Cavalieri di Malta

Ricordo l’autore di questo libro appena letto, Paolo Gambi, come alunno della mia scuola, nei miei primi anni di insegnamento. Come definirlo non saprei. Ha scritto romanzi come questo, La carezza del cavaliere, ha composto poesie, ha avuto ed ha esperienze come giornalista in testate locali in Romagna e come blogger presso testate nazionali come Il Giornale e Huffington Post. Imparo che ha una laurea in psicologia e pratica mental coaching, allenatore di menti. Ho appena finito di leggere La carezza del cavaliere, che Paolo Gambi ha deciso di autopubblicare con Amazon-Kdp, usando una formula sempre più seguita oggi per la sua libertà e semplicità. Vorrei cogliere l’occasione per parlare di entrambe le cose, perché forse non tutti sanno che cosa sia veramente l’autopubblicazione.

Partiamo da libro che è una duplice storia d’amore, in parte d’ambientazione storica nel periodo dei regni latini di Terrasanta, in parte nella Roma odierna. Un cavaliere giovannita, Bertrand, dell’ordine ospedaliero da cui deriverà l’Ordine di Malta, s’innamora di Halima, una ragazza araba musulmana, e conosce intrighi e storture dell’avventura crociatistica che sui libri di scuola raramente si ha occasione di studiare: trame e scontri tra principi cristiani, lotte di potere tra potentati musulmani, la presenza della setta degli assassini, è questa la quinta su cui si muovono i protagonisti di una narrazione nella quale Bertrand, arrivato infiammato dalla passione di tanti giovani cavalieri, esce fuori e si trova a contatto con la parte forse meno edificante di quella storia che lui vive nella finzione.

Nanà, soprannome di un altisonante nome dalle nobili origini, anziano cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta, che vive nell’austero palazzo di via Condotti, sede dell’ordine, del rango più elevato e quindi religioso e vincolato ai tre voti di obbedienza, povertà e castità, ritrova Henriette, la fiamma di gioventù che potrebbe diventare per lui non solo l’occasione per riaprirsi alla vita in tarda età, ma anche per liberarsi dai vincoli di un ambiente reso marcio da torbidi e da congiure di potere, in cui si trova coinvolto a causa di denunce orribili per la sua immagine.

Le due storie hanno una tortora in comune, che nel simbolo delle famiglie di Bertrand e Nanà ha sostituito uno dei tre corvi originali. La tortora è simbolo di amore. L’amore che vince sulla calunnia: direi che è questo il messaggio finale che questo godibile e lodevole libro, che vi consiglio, lascia al lettore.

E veniamo alla formula editoriale scelta. Paolo Gambi è già noto e affermato, ma ha voluto sperimentare questa soluzione dell’autopubblicazione. Si tratta di un canale nuovo, soprattutto alla portata di tutti. Ed è proprio quest’ultimo aspetto quello su cui inviterei a fare una riflessione in più. I più noti editori attivi nel settore dell’autopubblicazione (Kdp di Amazon, iBooks Author di Apple, StreetLib, Lulu, Youcanprint e altri) offrono servizi gratuiti e non. L’autore deve fare tutto da solo, ma, se preferisce, può avere anche i servizi tradizionali di editing, correzione bozze, progetto grafico per la copertina, deposito legale, codice isbn. Tutto tranne la cosa più importante: quella promozione che è arduo cimento anche per tanti editori tradizionali. Arma a doppio taglio dunque: l’autore deve decidere se intende soltanto pubblicare e compiere la classica operazione di tirare fuori dal cassetto il proprio libro, oppure se intende avere anche dei lettori. E credo di aver detto tutto.

Complimenti a Paolo Gambi e vi ricordo gli estremi: P. Gambi, La carezza del cavaliere, autopubblicazione su Amazon-Kdp.

Dialogo di un dirigente d’industria e di un insegnante

La colazione al bar, nelle città di provincia, è spesso il momento per gli incontri inattesi: questa volta un genitore di un ex alunno, situazione che, si può immaginare, in una città di centomila abitanti dopo ventisette anni di servizio e un centinaio scarso di nuovi genitori ogni anno, diventa piuttosto frequente. Si parla del più e del meno e alla fine la discussione si fa interessante. Il mio interlocutore sostiene che il ruolo dell’insegnante come educatore si dovrebbe manifestare anche nella capacità di scegliere chi può o chi non può andare avanti. Sostiene anche che la scuola che promuove tutti fallisce rispetto alle sue finalità educative, perché il mondo del lavoro oggi è estremamente selettivo. Ascolto con attenzione, perché in queste occasioni mi rendo conto dello iato tra le prassi educative sul piano pedagogico e didattico e gli ingranaggi sociali del mondo lavorativo in quasi tutti i settori, soprattutto in quelli che, con orribile parola, si chiamano produttivi. Rincara la dose il mio interlocutore, dicendo che gli studenti arrivano alla fine del loro percorso di studi senza sapere scrivere correttamente, senza saper fare collegamenti logici, senza saper calcolare. Questo, del resto, si sente dire, si legge un po’ dappertutto, ormai come un mantra. Ebbene? Occorre una risposta. Ho tante idee che frullano. Gli argomenti non mancano. Bisogna metterle in ordine. Ci provo.

