La mota di San Paolo in Alpe

Sassi, sassi che si sono nutriti di neve e pioggia nell’incessante e ciclico cammino della Natura, di sangue e piombo nel cessato tormento della Storia, sassi che seguono il tuo passo, lo accompagnano alla gloria che solo una cima conquistata o un valico raggiunto riescono a regalare in modo così dovizioso per l’animo. Camminare quassù, nel silenzio dominato dal vento, dove le aquile ti guardano compiaciute solo perché non vedono in te un concorrente, dove gli uccelli sentinella fischiano per segnalarti come una volpe o un lupo, dove il il trascolorare dal verde del prato al grigio della roccia avviene attraverso una molteplice iride di fiori, camminare quassù assume il significato per qualcuno di isolarsi per arricchirsi, per altri di isolarsi per stornare maligne quotidianità, dipendenze viziose, stressanti ritmi urbani, inutili modi per non mettere a buon frutto il tempo, relazioni personali spesso dispensatrici di pensieri, rancori, avversità varie. Ma è quando il silenzio lo si ascolta fermando il lento e cadenzato procedere del passo, quando si prende la pausa nell’erta, quando l’acqua scende dissetando non solo il corpo ma lo spirito tutto, è allora il momento in cui impari tante cose di te stesso che avevi ritenuto grande, e invece sei piccolo, che avevi ritenuto forte, e invece sei debole, che avevi ritenuto sicuro, e invece sei malfermo, che avevi ritenuto veridico, e invece sei menzognero, che avevi ritenuto divino, e invece sei maledettamente umilmente impietosamente umanissimo al cospetto di quell’immensità senza confini che ti si estende sopra e sotto, a destra come a sinistra. La Natura ha cacciato l’uomo da questi remoti alpeggi non più compatibili con i ritmi della modernità. La Storia lo ha richiamato quando si è trattato di combattere alla macchia. L’Immensità del tutto sola sa il sapore amaro di queste scelte, che furono tragiche, che segnarono addii, che trasformarono economie e paesaggi, che consegnarono al bastone e allo zainetto dell’escursionista della domenica, che spende per sport, ciò che fu lavoro amaro di gioie per famiglie che di poco sono vissute. Operai di oggi, urbanizzati nello stress dei ritmi della modernità, cittadini che hanno conosciuto le memorie di quella vita integrata, consustanziata negli elementi, appassionati che leggono e vogliono rivivere negli impossibili limiti posti dall’inesorabile procedere della Storia quel rapporto leale ma sempre fragile con la Natura, ricercano quelle radici calpestandole, sedendosi su quei sassi, affondando le pedule nella mota che non le nega mai e le avvolge, le segna, imprime il suo marchio di qualità. Come non vorrei mai che quella terra che la scarpa ha riportato a valle si ripulisse! Parla quella terra, comunica, ha un potere unico, che solo lei ha, quella terra …: instaura una connessione tra Natura e Storia, tra il ciclico, apparentemente impassibile e imperturbale immutare del paesaggio, dei suoi silenzi, delle sue aritmiche intermittenze e il temporale mutare del cammino terreno di una parte di umanità che sa e non sa al contempo di essere memore, partecipe di un destino condiviso. Capire significa afferrare e afferrare significa tenere fortemente in mano come si impugna un ferro, una spada; ecco, adesso io posso dire che nell’afferrarla capisco questa scarpa intrisa di Natura e intrisa al contempo di Storia. Ora capisco anch’io, come l’aquila, la mota di San Paolo in Alpe.

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