Dietro le quinte di una lezione sul Fato

Nam lacrimis nostris nisi ratio finem fecerit, fortuna non faciet: se la ragione non metterà fine alle nostre lacrime, ci penserà la sorte. Lo scrive Seneca per consolare Polibio, il potente liberto dell’imperatore Claudio, per la morte del fratello. Seneca nutre una convinzione e non la cela: esprime in questo testo con sentimento indubbiamente forte l’energia con cui un destino prefissato può guidare l’esistenza, un fato inteso come qualcosa contro cui è assolutamente impossibile e inutile combattere, qualcosa da accettare. Insomma, un Seneca che fa a botte con quel presunto precursore del cristianesimo che in modo goffo e ridicolo ci venne insegnato a suo tempo, ma che costituisce comunque un’interessante prova di come la rappresentazione dei fatti può imprimersi nella mente delle generazioni più dei fatti in sé e per sé. Ma la parte costruttiva del discorso consiste nel dichiarare che questa accettazione non deve essere il risultato di un processo fatalistico con intendimenti rinunciatari, bensì deve essere il prodotto di un esercizio attento e oculato dei mezzi della ragione. Poche righe prima Seneca aveva scritto qualcosa di molto più forte. Diutius accusare fata possumus, mutare non possumus; stant dura et inexorabilia: noi possiamo accusare il destino quanto a lungo vogliamo, ma cambiarlo non potremo mai; si opporrà in modo tenace e inesorabile. Il tutto viene argomentato con una lunga serie di inutili rimbrotti e infruttuose lamentele, che sottraggono tempo prezioso all’azione e alla riflessione su se stessi e sui propri vizi non sufficientemente curati, tema del resto profusamente svolto nel De brevitate vitae e in vari passi di altre opere. La conclusione è di quelle lapidarie, che toglierebbero la voglia di replicare anche al più provetto esperto di dialettica: lacrimae nobis deerunt ante quam causae dolendi. Le lacrime a noi verranno meno prima delle ragioni per cui abbiamo provato dolore. Queste ultime, dunque, resteranno e renderanno inutili le prime, perché nulla cambia di ciò che è scritto. Perciò la conclusione della consolatio consiste nel richiamo a Polibio al senso del dovere e della responsabilità nell’esercizio del suo ruolo pubblico. Troppo sbrigativamente si è inteso leggere in questa finalità quel doppio fine consistente nel volersi ingraziare il potente uomo di corte perché fosse annullata la sentenza che aveva confinato Seneca in Corsica, dove tra l’altro molti lo avranno anche invidiato e da dove scrive queste righe. Non intendo naturalmente negare che Seneca abbia avuto questo secondo fine, ma, avendo più volte letto e riletto questi passi, mi piace pensare che lo abbia fatto coniugandolo perfettamente e coerentemente con la propria visione dell’officium e del senso di responsabilità, che mutuava dalla frequentazione degli scritti dei pensatori stoici. Questo mi piace pensare. L’uomo non può riscrivere il proprio destino, ma deve usare la ragione per uniformare ad esso la sua esistenza. Se non pratica questo quotidiano esercizio, sarà destinato a piangere sull’inutilità del suo stesso pianto.

Ebbene, con un’amica si parlava in chat proprio di questo ieri sera. Anzi, per la precisione si parlava del destino e dell’amore, di come l’uno si coniuga con l’altro. Come ci siamo arrivati? È sempre un esercizio intrigante quello di capire come un dialogo a cena, una discussione, una conversazione a due, una chat arrivi a un certo traguardo dopo essere partita da un certo punto che non si ricorda mai bene quale fosse. Fu così che, giunti alla conclusione che esiste un destino e che piangere sul proprio dolore non serve a niente, proprio come Seneca scrive a Polibio, mi sono poi chiesto come fossimo arrivati a quella conclusione. Ed ecco che allora, ripercorrendo a ritroso la conversazione, scopro che l’irritazione mi ha condotto lì. Esatto, avete letto proprio bene: l’irritazione. Ero irritato. Sì, ero proprio irritato dal fatto che dall’altra parte del filo che collegava noi due conversanti ci fosse una persona convinta che l’amore prima o poi arriva, perché così è scritto anche negli astri. Per quanto non possa negare una certa curiosità da sempre per la questione dell’influsso astrale sulla vita, non ho mai avuto un vero interesse a indagarla, forse per mancanza di stimoli, forse anche per quella parte invisibile dell’educazione familiare che nella vita rappresenta un cordone ombelicale mai perfettamente reciso. Eppure a un certo punto mi sono irritato, quando ho sentito parlare di relazioni tutte capitate e tutte guidate per il verso giusto, proprio secondo quanto previsto dagli astri. Il motivo dell’irritazione è venuto proprio da questa lettura senecana, un testo preparato per i miei ragazzi di quinta, che mi ha indotto nella conversazione serale a riflettere su qualcosa che nella mia vita si è verificato, eccome, e che non riesco proprio a coniugare in nessun modo con questa fiduciosa e ottimistica convinzione che gli astri possano aiutare a guidare bene l’esito dei nostri passi. Due lime sorde: ciascuno andava avanti seguendo il proprio filo, senza che si potesse trovare un modo per venirsi incontro. Il mio punto di vista era questo: nella mia vita il destino ha guidato i miei passi proprio nella direzione opposta e, se gli astri e la loro presunta armonia, che organizzerebbe e darebbe ordine a tutto il creato e che non dovrebbe essere in disaccordo con i postulati cristiani della carità universale, avessero avuto una sorta di accordo e di armonia con questo destino, non mi troverei costretto a riflettere su quei temi che tanto spazio hanno nelle pagine di questo mio sito.

Non è difficile concludere che la riflessione di Seneca dà la sintesi di quello che sempre ho ritenuto e la lapidaria affermazione, divenuta con il tempo proverbiale, dell’epistola 107 a Lucilio Ducunt volentem fata, nolentem trahunt, il Destino guida chi lo vuole, trascina a forza chi non lo accetta, è per me qualcosa di talmente vero, reale, dimostrabile in tutti i modi possibili, che mai mi sentirei di metterlo in discussione, sulla base non di letture, non di teorie o ipotesi interpretative più o meno accademiche, ma sulla base della mia esperienza di vita, di quanto l’esempio della mia persona può offrire alla riflessione degli altri. Nulla cambia di ciò che è scritto. Lo disse il filosofo stoico Cleante, attivo tra IV e III sec. a.C,, lo cita Cicerone, lo riprende e lo fa lapidariamente suo Seneca in un contesto di una tale chiarezza espositiva che non lascia margine a equivoci. E nemmeno la lettura del quinto libro del De civitate Dei di Agostino, dedicato proprio al tema della provvidenza, riesce, per il momento, a convincermi, perché quell’esercizio della libertà e della volontà dell’uomo, che il vescovo di Ippona tanto valorizza nel proprio pensiero, non ritengo che sia una prova della prescienza divina, ma, al contrario, della possibilità che ha l’uomo di accettare o no quanto già scritto per lui. E lo ripeto, non dico questo sulla base delle letture e degli studi; lo sostengo sulla base di una memoria di vita e di un vissuto individuale che si distende e s’imprime su una grande e preziosa pergamena lunga mezzo secolo.

Decisamente forte il contrasto con quanto l’amica ha sostenuto in modo convinto. Ma è in quel momento che il Fato agisce. Ti viene una strana idea. Nella maschera di ricerca del computer scrivi “Destino”, poi selezioni Immagini, poi lo correggi in inglese, “Destiny”, cambia una sola lettera, ma cambia un mondo. E quel Destino allora mette davanti alla tua anima un disegno di Klimt, un nudo di donna, un’opera che l’archivio della ragione non sa in quale sezione di protocollo collocare, né tanto meno saprebbe dire perché sia saltata fuori. Informandoti su quel disegno trovi un testo forte, una lettera in tedesco con parole che ti penetrano direttamente nel cuore e hanno un curioso potere di mettere in moto quegl’ingranaggi dell’anima che sembrava non aspettassero altro. Grazie a quell’immagine ti rendi conto che proprio dalla ricchezza di questi contrasti si può apprezzare la meraviglia dell’amore, esattamente come si trovò a dover considerare in quella lettera Gustav Klimt, quando, di fronte allo splendore ammaliante dei mosaici di Ravenna, non poté non riflettere sulla miseria e sulla povertà che li attorniava, appena fuori dagli edifici che li contenevano. Il destino conduce anche a questo: a desiderare l’amore come un fine che affascina e strega, ma senza avere alcuna idea, se non puramente spirituale, di quale sia il mezzo con cui si possa raggiungere quel traguardo. Il Fato lo sa. A te non compete saperlo. A te compete lottare contro tutto quello che lui ti mette intorno per impedirti di saperlo. Ma dentro uno scrigno antico, dentro una piccola bomboniera, dall’aspetto esteriore anonimo e quasi decadente come il mausoleo di Galla Placidia, si può aprire per te un universo di emozioni che non sai mai dove ti possono portare. A me piace pensare che l’amore sia questo: un agone continuo per conquistare qualcosa di idealmente perfetto proprio là dove mai ti aspetteresti di trovarlo, proprio là dove lo spirito entra in armonia con il destino. Ma sta a te conquistare questo premio. Leggendo Seneca, meditando su Agostino, ma con gli occhi distratti da un disegno di Klimt, mi sono sentito su una strada che potrebbe anche essere quella giusta. Tre stimoli diversi, ma straordinariamente complementari tra di loro. Non posso dirlo ai ragazzi domani in classe. Ma a me piace non dimenticarlo. A me piace che resti una traccia di questo ennesimo sogno meraviglioso.