“Lei è dirigente in uno stabilimento industriale nel settore chimico. Io insegno lettere classiche. Lei è appassionato lettore di storia antica. Io ritengo che un approccio analitico, proprio dello statuto delle discipline scientifiche, sia ormai entrato nella mia prassi didattica. Dunque, i presupposti per trovare un punto d’incontro ci sono. Nonostante questa modalità di approccio, mi ritengo all’antica nella mia prassi didattica. Perché? Guardi, la risposta è molto semplice: lo sono perché credo nel valore educativo della lezione frontale. Credo nella forza propositiva della figura dell’insegnante come modello culturale, come paradigma di un’azione dettata da una formazione, di un’attività professionale intesa come elezione, passione e dedizione. Ho sperimentato anche altro prima di arrivare a questa convinzione. Dunque, non sono pervenuto a questa conclusione del valore formativo della lezione frontale semplicemente in virtù del fatto che tutti diventiamo tradizionalisti con il passare degli anni, qualcuno dice conservatori, usando una parola che mi è sempre piaciuta poco. Ci sarà anche del vero, ma credo di poter dire che sono sempre stato un tradizionalista, per il fatto che la tradizione non è la vacua nostalgia del buon tempo che fu, come generalmente si pensa, ma la consegna ai posteri di quanto l’emittente di un messaggio, portatore di una personalità intrisa dei contenuti che lui ha scelto, a sua volta sceglie da consegnare a un destinatario, nella fattispecie i suoi alunni. Dunque tradizione significa setaccio. Conservazione significa altro. Tradizione significa apertura al cambiamento e al futuro, memori dell’esperienza pregressa. Conservazione significa lasciare tutto com’è, con un atteggiamento che personalmente ho sempre giudicato passivo e soprattutto condizionato da un bagaglio di elementi assunti acriticamente, insomma, pregiudizi. Insegno lettere classiche, dunque materie a contatto con i testi. Lavoro principalmente nella lettura e nell’analisi dei testi. Ma sono laureato in storia, ho un dottorato in storia antica e la ricerca storica, che ho praticato per anni, parte da una rigorosa riflessione metodologica sull’esegesi delle fonti. La prassi didattica a cui mi attengo oggi è dunque di tipo applicativo: si legge, si analizza la lingua, lo stile, si traduce, si presta attenzione al delicato momento del passaggio tra la destrutturazione da un codice alla ristrutturazione in un altro codice, si lavora sui temi, si approfondisce passando dal testo al contesto con l’analisi delle relazioni intertestuali e, laddove possibile, extratestuali. La metodologia è questa. Chi la fa sua impara l’arte della profondità analitica nella lettura, nello studio e nella conoscenza di tanti testi come condizione imprescindibile per l’elaborazione di una sintesi complessiva. L’intendimento è quello di mettere nella condizione di divulgare con cognizione di causa, sulla base di argomenti e non di giudizi preconfezionati, come accadrebbe se non si partisse dal testo, ma lo si utilizzasse soltanto per dimostrare quanto precedentemente sostenuto in sede storico-letteraria. La lezione frontale diventa pertanto occasione per presentare una modalità di lettura di un periodo storico o di un autore, che non sarà mai perfetta, in quanto sempre più o meno condizionata dalla personalità del docente, ma avrà un suo particolare calore umano e non lascerà mai l’impressione di qualcosa di asettico. Non occorre avere qualità eccelse. né tanto meno cadere nella trappola di considerare la professione una pretesa. È un lavoro di responsabilità, come il suo, ma con una differenza: mentre lei riceve una pianta già cresciuta e deve fare con quello che ha, il mio compito è di far di tutto perché cresca bene. Occorre studiare, leggere, praticare quella fatica e quel piccolo sacrificio di quotidiano dialogo con i classici, che diventa anche un esercizio e un allenamento per la mente. La lezione frontale intesa come momento di confronto analitico sul testo presenta un enorme vantaggio rispetto a quella intesa puramente come trasmissione di un messaggio preconfezionato: mette a nudo il docente con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, perché sarà sempre il frutto di quella differenza che sin dalla nascita ci rende tutti assolutamente originali. La lezione frontale è un antidoto all’omologazione delle menti, perché propone un esempio. Sta al singolo docente dare a quell’esempio la forza necessaria, con l’uso sapiente e bilanciato della retorica e della dialettica. L’insegnante, diversamente dal politico, non deve convincere, ma educare; non deve persuadere, ma proporre esempi attraverso i testi, la loro analisi, attenendosi alle procedure che l’esperienza e il confronto professionale insegnano e aiutano a declinare secondo le esigenze e le attese degli studenti. La lezione frontale è interazione continua tra chi parla e chi ascolta, in un processo che vive una sua continua evoluzione, e per questo non può essere incasellata in schemi. Vive di una sua vita che non conosce regole prefissate, ma solo tendenze che hanno bisogno di una guida. Se la scuola si rendesse conto che questo è il cardine della funzione docente, tante aberrazioni, carenze e storture, di cui le parla. sono sicuro che non ci sarebbero. Non occorre essere dei geni per capire che un dirigente di una scuola deve mettere i docenti nella condizione di essere esempi, perché educare non significa ridurre a schema, ma condurre fuori, mettere nella condizione di affrontare con spalle forti le sfide della vita. Forse si stupirà se le dico che a me interessa non tanto che i miei studenti conservino la conoscenza delle regole linguistiche, ma il metodo di analisi dei testi, perché è l’unica scuola utile a formare una personalità che sappia un giorno costruire una sintesi con cognizione di causa.”

Il mio interlocutore ascolta con attenzione e mi dice: “Rifletterò. Ci sono dettagli che mi sento di condividere subito, altri su cui dovrei pensare di più. Ma mi sento di dirle una cosa per il momento. Il mondo del lavoro avrebbe tanto da imparare sulla scuola e dalla scuola, prima di tranciare giudizi. Mi piacerebbe assistere a qualche lezione.”

“Credo che tra i miei colleghi tanti la ringrazierebbero se lo facesse. Ma credo che lei stesso si convincerebbe di quanto sia vero che non si smette mai di imparare. Eppure, sembra un ostacolo insormontabile avere l’umiltà di ammetterlo, come lei ha appena fatto.”

“La prossima volta mi piacerebbe parlare di docimologia e valutazione, se non le dispiace.”

