La panchina sull’alpe

Con tutta l’energia del suo lento crescere il sole si eleva di picco in picco, di giogo in gioco. Si apre varchi tra le rocce regalando alle cenge e ai pianori la sua luce, con mille cautele, come un babbo che dà la paghetta a un figlio.  E con il sole si alza anche il vento. Muove le fronde. Libera dall’ombra specchi di luce. Infonde vita a spazi e rivela oggetti prima informi nel buio. Porzioni di prato rallegrate dai botton d’oro, belli ma velenosi, prendono colore e rilasciano insieme all’erba l’umidità della notte. I raggi si allargano sul pianoro. La loro luce elimina ogni segreto. Uno di questi raggi punta diritto una panchina. Il giovane esce dalla tenda. La vede e la riconosce. La stava cercando, quando il buio era calato e il suo corpo stanco gli aveva detto di fermarsi ai margini di quell’erto pendio boscoso lentamente percorso nel tardo pomeriggio del giorno prima. Dopo aver lasciato sfollare i turisti dai sentieri, era rimasto lui il padrone della sua memoria. Quella panchina era in tante foto di lui con il babbo e la mamma, quando era ancora bambino. La vuole rivedere anche quest’anno. Ha una storia, come tanti oggetti. Una storia speciale di sicuro, perché ogni oggetto è speciale quando per una persona assume un significato speciale. Il babbo gliel’aveva dato un giorno. Una storia forse  anche triste, se la si vuole intendere in un certo senso. La tristezza è uno dei sentimenti più relativi: alcuni la considerano negativa e fanno di tutto per allontanarla, altri la cercano e in essa trovano anche conforto in certi momenti. A lui non interessa se la storia della panchina sia triste o no. È speciale. È la memoria. E questo basta.

Non era uno che amasse le soste. Se decideva di compiere un’escursione, solitamente camminava finché aveva energia per procedere. Ma quella panchina meritava il ruolo di eccezione e l’eccezione, si dice, dovrebbe confermare la regola. Perché, appunto, aveva una storia per lui. Altri potevano passare e non guardarla nemmeno. Lui no. Il babbo un giorno l’aveva vista sverniciata dal passare tempo. Aveva speso di tasca sua perché fosse restaurata in quel canto dell’alpe da cui s’alzava sempre un inno alla memoria della mamma. Era, infatti, la sua un’escursione della memoria. Anzi, nella memoria. E la memoria aveva i suoi riti, un po’ malinconici, tristi qualcuno forse li chiamerebbe, ma sempre da rispettare. L’onore, quello meritato, richiede questo rispetto. La panchina costituiva parte importante del rito. L’aveva cercata fino all’imbrunire. Poi tutto il pianoro si era oscurato e il tremulo, acuto canto dell’allocco era stato il segnale che indicava per lui il momento della sosta, per altri quello della caccia.