Tre anni di parole

Il gestore mi ricorda che sono tre anni di sodalizio. Non sono certamente un blogger e non ho certamente la propensione innata alla comunicazione non testuale, multimediale e via dicendo. Lo ammetto, non sono nato in questa generazione. Appartengo a una cultura in cui il testo è quello costituito, tessuto appunto, di parole cucite insieme, che prendono vita su una pagina, senza il necessario supporto di un’immagine o di un video. Scrivo parole. Le compongo all’antica. Il codice è la lingua italiana, che ho imparato dalle labbra della mamma e da quelle del babbo: insomma, una tradizione autenticamente biologica. Il canale, soltanto quello, è un po’ diverso.

Quanto al canale, devo ammettere che aver trovato un contenitore così anomalo e così lontano dal mio modo di vedere la comunicazione per tutto quanto prodotto in tanti anni di scrittura è stato molto utile e mi ha consentito di recuperare, trascrivendoli, testi prodotti con carta e penna in anni in cui un M24 Olivetti come sostituto della macchina da scrivere non avrei mai immaginato che sarebbe entrato in casa. Arrivò, quell’M24, come regalo di compleanno da parte del babbo per la mia tesi di laurea. Correva l’anno 1987. Ora c’è un Mac assai più evoluto, ma che più o meno svolge sempre quella funzione, oltre a tante altre: aiutare le parole a prendere una forma su una pagina, auspicabilmente senza litigare fra di loro.

A questo punto, la domanda che viene spontanea è quale senso possa avere dedicare tanto tempo a scrivere in un mondo in cui si legge sempre meno e addirittura spesso ci si vanta proprio di non leggere niente. Mi rendo conto di andare sicuramente controcorrente non solo leggendo – anzi, leggendo animato proprio da una passione che negli anni non è mai venuta meno – ma anche scrivendo perché altri leggano. Non mi interessa questo tipo di pensiero che nutro ancora la convinzione di ritenere perdente, benché maggioritario. Del resto, se essere maggioranza dovesse significare essere per una sorta di perverso automatismo mentale dalla parte del giusto, l’umanità sarebbe già arrivata al capolinea. E invece non solo non ci è arrivata, ma grazie proprio a quelle minoranze riesce anche a produrre qualcosa di educativo per la maggioranza, spesso a sua insaputa. E questo è molto bello, il fatto che il processo si attui senza che ce ne accorgiamo, quasi per magia.

A questo punto del ragionamento lasciatemi dire che saper apprezzare una buona lettura è ancora un modo per crescere e imparare. Anche scrivere lo è, naturalmente. Sì, perché scrivendo si impara, esattamente come leggendo. Che cosa si impara? Devo dosare le parole a questo punto, perché quello che sto sostenendo può apparire banale, se letto nel contesto sbagliato, oppure con gli strumenti inadeguati, oppure in una condizione di non sufficiente attenzione e concentrazione. Ebbene, dopo anni di scrittura, posso serenamente affermare che scrivendo si impara la libertà. Si mette in pratica il valore più bello che si ha: sognare in libertà, dare libera forma a un’idea, a un’emozione, a un ricordo, a un sogno, liberare i sentimenti e rendersi conto che non è vero che la ragione li tiene incatenati, che tu sei libero di spezzare come e quando vuoi quelle catene.

Sognare con le parole è la forma più bella di libertà che ho vissuto. E se anche per voi è così, mi accontento di poco: basta che facciate click su Mi piace. Anche questa è una forma di libertà.

Nostalgia

Esco dal ristorante. Una domenica tra amici in collina si trascorre tra ricordi e progetti, tra passato e futuro, lì in quel sottile filo di demarcazione che dovrebbe chiamarsi presente, ma che, proprio in quanto tale, riesce sempre a sfuggire e ti costringe a barcamenarti tra due abissi in cui lasciarsi cadere è bello ma allo stesso tempo rischioso, intrigante ma pieno di interrogativi: i due abissi in cui sei incerto di cadere da una parte o dall’altra del filo sono quello della memoria e quello degli intendimenti, irti entrambi di domande dalle difficili risposte. La fine del pranzo sembra liberarmi da quella sensazione di essere vissuto in un limbo sospeso senza una risoluzione. L’uscita all’esterno apre altri scenari. L’aria resa asciutta dalle carezzevoli folate di tramontana ha sempre il potere di emozionare chi è abituato a quella pesante e umidiccia della bassa, che ti si appiccica addosso e ti opprime tutto, non solo i polmoni. Quell’aria lassù ha una sorta di potere speciale, ammaliante: la memoria allora lavora e ti fa sentire libero come quando il babbo te la faceva respirare in quel paesaggio di irti pendii boscosi e possenti frange rocciose, che adoravo più di qualsiasi altro, quando, meritato il riposo della salita, sulla cengia o sul pianoro, sul valico o sulla forcella, potevo ammirarlo sicuro e fiducioso nei miei mezzi, tutt’altro che scontati. Chi si sente libero è invitato ad alzare lo sguardo e a vedere lontano, per evitare il peso della memoria, o anche per cercarlo ma con quello speciale sentimento di nostalgia mai fine a se stesso, mai condito di rimpianto. La montagna, la sua aria, i suoi venti, il suo spirito che sa parlare una lingua amica a me fa questo effetto. Affascina. La bassa, invece, mi invita a stare a testa china, mi fa sentire servo di una memoria che è parte indissolubile di me, ma non amo portarmi a spasso. Mai. La montagna mi sprona al meglio, mi eleva; la bassa mi deprime e mi debilita. Sono gli effetti di quelle radici che si piantano quando cresci e che ti tengono abbarbicato al tuo destino. Se le recidi, perdi tutto. Loro ti tengono lì. Anche se tu cerchi di prendere altre strade in una direzione o nell’altra, anche se tu ti innalzi, come è giusto che nella vita accada, alla fine, prima o poi, ti ricorderai sempre di loro, perché saranno loro a costringerti a farlo. Essere quassù significa tornare laggiù, in quella nostalgia che non è mai rammarico, mai pentimento; in quella nostalgia che ha il sapore dell’accettazione consapevole di un destino scritto che non hai nessun diritto, nessuna possibilità, di modificare. Saresti empio e irriconoscente, se tu lo facessi. È segno di umiltà riconoscerlo ed esibirlo come tuo marchio di fabbrica con semplice, candida e ingenua fierezza.

Gli occhi mi portano lassù dove un’aquila volteggia solitaria. Da un po’ di tempo si avvista con una certa frequenza, ma il momento in cui si riesce a vederla è sempre uno spettacolo emozionante per l’anima che la sa ammirare. Dice un amico che nidificano anche sulle cime degli alberi della grande abetina che si apre pochi chilometri più su verso il crinale, che erano solo poche coppie quelle inserite, ma che ora sono una quarantina. E inizia a parlare del programma di inserimento dei rapaci nel parco, dall’aquila reale al falco pecchiaiolo. Lo lascio sciorinare le sue statistiche. Non so cosa ascoltino le mie orecchie; so cosa ascolta adesso il mio cuore. A me interessa altro.

