Julia

Un tavolino con una candela accesa in un clima natalizio degno di uno spot pubblicitario. Siamo tutti e due reduci da una lunga sgambata sulla pista di fondovalle della val Casies, su cui, dopo che era stata preparata artificialmente, finalmente era arrivato l’agognato aiuto dal cielo con tre giorni di neve vera. Il clima era quello tipico delle corte giornate delle vacanze natalizie in montagna, in cui tante ore si passano davanti a un prosecco, una cioccolata calda, una grappa. Gli sciatori affluiscono dopo la chiusura delle piste al precoce imbrunire di fine dicembre. Una vetrata sui prati bianchi, che una debole e fioca falce di luna calante fa riflettere appena, rappresenta il diaframma tra il mondo del benessere e del turismo vacanziero e quello della natura e del suo meraviglioso ordine. In mezzo a questi prati, lontano dal fango che cola dalle tute, dagli sci e dagli scarponi, lontano dal ronzio degli impianti ora fermi, lontano dallo sgraziato e disarmonico sottofondo dei cannoni che sparano neve finta, lontano dai motori dei gatti, che con lampade potenti squarciano il buio e battono le piste per la giornata successiva, lontano da questa disarmonia voluta dal lucro, dettata dalla legge del mercato, resa d’obbligo dal calendario in una regione che di turismo vive, laggiù in fondo, lontano solo nello spazio, ma non nello spirito, un laghetto ghiacciato appena illuminato, attirava l’attenzione dei pochi attenti ad ascoltare quel richiamo.

Si vedeva dalla vetrata del pub, dove alla chiusura degli impianti tanti si fermano, sfruttando l’adiacente distributore. Lei mi invita con un tacito gesto della mano a concentrarmi con lo sguardo fuori della vetrata, fuori da quell’orgia di benessere, fuori da quel caos portato da esigenze, di cui non sono mai riuscito a sentirmi partecipe, in direzione di quello specchio di ghiaccio. Qualcosa mi avrebbe subito reso parte di ben altro, di un’esperienza di quelle che si incidono profonde nel robusto granito del Tempo, che giustamente sa scegliere cosa conservare e ammette solo ciò che la sua severa giuria approva. Un’esperienza che ora si tenterà di trasferire dall’anima alla pagina.

Sul laghetto pattina, sola, una ragazza con un body bianco, la cui grazia attira soprattutto noi che abbiamo avuto il tavolo vicino alla vetrata del pub. E quella ragazza quasi diafana, quasi sospesa e fluttuante su quella superficie lucida si trasforma nell’immagine più autentica della Bellezza, come sa esprimersi nelle forme più naturali della sua grazia. Le tracce che i suoi pattini disegnano sul ghiaccio disegnano altre figure nello spirito, che rimandano indietro il tempo. Lo spirito si anima. L’anima, catturata da quella visione, s’infonde di quel vigore, che sa essere proprio di una vita vera, vissuta per la passione, per l’amore; il sentire che s’infonde nell’anima è quello di un calore che riesce a conferire a quel paesaggio freddo una nota che pochi, forse, sanno cogliere e apprezzare. È la nota, il marchio, il sigillo prezioso e inconfondibile della Differenza.

La luce scende, la temperatura precipita. Il termometro del distributore adiacente al pub segna già -12. Usciamo. Lei è attratta da quella ragazza e da quella naturale grazia. Ha pattinato anche lei poco prima, in una pista di pattinaggio, lo stadio di hockey del vicino paese. Insieme io e lei abbiamo visto turisti alle prime armi, qualche locale più esperto, qualche turista più esibizionista, tante cadute, tanta gente sgraziata e pericolosa per se stessa e per gli altri. Che contrasto! Quella figura eterea in bianco, quell’evento inatteso è uno spettacolo della natura, che ci riscalda nel sereno gelido imbrunire di fine dicembre. Ci abbracciamo nell’ammirare l’incanto della visione in quel candore naturale, un contesto che assume subito tutti i connotati del fiabesco. La ragazza volteggia veloce nello specchio di ghiaccio, per ora illuminato solo dalla sua bianca figura, nella vallata buia. I suoi movimenti, perfetti nella loro grazia naturale, è come se trovassero in quel contesto l’occasione ideale per la loro realizzazione, in un’armonia che dà vita a un’esperienza totalizzante per chi assiste e non può non esserne interiormente partecipe: un coinvolgimento che sconvolge e pone serie domande su quale sia l’autentica armonia tra uomo e natura.

