Grado sotto la pioggia

Di professione psicoterapeuta, di passione scrittrice, trascorre parte della sua vita a Grado e lì ambienta i suoi romanzi. Di Andrea Nagele ecco Grado sotto la pioggia, un thriller che ha nell’uso ben calibrato della suspense e nella caratterizzazione dei personaggi forse il suo punto di forza. La vita della cittadina è sconvolta dalla morte di una donna: da qui prende avvio un romanzo che non ha come vero protagonista un commissario che indaga, come ci aspetteremmo, ma un insieme di persone direttamente o indirettamente coinvolte nella vicenda. Non solo: la donna deceduta non è nemmeno fondamentale per l’esito della storia, la cui vera protagonista è un’altra donna che si troverà legata alla vicenda per ragioni puramente occasionali. Maddalena Degrassi, commissario di polizia di Grado, è presente anche in altri romanzi della Nagele, ma questa non è la storia di un’indagine, è la storia di un amore deluso, quello di Franzisca che cerca riscatto, di Laura, una bambina che desidera essere ascoltata come fosse un adulto, di Angelina Maria, un’anziana signora, vittima della psicosi, che ha un segreto bellissimo da nascondere, e di altri. Insomma, in poche pagine, si condensano schizzi di umanità che lasciano alla fine della lettura una piacevole impressione nel lettore.

A. Nagele, Grado sotto la pioggia, Emons, Roma 2018

Il romanzo del perdono

Esattamente dieci anni fa tre uomini incappucciati dichiararono pubblicamente che l’Eta avrebbe rinunciato alla lotta armata, esattamente come sei anni prima aveva deciso l’Ira in Irlanda. Si apre la stagione di quello che dovrebbe essere il perdono, parola chiave per la comprensione del romanzo di Aramburu. È ambientato in un piccolo centro dei paesi baschi, non lontano dal tratto di costa su cui si trova San Sebastian; ha come protagoniste due donne, l’una madre di un terrorista in carcere e l’altra vedova di una sua presunta vittima. Attorno alle vicende di Mirén e Bittori quelle delle loro famiglie, dei figli, i cui destini diversi, i cui orizzonti diversi, i cui diversi dolori aprono al lettore un mondo solitamente ritenuto appartato, chiuso nel suo euskera, nella difesa di un’identità che troppo ha sofferto per le sovrapposizioni ideologiche che il contesto internazionale aveva per decenni consentito, anche palesemente appoggiato. L’ideologia in questa narrazione divide assai meno dell’invidia, dell’odio sociale, delle delusioni personali, professionali, passionali. Non abbiamo paesaggi, non abbiamo contesti esterni da analizzare, ma soltanto uomini e donne con la forza delle loro personalità, delle loro passioni, delle loro, spesso deluse, aspirazioni; e con loro le diverse sfaccettature che il dolore assume, sempre alla ricerca di un traguardo che appare impossibile, come è appunto quello del difficile perdono. Non è facile chiedere aiuto quando si ha bisogno, si sa; ancor più difficile è perdonare quando il complesso di motivazioni che ha portato alla rottura non riceve la stessa interpretazione dalle due parti in causa, peggio ancora quando ci si chiede persino se ci siano delle reali motivazioni. Non so se a questa domanda la lettura del volume potrà dare una risposta, sicuramente il tentativo di pervenire al traguardo non può non essere apprezzato.

F. Aramburu, Patria, Guanda, Milano 2017

Nato per fuggire

Il buono, la vittima, è l’io narrante, di una vicenda che ha per protagonista Jack Burdette, il cattivo, naturale e genuino figlio della città di Holt, Colorado, crudo personaggio dell’America profonda in cui l’assenza di scrupoli è direttamente proporzionale alla sua descrizione: immenso energumeno che con forza e astuzia arraffa tutto quello che vuole, denaro e sentimenti, insuperabile nell’arte di fuggire senza lasciar traccia di sé; e ne fa quello che vuole di ciò che prende. Lo stile asciutto di Haruf non è soltanto quello che lo ha reso celebre in sé e per sé; è l’unico che si addice a narrare di queste anime che saranno derubate di tutto.