La maestà del volo dell’aquila è qui, sopra di me, la perfezione ossessiva dei suoi giri, ripetuti più volte alla ricerca di chissà quale conquista, mi strega, mi affascina, mi calamita. Non sento il dolore della differenza che mi segna quaggiù. Sento la forza della libertà che troneggia lassù. Quel volo che ostenta forza e sicurezza non ricorda forse che la natura ci ha progettati per essere ammirati quando siamo predatori e leoni, maestosi guerrieri che lottano per la vita esponendosi e non nascondendo di se stessi nulla, soprattutto quello che gli altri potrebbero ritenere un difetto di fabbrica, un errore di progetto, un anello che non tiene? Non ricorda forse che quello che tu hai ritenuto un errore di fabbrica è proprio la parte più significativa del tuo esistere, del tuo essere come quell’aquila? E tutto questo non si realizza forse quotidianamente in un mondo in cui per conigli e iene non c’è altro spazio che la vergogna e il disonore? La maestà dei volteggi di un’aquila, la grazia del suo impercettibile colpo d’ala, la perfezione del disegno che traccia su di un azzurro immune da macchia, oggi, qui al margine della cerreta, in una selvaggia terra che sbuffa gas qua e là e non dimentica la sua natura vulcanica, nel conforto dell’amicizia solidale che fa da armonico contraltare a quella potenza solitaria che volteggia lassù, mi ha accompagnato ancora una volta per mano fino a un traguardo speciale: la conquista di un altro tassello di quel senso vero di una vita che è tale solo se è audace lotta quotidiana, temeraria, là dove tutti ti vedono, ma nessuno ti cattura, là dove la paura non esiste, la sicurezza è energia, la fiducia in se stessi è tutto quanto possiedi per il futuro, la nostalgia non è mai rimpianto. La conoscenza del valore della vita per me, da sempre, ha avuto come sua rampa di lancio, come occasione per intraprendere il suo viaggio nella bellezza, la rappresentazione che l’anima sa offrire di quanto i sensi catturano per lei: oggi un’aquila.

Oggi mi sento lassù. Sono l’aquila. Sono libero. Sono forte e fiducioso predatore. Oggi sono quello che sempre sarei voluto essere.

Sulla banchina

“Ciao. Posso farti una confidenza?” [faccina pensierosa]

“Certamente!”

“Mi sento attratta dalle persone molto più mature di me.”

“E ti sembra strano?”

“Non so se strano o cosa … Mi sembra che gli altri non capiscano. Mi sento vittima di una specie di convenzione.”

“Capisco … Fregatene degli altri.”

“Non è facile.”

“Capisco anche questo. Mi viene in mente un’immagine, sai …?”

“Quale?”

“Ne verrebbe fuori un aforisma. Non mi sono mai piaciuti gli aforismi.”

“Perché?”

“Perché è come una testa senza un corpo. Mi piace partire dalla riflessione che introduce l’aforisma, ma poi sento il bisogno di svilupparla, abbellirla, interpretarla. Invece l’aforisma dovrebbe essere qualcosa di asciutto, buttato là, come le citazioni che la gente usa su facebook, spesso senza un senso, copiando e incollando quello che trova così come viene. Anche l’aforisma finisce per essere così. Passa di bocca in bocca e perde valore. Solo la riflessione che tu gli cuci addosso glielo restituisce.”

“Concordo. Però sono curiosa lo stesso. Qual è questo aforisma?”

“Parlavi dell’amore e dicevi di sentirti attratta dalle persone più mature di te. Ecco come lavora la mia testa. Mentre tu parlavi vedevo un treno.”

“Interessante. E che fa questo treno?”

“È l’amore.”

“Ora anche intrigante … Va’ avanti!”

“Beh, dammi il tempo per cucire insieme le parole e trovare quelle giuste per l’immagine.”

“L’immagine del treno?”

“Sì, quella.”

“Mi piace questo gioco.”

“Giocare con le parole?”

“Con la magia della parola.”

“Credo di essere pronto.”

“Spara!”

“Eh no! Se usi quelle parole, la magia non c’è più. Non sparo proprio niente.”

“Come sei pignolo!”

“Non sono affatto pignolo. Voglio creare soltanto il clima giusto. Bene. L’immagine prende questa forma. Sta’ attenta! La forma di un treno. 

“L’hai già detto.”

“L’amore è come un treno. Non importa come sia. L’unica cosa che conta è dove va. E non farselo scappare, perché hai guardato con ansia per tante volte l’orologio. Se non lo prendi in tempo, lui parte comunque. Senza aspettarti. Ti lascia qui, sulla banchina, con le valigie in mano, senza sapere cosa fare, dove andare, come poter riprendere il viaggio. Il treno che passerà dopo sarà sempre un ripiego. Quello che hai perduto, è andato per sempre.”

“Insomma, una specie di versione moderna del carpe diem. Non ti sapevo epicureo.”

“Non lo sono, infatti.”

“Però il treno è andato. E le cose per me stanno proprio così.”

“Lui ti ha mollata?”

“No. Io ho mollato lui.”

“Capisco …”

“Il tuo lavorare per immagini me ne ha fatta venire in mente un’altra.”

“Normale. Le parole sono il virus  più contagioso. Dimmi.”

“Una nuvola. Ho girato gli occhi verso la finestra e la prima cosa che ho visto è una grande nuvola nera, bassa, ma sai perché mi ha colpito?”

“Non riesco a immaginarlo. Possono venire tante idee, ma credo che solo la tua sia quella buona. Tu hai visto la nuvola. E a te quella nuvola sta parlando. Tu stai dando forma con le parole a quella nuvola. Ma, aspetta …”

“Cosa c’è?”

“Oggi il meteo dava sereno.”

“Ecco … Ci sei vicino.”

“Intrigante. Mi piace questo gioco. Stai cercando le parole?”

“Sì.”

“Aspetto.”

“Credo di esserci.”

“Sono qui.”

“Mi piace di pensare all’amore come questa nuvola. Una nuvola che si forma non prevista. Ti piove addosso secchiate d’acqua. Poi, quando ha finito il suo lavoro, basta un refolo di vento che sparisce. Quello che resta, signore del cielo, è un sole beffardo, sguaiato, che ride della tua devastazione. E l’amore? Chissà dov’è andato? A fare altri danni, sicuramente.”

“Hai vinto.”

“Perché?”

“Perché prima qua non c’era nessuna nuvola.” 

“E adesso?”

“Devo proprio controllare?”

“Sì.” [pausa] “Allora?”

“Adesso sì. C’è una grande nuvola nera qui sopra. E …”

“E?”

“È arrivato anche il treno.”

“Allora, non perderlo.”

“E se lo perdo?”

“Resterà solo la nuvola.”

“E dopo la nuvola quel sole insensibile, beffardo e sguaiato, che hai detto tu?”

“Sì, quello.”

“Non lo perderò.”

“E dove ti porta quel treno?”

“Lo vuoi proprio sapere?”

“Se pensi che sia importante, sì.”

“Credo che vado proprio dove va la nuvola.”

“E dove va la nuvola?”

“A fare danni.”

Non siamo come le foglie

Una foglia che cade, scende lenta e danza nell’aria, m’infonde fiducia e allegria. Si dice che muore. Non è vero. Non mi comunica nemmeno quelle convenzionali immagini di fragile precarietà di scolastica memoria. Cadendo, quella foglia si fonde con altra vita nel prato sottostante e si profonde in una gioia nuova, che non si vede. L’albero non l’ha respinta, nè tanto meno l’ha cacciata via, ma le ha detto che la luce per un po’ non ci sarà più, che tornerà presto e che lui ha bisogno di dormire. La foglia prende commiato e serena aspetta di rinascere, come mille altre, lì insieme a lei. La vita pulsa là sotto quel letto solidale di foglie. Pulsa una vita che non si vede. Pulsa la vita che conta di più, perché là sotto dovrà resistere, dovrà far tesoro dell’acqua o della neve che arriverà, se arriverà. Quella vita che non si vede è la più forte, la più bella. Quella vita laggiù, là sotto quel letto giallo di foglie, anonima, invisibile, ma alacre e indefessa più di quanto si possa immaginare, è la più bella. Lo è perché chiamata a conoscere il significato del sacrificio, a patire nell’oscurità e nel silenzio, a conoscere il senso più profondo e segreto dell’umiltà di chi dà se stesso per la fiduciosa rinascita di domani. Grazie a lei, tornata la luce, sboccerà un’altra vita, e poi altre ancora, mille, infinite altre. Lo è perché il suo sacrificio e la sua tenacia sono stati umili e segreti, solidali, operosi. La nuova vita le sarà debitrice.

La foglia avrà un grazie quando il sacrificio, là sotto, là dove tutto patisce ma vive alacre nel silenzio, sarà finito.

Si svolge così anche la vita di tanti di noi? Sarebbe bello. Abbiamo luce e gioia, poi silenzio e patemi, poi, forse, altra luce. Dovremmo essere debitori a chi si sacrifica per noi. Dovremmo riconoscere la solidale premura altrui. Eppure … La nostra memoria spesso ha delle falle. Ci dimentichiamo di dire quel grazie che la foglia nuova in primavera dirà all’altra, scesa in autunno, danzando felice per lei. Non è una differenza da poco. Non siamo come le foglie. Se dicessimo quel grazie che costa così poco, ma vale così tanto, se ascoltassimo quel silenzio là sotto, se fossimo capaci di scendere anche noi là sotto quel vivace letto giallo, dove non c’è putredine e morte, ma vita vera, forse potremmo comprendere perché non siamo come le foglie e soprattutto perché non vogliamo esserlo.