Sergej, il cameriere russo che da anni lavora in quel pub di confine, dove l’italiano e il tedesco si mescolavano un tempo a dialetti veneti e ladini, ma ora anche alle tante lingue dell’est europeo dei lavoratori stagionali che vengono su dalle città o da oltre confine, Sergej, che conosciamo bene e che tutti gli anni ci saluta gioviale nel rivederci, lascia per un attimo il lavoro, ci vede incuranti del freddo gelido di quella serata serena e viene da noi: mi piace immaginare che ci considerasse russi come lui, temprati come lui. Si avvicina a noi due. Si mette in silenzio, estasiato nel guardare anche lui la ragazza che volteggia sui pattini con una grazia angelica sullo specchio di ghiaccio. Va alla cabina elettrica. Alza un interruttore. Si accende il lampione che illumina la parte del parco con il laghetto, in cui pattina la ragazza. Si illumina uno spettacolo che non si sa se sia più arte umana in atto o natura in movimento. Non si capisce se quella grazia sia il risultato di un esercizio praticato in pista con robusta tenacia o se non sia piuttosto il naturale esito della perfetta osmosi con quel paesaggio, in quel contesto di cui lei è solo apparentemente virtuosistica protagonista. Più la si osserva, più la si ammira, più si viene catturati e sconvolti da tanta naturalezza nei movimenti, più ci si convince – e questo è il punto più importante – che diversamente non può essere.

Quella figura bianca … Bianca come tutto il resto intorno a lei. Bianca come la semplicità di un’anima che si apre alla vita, alla natura, al paesaggio che di lei vive. Bianca come quel paesaggio che lei desidera come conoscere e trasfondere dentro di sé con i suoi volteggi. Bianca come la semplicità di lei che anela a far parte attiva di quell’esperienza straordinaria, che per tutti noi si chiama paesaggio. Bianca come quell’incontro meraviglioso tra uomo e natura. Bianca come chi sa di essere elemento imprescindibile e armonicamente integrato in quel paesaggio, un paesaggio che lei in quel momento sa animare di Armonia e che non violenta, come altri, con gatti delle nevi, impianti e cannoni. Bianca come tutto intorno a lei, come l’ambiente freddo cui infonde calore, un paesaggio che lei riesce mirabilmente a interpretare con le armi più belle che la natura le ha dato, quelle del suo corpo: una candida icona di Armonia, di Grazia, che ha l’ammaliante potere di incantarci, di affascinarci. Quella candida figura di perfezione ci manda un messaggio ineffabile allo spirito. Ci guardiamo, ci abbracciamo, ci uniamo in un bacio, che suggella la consapevolezza di essere entrambi memori di averlo simultaneamente recepito e assimilato.

Sergej resta accanto a noi. Lei si stringe nuovamente a me. La abbraccio ancora forte. Sergej comprende la particolarità del momento, interpreta l’intensità dell’esperienza in atto e torna dentro: dopo un po’ dalle casse esterne del parco, di cui il laghetto è parte, esce la musica delle Danze polovesiane dal Principe Igor di Alexandr Borodin. E l’atmosfera si fa magica, perché la musica ha di questi poteri.

“Julia è venuta in Italia otto giorni fa. Vuole festeggiare il Natale russo con me. 7 gennaio.”

“È la tua ragazza? È molto brava Julia. Siine fiero, Sergej”, gli dico.