“A sua disposizione. Come vede, i bar offrono occasioni per bellissimi incontri. Questa del sabato è una mia ora libera, utile per un caffè rigenerativo. Lei sa dove trovarmi.” E ci salutiamo.

Incursione narrativa in val Resia

Tradizioni antiche, paesaggio di montagna, sciamanesimo, intreccio di rapporti sentimentali tra personaggi … Quando in una narrazione che verte su altro, un thriller nella fattispecie, si vuole mettere dentro troppo, il lettore si disorienta e si perde. Accade in Ninfa dormiente di Ilaria Tuti, che non ritengo all’altezza del primo romanzo Fiori sopra l’inferno, meritevole veramente sotto vari aspetti, primo fra tutti la capacità di orchestrare bene la narrazione. Se quello era un vero thriller psicologico, questo viene presentato come tale, ma, a lettura terminata, non lo è. Si tratta di un thriller avvincente, ma che perde in profondità di analisi dei personaggi quello che aveva lasciato la lettura del primo romanzo. Dico questo perché, quando scrissi un lungo racconto in cui pretesi di realizzare una sorta di mescolanza di più generi letterari, dalla favola alla prosa psicologica, venni rimproverato dai lettori dal palato fine di aver voluto proporre troppo. Ero caduto, insomma, nella trappola della pretesa. Avevano ragione da vendere. Detto questo, la lettura di Ninfa dormiente lascia comunque il desiderio di conoscere un mondo particolare come la val Resia, un’isola slava nella Carnia friulana, che non vuole confondersi con la Slovenia, una cultura e una tradizione antichissime a rischio di estinzione, un retroterra antropologico che affonda le sue radici nelle migrazioni slave del medioevo, quando i popoli delle grandi pianure dell’est portavano con sé tracce sarmatiche, scitiche, persino mongoliche. Il mondo di Ilaria Tuti resta quello della Carnia. Il paesaggio resta quello del primo romanzo. La montagna parla attraverso personaggi che sembrano essere rimasti intatti nel passaggio dei secoli. E, in effetti, le culture montane, si sa, hanno questa caratteristica di essere estremamente conservative. Questo salverei del secondo romanzo di Ilaria Tuti, anche se la quinta geografica e paesaggistica non si amalgama con la narrazione e con l’indagine di Teresa Battaglia, come avveniva nel primo romanzo. Purtuttavia, mi è venuta una gran curiosità di andare in val Resia, nelle Alpi Giulie, sotto il Plauris e il Canin, all’ombra dei monti Musi e di sentir parlare l’antica lingua resiana. Hanno sempre un fascino molto particolare queste comunità che resistono abbarbicate al loro paesaggio. Anche soltanto per questo Ninfa dormiente andrebbe comunque letto.

Paesaggi

Ci sono paesaggi che hanno una carica attrattiva tutta particolare. Tanti dicono che a loro piace il mare. E pubblicano post pieni di foto scattate al mare. Poi mediti e ti rendi conto che quelle foto non riflettono un amore per il mare, ma per se stessi al mare. E ti chiedi se sia la stessa cosa. Ti dai la risposta che non lo è. Ma per loro lo è. Allora qualcosa forse non va. Non va in loro o non va in te? Bella domanda! Il mare a me fa paura. Non entro in dettagli noiosi, che richiederebbero lo scandaglio di un passato gelosamente mio. Mi piace ribadire soltanto questo: il mare mi fa paura. Il che non significa che il mare non possa esercitare anche su di me una certa attrazione. Al contrario. Eccome, se la esercita. Il mare in tempesta, le onde alte che scavalcano da parte a parte la diga foranea, i capanni che ti chiedi come facciano a resistere, il vento senza barriere che corre libero e liberamente devasta tutto, quel mugghiare crudele e feroce che solo il mare incattivito riesce a produrre e che risale da abissi che sai non essere solo fisici e geologici; le dighe di sabbia che da ottobre a maggio l’uomo è costretto a costruire per esorcizzare questa stessa paura. Tutto questo esercita una potente attrazione in me: mi fa sentire complice di quella primordiale fierezza che non conosce freno e che, quando risale, comanda, impone, ingiunge e non sopporta obiezioni di sorta.

Eppure di altro vado alla ricerca. Ambisco, il più spesso invano, a paesaggi che infondano ricariche di serenità. Una serenità soltanto apparente. Ma non importa. So che lo è. E mi basta. Li cerco dappertutto, ma non sulle coste, né sulle onde. Li trovo qualche volta in immagini illusorie. Popolano sogni mai realizzati e ricchi di un’indicibile e malinconica bellezza; sogni belli sicuramente soltanto per questa ragione. Questi paesaggi non hanno un correlato chiaro, evidente. Si manifestano sotto le più svariate declinazioni. Assumono morfologie anche diametralmente opposte. Vivono di palesi contraddizioni. Insomma, sembra che l’unica cosa che li unisca sia soltanto lo spirito della differenza.

È il paesaggio di una dolce collina, disegnata dall’uomo con i suoi giropoggio e lunghe file di cipressi che conducono a dimore meravigliose nel loro vetusto degrado, ricche di una tradizione che pochi sanno conservare e che in certo senso nobilita quello stesso degrado.

È il paesaggio di una frangia rocciosa che dall’altro dei suoi tremila metri di altitudine domina una vallata eternamente insonne per i pericoli che essa da secoli minaccia.

È un fiume che oggi scorre placido in una vallata i cui coltivi e prativi offrono da secoli quella ricchezza che lui ha consentito, anche se ieri è impazzito, ha scavalcato l’argine, la sua camicia di forza, ha distrutto le dimore di chi quell’argine volle, ha dato prova di una forza d’animo che l’uomo non ha mai voluto ascoltare dal canto delle sue acque.