Sogno

In questa dimensione sospesa, senza assiti su cui poggiare e senza tetti su cui confidare, senza traguardi da raggiungere, ma anche senza poter identificare un punto preciso da cui si sia partiti, mi ritrovo in una pietraia, non so dove. Nuda roccia tutt’intorno. Vento freddo. Ti avvolge e asciuga il sudore che copioso scende per la fatica del salire. Nient’altro che sassi vedo, distese sconfinate di pietre. Eppure, non mi sento spaesato, né a disagio. C’è qualcosa che mi attrae, da qualche parte, lassù. Si intravvede un puntino giallo.

Il papavero retico non si concede facilmente. Vive solitario. Conquista la sua roccia, lontana da sguardi curiosi e morbosi, e se la tiene cara. Se lo vuoi vedere, devi superare i 2000 m di altitudine, devi arrancare su impervi ghiaioni, devi aguzzare la vista tra sassi millenari, devi cercare dove nessuno quasi mai osa, devi faticare e soffrire dove il vento raggela e il ghiaccio scompare soltanto per pochi mesi, devi arrampicarti con corde, imbraghi e moschettoni là dove i camosci saltano graziosi e liberi e ti umiliano. Il papavero retico li sa sfruttare, quei pochi mesi. Sa di essere prezioso, ma a lui non importa nella sua maestosa solitudine: lui non vuole che tu fatichi e soffra, ma sa perché lo fai. Solo un ciuffo di sparute foglioline verdi alla base lo protegge. Il suo giallo tenue ti conquista. Appena lo riconosci ti fa capire la forza della vita, ti fa capire come anche nelle situazioni più difficili la vita vinca sempre su tutto quanto la vorrebbe sconfitta, ti fa capire come la solitudine sia un premio di natura, una vittoria per sconfiggere superbia, arroganza, invidia altrui. Forse per questo lo guardo con rispetto, a distanza. Ora lo distinguo bene. Non lo fotografo. Non so se nemmeno se in questa particolare dimensione avrei i mezzi per farlo. Nei sogni tutto sa di antico, non si scattano foto, si affida tutto soltanto allo scrigno che conserva quei segreti del tempo che proprio in quel momento, eccezionalmente e spesso inspiegabilmente, si apre per te. Lui ti guarda, tu lo guardi. La forza dei suo colore giallo ti conquista. È una forza della natura. La ammiri e la rispetti. Soltanto questo puoi fare, per ringraziare del dono che hai avuto. La forza con cui il solitario fiore conquista i sensi lo conserverà eterno nella memoria, eterno quanto eterna sarà quella stessa memoria. Eterno quanto eterna sarà quella forza che mi dà al risveglio da questo sogno, lui, il fiore più bello, il mio fiore di sempre. La vita ha bisogno di questa forza e di tutte le immagini che la rappresentino per te. La vita ha bisogno di abbarbicarsi a quello che trova per resistere alle potenze che la combattono; ha bisogno di rappresentarsi nel sogno queste icone e queste emozioni di vittoriosa, ma mai superba, solitudine. Una solitudine umile, semplice e naturale. La vita ha bisogno di questo fiore fragile e forte per andare avanti e vincere gli ostacoli. Richiede simboli immortali, come immortale è il ciclo vitale che fa nascere e rinascere, il mio papavero retico. E il sogno non mente. Neanche questa volta.

Vorrei donarlo a te, ma il destino vuole che lui ci parli da dove per noi non sarà mai facile giungere. Essere trasportato lassù con lui è la forza con cui reagisco, con l’immaginazione. È il potere ineffabile del sogno: immaginare. Immaginare che anche tu sappia condividere quest’energia immune da debolezza è il mio auspicio. Immaginare che anche tu sappia che una solitudine dettata dagli eventi della vita può essere una vittoria, può essere rappresentazione di forza, può essere un simbolo dell’umile accettazione del fare parte di un ordine naturale delle cose. Immaginare che anche tu condivida queste emozioni. Immaginare di vivere tutto questo è quella domanda che è inevitabile e naturale, e per questo bello, che ogni sogno ci lasci.

Inno alla gioventù

Preparando una lezione di lirica greca sui frammenti elegiaci di Mimnerno per i miei studenti di quarta e rileggendo il testo sulla vecchiaia contenente la nota similitudine delle foglie, riflettere su certi canoni e certe convenzioni letterarie non è forse del tutto inutile.

Da giovani si scrive con fierezza e baldanza, si dice. Il giovane è quello che vuole spaccare il mondo, anche quando scrive, si legge spesso. Poi si cambia, si sostiene: si conviene troppo leggermente sul fatto che alla baldanza e alla fierezza si sovrappongano piano piano, con la stessa parsimonia di tempo con cui incanutisce il pelo, il lucido raziocinio e anche una patina di malinconica ironia. Questo è quanto comunemente si legge e si sostiene. Questo è quanto generalmente si tramanda da secoli. Ma non è così che va impostato il problema, anche se non siamo certamente qui a negare che quanto sostenuto dai più possa accadere nella vita.

Siccome è proprio questo avverbio ‘generalmente’ che mi urta, siccome è proprio dall’errato uso di questa parola da parte di chi vorrebbe che ‘generalmente’ significasse ‘assolutamente’ che viene questo mio malessere, e siccome da tempo sostengo che è proprio il generalizzare che rovina tutta l’immensa e variegata bellezza della vita, che è resa interessante proprio dalla differenza e qualche volta anche dall’oltraggio alla regola generale, alla convenzione costituita, al canone più o meno dogmatico, ecco che anche la considerazione sul tono della scrittura andrebbe condotta con maggiore cautela e soprattutto con una maggiore attenzione ai diversi casi degli individui, dei contesti in cui sono attori e della loro condizione di vita, perché mai come quando si discute di espressione e di comunicazione è vero che tutti siamo diversi, perché nessuno reagisce alle sollecitazioni del contesto allo stesso modo. Non è certo una scoperta, ne sono consapevole, ma ripeterlo non nuoce, vista la forza con cui queste malsane convenzioni tuttora resistono.

E dunque la scrittura? Ecco allora che la scrittura, quando è opera di un’età matura, finisce per assumere le più diverse sfumature, soprattutto se si considera il contesto in cui è stata vissuta l’età precedente. Non ci sono regole, non ci sono canoni, non è lecito stilare alcuna generalizzazione. Mai come oggi mi sento fiero e baldanzoso quando scrivo. Perché? Perché sono un ribelle? Li adoro e li invidio qualche volta, ma non credo sia la ragione. Perché rifiuto ogni generalizzazione? Sì, è vero, ma non credo sia neanche per questo. Perché rifiuto le regole costituite? Mi piace farlo, lo ammetto, è un’innata pulsione che si manifesta in me soprattutto se mi sta antipatico quello che le ha fissate, ma non è nemmeno questa la motivazione. E allora?

Credo che sia sufficiente riflettere su un dettaglio per cercare una risposta che possa avvicinarsi al vero. Quella che abbiamo chiamato la fierezza e la baldanza della gioventù non ha età. Si può raggiungere in qualunque momento. Cambia solo il modo in cui si esprime. Concentriamo la nostra attenzione sulla scrittura e non divaghiamo. L’atto di scrivere risponde quasi sempre al bisogno di tirare fuori da dentro e di liberare dalla catene parole che altro non aspettavano. Si può realizzare l’obiettivo in tanti modi. Con il maturare, con il passar degli anni, dipanandosi lentamente il gomitolo della vita attraverso le più varie peripezie, questi modi, che nella scrittura sono i toni e gli stili, sfuggiranno sempre ad ogni schema e non tollereranno mai di essere incasellati, perché quelle peripezie saranno sempre uniche e originali, come irripetibili e individuali saranno i contesti in cui sono maturate.

