Alido scirocco

Lo scirocco sferzava la marina e asciugava i precordi. Lui, seduto sullo scoglio, si lasciava avvolgere dall’aria grassa di salsedine. E i versi del poeta ligure, che alla ragazza dai capelli come l’oro amava ricordare su quello scoglio, arrivarono con quel vento. Versi che lui ad un’altra ragazza dai capelli come l’oro cantò su altri scogli, lassù tra le brume del nord. “O rabido ventare di scirocco / che l’arsiccio terreno gialloverde / bruci; / e su nel cielo pieno / di smorte luci / trapassa qualche biocco / di nuvola, e si perde.” Il bruciore non era solo nel terreno. Scirocco aveva la chiave per entrare in quel tempio di dolore, reso fosco da luci che il tempo rendeva smorte. “Ore perplesse, brividi / d’una vita che fugge / come acqua tra le dita; / inafferrati eventi, / luci-ombre, commovimenti / delle cose malferme della terra; “ Guardò le mani, sulle quali arrivavano a intermittenza spruzzi d’acqua. Quell’acqua era la vita che lei cantava nei fiumi e cercava nel vento, nell’anima, nell’ànemos. Quell’acqua si faceva tutt’uno con l’aria, ma l’acqua sfuggiva. “oh alide ali dell’aria / ora son io / l’agave che s’abbarbica al crepaccio / dello scoglio / e sfugge al mare da le braccia d’alghe / che spalanca ampie gole e abbranca rocce; / e nel fermento / d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci / che non sanno più esplodere oggi sento / la mia immobilità come un tormento.” Alido era lui in quel momento, abbarbicato come l’agave su quello scoglio, mentre, immobile nel suo tormento, ricordava lei e la sua essenza che fermentava amore. E nelle alide ali dell’aria sempre lui volava alto levato, come un falco, l’aquilone colorato con l’effigie della grande rosa rossa.

Alte Brücke

Vive sempre un fiume dove scorre una vita; si vive sempre di vita vera dove scorre un fiume. “Sorgenti avevi e fresche ombre al fuggiasco, / e le rive guardando mi seguivano, / e il loro volto amico / tremava sulle onde.” La conclusione dell’ode di Hölderlin alla città di Heidelberg, un vero inno al fiume Neckar, lo conquistò un giorno di primavera. Su quei ponti lui aveva riflettuto a lungo, memore degli insegnamenti della ragazza dai capelli come l’oro, su quel ponte, fuggiasco anche lui dai fantasmi del suo passato, aveva visto tremare un volto amico, un volto di ragazza, un sorriso amico, un sorriso di ragazza dal sorriso come il sole; su quelle onde aveva sentito tremare un aquilone, aveva sentito un urlo di libertà. E sull’aquilone c’era un disegno dai contorni nitidi: una grande rosa rossa.

Riandò a ritroso nei versi della poesia: “Un incanto mandato dagli dei / mi incatenò quando varcai quel ponte / un tempo e alla montagna / mi apparvero richiami di distanze, / mentre il fiume giovane fuggiva / nella pianura, allegro di tristezza, / come un cuore che troppo per sé bello / si getta amando alla marea del tempo.” La ragazza dal sorriso come il sole gli aveva detto che ascoltava lo spirito del Tempo nelle acque del fiume e lui sull’Alte Brücke ripeté l’esperienza, nella quale i richiami di distanze furono forti e chiari nella sua mente che vagava sui colli oltre il fiume, mentre questo fluiva con quel suo carico di allegra tristezza che era lo stesso che da tempo si portava, vanamente fuggiasco, con sé. E in quel dialogo anche in lui si attuava l’incanto mandato dagli dei. E si sentì anche lui come incatenato. Divergenti forze lavoravano in quelle acque, fantasmi squartavano la sua anima, angeli buoni cercavano di guidarla, un’anima buona, l’anima di chi sa, come pochi sanno, dare il sorriso ai bambini con un grande colorato aquilone. E lui nitido tremava nelle onde, con le sue immense ali di libertà.

