La forza delle radici

Sradicarsi. Che brutta cosa!

La storia di Lorenzo detto Meraviglia è la vicenda di un ragazzo costretto a sradicarsi dall’ambiente che amava, dalla sua montagna, dal suo Cadore, dal paese di Tai, per andare a vivere in una città, nemmeno una metropoli, certamente, trattandosi di Conegliano, ma che tale a lui sembrava. L’insuccesso scolastico e la descrizione di una gioventù di amici alla continua ricerca di una felicità tra eccessi e desideri inappagati è impietosa. La difficoltà nel rapportarsi con un contesto familiare che sente avulso alla sua crescita, il richiamo sempre più forte della montagna e del paesaggio che lo ha plasmato, la scoperta della lettura e poi della scrittura, tutto questo si intreccia con le figure femminili, soprattutto quella di Lavinia, forse vero protagonista di questa narrazione, una figura che è il vero “motore” del libro. La storia di Lavinia, letterariamente bella nel suo realistico squallore, è tratteggiata in modo quasi crudo, nel momento in cui si viene a delineare pagina dopo pagina la fragilità di questa ragazza e la sua irreversibile caduta nel dramma. Il bel finale riporta al tema delle radici, alla necessità di non perdere mai il rapporto con quello da cui parte il cammino della nostra vita, non sempre necessariamente un luogo. Meraviglia, romanzo di Francesco Vidotto, è stata una scoperta. Una scoperta veramente piacevole, proprio per come induce a riflettere sul tema delle radici e su come la scuola, qui condannata senz’appello nella figura della burbera professoressa di italiano che tempestava di quattro il giovane Lorenzo, ben pochi sforzi faccia spesso per capire cosa ci sia dietro un profitto negativo, un insuccesso, in questo caso, nel caso di “Meraviglia”, dettato proprio dall’essere costretti a vivere lontano dalle proprie radici.

L’affetto

Si può dialogare con il Tempo? Da tempo mi chiedo come sia possibile dialogare con il Tempo, dal momento che il personaggio di un mio romanzo ha questa particolare caratteristica di trascorrere momenti di riflessione in costante dialogo appunto con il Tempo, un dialogo ricco di ambigue complessità, come è giusto che sia. La riflessione mi ha riportato alle tante pagine che Sant’Agostino ha dedicato al tema, in cui sostanzialmente si arriva sempre ad una negazione del tempo; l’impressione che a me ne deriva è questa: è come se la memoria del passato proiettasse icone indefinibili in un futuro che sarà compito di chi avrà l’onore di raccoglierne l’eredità decifrare e interpretare. Eppure … Eppure qualcosa mi sfugge. La convinzione che un presente vivo e vegeto, condizionante e operante nella contingenza ci sia, nessuno me la riuscirà a togliere. Ed eccoci al punto: se qualcuno dichiara di aver trovato un amore perché ha saputo cogliere l’attimo, significa che quell’attimo esiste, è esistito, è stato attivo nella sua mente, nello spirito, nella materialità della sua quotidianità. Quell’attimo, quel punto, quell’impalpabile espressione del presente è un sogno? oppure un’emozione? oppure un sentimento? Che cos’è? Ma non è bellissimo cercare di porsi queste domande sulle cose più belle della vita! Andiamo avanti allora!

La riflessione particolare che vorrei fare è sull’affetto, sul sentimento. Due parole che troppo spesso consideriamo sinonimi. Permettetemi di salire per un attimo in cattedra e spiegarvi. Se lo chiamiamo “sentimento”, dal latino sentio, il verbo della percezione più generica, facciamo riferimento al mondo di sensazioni, emozioni, percezioni, sogni, desideri, ispirazioni e aspirazioni che rimandano ad una sfera affatto individuale. Se lo chiamiamo invece “affetto”, da affectus, un sostantivo appartenente allo stesso campo semantico di afficio, “faccio qualcosa a qualcuno”, “colpisco qualcuno con qualcosa” (p. es. un provvedimento giuridico), i protagonisti diventano due, uno che manda e uno che riceve, uno che fa e uno che subisce, e da questa interazione può nascere una partecipazione. Chiamiamolo perciò affetto e non sentimento questo attimo vitale che può essere così importante nel bene, come nell’esempio appena fatto, ma potrebbe anche esserlo nel male.

Oggi ho vissuto un’esperienza di affetto, perché ho colpito, ho subito, ho partecipato ad una relazione di scambi di osservazioni, che ha coinvolto la memoria, la relazionalità interpersonale, le emozioni, le commozioni. E anche qui è emersa una profonda differenza, nel riflettere durante il dialogo, tra essere emozionato ed essere commosso. Quanta confusione facciamo! Ho cercato, come è mio solito, di usare le parole secondo la loro storia, non sul fondamento di quello che sembra facciano capire in base alla eco che hanno in quello o in quell’altro spirito. Ebbene, essere emozionati è ben diverso da essere commossi. Emozione viene da emoveo, “porto lontano”, “porto fuori”, “trascino via con la forza”; non evoca immagini così rasserenanti la condizione dell’emozionato, se mi tocca immaginarlo trascinato lontano con la forza, magari – e non è difficile immaginare che sia così – proprio là dove non desidera proprio essere portato.

Ma quanto è bello invece essere commosso, che viene da commoveo, “mi agito insieme”, “mi lascio portare dentro me stesso insieme agli altri”! L’emozionato si sente lontano, si sente agitato e sconnesso dalla realtà, perché il suo corpo è dilacerato rispetto al suo spirito, che vaga altrove, trascinato chissà dove, contro la sua volontà; l’emozionato vive una situazione innaturale, l’emozionato è solo anche in mezzo a cento persone, perché con esse non può avere empatia, in quanto il suo spirito è come se gli fosse stato rapinato. Soffre in un mare di imperturbabilità. Il commosso partecipa di una dimensione comunitaria e non ha spesso bisogno di dare spiegazione sul suo mondo di affetti; la sua persona, il suo sguardo, i suoi occhi, la sua autenticità espressiva necessita di poche parole, gode di fiducia e sa di poter contare sull’ascolto. Mi sento emozionato, se non mi sento all’altezza di un compito e mi è richiesta una prova superiore alle mie potenzialità, che mi lascerà l’amaro in bocca di un’Incompiuta. Mi sento commosso, quando so di aver raggiunto il traguardo con la fiducia di chi ha saputo interpretare l’affetto, con spirito di lealtà e pratica dell’arte dell’ascolto. L’emozionato ha prova di sentimenti, non di affetti. Il commosso ha lavorato insieme agli altri sui sentimenti, sulle e-mozioni, per farne affetti, com-mozioni.

Quando si torna a casa da esperienze come queste, si torna a casa sempre più ricchi e si può ringraziare questa natura che offre campi di esperienza sempre diversi, sempre più intriganti, sempre più educativi.

Quel dialogo sul Tempo ha prodotto una serie di commosse riflessioni e su quelle riflessioni, frutto di affetti, ora si può lavorare in due.

Julia

Un tavolino con una candela accesa in un clima natalizio degno di uno spot pubblicitario. Siamo tutti e due reduci da una lunga sgambata sulla pista di fondovalle della val Casies, su cui, dopo che era stata preparata artificialmente, finalmente era arrivato l’agognato aiuto dal cielo con tre giorni di neve vera. Il clima era quello tipico delle corte giornate delle vacanze natalizie in montagna, in cui tante ore si passano davanti a un prosecco, una cioccolata calda, una grappa. Gli sciatori affluiscono dopo la chiusura delle piste al precoce imbrunire di fine dicembre. Una vetrata sui prati bianchi, che una debole e fioca falce di luna calante fa riflettere appena, rappresenta il diaframma tra il mondo del benessere e del turismo vacanziero e quello della natura e del suo meraviglioso ordine. In mezzo a questi prati, lontano dal fango che cola dalle tute, dagli sci e dagli scarponi, lontano dal ronzio degli impianti ora fermi, lontano dallo sgraziato e disarmonico sottofondo dei cannoni che sparano neve finta, lontano dai motori dei gatti, che con lampade potenti squarciano il buio e battono le piste per la giornata successiva, lontano da questa disarmonia voluta dal lucro, dettata dalla legge del mercato, resa d’obbligo dal calendario in una regione che di turismo vive, laggiù in fondo, lontano solo nello spazio, ma non nello spirito, un laghetto ghiacciato appena illuminato, attirava l’attenzione dei pochi attenti ad ascoltare quel richiamo.

Si vedeva dalla vetrata del pub, dove alla chiusura degli impianti tanti si fermano, sfruttando l’adiacente distributore. Lei mi invita con un tacito gesto della mano a concentrarmi con lo sguardo fuori della vetrata, fuori da quell’orgia di benessere, fuori da quel caos portato da esigenze, di cui non sono mai riuscito a sentirmi partecipe, in direzione di quello specchio di ghiaccio. Qualcosa mi avrebbe subito reso parte di ben altro, di un’esperienza di quelle che si incidono profonde nel robusto granito del Tempo, che giustamente sa scegliere cosa conservare e ammette solo ciò che la sua severa giuria approva. Un’esperienza che ora si tenterà di trasferire dall’anima alla pagina.

Sul laghetto pattina, sola, una ragazza con un body bianco, la cui grazia attira soprattutto noi che abbiamo avuto il tavolo vicino alla vetrata del pub. E quella ragazza quasi diafana, quasi sospesa e fluttuante su quella superficie lucida si trasforma nell’immagine più autentica della Bellezza, come sa esprimersi nelle forme più naturali della sua grazia. Le tracce che i suoi pattini disegnano sul ghiaccio disegnano altre figure nello spirito, che rimandano indietro il tempo. Lo spirito si anima. L’anima, catturata da quella visione, s’infonde di quel vigore, che sa essere proprio di una vita vera, vissuta per la passione, per l’amore; il sentire che s’infonde nell’anima è quello di un calore che riesce a conferire a quel paesaggio freddo una nota che pochi, forse, sanno cogliere e apprezzare. È la nota, il marchio, il sigillo prezioso e inconfondibile della Differenza.