K. Haruf, La strada di casa, NNE, Milano 2020

Derive

Sète, cittadina della Francia mediterranea, porto di pesca, è il teatro su cui va in scena l’intreccio delle quattro storie dell’anziana madre Louise e dei suoi tre figli Fanny, Albin e Jonas. Su tutto aleggia la figura del defunto padre Armand, del suo lavoro di pescatore, del suo passato di esule dall’Italia devastata dalla guerra. Intorno a tutto si dispone il mare, spazio vivo che si prende vite. Carattere che accomuna i quattro è la complessità di una vicenda che nei suoi andirivieni nel tempo soltanto nel finale trova la sua pace. Louise organizza una cena per radunare i tre figli. La giornata si trascorre nei ricordi di vite che, per una ragione o per l’altra, sono diverse forme di una deriva: deriva dalla famiglia, dal padre, dalla sessualità, dal lavoro, dai figli. Quattro personaggi che sono quattro protagonisti di vicende diverse, ma spesso complementari. Se non lo fossero, Louise non potrebbe esultare alla fine per essere riuscita a riunirli.

Jean-Baptiste Del Amo, Il sale, Neo edizioni, Castel di Sangro 2013

Un ragazzo italiano

Non sono convinto di quello che un giorno a un amico dissi di questo libro, che cioè può essere pienamente compreso solo da chi ha vissuto di persona o da vicino gli anni del primo dopoguerra e della ricostruzione, non ancora del vero boom economico, quelli, insomma, in cui il boom era ancora in fase embrionale. Non ne sono convinto perché Ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari può anche essere letto come un esempio particolare di romanzo di formazione; e allora trova le sue ragioni in un lessico che ti aiuta a crescere insieme al protagonista Ninni/Piero, in uno stile che tratteggia personaggi come li vede prima il Ninni bambino, poi il Ninni preadolescente che tende al Piero, infine il Piero ragazzo che compie i suoi inevitabili riti di passaggio.

Ma un romanzo vero non è solo una storia; è anche un ambiente. E Ragazzo italiano allora può essere letto anche come romanzo d’ambiente, perché mai secondario è lo spazio in cui i personaggi agiscono, che sia l’originario paese di Querciano nelle colline emiliane con i suoi riti e i suoi lenti cambiamenti tra le resistenze della tradizione cattolica e i venti socialisti e comunisti, che sia l’anonima Zanigrate nella piana lombarda, che sia la poliedrica e borghese Milano, in bilico tra il passato dei suoi tram e l’irrompere delle prime auto. Questi tre spazi hanno le loro stanze, che possono essere le camere della casa di Querciano, come le aule della scuola media di Milano prima, del ginnasio e del liceo classico poi. Hanno i loro personaggi: se sfumata e sempre ottenebrata dalla figura della nonna è quella della mamma, meno sfumata e assai complessa è quella del babbo, guida mai riconosciuta di una di quelle tante famiglie senza amore che nel suo tran tran urbano realizza il nuovo epos della modernità; se sfumata è la figura della sorella Lella, decisamente forti e ben caratterizzati appaiono personaggi come il maestro elementare e i docenti successivi. Personaggi sempre vivi, proprio perché complessi e veri. Personaggi che non sono mai tipi. Scandito in tre parti coincidenti con i periodi scolastici, il bambino alle elementari, il preadolescente alle medie, il ragazzo al liceo classico, Ragazzo italiano è comunque dominato dalla figura del protagonista Ninni, che poi diventerà progressivamente Piero, crescendo in un’Italia che cerca nuovi obiettivi, pur non riuscendo mai a risolvere l’atavico dilemma se le conviene o no recidere i vincoli con un passato non sempre visto come fastidioso e ingombrante, oppure incamminarsi serena e gaudente verso la realizzazione del sogno che l’attende.

