La paura degli aequora

Percorrere l’Italia, attraversare le valli dell’Italia centrale, svalicare l’Appennino toscoromagnolo o toscoemiliano e scendere nella pianura padana per molti secoli è stato causa di paura. La pianura per gli antichi era “aequora“, ossia distese pianeggianti portatrici di rischio e pericolo tanto quanto quelle marine. Si tratta di un paradosso non facile da comprendere per l’uomo di oggi che invece dalla pianura è agevolato nei modi, nei mezzi e nei tempi di viaggio, nel superamento di ostacoli, può compiere lunghi percorsi rettilinei senza trovare impedimenti di sorta. No. Non è affatto facile. Ma è solo dalla lettura lenta e paziente delle sequenze di geografia descrittiva nei classici greci e romani che si entra in una dimensione molto particolare, recuperando quella geografia della percezione (o del comportamento) nata negli studi sociologici americani degli anni Sessanta del secolo scorso e che mai è stata sufficientemente apprezzata in Europa, dove addirittura scompare del tutto alla fine degli anni Novanta (segnalo gli studi di Paola Pagnini). Eppure servendoci proprio dell’armamentario della geografia comportamentale, possiamo arrivare a comprendere perché la pianura incute paura all’uomo antico. Tutto parte dalle potenzialità di dominio sensoriale dello spazio: fino a quando esso non viene fissato nella carta e fino a quando la carta non diventa essa stessa modalità di rappresentazione del dominio, cioè fino al tardo Rinascimento e all’inizio delle grandi navigazioni extramediterranee, fino ad allora lo spazio poteva essere dominato solo con i sensi. La descrizione di un territorio in un'”itinerario” (i testi ad un uso dei viaggiatori e poi dei pellegrini) terrestre o un “periplo” (i testi ad uso dei marinai per lo studio e la pianificazione delle rotte) non era sufficiente a collocare il destinatario nella posizione del dominatore dello spazio, perché si sapeva che si trattava di documenti passibili di modifiche, di aggiornamenti, di novità sul piano delle conoscenze antropiche e naturali. La carta consentirà all’uomo di esercitare invece una rappresentazione dello spazio come spazio da conquistare e dominare e diventerà oggetto di esibizione, status symbol da ostentare nelle grandi gallerie come quella che vollero i papi a Roma in Vaticano o nelle apposite sale delle carte geografiche come vediamo in Palazzo Vecchio a Firenze o in altre sedi di poteri signorili. L’uomo antico non ha carte geografiche; quelle poche di cui si ha notizia erano opere d’arte assolutamente prive di pretesa di precisione scientifica. Ma sopratutto all’uomo antico manca la capacità di immaginare lo spazio nella sua natura bidimensionale; per l’uomo lo spazio è un’entità che si misura “da” “a”, in senso monodimensionale, lineare. L’esploratore che viaggia non descrive la profondità di un territorio, non allora la prospettiva su ciò che non può vedere dalla linea che la sua marcia disegna sul terreno che attraversa. La sua possibilità di dominare lo spazio si limita ai mezzi di cui dispone sul piano sensoriale per esercitare tale “dominio”: Erodoto descrive ciò che vede e riferisce ciò che sente dire nei suoi tanti viaggi; gli alessandrografi, ossia i descrittori al seguito della spedizione di Alessandro il Grande, fecero la stessa cosa con una maggiore pretesa di scientificità, aggiungendo indicazioni metronomiche come lunghezze di tappe, lunghezza delle salite e delle discese, tempi delle rotte di mare. Ma restiamo sul piano della dimensione lineare; solo la carta, con la sua natura bidimensionale, aggiungere il senso della superficie a quello della linea. L’itinerario e il periplo, i generi della letteratura geografica antica, generi di letteratura odeporica, mancano completamente del senso della superficie e restano fissati sul piano dell’unica dimensione lineare “da a”. La Tabula Peutingeriana è una lunga narrazione per immagini dello spazio dell’impero in cui le terre di distendono nel senso della lunghezza, falsando del tutto la veridicità della rappresentazione, che non interessa nemmeno, in quanto il fine è quello di rappresentare le tappe di un viaggio, di un cammino “da a”, regione per regione, costa per costa. Ecco che allora, sulla base di questa capacità di percezione sensoriale monodimensionale, legata strettamente alla capacità di dominare ciò che si può direttamente vedere con i propri limitatissimi mezzi umani, lo spazio della Grecia continentale o insulare o quello dell’Italia centrale e meridionale risultano essere spazi commensurati alle capacità umane: l’occhio riesce comodamente a passare da valico a valico, da pendio a pendio, da isola a isola, da costa a isola, da promontorio a promontorio. Ma appena si perdono i riferimenti, in mare aperto o in una pianura o in un deserto, l’uomo non riesce più ad esercitare alcuna possibilità di controllo e si smarrisce sul piano della percezione dello spazio, modificando il suo atteggiamento nei confronti dello spazio, non più così facilmente divisibile, parcellizzabile, distribuibile, come era quello delle vallate, delle colline e dei declivi montuosi della parte centrale e meridionale della penisola italica o di quella continentale di quella balcanica. Ecco perché il parlare di “aequora” incute timore nei testi della letteratura classica.

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