Esiste poi un caso del tutto speciale ed è quello di chi sente il bisogno ad un certo punto di esprimere liberamente quello che in gioventù non è riuscito a comunicare, quello di chi trova soltanto in età matura quella forza che prima è mancata, quello di chi soltanto dopo anni e anni di letture e di confronto con testi altrui trova l’ardire di comporne di propri. Come potremmo non chiamare gioventù la fase di rinnovamento che questa persona vive, anche se la scopre soltanto quando della gioventù anagrafica vede il treno allontanarsi e svanire lontano tra le nebbie? Va via un treno, partirà e scomparirà alla vista, esattamente come quella vista e quei sensi s’indeboliranno, esattamente come le forze del corpo perderanno il vigore fisico, ma non svanirà mai la forza interiore della vita, quell’energia di spirito che tanti attribuiscono alle più svariate ragioni. La forza spirituale, sì, qui è la risposta. La forza spirituale non solo non ha età, ma può assumere gagliardia proprio mentre il vigore dei nervi scema. Non dimenticherò mai la forza con cui mio babbo, in punto di morte, afferrava tra le sue mani le dita delle mie, comunicandomi in quel momento una forza senza dubbio superiore alla mia. Un treno è partito. A quel treno ne seguirà un altro e chi ha fiducia in questa forza lo prenderà al volo con quella baldanza e quella fierezza che prima non aveva trovato, o perché prima non ne aveva avuto le occasioni, o perché prima non aveva avuto l’ardire, o perché prima non si era sentito all’altezza del compito o per quelle mille e mille altre motivazioni che ci rendono tutti mille e mille volte diversi e impossibili da incasellare in una tabella.

E di me cosa dovrei dire? Se vi può interessare come conclusione, scrivo questa riflessione proprio perché in questi giorni sto tirando fuori dal classico cassetto scritti di varia natura composti in età adolescenziale e in gioventù. E sono una scoperta continua. Saranno acerbi il lessico e la forma, ma non l’energia vitale che li ha fatti nascere. Ebbene: non trovo una forza interiore diversa; se c’è cattiveria è la stessa cattiveria di oggi; se c’è malinconia è la medesima malinconia di oggi; e il fine che allora esortò a scrivere è lo stesso che induce oggi a rendere noto e pubblicare. I temi sono diversi soltanto perché naturalmente diversi sono i contesti di vita, diverse le occasioni, diversi gli incontri, diverse le relazioni, diversi, perché no?, gli strumenti stessi e i codici della comunicazione. Ma i toni sono esattamente gli stessi. L’entusiasmo, inteso alla greca come ispirazione quasi mistica, profonda, di natura interiore, è il medesimo di oggi.

E allora, su, diamo una spallata alle convenzioni! Con buona pace di tanti vecchi brontoloni e di Mimnermo, di cui per fortuna altro era ammirato nell’antichità e non quel che a noi è giunto dal naufragio dei secoli, mi piace pensare, e mi piace scriverlo con baldanza e fierezza, che la scrittura è sempre opera di diversi stadi e diversi aspetti di una stessa gioventù.

Destini

Tutti siamo stati a scuola, più o meno. Tutti ricordiamo qualcosa di quegli anni, più o meno. Giovanni non ricordava più o meno. Ricordava tutto nei minimi dettagli. Soprattutto alcuni anni della scuola. E li ricordava bene. Aveva conservato solo un amico di quegli anni. Era proprio un ex compagno di classe. Si chiama Simone. Ed ora insegnava.

Le classi scolastiche, per chi con un po’ di esperienza le conosce bene avendole vissute da tutte e le due le parti della barricata, come gli ricordava proprio Simone, sono dei gruppi in cui ci può essere di tutto, ma di solito c i sono due campioni della condizione umana che non mancano mai in quei gruppi: lo sfigato, che è quasi sempre maschio e oggetto della comune denigrazione, e la bella delle belle, oggetto del comune desiderio, che è quasi sempre femmina. Fin qui nulla di particolarmente eclatante, se non per un particolare che diventa di una certa importanza soltanto con il senno di poi, ossia per il fatto che, mentre per colui che si fosse trovato nella prima categoria tutto sarebbe stato maledettamente più difficile, tutte le porte si sarebbero invece aperte quasi da sole per quella che si fosse trovata nella seconda categoria. Ma anche in questo, si dice, non scopriamo certamente l’acqua calda. Le cose, invece si vanno a complicare un po’ se lo sfigato della classe si va innamorare proprio della bella della classe. Allora l’intrigo si fa interessante. Anche perché in questo caso lo sfigato, alla resa dei conti, tale non fu nella vita, mentre per la belle delle belle le cose non andarono come da copione e come quasi tutti allora si sarebbero attesi.

Il fatto capitò a Giovanni Stramba, innamoratosi di Stefania Venturini, in terza, nella scuola media di Castelbianco all’imbocco della valle. Siamo in una di quelle tante cittadine dell’opulenta provincia nostrana, ricca di commercio e artigianato e tante piccole imprese. Giovanni era figlio unico di un tecnico specializzato, che lavorava, con uno stipendio da non lamentarsi, come ex dipendente, poi divenuto socio, di una ditta di impianti di riscaldamento e climatizzazione, e di una collaboratrice scolastica di quello stesso istituto frequentato da Giovanni, che oltre alle medie comprendeva anche le elementari e la scuola dell’infanzia. E Gio, quella scala, l’aveva percorsa tutta: asilo, elementari, medie. La mamma era affetta da una malattia neuromotoria degenerativa e la casa era in gran parte sulla spalle del babbo, che aveva un discreto aiuto da Giovanni. Oltre a non essere certamente un Adone, piccolo di statura e un po’ sovrappeso per eccesso di patatine, oltre ad essere balbuziente a tal punto che non fu possibile correggere il difetto (per quanto alcuni sostengano che lui non volle farselo correggere e un giorno persino ruttò in faccia alla logopedista per dispetto, mettendo fine per sempre alla noiosa serie di esercizi), Giovanni aveva anche un altro neo imperdonabile: era infallibile dalla lunetta nelle partitelle di basket che si giocavano nelle ore di educazione fisica. Forse il contropiede non era proprio la sua specialità, perché non amava faticare per correre, forse il recupero sotto canestro in difesa non lo era perché la mamma si era dimenticata troppi centimetri, fatto sta che a cercar fallo in attacco e a tirare dalla lunetta era un vero mostro. Un cecchino infallibile. Sì, propio lui, Giovanni, il nerd più nerd che si possa immaginare, il secchione, l’orso che nell’intervallo restava sul banco a studiare, il ragazzo un po’ cicciotto, quello che arrivava e usciva sempre da solo da scuola. “Oggi abbia-abbia-abbiamo vi-vinto pro-pro-prio grazie m-m-me”: erano le parole con cui ogni volta cercava inutilmente di convincere la prof di educazione fisica di quella verità che neppure lei mai aveva voluto ammettere. Ma mai nessuno, non solo lei, l’avrebbe mai ammessa. Quel tipo alto un metro e un tappo, fatto a forma di botolo, e che parla in modo buffo non può far vincere una squadra in una partita di pallacanestro.

Quanto alla balbuzie, che gli aveva procurato, tra i tanti, il più odioso dei soprannomi, Gio Bababà, la mamma avrebbe insistito per la cura, ma il babbo era arrivato alla conclusione che l’accanimento terapeutico, dopo tanti anni di modestissimi risultati e una collaborazione quasi nulla da parte del diretto interessato, avrebbe potuto avere soltanto un contraccolpo negativo sulla psicologia di un adolescente sensibile come in realtà era Giovanni, seriamente preoccupato più per la mamma che per il propio bababà.

Se vi dico che Giovanni rimase cotto di Stefania quando la ragazza invitò tutti i compagni al suo tredicesimo compleanno a casa sua, vi assicuro che quella che vi racconto non è la versione moderna della storia del topo di campagna e di quello di città. La storia è di quelle che hanno un loro perché, ma un perché insolito, un po’ speciale. Può essere una storia naturale, forse anche scontata e noiosa per qualcuno, può essere una storia triste, può esserlo senza se e senza ma, ma è una storia che merita, perché alla fine Simone da quella vicenda dell’amico Gio ebbe una bella lezione, una di quelle che non si dimenticano.

Insomma, vi ho già detto che cosa successe. Si era sotto Natale. E sotto casa di Stefania il clima natalizio si sentiva tutto. Eccome. E tutto era come da copione: il centro del paese era addobbato e illuminato e pieno di gente che si lamentava di regali fatti perché dovuti e non desiderati, i negozianti mai abbastanza felici degli incassi, il parroco era arrabbiato e tuonava parole inutili contro il consumismo che rovinava lo spirito del Natale, il cinema pieno come non mai di film per persone il cui requisito era un quoziente intellettivo zero, la neve che, chissà perché, esisteva solo nelle pubblicità in televisione, la mamma che altro non aspettava che l’annuale rito di vedere con il marito Una poltrona per due, il babbo che sicuramente avrebbe lavorato fino a tardi, così almeno diceva. Anche a casa di Giovanni ovviamente si era sotto Natale, ma nulla era diverso dagli altri giorni, se non per il fatto che i dolci, che faceva il babbo perché la mamma stava ormai perdendo le forze per cucinare, erano i più buoni del mondo, proprio perché avevano il sapore di un sacrificio che (loro tre non lo sapevano o forse, se anche l’avessero saputo, mai l’avrebbero sbandierato su facebook) avrebbe meglio di tante lucine e tanti addobbi espresso quello che si chiama lo spirito del Natale. Insomma, tutto come in decine e decine di altre famiglie.