Parole

Una delle cose più belle del mio mestiere è inserire ogni tanto nella lezione parole scelte non solo in base al loro significato e al loro rapportarsi al contesto, ma anche in base alla loro storia. Oggi in quarta ci è capitato di parlare di angustia. Al singolare significa “ristrettezza”, al plurale “stretto passaggio, gola, forra”. E poi ricevere domande fa pensare che qualcuno abbia fatto girare le rotelle. Dopo aver ricordato che dalla radice si compongono anche il verbo ango, “stringere, soffocare”, più attestato nel mediale angor, “angosciarsi, sentirsi soffocare”, l’aggettivo anxius, eccola lì la domanda che meno ti aspetti: “anche angulus?”. E allora ricorri a Festo, secondo il quale angulus viene dal greco ankylos, “ricurvo”: l’ansia nasce da un “curvarsi” delle vie respiratorie, che stringendosi nella piega, si strozzano e soffocano come un tubo dell’acqua quando si piega, quando fa un angolo. L’uomo collega le idee e questi collegamenti sono ugualmente interessanti anche quando errati sul piano strettamente glottologico. Li fece Festo. Li fanno i miei studenti. È stupefacente notare come il pensiero dell’uomo agisca e viva delle stesse dinamiche attraverso millenni di storia.

Tutto cominciò …

Tutto iniziò una sera di pioggia di novembre nel viale alberato illuminato dalle fioche luci dei lampioni seminascosti tra le fronde. Lui l’aveva riportata a casa, si erano baciati e lei, mentre stava scendendo dall’auto, gli aveva chiesto:

“Che sia il caso di finire di nascondersi dietro ad un dito?”

Tutto iniziò così, battezzato da una leggera pioggerellina autunnale.

Ha sempre amato la pioggia nelle sue molteplici forme, ma soprattutto in quella che era la più dolce e discreta. Gli piace tuttora la pioggia. Gli piace il modo in cui lo attraversa gelida lungo il collo e per il corpo, mentre pedala in bici senza impermeabili, lasciandosi volutamente intridere; gli piace il modo in cui lo accarezza, mentre cammina, mentre il suo malfermo incedere di un tempo ricorda la forza che trovava già allora nella sincerità della natura, attraverso la pioggia, grazie alla pioggia. Nella pioggia l’aria assume per lui una forza invasiva e pervasiva e tutto sembra più limpido. Liquido, dicevano gli antichi. Si respira meglio nella pioggia e il suo respiro libero si sente nelle narici, in gola, fin dentro gli intimi precordi, nella pioggia, nell’acqua, nella vita. E ogni volta in cui la pioggia lo bagna, sente lei su di sé, in sé, attraverso di sé. La vita scende da lassù e prende forma quaggiù; ci piaccia o no.

Ma in quel momento, mentre i suoi occhi, pregni di memoria, seguono inerti l’andirivieni delle spazzole del tergicristallo sul parabrezza, la pioggia assume un connotato nuovo, mai considerato prima. L’impressione è che la pioggia componga delle pagine, imprima dei segni e dei disegni su quella tavola della vita che è il vetro dell’auto; l’impressione è che quella rispettosa, mai invadente e delicata pioggia scriva sul vetro quasi come scrive un bambino chino sulla sua pagina, con linee oblique che scendono lente, che difficilmente seguono le righe del foglio, che cercano rispetto e diligenza nel tratto.

Ha un che di magico la pioggia, quella d’autunno soprattutto. Richiama amore.