È una chiusa che di un fiume fa tanti canali, che si disperdono nella nebbia delle basse e scompaiono in un orizzonte di campi, ricordando la fatica del lavoro di un tempo, le miserie che quei canali hanno alleviato, il benessere che ha preso il posto del malessere e dei miasmi che la putredine del fiume in città recava.

Sono questi i paesaggi di cui mi sento complice. Non mi attraggono per la paura che infondono. Mi attraggono perché sono come me.

Un libro

Resta l’immagine di una pagina scritta al risveglio. Ripercorri a ritroso un cammino ben consapevole di trovarti in una singolare dimensione. Trovi un libro sul cuscino. Con quello hai congedato la giornata precedente e con quello battezzi la nuova. In mezzo un sogno, ricco di immagini confuse, che sembrano connesse con quelle pagine. Che cos’è quello che ho in mano? Mi piace pensare che sia più di quanto io possa credere, considerando quante ore della giornata i libri occupano. E allora qualche risposta arriva, pensando al sogno e cercando di dare disperatamente un ordine a quel caos di immagini che s’inseguono nella mente.

Un libro è la ricerca di quello che non hai mai trovato, la voglia di fare quello che non hai mai fatto, la voglia di essere quello che non sei mai stato. Lo cerchi tra le righe. Non lo trovi mai. Proprio per questo cerchi sempre. Proprio per questo leggi.

Un libro è un magma di parole che ti ribolle nell’anima, ti appassiona con immagini di fuoco, ti coinvolge con le catene di quelle parole di cui è pieno. Ogni tanto fa il botto e le fa uscire in mille rivoli. Tu cerchi di salvare qualcosa, ma resti costretto ad ammirare da lontano. Non sarai mai degno di catturare quel premio, anche se non mancherà mai chi ti dirà che lo meriteresti. Le parole sono fuoco. Il fuoco attrae, consuma e brucia. Di parole si vive. Di parole ci si consuma.

Un libro è qualcosa che, ti piaccia o no, resta. Un grande poema che tutti ammiriamo volle essere bruciato dal suo autore in punto di morte. Sapeva che quel libro sarebbe stato lui, la sua immagine. Si rendeva conto di quanto impegnativo fosse un tale lascito ai posteri. Non volle. Non si sentì all’altezza. Lui, che tutti avrebbero ritenuto il più grande, si sentì il più piccolo. Ecco: quello sarà sempre il libro perfetto. Quello che il suo autore non avrebbe mai ritenuto perfetto.

Un libro è un sogno, un luogo in cui si entra per curiosità, alla ricerca di quell’emozione che rende ricchi perché dapprima senza un apparente significato, poi, arrivato all’ultima pagina, forse ne avrà anche troppi e allora ti ritroverai al punto di partenza. È un sogno che ti insegna sempre qualcosa proprio perché non comprenderai la ragione per la quale ci sei entrato, un sogno che lascerà sempre il suggello del suo dubbio. In un sogno non si sa perché si entra. Di un sogno non si sa quale sia l’intendimento. Di un sogno non si sa quale sia la matrice. Morpheus a Nero dice di Matrix che “è il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità”. Nel mio sogno vorrei che il libro fosse esattamente il contrario di tutto questo. Ecco perché quelle parole entrano, ma poi trovano anche l’occasione di uscire. Non vorranno mai che esista uno schermo che ne nasconda il senso profondo. Vorranno essere la semplice espressione di uno spirito che vive in qualcosa di incompiuto e che soltanto lì impara quello che occorre per cercare di apparire il più compiuto possibile.

La recensione

“Come si scrive la recensione di un grande capolavoro, professore?”, chiese il più giovane dei due unici passeggeri, sfogliando un libro che teneva tra le mani in modo apparentemente distratto.

“Qual è il capolavoro?”, rispose il più anziano con le mani sul bastone.

La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker.”

“L’ho letto anch’io. Davvero un capolavoro.”

Il treno ripartì con quello sferragliare sinistro che i convogli delle metro riescono a produrre soltanto quando in serata sono ormai vuoti. O meglio tu senti più distintamente quel rumore che in altre circostanze forse non riusciresti ad avvertire.

“E dunque, professore?”

“Dunque è un capolavoro.”

“Perché? Che cosa fa di un libro un capolavoro secondo lei?”

“Le parole e i pensieri; come i pensieri diventano parole, come le parole esprimono i pensieri. Gli uni non esistono senza le altre. È un ciclo frenetico, un ridda che si svolge nella tua testa, che tu vorresti fermare, ma pochi ci riescono. Quelli che ce la fanno sono i bravi scrittori.”

“E allora mi dia uno stimolo. Se dovesse recensire quel libro da dove partirebbe?”

“Da Nola.”

“Non da Harry?”

“No. Partirei da Nola e dalla sua storia di frontiera, ma di una frontiera a cui tutti apparteniamo; si tratta di quella frontiera labile, impercettibile, sottilissima che separa l’amore dal dolore. Nola è un personaggio meraviglioso che emana una forza incredibile con la sua sofferenza che sfuma in una passione adolescenziale pura, ingenua, ma anche bisognosa di libertà. Nola vuole la libertà e la chiede all’impossibile, adorato Harry, che ha più del doppio dei suoi anni.”

Lo stridio dei freni, assordante nel silenzio della tarda serata, li interrompe. La porta della vettura si apre. Entra un giovane che attira la loro attenzione. Zoppica vistosamente trascinandosi una gamba. Il viso è parzialmente deformato da quel difetto che comunemente si chiama labbro leporino. L’uomo, probabilmente senza fissa dimora, passa accanto a loro barcollante, lasciando una forte scia di alcool. Si siede. Il più anziano, osservato il nuovo arrivato, dice allora rivolto al più giovane:

“Oppure partirei da Caleb, che un’aggressione da parte di una banda di violenti lascia sfigurato e costretto a vivere, lui ancora giovane, una vita ai margini, anche lui su una frontiera, costretto a patire, come scrive Dicker, un amore per procura, un amore per Nola, perché a lui l’amore sarà precluso per sempre.”