“Julia è mia sorella. Siamo cresciuti nello stesso orfanotrofio. Tutti e due abbiamo pattinato sin da piccoli. Poi ho deciso di venire a lavorare qua due anni fa e le nostre vite si sono separate. Ho allenato io per anni Julia e l’avevo fatta arrivare anche in alto. Adesso non posso più restare qui con voi. Scusatemi, devo tornare a lavorare.” La sala del punto di ristoro doposci, il più amato e frequentato di quella piccola remota vallata, non molto nota al turismo di massa, si era infatti riempita e richiedeva a chi lavorava al bar e ai tavoli ritmi di lavoro superiori alla media. Non c’era tempo da perdere.

Julia era più giovane di Sergej che aveva circa 19 anni. Ne avrà avuti al massimo 16. Il vortice della musica da ballo popolare russa di Borodin era entrato nel sangue della ragazza. Si vedeva. Si percepiva. Non si stancava mai di roteare con una dolcezza tale che lei, stretta al mio fianco, disse: “Credevo che solo nelle favole o nei film esistessero cose del genere. Quella ragazza sembra che sia nata con i pattini ai piedi. Voglio conoscerla. Andiamo da lei.”

Lasciammo che il brano musicale finisse e poi, io e lei, andammo tutti e due giù al laghetto ghiacciato. Julia si stava togliendo i pattini, di cui accuratamente protesse le lame, prima di rimetterli nella borsa. Era una ragazza dalla corporatura perfetta, una chioma bionda raccolta in una lunga coda di cavallo contornava un viso dai lineamenti tipicamente russi, con occhi lunghi e stretti, quasi a mandorla e un sorriso sincero. Aveva solo il body da gara, ma non sembrava aver freddo. Tempra russa, tempra diversa: straordinario esempio di adeguamento al miracolo della Differenza che il corpo umano sa realizzare, che ci insegnerebbe anche a capire, ma che noi il più delle volte rifiutiamo di ascoltare.

“Ciao, Julia! Complimenti! Sei veramente molto brava,” le dissi.

“Ci hai saputo davvero commuovere e incantare,” le disse lei.

Julia conosceva poche parole di italiano, ma sapeva qualcosa di inglese e allora lei, che parlava abbastanza bene inglese, diversamente da me che non ho mai particolarmente amato quella lingua, le chiese: “Tuo fratello ci ha detto che ti ha allenato lui.”

Julia, che era sudata, si mise il piumino per coprirsi dal freddo. “Vieni a bere qualcosa di caldo con noi.” Sergej, visto che la sorella aveva finito di pattinare, le disse ad alta voce da lontano qualcosa in russo, spense il lampione e la musica. Julia gli rispose qualcosa in russo: il lampione sul laghetto si spense e quello spicchio di valle perse il fascino, a cui la figura di Julia non poco aveva contribuito. Ma la musica che proveniva dalle casse fu riaccesa sulle note di una radio locale, che diffondeva però ritmi più popolari e montanari, alternati a canzoni natalizie.

Julia ci seguì al tavolo su cui Sergej aveva portato le cioccolate da noi richieste; ne facemmo aggiungere una per Julia, che la gradì e ringraziò. Lei iniziò a porle domande sulla sua vita, su di lei; la ragazza diede risposte sempre fredde, di una freddezza che tradiva disprezzo per quel passato. Apprendere dalla viva voce di una protagonista quanto si legge, il più delle volte distrattamente, attira e coinvolge, ma induce sempre a riflettere. Julia ci ricorda come la quantità di bambini abbandonati negli orfanotrofi in Russia cresca a dismisura, perché il sussidio di stato alle famiglie dura solo tre anni e dopo il terzo anno le famiglie non sono più in grado di mantenere figli, che vengono abbandonati. In orfanotrofio si impara a fare la sarta, la calzolaia, la donna delle pulizie, ma in orfanotrofio si può anche leggere molto, perché in Russia non arriva internet in tutte le case; pochi fortunati hanno tempo per fare i selfie sui social e questo solo nelle città, non nelle sterminate realtà dei piccoli centri della campagna contadina, dove si vive di poco, ma si sopravvive. “L’arte è tanto per noi, per me e per Julia; l’arte è il grande sfogo di un popolo abituato a soffrire”, interviene Sergej, che per un attimo si siede al nostro tavolo.