La luce scende, la temperatura precipita. Il termometro del distributore adiacente al pub segna già -12. Usciamo. Lei è attratta da quella ragazza e da quella naturale grazia. Ha pattinato anche lei poco prima, in una pista di pattinaggio, lo stadio di hockey del vicino paese. Insieme io e lei abbiamo visto turisti alle prime armi, qualche locale più esperto, qualche turista più esibizionista, tante cadute, tanta gente sgraziata e pericolosa per se stessa e per gli altri. Che contrasto! Quella figura eterea in bianco, quell’evento inatteso è uno spettacolo della natura, che ci riscalda nel sereno gelido imbrunire di fine dicembre. Ci abbracciamo nell’ammirare l’incanto della visione in quel candore naturale, un contesto che assume subito tutti i connotati del fiabesco. La ragazza volteggia veloce nello specchio di ghiaccio, per ora illuminato solo dalla sua bianca figura, nella vallata buia. I suoi movimenti, perfetti nella loro grazia naturale, è come se trovassero in quel contesto l’occasione ideale per la loro realizzazione, in un’armonia che dà vita a un’esperienza totalizzante per chi assiste e non può non esserne interiormente partecipe: un coinvolgimento che sconvolge e pone serie domande su quale sia l’autentica armonia tra uomo e natura.

Sergej, il cameriere russo che da anni lavora in quel pub di confine, dove l’italiano e il tedesco si mescolavano un tempo a dialetti veneti e ladini, ma ora anche alle tante lingue dell’est europeo dei lavoratori stagionali che vengono su dalle città o da oltre confine, Sergej, che conosciamo bene e che tutti gli anni ci saluta gioviale nel rivederci, lascia per un attimo il lavoro, ci vede incuranti del freddo gelido di quella serata serena e viene da noi: mi piace immaginare che ci considerasse russi come lui, temprati come lui. Si avvicina a noi due. Si mette in silenzio, estasiato nel guardare anche lui la ragazza che volteggia sui pattini con una grazia angelica sullo specchio di ghiaccio. Va alla cabina elettrica. Alza un interruttore. Si accende il lampione che illumina la parte del parco con il laghetto, in cui pattina la ragazza. Si illumina uno spettacolo che non si sa se sia più arte umana in atto o natura in movimento. Non si capisce se quella grazia sia il risultato di un esercizio praticato in pista con robusta tenacia o se non sia piuttosto il naturale esito della perfetta osmosi con quel paesaggio, in quel contesto di cui lei è solo apparentemente virtuosistica protagonista. Più la si osserva, più la si ammira, più si viene catturati e sconvolti da tanta naturalezza nei movimenti, più ci si convince – e questo è il punto più importante – che diversamente non può essere.

Quella figura bianca … Bianca come tutto il resto intorno a lei. Bianca come la semplicità di un’anima che si apre alla vita, alla natura, al paesaggio che di lei vive. Bianca come quel paesaggio che lei desidera come conoscere e trasfondere dentro di sé con i suoi volteggi. Bianca come la semplicità di lei che anela a far parte attiva di quell’esperienza straordinaria, che per tutti noi si chiama paesaggio. Bianca come quell’incontro meraviglioso tra uomo e natura. Bianca come chi sa di essere elemento imprescindibile e armonicamente integrato in quel paesaggio, un paesaggio che lei in quel momento sa animare di Armonia e che non violenta, come altri, con gatti delle nevi, impianti e cannoni. Bianca come tutto intorno a lei, come l’ambiente freddo cui infonde calore, un paesaggio che lei riesce mirabilmente a interpretare con le armi più belle che la natura le ha dato, quelle del suo corpo: una candida icona di Armonia, di Grazia, che ha l’ammaliante potere di incantarci, di affascinarci. Quella candida figura di perfezione ci manda un messaggio ineffabile allo spirito. Ci guardiamo, ci abbracciamo, ci uniamo in un bacio, che suggella la consapevolezza di essere entrambi memori di averlo simultaneamente recepito e assimilato.

Sergej resta accanto a noi. Lei si stringe nuovamente a me. La abbraccio ancora forte. Sergej comprende la particolarità del momento, interpreta l’intensità dell’esperienza in atto e torna dentro: dopo un po’ dalle casse esterne del parco, di cui il laghetto è parte, esce la musica delle Danze polovesiane dal Principe Igor di Alexandr Borodin. E l’atmosfera si fa magica, perché la musica ha di questi poteri.

“Julia è venuta in Italia otto giorni fa. Vuole festeggiare il Natale russo con me. 7 gennaio.”

“È la tua ragazza? È molto brava Julia. Siine fiero, Sergej”, gli dico.

“Julia è mia sorella. Siamo cresciuti nello stesso orfanotrofio. Tutti e due abbiamo pattinato sin da piccoli. Poi ho deciso di venire a lavorare qua due anni fa e le nostre vite si sono separate. Ho allenato io per anni Julia e l’avevo fatta arrivare anche in alto. Adesso non posso più restare qui con voi. Scusatemi, devo tornare a lavorare.” La sala del punto di ristoro doposci, il più amato e frequentato di quella piccola remota vallata, non molto nota al turismo di massa, si era infatti riempita e richiedeva a chi lavorava al bar e ai tavoli ritmi di lavoro superiori alla media. Non c’era tempo da perdere.

Julia era più giovane di Sergej che aveva circa 19 anni. Ne avrà avuti al massimo 16. Il vortice della musica da ballo popolare russa di Borodin era entrato nel sangue della ragazza. Si vedeva. Si percepiva. Non si stancava mai di roteare con una dolcezza tale che lei, stretta al mio fianco, disse: “Credevo che solo nelle favole o nei film esistessero cose del genere. Quella ragazza sembra che sia nata con i pattini ai piedi. Voglio conoscerla. Andiamo da lei.”

Lasciammo che il brano musicale finisse e poi, io e lei, andammo tutti e due giù al laghetto ghiacciato. Julia si stava togliendo i pattini, di cui accuratamente protesse le lame, prima di rimetterli nella borsa. Era una ragazza dalla corporatura perfetta, una chioma bionda raccolta in una lunga coda di cavallo contornava un viso dai lineamenti tipicamente russi, con occhi lunghi e stretti, quasi a mandorla e un sorriso sincero. Aveva solo il body da gara, ma non sembrava aver freddo. Tempra russa, tempra diversa: straordinario esempio di adeguamento al miracolo della Differenza che il corpo umano sa realizzare, che ci insegnerebbe anche a capire, ma che noi il più delle volte rifiutiamo di ascoltare.

“Ciao, Julia! Complimenti! Sei veramente molto brava,” le dissi.

“Ci hai saputo davvero commuovere e incantare,” le disse lei.

Julia conosceva poche parole di italiano, ma sapeva qualcosa di inglese e allora lei, che parlava abbastanza bene inglese, diversamente da me che non ho mai particolarmente amato quella lingua, le chiese: “Tuo fratello ci ha detto che ti ha allenato lui.”

Julia, che era sudata, si mise il piumino per coprirsi dal freddo. “Vieni a bere qualcosa di caldo con noi.” Sergej, visto che la sorella aveva finito di pattinare, le disse ad alta voce da lontano qualcosa in russo, spense il lampione e la musica. Julia gli rispose qualcosa in russo: il lampione sul laghetto si spense e quello spicchio di valle perse il fascino, a cui la figura di Julia non poco aveva contribuito. Ma la musica che proveniva dalle casse fu riaccesa sulle note di una radio locale, che diffondeva però ritmi più popolari e montanari, alternati a canzoni natalizie.

Julia ci seguì al tavolo su cui Sergej aveva portato le cioccolate da noi richieste; ne facemmo aggiungere una per Julia, che la gradì e ringraziò. Lei iniziò a porle domande sulla sua vita, su di lei; la ragazza diede risposte sempre fredde, di una freddezza che tradiva disprezzo per quel passato. Apprendere dalla viva voce di una protagonista quanto si legge, il più delle volte distrattamente, attira e coinvolge, ma induce sempre a riflettere. Julia ci ricorda come la quantità di bambini abbandonati negli orfanotrofi in Russia cresca a dismisura, perché il sussidio di stato alle famiglie dura solo tre anni e dopo il terzo anno le famiglie non sono più in grado di mantenere figli, che vengono abbandonati. In orfanotrofio si impara a fare la sarta, la calzolaia, la donna delle pulizie, ma in orfanotrofio si può anche leggere molto, perché in Russia non arriva internet in tutte le case; pochi fortunati hanno tempo per fare i selfie sui social e questo solo nelle città, non nelle sterminate realtà dei piccoli centri della campagna contadina, dove si vive di poco, ma si sopravvive. “L’arte è tanto per noi, per me e per Julia; l’arte è il grande sfogo di un popolo abituato a soffrire”, interviene Sergej, che per un attimo si siede al nostro tavolo.

Il mio sguardo torna al laghetto ora buio e come diventato improvvisamente gelido, abbandonato dal quel piccolo miracolo di arte e di natura, di cui prima era stato un naturale palcoscenico. Julia lo aveva riscaldato di armonia, di fascino, di fiaba.

“Quando hai iniziato a pattinare, Julia?”, le chiese lei.

“A tre anni.”

“Ci credo …”, fu il mio commento. “E tu?”, chiesi a Sergej. “Anch’io a tre anni. Julia ne ha 16, io 20.” Ero rimasto fermo a 19. Evidentemente li aveva compiuti da poco. “Abbiamo iniziato a pattinare presto. Accanto all’orfanotrofio c’era una pista ghiacciata per tanti mesi dell’anno. Quando ho visto che Julia era appassionata e veramente dotata per il pattinaggio, ho deciso di portarmela in pista e poi sono diventato il suo allenatore. Abbiamo gareggiato e partecipato a competizioni locali. Ma solo chi aveva soldi per permettersi trasferte, per partecipare alle gare in Canada, negli Stati Uniti, andava avanti. Negli orfanotrofi dove vivono milioni di bambini gli sponsor non arrivano. E allora sono venuto qua a lavorare. Sperando di trovare i soldi per far andare avanti Julia nella sua passione. Ha già 16 anni, e sono già tanti in questo sport. È brava. In Russia tutti la ammirano. Voglio che Julia si trasferisca qua e che qualcuno la alleni.”

