Segreti che furono

Fu lei a dirglielo. “Non devi tenere dentro. Parlane. Apriti al mondo. Disvela ciò che arde e tortura. Non dare più argomento agli spiriti del Male che ammorbano la tua anima.” La paura era forte. Aveva tentennato a lungo. A lungo era rimasto nell’incertezza più che sul se, sul quando e sul come, perché il problema del se era già risolto: la decisione di parlarne con franchezza era stata già presa. Troppo era il dolore. Troppa l’ansia cresciuta a dismisura in quei tempi. Lei lo aveva avvertito e aveva sofferto molto per lui.

Le domande sulle assenze dal lavoro cominciavano ad essere numerose, la città era troppo piccola per evitare che queste notizie fossero manipolate e distorte. Bisognava troncare al più presto dicerie e falsità, chiacchiere e illazioni. Vivere in provincia ha i suoi pro, ma ha anche i suoi contro. Malelingue e calunniatori vengono in queste città di provincia a prendere la patente. Ma la vera ragione era lui stesso: non c’era più ragione di nascondere. La visita medica gli aveva messo i sospetti, aveva fatto indagini d’archivio in ospedale a Ravenna, Padova, Bologna e Firenze sul suo passato, aveva ottenuto accesso ai documenti che gli servivano e li aveva fatti avere al suo amico medico che aveva avuto il sospetto per primo. “Talidomide. Non si scappa. Date, quadro clinico, cartelle e referti parlano chiaro”, fu la risposta che ebbe. E da allora ebbe anche il sostegno di un’associazione. Ma soprattuto ebbe il sostegno di lei, di un amore che – lo sapeva bene, perché lo diceva sempre – era anche finalizzato a quello: le erbe infestanti andavano sradicate. La condivisione della gioia di un’unione tra due anime, di un amore tra due corpi, di un progetto tra due spiriti parte dalla condivisione della verità. I segreti, gli diceva sempre lei, sono fatti per torturare l’anima. I segreti sono fantasmi mossi da spiriti del Male. Liberatene!

Quel giorno in auto lei gli prese la mano, che afferrava nervosamente un pomello del cambio che non serviva a niente tener stretto in quel momento, lì in quel parcheggio semideserto. Sapeva quanto lui aveva sofferto nei giorni precedenti. Ogni anno l’avvicinarsi di quella data terribile, di quel 7 ottobre, era vissuto da lui sempre peggio. Lei gli prese la mano destra posata sul pomello del cambio. Vide in lui una smorfia di dolore, nel momento in cui mosse la gamba destra, per sollevare il piede dal pedale dell’acceleratore. Comprendendo che quello non era soltanto un dolore del corpo, che pure c’era e innegabile, documentato e clinicamente certificato, ma era anche, forse soprattutto un dolore dello spirito, strinse la mano di lui più forte e ripetè l’invito: “Parlane!”

Lui pensava a sua madre, a quanto aveva sofferto nel silenzio e nel senso di colpa; pensava al suo passato, a quegli otto anni, a proposito dei quali aveva l’abitudine di dire spesso che furono “otto anni che è da criminali chiamare vita”; pensava a quel piede destro, risvegliatosi nel dolore dopo trentasette anni di “normalità” pagata a caro prezzo. Buttò violentemente indietro la testa, chiuse gli occhi, un fremito attraversò le sue labbra. Lei lo colse.

“Stavi dicendo qualcosa. Non aver paura.” La mano di lei passò dalla mano di lui al suo viso. Il dorso della sua mano calda sfiorò la guancia gelida del viso di lui. La nebbia stava avvolgendo il grande parcheggio; le ultime auto dei pendolari stavano lasciando la città; i lampioni segnavano un orizzonte sfumato, in cui i confini tra le dimensioni si perdevano come nella sua anima in bilico tra la sicurezza di un passato vissuto nel tacito e ostinato rifiuto della verità e l’insicurezza di un futuro in cui la verità sarebbe stata libera di volare senza limiti, con tutte le incognite di una libertà senza frontiere. Far sapere significava rendere di dominio pubblico argomenti vissuti con dolore, dare in pasto a chiunque temi delicati, senza sapere come sarebbero stati intesi, se sarebbero stati fraintesi, quali danni l’eventuale, ma possibilissima, miscomprensione di quello che per lui non era un semplice segreto, ma era un vero scrigno di tesori, avrebbe potuto recare ad una vita che meritava rispetto e dignità, per quello che aveva patito. E quanto aveva patito …