Gian Arturo Ferrari, Ragazzo italiano, Feltrinelli, Milano 2020

La vita di un colibrì

Un’esistenza dalle caratteristiche antieroiche, potremmo dire, soprattutto nel finale. Una vita come può essere quella di tante persone del nostro tempo, in cui resilienza significa anche resistenza alle tentazioni del vittimismo e del languore di fronte alle sberle lasciate dal tempo. Ne è protagonista Marco Carrera, detto il colibrì per la sua bassa statura (che una cura ormonale comunque correggerà). Si guadagna la vita come oculista, tra la sua casa in città a Firenze e quella al mare in Maremma. Il colibrì è un romanzo la cui principale caratteristica sul piano della struttura sono i complessi salti temporali: un procedere e un retrocedere nel tempo ormai così frequente nella narrativa da essere diventato più che una moda, spesso un vizio, per chi non lo riesce a controllare in modo sagace. Veronesi non cade nella trappola, perché il lettore attento sa come gestire questa architettura che copre la vita intera di Marco Carrera, dall’infanzia con i genitori Letizia e Probo, attraverso varie prove dell’esistenza, fino alla fine. Un matrimonio finito male, vite fragili che cercano rifugio nella psicanalisi, tragedie importanti che puntellano la sua vita, una relazione a distanza con una donna a Parigi, le cui lettere in corsivo danno il ritmo alla narrazione. Oltre ai personaggi, principalmente raccolti nel nucleo familiare, tanti sono i temi su cui la lettura invita a riflettere: il dolore su tutti. Dolore nella mente di Marina, prima moglie di Marco, e in quella della sorella Irene. Dolore nel corpo per altri. Dolore nel cuore per il distacco dal fratello Giacomo. Dolore che porterà via a Marco tanti affetti, per strade differenti. E nel dolore si spegnerà il racconto che vive della forza di un protagonista che come tanti uomini del nostro tempo deve fronteggiare un disagio che è totale perché unisce corpo e anima, perché avvolge nelle docili garze di una terapia narrativa i frammenti devastati di un gruppo di persone che il tempo fa di tutto per disunire, ma alla fine troveranno l’occasione per ritrovarsi. Ma chi è il vero protagonista? Esiste un protagonista? Marco lo è davvero? È lecito chiederselo, non foss’altro perché nel procedere del racconto prende sempre più campo, pagina dopo pagina, un altro personaggio che trovo straordinario: la nipote Miraijn che vive con lui e che avrà il compito di consegnare il messaggio del racconto. Lo consegnerà con la sua misteriosa bellezza orientale, con il mistero dei suoi occhi a mandorla e con il mistero del suo nome che significa “uomo nuovo”. A lei si affida quel canto alla vita la cui bellezza non risalterebbe se non ci fosse il dolore.

Sandro Veronesi, Il colibrì, Nave di Teseo, Milano 2019

Vagabondare

Lo si chiama patchwork narrativo. Preferisco chiamarlo, riferendomi a una struttura culturale delle mia terra e della mia città, libro a mosaico. Si tratta de I vagabondi della scrittrice polacca, premio Nobel per la letteratura, Olga Tokarczuck. Scritti sul tema del viaggio, dalla forma del breve saggio o della pagina riflessiva, si intrecciano con storie vere, che hanno un proprio elementare tessuto narrativo, quello usuale nel racconto lungo. I protagonisti sono i più disparati: Anuška, una meravigliosa tessera di un difficile puzzle psicologico, abitante nella periferia di Mosca nell’epoca postcomunista, che perde il riferimento della sua famiglia – un marito assente impegnato per lunghi periodi lontano da casa e un figlio disabile che necessita di continui viaggi e file in farmacia – e si trova, apparentemente senza una ragione, associata a una senzatetto che tutti i giorni vede cantare alla stazione della metro; oppure il rappresentante di libri Kunicki alla ricerca della spiegazione della misteriosa scomparsa della moglie e del figlio durante una vacanza in Croazia; la sorella di Chopin che ne riporta il cuore in patria, estratto dal corpo, lavato e conservato per il viaggio dal medico; l’anatomista fiammingo del XVII secolo Philip Verheyen, scopritore del tendine d’Achille, alle prese con l’ossessione della conservazione delle parti dei corpi da studiare e della propria gamba amputata. Un vero caleidoscopio di personaggi accomunati dall’essere alla ricerca e in viaggio, alla ricerca di un posto in cui possibilmente rinascere e realizzare i sogni di una vita come tante. Il tutto espresso con lo stile assolutamente originale di una prosa dall’afflato che è stato definito quasi mistico, quello che alla Tokarczuk è giustamente valso il massimo riconoscimento letterario. Per il lettore comune, che facilmente si distrae, tendono a perdersi, invece, le brevi pagine riflessive e quasi saggistiche, inserite tra queste storie che appaiono, al confronto, ariose nel loro sviluppo narrativo; eppure, il meglio del libro a mio parere è proprio qui. Sono svariate decine, tutte sul tema del viaggio, o meglio, per attenersi al titolo, del vagabondaggio. Sceglierne alcune sarebbe qui impossibile. Mi limito a concludere con una bella citazione tratta proprio da una di queste pagine, che affascinano proprio per la loro incisività: “Ogni volta che parto per un viaggio scompaio dalle mappe. Nessuno sa dove sono. Al punto di partenza o al punto d’arrivo? Esiste qualcosa che sta in mezzo?”