“Tu la devi allenare!”

“Lo faccio. Tutte le ore libere dal lavoro le passiamo sui pattini. Ma non basta. Bisogna entrare nel giro. Qua si sta bene, si guadagna bene, ma sono vallate chiuse. Siamo lavoratori stagionali per loro. Serviamo come sguatteri, per questo ci pagano, non per pattinare. Non è come da noi. Da noi l’arte è sopra tutto.”

Dopo la breve pausa, Sergej mi puntò le palle degli occhi nelle mie palle degli occhi: “Qua si guadagna e qualcuno fa tanti affari con la neve per cui noi da noi si soffre e si muore; ma qua, per il denaro, l’arte l’avete uccisa. Come la natura”. Tacemmo. La prima stoccata era già stata micidiale. Questa seconda fu il colpo di grazia. “Da noi l’arte è sopra tutto,” avete detto Sergej. “Per il denaro l’arte l’avete uccisa,” aveva ribadito, girando il coltello nella piaga.

Abbassammo gli occhi tutti e due su quelle parole. Sergej tornò al lavoro. Lei mise una mano su quella di Julia e le disse: “Tanti di noi hanno combattuto battaglie che tu non puoi immaginare e qualche volta, combattendo, si può anche vincere. Anche tu ne hai combattute. Julia, non demordere.” Julia ringraziò della cioccolata e andò a cambiarsi.

Tra la folla di sciatori che entrava e usciva in quell’iride di colori artificiali delle tute da sci ci alzammo per uscire anche noi. All’arte e allo spettacolo di armonia nella natura si sostituì quello della cassa, della puzza di sudore dei corpi spesso sovrappeso di chi ha faticato non per lavoro, ma per divertimento: una stonatura per lo spirito che ha appena avuto ben altra lezione. E quando ebbi pagato alla cassa, lei mi prese dolcemente il braccio, attrasse la mia attenzione verso il corridoio di servizio e mi disse: “Guarda!”

Julia aveva indossato una grossolana tuta da ginnastica sdrucita, aveva preso il materiale e stava andando a ripulire i bagni del pub lordati dalla neve sciolta colata dagli scarponi degli sciatori reduci dalle piste, mettendo la sua naturale e artistica, armoniosa e ineffabile esperienza di perfezione al servizio di un altro modo di intendere la vita, che quell’armonia non sa né ascoltare, né rispettare.

Ritorno

C’è un valico sull’appennino forlivese, in cima al quale si sviluppa un pianoro esposto, senza alberi. Uscendo dalla strada asfaltata, si possono trovare dei massi sparsi. Ad uno di quelli sono da anni affezionato: ha la forma di un divano naturale. Più volte anni fa, quando macinavo migliaia di chilometri sui pedali, ci sono salito in bici prima con un libro, poi con il Kindle nello zainetto; e poi su quel masso, lontano dal rumore della strada, mi sono seduto più volte a leggere. A leggere e ad ascoltare l’anima. Una volta mi sono anche addormentato e mi svegliò solo un’improvvisa ventata che fece cadere la bici. È un masso che ha una storia. Ieri pomeriggio ci sono passato in auto. Ho cercato un posto sul pianoro in cui poterla lasciare fuori della sede stradale. E l’ho ritrovato … il mio divano naturale. E mi sono seduto. Non avevo il Kindle, ma solo il cellulare, su cui ho raccolto quelle emozioni che certi luoghi più di altri sanno infondere.

Ho ripensato ad un vecchio racconto ispirato dalla salita verso quel punto di scollinamento, un salita lunga con tratti anche impegnativi. Di quel racconto era protagonista un leprotto. Lo scrissi per mia figlia che allora era ancora bambina. L’ho cercato e l’ho riletto. Nel rileggerlo la memoria andava a quelle sere nel letto di lei che, prima di dormire, come fosse una favola, voleva che glielo raccontassi. E non solo prima di dormire. Me lo chiese spesso anche durante il giorno. Quel leprotto, che appariva e spariva tornante dopo tornante e che infondeva allegria e vigore al colpo di pedale, voleva attirare l’attenzione su un mondo che appare sempre laterale, marginale al nostro. L’asfalto e la nuda terra. Al limite dell’asfalto salivo con la mia bici, al limite dell’erba lui mi attendeva curva dopo curva. E ora al limite di due mondi mi trovo a pensare a lui, su un valico che già di per sé simboleggia il limite, separa e congiunge due valli, che spesso sono due mondi per chi sa amare quell’universo di valori speciali che si chiama montagna.

La brezza autunnale, il rosseggiare delle foglie, la luce stessa rosseggiante del pomeriggio di inizio novembre, mi fa sentire ancora di più la magia di quella posizione al limite, che già allora avvertii nel rapporto speciale con quel leprotto. Il mio sguardo fa come una zoomata sui pendii del monte Trebbio, sul suo versante nord, di fronte a me.

Non c’è un albero che sia uguale all’altro, che abbia lo stesso colore del manto di foglie, che abbia la stessa altezza. Qua resiste il verde, qua il verde inizia a rosseggiare, qua è già rosso, qua il rosso cede al giallo. Eppure non si ha impressione di disarmonia; eppure l’idea che nel cuore s’infonde è quella di una Bellezza suprema nella Differenza. Il pensiero allora non può che andare sempre laggiù, in quegli scenari che il Tempo devastò e che mani laboriose cercarono di riordinare, in quel corpo che aveva cercato una sua Armonia, ma quelle stesse mani laboriose non intesero come tale, distrussero in nome di un altro concetto di armonia. La mente indaga su cosa significa progredire, migliorare, rendere più vivibile una vita. Gli occhi si chiudono, la memoria inizia a rovistare, a rivangare, il paesaggio si spegne nella sua Bellezza spirituale, altri paesaggi si accendono nella loro Sofferenza, che è essa stessa spirituale, ma ebbe un fondamento anche materiale. Ascoltare il Tempo quassù è possibile per questo, solo ed esclusivamente per questo. Quassù la natura ci dà una lezione che nessun “progresso” del pensiero ancora è riuscito a darmi: si può raggiungere la Bellezza anche nella disarmonia e quando la disarmonia si accorda produce Bellezza. La domanda perciò resta. Gli occhi chiusi la rendono ora ossessiva: perché l’uomo non sa ascoltare quel mondo di cui è parte, in cui tutto trova il suo posto? perché l’uomo non sa accettare il fatto che è parte di un ordine naturale in cui valgono principi flessibili, mutevoli, principi e fondamenti esistenziali che conoscono e potrebbero insegnare il significato del concetto di adattamento? Ascolto il Tempo e la memoria va a trovare immagini che non volevo trovasse. Ero andato alla ricerca di quel luogo guidato dallo spirito del Tempo. Sapevo che lo spirito del Tempo aveva qualcosa da comunicarmi. Ma ancora una volta altri fantasmi si sono agitati insieme a lui. O forse è lui, a cui spesso ho affidato tante mie riflessioni sul significato della vita e del dolore, che vive di una doppia natura, infìda, fallace, cangiante, camaleontica? Apro gli occhi, il cielo è azzurro. Contro il sole basso una forma assume piano piano contorni più nitidi: è un grande aquilone.

Per un uomo buono che sapeva donare il sorriso ai bambini, un uomo buono che ebbe un grande ruolo nella mia vita, un aquilone ha sempre rappresentato il modo di appagare un ossessivo, pressante, imprescindibile bisogno di volare. Nei momenti difficili, di stanchezza o paura, di ansia o di terrore, esce con un aquilone e l’aquilone ha ineffabili poteri taumaturgici. Per seguirne il volo deve tenere a lungo lo sguardo lontano dalla terra, per consentigli di volare deve concentrarsi nella totalità dell’azzurro, nella sua compiuta perfezione celeste. Ma c’è un filo che ci unisce a quell’oggetto perfetto nella perfezione del cielo, che unisce la mia disarmonica e terrena imperfezione a lui; grazie a quel filo l’aquilone armonizza il suo movimento al mio, grazie a quel filo il mio movimento si armonizza al suo. Ma quel filo potrà spezzarsi e spezzandosi darà una libertà che è sempre un’incognita.

L’aquilone atterra. Gli occhi si riaprono. La Bellezza della tavolozza di colori del monte Trebbio resta, scalpellata nel marmo del Tempo; l’Armonia di quel paesaggio resta, interpretata per l’anima da un artista che ne ha compreso l’immenso valore, l’originalità, la differenza. Mi alzo. Il piede destro duole nel dialogo con il Tempo. Trovò Armonia allora. La deve ritrovare anche adesso.

Non c’è l’aquilone, non c’è nemmeno il leprotto.

C’è una bambina che dolcemente dorme dopo aver ascoltato dalla voce del suo babbo per l’ennesima volta la favola che più le piace. Non si scrivono favole, non si raccontano favole, se non si ha qualcosa da insegnare. E siccome credo che la vita mi abbia messo nella condizione di avere qualcosa da insegnare, spero che qualcun altro, venendo quassù, ascoltando il paesaggio, possa imparare a capire l’immenso valore di quegli armoniosi accordi, intrisi di Differenza, che solo lo spirito del Tempo sa trasformare in Bellezza.

Segreti che furono

Fu lei a dirglielo. “Non devi tenere dentro. Parlane. Apriti al mondo. Disvela ciò che arde e tortura. Non dare più argomento agli spiriti del Male che ammorbano la tua anima.” La paura era forte. Aveva tentennato a lungo. A lungo era rimasto nell’incertezza più che sul se, sul quando e sul come, perché il problema del se era già risolto: la decisione di parlarne con franchezza era stata già presa. Troppo era il dolore. Troppa l’ansia cresciuta a dismisura in quei tempi. Lei lo aveva avvertito e aveva sofferto molto per lui.

