Il 281

Non sono le Dolomiti più note al grande pubblico. Ma portare mia figlia di 16 anni su quella vera pagina di storia vissuta che è il sentiero 281 è stata un’esperienza di 7 ore di marcia che mi ha arricchito soprattutto come genitore. Mia figlia è rimasta molto toccata dalle narrazioni che hanno accompagnato la lunga escursione. I giovani DEVONO conoscere sul posto. Lo dico da genitore, lo dico da insegnante, lo dico da uomo.

Geografie

Le rare giornate in cui dal ponte della Cella o, ancora meglio, dal rivale del Ronco verso la chiusa di S. Bartolo(meo), grazie al cielo terso si riescono a vedere le montagne, con il profilo inconfondibile del Sasso Simone e del Simoncello, del monte Titano a ovest e le due gobbe del monte Mauro nella vena del Gesso ad est (che non ho visto, ma mi assicurano che si vedono), fanno sembrare queste depresse bassitudini un po’ meno depresse.

Tra i pini

Oggi lì, nel silenzio, tra i pini maestosi e vigili, abbiamo parlato dei viaggi in montagna, di quel giorno in cui sullo Stelvio ai primi di agosto trovammo la neve e mi fotografasti con la berretta di lana, imbacuccato come fosse Natale. Ce l’ha la mamma nell’album quella foto. L’abbiamo vista ieri. Ti ho ricordato che ci arrivammo con la Fiat 850, con la levetta dello starter per metterla in moto; pensa, ti ho detto, che oggi, se non hanno il suv 4×4, non si ritengono adatti ad arrivarci. Sono sicuro che hai riso. Ti ho sentito. E qualcuno l’ha chiamato “cenere muto” … Tornerò ancora, te lo prometto, perché, tu ben lo sai, io amo questa terra che ti ha generato e che mi ha generato e non sono certo di quelli che vanno “sempre fuggendo di gente in gente”, e parleremo sempre così, franchi e sereni, come sempre, io e te, lì tra quei meravigliosi pini, maestosi e vigili. E che questa lacrima, che mi è scappata su di te, scusami, arrivi almeno fino a te. No. Non doveva scappare. A presto. Ciao, babbo.

Alla fontana di Bertinoro

Pillola odierna di varia umanità. Incontro alla fontana di Bertinoro (per il quale lascio a voi trovare alla fine l’aggettivo giusto): un ciclista turista (non cicloturista) di Milano, in soggiorno a Cesenatico, età indefinibile per via della “mise” decisamente aggressiva (divisa nera Team Sky, occhialoni neri fascianti sopracasco), ma direi giovane, forse sui 30. Bici fascia professional di valore decisamente alto non solo con telaio, ma anche cerchi e manubrio in carbonio. Fisico ben strutturato, con penosi tatuaggi milanisti sui polpacci. Dopo avermi detto che la riviera romagnola è bella perché “piena di gnocca buona, come dite voi” (mi vengono i goccioloni quando assisto a questi interscambi culturali …), avermi decantato le meraviglie delle vicine di ombrellone e avermi detto che ci ha già provato con tutte, ma nutre ancora speranze (eh beh, se forse venisse un po’ meno a Bertinoro, forse …, penso tra me e me), insomma, dopo aver parlato a macchinetta per un bel po’, mi fa lui una domanda: “E tu da dove vieni?”. “Da Ravenna”, rispondo io, “un po’ più lontano di Cesenatico”. “Ravennaaaaa, noooo, miiiii…a, sei venuto in bici da laggiù? ma è lontano un casino … Però è un bel posto, sai, ci sono stato, non lì lì, lì vicino, lo conosco bene: Modica, Capo Pachino, una meraviglia, e anche là la gnocca mica scherza …” “Credo che tu ti stia confondendo con Ragusa”, gli dico io. “No no. Ma cosa mi dici? Nel mio palazzo c’è uno che ha la macchina targata Ra. RA uguale Ragusa. L’ha detto anche il portiere di giorno. RA uguale Ragusa.” Non sapevo se piangere o ridere. Ma ero talmente abbattuto che sarei stato per salutarlo e andarmene, lasciandolo nella sua beata ebetudine fatta di queste marmoree sicurezze topografiche, se non fosse stato ancora lui, il logorroico esperto geografo, a fermarmi di nuovo e, con un po’ di perplessità nel tono della voce, a chiedermi: “Ma la tua auto, quella di Ravenna, come fa di targa?” “RA. Ra uguale Ravenna”, rispondo già con gli scarpini agganciati ai pedali e pronto a svincolarmi dal geografo. “Ah, ciao Ravenna! Facciamo un selfie?” e mi scatta una foto con il flash acceso in pieno sole a 20 cm dagli occhi, rischiando anche di farci cadere tutti e due con la liberatoria pacca sulla spalla. Ecco fatto. Fine della storiella or ora vissuta. Ora trovate voi l’aggettivo per il personaggio, che credo di avervi sufficientemente caratterizzato.

“Vorrei aiutarti, ma non so come fare!”

Hai ragione. È così. Non si sa come fare, perché si sa che non c’è niente da fare. Tante vite finiscono infatti così: “Mah, era una persona riservata … parlava poco …” E pace finalmente all’anima sua, che nessuno mai saprà quanto ha patito. Quante volte si sente dire, si legge così. Siccome si sa che non ci si può fare niente, pur desiderando fare, inconsapevolmente si lasciano le persone sole. Qualcuno ce la fa, soffre in silenzio; altri invece fanno il botto. Il mondo del cosiddetto benessere è pieno di questi drammi della solitudine: anziani, persone separate, vedovi/e, persone impoverite … Un tempo erano i mali dell’alta società; ed erano la manna per stuoli di psicanalisti, psicologi, per lo più poco più che ciarlatani arraffasoldi, soprattutto nella profonda e popolosa provincia. Ciò che oggi spesso accomuna questi casi è invece proprio l’impossibilità di curarsi con le persone giuste, che ci sarebbero, ma non sono più alla portata di chi ne avrebbe veramente bisogno. Va così. Speriamo bene.

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