La volpe di Montalto

Attraversa veloce la strada. Vorrebbe nascondersi alla nostra vista, ma non può: c’è solo erba di qua e di là dalla strada dall’asfalto brusco.

Il sole è pallido. L’aria è grassa. Si respira male in salita. Il corpo non traspira per via del tasso di umidità insolito per questi pendii di alta collina. Siamo sui 700 metri di altitudine. Pedaliamo in tre, due più freschi, io un po’ meno. Ma la gamba c’è e gli accumuli di acido lattico nei muscoli sembrano un pericolo lontano. La stradina scavalca i monti che separano val Bidente dal val Rabbi, monti di pace. La serenità si trasfonde nell’anima che nel silenzio si fa paesaggio di colori, trionfo di odori, palcoscenico di armonie.

Dopo aver attraversato si è acquattata in un divano d’erba a 2 m circa dal ciglio dell’asfalto. La lunga coda si muove, le lunghe orecchie dritte spuntano immobili. Ci guarda. Ci fermiamo, lasciamo le bici e rimaniamo lì a qualche metro da lei. Mi tolgo anche gli scarpini scomodi per camminare per via delle tacchette. Mentre gli altri due restano a guardarla, io mi avvicino a lei, che non si muove. Annusa da lontano. Ascolta. Studia. Mi avvicino ancora. Sono a due metri da lei, sullo sterrato, oltre il limitare dell’asfalto. Mi siedo per terra a gambe incrociate. Ci incontriamo, ci ripassiamo le nostre memorie. La meraviglia ci sopraffà e docili io e te a lei ci abbandoniamo. Nella meraviglia di un mare di emozioni i nostri occhi si profondono in sogni, le icone prendono forma e conquistano vita.

E vedo nei tuoi occhi una vita di corse nei boschi, di salite sui sentieri in tua compagnia, di passeggiate intorno a laghi di montagna, di osservazioni di nubi che ci sorvolano veloci. E vedo nei tuoi occhi quel giorno in cui andammo al belvedere sopra il lago, dopo i campi da tennis: ci bagnammo come due pulcini. Tu me lo dicesti: “Per me prendiamo l’acqua!” E io dissi: “Allora torniamo a casa!” E tu: “Perché? non si muore di acqua! Si muore di alcool, di droga, di fumo, ma non di acqua. Di acqua si vive, non si muore.” Ecco cosa vedo nei tuoi occhi: l’acqua che non c’è in questa lunga torrida estate mediterranea, dopo tre inverni miti. Tu lo sai bene cosa vuol dire. Sei un maschio. La femmina non sarà lontana. Voi volpi state molto insieme, in coppia, e vivete in uno spazio delimitato, soddisfatte delle vostre abitudinarie cacce in paesaggi adusi.

Poi alzo lo sguardo e vedo vicino due case su due distinti poggi. Chissà come sei odiata da loro! Avranno sicuramente un fucile pronto per difendere da te i loro polli o conigli.

Di nuovo nei tuoi occhi. Ti piaccio, eh! Siamo già amici, credo. Vedo nei tuoi occhi ancora vita che fu. Vedo una salita, vedo un pendio, vedo un sentiero in cui mi manca un appiglio. Ho paura di cadere. Ho bisogno di sostegno. Non ho zampe con cui agilmente saltare da una cengia all’altra. Vedo la tua mano che mi prende e mi incoraggia: “Su manca poco e siamo al rifugio!” Il pajolo fuma e il comignolo sbuffa. L’ora tarda rende zaino e sacco a pelo in spalla ancor più gravi.

Gli occhi si chiudono. Li chiudo anch’io. Gli amici chiamano a gran voce: “Facciamo tardi! È ora di riprendere le bici! Ci siamo riposati abbastanza!” Incanto finito. Riapro gli occhi. Ti vedo correre, correre fino alla fine del prato, e poi su su fino al limitare di una macchia. Sei arrivata in alto. Hai approfittato del mio sogno per sfuggire lassù. Addio! Hai trovato forse la tua libertà. Riprendo la bici andando dietro ai due amici, ma nel pensiero sei sempre tu quella volpe di cui cerco, inutilmente, di tenere il passo. La tua alacrità mi incita; il tuo paradigma mi ammalia; la tua forza mi strega. Senza di te non sarei mai arrivato.

L’uscita è stata dura questa volta, molto dura. Ma da tre siamo diventati quattro. E il quarto ha fatto la differenza, nell’anima sempre memore e grata.

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