Il gufo del Torrazzo

Sono molto grandi gli occhi di un gufo, antico simbolo di saggezza, talismano che risolve problemi. Lo si nota da vicino, perché lui non ti rifiuta. Accetta che tu lo avvicini. Mi porto a pochi metri da lui, che è poggiato sul parapetto di un ponticello in muratura su un canale. Dietro, come fosse una quinta su una scena, il Torrazzo, antica torre d’avvistamento, quando il pericolo si chiamava Uscocchi e Saraceni. Tutt’intorno le strade bianche che dalla basilica di Classe portano alla pineta e alla foce del Bevano, tra campagne operosamente lavorate, maneggi di cavalli, case forestali, ciclabili su cui sfrecciano ciclisti, un dedalo di gore, chiuse, idrovore che regimentano quelle acque per gli usi dell’uomo, spiagge con campeggi e stabilimenti balneari. Un paesaggio in cui il selvaggio della pineta con i suoi daini e quello delle piallasse dell’Ortazzo con i loro fenicotteri rosa trova un raro pacifico connubio con le opere dell’uomo, connubio fragile, ma effettivo.

Lì, in mezzo a tutto questo, lui stava immobile con i suoi occhioni fissi su di me. Perché gli antichi ti hanno associato al malocchio? Perché i sumeri e i persiani ti hanno chiamato angelo della morte? Quello era il paesaggio di confine che lui quotidianamente viveva e in cui io saltuariamente facevo capolino, che lui sontuosamente dominava e io discretamente cercavo di rispettare con la mia mountain bike. Che sia la mia divisa colorata bianca e azzurra, decisamente stonata in quel regno assoluto del verde, a tenere quei due grandi occhi su di me? Non si muove. Guarda fisso. Mi porto vicino. Resta lì. Estraggo il cellulare e scatto la foto. Niente. Sempre immobile. Che meraviglia! Sembra imbalsamato. Incurante della presenza della mia compagna d’uscita, che era rimasta sulla sterrata in stabilizzato, giù dal ponte e lontana dalla gora, su quella linea di demarcazione al margine della macchia di lecci, carpini, pini e farnie, incurante anche del sole di luglio che picchiava, malmenava e schiaffeggiava il mio animo decisamente poco amante del caldo, mi porto ad appena due metri da lui e mi siedo per terra, alla stessa altezza, che era di appena 35-40 cm del parapetto su cui lui era appollaiato. Nessun angelo della morte, nessun messaggero di sventure. Un amico con cui condividere.

Non so cosa sia successo esattamente, ma quei due occhi mi hanno trapassato e si sono come trapiantati subito in me. Una comunicazione si è attivata lì sul quel confine tra la macchia selvatica e la gora, che passava tra i coltivi di girasole e mais. In quel contesto estivo di silente e lenta pace pomeridiana il Torrazzo alle sue spalle si è piano piano come sfuocato, i colori del tardo pomeriggio sono diventati un tutt’uno con il verde delle sue piume a squame dalle molteplici sfumature. Non so perché, ma in quei momenti, rivisssuti anche in passato, anche in altri contesti geografici, mi par di cogliere sempre una sorta di messaggio circa la mia posizione nella natura. Una posizione da sempre cercata con ansia. Non saprei come spiegarlo, ma credo di avere un metodo di avvicinare gli animali diverso dalla maggior parte delle persone; mi sono, infatti, trovato in quel modo a tu per tu con due cervi al passo dei Mandrioli, con una volpe a S. Agata in Montalto, con un leprotto sul monte Chioda e con le marmotte al passo del Tonale insieme a Laura, mia figlia. E sempre si è instaurato un clima di simbiotica condivisione, che avvolge lo spirito in un modo che non è facile riuscire a descrivere, lo trascende in una dimensione di confine assolutamente singolare, lo traspone in un clima la cui serenità non sopporta parole e concetti razionali.

I due grandi occhi sono sempre piantati su di me, sui miei: due pupille nere nere, dal cerchio che sembra fatto con il compasso, su due iridi gialle altrettanto perfette nella loro circolarità. Nella natura si riesce a fare di queste cose senza dover studiare geometria. Iridi immobili. Fisse. Piantate su di me. Non un battito d’ala, non un fremito. La mia amica era andata intanto su internet e aveva cercato qualcosa: “Trovato! È un gufo di palude. Nome scientifico Asio flammeus. Tra i rapaci è uno dei rari predatori diurni. Qua dice che è particolarmente attivo nel tardo pomeriggio. Sono le quasi le 18: forse abbiamo preso l’unico pigro della categoria. Sembra finto. Oppure lo hai ipnotizzato tu … Sai che ogni tanto mi spaventi con gli animali.”