Tanti anni prima, quando era ancora alle soglie dell’adolescenza, su quella panchina il babbo aveva deciso di mangiare, prima di iniziare il lungo e ripido sentiero sul versante esposto che portava all’attacco della ferrata, la prima per lui appena dodicenne. Era emozionato allora. Lo stesso sentimento albergava adesso nel suo cuore. Alla fine del sentiero che si dipartiva da quello principale c’era una malga abbandonata, che un tempo era stata anche un rifugio. Lo era allora quando ci passò con il babbo. Ormai solo una piccola stalla per poche mucche in alpeggio estivo. Poco più su coltivazioni di mirtilli. Da un po’ di tempo fruttavano più del latte delle mucche, del formaggio e dello yogurt. Quando invece la malga era stata anche un rifugio, aveva un sottotetto che da giugno a settembre poteva ospitare fino a otto persone in branda ed era molto amata e conosciuta dagli escursionisti e dagli alpinisti nei mesi caldi. Il babbo e lui mangiarono soltanto un piatto di pasta, quanto fu sufficiente per riprendersi dalla lunga marcia che da fondovalle attraverso il bosco li aveva condotti all’alpe. Era necessario quel pieno di carburante per affrontare “sua maestà la roccia nuda”, come il babbo la chiamava. Dopo il pranzo il babbo vide la panchina e disse che era quello il posto giusto per un po’ di riposo. La panchina era rivolta verso la lunga serie di montagne disposte a semicerchio intorno a una conca glaciale e appuntite come la dentatura di uno squalo. Il sole, che ne disegnava in controluce i contorni da dietro, dava a tutte lo stesso colore bruno, ma ne esaltava l’originalità. Ognuna aveva il suo nome, le sue vie, i suoi eroi. Il babbo parlò come sempre di battaglie e di conquiste di cime, di guerra di trincea e di morti, tanti morti, morti a migliaia su quel pianoro dove ora brucavano pacificamente mucche e cavalli, capre e pecore. Lui ascoltava, perché la storia con le parole e le testimonianze che queste modellano plasma il paesaggio senza che ne accorgiamo. Lo sentiamo quando la fatica dell’escursione, il cui fine oggi è lo sport, ci ricorda il dolore delle marce, il cui fine era lo sterminio di un nemico che aveva la tua stessa vita, la tua stessa famiglia, i tuoi stessi sentimenti, i tuoi stessi affetti. Allora tutto diventa storia. E lo capisci quando avverti il dolore, perché la storia è vera e autentica, non libresca e scolastica, quando è esercizio di dolore, quando, camminando sulle sue tracce, senti il cuore balzare in gola, quando certi pensieri ti fanno riflettere sul destino; e ti chiedi perché il nemico poteva starsene con le sue mitragliatrici appostato lassù, quando invece le nostre fanterie dovevano invece essere mandate con migliaia e migliaia di vite umane allo sbaraglio contro quelle postazioni, inaccessibili come nidi d’aquila. La famosa carne da macello, o da cannone. Il babbo rifletteva, perché il suo babbo, il nonno, lì c’era stato, aveva combattuto per obbedire agli ordini; e quando faceva vedere le foto del nonno in divisa, che lui appena ricordava, quella manica destra vuota nella tasca della giacca, quel pantalone destro ripiegato e infilato sotto la cintura bastavano a capire l’entità del prezzo pagato dal corpo; quella stampella tenuta stretta con la sinistra e che lo sosteneva sotto l’ascella teneva tenacemente in piedi un corpo fiero, che significava da solo una storia che non aveva alcun bisogno di parole. Era quella la ragione delle escursioni per il babbo. Ogni passo era un viaggio a ritroso. Intendeva tramandare a lui quel sentimento. Chissà se il babbo sapeva anche che il succedere delle generazioni avrebbe fatto sì che il figlio non avrebbe mai vissuto allo stesso modo, ciò che già lui, figlio di un soldato, viveva diversamente dal suo babbo. Eppure quel luogo viveva di altro e il sentore che quelle parole del babbo fossero diventate un diversivo e che avessero un intendimento quasi esorcistico non glielo toglieva dalla mente nessuno. Il vero fine era quel cippo.

La sera prima, dopo che ebbe mangiato, era passato un piccolo gruppo di escursionisti di ritorno dalle frange che lo attendevano. Avevano visto la panchina. Ma il loro sguardo era andato oltre, posandosi sul cippo che si trovava vicino ad essa. Erano stranieri e cercarono di tradurre la scritta in italiano. Uno di loro si fece un segno della croce con la mano destra. Lui lo notò. In altri contesti forse non avrebbe compreso il significato di quel gesto e lo avrebbe ritenuto una formale convenzione. In altri momenti forse si sarebbe anche risentito. Ma in quel momento no. Lo apprezzò. Tutto lì prendeva veramente un significato speciale. 

