Inganno

La strada passa veloce sotto le ruote. I chilometri scorrono rapidi sul piccolo riquadro del computerino sul manubrio. Il vento s’inserisce tra le fessure del casco e prende il sopravvento su tutti i rumori, attira tutte le attenzioni su di sé, annulla per un attimo la percezione, ipnotizza, inebria con immagini nuove. Chiede attenzione. Spengo la musica delle cuffie e lo ascolto, il vento, continuando a pedalare sicuro di quella strada, ormai da anni percorsa, una consuetudine praticata con un malcelato sentimento rituale, quando si avverte quel richiamo. Il vento allora inizia la sua opera di artista, che sa quali corde dell’anima deve tendere; sa che può fare del bene, ma sa anche che la sua opera potrà fare del mare; non solo: sa anche che la sua opera potrebbe in circostanze diverse fare del bene, come pure del male, del bene frainteso e del male malinteso. Dipende dai colori, dipende dai paesaggi viventi, da quelli che mi circondano, che vedo, che sento, che emanano vivaci sentori, come da quelli che non vedo se non con gli occhi del tempo, sensi che nessun medico potrà mai studiare, se non ha mai avuto le chiavi di quello scrigno segreto che si chiama memoria. Lì tengo, gelosamente conservati, tutti i codici che serviranno a dare un significato a queste percezioni.

Il vento, il grande artista, mi riporta a te. Il vento ti scolpisce nel mio mondo di ombre, come l’unica figura dai contorni perfetti, ben delineati, curve ottenute con un tornio su cui hanno agito mani delicate, diligenti e perspicaci. Il vento fa ondeggiare la tua chioma, che sembra voler accennare un volo; ma è solo illusione. L’asfalto riporta alla realtà. L’artista che ti scolpisce nell’anima, insieme a quel folate, che ora portano con sé del bene, un bene malinconico, ora invece la vorrebbero sbranare, lasciando vestigia di lancinanti dolori, folate che diventano frustate, ti fa parlare dei tanti no che mi hanno deluso, ti fa ridire tutto quello che non mi hai mai detto, ti fa dare quelle spiegazioni che a lungo e invano ho atteso. Fischia, quanto fischia nel casco il vento! Urla la tua sicumera, dichiara al mondo la tua inarrivabile dolcezza. La tua immagine si staglia sempre più statuaria nel mondo di ombre che il vento, torturandomi, confonde e agita intorno a te. È una figura meravigliosa quella che vedo, è una figura che Zefiro o Borea o Clori o Aura, qualunque nome assumano, isolano da tutte le altre. E la strada sempre passa sotto le ruote, i chilometri si sommano veloci e lui adesso mi spinge da dietro, mi guida inerte sulla strada di conosco ogni curva, che assume forme amiche, amate, bramate anche in modo avido e straziante, in un senso di malinconica delusione che vede, oggi come allora, l’oggetto del desiderio andare alla deriva e allontanarsi sempre di più da questa grigia realtà d’asfalto. Dove? Mi sento spinto? Non h il controllo. Mi lascio guidare docile dalla sagace guida dell’artista della natura. Dove? Verso di te? Verso l’ennesimo diniego o verso il compimento di un agognato cammino di felicità? Verso l’ennesima illusione di un amplesso, che quella stessa natura che ora mi guida con i suoi strumenti amici, un tempo mi segnò con torture che hanno lasciato indelebili vestigia? Eppure non ho armi per difendermi. Non ho forza in questi muscoli delle gambe, che scolpiti da quella stessa natura, ora spingono sui pedali con una potenza che raramente hanno saputo dimostrare. Mi lascio guidare da lui con la stessa docilità con cui tu ti lasci scolpire e scarmigliare. Mi lascio penetrare, con le uniche, misere, spuntate lance in mio possesso, in quell’abisso di gioia vacua e futile, a cui è sempre mancato un traguardo e che non ha mai goduto il premio agognato. La tua chioma ondeggiante al soffio dell’artista divino mi guida. Sono totalmente e piacevolmente in balia degli elementi, di cui i sento parte attiva, protagonista sincero, non controfigura. Il vento domina tutto. Fischia sempre più forte! Quanto fischia fra queste fessure! E mi spinge. Mi sento penetrare in qualcosa che non è reale, che è stato sempre e solo ambito. La sindrome dell’ultimo chilometro colpisce ancora. Quanta fatica per nulla! Mi fa correre il grande scultore di paesaggi, di figure che si stagliano monumentali sui basamenti dell’anima, con titoli rubricati, figure che si ammirano come il soldato romano, più volte ferito e fiero delle cicatrici, farebbe con l’imperatore, dopo aver combattuto per lui per una vita senza averlo mai visto, come il fedele che viene da un continente lontano farebbe con il papa, come un bambino farebbe con il babbo Natale del supermercato. Lui sa dove mi fa correre. La velocità aumenta. Non sento più fatica. Fischia. Fischia ancora più forte. Quanto fischia! E si vola nel vento che mi porta a te! I filari dei peschi scorrono a destra e a sinistra, i campi di mais e di erba spagna passano come passano i giorni della vita, anche i girasoli ti seguono come un sole e la colza ingiallisce di gioia un paesaggio maledettamente bello, mentre la bici procede sotto ancor più energica guida; ogni colpo che viene inferto ai pedali da quei muscoli è espressione di una potenza che agogna una meta, come sempre ha fatto per anni, in modo indefesso, forse inutile e stolto; i tralicci si susseguono, i canali e i fiumi si superano, le case ora sono poche e rade presenze in una di quelle larghe di bonifica, che solo il vento domina. Dall’idrovora scrocia acqua, come dai capelli quel giorno, quando tutto iniziò, sotto un lampione, in un viale in ombra, le cui chiome sempre lo stesso artista scolpiva. Tra le ombre frenetiche e agitate che scorrono ai miei fianchi nel turbinio del vento, tu sei sempre più luminosa, in un paesaggio che non ha più contorni, dove ogni amplesso abbraccia figure vacue, che svaniscono come l’amata Clorinda per Tancredi. Che grande artista è il vento! Le illusioni sono i più bei desideri; e chi riesce a scolpirle nell’anima è un grande artista.