Olga Tokarczuk, I vagabondi, Bompiani, Milano 2019

Nel narrare non sempre il fine è tutto; spesso l’attenzione è attratta dal metodo

Uscito tredici anni fa, rimasto in attesa in scaffale per due anni, Trauma dello scrittore-psichiatra americano Patrick McGrath, è un romanzo che non si comprende se non si è vissuto un conflitto forte con la propria anima e il proprio passato. Tre uomini, lui, suo fratello dall’indole artistica ed estroversa, preferito dalla mamma, e suo padre, dal carattere burbero e introverso iniziano e terminano il grande segreto e il grande sospetto in cui si racchiude quella che possiamo considerare una grande incompiuta: la vita sentimentale con l’ex moglie Agnes, e la figlia Cassie, il paziente Danny, fratello di Agnes, veterano del Vietnam, il cui suicidio rende inutile ogni aiuto, la nuova fiamma Nora che passa disinvoltamente dal ruolo di amante a quello di paziente, in un groviglio di sentimenti diversi, di dialoghi narrativamente perfetti, in cui i gesti e i silenzi parlano più delle parole (quanto mi piace recensire facendo attenzione a queste sequenze, le più difficili da realizzare sul piano strettamente tecnico!). Accomuna questo caleidoscopio di emozioni, tutte sapientemente in crescendo verso il finale, il sentimento della fragilità di un mondo in cui nulla riesce a trovare un fine, Dopo Follia, e dopo Trauma, proseguirà il saccheggio delle opere dello psichiatra anglo-canadese, poi statunitense, che, si dice nelle comunità di lettori, dia ottima prova di sé anche nella forma breve del racconto, quella che, mi sia consentito dirlo senza che nessuno s’impermalosisca, viene erroneamente bistrattata dall’editore italiano, ma è invece di grande interesse per chi lavora proprio su temi come questi.

Patrick McGrath, Trauma, Bompiani, Milano 2007

Musica iberica

Molto complesso questo libro di Manuel Vilas: un diario particolare che va su e giù nel tempo, ma in cui tutto resta circoscritto nella famiglia, nei rapporti soprattutto con i genitori, in una Spagna che vive il trapasso dal franchismo ai tempi attuali. Una lettura musicale, armoniosa, lenta, caratterizzata da quel particolare sentimento che conduce il narratore/autore a dare ai personaggi della sua famiglia come soprannomi quelli di grandi musicisti del passato. Mettere a nudo se stessi è più facile di quanto si creda: richiede forza. Ma mettere a nudo con questa lucida trasparenza i rapporti con tutti i componenti la propria famiglia richiede di più: richiede coraggio.

M. Vilas, In tutto c’è stata bellezza, Guanda, Parma 2019, 416 pp.

R. come K.: originali distopie a confronto

“Sono convinto (…) che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.”

