Destini

Tutti siamo stati a scuola, più o meno. Tutti ricordiamo qualcosa di quegli anni, più o meno. Giovanni non ricordava più o meno. Ricordava tutto nei minimi dettagli. Soprattutto alcuni anni della scuola. E li ricordava bene. Aveva conservato solo un amico di quegli anni. Era proprio un ex compagno di classe. Si chiama Simone. Ed ora insegnava.

Le classi scolastiche, per chi con un po’ di esperienza le conosce bene avendole vissute da tutte e le due le parti della barricata, come gli ricordava proprio Simone, sono dei gruppi in cui ci può essere di tutto, ma di solito c i sono due campioni della condizione umana che non mancano mai in quei gruppi: lo sfigato, che è quasi sempre maschio e oggetto della comune denigrazione, e la bella delle belle, oggetto del comune desiderio, che è quasi sempre femmina. Fin qui nulla di particolarmente eclatante, se non per un particolare che diventa di una certa importanza soltanto con il senno di poi, ossia per il fatto che, mentre per colui che si fosse trovato nella prima categoria tutto sarebbe stato maledettamente più difficile, tutte le porte si sarebbero invece aperte quasi da sole per quella che si fosse trovata nella seconda categoria. Ma anche in questo, si dice, non scopriamo certamente l’acqua calda. Le cose, invece si vanno a complicare un po’ se lo sfigato della classe si va innamorare proprio della bella della classe. Allora l’intrigo si fa interessante. Anche perché in questo caso lo sfigato, alla resa dei conti, tale non fu nella vita, mentre per la belle delle belle le cose non andarono come da copione e come quasi tutti allora si sarebbero attesi.

Il fatto capitò a Giovanni Stramba, innamoratosi di Stefania Venturini, in terza, nella scuola media di Castelbianco all’imbocco della valle. Siamo in una di quelle tante cittadine dell’opulenta provincia nostrana, ricca di commercio e artigianato e tante piccole imprese. Giovanni era figlio unico di un tecnico specializzato, che lavorava, con uno stipendio da non lamentarsi, come ex dipendente, poi divenuto socio, di una ditta di impianti di riscaldamento e climatizzazione, e di una collaboratrice scolastica di quello stesso istituto frequentato da Giovanni, che oltre alle medie comprendeva anche le elementari e la scuola dell’infanzia. E Gio, quella scala, l’aveva percorsa tutta: asilo, elementari, medie. La mamma era affetta da una malattia neuromotoria degenerativa e la casa era in gran parte sulla spalle del babbo, che aveva un discreto aiuto da Giovanni. Oltre a non essere certamente un Adone, piccolo di statura e un po’ sovrappeso per eccesso di patatine, oltre ad essere balbuziente a tal punto che non fu possibile correggere il difetto (per quanto alcuni sostengano che lui non volle farselo correggere e un giorno persino ruttò in faccia alla logopedista per dispetto, mettendo fine per sempre alla noiosa serie di esercizi), Giovanni aveva anche un altro neo imperdonabile: era infallibile dalla lunetta nelle partitelle di basket che si giocavano nelle ore di educazione fisica. Forse il contropiede non era proprio la sua specialità, perché non amava faticare per correre, forse il recupero sotto canestro in difesa non lo era perché la mamma si era dimenticata troppi centimetri, fatto sta che a cercar fallo in attacco e a tirare dalla lunetta era un vero mostro. Un cecchino infallibile. Sì, propio lui, Giovanni, il nerd più nerd che si possa immaginare, il secchione, l’orso che nell’intervallo restava sul banco a studiare, il ragazzo un po’ cicciotto, quello che arrivava e usciva sempre da solo da scuola. “Oggi abbia-abbia-abbiamo vi-vinto pro-pro-prio grazie m-m-me”: erano le parole con cui ogni volta cercava inutilmente di convincere la prof di educazione fisica di quella verità che neppure lei mai aveva voluto ammettere. Ma mai nessuno, non solo lei, l’avrebbe mai ammessa. Quel tipo alto un metro e un tappo, fatto a forma di botolo, e che parla in modo buffo non può far vincere una squadra in una partita di pallacanestro.