Ebbene, il compleanno di Stefania Venturini … Durante la festa si mangiò e si ballò. Erano quelle le due attività possibili. Giovanni stava seduto su una sedia. Non avendo nessuna voglia di ballare, secondo la sua versione, ma in realtà non avendo nessuno che lo considerasse, insomma, tra le due possibili attività, ballare e mangiare, non scartò certamente la seconda, anche perché davvero notevoli erano le leccornie che offriva il lauto buffet, proprio lì accanto alla sedia su cui era strategicamente e non affatto casualmente appollaiato. E proprio mentre aveva appena risolto l’indecisione tra una pizzetta con le acciughe e l’ennesimo salatino ai würstel di cui era ghiotto e che anche il babbo era diventato per forza di necessità bravissimo a preparare, Stefania gli si avvicinò e gli prese le mani tra le sue dicendogli: “Su, Gio, balliamo insieme?” Giovanni, dopo aver deglutito tutto intero il salatino ai würstel su cui era caduta la scelta e che aveva appena addentato, cercò di trovare le parole per rispondere: “Va be-be-be …..” Niente da fare. “Va bene, lo dico io,” disse Stefania e lo tirò a forza verso di sé. Lo scombussolamento che Giovanni sentì dentro di sé fu qualcosa di inebriante. Il volteggiare di Stefania, nella sua bellezza di ragazza cui non mancava nulla di quello che poteva piacere a un ragazzo di tredici anni, a cui forse invece mancava ancora tutto, ebbe su di lui l’effetto di una piattaforma di lancio su un missile. Lei girava di qua e di là facendogli immaginare mondi e lui volava in orbita con quel maledetto salatino, ingoiato alla disperata, che non ne voleva proprio più sapere di andare giù.

Come le cose andarono Giovanni non avrebbe mai più ricordato. Glielo raccontò il giorno dopo Simone, che era lì presente, invitato lui pure. A Giovanni venne data una canna senza che lui sapesse neanche che cosa fosse. La fumò. Forse qualcosa di strano era successo, dal momento che la sua memoria era andata in tilt. Fatto sta che, quando Stefania per la seconda volta lo portò in mezzo alla sala a ballare con la musica che era notevolmente salita di volume, Giovanni, del tutto in balia di forze a lui oscure, perse in un attimo ogni freno e le diede un bacio. Le tre righe rosse del ceffone che ebbe in cambio sarebbero rimaste per giorni sulla guancia destra, dalla forza con la quale si era stato stampato sopra. Lo schiaffo fu dato seriamente? Stefania rideva. Gio ricordava solo quello. La ragazza rideva da spanciarsi, dopo avergli dato lo schiaffo. Lì tutto nacque e lì tutto sarebbe finito, se quel marchio non gli avesse procurato da quel giorno, come se qualcuno avesse sentito la mancanza di argomenti per denigrarlo ulteriormente, il nomignolo stile pellerossa di Toro Guancia Rossa, che si aggiungeva a Palla di pelo (era rotondetto e un po’ più peloso della media) e al più odioso di tutti Gio Bababà, odioso naturalmente perché non esiste nulla di più odioso di ciò che colpisce quello di cui tu soffri di più. E Giovanni per la sua balbuzie soffriva davvero tanto, benché fosse diventato bravo a non darlo a intendere. Quella sera non avrebbe dormito, per Stefania ovviamente, perché la memoria del ceffone si sarebbe risvegliata soltanto con il passare delle ore e con l’aiuto di Simone il giorno dopo, nel corso della telefonata che ridiede vita ai frammenti sparsi che vagavano ancora senza meta e non riuscivano a trovare un loro posto nella memoria devastata di Giovanni.

Simone e l’amico avevano ricordato l’episodio della loro adolescenza seduti nello studio di Giovanni. Simone era l’unico dei compagni di classe con cui Giovanni in quegli anni lontani avesse intrattenuto rapporti. “E che fi-fine ha fa-fatto qu-quella Ste-ste-stefania?” chiese Giovanni con la sua balbuzie aggravatasi sensibilmente con gli anni. Simone guardò l’orologio, come per cercare di prendere tempo. Giovanni evidentemente proprio non sapeva nulla. Era stato lui a vedere Simone nella sala con il numero in mano in attesa di essere chiamato alla cassa. Lo aveva riconosciuto e gli aveva detto di venire a fare due chiacchiere con lui, che aveva un po’ di tempo libero. Simone rimase allibito quando Giovanni lo fece entrare in un grande studio con la targhetta “Direttore” e lo fece accomodare su una poltrona in pelle dal lato opposto di una scrivania in cristallo sicuramente di ricercato design. Dunque Giovanni Stramba era il direttore della sua banca e lui neanche lo sapeva. Inizialmente in quel ruolo di cliente nello studio del direttore della sua banca, suo ex amico e compagno di scuola di tantissimi anni prima, Simone si era trovato un po’ a disagio e in imbarazzo. Le situazioni avevano assunto una tale velocità in quei minuti che i pensieri erano stati superati e Simone non era riuscito a porsi domande, né tanto meno a darsi risposte. Poi Giovanni, dimostrando un irriconoscibile savoir faire, usando eleganza e cortesia sobrie e non affettate, lo aveva messo a suo agio, gli aveva fatto offrire un caffè dalla segretaria e lo aveva lasciato parlare. Ma quella domanda era stata un colpo duro da digerire per Simone. Giovanni se ne accorse e disse: “Se-se non vu-vuoi pa-parlarne, se c’è qua-qualcosa c-c-c- …. – occorse un respiro per poter procedere – che non de-devo sa-sapere, n-n-non fa nu-nulla. P-p- … – altro respiro – Parliamo d’altro, Si-simone.”

“No. Non sono segreti. Sono soltanto vicende di quelle che fanno male, ma non sono segreti. Anzi, parlarne credo faccia anche bene. Credevo che tu sapessi. In effetti, sei stato fuori tanti anni per la tua carriera. Stefania ed io ci mettemmo insieme in quarta superiore al liceo scientifico. Tu andasti al classico e ci vedemmo meno. Siamo stati insieme per tutta l’università e anche dopo. Poi lei iniziò a frequentare compagnie nuove, un po’ alternative, rompendo quasi del tutto i rapporti con la sua famiglia, che nel frattempo si era sfasciata: i genitori si separarono, la madre pensò solo a mettere le mani sulle cospicue ricchezze del padre, che presto divenne una specie di larva d’uomo e finì in una casa per etilisti cronici in preda alla depressione. Piano piano Stefania diventò strana, iniziò a fumare roba sempre più pesante e ci perdemmo di vista. Avevo già da tempo capito che tutto si stava spegnendo, ma non volli rassegnarmi. Ne ero innamorato come il primo giorno. E invece le cose non andarono come nei romanzi rosa, caro Gio. Un giorno la trovai sul giornale: era uscita gravemente ferita da un incidente stradale alle quattro del mattino, piena di cocaina, alcool, insomma completamente sballata. Quello che guidava e che me l’aveva portata via morì sul colpo. Era più fatto di lei. Stefania morì dopo due giorni in ospedale. E tu invece, il vecchio Gio Stramba, … beh, vedendo tutto questo, cosa dovrei dire adesso?”

Giovanni non commentò e disse a Simone: “Mi di-dispiace tanto. E t-ti chiedo scu-scusa per la do-domanda. Non era m-mia intenzione.” Si alzò dalla sedia. Chiamò la segretaria che gli ricordò che mancavano dieci minuti alla riunione. Simone capì di doversi alzare. I due si scambiarono i numeri di telefono intenti a riannodare i legami. Si salutarono e Simone uscì dallo studio. Mentre stava uscendo in strada gli arrivò un messaggio da Giovanni:

“Credo di sapere a che cosa stai pensando adesso, dopo quel tuo ‘e tu invece.’ … Non fidarti mai delle apparenze, Simone. Una buona carriera non cancellerà mai il passato. Hai visto foto di belle famiglie con bambini in vacanza nei mio studio? Non ce ne sono. Hai visto foto di momenti felici della mia vita? No, perché la mia felicità è tutto quello che hai appena visto. Vieni a trovarmi quando vuoi. Mi farà sempre piacere. Oppure usa questa chat. Che invenzione le chat! Qui sopra almeno Gio Bababà non avrà bisogno del doppio del tempo per farsi capire.”

Dietro l’ironia c’è sempre qualcosa da svelare, pensò Simone. L’ironia spesso fa sorridere, ma poi potrebbe far pentire di averlo fatto. Simone aveva sorriso, ma non non aveva alcun bisogno di pentirsi di aver sorriso.

