Le marmotte di Gioia

Una foto molto bella diffusa in un gruppo Facebook di appassionati di montagna ha avuto centinaia di condivisioni e migliaia di like in questi giorni di vacanza: ritrae un bambino seduto in un ambiente roccioso della val di Fassa, mentre parla con una marmotta. Una foto di rara semplicità e vigore comunicativo. Ma quella marmotta e quel bambino per me hanno avuto un fascino, un potere straordinario, mi hanno riportato sul tratto del sentiero 281 nei pressi di passo Contrabbandieri, sopra il passo del Tonale, quando in mezzo alle marmotte io e Gioia abbiamo ascoltato un brano di natura, assaggiato una fetta di vita, osservato uno spettacolo di montagna, frettolosamente trattato dai più. Non c’era fretta alcuna invece per noi. Avevamo tutta la giornata per noi. Gioia si siede per terra sul limitare del sentiero, estrae dallo zainetto il cellulare, depone i bastoni e senza dirmi niente a gambe incrociate inizia ad ascoltare le marmotte e a cercare di fotografarle. Mi siedo accanto a lei e il modo in cui mi dice di fare silenzio sedendomi mi fa capire quanto l’ambiente l’abbia catturata: siamo come predatori, acquattati nel prato. Non più il ritmo cadenzato del passo degli scarponi, non più il toc toc della punta del bastone sulla terra petrosa della traccia di sentiero, non più le risate allegre di noi turisti ed escursionisti in montagna come centinaia di altri. Ora il ruolo è un altro. È il ruolo di chi non visita più quel paesaggio, non è più turista, ma cerca di farne parte, di esservi accetto, di comprenderne le tante regole non scritte che i suoi abitanti conoscono assai bene e rispettano. Facendo questo esercizio, quanti orrori potremmo evitare, penso tra e me osservando poco più in là il campo gara di downhill dove spericolati ciclisti in rampichino violentano spazi non pensati per loro. Eppure loro, le marmotte, i “fischietti di montagna”, sembrano non curarsene e fanno capolino dalle tane, corrono per i prati. Sono flash nel tempo, ma sono flash da conservare. Si stampano nitidi sulla pagina della memoria. E non vanno cancellati. Un bambino in foto che parla con una marmotta con la stessa naturalezza con cui parlerebbe al suo babbo o alla sua mamma, Gioia che a gambe incrociate richiama il mio silenzio per ascoltare gli inconfondibili fischietti di montagna sono due di questi flash che ci aiutano a capire quanto di bello abbiamo smarrito e quanto di grandioso potremmo riprenderci. Non ci vuole molto: a noi è bastato dimenticare il ritmo della marcia in salita, lo sfrecciare dei ciclisti, la frenesia che trasforma in affollata pista da sci quello spazio verde in inverno e sederci in ascolto di una delle cose più semplici e naturali di quel posto meraviglioso: i fischietti delle marmotte. Arrivati alla fine dell’escursione, una notifica del cellulare tornato in campo mi avvisa dell’arrivo di un messaggio Whatsapp. È di Gioia, è la foto di una marmotta con la didascalia: “Grazie per il silenzio di prima”.

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