Le domande sulle assenze dal lavoro cominciavano ad essere numerose, la città era troppo piccola per evitare che queste notizie fossero manipolate e distorte. Bisognava troncare al più presto dicerie e falsità, chiacchiere e illazioni. Vivere in provincia ha i suoi pro, ma ha anche i suoi contro. Malelingue e calunniatori vengono in queste città di provincia a prendere la patente. Ma la vera ragione era lui stesso: non c’era più ragione di nascondere. La visita medica gli aveva messo i sospetti, aveva fatto indagini d’archivio in ospedale a Ravenna, Padova, Bologna e Firenze sul suo passato, aveva ottenuto accesso ai documenti che gli servivano e li aveva fatti avere al suo amico medico che aveva avuto il sospetto per primo. “Talidomide. Non si scappa. Date, quadro clinico, cartelle e referti parlano chiaro”, fu la risposta che ebbe. E da allora ebbe anche il sostegno di un’associazione. Ma soprattuto ebbe il sostegno di lei, di un amore che – lo sapeva bene, perché lo diceva sempre – era anche finalizzato a quello: le erbe infestanti andavano sradicate. La condivisione della gioia di un’unione tra due anime, di un amore tra due corpi, di un progetto tra due spiriti parte dalla condivisione della verità. I segreti, gli diceva sempre lei, sono fatti per torturare l’anima. I segreti sono fantasmi mossi da spiriti del Male. Liberatene!

Quel giorno in auto lei gli prese la mano, che afferrava nervosamente un pomello del cambio che non serviva a niente tener stretto in quel momento, lì in quel parcheggio semideserto. Sapeva quanto lui aveva sofferto nei giorni precedenti. Ogni anno l’avvicinarsi di quella data terribile, di quel 7 ottobre, era vissuto da lui sempre peggio. Lei gli prese la mano destra posata sul pomello del cambio. Vide in lui una smorfia di dolore, nel momento in cui mosse la gamba destra, per sollevare il piede dal pedale dell’acceleratore. Comprendendo che quello non era soltanto un dolore del corpo, che pure c’era e innegabile, documentato e clinicamente certificato, ma era anche, forse soprattutto un dolore dello spirito, strinse la mano di lui più forte e ripetè l’invito: “Parlane!”

Lui pensava a sua madre, a quanto aveva sofferto nel silenzio e nel senso di colpa; pensava al suo passato, a quegli otto anni, a proposito dei quali aveva l’abitudine di dire spesso che furono “otto anni che è da criminali chiamare vita”; pensava a quel piede destro, risvegliatosi nel dolore dopo trentasette anni di “normalità” pagata a caro prezzo. Buttò violentemente indietro la testa, chiuse gli occhi, un fremito attraversò le sue labbra. Lei lo colse.

“Stavi dicendo qualcosa. Non aver paura.” La mano di lei passò dalla mano di lui al suo viso. Il dorso della sua mano calda sfiorò la guancia gelida del viso di lui. La nebbia stava avvolgendo il grande parcheggio; le ultime auto dei pendolari stavano lasciando la città; i lampioni segnavano un orizzonte sfumato, in cui i confini tra le dimensioni si perdevano come nella sua anima in bilico tra la sicurezza di un passato vissuto nel tacito e ostinato rifiuto della verità e l’insicurezza di un futuro in cui la verità sarebbe stata libera di volare senza limiti, con tutte le incognite di una libertà senza frontiere. Far sapere significava rendere di dominio pubblico argomenti vissuti con dolore, dare in pasto a chiunque temi delicati, senza sapere come sarebbero stati intesi, se sarebbero stati fraintesi, quali danni l’eventuale, ma possibilissima, miscomprensione di quello che per lui non era un semplice segreto, ma era un vero scrigno di tesori, avrebbe potuto recare ad una vita che meritava rispetto e dignità, per quello che aveva patito. E quanto aveva patito …

Sì. Stava dicendo qualcosa. Quel fremito delle labbra era stato un tentativo abortito di risposta. La mano di lei avvertì meno algida quella guancia. Gli occhi di lui si riaprirono, lasciando scendere una lacrima, che il fascio di luce del lampione sfuocato fece riflettere. Negli ultimi tempi ne aveva viste di lacrime su quelle guance. Le aveva sempre interpretate come il segno di qualcosa che in lui si stava muovendo. Qualcosa che faceva male, ma che stava uscendo. Non vedeva negatività in quelle lacrime di ieri e nemmeno in quella la vide.

Lei gli ripetè: “Devi uscire dal guscio, adesso che tua mamma te ne ha parlato liberamente. Devi interpretarlo come un segnale del fatto che, se lei ha metabolizzato, anche tu, che sei il protagonista principale della vicenda, non puoi non assorbire, non digerire finalmente il magone restato lì per più di cinquant’anni. Soffro io per te. Credimi.” Non c’era bisogno tra loro due di sottolineare la fiducia, il credito. Lui le credeva, senza bisogno che lei glielo ricordasse.

Gli prese il viso tra le sue due mani, lo girò lentamente verso di sé senza trovare resistenza, quasi avesse un manichino tra le mani, avvicinò lentamente il suo volto, avvertì di averlo in suo possesso, ma avvertì anche la necessità di rispettare quel momento di fragilità; si sfiorarono appena le loro labbra e, restando a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro, da quelle di lei uscì sottovoce: “Non hai idea di quanto io stia soffrendo. Ti voglio troppo bene e soffro troppo nel vederti soffrire.”

Lei seppe che aveva trovato la forza. Le aveva detto in un whatsapp: “Ce l’ho fatta, amore. Bisogna festeggiare!” Sapendo quanto lui avesse sempre ritenuto impegnativo e coraggioso parlare del proprio passato, sapendo la forza che sarebbe occorsa, perché lui aprisse il lucchetto, ormai arrugginito dal tempo, di quel bauletto di segreti, conservato così gelosamente, non poté non esserne fiera lei stessa. Si trattava di parlare di dolori, di sofferenze, di nominare persone care, di nominare suo fratello della cui morte si sentiva responsabile; si trattava di fare outing su un senso di colpa sopito per quasi quarant’anni, per il quale aveva sofferto e soffriva terribilmente tuttora, da quel 7 ottobre 1978. Lei sapeva che avrebbe prima o poi trovato la forza. La sofferenza di quei giorni era stata tanta; aveva visto trapelare sentimenti nuovi nei suoi occhi; aveva sentito forze nuove nelle sue mani che la avvolgevano; aveva sentito un ardore nuovo nell’amore che le dava, pur nel dolore, diceva lui, grazie al dolore, pensava lei.

Lo aspettava al tavolino del bar, quando arrivò il whatsapp con le figurine dell’auto e del cuore, che, tradotto dal loro personale codice, significava: “Sto arrivando, amore.” Di lì a poco vide arrivare la sua Citroën, che fu costretto a parcheggiare lontano, e lo vide scendere. Si era immaginata la sua contrarietà nell’aver trovato posto lontano e nel dover camminare per un lungo tratto, senza poter nascondere in mezzo alla gente la sua evidente zoppìa, risvegliatasi dopo trentasette anni di illusoria, fallace, posticcia ‘normalità’.

Era veramente elegante quella sera: indossava il paio di jeans nuovi che lei gli aveva regalato, un paio di scarpe nere, una camicia sbottonata azzurra e una bella giacca grigia con disegno a principe di Galles di buona sartoria. Sapeva il valore che quelle giacche e quelle camicie avevano per lui: erano quelle giacche e quelle camicie che erano state di suo babbo da poco deceduto e indossarle per lui significava quasi come andare a spasso con il suo povero babbo, a cui tanto era affezionato. Felice com’era di vederlo camminare finalmente sicuro, non notò nemmeno la sua pur vistosa claudicanza dalla parte destra. Non solo: non camminava nemmeno rasente al muro, come era tipico della sua natura appartata e riservata; camminava tra le auto, per arrivare prima al tavolino da cui lei, sbracciandosi, aveva fatto notare la propria presenza. Quando arrivò si baciarono. Fu un bacio diverso. Entrambi avvertirono un flusso nuovo in quel bacio. Lui la stringeva a sé con una sicurezza ignota ai precedenti incontri. Lei avvertiva in lui una voglia di comunicare ben lontana dalle tremende e nervose fluttuazioni dell’anima dei giorni precedenti.

Si sedettero. Lui le prese le mani e lei sorridendo gli chiese: “Sono in ansia di sapere com’è andata. Come ne hai parlato? Dove lo hai fatto?”

“L’ho fatto in classe con i ragazzi di quinta.”

“In classe! Ho sempre pensato che tu qualche volta potessi essere un po’ picchiatello, ma pazzo furioso non ti avrei mai detto.”

“No, no. Aspetta. Stai calma. Ti spiego. Niente pazzi furiosi. Anzi. Si è creata una condizione più normale di quanto tu possa credere. I ragazzi mi hanno chiesto come stessi dopo una settimana di assenza. Alcuni erano sinceramente interessati. L’ho capito dal loro tono. L’ho visto nei loro occhi.” Lei sapeva che lui era attentissimo scrutatore di sguardi e che raramente sbagliava quando analizzava un sentimento altrui dallo sguardo e dagli occhi. “E … beh … allora da lì ho spiegato come stanno le cose per quanto riguarda la gamba e da alcune domande sono venuti quei chiarimenti che hanno poi portato a trattare anche delle cause e di tante altre cose. Sono andato anche sul mio WordPress.”

“No? Non dirmi che gli hai letto dei tuoi pezzi? Sei pazzo furioso. Punto.”

“Ti dirò di più. Ho acceso il videoproiettore. Sono andato su internet. Li hanno letti loro. E sono stati bravissimi. Ne abbiamo letti tre.”

“Ma non possono capire dei ragazzi una vicenda complessa come la tua. Hai sbagliato!”

“No. Anzi. Si sono commossi. Alcuni piangevano. Anche alcuni maschi. Una non ha retto. Piangeva a dirotto. Alla fine tre di loro mi hanno anche ringraziato.”

Lei rifletté un attimo. “Evidentemente hai trovato un momento giusto. Si deve essere creata una congiuntura, come dire?, speciale. Una classe di scuola, in orario di servizio, un insegnante che racconta vicende private della sua vita … permettimi, ma non è cosa che si sente tutti i giorni. Non l’avrei mai fatto.”