“Professore, oggi a lezione ha parlato della parola. Mi è rimasta impressa questa frase che ho annotato. Lei ha detto che la parola è un contenitore di significati opposti, è la più grande menzogna e la più grande verità allo stesso tempo. Mi chiedo adesso se stesse forse pensando a questo libro.”

“Può darsi. Del resto questo tuo pensiero è espresso con parole, che possono contenere sia verità sia menzogne.”

“Non mi prenda in giro.”

“Non ti sto prendendo in giro. È così.”

“Insomma, professore, come si potrebbe definire questo libro? Appartiene a un genere?”

“Che importanza ha? Tu avresti piacere se uno ti incasellasse in uno schema?”

“No, direi di noi. Cioè, sarei portato a dire di no.”

“Perché questa incertezza?”

“Perché forse qualche volta trovarsi parte di uno schema ci fa sentire tranquilli.”

“Chi si sente tranquillo non osa e chi non osa uscire dallo schema non sarà mai libero. Vola!”

“Sì, insomma, più o meno come la trama di questo libro, professore. È la trama di un thriller, con un finale pieno di colpi di scena architettati in modo magistrale. Ma non mi piace considerarlo un thriller. Sarebbe riduttivo.”

“È nell’essenza delle parole essere sempre riduttive. I libri sono come le parole. Quelli più belli sono quelli che non hanno mai una fine. E così le parole più belle sono quelle che non hanno mai un significato definito, incasellabile in uno schema. La parola è riduttiva per natura. E per questo è libera, perché ciò che è riduttivo potrà essere sempre perfezionato, integrato, limato, completato. E nessun perfezionamento condurrà alla perfezione, nessun completamento condurrà alla piena completezza.”

“Lo scrive Dicker in uno dei consigli di scrittura che Harry dà a Marcus, quando sostiene che il libro più bello è quello che non avrà mai una fine.”

“Sì, vero. E il personaggio di Marcus? Che posizione assume secondo te? Non mette forse in crisi ogni scolastico e convenzionale schema dei personaggi? Per questo ti invito a volare oltre le tabelle, oltre la rigidità delle barriere. Marcus Goldman è l’io narrante, ma non si può definire né un vero personaggio, né un testimone neutro, perché proprio il suo ingresso in scena sconvolge la presunta perfezione del piano che conduce alla morte di Nola. E poi la narrazione … Non è forse affascinante l’alternarsi di parti in prima persona con altre in forma di diario che s’immaginano desunte dal libro scritto da Marcus sul caso Harry Quebert? Non è forse magistrale il comportarsi della narrazione come la spola di un telaio che va continuamente avanti e indietro tra il 1975, anno della scomparsa di Nola e il 2008, quando il suo corpo viene ritrovato? Vedi? Adesso rifletti. Quanti stimoli ti ho dato per la tua recensione?”

“Direi che me l’ha praticamente scritta lei, professore. Sono quasi arrivato. Non la prossima, quella dopo è la mia. Vorrei farle un’ultima domanda, se permette.” 

“Ne hai facoltà.”

“Lei che cosa pensa, infine, del messaggio che questo libro potrebbe dare? Insomma, un recensore dovrebbe anche lasciare uno spiraglio aperto nella direzione, come dire?, di un certo fine. Chi legge si aspetta qualcosa, vuole arrivare a qualcosa.”

Il treno si fermò. Il giovane claudicante si avvicinò all’uscita. Salì una ragazza bionda, molto bella, che indossava un elegante vestito a fiori corto. Il giovane dal labbro leporino la squadrò. La ragazza lo vide, notò il viso deformato, notò l’andatura barcollante: avvertì un evidente imbarazzo. E con un maleducato spintone al giovane si recò a sedere, accavallando le gambe con un gesto così sensuale che il giovane si sentì ancora più offeso. L’anziano professore disse:

“Mi hai fatto una bella domanda. Mi sentirei di risponderti dicendo che quel romanzo è una sorta di inno all’impossibile dialogo tra la meraviglia della diversità e la banalità del normale. Tutti combattiamo invano perché vinca la prima. Ma la vita ci delude quasi sempre. Ecco, se vuoi, potresti scrivere questo nella tua recensione. A domani!”

Il giovane si alzò tenendo il libro in mano e, prima di scendere, disse: “A domani, professore! Ci vediamo in aula per la sua lezione. Non mancherò.” Uscendo, passò accanto all’altro giovane, quello probabilmente meno felice di lui, sicuramente meno fortunato. Gli si avvicinò attirando la sua attenzione e gli diede il libro dicendogli: “L’ho già letto. È molto bello. Sono sicuro che ti piacerà.”

“Grafie, è daffero molto ventile da parte fua. Accetto volentieri il fuo dono,” rispose il giovane esprimendosi in modo difficoltoso e con un marcato suono nasale, ma puntando su di lui due occhi di potente e rara vivacità.

Quell’eleganza inattesa, espressa con parole uscite da labbra così disarmoniche, quelle parole sonoramente distorte, eppure così dolci e raffinate nel pensiero che significavano, il tutto associato a quello sguardo così incredibilmente vivo, lasciarono nello studente il senso di colpa di essersi permesso di dargli del tu. La bella bionda, che aveva girato le spalle alla scena, prese in mano il cellulare e infilò l’auricolare nell’orecchio. Il giovane passeggero si sedette dietro di lei, sistemando faticosamente la gamba malconcia, e iniziò a leggere un libro che non avrebbe mai dimenticato. Apertasi la porta, lo studente scese. L’anziano professore osservò la scena, finché lo studente non scese dal treno. Infine, dal finestrino del convoglio che ripartiva, lo salutò con un pollice dritto in segno di approvazione e un eloquente sorriso. 