Routine di dolore, dolore di routine

Anche quel giorno al laboratorio dell’ortopedia pediatrica del Meyer nel policlinico di Careggi volle venire anche Fede. Ci accompagnò tutti e due la nonna con la sua Fiat 127. Io andai dietro per poter stendere la mia gamba, che per via della gabbia dei fissatori esterni non poteva essere piegata. E condivisi il sedile posteriore con la carrozzina di Fede smontata. Come sempre Fede era salito da solo. La sua lentezza ci faceva perdere tempo e ci avrebbe fatto arrivare tardi all’appuntamento. Ma la nonna amava vederlo felice e contento quando, dopo l’immensa fatica dei suoi spostamenti lenti, faceva il suo bel sospirone accompagnato dal sorriso e buttava indietro la testa, esibendo tutta la sua soddisfatta fierezza. Quando Fede fu seduto davanti accanto alla nonna, gli misi una mano sulla spalla. A lui piaceva, quando gli manifestavo in silenzio con quei piccoli gesti di affetto la mia approvazione per le sue piccole conquiste quotidiane, come quell’operazione di salire in auto. Fede sollevò il braccio destro, gli presi il polso fin dove aveva sensibilità e glielo strinsi forte tra le mie mani. Potevo permettermi di lasciare scendere una lacrima, tanto lui non mi vedeva.

Fede era voluto venire sempre quell’anno in sala di tortura al Meyer con me. Sapeva che il mio dolore in quel momento superava il suo. Lui ormai era lì, condannato lì, immobile lì, fiero e contento del poco di autonomia che si era conservato. Stringere quel polso da cui penzolava quella mano inerte per me era cosa di una tristezza indicibile. Sapevo che a Fede piaceva stare a contatto con me, a contatto fisico, tattile. Sapevo anche che non dovevo mai cedere in quei momenti: lui chiedeva energia da quei contatti e io dovevo dimostrarmi forte per dargli la carica che voleva. Era tutta la sua vita in quei contatti fisici con me, in quella consustanzialità assoluta tra la mia e la sua esistenza, in quell’abbraccio totalizzante tra il mio e il suo corpo: tutta la sua vita era lì. Non mi interessava se non sentiva le mani; lui vedeva il mio gesto e gliela accarezzai. Lo facevo spesso. L’avevamo fatto poco prima in camera, quando lui volle incoraggiarmi, vedendomi spaurito all’idea dell’appuntamento con la tortura; allungò le braccia con le sue mani penzolanti, gli afferrai i polsi; lo tirai a me e lui mi abbracciò. Stavamo minuti interi così; in spirituale, tacita, comunicazione; era una condivisione di sofferenza che andava oltre la fisicità dell’esperienza del dolore; era un’unione di anime in un unico progetto di vita. In quei momenti sapevamo che nulla ci avrebbe mai dovuto dividere.

Era la sesta volta in un mese che i miei o i nonni mi portavano al laboratorio a stringere le viti dei fissatori. Con la mia gamba avvolta da tre anni ormai nella ferraglia, torturata in nome della scienza e del progresso con una gabbia di chiodi e tiranti che sembrava una macchina da tortura medievale, arrivai al laboratorio. Accanto a me Fede che si spingeva la carrozzina sempre da solo, quando non aveva ostacoli da superare. In ospedale non ce n’erano. Quante volte ci ero già entrato in quel laboratorio! I due tecnici e le due infermiere, tra cui l’esperta e ormai non più giovane Martina, ormai mia amica, chiesero come al solito a Fede e alla nonna di restare fuori. Fede quel giorno volle venire con me. I tecnici dissero che era meglio di no. Sapevano bene cosa sarebbe successo là dentro e temevano che Fede, che non era mai entrato, si sarebbe impressionato. Incontrai per un attimo gli occhi di Fede. Non avevamo bisogno di parole noi due. Capii il suo desiderio di non abbandonarmi. Insistetti perché rimanesse con me. La nonna non disse niente. Alla fine Martina parlò con un medico di quelli che mi seguiva da anni e che passava di lì e il medico autorizzò la presenza di Fede. Non solo: si fermò lì con noi. Io e Fede eravamo una specie di celebrità ormai là dentro. Eravamo di casa. Venivamo salutati quasi come il direttore generale quando passavamo. Il medico si fermò a chiacchierare. Poi estrasse un pacchetto di chewing gum e ce li offrì. Dovetti scartare io il suo a Fede, che poi con i suoi due polsi se lo prese e se lo portò alla bocca con la sua ormai consueta abilità nel trovare le famose ‘soluzioni alternative’, che sono il segreto della sopravvivenza per tutti noi che viviamo di differenza.