“Si è creata una condizione particolare. Ho avvertito un clima in classe idoneo e mi sono lasciato andare. Anzi, ho lasciato che fossero i pezzi da me scritti a parlare. Sono ragazzi di quinta. Sono grandi. Capiscono. Hanno strumenti per comprendere.”

Lei gli gettò le braccia al collo, gli sorrise, un alito di vento le sollevò i lunghi capelli neri che sfiorarono anche il viso di lui. “Era ora. Sapevo che ce l’avresti fatta. Ma ora sono fiera di te, perché mai avrei immaginato che ce l’avresti fatta in questo modo.”

La vide più bella del solito. Per lui era sempre bella. Ma in quel momento la sua chioma nera mossa dal vento, il suo sorriso dai lineamenti delicatissimi, i suoi grandi occhi erano di uno splendore mai visto: “Grazie! Senza di te, non ce l’avrei mai fatta!” Erano parole sentite, perché dietro a quelle parole c’erano anni di un’esperienza che era tale che lui non l’avrebbe mai augurata a nessuno, nemmeno al più acerrimo avversario. Senza di lei, senza il suo sprone non ce l’avrebbe mai fatta. Era sacrosanta verità.

Lei fece indietro la testa. Un altro alito leggero di brezza le mosse i capelli. Lui li prese tra le sue mani e glieli accarezzò. Sapeva quanto lei amasse quel gesto. E dalle labbra di lei, sottovoce, percepibili appena, uscirono parole che il vento portò dirette nel suo cuore: “L’amore unisce, si sa. Ma il dolore ha un potere molto superiore. Se anche il dolore unisce, l’amore diventa qualcosa di ineffabile. Ricordi come ci lasciammo quella sera in auto?”

“Mi dicesti che soffrivi troppo nel vedermi soffrire.”

Il gufo del Torrazzo

Sono molto grandi gli occhi di un gufo, antico simbolo di saggezza, talismano che risolve problemi. Lo si nota da vicino, perché lui non ti rifiuta. Accetta che tu lo avvicini. Mi porto a pochi metri da lui, che è poggiato sul parapetto di un ponticello in muratura su un canale. Dietro, come fosse una quinta su una scena, il Torrazzo, antica torre d’avvistamento, quando il pericolo si chiamava Uscocchi e Saraceni. Tutt’intorno le strade bianche che dalla basilica di Classe portano alla pineta e alla foce del Bevano, tra campagne operosamente lavorate, maneggi di cavalli, case forestali, ciclabili su cui sfrecciano ciclisti, un dedalo di gore, chiuse, idrovore che regimentano quelle acque per gli usi dell’uomo, spiagge con campeggi e stabilimenti balneari. Un paesaggio in cui il selvaggio della pineta con i suoi daini e quello delle piallasse dell’Ortazzo con i loro fenicotteri rosa trova un raro pacifico connubio con le opere dell’uomo, connubio fragile, ma effettivo.

Lì, in mezzo a tutto questo, lui stava immobile con i suoi occhioni fissi su di me. Perché gli antichi ti hanno associato al malocchio? Perché i sumeri e i persiani ti hanno chiamato angelo della morte? Quello era il paesaggio di confine che lui quotidianamente viveva e in cui io saltuariamente facevo capolino, che lui sontuosamente dominava e io discretamente cercavo di rispettare con la mia mountain bike. Che sia la mia divisa colorata bianca e azzurra, decisamente stonata in quel regno assoluto del verde, a tenere quei due grandi occhi su di me? Non si muove. Guarda fisso. Mi porto vicino. Resta lì. Estraggo il cellulare e scatto la foto. Niente. Sempre immobile. Che meraviglia! Sembra imbalsamato. Incurante della presenza della mia compagna d’uscita, che era rimasta sulla sterrata in stabilizzato, giù dal ponte e lontana dalla gora, su quella linea di demarcazione al margine della macchia di lecci, carpini, pini e farnie, incurante anche del sole di luglio che picchiava, malmenava e schiaffeggiava il mio animo decisamente poco amante del caldo, mi porto ad appena due metri da lui e mi siedo per terra, alla stessa altezza, che era di appena 35-40 cm del parapetto su cui lui era appollaiato. Nessun angelo della morte, nessun messaggero di sventure. Un amico con cui condividere.

Non so cosa sia successo esattamente, ma quei due occhi mi hanno trapassato e si sono come trapiantati subito in me. Una comunicazione si è attivata lì sul quel confine tra la macchia selvatica e la gora, che passava tra i coltivi di girasole e mais. In quel contesto estivo di silente e lenta pace pomeridiana il Torrazzo alle sue spalle si è piano piano come sfuocato, i colori del tardo pomeriggio sono diventati un tutt’uno con il verde delle sue piume a squame dalle molteplici sfumature. Non so perché, ma in quei momenti, rivisssuti anche in passato, anche in altri contesti geografici, mi par di cogliere sempre una sorta di messaggio circa la mia posizione nella natura. Una posizione da sempre cercata con ansia. Non saprei come spiegarlo, ma credo di avere un metodo di avvicinare gli animali diverso dalla maggior parte delle persone; mi sono, infatti, trovato in quel modo a tu per tu con due cervi al passo dei Mandrioli, con una volpe a S. Agata in Montalto, con un leprotto sul monte Chioda e con le marmotte al passo del Tonale insieme a Laura, mia figlia. E sempre si è instaurato un clima di simbiotica condivisione, che avvolge lo spirito in un modo che non è facile riuscire a descrivere, lo trascende in una dimensione di confine assolutamente singolare, lo traspone in un clima la cui serenità non sopporta parole e concetti razionali.

I due grandi occhi sono sempre piantati su di me, sui miei: due pupille nere nere, dal cerchio che sembra fatto con il compasso, su due iridi gialle altrettanto perfette nella loro circolarità. Nella natura si riesce a fare di queste cose senza dover studiare geometria. Iridi immobili. Fisse. Piantate su di me. Non un battito d’ala, non un fremito. La mia amica era andata intanto su internet e aveva cercato qualcosa: “Trovato! È un gufo di palude. Nome scientifico Asio flammeus. Tra i rapaci è uno dei rari predatori diurni. Qua dice che è particolarmente attivo nel tardo pomeriggio. Sono le quasi le 18: forse abbiamo preso l’unico pigro della categoria. Sembra finto. Oppure lo hai ipnotizzato tu … Sai che ogni tanto mi spaventi con gli animali.”

Ascoltai. Anzi ascoltammo, perché ormai io e lui condividevamo un territorio. Asio flammeus. Sarà tra i 35 e i 40 cm di altezza. È veramente molto bello. Il sole picchia. Mi tolgo il casco. I capelli e il viso sono madidi di sudore. Una sofferenza da interpretare forse come mònito alla mia innaturale presenza in quel contesto? Anche la parte interna del casco è fradicia di sudore.

Riprendiamo la nostra comunicazione, lì su quel ponte di cemento armato cadente, scrostato e con le anime di ferro ormai a nudo. Laggiù, sotto di noi, le acque basse e limacciose del canale iniziano la loro produzione di zanzare per la gioia dei villeggianti in vacanza sui lidi vicini e degli abitanti della città, le cui prime case da lì distano appena 6-7 km.

Quanto è bello entrare in quelle iridi. Vedo due ali spiegarsi e librarsi nell’azzurro. Vedo un grande aquilone verde come lui, con due cerchi gialli e un punto nero in mezzo, come i suoi grandi occhi. Da quell’aquilone si assapora una vita che nel suo procedere non deve soffrire per camminare, gode del vento e fiduciosa gli si concede, non conosce i limiti alla libertà di movimento posti da congiunture e sofferenze terrene. Volo io, vola il gufo che ora è in me. Vola lui come fosse il mio aquilone. Vola, vola, volta alto e maestoso, sicuro e fiducioso, grandioso e libero. Il verde e l’azzurro si confondono, come è giusto che sia, tra cielo e mare, nell’ordine naturale delle cose. Tutto è verde e tutto è azzurro. Tutto è vita, lassù. E quassù non si si avverte il dolore delle perdite terrene, delle mancanze corporee, dei limiti cogenti della vita che si vive laggiù. Laggiù si vedono ciglioni, si vedono ponti, si vedono cartelli, si vedono divieti, si vedono limiti … Quassù non esiste la Differenza …

Ebbro di libertà, ammaliato di pace, non considero il fatto che un filo mi richiama laggiù. Quaggiù esiste, invece, eccome se esiste la Differenza! E tu su questo ponte, a cavallo tra due mondi, tra la macchia con le querce, i lecci e le farnie, i daini e gli scoiattoli, le piallasse con i cavalieri d’Italia, i cormorani e i fenicotteri rosa e, di qua, i coltivi di mais e di girasole, le gore e i ponti vigilati dall’austero Torrazzo, tu su questo ponte, immobile, me lo ricordi che esiste; me lo ricordi tra l’impietoso e il generoso, sempre a metà strada tra due realtà, sempre incerto tra due intendimenti. Non vorrei mai staccare questo filo che, con i suoi dubbi, proprio grazie ai suoi dubbi, riesce a comunicare immensa Bellezza all’anima. Una comunicazione che si fa condivisione di esperienza.

“Facciamo tardi. Bisogna rientrare. Andiamo!”, dalla strada arrivò il richiamo di lei.

Il filo cede, sfugge di mano, l’aquilone vola via. Alzo lo sguardo. Lui si è librato verso est, verso il Torrazzo. Il sole opposto lo illumina. Una grande sapiente macchia verde nell’azzurro, lassù, che mi ha ancora una volta insegnato il significato della mia posizione, quaggiù.

