Nel narrare non sempre il fine è tutto; spesso l’attenzione è attratta dal metodo

Uscito tredici anni fa, rimasto in attesa in scaffale per due anni, Trauma dello scrittore-psichiatra americano Patrick McGrath, è un romanzo che non si comprende se non si è vissuto un conflitto forte con la propria anima e il proprio passato. Tre uomini, lui, suo fratello dall’indole artistica ed estroversa, preferito dalla mamma, e suo padre, dal carattere burbero e introverso iniziano e terminano il grande segreto e il grande sospetto in cui si racchiude quella che possiamo considerare una grande incompiuta: la vita sentimentale con l’ex moglie Agnes, e la figlia Cassie, il paziente Danny, fratello di Agnes, veterano del Vietnam, il cui suicidio rende inutile ogni aiuto, la nuova fiamma Nora che passa disinvoltamente dal ruolo di amante a quello di paziente, in un groviglio di sentimenti diversi, di dialoghi narrativamente perfetti, in cui i gesti e i silenzi parlano più delle parole (quanto mi piace recensire facendo attenzione a queste sequenze, le più difficili da realizzare sul piano strettamente tecnico!). Accomuna questo caleidoscopio di emozioni, tutte sapientemente in crescendo verso il finale, il sentimento della fragilità di un mondo in cui nulla riesce a trovare un fine, Dopo Follia, e dopo Trauma, proseguirà il saccheggio delle opere dello psichiatra anglo-canadese, poi statunitense, che, si dice nelle comunità di lettori, dia ottima prova di sé anche nella forma breve del racconto, quella che, mi sia consentito dirlo senza che nessuno s’impermalosisca, viene erroneamente bistrattata dall’editore italiano, ma è invece di grande interesse per chi lavora proprio su temi come questi.

Patrick McGrath, Trauma, Bompiani, Milano 2007

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