Ascoltai. Anzi ascoltammo, perché ormai io e lui condividevamo un territorio. Asio flammeus. Sarà tra i 35 e i 40 cm di altezza. È veramente molto bello. Il sole picchia. Mi tolgo il casco. I capelli e il viso sono madidi di sudore. Una sofferenza da interpretare forse come mònito alla mia innaturale presenza in quel contesto? Anche la parte interna del casco è fradicia di sudore.

Riprendiamo la nostra comunicazione, lì su quel ponte di cemento armato cadente, scrostato e con le anime di ferro ormai a nudo. Laggiù, sotto di noi, le acque basse e limacciose del canale iniziano la loro produzione di zanzare per la gioia dei villeggianti in vacanza sui lidi vicini e degli abitanti della città, le cui prime case da lì distano appena 6-7 km.

Quanto è bello entrare in quelle iridi. Vedo due ali spiegarsi e librarsi nell’azzurro. Vedo un grande aquilone verde come lui, con due cerchi gialli e un punto nero in mezzo, come i suoi grandi occhi. Da quell’aquilone si assapora una vita che nel suo procedere non deve soffrire per camminare, gode del vento e fiduciosa gli si concede, non conosce i limiti alla libertà di movimento posti da congiunture e sofferenze terrene. Volo io, vola il gufo che ora è in me. Vola lui come fosse il mio aquilone. Vola, vola, volta alto e maestoso, sicuro e fiducioso, grandioso e libero. Il verde e l’azzurro si confondono, come è giusto che sia, tra cielo e mare, nell’ordine naturale delle cose. Tutto è verde e tutto è azzurro. Tutto è vita, lassù. E quassù non si si avverte il dolore delle perdite terrene, delle mancanze corporee, dei limiti cogenti della vita che si vive laggiù. Laggiù si vedono ciglioni, si vedono ponti, si vedono cartelli, si vedono divieti, si vedono limiti … Quassù non esiste la Differenza …

Ebbro di libertà, ammaliato di pace, non considero il fatto che un filo mi richiama laggiù. Quaggiù esiste, invece, eccome se esiste la Differenza! E tu su questo ponte, a cavallo tra due mondi, tra la macchia con le querce, i lecci e le farnie, i daini e gli scoiattoli, le piallasse con i cavalieri d’Italia, i cormorani e i fenicotteri rosa e, di qua, i coltivi di mais e di girasole, le gore e i ponti vigilati dall’austero Torrazzo, tu su questo ponte, immobile, me lo ricordi che esiste; me lo ricordi tra l’impietoso e il generoso, sempre a metà strada tra due realtà, sempre incerto tra due intendimenti. Non vorrei mai staccare questo filo che, con i suoi dubbi, proprio grazie ai suoi dubbi, riesce a comunicare immensa Bellezza all’anima. Una comunicazione che si fa condivisione di esperienza.

“Facciamo tardi. Bisogna rientrare. Andiamo!”, dalla strada arrivò il richiamo di lei.

Il filo cede, sfugge di mano, l’aquilone vola via. Alzo lo sguardo. Lui si è librato verso est, verso il Torrazzo. Il sole opposto lo illumina. Una grande sapiente macchia verde nell’azzurro, lassù, che mi ha ancora una volta insegnato il significato della mia posizione, quaggiù.

Riprendo la mia impolverata mountain bike, lasciata sul limitare della sterrata, tra i sassi e l’erba. Riprendo il mio cammino pedalando più fiducioso su quel meraviglioso, unico, fantastico scenario di dialettica, su quel discrimine tra mondi diversi, su quel tempio di Differenza. Il piede sinistro pare più sicuro e il colpo che dà al pedale è più potente dalla parte della macchia; il piede destro, più malfermo, dalla parte della gora e dei coltivi, del Torrazzo e delle spiagge, dà il contributo che può, consapevole di vivere in una sapiente e ricca, serena e fiduciosa condizione di Bellezza e di Differenza. Due ali dall’alto vigilano sapienti e libere, fiere di aver insegnato.

E infondono sentimento di fiducia nell’anima, di libertà nello spirito.

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