Mi stesi sul lettino. Sapevo già che avrei urlato. La sofferenza era parte integrante di questa vita. Ma ero preoccupato anche per Fede questa volta, non solo per me. Lo guardavo fisso. E se si fosse impressionato? Le due infermiere mi immobilizzarono le braccia, mentre i due tecnici si apprestarono alle regolazione delle viti e dei chiodi dei fissatori di Lizarov. Iniziai a tremare. Chiusi gli occhi. Era impossibile abituarsi a quel rito maledetto. I tecnici iniziarono a girare le viti. Urlavo, urlavo, quanto urlavo! Il dolore era lancinante, indescrivibile. Sentivo la testa scoppiare, il cuore esplodere, mi agitavo urlando a squarciagola, vedevo le mie braccia che erano tenute immobilizzate diventare di colore violaceo. Durò tutto un attimo, ma in quell’attimo eterno, infinito, in quell’attimo dal significato e dalla finalità incomprensibile a tutti noi che eravamo lì dentro le domande che sulla lucida lavagna della mente venivano scritte erano invece chiarissime. Ed erano domande terribili, che squarciavano veli e aprivano riflessioni molto profonde sul senso di quella vita. La gamba faceva ancora molto male. Il giro di vite questa volta era stato molto più doloroso degli altri. Aprii con fatica gli occhi inondati di lacrime. Non avevo più voce per parlare. Non avevo più forza per agire. Fede aveva avvicinato la carrozzina al mio lettino e aveva tenuto per tutto il tempo le sue mani inerti sotto la mia testa. Mi fece un sorriso senza parole alla fine con il viso bagnato dalle lacrime. Lo ringraziai con un cenno della testa. Non potevo fare altro, stremato com’ero. Martina, mentre mi teneva stretto insieme alla sua collega, mi aveva accarezzato sempre. Notai un particolare quel giorno in lei. Notai che Martina, mentre si allontanava dal lettino per andare al prendere delle garzette, scosse la testa più volte. Anche lei si chiedeva tra sé e sé “Perché?”. Fede si chiedeva tra sé e sé “Perché?”. Io mi chiedevo tra me e me “Perché?”.

Perché? Perché? Perché? A che pro tutto questo?

Il tecnico mi regalò dieci bustine di figurine. Erano i piccoli gesti di umanità che rendevano grandi quelle persone monumentali che vivevano tra le sofferenze di chi mai dovrebbe soffrire: i bambini. Quando uscimmo, Fede aveva gli occhi lucidi, ma mi disse: “Sei un leone, fratellino!”. Era la bugia più grande che avrebbe mai potuto dire, ma era bella quella bugia. Detto da lui, tutto era bello.

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Irene

Irene che ti sale addosso a farti le fusa ti ricorda che qualcosa di bene devi avere fatto nella vita. Non le farebbe, se così non fosse. E in quest’ansia che il farmaco soavemente lenisce lei stessa assume funzione di farmaco.

La gratitudine è arte antica e rara. La gratitudine rasserena chi la riceve e sgrava chi la dà. La gratitudine di Irene edulcora la malinconia di un sabato sera trascorso nel dolore di un deserto interiore ormai divenuto un abisso di incorreggibili frustrazioni, di lancinanti rimorsi, di graffianti memorie, di penose nostalgie che dischiudono paesaggi devastanti dell’anima e racchiudono segreti che non vuoi, non puoi rivelare.