Il treno scompare con i suoi sinistri cigolii, con il suo carico di multiforme umanità: un anziano professore universitario che torna a casa dopo aver fatto lezione, una bella ragazza bionda incurante della sua solitudine in modo sprezzante, attratta nel suo mondo e con gli occhi calamitati da uno schermo, un giovane senza fissa dimora, disabile, contento di avere un libro da leggere. Fermo sulla banchina lo studente cerca di far vivere in parole quei pensieri. Il treno lascia l’illuminata stazione e scompare nel buio del tunnel. In quella galleria amore e dolore non riusciranno mai a cantare insieme un inno armonioso: ecco un possibile incipit per la recensione, pensa il giovane. È esattamente la stessa situazione che si verifica nella storia tra Harry e Nola nel libro di Dicker, entrambi portatori di un grande messaggio di amore e dolore, di menzogna e verità, di questa strana miscela di cariche dal potenziale opposto, grazie alla quale tutti noi possiamo procedere, senza necessariamente sapere dove, proprio come quel giovane che ora la sta leggendo. Non saperlo è bello in questi casi. Ma è bello anche giocare con parole che dicono insieme menzogne e verità, che con un unico suono possono cantare amore e lamentare dolore. È il bello della parola. Il giovane studente intento alla stesura della recensione non ricorda bene se Harry Quebert in uno dei suoi trentun consigli a Marcus Goldman lo abbia scritto. Ma tra sé e sé pensa che ci starebbe proprio bene.

Sogno

Qualcuno è convinto che scegliere ciò che è inconsueto sia segno di una sorta di superiore intelligenza, che l’andare controcorrente sia una necessaria manifestazione di coraggio, che optare per uno stile di vita originale sia meritorio di premio. Sarebbe semplicistico chiudere la questione sostenendo che si tratta di pure convenzioni. Talvolta queste affermazioni possono essere fondate. Ma non sempre è così vero. Chiudere gli occhi e lasciarsi infondere sentimenti e percezioni da una forza a te ignota aiuta spesso a capire il valore della sfumatura. Ebbene, quella forza ha agito e questa volta mi ha indotto a immaginare che la vita sia come quando voli come su un aliante. Hai bisogno innanzitutto di chi ti porta su, lo farà la tua famiglia, lo faranno gli amici, lo farà l’amore. Poi, una volta su, voli libero, senza motore, senza nessun altro ausilio che le forze che nella natura trovi, l’aria che ti pervade, il vento che ti mantiene sempre alto su tutto e su tutti, la luce che ti sfonda dentro dappertutto. E stai bene. Ma sopratutto lassù, nel dominio assoluto dell’unica forza che può pretendere di avere il controllo sul tuo corpo e sulla tua anima, quella natura a cui tu, in assoluta libertà, decidi di affidarti fiducioso, vivrai il piacere del silenzio e ne comprenderai il valore autentico. Senza quel silenzio, premio della tua libertà, non apprezzeresti mai il rumore becero e invidioso, acrimonioso e insidioso di chi resta sotto, servo di tutto e di tutti, e non potrà mai volare. La vita, volata così, è il viaggio più bello che si possa realizzare, comunque e ovunque, nonostante tutto. Da lassù ogni differenza sfuma, ogni errore di fabbrica risulta impercettibile, tutto quanto appare il prodotto di un sapiente disegno. Un disegno di chi ha potuto scegliere. E allora rifletti. E ti ricordi che non sempre nella vita puoi scegliere. È questo che ai più non va giù. Chi ha sempre avuto la pappa bell’e cotta e crede che tutto quello che ha, che possiede, che ha ottenuto, sia lì nelle sue mani, come qualcosa di dovuto o addirittura di scontato, raramente si rende conto di cosa significa conquistarselo. La solitudine, nel silenzio della libertà, aiuta allora a riconoscere anche questo. Stare sempre laggiù, nella presunta normalità, non lo consente, illude, travia, induce un’immagine fittizia della vita. La solitudine invece aiuta a creare sempre qualcosa, perché nella solitudine pensi, correggi, emendi, consegni; aiuta ad apprezzare anche un errore di fabbrica per quello che è: non l’hai scelto tu e quello che hai tu vale il doppio, proprio perché tu hai avuto quegli strumenti idonei per valorizzarlo e per capire la bellezza di tutto quello che per i più è scontato e addirittura spesso dozzinale.

E allora il sogno fa il suo mestiere. Costringe nel caos la memoria. Inizia il suo andirivieni nel tempo e ti riporta a un colloquio con un amico che, in un mio periodo di malattia, mi aveva detto di percepire una specie di ansia da solitudine nelle mie parole. Lo dovetti correggere immediatamente. Perché ansia? Da che punto di vista osservava la solitudine? Dal basso o dall’alto? Dal caos e dal disordine terrestre o da questa meraviglia di armonia che il silenzio del cielo comunica? Lui mi disse che il dolore ha il potere di togliere ogni dignità alla persona e che questo produce effetti collaterali. Aggiunsi: anche la fiducia e la credibilità vengono tolte, perché chi non vive la quotidiana guerra non lo può mai capire. Avvertii allora la necessità di correggere il tiro e di dare alcune spiegazioni. Dissi che in questi casi sarebbe sempre meglio tacere e lasciare che gli altri pensino quello che sono liberi di pensare; meglio tacere e non lasciarsi prendere dalla tentazione di pensare come quella persona, che non ha fatto il minimo sforzo per comprendere, possa reagire in queste condizioni; meglio tacere sempre, nella consapevolezza che, appena avverti il bisogno di condividere il dolore, l’altro ne sta già cercando uno suo e pensa a se stesso e non a te; meglio tacere e, appena possibile, fare una gran risata esorcistica. Ma solo per te stesso. Gli altri, lascia perdere. A meno che? Sì, ci può essere un’eccezione. Nel caso che anche l’altro soffra, allora tutto potrebbe cambiare. Due sofferenze possono annullarsi in un amore? Assolutamente sì. Come in matematica: meno per meno dà più. Ma è un caso molto raro.
L’amico mi rinfacciò che avevo poca fiducia nell’altruismo. Anche quello era vero, ma solo in parte: l’egoismo è il peggiore dei mali, senza dubbio, perché tutti in un modo o nell’altro siamo egoisti; ma l’altruismo è facile da imparare e riconoscere agli altri sono in teoria; una cosa è imparare l’altruismo, altra essere altruista; ce ne corre, come sempre del resto tra il dire e il fare. Nel capolavoro di Joël Dicker La verità sul caso Harry Quebert, in uno di quei dialoghi sulla scrittura dal tono quasi filosofico tra Markus ed Harry che costituiscono quasi una sorta di intermezzo tra un capitolo l’altro, il secondo sostiene che una cosa è imparare la scrittura, un’altra essere scrittori. Insomma, la verità viene dalla realizzazione dell’opera finale, la risposta alla tenacia dell’allenamento settimanale viene dal campo nella partita della domenica.

