R. come K.: originali distopie a confronto

“Sono convinto (…) che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.”

Mi rendo perfettamente conto che questa frase di Ágota Kristóf è citata spesso, ma questo non toglie che a me piaccia riprenderla per parlare di un altro scrittore che ha lavorato sul tema della città immaginaria. L’autore è Marco Missiroli nel suo romanzo Il buio addosso (Tea, Milano 2011). La città è quella di R., ubicata in una non ben definita Francia, forse del sud; la presenza della lavanda nel paesaggio e l’economia della lana fanno pensare alla Provenza, ma non importa. Il romanzo è la storia di un’emarginazione e di un’espiazione, di una condanna e di una tragedia collettiva, di una dolce amicizia tra due bambini rifiutati perché diversi e di un’odiosa cattiveria eretta a sistema politico. L’economia di R. era fondata sulla produzione della lana. Ma la lana marcisce e la città di R. prende provvedimenti drastici: i bambini nati malformati sono la causa della crisi e vanno soppressi con la polvere dolce. Politica e religione vanno a braccetto. Ma una bambina, la figlia del sindaco Jerome, nata con una gamba più corta e più debole, viene salvata. La città di R. non perdona: costringe il sindaco a non farla uscire di casa. Poline la zoppa si trova a condividere la sua reclusione con un altro bambino salvato sempre dalla generosità di Jerome, Nunù il matto. Per R. è troppo: Jerome viene addormentato con la polvere dolce, Poline e Nunù costretti a restare per sempre rinchiusi nella torre in cui era vissuto il loro maestro, Gustave l’orologiaio, voluto da Jerome per dare ai due bambini l’educazione che gli altri potevano avere nella scuola, ma loro no. Nella seconda parte del romanzo Poline e Nunù sono protagonisti e danno vita a una specie di singolare famiglia nel loro isolamento nella torre dell’orologio, nel ricordo buono del babbo di lei e di Gustave, dell’amica bottegaia Marie e del gendarme Pierre: sono loro due, la zoppa e il matto, i signori del tempo, sono loro due quelli che lo possono truccare. La fiaba arriverà al suo epilogo, nel modo in cui ogni fiaba deve pervenirci, tra allegorie e simboli, nella lotta tra il bene e il male, con il tempo, signore della narrazione, che alla fine svelerà tutto.

Il racconto si svolge in modo apparentemente semplice, il finale non sorprende se si colgono attentamente i segni che l’autore lascia qua e là tra le righe e si può discutere sulle interpretazioni, sull’eccessiva oscurità di certi simboli, su una certa pretesa nell’esibire eccessivamente le tante allegorie di cui il romanzo è ricco; ma quello che resta come nota veramente positiva alla conclusione della lettura è il tono, che è quello proprio di una fiaba, in cui dolce e grottesco si fondono in un linguaggio estremamente personale e trovano così una loro particolare e del tutto originale armonia. Può piacere o no la complessità del gioco simbolico, può apparire troppo difficile ad alcuni il gioco delle allegorie. Concordo soltanto in parte: l’impressione può essere questa. Ma un libro non è forse bello anche perché lascia in noi delle domande? Dopo aver letto la Trilogia della città di K. della Kristóf chi non ha rilevato come nota positiva dei tre romanzi proprio le domande che restano inevase? Lo scrittore prosegue oggi il lavoro seguendo un suo filo. Lasciamolo lavorare. Il buio addosso merita di essere letto con l’attesa giusta, quella della fiaba.

Un merito particolare vorrei, in conclusione, riconoscere al libro: quello di aver messo al centro della narrazione il tema del rifiuto della persona emarginata e dell’ignoranza arrogante eretta a sistema, spesso con il complice contributo della religione. Solo questo basterebbe a spezzare una lancia per Marco Missiroli, perché questo obiettivo viene centrato in modo perfetto attraverso la costruzione di un messaggio affidato al codice della fiaba e ai personaggi, perfetti dal punto di vista narrativo, di due bambini che vivono, nonostante tutto l’odio che li circonda, la loro formazione e il loro riscatto.

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