Mi rendo perfettamente conto che questa frase di Ágota Kristóf è citata spesso, ma questo non toglie che a me piaccia riprenderla per parlare di un altro scrittore che ha lavorato sul tema della città immaginaria. L’autore è Marco Missiroli nel suo romanzo Il buio addosso (Tea, Milano 2011). La città è quella di R., ubicata in una non ben definita Francia, forse del sud; la presenza della lavanda nel paesaggio e l’economia della lana fanno pensare alla Provenza, ma non importa. Il romanzo è la storia di un’emarginazione e di un’espiazione, di una condanna e di una tragedia collettiva, di una dolce amicizia tra due bambini rifiutati perché diversi e di un’odiosa cattiveria eretta a sistema politico. L’economia di R. era fondata sulla produzione della lana. Ma la lana marcisce e la città di R. prende provvedimenti drastici: i bambini nati malformati sono la causa della crisi e vanno soppressi con la polvere dolce. Politica e religione vanno a braccetto. Ma una bambina, la figlia del sindaco Jerome, nata con una gamba più corta e più debole, viene salvata. La città di R. non perdona: costringe il sindaco a non farla uscire di casa. Poline la zoppa si trova a condividere la sua reclusione con un altro bambino salvato sempre dalla generosità di Jerome, Nunù il matto. Per R. è troppo: Jerome viene addormentato con la polvere dolce, Poline e Nunù costretti a restare per sempre rinchiusi nella torre in cui era vissuto il loro maestro, Gustave l’orologiaio, voluto da Jerome per dare ai due bambini l’educazione che gli altri potevano avere nella scuola, ma loro no. Nella seconda parte del romanzo Poline e Nunù sono protagonisti e danno vita a una specie di singolare famiglia nel loro isolamento nella torre dell’orologio, nel ricordo buono del babbo di lei e di Gustave, dell’amica bottegaia Marie e del gendarme Pierre: sono loro due, la zoppa e il matto, i signori del tempo, sono loro due quelli che lo possono truccare. La fiaba arriverà al suo epilogo, nel modo in cui ogni fiaba deve pervenirci, tra allegorie e simboli, nella lotta tra il bene e il male, con il tempo, signore della narrazione, che alla fine svelerà tutto.

Il racconto si svolge in modo apparentemente semplice, il finale non sorprende se si colgono attentamente i segni che l’autore lascia qua e là tra le righe e si può discutere sulle interpretazioni, sull’eccessiva oscurità di certi simboli, su una certa pretesa nell’esibire eccessivamente le tante allegorie di cui il romanzo è ricco; ma quello che resta come nota veramente positiva alla conclusione della lettura è il tono, che è quello proprio di una fiaba, in cui dolce e grottesco si fondono in un linguaggio estremamente personale e trovano così una loro particolare e del tutto originale armonia. Può piacere o no la complessità del gioco simbolico, può apparire troppo difficile ad alcuni il gioco delle allegorie. Concordo soltanto in parte: l’impressione può essere questa. Ma un libro non è forse bello anche perché lascia in noi delle domande? Dopo aver letto la Trilogia della città di K. della Kristóf chi non ha rilevato come nota positiva dei tre romanzi proprio le domande che restano inevase? Lo scrittore prosegue oggi il lavoro seguendo un suo filo. Lasciamolo lavorare. Il buio addosso merita di essere letto con l’attesa giusta, quella della fiaba.

Un merito particolare vorrei, in conclusione, riconoscere al libro: quello di aver messo al centro della narrazione il tema del rifiuto della persona emarginata e dell’ignoranza arrogante eretta a sistema, spesso con il complice contributo della religione. Solo questo basterebbe a spezzare una lancia per Marco Missiroli, perché questo obiettivo viene centrato in modo perfetto attraverso la costruzione di un messaggio affidato al codice della fiaba e ai personaggi, perfetti dal punto di vista narrativo, di due bambini che vivono, nonostante tutto l’odio che li circonda, la loro formazione e il loro riscatto.

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