Riprendo la mia impolverata mountain bike, lasciata sul limitare della sterrata, tra i sassi e l’erba. Riprendo il mio cammino pedalando più fiducioso su quel meraviglioso, unico, fantastico scenario di dialettica, su quel discrimine tra mondi diversi, su quel tempio di Differenza. Il piede sinistro pare più sicuro e il colpo che dà al pedale è più potente dalla parte della macchia; il piede destro, più malfermo, dalla parte della gora e dei coltivi, del Torrazzo e delle spiagge, dà il contributo che può, consapevole di vivere in una sapiente e ricca, serena e fiduciosa condizione di Bellezza e di Differenza. Due ali dall’alto vigilano sapienti e libere, fiere di aver insegnato.

E infondono sentimento di fiducia nell’anima, di libertà nello spirito.

Insonnia

Non dormire significa cedere alle lusinghe dell’ansia, sempre in agguato per devastare la mente, ai tanti fantasmi del passato, anch’essi sempre pronti a riprendere possesso della memoria, al panico in tutte le sue più molteplici forme. Non dormire, in un momento in cui si è soli in casa, senza nessuno accanto, senza nessuno con cui scambiare idee, può diventare pericoloso per chi non trova modalità per comunicare quello che sente di dover esprimere, anche uno sfogo.

Scrivere è una risposta. Scrivere significa combattere contro tutto questo male insidiosamente in agguato, cercare un’arma efficace per vincere ansia, memoria e panico, fantasmi vigliacchi e subdoli che possono inferire il colpo inavvedutamente.

Ma è nel momento in cui si sceglie il tema su cui scrivere che quegli spiriti maligni possono riprendere possesso della mente e guidare la mano con intenti pericolosi. La guardia non va mai abbassata. Tutt’altro: va sempre ricordato che la comunicazione è un’arma importante contro il male oscuro. E la notte con la sua pace e serenità può esprimere quanto di meglio abbiamo dentro di noi.

Di notte ho scritto le mie pagine più belle.

L’ultimo chilometro

Quando ci si cimenta nello scrivere, per i più la vera difficoltà consiste nella sindrome da pagina bianca, nell’inizio. Così almeno generalmente si dice e si legge. Poi tutto va in discesa. Per me è esattamente il contrario. È come la prima tappa dolomitica del Giro: oltre 200 km di noioso piattume padano o di fondovalle e poi all’improvviso l’erta finale spaccagambe. L’ultimo chilometro è sempre stato il mio problema. Quante idee si sono arenate lì, nel blocco dell’ultimo chilometro, di fronte alla decisione finale! Potrei fare un lungo elenco di momenti della mia vita che hanno conosciuto il dramma dell’ultimo chilometro.

I pochi traguardi raggiunti devono la conquista al pungolo altrui, quasi sempre ad una mano di donna. Perché? Perché non mi è mai stato esattamente chiaro se traguardare confini significhi arrivare alla fine di un viaggio e di una certezza o iniziare un altro viaggio tra altre incertezze. Ma anche perché il ruolo giocato nella vita dal passato, un gravame tanto impegnativo con cui convivere quanto arduo da condividere, ha sempre oggettivamente reso complesso camminare con lo sguardo proteso con sicurezza in avanti, costituendo zavorra al procedere. Ecco due ragioni, le due ragioni della sindrome dell’ultimo chilometro.

Ora mi trovo di nuovo all’ultimo chilometro: un altro libro è pronto. Ho pedalato in piano attraversando contrade amiche e lande ostili; ho superato ansie e crisi, fame e sete, piacere e dolore; ho fatto tutto con i miei mezzi finora. E adesso sono alla fine di un altro progetto. E di nuovo appare la sindrome dell’ultimo chilometro. Ho ancora bisogno di una mano, mano amica. Da solo non ho mai traguardato confini da lontano, non ho mai ardito varcare soglie. Mano amica, dove sei?

Lampi d’allegria

Sopra il chiosco il lampione lampeggiava a intervalli irregolari. La sua luce era disarmonica e rompeva l’uniformità di quella lunga strada, una delle più lunghe della piccola città, dove invece la luce emanata dagli altri lampioni era ferma e sicura. Lui passava spesso di lì e da giorni quel lampione gli era parso più simpatico. Quelle sue intermittenze gli davano allegria. Si fermò un attimo sotto quelle intermittenze. E l’asfalto della strada divenne un sentiero erboso tra le rocce, la luce a tratti del lampione quella del sole tra le nubi. La vita trae significato da un’intermittenza? Quale significato le intermittenze danno alla vita? La strada è la vita e le intermittenze creano una discrasia nell’uguaglianza, che l’uomo sente un forte bisogno di correggere, sempre. Perché? Forse domani una squadra verrà e riparerà quel lampione e a lui non dirà più niente quel lampione riparato, reso uguale a tutti. Il sole appariva e spariva. Ogni nube era un’intermittenza, ma questo non impediva la prosecuzione del cammino. E nessuno avrebbe mai potuto riparare quelle intermittenze, benché le sentisse come dissonanti, benché le avvertisse come ostacoli, benché le temesse come minacce, benché le interpretasse come ingiurie. No. Non lo erano. E se non lo erano le nubi, perché lo doveva essere un lampione? Le nubi erano diverse e creavano un’intermittenza che la natura considerava parte integrante del proprio ciclo. Quel lampione era diverso e dava allegria proprio per questo. Eppure, l’uomo lo avrebbe reso uguale prima o poi agli altri. Proprio non riusciva a capire perché. Riaprì gli occhi, s’incamminò tra le luci più sicure degli altri lampioni, ma non si sentì più allegro come prima. Si girò indietro, lo rivide con le sue irregolari intermittenze, ma procedette in avanti, perché sapeva che doveva farsi una ragione di quel mondo di posticce certezze e di fittizie uguaglianze.

La carriola di Santa Margherita a Mòntici

Parlava spesso nei temi e negli scritti, che per me erano bellissimi per un ragazzino della sua età, delle strade dei colli, della casa del nonno in campagna in mezzo agli ulivi e parlava spesso proprio di via Santa Margherita a Mòntici, che si intravvedeva tra i cipressi e gli ulivi da qualche finestra della scuola. Ma soprattutto accennava spesso all’immagine per lui tutta speciale che quelle strade sui colli e quella strada in particolare assumevano nel suo mondo, che era esso stesso speciale. E appariva spesso un oggetto in quelle paginette, che erano scritte con una calligrafia del tutto unica, fatta di segni stretti e piccoli, di lettere sempre chiuse, dove persino una ‘e’ e una ‘o’ sarebbero state difficili da distinguere: si trattava di una carriola. Allora non lo capivo. O meglio, ancora non lo capivo. Lo ascoltavo. Prestavo a lui un’attenzione curiosa e diligente, timorosa forse. Sapevo che in quelle parole c’era un significato che mi sfuggiva. Ma di una cosa ero convinta: c’era in quelle un desiderio vivo di comunicazione. Oggi, dopo tanti anni, in questa pensione fatta di tanti bei ricordi di una carriera non semplice ma che mi ha dato tanto, ripensando a quei ragazzi, a quella classe e ripensando a lui, sempre nascosto là dietro, rivedendo quei gruppi, lo cerco e non lo trovo mai, perché di lui appare nelle foto di classe sempre e solo un ciuffo di capelli o un braccio. E allora quella carriola comincia ad avere un significato: forse ha preso una forma. Ma fu quando mi mandò una lettera con una foto scattata nella casa di campagna in mezzo agli ulivi forse da suo babbo, o da suo nonno, che la vicenda della salita a piedi a Santa Margherita a Mòntici rappresentò per me una rivelazione. Lì la carriola aveva un ruolo. Per lui era faticoso camminare, ma amava tantissimo farlo. In quella foto con carriola, che mi aveva mandato, lui sorrideva – a scuola non lo faceva mai – e spingeva una carriola. Forse vi sto confondendo le idee. Sono confuse le mie: sapeste che fatica mettere insieme tutto! Ma proviamo a fare un passo indietro, cercando di mettere insieme un po’ di frammenti e di ricostruire quell’episodio della sua vita, quella passeggiata su quella stradina, anche per cercare di comprendere il valore di quella carriola: una passeggiata all’uscita della scuola proprio su quella strada, via di Santa Margherita a Mòntici. Lo facciamo usando quello che mi ha scritto in frammenti sparsi. Ogni tanto, alla fine delle lezioni – l’avrà fatto cinque o sei volte – dopo aver controllato di essere solo con me e che tutti i suoi compagni fossero usciti dall’aula mi si avvicinava, sempre serio, e mi lasciava due paginette dicendo: “Questo è per lei.” Non diceva altro. E scappava via. Lo faceva sempre quando era sicuro che tutti fossero fuori e lontano dalla sua portata. Ma due o tre volte trovai queste paginette anche nella mia buchetta della posta nella sala docenti; avvicinava in silenzio un bidello e diceva di mettere nella mia buchetta questa busta. Era un bisogno di comunicare. Non potevo sottrarmi. Quando passò alle superiori, iniziò a scrivermi delle lettere: lo faceva dai luoghi di vacanza, sempre in montagna, lo faceva per l’occasione degli auguri natalizi, ma anche senza pretesti particolari. Si trattava di scritti brevi, con una prosa sempre più franta e nervosa, di una potenza comunicativa che, se restava straordinaria in quella forma scritta, contrastava con i silenzi inquietanti di quando era sottoposto a verifiche orali. Ricordo questo di lui: prove scritte sempre eccellenti, ma all’orale … non saprei proprio cosa dire: la soddisfazione era quella che uno potrebbe ricevere dal parlare con una di quelle statue egizie, immobili, rigide, indecifrabili. Così come l’espressione, lo stile in cui scriveva: sentimenti forti nelle pagine scritte, impassibilità totale nel rapporto personale, a cui lui sfuggiva; una vicinanza quasi fraterna nelle paginette che mi recapitava, un’incapacità espressiva disarmante quando ti stava di fronte. I colleghi dicevano che avevano paura quando faceva così. A me non ha mai fatto paura. Ma c’era quel desiderio innegabile di comunicare; era una sfida per me; e la accettai, forse inconsapevolmente, forse solo per curiosità, forse, perché no?, addirittura solo per l’istinto che ho sempre avuto di indagare qualcosa di diverso dal solito. E lì c’era tanto materiale, ma tanto davvero.