Il mio sguardo torna al laghetto ora buio e come diventato improvvisamente gelido, abbandonato dal quel piccolo miracolo di arte e di natura, di cui prima era stato un naturale palcoscenico. Julia lo aveva riscaldato di armonia, di fascino, di fiaba.

“Quando hai iniziato a pattinare, Julia?”, le chiese lei.

“A tre anni.”

“Ci credo …”, fu il mio commento. “E tu?”, chiesi a Sergej. “Anch’io a tre anni. Julia ne ha 16, io 20.” Ero rimasto fermo a 19. Evidentemente li aveva compiuti da poco. “Abbiamo iniziato a pattinare presto. Accanto all’orfanotrofio c’era una pista ghiacciata per tanti mesi dell’anno. Quando ho visto che Julia era appassionata e veramente dotata per il pattinaggio, ho deciso di portarmela in pista e poi sono diventato il suo allenatore. Abbiamo gareggiato e partecipato a competizioni locali. Ma solo chi aveva soldi per permettersi trasferte, per partecipare alle gare in Canada, negli Stati Uniti, andava avanti. Negli orfanotrofi dove vivono milioni di bambini gli sponsor non arrivano. E allora sono venuto qua a lavorare. Sperando di trovare i soldi per far andare avanti Julia nella sua passione. Ha già 16 anni, e sono già tanti in questo sport. È brava. In Russia tutti la ammirano. Voglio che Julia si trasferisca qua e che qualcuno la alleni.”

“Tu la devi allenare!”

“Lo faccio. Tutte le ore libere dal lavoro le passiamo sui pattini. Ma non basta. Bisogna entrare nel giro. Qua si sta bene, si guadagna bene, ma sono vallate chiuse. Siamo lavoratori stagionali per loro. Serviamo come sguatteri, per questo ci pagano, non per pattinare. Non è come da noi. Da noi l’arte è sopra tutto.”

Dopo la breve pausa, Sergej mi puntò le palle degli occhi nelle mie palle degli occhi: “Qua si guadagna e qualcuno fa tanti affari con la neve per cui noi da noi si soffre e si muore; ma qua, per il denaro, l’arte l’avete uccisa. Come la natura”. Tacemmo. La prima stoccata era già stata micidiale. Questa seconda fu il colpo di grazia. “Da noi l’arte è sopra tutto,” avete detto Sergej. “Per il denaro l’arte l’avete uccisa,” aveva ribadito, girando il coltello nella piaga.

Abbassammo gli occhi tutti e due su quelle parole. Sergej tornò al lavoro. Lei mise una mano su quella di Julia e le disse: “Tanti di noi hanno combattuto battaglie che tu non puoi immaginare e qualche volta, combattendo, si può anche vincere. Anche tu ne hai combattute. Julia, non demordere.” Julia ringraziò della cioccolata e andò a cambiarsi.

Tra la folla di sciatori che entrava e usciva in quell’iride di colori artificiali delle tute da sci ci alzammo per uscire anche noi. All’arte e allo spettacolo di armonia nella natura si sostituì quello della cassa, della puzza di sudore dei corpi spesso sovrappeso di chi ha faticato non per lavoro, ma per divertimento: una stonatura per lo spirito che ha appena avuto ben altra lezione. E quando ebbi pagato alla cassa, lei mi prese dolcemente il braccio, attrasse la mia attenzione verso il corridoio di servizio e mi disse: “Guarda!”

Julia aveva indossato una grossolana tuta da ginnastica sdrucita, aveva preso il materiale e stava andando a ripulire i bagni del pub lordati dalla neve sciolta colata dagli scarponi degli sciatori reduci dalle piste, mettendo la sua naturale e artistica, armoniosa e ineffabile esperienza di perfezione al servizio di un altro modo di intendere la vita, che quell’armonia non sa né ascoltare, né rispettare.

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