Sì. Stava dicendo qualcosa. Quel fremito delle labbra era stato un tentativo abortito di risposta. La mano di lei avvertì meno algida quella guancia. Gli occhi di lui si riaprirono, lasciando scendere una lacrima, che il fascio di luce del lampione sfuocato fece riflettere. Negli ultimi tempi ne aveva viste di lacrime su quelle guance. Le aveva sempre interpretate come il segno di qualcosa che in lui si stava muovendo. Qualcosa che faceva male, ma che stava uscendo. Non vedeva negatività in quelle lacrime di ieri e nemmeno in quella la vide.

Lei gli ripetè: “Devi uscire dal guscio, adesso che tua mamma te ne ha parlato liberamente. Devi interpretarlo come un segnale del fatto che, se lei ha metabolizzato, anche tu, che sei il protagonista principale della vicenda, non puoi non assorbire, non digerire finalmente il magone restato lì per più di cinquant’anni. Soffro io per te. Credimi.” Non c’era bisogno tra loro due di sottolineare la fiducia, il credito. Lui le credeva, senza bisogno che lei glielo ricordasse.

Gli prese il viso tra le sue due mani, lo girò lentamente verso di sé senza trovare resistenza, quasi avesse un manichino tra le mani, avvicinò lentamente il suo volto, avvertì di averlo in suo possesso, ma avvertì anche la necessità di rispettare quel momento di fragilità; si sfiorarono appena le loro labbra e, restando a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro, da quelle di lei uscì sottovoce: “Non hai idea di quanto io stia soffrendo. Ti voglio troppo bene e soffro troppo nel vederti soffrire.”

Lei seppe che aveva trovato la forza. Le aveva detto in un whatsapp: “Ce l’ho fatta, amore. Bisogna festeggiare!” Sapendo quanto lui avesse sempre ritenuto impegnativo e coraggioso parlare del proprio passato, sapendo la forza che sarebbe occorsa, perché lui aprisse il lucchetto, ormai arrugginito dal tempo, di quel bauletto di segreti, conservato così gelosamente, non poté non esserne fiera lei stessa. Si trattava di parlare di dolori, di sofferenze, di nominare persone care, di nominare suo fratello della cui morte si sentiva responsabile; si trattava di fare outing su un senso di colpa sopito per quasi quarant’anni, per il quale aveva sofferto e soffriva terribilmente tuttora, da quel 7 ottobre 1978. Lei sapeva che avrebbe prima o poi trovato la forza. La sofferenza di quei giorni era stata tanta; aveva visto trapelare sentimenti nuovi nei suoi occhi; aveva sentito forze nuove nelle sue mani che la avvolgevano; aveva sentito un ardore nuovo nell’amore che le dava, pur nel dolore, diceva lui, grazie al dolore, pensava lei.

Lo aspettava al tavolino del bar, quando arrivò il whatsapp con le figurine dell’auto e del cuore, che, tradotto dal loro personale codice, significava: “Sto arrivando, amore.” Di lì a poco vide arrivare la sua Citroën, che fu costretto a parcheggiare lontano, e lo vide scendere. Si era immaginata la sua contrarietà nell’aver trovato posto lontano e nel dover camminare per un lungo tratto, senza poter nascondere in mezzo alla gente la sua evidente zoppìa, risvegliatasi dopo trentasette anni di illusoria, fallace, posticcia ‘normalità’.

Era veramente elegante quella sera: indossava il paio di jeans nuovi che lei gli aveva regalato, un paio di scarpe nere, una camicia sbottonata azzurra e una bella giacca grigia con disegno a principe di Galles di buona sartoria. Sapeva il valore che quelle giacche e quelle camicie avevano per lui: erano quelle giacche e quelle camicie che erano state di suo babbo da poco deceduto e indossarle per lui significava quasi come andare a spasso con il suo povero babbo, a cui tanto era affezionato. Felice com’era di vederlo camminare finalmente sicuro, non notò nemmeno la sua pur vistosa claudicanza dalla parte destra. Non solo: non camminava nemmeno rasente al muro, come era tipico della sua natura appartata e riservata; camminava tra le auto, per arrivare prima al tavolino da cui lei, sbracciandosi, aveva fatto notare la propria presenza. Quando arrivò si baciarono. Fu un bacio diverso. Entrambi avvertirono un flusso nuovo in quel bacio. Lui la stringeva a sé con una sicurezza ignota ai precedenti incontri. Lei avvertiva in lui una voglia di comunicare ben lontana dalle tremende e nervose fluttuazioni dell’anima dei giorni precedenti.