Richiuse la tenda. Preparò lo zaino. Calzò le pedule. E fece qualche passo verso la panchina. La mente era in subbuglio. Il cuore palpitava, come sempre quando si raggiunge qualcosa che si cerca e si desidera. Su quella panchina ritornarono la parole del babbo di quel lontano giorno. Era inevitabile. Era andato lì da solo unicamente con quel fine. Per riannodare fili con un passato che aveva un universo sconfinato di informazioni, di emozioni, di intermittenze del tempo da rivelargli, se ascoltato nelle giuste condizioni. Il babbo lo aveva invitato a guardare le montagne. Ma lui era stanco. Lo aveva ascoltato poco. Il babbo se n’era accorto. E lui allora aveva appoggiato la testa sul suo fianco e aveva chiuso gli occhi addormentandosi. Ma il babbo parlò lo stesso. E parlò di nuovo alla fine della ferrata, quando una di quelle cime ritagliate in controluce fu da loro raggiunta. E parlò ancora a casa, al ritorno. Parlò della bellezza di quel paesaggio, non della tragedia della sua storia. La bellezza del paesaggio non è macchiata dal sangue dell’uomo, ma nobilitata e resa ancora più preziosa. Così lui pensava. Ma diceva anche che non esiste una cima uguale all’altra. E per questo erano ancora più preziose. Diceva che, quando ti siedi su uno sdraio in spiaggia e guardi il mare, vedi qualcosa di piatto e di uniforme; invece lì non esiste una montagna uguale all’altra. Diceva che nel mare, se vuoi vedere la differenza, devi scenderci sotto, immergerti, sprofondarti sotto la sua superficie, dove, per respirare, hai bisogno di qualcosa che la natura non ti ha dato, perché il mare la sua differenza la nasconde agli occhi di chi non la merita e rende difficile ai più ammirarla. Ma la montagna non nasconde segreti, non ti tradisce, ti fa capire subito che cosa ti aspetta. E il refolo fresco che ti farà respirare, che scenderà sul tuo corpo affaticato, sarà il premio per il sacrificio che ti offrirà, una volta giunto lassù su una di quelle cime.

Il progresso tecnologico consentiva ora di avere tutto in un cellulare. I due libri scritti dal babbo erano dentro quell’arnese tanto diabolico quanto maledettamente utile in quel momento. Ne prese uno, non a caso, e iniziò a leggere. Poi si rese conto che l’ansia cresceva e gli occhi si stavano inumidendo. Appoggiò lo zaino per terra e si sedette sulla panchina. Spense il cellulare e chiuse gli occhi. Che cosa aveva fatto? Aveva rinunciato a un dialogo con il tempo? Aveva rinnegato la memoria? Non riusciva a capire perché avesse così facilmente ceduto. Non era da lui. Il babbo non lo avrebbe mai fatto. Non voleva forse ammettere la verità? Quel libro del babbo, che lui dopo anni aveva deciso di rileggere, si era bruscamente interrotto e ad un certo punto non era più riuscito a procedere con la lettura. E non era la prima volta. Erano pagine forti da leggere. Lo sapeva. Per questo aveva scelto quella condizione per lasciarle entrare soffici nel mondo dei suoi tanti sogni frustrati da un episodio che era accaduto lì e che lì lo aveva come inchiodato per anni.

