abbraccerò se solo mi direte che queste parole conservano il sapore del terreno che le ha prodotte.

Questa è la mia risposta alla domanda, che tanti mi fanno, ‘perché scrivi?’ E se non avete capito bene, non posso fare altro che dirvi di ricominciare dalla prima riga di questo testo e di rileggere tutto con estrema attenzione, di leggere in solitudine, in silenzio e con la massima concentrazione (tutto quello che oggi manca e rende sempre più difficile la lettura), perché le parole che qui sono state usate, non sono state gettate al primo vento che si è alzato, ma hanno sempre rispettato la regola che consente all’aquilone di sentirsi libero, di essere ben guidato e di far vibrare l’anima di emozioni. Solitudine, silenzio e concentrazione: difficilissimo oggi, direte voi! Sì, lo è. La civiltà della comunicazione spicciola e immediata, dell’informazione in pillole fondata sull’emotività del momento e non sulla riflessività fa a botte con la necessità di solitudine, silenzio e concentrazione che, del resto, richiede, ancor prima della scrittura, la lettura. E qui, eccolo!, viene fuori l’altro grande tema: il rapporto tra lettura e scrittura, su cui, abbiate pazienza, sono stanco e voglio concludere, mi dilungherò un’altra volta, per non annoiarvi. Insomma, se il problema è quello che ho avuto io e non riuscite a parlare come vorreste, nessuna paura! Quello è il momento per capire che la scrittura è il vostro terreno amico. E se un giorno qualcuno vi criticherà per quello che avete scritto e vi troverà dei difetti, guardate sempre al bicchiere mezzo pieno: vogliategli bene, perché è una specie di miracolo il solo fatto che abbia letto. E se arriverete al punto di emozionarvi, meglio ancora: pensate solo al fatto che bambini lo siamo stati tutti e che non ho mai conosciuto un bambino che non si sia emozionato con un aquilone in mano. La protagonista di uno dei miei due libri nel cassetto, l’ultimo, quello che mi preme di più e che proprio per questo non voglio gettare al vento come le parole di cui sopra, vive una sua favola, si libera di ansia e dolore proprio così, affabulando, prendendosi questa responsabilità, mettendoci la faccia con la parola scritta, ma sempre con la convinzione che quella di cui lei è protagonista sempre una favola è. Ed è proprio la favola di un aquilone come questo, libero, ma fiducioso in una guida che non è mai lontana da lui, libero di volare nel cielo, ma consapevole che la sua direzione è controllata da una mano sagace. La scrittura è questo. E se a lei mi affido, lo faccio solo per questo: vola libera, affascina con i suoi voli, attrae con la vista dei suoi paesaggi che riempie di colori, sa di poter dominare tutto dall’alto, reca una gioia immensa forse proprio perché sempre un po’ infantile (mai avere paura di negare questi aspetti che solo Giovanni Pascoli ebbe il coraggio di dichiarare senza infingimenti!), ma senza di me non va da nessuna parte. E tutto il resto è fuffa. O no?

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