Amava camminare. Era un ragazzino che, malgrado la sfortuna, amava molto camminare. Era curioso. La sua curiosità lo portava nei posti dove il suo sguardo vigile più volte evidentemente lo aveva attirato. Quella stradina stretta stretta, per esempio: inizia con un’audace erta e lo aveva sempre incuriosito. Dove lo avrebbe portato? Non lo sapeva. O meglio, gli era stato detto e lo sapeva, ma, se lui non verificava guardando con i suoi occhi e pestando la strada con i suoi piedi, era come se non lo sapesse. L’età era quella del rifiuto di ogni astrazione. Si crede a ciò che si vede; e poi si vede ciò che si crede. Così, quel giorno le cose devono proprio essere andate a modo suo. Tornando a casa da scuola, fece la deviazione da piazzale Ferrucci verso via Salutati e poi, poche decine di metri dopo, dal traffico caotico di quel grigio frammento di urbanità moderna, si immerse nel silenzio quasi surreale di un mondo per lui inimmaginabile solo pochi metri prima. Così si vedono le cose a quell’età. Ci si stupisce ancora di queste cose. Via Fortini partiva ripida e stretta e lui doveva stringersi al muretto, quando passava una delle rare auto. Già dopo la prima curva, scrisse in uno di quei testi, il silenzio e l’odore forte di resina presero il sopravvento sui clacson, sulle sirene e sui gas dei tubi di scappamento dei tanti autobus urbani e turistici che dal fragore dei viali del Lungarno caricavano centinaia di persone da vomitare poi su piazzale Michelangelo. Per sentire sua la magia di Firenze, aveva già capito che erano quelle le tracce da pestare, lui che abitava sul Lungarno, accanto a un grande albergo a quattro stelle, con i pullman che parcheggiavano proprio davanti alla sua finestra, riempiendo di puzza di nafta la sua camera. Quella non era la città che sentiva sua. Eppure qualcosa da sentire mio ci deve essere da qualche parte, pensava. Per questo era attratto da quelle insolite deviazioni. Erano i misteri di quella città, che rivelava di sé un’immagine da cartolina con l’arte e i grandi monumenti, con le opere dell’uomo firmate dai protagonisti dei libri scolastici, ma ne custodiva altre segretamente per pochi veri amanti del bello: le custodiva, per esempio, in una strada angusta di cui lui sapeva solo perché passava dietro la sua scuola e ci abitava un suo compagno di classe. E con il suo passo, reso lento, ma speciale, dalla sua altrettanto speciale gamba destra, si inerpicò tra i torreggianti cipressi e le macchie degli ulivi che disegnavano lo scenario che si apriva verso il colle di Mòntici. Un paesaggio nuovo, irreale, forse anche fantastico dal suo punto di vista, si squadernava repentino: era come in un film di Miyazaki. Lì sotto, appena una curva più indietro, il caos moderno, repellente, il traffico, gli autobus, i pullman turistici, le macchine parcheggiate fin sui marciapiedi; lì sopra, appena due cipressi oltre, un mondo amico, ammaliante, un paesaggio che ti accoglieva a braccia aperte con il sapore di una storia che affondava le radici lontano lontano. Insomma, sempre dal suo particolare punto di vista, una meraviglia senza se e senza ma. Era ormai preda di quel fascino e sentiva il suo cuore battere, non appena imboccò via di S. Margherita a Mòntici, che sapeva lunga e tortuosa. Ma il fascino e lo stupore di quell’età, che lui stava godendo pienamente, con una gioia assolutamente unica, sono qualcosa che è davvero un peccato perdere. E infatti non l’ha perso, come queste parole testimoniano. Nel salire andava, come puntualmente scriveva nelle tante paginette con cui comunicava a me le sue sensazioni del tutto speciali, con lo sguardo oltre il basso muretto, oltre i cipressi, oltre la bassa dell’Ema, oltre, lontano, su, su fino all’orizzonte su cui le cime dell’Appennino erano chiaramente visibili. E là c’era la casa del nonno, con i suoi ulivi secolari, altro paesaggio di storia, di una storia che sui libri non si legge, diceva lui, la storia di una famiglia, che si racconta di padre in figlio e che in questo tramandarsi rende vive anche le pietre delle case, rende pregevoli anche stabbioli e sterquilini, fa apprezzare anche lo stallatico con cui s’ingrassa il terreno. Lassù è veramente tutto bello, pensava salendo. E salendo pensava a quei paesaggi del tempo, a quegli spazi che non hanno passato e presente, ma sembrano immobili, eterni nella loro fragilità che solo la natura mette duramente alla prova. Quegli ulivi lì attorno alla strada erano adesso, nei suoi scritti originali in cui difficile diventava discernere simbolo da realtà, quelli del nonno. “Sono questi che con i loro robusti fittoni e i loro barbiconi tengono stretta la terra su cui sta la casa. Per questo li amo come fossero miei figli e soffro quando vedo su di loro il bacchio dei raccoglitori,” mi scrisse riportando e parole del nonno, quando li guardava dalla finestra. E lui li guardava lì, di là dal basso muretto. Un pezzo di intonaco si staccò dal muretto e cadde al suo passaggio. Gli antichi ulivi sembravano sorridere superbi di quell’effimera fragilità. Fabio lo aveva deriso anche quel giorno, perché non sapeva giocare a calcio, aveva deriso lui che semplicemente non poteva giocare a calcio. Jonathan gli aveva tirato deliberatamente una pallonata addosso, mentre era seduto sulla panchina, dove il professore di educazione fisica lo lasciava, del tutto incurante di lui, senza fare mai il minimo sforzo mentale di pensare qualcosa che anche lui potesse fare. Lui era abituato a quelle derisioni. Oggi si ripensa, quando ci si rivede o ci si scrive un saluto, a quei giorni e lui non parla mai di bullismo. Siamo noi insegnanti che lo facciamo. Per lui non erano bulli: erano solo i ragazzi a cui nessuno aveva mai spiegato che ogni tanto qualcosa alla nascita può andare storto e non avevano colpa se erano così. Era avanti lui. Oh sì! Era avanti anni luce. Ma taceva, accusava il colpo e, se piangeva, lo andava a fare in silenzio e in segreto. Nessuno lo ha mai visto piangere, tranne me. Ma non so se faccio bene a farglielo sapere. Sì, lo vidi piangere, mentre scendeva per lo stradello ripido che dalla scuola portava alla strada principale. Non so perché lo facesse, ma credo che fosse uno sfogo per aver represso tutto in quelle ore in aula. Chissà quante volte lo faceva e nessuno se ne accorgeva. Fu un caso che io lo abbia visto. Non dissi nulla. Forse sbagliai. Forse invece feci bene a rispettare la sua estrema riservatezza e il suo speciale mondo di segreti. Comunque sia, oggi posso dire che da lui, dalla quotidiana esperienza della sua timida e discreta presenza in aula, imparai nella mia carriera in quei tre anni più di quanto mi provassero a inculcare in ore e ore di corsi di aggiornamento.

La salita proseguiva. E lui avvertiva nei dolci saliscendi della via qualcosa di amico per i dolci saliscendi della sua andatura speciale. La mamma lo avrebbe sgridato per non aver messo la scarpa ortopedica, quell’orribile tortura da medioevo, che lo faceva soffrire. “Tutto è silenzio ne l’ardente pian, / Ti canteremo noi cipressi i cori / Che vanno eterni fra la terra e il cielo”, gli risuonava il testo pochi giorni fa letto in classe sull’antologia di italiano. Quell’insegnante gli voleva bene, pensava lui di me. E lui lo avvertiva non perché lo trattassi in modo particolare, ma proprio perché cercavo, nei limiti delle mie possibilità, di trattarlo come gli altri. E questo fatto che lui notasse che questa persona riuscisse a vedere oltre il suo corpo, oltre la sua differenza, oltre tutto quello che lo rendeva particolare e comunque diverso, lo faceva sentire importante, perché era proprio quello che lui sempre avrebbe desiderato negli altri: raggiungere quel difficile traguardo di sapere leggere i sentimenti dell’altro, provando ad ascoltarlo e dimostrando così il proprio rispetto. La camminata fu lunga e i pensieri divennero segreti. Che bella parola! Secretus, scelto e messo da parte. Ne avevamo parlato in classe. Lui si sentiva scelto per godere quell’esperienza, scelto dalla natura che gli aveva dato il dono della differenza. E lì tutto era un grandioso inno alla differenza, perché quella era città, ma non poteva soddisfare le esigenze della città: l’angustia di quella stradina, quei muretti malamente intonacati che ricordavano i colli senesi e che difendevano gli antichi stipi degli ulivi, quelle torri di cipressi che controllavano il paesaggio, come vedette dall’alto, da intrusioni indebite, tutto rendeva familiare quel contesto fatato, familiare a lui, ben inteso. Perché, a parte un ridotto traffico locale, quella strada era sconosciuta alle orde che sui pullman, poche decine di metri più in là, facevano la spola dal piazzale Michelangelo al Lungarno. Lì non rischiava di finire nel rullino di una macchina fotografica di un turista dagli occhi a mandorla, che nel fotografare, chissà perché, rideva sempre. Lui non rideva mai. La modernità con la sua puzza di benzina e le sue cacofonie, con il turismo di massa di cui quella città era immeritatamente ma inevitabilmente schiava, era lì dietro, perché, se lui fosse riuscito a salire su uno dei muretti, avrebbe visto a pochi passi il colle di San Miniato. Angustia: la stradina era angusta. Sentiva in quella parola tutta la forza di angor, mi preoccupo. Anche di questo parlammo in classe. Quando la strettoia si restringe, ci si preoccupa. Quando il sentiero s’addentra nella forra, ci si preoccupa. Quando la bianca forestale in stabilizzato diventa erbosa traccia indistinta, ci si preoccupa. Ma lui no. Non si preoccupava, pensando ancora una volta a quella figura della sua insegnante di italiano e anche di latino. Oh, se allora avessi capito che cosa veramente ero per lui! La strada angusta proseguiva con altro nome e lì su via Pian dei Giullari era l’antica chiesetta, una delle più antiche e meno conosciute non solo dai turisti, il che non stupisce, ma addirittura dai fiorentini. La chiesetta di Santa Margherita a Mòntici era stata costruita in stile romanico, quando già in tutta Europa partivano le fabbriche dei maestosi templi gotici. Anche lei gli era familiare per questo: era nata diversa. Non solo. “La mia insegnante di italiano mi aveva detto che era nata per un voto di una famiglia che era stata colpita dalle malattie. Lì si portava chi soffriva tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo”, mi ricordò in una delle paginette che trovai nella buchetta in sala docenti. La porta era chiusa. Si sedette sulla panchina con vista a sud, verso Ema e verso un altro frantumo di urbanità molesta per quell’idillio, l’uscita autostradale di Firenze Sud. “Lì si portava chi soffriva”. Non potei non ripensare e non potei esimermi dal collegare. Ma non volli indugiare con il pensiero. E ripresi a mettere insieme i frammenti di quella passeggiata in uno spazio che si confondeva ormai con il tempo.