Quanto alla balbuzie, che gli aveva procurato, tra i tanti, il più odioso dei soprannomi, Gio Bababà, la mamma avrebbe insistito per la cura, ma il babbo era arrivato alla conclusione che l’accanimento terapeutico, dopo tanti anni di modestissimi risultati e una collaborazione quasi nulla da parte del diretto interessato, avrebbe potuto avere soltanto un contraccolpo negativo sulla psicologia di un adolescente sensibile come in realtà era Giovanni, seriamente preoccupato più per la mamma che per il propio bababà.

Se vi dico che Giovanni rimase cotto di Stefania quando la ragazza invitò tutti i compagni al suo tredicesimo compleanno a casa sua, vi assicuro che quella che vi racconto non è la versione moderna della storia del topo di campagna e di quello di città. La storia è di quelle che hanno un loro perché, ma un perché insolito, un po’ speciale. Può essere una storia naturale, forse anche scontata e noiosa per qualcuno, può essere una storia triste, può esserlo senza se e senza ma, ma è una storia che merita, perché alla fine Simone da quella vicenda dell’amico Gio ebbe una bella lezione, una di quelle che non si dimenticano.

Insomma, vi ho già detto che cosa successe. Si era sotto Natale. E sotto casa di Stefania il clima natalizio si sentiva tutto. Eccome. E tutto era come da copione: il centro del paese era addobbato e illuminato e pieno di gente che si lamentava di regali fatti perché dovuti e non desiderati, i negozianti mai abbastanza felici degli incassi, il parroco era arrabbiato e tuonava parole inutili contro il consumismo che rovinava lo spirito del Natale, il cinema pieno come non mai di film per persone il cui requisito era un quoziente intellettivo zero, la neve che, chissà perché, esisteva solo nelle pubblicità in televisione, la mamma che altro non aspettava che l’annuale rito di vedere con il marito Una poltrona per due, il babbo che sicuramente avrebbe lavorato fino a tardi, così almeno diceva. Anche a casa di Giovanni ovviamente si era sotto Natale, ma nulla era diverso dagli altri giorni, se non per il fatto che i dolci, che faceva il babbo perché la mamma stava ormai perdendo le forze per cucinare, erano i più buoni del mondo, proprio perché avevano il sapore di un sacrificio che (loro tre non lo sapevano o forse, se anche l’avessero saputo, mai l’avrebbero sbandierato su facebook) avrebbe meglio di tante lucine e tanti addobbi espresso quello che si chiama lo spirito del Natale. Insomma, tutto come in decine e decine di altre famiglie.

Ebbene, il compleanno di Stefania Venturini … Durante la festa si mangiò e si ballò. Erano quelle le due attività possibili. Giovanni stava seduto su una sedia. Non avendo nessuna voglia di ballare, secondo la sua versione, ma in realtà non avendo nessuno che lo considerasse, insomma, tra le due possibili attività, ballare e mangiare, non scartò certamente la seconda, anche perché davvero notevoli erano le leccornie che offriva il lauto buffet, proprio lì accanto alla sedia su cui era strategicamente e non affatto casualmente appollaiato. E proprio mentre aveva appena risolto l’indecisione tra una pizzetta con le acciughe e l’ennesimo salatino ai würstel di cui era ghiotto e che anche il babbo era diventato per forza di necessità bravissimo a preparare, Stefania gli si avvicinò e gli prese le mani tra le sue dicendogli: “Su, Gio, balliamo insieme?” Giovanni, dopo aver deglutito tutto intero il salatino ai würstel su cui era caduta la scelta e che aveva appena addentato, cercò di trovare le parole per rispondere: “Va be-be-be …..” Niente da fare. “Va bene, lo dico io,” disse Stefania e lo tirò a forza verso di sé. Lo scombussolamento che Giovanni sentì dentro di sé fu qualcosa di inebriante. Il volteggiare di Stefania, nella sua bellezza di ragazza cui non mancava nulla di quello che poteva piacere a un ragazzo di tredici anni, a cui forse invece mancava ancora tutto, ebbe su di lui l’effetto di una piattaforma di lancio su un missile. Lei girava di qua e di là facendogli immaginare mondi e lui volava in orbita con quel maledetto salatino, ingoiato alla disperata, che non ne voleva proprio più sapere di andare giù.