Gli dissi allora che la solitudine è una condizione a cui ci si deve abituare, perché prima o poi capita a tutti. L’anziano vive solo, perché spesso perde gli affetti, anche dei suoi stessi familiari. Il disabile spesso vive solo, vuoi perché le strutture esterne lo costringono a dipendere dagli altri e a sentirsi protetto soltanto tra le mura di casa, vuoi semplicemente perché la società in cui viviamo trova più comodo compatirlo che aiutarlo. Il marito separato spesso vive solo, perché per l’uomo stringere relazioni è più difficile che avere conoscenze superficiali, mentre per la donna pare sia più facile. Il timido può trovarsi solo non perché meno coraggioso di altri, ma proprio perché lui, meglio di altri, sa quanta paura provochi una relazione avviata in modo improvvido e quanta delusione derivi da un’illusione lasciata alla deriva come la nave il cui timoniere si è addormentato o si è lasciato sedurre dalle sirene del momento. Tante persone che confidano troppo nella profondità dei sentimenti vivono sole, perché per loro la vita è una cosa fin troppo seria, quasi una pretesa. Ma vista da una prospettiva atipica come questa, dal vetro di un velivolo senza motore, dominato completamente dalla bellezza della natura, fiducioso totalmente nelle forze di quella, la solitudine, di cui l’amico mi avvertiva di essere preda, appare invece un prisma dalle tante sfaccettature, assai più complesso e per questo più intrigante da studiare. Gli dissi che la solitudine è come una montagna dolomitica, che per i più è bella solo se ammirata dalla parte fotografata da tutti, quando invece avrebbe mille altri scorci da indagare, quelli che soltanto i suoi veri intenditori conoscono e sanno rispettare; che la solitudine è un paesaggio malinconico nell’immaginario comune, può anche diventare un ricettacolo di rifiuti se la vivi male, può consentirti di vedere la vita da un’angolazione inconsueta e riservarti il godimento di una bellezza che mai avresti immaginato prima. Non esiste una definizione universalmente condivisibile. Quassù lo comprendi molto bene. Nel sogno tutto ha il potere di sembrare sempre chiarissimo. Gli dissi anche che la parola viene da un vocabolo latino che significa semplicemente luogo disabitato, e basta: tutti possono aggiungere quello che preferiscono, tutti la possono intendere come vogliono, tutti la possono fare propria come preferiscono. Oggi aggiungerei a quella riflessione di allora che la sua vastità è la sua bellezza.

Al risveglio dal sogno, ti resta questa riflessione, e non è poco: il viaggio della vita, senza la libertà di quel silenzio di cui ti sei inebriato lassù, nell’incanto della solitudine desiderata e meritata, e da cui non ti saresti mai voluto destare, è come un treno senza un luogo d’arrivo, una strada imboccata senza una meta, una passione attraversata senza amore, un’avventura che s’impaluda nelle melme dell’effimero. Senza il sogno quel viaggio non sarebbe possibile. Solo il sogno lo rende reale. Solo il sogno ti dà il premio.

È il silenzio nella libertà, su un aliante fiducioso delle forze che lo sostengono e lo governano. È il silenzio della libertà, la cui fiducia è tutta quanta in quella natura e in quella forza che ti ha plasmato.

In viaggio con il trapano

Se certa letteratura, spesso di moda, viene definita distopica, Hotel Silence di Auđur Ava Ólafsdóttir (Einaudi, Torino 2018, ed. or. del 2016), che quando uscì ebbe un grande successo, lo definirei atopico. Tra le tante definizioni che i recensori hanno dato la più diffusa è sicuramente quella di romanzo poetico, soprattutto per lo stile originale della scrittura. Ma la definizione di atopico forse rende ragione degli spazi narrativi in modo più rispettoso della finalità della scrittura.

Jonás, abile a lavorare con le mani e a riparare tutto, parte per mettere fine a una sua prima vita, dopo aver saputo che l’unica persona rimastagli, la figlia, non era in realtà figlia sua, e ne ricomincia un’altra nel luogo più improbabile che un islandese possa immaginare, un luogo altro in tutti i sensi, un paese su un mare placido, diversamente dal grande oceano a lui noto, un paese in uno stato appena uscito da una guerra civile, diversamente dal suo che non conosce guerre da quasi un millennio, un paese dove il dolore è tutto nei corpi devastati e mutilati dalle mine, diversamente dal suo dove ci si suicida per la noia. Ci arriva senza bagagli, solo con un trapano e un gancio da attaccare al posto del lampadario per appenderci se stesso. Ma quel trapano servirà ad altro, inaspettatamente: servirà a ridare una fiducia a persone che l’avevano smarrita. La ditta di riparazioni Gambe d’acciaio srl, che aveva lasciato alla figlia partendo dalla sua terra, riprende anima per fare le protesi delle vittime delle mine lasciate dalla guerra in quello d’elezione. Il libro risulta alla fine un canto alla gioia di vivere messo sulle labbra di una persona paradossalmente intenzionata a morire: questo è di certo il punto di forza che ne ha decretato il successo. Jonás è una meravigliosa metafora della possibilità di rinascere, quando tutto apparentemente ti è crollato addosso, quando ti rendi conto di quali e quanti siano i veri dolori dell’umanità, arrecati da una guerra. Jonás dà un calcio a un mondo dove tutto è sano e pulito, tutto è ordinato e preciso, per ritrovare se stesso in un altro devastato dalla guerra, dal disordine, dalla quotidiana precarietà, dalla necessità di arrangiarsi. Questo è Hotel Silence.