C’era qualcosa che non andava adesso. L’armonia del paesaggio sembrava infranta. Perché quelle vistose discrasie nel paesaggio? Perché le avvertiva come violenze? Eppure qualcosa di bello c’è. Sono salito felice fin quassù, ci deve essere una ragione che mi ha portato quassù e mi ci ha portato felice. Cosa ci poteva essere in quello spicchio di paesaggio, in cui sereno comunque si specchiava, di amico e rasserenante? Un uomo passò con una carriola e delle sterpaglie. Un’auto sfrecciò e lo sfiorò. La differenza era nella vita. Era il valore della vita. Ma perché in quella differenza sentiva disarmonia? I suoi occhi caddero sui suoi piedi. Il sinistro era ben piantato per terra, il destro non ci arrivava. Il sinistro era sicuro e rivolto in avanti, il destro era malfermo e piegato di lato. La carriola e l’auto. Il passato e il presente. La difficile convivenza di tutto quello che nel tempo avrebbe costituito un macigno ingombrante per l’anima con la necessità di vincerlo in nome del riscatto, o della rivalsa. La differenza è parte integrante di quest’esperienza meravigliosa che si chiama vita, ma le sue eccentriche dismetrie erano avvertite come una nota che provocava angoscia, l’angustia della stradina, appartata, secreta, dopo il turbinio caotico dei pullman di piazzale Ferrucci. Tutto era differenza. Si tolse la scarpa destra e anche il calzino. Portò su il piede destro nudo, lo passò sotto la coscia sinistra e accarezzò quella differenza, quella nota speciale che rendeva al contempo maestoso e doloroso il tutto e che lui, solo lui, sapeva amare. Per Gozzano la differenza tra il poeta e l’oca consisteva nel fatto che entrambi vanno verso la fine, ma l’oca, destinata a finire sulla tavola per il pranzo di Natale, salta e gioca felice nella sua beata inconsapevolezza, perché a quella fine non pensa, perché alla differenza non pensa. Lui adesso, al contrario, su quella panchina, portando addosso l’impronta inequivocabile di quel dono, della differenza aveva il simbolo tra le mani, il suo piede destro. E ci pensava eccome a quella differenza! Ci pensava sempre! Era sempre nei suoi pensieri quella differenza. Aveva faticato con la sua andatura lenta e ondulante ad arrivare fin lì, la sua disarmonia esteriore gli aveva fatto scoprire, e non sarebbe stata certo la prima volta, un’ineffabile armonia interiore, segreta, angusta, rasserenante; e ora aveva il diritto di godersi come pochi quella conquista. Se la sarebbe ugualmente goduta, se ci fosse arrivato con due piedi uguali? Con questo pensiero accarezzò ancor più dolcemente il suo piede destro, con quel gesto riconoscente, che faceva spesso in casa. La mamma lo sgridava, aveva paura che prendesse freddo, diceva. No, aveva paura di altro la mamma: non lo voleva vedere, a lei faceva male, recava dolore e dispiacere, avvertiva un senso di colpa di mamma, comprensibile in tutto e per tutto, per chi non porta addosso le stigmate della differenza, ma sente di averle incolpevolmente inferte ad altri, al proprio figlio. Ma per lui non era così che andava interpretato il suo piede destro; lui adorava la sua differenza, che gli faceva assaporare giorno per giorno conquiste a traguardi nuovi. E avrebbe voluto farlo capire alla mamma, che gli aveva dato un dono immenso e non gli aveva recato un dolore. Mentre stringeva tra le dita della mano sinistra il suo piede destro, i suoi occhi non si staccavano da quella carriola, che fiera resisteva tra le auto. Il suo piede destro, tutto speciale, faceva parte integrante della sua vita informata dalla differenza e resa per questo speciale lei stessa, come quella carriola in quel paesaggio urbano, un paesaggio plasmato di differenza, e proprio per questo assolutamente speciale. Quel gesto di denudarlo e accarezzarlo, perché non piaceva agli altri? li infastidiva? li imbarazzava? costringeva a farsi delle domande? costringeva a pensare forse quanto non sia mai scontato poter camminare senza che tutti abbiano gli occhi puntati morbosamente e fastidiosamente addosso a te? Un giorno, approfittando del fatto che stava facendo una verifica e con il suo banco si trovava in un angolo, lo fece anche in classe. Nessuno se ne accorse dei compagni. Ma la sua professoressa di italiano sì. Mi alzai. Lui non fece nulla. Anche se aveva capito che c’era una insolita coincidenza tra i due fatti. Iniziai, come se nulla fosse, a girare tra i banchi, facendo domande su come andasse, chiedendo se era difficile e così via. Quando arrivai da lui, non fece assolutamente caso al gesto che aveva appena compiuto, mai compiuto prima, di denudarsi il piede destro. Lo aveva fatto in bagno per riposarsi dal dolore della scarpa ortopedica, ma mai in classe. Non era normale che un ragazzino in classe si denudasse un piede durante un’ora di lezione. Mi fermai accanto a lui e mi misi a leggere quello che aveva scritto, come se nulla fosse, ma rimanendo accanto a lui più di quanto avessi fatto con gli altri. Gli indicai una frase con un dito. C’era un’espressione da correggere. Lui ringraziò, correggendo con la mano destra e continuando con la sinistra ad accarezzare il piede. Proseguii diretta verso la cattedra. A quel punto lui mi seguì con lo sguardo. Mi sedetti e le traiettorie dei nostri occhi ebbero un attimo di incontro. Lui sorrise. Io pure. Quel sorriso, che feci d’istinto, senza pensare, sarebbe rimasto per sempre: avrebbe avuto la forza di un monumento indimenticabile. E a quel punto il piede poteva essere calzato. La differenza era stata ascoltata e rispettata in un sorriso, senza che io mi accorgessi di nulla. E lui poteva ritornare a casa, ricco di una nuova armonia interiore. Non era facile conquistarla. Bisognava scoprire segreti e superare angustie. Bisognava saper andare oltre la superficie. Bisognava uscire dai binari. Bisognava saper leggere un sorriso, dietro al quale c’era un mondo di valori la cui importanza pochi in futuro avrebbero apprezzato. Mai avrei immaginato che cosa quel mio sorriso istintivo avrebbe significato per lui in futuro. Me lo scrisse dopo anni in un lettera di auguri natalizi.

E allora lui capì, da quel punto di vista speciale, da quella panchina della chiesetta di Santa Margherita a Mòntici, da quel piede destro, da quell’immagine della carriola da cui era partita una danza di altre immagini nella sua mente, da quella sua andatura che destava tanto morboso interesse e che lo rendeva spesso vittima di spietato bullismo, quello che il nonno ciclista sempre gli diceva: una discesa è veramente l’unica cosa meritata della vita.

In fondo a quella discesa, tornato su via Salutati, tra le cataste di auto, si sentì più ricco e felice, pensando all’incommensurabile valore di quella differenza ammirata e goduta lassù in cima, alla chiesetta di Santa Margherita a Mòntici, ora ancor più rispettata e amata quaggiù, nei suoi due piedi. La carriola e la professoressa; l’angustia e il segreto; il paesaggio che dispensava un segreto amore coniugato con un sorriso che aveva dispensato un complice rispetto. Allora non poteva essere in grado di prevedere quante volte quelle immagini, divenute passato, sarebbero risalite in superficie. Sarebbero state intermittenze del Tempo. Così le avrebbe chiamate un giorno. Ma allora non poteva saperlo. Io nemmeno. Figuriamoci!

Prima di entrare in casa, passò dall’attiguo appartamento in cui abitavano i nonni. Vide il nonno e gli disse: “Sai cosa vorrei per Natale, nonno?”. “Dimmi.” “Mi piacerebbe avere una carriola.” Il nonno rimase per un attimo stupito. Poi disse: “Piena di cosa?”. “Quello che vuoi. Ma dammela con un sorriso.”

Ecco perché quella foto di lui sorridente con la carriola è sempre sulla mia scrivania, mentre lavoro a casa, attorniata dai miei figli e godendo di tutte le gioie di un benessere, che, come tanti, anch’io sono indotta a ritenere scontato. Perché non ci sono solo i libri che insegnano qualcosa nel nostro mestiere, ma ci sono anche tante persone speciali, che insegnano, se non di più, almeno tanto quanto insegnano quei libri. Un bambino non fortunato nella sua vita, un bambino che non ride mai a scuola, un bambino che ride con una carriola in campagna, un bambino che con fatica su una stradina in salita raggiunge una chiesetta per lui speciale: cosa unisce tutto questo? cosa dà senso a tutto questo che oggi metto insieme da tante paginette scritte a scuola e da tante lettere inviatemi dopo? E se fosse stato proprio quel gesto istintivo, sicuramente non pensato? Quel sorriso, intendo? Non lo so. Nessuno forse lo potrà mai sapere, se non lui stesso. Ma mi piace pensare che lo sia. Ed è giusto, tutto sommato, che resti nella malinconica ma sapiente angustia di una via segreta, in quel segreto mondo di paginette scritte in cui per anni si è svolta una comunicazione davvero speciale tra me e lui.

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