Irene ti guarda, lecca e mordicchia le dita e nei suoi occhi riconoscenti vedo tutto ciò che avrei potuto avere, ma la natura non mi ha voluto dare. Vedo il riscatto mai trovato, vedo l’audacia mai conosciuta, vedo la consapevolezza delle mie qualità sempre stornata, mai accolta nelle praterie devastate dell’animo, vedo tutti i traguardi rifiutati all’ultimo chilometro, vedo il merito recusato, vedo ciò che mi è stato ingiustamente e colpevolmente negato, vedo le irrisolvibili mancanze e le atroci sofferenze per esse patite. Sono pupille veridiche, ingenue e sincere nelle quali rispecchiarsi addolora, ma giova: e giova non perché ci si coccola nel compiacimento della commiserazione. Tutt’altro: giova perché quel fenomeno che appare è la vita vissuta, una vita i cui bilanci precocemente, troppo precocemente sarebbero stati manifesti nel loro impietoso e cinico messaggio di sofferenza.

Eppure in quegli occhi che riempiono il deserto vedo la gratitudine di chi ti esorta e ti ammonisce a non cedere alle lusinghe del disfattismo. Ci sono state battaglie dure. Le ho affrontate con mezzi deboli, ma le ho superate. Ce ne saranno altre di tenzoni severe. Lei riprende le fusa: “Non mollare! Su! Vai avanti! Non fermarti ancora una volta a due passi dal traguardo!”

Il deserto ricorda una cosa: le più grandi battaglie dell’anima sono quelle che vengono combattute in solitaria. La solidarietà resta epidermico atteggiamento che si rivela sterile all’effettiva prova dei fatti. La solidarietà è un ipocrita fasciame di parole tessute senza un fine, perché non è quasi mai il risultato di empatico ascolto. Le battaglie dell’anima perciò sono le più emozionanti, perché le devi combattere con i tuoi mezzi, senza contare sull’ “arrivano i nostri!” Il fortino resisterà? Gli assalti che sta sostenendo lo stanno mettendo veramente a dura prova. Irene si acciambella su di me. La natura che si esprime in lei è monito a stringere i denti: il frangente è un discrimine di quelli che contano, che cuciono medaglie sul petto.

Irene è la morbida pace che ti assopisce con tenerezza in una costellazione di sogni in cui da sempre ambisci ad emozioni che tu ben sai che non potranno mai essere tue, ma pur sempre dolci, rasserenanti emozioni sono.

Al lettore

Chi pensa di scegliere le letture solo per poterne condividere la generale visione del mondo, commette peccato di egoismo e si dimostra assolutamente incapace di ascoltare, di accettare l’esistenza dell’unico immenso valore della vita, l’originalità e l’unicità nella differenza.

Ossessioni

Chi sa cos’è una nevrosi, che spesso ha condizionamenti ambientali, forse sa capire un mondo di ossessioni. Scrivo su quello da anni ormai. Le ossessioni non hanno condizionamenti ambientali spesso: partono il più delle volte da abissi profondi. Possono degenerare in perversioni. Possono rimanere al livello di bei sogni. Possono emozionare, cioè distogliere in una lontana dimensione, o al contrario commuovere, cioè agitare nell’intimo tutto l’organismo. Nell’uno come nell’altro caso le ossessioni creano palcoscenici di icone di ciò che saresti voluto essere, e non sei stato, di ciò che avresti voluto avere e non hai voluto. Queste icone in modo compulsivo torturano la mente, devastano l’animo, obnubilano la ragione. Essere anòdini di fronte ad esse è una maschera che tanti sanno indossare. Io no.

La volpe di Montalto

Attraversa veloce la strada. Vorrebbe nascondersi alla nostra vista, ma non può: c’è solo erba di qua e di là dalla strada dall’asfalto brusco.

Il sole è pallido. L’aria è grassa. Si respira male in salita. Il corpo non traspira per via del tasso di umidità insolito per questi pendii di alta collina. Siamo sui 700 metri di altitudine. Pedaliamo in tre, due più freschi, io un po’ meno. Ma la gamba c’è e gli accumuli di acido lattico nei muscoli sembrano un pericolo lontano. La stradina scavalca i monti che separano la val Bidente dalla val Rabbi, monti di pace. La serenità si trasfonde nell’anima che nel silenzio si fa paesaggio di colori, trionfo di odori, palcoscenico di armonie.