“Va bene, Gio. Ma io non ti ho mai chiamato così.”

“Lo so bene, amico mio.”

© 2019. Stefano Tramonti

La panchina sull’alpe

Con tutta l’energia del suo lento crescere il sole si eleva di picco in picco, di giogo in gioco. Si apre varchi tra le rocce regalando alle cenge e ai pianori la sua luce, con mille cautele, come un babbo che dà la paghetta a un figlio.  E con il sole si alza anche il vento. Muove le fronde. Libera dall’ombra specchi di luce. Infonde vita a spazi e rivela oggetti prima informi nel buio. Porzioni di prato rallegrate dai botton d’oro, belli ma velenosi, prendono colore e rilasciano insieme all’erba l’umidità della notte. I raggi si allargano sul pianoro. La loro luce elimina ogni segreto. Uno di questi raggi punta diritto una panchina. Il giovane esce dalla tenda. La vede e la riconosce. La stava cercando, quando il buio era calato e il suo corpo stanco gli aveva detto di fermarsi ai margini di quell’erto pendio boscoso lentamente percorso nel tardo pomeriggio del giorno prima. Dopo aver lasciato sfollare i turisti dai sentieri, era rimasto lui il padrone della sua memoria. Quella panchina era in tante foto di lui con il babbo e la mamma, quando era ancora bambino. La vuole rivedere anche quest’anno. Ha una storia, come tanti oggetti. Una storia speciale di sicuro, perché ogni oggetto è speciale quando per una persona assume un significato speciale. Il babbo gliel’aveva dato un giorno. Una storia forse  anche triste, se la si vuole intendere in un certo senso. La tristezza è uno dei sentimenti più relativi: alcuni la considerano negativa e fanno di tutto per allontanarla, altri la cercano e in essa trovano anche conforto in certi momenti. A lui non interessa se la storia della panchina sia triste o no. È speciale. È la memoria. E questo basta.

Non era uno che amasse le soste. Se decideva di compiere un’escursione, solitamente camminava finché aveva energia per procedere. Ma quella panchina meritava il ruolo di eccezione e l’eccezione, si dice, dovrebbe confermare la regola. Perché, appunto, aveva una storia per lui. Altri potevano passare e non guardarla nemmeno. Lui no. Il babbo un giorno l’aveva vista sverniciata dal passare tempo. Aveva speso di tasca sua perché fosse restaurata in quel canto dell’alpe da cui s’alzava sempre un inno alla memoria della mamma. Era, infatti, la sua un’escursione della memoria. Anzi, nella memoria. E la memoria aveva i suoi riti, un po’ malinconici, tristi qualcuno forse li chiamerebbe, ma sempre da rispettare. L’onore, quello meritato, richiede questo rispetto. La panchina costituiva parte importante del rito. L’aveva cercata fino all’imbrunire. Poi tutto il pianoro si era oscurato e il tremulo, acuto canto dell’allocco era stato il segnale che indicava per lui il momento della sosta, per altri quello della caccia.

Tanti anni prima, quando era ancora alle soglie dell’adolescenza, su quella panchina il babbo aveva deciso di mangiare, prima di iniziare il lungo e ripido sentiero sul versante esposto che portava all’attacco della ferrata, la prima per lui appena dodicenne. Era emozionato allora. Lo stesso sentimento albergava adesso nel suo cuore. Alla fine del sentiero che si dipartiva da quello principale c’era una malga abbandonata, che un tempo era stata anche un rifugio. Lo era allora quando ci passò con il babbo. Ormai solo una piccola stalla per poche mucche in alpeggio estivo. Poco più su coltivazioni di mirtilli. Da un po’ di tempo fruttavano più del latte delle mucche, del formaggio e dello yogurt. Quando invece la malga era stata anche un rifugio, aveva un sottotetto che da giugno a settembre poteva ospitare fino a otto persone in branda ed era molto amata e conosciuta dagli escursionisti e dagli alpinisti nei mesi caldi. Il babbo e lui mangiarono soltanto un piatto di pasta, quanto fu sufficiente per riprendersi dalla lunga marcia che da fondovalle attraverso il bosco li aveva condotti all’alpe. Era necessario quel pieno di carburante per affrontare “sua maestà la roccia nuda”, come il babbo la chiamava. Dopo il pranzo il babbo vide la panchina e disse che era quello il posto giusto per un po’ di riposo. La panchina era rivolta verso la lunga serie di montagne disposte a semicerchio intorno a una conca glaciale e appuntite come la dentatura di uno squalo. Il sole, che ne disegnava in controluce i contorni da dietro, dava a tutte lo stesso colore bruno, ma ne esaltava l’originalità. Ognuna aveva il suo nome, le sue vie, i suoi eroi. Il babbo parlò come sempre di battaglie e di conquiste di cime, di guerra di trincea e di morti, tanti morti, morti a migliaia su quel pianoro dove ora brucavano pacificamente mucche e cavalli, capre e pecore. Lui ascoltava, perché la storia con le parole e le testimonianze che queste modellano plasma il paesaggio senza che ne accorgiamo. Lo sentiamo quando la fatica dell’escursione, il cui fine oggi è lo sport, ci ricorda il dolore delle marce, il cui fine era lo sterminio di un nemico che aveva la tua stessa vita, la tua stessa famiglia, i tuoi stessi sentimenti, i tuoi stessi affetti. Allora tutto diventa storia. E lo capisci quando avverti il dolore, perché la storia è vera e autentica, non libresca e scolastica, quando è esercizio di dolore, quando, camminando sulle sue tracce, senti il cuore balzare in gola, quando certi pensieri ti fanno riflettere sul destino; e ti chiedi perché il nemico poteva starsene con le sue mitragliatrici appostato lassù, quando invece le nostre fanterie dovevano invece essere mandate con migliaia e migliaia di vite umane allo sbaraglio contro quelle postazioni, inaccessibili come nidi d’aquila. La famosa carne da macello, o da cannone. Il babbo rifletteva, perché il suo babbo, il nonno, lì c’era stato, aveva combattuto per obbedire agli ordini; e quando faceva vedere le foto del nonno in divisa, che lui appena ricordava, quella manica destra vuota nella tasca della giacca, quel pantalone destro ripiegato e infilato sotto la cintura bastavano a capire l’entità del prezzo pagato dal corpo; quella stampella tenuta stretta con la sinistra e che lo sosteneva sotto l’ascella teneva tenacemente in piedi un corpo fiero, che significava da solo una storia che non aveva alcun bisogno di parole. Era quella la ragione delle escursioni per il babbo. Ogni passo era un viaggio a ritroso. Intendeva tramandare a lui quel sentimento. Chissà se il babbo sapeva anche che il succedere delle generazioni avrebbe fatto sì che il figlio non avrebbe mai vissuto allo stesso modo, ciò che già lui, figlio di un soldato, viveva diversamente dal suo babbo. Eppure quel luogo viveva di altro e il sentore che quelle parole del babbo fossero diventate un diversivo e che avessero un intendimento quasi esorcistico non glielo toglieva dalla mente nessuno. Il vero fine era quel cippo.

La sera prima, dopo che ebbe mangiato, era passato un piccolo gruppo di escursionisti di ritorno dalle frange che lo attendevano. Avevano visto la panchina. Ma il loro sguardo era andato oltre, posandosi sul cippo che si trovava vicino ad essa. Erano stranieri e cercarono di tradurre la scritta in italiano. Uno di loro si fece un segno della croce con la mano destra. Lui lo notò. In altri contesti forse non avrebbe compreso il significato di quel gesto e lo avrebbe ritenuto una formale convenzione. In altri momenti forse si sarebbe anche risentito. Ma in quel momento no. Lo apprezzò. Tutto lì prendeva veramente un significato speciale. 