La memoria è il condimento che dà sapore alla vita: può renderla amara oppure dolce. Non importa. Va rispettata comunque, perché un ricordo ha sempre qualcosa da insegnarti su come riprendere una strada interrotta per un’immotivata paura, su come interromperne una per aver riconosciuto un errore o ascoltato un consiglio amico, su come fermarsi, sì, anche fermarsi potrebbe essere utile, come lui aveva appena fatto. E in quella sosta sentì da lassù il consiglio di riprendere quella pagina che aveva chiuso. Lo ascoltò, riaccese il cellulare, riprese il libro interrotto e lesse quella pagina letta e riletta tante volte. Fu un sabato mattina. Pioveva; e sull’asfalto del viale di città le foglie che un precoce autunno faceva scendere imputridivano tra specchi di luce illuminati dai lampioni fissi della strada e altri dai fanali intermittenti delle auto. Mentre lui era alla finestra della sua camera, il babbo entrò, si sedette sul suo letto e disse: “Siamo rimasti solo noi due. Che senso ha restare dove tutto fa solo male?” E lui rispose: “La memoria non la cancelleremo mai. Ce la porteremo dappertutto. Se oggi ci trasferiamo, tutto quanto verrà con noi; quello che il tempo ha inciso nel cuore non si cancella spostandosi nello spazio. Perché fuggire? A cosa fuggire?” Il babbo si alzò e uscì di casa. Lo vide poco dopo dalla finestra con l’ombrello in mano zigzagare tra quelle pozze che rispecchiavano luci tutte diverse. Sapeva dove il babbo si stava dirigendo. Dietro l’angolo c’era la chiesa dove la mamma andava sempre, ma dove il babbo era entrato solo dopo la sua scomparsa. Il babbo da allora ci andava tutti i giorni, a domandare che cosa? Non aveva mai avuto il coraggio di chiederglielo. Era un segreto tra loro due, tra la mamma e il babbo, che in quella chiesa aveva trovato il suo scrigno. Il babbo prese una decisione sulle panche di quella chiesa. Tornò in casa e disse: “Domani si festeggia.” “Cosa dobbiamo festeggiare?” “Festeggiamo la memoria, quella di cui hai parlato tu prima.” “Perché?” “L’hai detto tu: dà il sapore alla vita e non si può sfuggirle. Oggi ho provato ad ascoltarla. Lei mi ha detto che io e te avremo un compito.” “Quale?” “Fare un sacrificio: partiremo per la montagna, quella montagna, e arriveremo lassù dove il destino ce l’ha portata via e ci ha costretti a cambiare ogni progetto.” Non aveva detto ‘lassù dove tutti e due siamo rimasti inchiodati’. Sarebbe stato troppo scontato. Ma quella era la verità.

Chiuse la pagina. Era riuscito a leggerla. Ora era rimasto solo lui a onorare quella memoria, che aveva i suoi riti, come li aveva nella chiesa frequentata dalla mamma e poi anche dal babbo. Si alzò, riprese il cammino. Ogni pesta era quella del babbo. Lo zaino era quello del babbo. Le pedule quelle del babbo. Quello era il suo rito. E la cima su cui sarebbe arrivato sarebbe stata dedicata proprio a loro due, dopo la fatica, dopo il dolore, dopo quel sacrificio senza il quale nessuno avrebbe mai il diritto di onorare la memoria. Recitare una preghiera su una tomba è alla portata di tutti, se uno lo ritiene utile e se ritiene che lo spirito abbia bisogno di quel genere di alimento. Lui non si accontentava. Aveva bisogno della sua cima da conquistare. Sentiva l’atavica urgenza e il richiamo del rito e del sacrificio. Doveva andare lassù, dove, chissà, forse un giorno gli avrebbe potuto anche stringere la mano, come lui diceva che faceva con la mamma su quelle vette.

Si alzò dalla panchina e s’incamminò. Avrebbe guardato solo al ritorno, dopo il compimento del sacrificio, il cippo con la foto della mamma che il babbo volle proprio lì. Accanto a quella panchina dove i soccorritori un giorno di tanti anni fa l’adagiarono ormai inerte, mentre le pale dell’elicottero ruotavano con un’urgenza che non aveva più alcun senso e il frastuono del rotore dilaniava, senza grazia, inutilmente, quanto già era stato sbranato e divorato dal destino. Il sole giocava con la sua luce e non un raggio raggiunse il cippo, che rimase in ombra. Si alzò dalla panchina e si sistemò sulle spalle lo zaino. Prima di lasciare il pianoro dell’alpe si voltò indietro un’ultima volta. Un raggio di sole aveva attraversato il prato. Le ultime acetoselle bianche attendevano la prossima fioritura e davano appuntamento all’anno prossimo e al prossimo rito. Pini cembri, abeti e larici erano pronti a consegnarlo al regno dei mughi, prima di sua maestà, la nuda roccia, e prima della mistica solitudine della cima dove tutti e tre si sarebbero abbracciati, come sempre. Lassù il dialogo avrebbe avuto il suo compimento e il sacrificio avrebbe dato forza a quel dialogo. Il sole girò dietro un’alta vetta. L’ombra avvolse piano piano la panchina, accompagnata da una dolce folata fresca, come la coperta sul bimbo che s’addormenta. Era atteso. Non poteva indugiare più. S’incamminò senza voltarsi indietro, con l’anima scagliata in avanti come un proiettile, verso il passato.

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