Dopo aver attraversato si è acquattata in un divano d’erba a 2 m circa dal ciglio dell’asfalto. La lunga coda si muove, le lunghe orecchie dritte spuntano immobili. Ci guarda. Ci fermiamo, lasciamo le bici e rimaniamo lì a qualche metro da lei. Mi tolgo anche gli scarpini scomodi per camminare per via delle tacchette. Mentre gli altri due restano a guardarla, io mi avvicino a lei, che non si muove. Annusa da lontano. Ascolta. Studia. Mi avvicino ancora. Sono a due metri da lei, sullo sterrato, oltre il limitare dell’asfalto. Mi siedo per terra a gambe incrociate. Ci incontriamo, ci ripassiamo le nostre memorie. La meraviglia ci sopraffà e docili io e te a lei ci abbandoniamo. Nella meraviglia di un mare di emozioni i nostri occhi si profondono in sogni, le icone prendono forma e conquistano vita.

E vedo nei tuoi occhi una vita di corse nei boschi, di salite sui sentieri in tua compagnia, di passeggiate intorno a laghi di montagna, di osservazioni di nubi che ci sorvolano veloci. E vedo nei tuoi occhi quel giorno in cui andammo al belvedere sopra il lago, dopo i campi da tennis: ci bagnammo come due pulcini. Tu me lo dicesti: “Per me prendiamo l’acqua!” E io dissi: “Allora torniamo a casa!” E tu: “Perché? non si muore di acqua! Si muore di alcool, di droga, di fumo, ma non di acqua. Di acqua si vive, non si muore.” Ecco cosa vedo nei tuoi occhi: l’acqua che non c’è in questa lunga torrida estate mediterranea, dopo tre inverni miti. Tu lo sai bene cosa vuol dire. Sei un maschio. La femmina non sarà lontana. Voi volpi trascorrete tanto tempo insieme, in coppia, e vivete in uno spazio delimitato, soddisfatte delle vostre abitudinarie cacce in paesaggi adusi.

Poi alzo lo sguardo e vedo vicino due case su due distinti poggi. Chissà come sei odiata da loro! Avranno sicuramente un fucile pronto per difendere da te i loro polli o conigli.

Di nuovo nei tuoi occhi. Ti piaccio, eh! Siamo già amici, credo. Vedo nei tuoi occhi ancora vita che fu. Vedo una salita, vedo un pendio, vedo un sentiero in cui mi manca un appiglio. Ho paura di cadere. Ho bisogno di sostegno. Non ho zampe con cui agilmente saltare da una cengia all’altra. Vedo la tua mano che mi prende e mi incoraggia: “Su manca poco e siamo al rifugio!” Il pajolo fuma e il comignolo sbuffa. L’ora tarda rende zaino e sacco a pelo in spalla ancor più gravi.

Gli occhi si chiudono. Li chiudo anch’io. Gli amici chiamano a gran voce: “Facciamo tardi! È ora di riprendere le bici! Ci siamo riposati abbastanza!” Incanto finito. Riapro gli occhi. Ti vedo correre, correre fino alla fine del prato, e poi su su fino al limitare di una macchia. Sei arrivata in alto. Hai approfittato del mio sogno per sfuggire lassù. Addio! Hai trovato forse la tua libertà. Riprendo la bici andando dietro ai due amici, ma nel pensiero sei sempre tu quella volpe di cui cerco, inutilmente, di tenere il passo. La tua alacrità mi incita; il tuo paradigma mi ammalia; la tua forza mi strega. Senza di te non sarei mai arrivato.

L’uscita è stata dura questa volta, molto dura. Ma da tre siamo diventati quattro. E il quarto ha fatto la differenza, nell’anima sempre memore e grata.

Passato che non passa

Ogni tanto senti bisogno di serenità. Leggere un post di fb in cui un amico di Bologna, un ragazzo giovane, si dichiara entusiasta dopo la visione di un film sulle atrocità commesse dai comunisti nella parte da loro occupata della Germania mi ha toccato le corde del cuore e mi ha nesso nella necessità, come dire, di registrare meglio la mira.