La strada si allunga sotto le ruote, i chilometri scorrono sempre e il traguardo non si avvicina. Ma, come sempre, qualcosa decide che è il momento di mettere mano ai freni. Riparte la musica nell’Ipod. Le ombre scompaiono. Con loro tutto scompare. Resta la vita di sempre, resta la strada fatta per inerzia; restano i chilometri che hanno misurato solo tempo e mai spazio, restano i peschi, il mais, l’erba spagna, i tanti tralicci, i ponti sui canali, le traverse e le scorciatoie, lo sciabordio dell’idrovora. Restano lì, scolpiti da quella mano infallibile, i giudici, immobili e severi – che tu sai sempre dove trovare e loro sanno sempre dove trovarti – di un sentenza scritta, ma mai dichiarata. Tutto torna rasserenante, ma desolatamente reale. Ancora una volta tu resti un miraggio. La strada curva, la luce cambia, il paesaggio non è più quello, le case non sono più poche e rade e il vento ora mi respinge. Non disegna più bellezza per l’animo, non scolpisce più meraviglia per lo spirito, non fa più ondeggiare la tua chioma che mi spronava alla felicità; ora frena il cammino. La sindrome dell’ultimo chilometro. Laggiù non si deve arrivare. Vuole essere ascoltato? Perché? Chi ha messo mano ai freni? Non volevo frenare. Perché la strada non corre più come prima sotto le ruote? Perché i chilometri si assommano ora stanchi e lenti su quel riquadro pieno di cifre attaccato al manubrio? Perché? Perché ho frenato? Ma sono stato veramente io a frenare? Ti cerco invano. So che sei lì, so che non sei lontana, so che sei nel vento e che lui ti porta. So che sei in buone mani, in quelle di un grande artista che non fallisce. Chi è che ha sbagliato? La strada ha deviato. Tutto è cambiato. L’asfalto passa lento sotto le ruote.

Sono sicuro di aver visto una grande conchiglia: era aperta nel vuoto, aperta nell’azzurro.

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