Come le cose andarono Giovanni non avrebbe mai più ricordato. Glielo raccontò il giorno dopo Simone, che era lì presente, invitato lui pure. A Giovanni venne data una canna senza che lui sapesse neanche che cosa fosse. La fumò. Forse qualcosa di strano era successo, dal momento che la sua memoria era andata in tilt. Fatto sta che, quando Stefania per la seconda volta lo portò in mezzo alla sala a ballare con la musica che era notevolmente salita di volume, Giovanni, del tutto in balia di forze a lui oscure, perse in un attimo ogni freno e le diede un bacio. Le tre righe rosse del ceffone che ebbe in cambio sarebbero rimaste per giorni sulla guancia destra, dalla forza con la quale si era stato stampato sopra. Lo schiaffo fu dato seriamente? Stefania rideva. Gio ricordava solo quello. La ragazza rideva da spanciarsi, dopo avergli dato lo schiaffo. Lì tutto nacque e lì tutto sarebbe finito, se quel marchio non gli avesse procurato da quel giorno, come se qualcuno avesse sentito la mancanza di argomenti per denigrarlo ulteriormente, il nomignolo stile pellerossa di Toro Guancia Rossa, che si aggiungeva a Palla di pelo (era rotondetto e un po’ più peloso della media) e al più odioso di tutti Gio Bababà, odioso naturalmente perché non esiste nulla di più odioso di ciò che colpisce quello di cui tu soffri di più. E Giovanni per la sua balbuzie soffriva davvero tanto, benché fosse diventato bravo a non darlo a intendere. Quella sera non avrebbe dormito, per Stefania ovviamente, perché la memoria del ceffone si sarebbe risvegliata soltanto con il passare delle ore e con l’aiuto di Simone il giorno dopo, nel corso della telefonata che ridiede vita ai frammenti sparsi che vagavano ancora senza meta e non riuscivano a trovare un loro posto nella memoria devastata di Giovanni.

Simone e l’amico avevano ricordato l’episodio della loro adolescenza seduti nello studio di Giovanni. Simone era l’unico dei compagni di classe con cui Giovanni in quegli anni lontani avesse intrattenuto rapporti. “E che fi-fine ha fa-fatto qu-quella Ste-ste-stefania?” chiese Giovanni con la sua balbuzie aggravatasi sensibilmente con gli anni. Simone guardò l’orologio, come per cercare di prendere tempo. Giovanni evidentemente proprio non sapeva nulla. Era stato lui a vedere Simone nella sala con il numero in mano in attesa di essere chiamato alla cassa. Lo aveva riconosciuto e gli aveva detto di venire a fare due chiacchiere con lui, che aveva un po’ di tempo libero. Simone rimase allibito quando Giovanni lo fece entrare in un grande studio con la targhetta “Direttore” e lo fece accomodare su una poltrona in pelle dal lato opposto di una scrivania in cristallo sicuramente di ricercato design. Dunque Giovanni Stramba era il direttore della sua banca e lui neanche lo sapeva. Inizialmente in quel ruolo di cliente nello studio del direttore della sua banca, suo ex amico e compagno di scuola di tantissimi anni prima, Simone si era trovato un po’ a disagio e in imbarazzo. Le situazioni avevano assunto una tale velocità in quei minuti che i pensieri erano stati superati e Simone non era riuscito a porsi domande, né tanto meno a darsi risposte. Poi Giovanni, dimostrando un irriconoscibile savoir faire, usando eleganza e cortesia sobrie e non affettate, lo aveva messo a suo agio, gli aveva fatto offrire un caffè dalla segretaria e lo aveva lasciato parlare. Ma quella domanda era stata un colpo duro da digerire per Simone. Giovanni se ne accorse e disse: “Se-se non vu-vuoi pa-parlarne, se c’è qua-qualcosa c-c-c- …. – occorse un respiro per poter procedere – che non de-devo sa-sapere, n-n-non fa nu-nulla. P-p- … – altro respiro – Parliamo d’altro, Si-simone.”