Il farmaco dell’ironia

Leggere questo libro di Matteo Bussola, La vita fino a te (Einaudi, Torino 2018) è come prendere una macchina fotografica o un cellulare e scattare tante istantanee della propria vita, poi lasciarle lì e affidarsi al potere della memoria, senza pretendere che sia perfetto nell’ordine in cui un giorno le recupererà per farne oggetto di una narrazione. Libro divertente, senza dubbio alcuno. Libro che, se l’obiettivo che si prefigge è quello di divertire, lo raggiunge sicuramente. Non sottovalutiamo mai questo aspetto: se chi scrive lo fa anche per divertirsi, non necessariamente divertire se stessi significa divertire anche altri. Ma è anche un bel libro perché guidato costantemente da un disincanto ironico, che è tipico di chi se lo può permettere, che il lettore di oggi vorrebbe sempre ma non può sempre trovare. Quante volte, tra appassionati di lettura e anche di scrittura, mi sento dire “adoro tantissimo l’ironia nella narrativa”, oppure “il prossimo libro che scriverò lo scriverò con ironia”, oppure ancora “scriverò un libro comico, ma nella sostanza ironico”. Sono frasi che ho sentito recentemente sulle labbra di amici e conoscenti. Ma non tutti ci riusciranno. Il consiglio che mi permetto di dare circa l’uso dell’ironia è quello, banale quanto volete, di leggerla tanto quando viene praticata da chi sa fare a servirsene e Matteo Bussola, per esempio, è uno che ci sa fare, sicuramente aiutato anche dal fatto di essere un fumettista, oltre che dalla sua esperienza di vita, che non mi interessa conoscere, né tanto meno giudicare. Il recensore, spesso lo dimentichiamo, esercita la sua critica sul libro e non su chi lo scrive. Eppure, questa volta occorre una riflessione personale e avverto la necessità di uscire dai canoni e dalle convenzioni della recensione, perché a me è stato richiesto di usare l’ironia più spesso. Alcuni mi dicono che avrei la propensione a usarla. Ma per me è come una medicina: un medico ti consiglia un dosaggio, un secondo te ne consiglia un altro, ma tu, che ti conosci da una vita e che magari quel farmaco o uno simile lo usi da tempo, hai una tua idea che non va d’accordo né con il primo, né con il secondo consiglio. E allora? Non so dare una risposta, se non quella di indicare una via da percorrere ma con lo stesso rischio di quando ci si affida a un navigatore e poi si finisce tra le pannocchie in mezzo a un campo di mais: l’ironia usatela quando la sentite venire fuori da dentro; non usatela se ve la consiglia un altro; se la sentite venir fuori, lasciatela andare, perché non ha bisogno di freni: è già lei un freno al comico; l’ironia è già di per sé una specie di cucchiaino dosatore che, se usato bene, vi eviterà di commettere errori. Non usatela in nessun altro momento. Solo quando la sentite. E se volete un consiglio vero, leggete questo libro.

Biglietti di viaggio

Tre ragazzi diversi, Clo, Filippo Maria e Giorgio sono i protagonisti di questo libro di Enrico Galiano Tutta la vita che vuoi (Garzanti, Milano 2018). Tre vite con diverse peripezie. Tre vite che hanno tutte bisogno di quel botto salutare che le faccia esplodere. Tre vite che hanno un retroterra di sofferenze diverse: una famiglia mai avuta, una famiglia troppo famiglia che vive fuori, una famiglia troppo importante che vive in pieno centro. Tre ragazzi che hanno tutti un problema vero e che insieme, mescolando le loro differenze e i loro tic, troveranno il modo di partire finalmente per quel grande viaggio che è la maturità e affrontare tutte le sue incognite. Insomma, un metodo veramente originale per offrire un’interpretazione del genere del romanzo di formazione, se proprio vogliamo ricorrere a definizioni convenzionali. Il modo in cui i tre ragazzi sono caratterizzati non può non colpire sin dalle prime pagine il lettore, soprattutto per la capacità di entrare nella particolare condizione di differenza che ciascuno di loro vive: la balbuzie di uno che arriva tardi al funerale del fratello e non sa cosa fare se non rubare una macchina, le umiliazioni scolastiche di un altro che un insegnante di fisica maltratta e lo costringe a fare il botto in classe, il destino di Clo costretta a vita raminga e che affida se stessa a una scatola di bigliettini che scrive in continuazione e che scandiscono la narrazione del libro. In quei bigliettini di Clo ci sarà la soluzione. Solo insieme potranno trovarla, mescolando le proprie differenze e facendone un monumento. Sullo sfondo una città di provincia con i suoi riti immutabili, i suoi personaggi ricorrenti e rispettati come tali, perché servono così come sono. In primo piano tre ragazzi che danno una risposta forte ai propri sentimenti e al bisogno di affrontare in autonomia il proprio rito di passaggio, quella risposta che tutti ancora vorremmo dare e che, se ci riusciamo, non ci farà mai pentire.

Blog su WordPress.com.

Su ↑