Si sedettero. Lui le prese le mani e lei sorridendo gli chiese: “Sono in ansia di sapere com’è andata. Come ne hai parlato? Dove lo hai fatto?”

“L’ho fatto in classe con i ragazzi di quinta.”

“In classe! Ho sempre pensato che tu qualche volta potessi essere un po’ picchiatello, ma pazzo furioso non ti avrei mai detto.”

“No, no. Aspetta. Stai calma. Ti spiego. Niente pazzi furiosi. Anzi. Si è creata una condizione più normale di quanto tu possa credere. I ragazzi mi hanno chiesto come stessi dopo una settimana di assenza. Alcuni erano sinceramente interessati. L’ho capito dal loro tono. L’ho visto nei loro occhi.” Lei sapeva che lui era attentissimo scrutatore di sguardi e che raramente sbagliava quando analizzava un sentimento altrui dallo sguardo e dagli occhi. “E … beh … allora da lì ho spiegato come stanno le cose per quanto riguarda la gamba e da alcune domande sono venuti quei chiarimenti che hanno poi portato a trattare anche delle cause e di tante altre cose. Sono andato anche sul mio WordPress.”

“No? Non dirmi che gli hai letto dei tuoi pezzi? Sei pazzo furioso. Punto.”

“Ti dirò di più. Ho acceso il videoproiettore. Sono andato su internet. Li hanno letti loro. E sono stati bravissimi. Ne abbiamo letti tre.”

“Ma non possono capire dei ragazzi una vicenda complessa come la tua. Hai sbagliato!”

“No. Anzi. Si sono commossi. Alcuni piangevano. Anche alcuni maschi. Una non ha retto. Piangeva a dirotto. Alla fine tre di loro mi hanno anche ringraziato.”

Lei rifletté un attimo. “Evidentemente hai trovato un momento giusto. Si deve essere creata una congiuntura, come dire?, speciale. Una classe di scuola, in orario di servizio, un insegnante che racconta vicende private della sua vita … permettimi, ma non è cosa che si sente tutti i giorni. Non l’avrei mai fatto.”

“Si è creata una condizione particolare. Ho avvertito un clima in classe idoneo e mi sono lasciato andare. Anzi, ho lasciato che fossero i pezzi da me scritti a parlare. Sono ragazzi di quinta. Sono grandi. Capiscono. Hanno strumenti per comprendere.”

Lei gli gettò le braccia al collo, gli sorrise, un alito di vento le sollevò i lunghi capelli neri che sfiorarono anche il viso di lui. “Era ora. Sapevo che ce l’avresti fatta. Ma ora sono fiera di te, perché mai avrei immaginato che ce l’avresti fatta in questo modo.”

La vide più bella del solito. Per lui era sempre bella. Ma in quel momento la sua chioma nera mossa dal vento, il suo sorriso dai lineamenti delicatissimi, i suoi grandi occhi erano di uno splendore mai visto: “Grazie! Senza di te, non ce l’avrei mai fatta!” Erano parole sentite, perché dietro a quelle parole c’erano anni di un’esperienza che era tale che lui non l’avrebbe mai augurata a nessuno, nemmeno al più acerrimo avversario. Senza di lei, senza il suo sprone non ce l’avrebbe mai fatta. Era sacrosanta verità.

Lei fece indietro la testa. Un altro alito leggero di brezza le mosse i capelli. Lui li prese tra le sue mani e glieli accarezzò. Sapeva quanto lei amasse quel gesto. E dalle labbra di lei, sottovoce, percepibili appena, uscirono parole che il vento portò dirette nel suo cuore: “L’amore unisce, si sa. Ma il dolore ha un potere molto superiore. Se anche il dolore unisce, l’amore diventa qualcosa di ineffabile. Ricordi come ci lasciammo quella sera in auto?”

“Mi dicesti che soffrivi troppo nel vedermi soffrire.”

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