Tre anni di parole

Il gestore mi ricorda che sono tre anni di sodalizio. Non sono certamente un blogger e non ho certamente la propensione innata alla comunicazione non testuale, multimediale e via dicendo. Lo ammetto, non sono nato in questa generazione. Appartengo a una cultura in cui il testo è quello costituito, tessuto appunto, di parole cucite insieme, che prendono vita su una pagina, senza il necessario supporto di un’immagine o di un video. Scrivo parole. Le compongo all’antica. Il codice è la lingua italiana, che ho imparato dalle labbra della mamma e da quelle del babbo: insomma, una tradizione autenticamente biologica. Il canale, soltanto quello, è un po’ diverso.

Quanto al canale, devo ammettere che aver trovato un contenitore così anomalo e così lontano dal mio modo di vedere la comunicazione per tutto quanto prodotto in tanti anni di scrittura è stato molto utile e mi ha consentito di recuperare, trascrivendoli, testi prodotti con carta e penna in anni in cui un M24 Olivetti come sostituto della macchina da scrivere non avrei mai immaginato che sarebbe entrato in casa. Arrivò, quell’M24, come regalo di compleanno da parte del babbo per la mia tesi di laurea. Correva l’anno 1987. Ora c’è un Mac assai più evoluto, ma che più o meno svolge sempre quella funzione, oltre a tante altre: aiutare le parole a prendere una forma su una pagina, auspicabilmente senza litigare fra di loro.

A questo punto, la domanda che viene spontanea è quale senso possa avere dedicare tanto tempo a scrivere in un mondo in cui si legge sempre meno e addirittura spesso ci si vanta proprio di non leggere niente. Mi rendo conto di andare sicuramente controcorrente non solo leggendo – anzi, leggendo animato proprio da una passione che negli anni non è mai venuta meno – ma anche scrivendo perché altri leggano. Non mi interessa questo tipo di pensiero che nutro ancora la convinzione di ritenere perdente, benché maggioritario. Del resto, se essere maggioranza dovesse significare essere per una sorta di perverso automatismo mentale dalla parte del giusto, l’umanità sarebbe già arrivata al capolinea. E invece non solo non ci è arrivata, ma grazie proprio a quelle minoranze riesce anche a produrre qualcosa di educativo per la maggioranza, spesso a sua insaputa. E questo è molto bello, il fatto che il processo si attui senza che ce ne accorgiamo, quasi per magia.

A questo punto del ragionamento lasciatemi dire che saper apprezzare una buona lettura è ancora un modo per crescere e imparare. Anche scrivere lo è, naturalmente. Sì, perché scrivendo si impara, esattamente come leggendo. Che cosa si impara? Devo dosare le parole a questo punto, perché quello che sto sostenendo può apparire banale, se letto nel contesto sbagliato, oppure con gli strumenti inadeguati, oppure in una condizione di non sufficiente attenzione e concentrazione. Ebbene, dopo anni di scrittura, posso serenamente affermare che scrivendo si impara la libertà. Si mette in pratica il valore più bello che si ha: sognare in libertà, dare libera forma a un’idea, a un’emozione, a un ricordo, a un sogno, liberare i sentimenti e rendersi conto che non è vero che la ragione li tiene incatenati, che tu sei libero di spezzare come e quando vuoi quelle catene.

Sognare con le parole è la forma più bella di libertà che ho vissuto. E se anche per voi è così, mi accontento di poco: basta che facciate click su Mi piace. Anche questa è una forma di libertà.

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