“Bravo! Sono molto contento che tu abbia visto quel film. Ma mi sento di dirti anche qualcosa. Non te le prendere. Ascoltami bene. Ma soprattutto, prima di tirare le tue conclusioni, leggi e rileggi più volte quello che ti ho scritto qui sotto.

Bisogna ad un certo punto capire dove passa la ‘linea di separazione’ tra la storia e la politica. I comunisti hanno inchiodato alla porta di casa dopo averlo scorticato vivo uno zio di mio babbo a Piangipane, qui nella campagna vicino a Ravenna, dopo che gli avevano ammazzato la moglie, sparandole alla schiena, mentre in bicicletta su una strada di campagna tornava a casa. Grande atto di eroismo saltare fuori da un fosso e sparare alle spalle ad una donna! Ebbene quel prode oggi è ancora vivo, ha 93 anni, ha la medaglia d’oro e con il suo petto di decorazioni è stato per anni in prima fila a tutte le celebrazioni in piazza. A lui fu detto di scrivere la storia, non ai vinti. Cosa dovrei dire io dopo aver sentito per anni parlare solo di odio politico in casa? Per anni ho sentito solo la parola “vendetta” e “verrà un giorno …” Poi ho deciso di laurearmi in storia e di mettermi sui libri, di documentarmi e farmi un’idea quanto più possibile serena dei fatti. Mi sono messo in politica nella destra nazionale come mio babbo e come mio nonno, che di storia e politica hanno sempre fatto un unicum di odio vendicativo, avendone tutte le ragioni e giurando addirittura odio al comunismo, come Annibale lo aveva giurato a Roma nelle mani del padre. Per anni neanch’io sono riuscito a separare le due cose: una era come la radice inestirpabile dell’altra. Poi, ma dopo anni e anni oggi a 54 anni posso finalmente dire di essere riuscito a vedere le cose con un occhio meno accecato da quell’odio aspro e arcigno, in cui sono vissuto immerso per tanto tempo, e con maggiore disincanto. Basta! affrontiamo le cose con lo spirito con cui è giusto che siano affrontate. Cessiamo ogni acrimonia e cerchiamo di guardare avanti e non indietro. Il passato è la nostra memoria ed è giusto studiarlo, non tirarlo per la giacca a destra o a sinistra secondo l’opportunità del momento. Hai fatto bene a vedere “Linea di separazione”; è un bel film. Ma non cadiamo nella trappola, portando in politica questi argomenti. Mia mamma ha perso anche lei uno zio a Zara, in Dalmazia: lo presero da casa di notte i partigiani ed è stato visto andare verso una spiaggia in una fila di persone con le mani sulla testa: molto probabilmente fu annegato per il solo errore di essere italiano; non era né un politico, né un militare; era un titolare di un magazzino di sementi; gli italiani là, dove non c’erano le foibe, venivano portati al largo e buttati in mare; di molti di loro non si è più avuto notizia. Questi argomenti fanno parte della storia ed è giusto che le testimonianze restino ben incise negli annali della documentazione, anche se qualcuno ha fatto e fa di tutto perché si cancellino. Oggi, però, e te lo dico da persona che condivide lo stesso cammino politico che tu hai scelto, dopo tanti anni cè bisogno dell’impegno politico per ben altre cose e su ben altri obiettivi. MI rendo contro che il tempo di solito è la medicina migliore; ma questo, no dimentichiamolo, non è un tempo qualsiasi, è purtroppo il “passato che non passa”, perché le divisioni che ha creato sono fortemente impresse nelle coscienze attraverso il passaggio delle generazioni. Siamo alla terza e ancora si sentono refoli di nostalgia per l’orrore dei totalitarismi, da una parte come dall’altra. Lasciamo tutto allo storico. Del politico c’è bisogno per ben altro! Eccome se c’è bisogno!

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