“No. Non sono segreti. Sono soltanto vicende di quelle che fanno male, ma non sono segreti. Anzi, parlarne credo faccia anche bene. Credevo che tu sapessi. In effetti, sei stato fuori tanti anni per la tua carriera. Stefania ed io ci mettemmo insieme in quarta superiore al liceo scientifico. Tu andasti al classico e ci vedemmo meno. Siamo stati insieme per tutta l’università e anche dopo. Poi lei iniziò a frequentare compagnie nuove, un po’ alternative, rompendo quasi del tutto i rapporti con la sua famiglia, che nel frattempo si era sfasciata: i genitori si separarono, la madre pensò solo a mettere le mani sulle cospicue ricchezze del padre, che presto divenne una specie di larva d’uomo e finì in una casa per etilisti cronici in preda alla depressione. Piano piano Stefania diventò strana, iniziò a fumare roba sempre più pesante e ci perdemmo di vista. Avevo già da tempo capito che tutto si stava spegnendo, ma non volli rassegnarmi. Ne ero innamorato come il primo giorno. E invece le cose non andarono come nei romanzi rosa, caro Gio. Un giorno la trovai sul giornale: era uscita gravemente ferita da un incidente stradale alle quattro del mattino, piena di cocaina, alcool, insomma completamente sballata. Quello che guidava e che me l’aveva portata via morì sul colpo. Era più fatto di lei. Stefania morì dopo due giorni in ospedale. E tu invece, il vecchio Gio Stramba, … beh, vedendo tutto questo, cosa dovrei dire adesso?”

Giovanni non commentò e disse a Simone: “Mi di-dispiace tanto. E t-ti chiedo scu-scusa per la do-domanda. Non era m-mia intenzione.” Si alzò dalla sedia. Chiamò la segretaria che gli ricordò che mancavano dieci minuti alla riunione. Simone capì di doversi alzare. I due si scambiarono i numeri di telefono intenti a riannodare i legami. Si salutarono e Simone uscì dallo studio. Mentre stava uscendo in strada gli arrivò un messaggio da Giovanni:

“Credo di sapere a che cosa stai pensando adesso, dopo quel tuo ‘e tu invece.’ … Non fidarti mai delle apparenze, Simone. Una buona carriera non cancellerà mai il passato. Hai visto foto di belle famiglie con bambini in vacanza nei mio studio? Non ce ne sono. Hai visto foto di momenti felici della mia vita? No, perché la mia felicità è tutto quello che hai appena visto. Vieni a trovarmi quando vuoi. Mi farà sempre piacere. Oppure usa questa chat. Che invenzione le chat! Qui sopra almeno Gio Bababà non avrà bisogno del doppio del tempo per farsi capire.”

Dietro l’ironia c’è sempre qualcosa da svelare, pensò Simone. L’ironia spesso fa sorridere, ma poi potrebbe far pentire di averlo fatto. Simone aveva sorriso, ma non non aveva alcun bisogno di pentirsi di aver sorriso.

“Va bene, Gio. Ma io non ti ho mai chiamato così.”

“Lo so bene, amico mio.”

© 2019. Stefano Tramonti

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