Richiuse la tenda. Preparò lo zaino. Calzò le pedule. E fece qualche passo verso la panchina. La mente era in subbuglio. Il cuore palpitava, come sempre quando si raggiunge qualcosa che si cerca e si desidera. Su quella panchina ritornarono la parole del babbo di quel lontano giorno. Era inevitabile. Era andato lì da solo unicamente con quel fine. Per riannodare fili con un passato che aveva un universo sconfinato di informazioni, di emozioni, di intermittenze del tempo da rivelargli, se ascoltato nelle giuste condizioni. Il babbo lo aveva invitato a guardare le montagne. Ma lui era stanco. Lo aveva ascoltato poco. Il babbo se n’era accorto. E lui allora aveva appoggiato la testa sul suo fianco e aveva chiuso gli occhi addormentandosi. Ma il babbo parlò lo stesso. E parlò di nuovo alla fine della ferrata, quando una di quelle cime ritagliate in controluce fu da loro raggiunta. E parlò ancora a casa, al ritorno. Parlò della bellezza di quel paesaggio, non della tragedia della sua storia. La bellezza del paesaggio non è macchiata dal sangue dell’uomo, ma nobilitata e resa ancora più preziosa. Così lui pensava. Ma diceva anche che non esiste una cima uguale all’altra. E per questo erano ancora più preziose. Diceva che, quando ti siedi su uno sdraio in spiaggia e guardi il mare, vedi qualcosa di piatto e di uniforme; invece lì non esiste una montagna uguale all’altra. Diceva che nel mare, se vuoi vedere la differenza, devi scenderci sotto, immergerti, sprofondarti sotto la sua superficie, dove, per respirare, hai bisogno di qualcosa che la natura non ti ha dato, perché il mare la sua differenza la nasconde agli occhi di chi non la merita e rende difficile ai più ammirarla. Ma la montagna non nasconde segreti, non ti tradisce, ti fa capire subito che cosa ti aspetta. E il refolo fresco che ti farà respirare, che scenderà sul tuo corpo affaticato, sarà il premio per il sacrificio che ti offrirà, una volta giunto lassù su una di quelle cime.

Il progresso tecnologico consentiva ora di avere tutto in un cellulare. I due libri scritti dal babbo erano dentro quell’arnese tanto diabolico quanto maledettamente utile in quel momento. Ne prese uno, non a caso, e iniziò a leggere. Poi si rese conto che l’ansia cresceva e gli occhi si stavano inumidendo. Appoggiò lo zaino per terra e si sedette sulla panchina. Spense il cellulare e chiuse gli occhi. Che cosa aveva fatto? Aveva rinunciato a un dialogo con il tempo? Aveva rinnegato la memoria? Non riusciva a capire perché avesse così facilmente ceduto. Non era da lui. Il babbo non lo avrebbe mai fatto. Non voleva forse ammettere la verità? Quel libro del babbo, che lui dopo anni aveva deciso di rileggere, si era bruscamente interrotto e ad un certo punto non era più riuscito a procedere con la lettura. E non era la prima volta. Erano pagine forti da leggere. Lo sapeva. Per questo aveva scelto quella condizione per lasciarle entrare soffici nel mondo dei suoi tanti sogni frustrati da un episodio che era accaduto lì e che lì lo aveva come inchiodato per anni.

La memoria è il condimento che dà sapore alla vita: può renderla amara oppure dolce. Non importa. Va rispettata comunque, perché un ricordo ha sempre qualcosa da insegnarti su come riprendere una strada interrotta per un’immotivata paura, su come interromperne una per aver riconosciuto un errore o ascoltato un consiglio amico, su come fermarsi, sì, anche fermarsi potrebbe essere utile, come lui aveva appena fatto. E in quella sosta sentì da lassù il consiglio di riprendere quella pagina che aveva chiuso. Lo ascoltò, riaccese il cellulare, riprese il libro interrotto e lesse quella pagina letta e riletta tante volte. Fu un sabato mattina. Pioveva; e sull’asfalto del viale di città le foglie che un precoce autunno faceva scendere imputridivano tra specchi di luce illuminati dai lampioni fissi della strada e altri dai fanali intermittenti delle auto. Mentre lui era alla finestra della sua camera, il babbo entrò, si sedette sul suo letto e disse: “Siamo rimasti solo noi due. Che senso ha restare dove tutto fa solo male?” E lui rispose: “La memoria non la cancelleremo mai. Ce la porteremo dappertutto. Se oggi ci trasferiamo, tutto quanto verrà con noi; quello che il tempo ha inciso nel cuore non si cancella spostandosi nello spazio. Perché fuggire? A cosa fuggire?” Il babbo si alzò e uscì di casa. Lo vide poco dopo dalla finestra con l’ombrello in mano zigzagare tra quelle pozze che rispecchiavano luci tutte diverse. Sapeva dove il babbo si stava dirigendo. Dietro l’angolo c’era la chiesa dove la mamma andava sempre, ma dove il babbo era entrato solo dopo la sua scomparsa. Il babbo da allora ci andava tutti i giorni, a domandare che cosa? Non aveva mai avuto il coraggio di chiederglielo. Era un segreto tra loro due, tra la mamma e il babbo, che in quella chiesa aveva trovato il suo scrigno. Il babbo prese una decisione sulle panche di quella chiesa. Tornò in casa e disse: “Domani si festeggia.” “Cosa dobbiamo festeggiare?” “Festeggiamo la memoria, quella di cui hai parlato tu prima.” “Perché?” “L’hai detto tu: dà il sapore alla vita e non si può sfuggirle. Oggi ho provato ad ascoltarla. Lei mi ha detto che io e te avremo un compito.” “Quale?” “Fare un sacrificio: partiremo per la montagna, quella montagna, e arriveremo lassù dove il destino ce l’ha portata via e ci ha costretti a cambiare ogni progetto.” Non aveva detto ‘lassù dove tutti e due siamo rimasti inchiodati’. Sarebbe stato troppo scontato. Ma quella era la verità.

Chiuse la pagina. Era riuscito a leggerla. Ora era rimasto solo lui a onorare quella memoria, che aveva i suoi riti, come li aveva nella chiesa frequentata dalla mamma e poi anche dal babbo. Si alzò, riprese il cammino. Ogni pesta era quella del babbo. Lo zaino era quello del babbo. Le pedule quelle del babbo. Quello era il suo rito. E la cima su cui sarebbe arrivato sarebbe stata dedicata proprio a loro due, dopo la fatica, dopo il dolore, dopo quel sacrificio senza il quale nessuno avrebbe mai il diritto di onorare la memoria. Recitare una preghiera su una tomba è alla portata di tutti, se uno lo ritiene utile e se ritiene che lo spirito abbia bisogno di quel genere di alimento. Lui non si accontentava. Aveva bisogno della sua cima da conquistare. Sentiva l’atavica urgenza e il richiamo del rito e del sacrificio. Doveva andare lassù, dove, chissà, forse un giorno gli avrebbe potuto anche stringere la mano, come lui diceva che faceva con la mamma su quelle vette.

Si alzò dalla panchina e s’incamminò. Avrebbe guardato solo al ritorno, dopo il compimento del sacrificio, il cippo con la foto della mamma che il babbo volle proprio lì. Accanto a quella panchina dove i soccorritori un giorno di tanti anni fa l’adagiarono ormai inerte, mentre le pale dell’elicottero ruotavano con un’urgenza che non aveva più alcun senso e il frastuono del rotore dilaniava, senza grazia, inutilmente, quanto già era stato sbranato e divorato dal destino. Il sole giocava con la sua luce e non un raggio raggiunse il cippo, che rimase in ombra. Si alzò dalla panchina e si sistemò sulle spalle lo zaino. Prima di lasciare il pianoro dell’alpe si voltò indietro un’ultima volta. Un raggio di sole aveva attraversato il prato. Le ultime acetoselle bianche attendevano la prossima fioritura e davano appuntamento all’anno prossimo e al prossimo rito. Pini cembri, abeti e larici erano pronti a consegnarlo al regno dei mughi, prima di sua maestà, la nuda roccia, e prima della mistica solitudine della cima dove tutti e tre si sarebbero abbracciati, come sempre. Lassù il dialogo avrebbe avuto il suo compimento e il sacrificio avrebbe dato forza a quel dialogo. Il sole girò dietro un’alta vetta. L’ombra avvolse piano piano la panchina, accompagnata da una dolce folata fresca, come la coperta sul bimbo che s’addormenta. Era atteso. Non poteva indugiare più. S’incamminò senza voltarsi indietro, con l’anima scagliata in avanti come un proiettile, verso il passato.

Fatevi un selfie, ma con un libro

Qualcuno potrà anche guardarti dall’alto in basso e dire che un libro autopubblicato è un libro di serie B. È successo a me. Succede a tanti in tutto il mondo. Chi lo dice risponde a un identikit ben preciso. Si tratta di persone incapaci di accettare sfide e di vedere i cambiamenti in atto. Leggo manoscritti da anni e do consigli ai giovani, indicando loro questa, l’autopubblicazione, come la strada del futuro. Fidatevi. Il vero libro di serie B non è questo, ma quello che arriva in libreria per quel puro atto di sterile narcisismo che gl’inglesi chiamano Vanity Press, dopo che l’autore ha sganciato migliaia di euro a editori che non si assumono responsabilità e sanno soltanto pararsi bene la parte terminale posteriore della colonna vertebrale, quella che termina con un orifizio che ha tanti nomi. Non ascoltate chi ha interessi di bottega. Pensate a voi stessi. Scrivete, ascoltate sempre i consigli di amici appassionati di scrittura, ma soprattutto leggete, leggete, leggete. Non c’è miglior scuola.

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