L’affetto

Si può dialogare con il Tempo? Da tempo mi chiedo come sia possibile dialogare con il Tempo, dal momento che il personaggio di un mio romanzo ha questa particolare caratteristica di trascorrere momenti di riflessione in costante dialogo appunto con il Tempo, un dialogo ricco di ambigue complessità, come è giusto che sia. La riflessione mi ha riportato alle tante pagine che Sant’Agostino ha dedicato al tema, in cui sostanzialmente si arriva sempre ad una negazione del tempo; l’impressione che a me ne deriva è questa: è come se la memoria del passato proiettasse icone indefinibili in un futuro che sarà compito di chi avrà l’onore di raccoglierne l’eredità decifrare e interpretare. Eppure … Eppure qualcosa mi sfugge. La convinzione che un presente vivo e vegeto, condizionante e operante nella contingenza ci sia, nessuno me la riuscirà a togliere. Ed eccoci al punto: se qualcuno dichiara di aver trovato un amore perché ha saputo cogliere l’attimo, significa che quell’attimo esiste, è esistito, è stato attivo nella sua mente, nello spirito, nella materialità della sua quotidianità. Quell’attimo, quel punto, quell’impalpabile espressione del presente è un sogno? oppure un’emozione? oppure un sentimento? Che cos’è? Ma non è bellissimo cercare di porsi queste domande sulle cose più belle della vita! Andiamo avanti allora!

La riflessione particolare che vorrei fare è sull’affetto, sul sentimento. Due parole che troppo spesso consideriamo sinonimi. Permettetemi di salire per un attimo in cattedra e spiegarvi. Se lo chiamiamo “sentimento”, dal latino sentio, il verbo della percezione più generica, facciamo riferimento al mondo di sensazioni, emozioni, percezioni, sogni, desideri, ispirazioni e aspirazioni che rimandano ad una sfera affatto individuale. Se lo chiamiamo invece “affetto”, da affectus, un sostantivo appartenente allo stesso campo semantico di afficio, “faccio qualcosa a qualcuno”, “colpisco qualcuno con qualcosa” (p. es. un provvedimento giuridico), i protagonisti diventano due, uno che manda e uno che riceve, uno che fa e uno che subisce, e da questa interazione può nascere una partecipazione. Chiamiamolo perciò affetto e non sentimento questo attimo vitale che può essere così importante nel bene, come nell’esempio appena fatto, ma potrebbe anche esserlo nel male.

Oggi ho vissuto un’esperienza di affetto, perché ho colpito, ho subito, ho partecipato ad una relazione di scambi di osservazioni, che ha coinvolto la memoria, la relazionalità interpersonale, le emozioni, le commozioni. E anche qui è emersa una profonda differenza, nel riflettere durante il dialogo, tra essere emozionato ed essere commosso. Quanta confusione facciamo! Ho cercato, come è mio solito, di usare le parole secondo la loro storia, non sul fondamento di quello che sembra facciano capire in base alla eco che hanno in quello o in quell’altro spirito. Ebbene, essere emozionati è ben diverso da essere commossi. Emozione viene da emoveo, “porto lontano”, “porto fuori”, “trascino via con la forza”; non evoca immagini così rasserenanti la condizione dell’emozionato, se mi tocca immaginarlo trascinato lontano con la forza, magari – e non è difficile immaginare che sia così – proprio là dove non desidera proprio essere portato.

Ma quanto è bello invece essere commosso, che viene da commoveo, “mi agito insieme”, “mi lascio portare dentro me stesso insieme agli altri”! L’emozionato si sente lontano, si sente agitato e sconnesso dalla realtà, perché il suo corpo è dilacerato rispetto al suo spirito, che vaga altrove, trascinato chissà dove, contro la sua volontà; l’emozionato vive una situazione innaturale, l’emozionato è solo anche in mezzo a cento persone, perché con esse non può avere empatia, in quanto il suo spirito è come se gli fosse stato rapinato. Soffre in un mare di imperturbabilità. Il commosso partecipa di una dimensione comunitaria e non ha spesso bisogno di dare spiegazione sul suo mondo di affetti; la sua persona, il suo sguardo, i suoi occhi, la sua autenticità espressiva necessita di poche parole, gode di fiducia e sa di poter contare sull’ascolto. Mi sento emozionato, se non mi sento all’altezza di un compito e mi è richiesta una prova superiore alle mie potenzialità, che mi lascerà l’amaro in bocca di un’Incompiuta. Mi sento commosso, quando so di aver raggiunto il traguardo con la fiducia di chi ha saputo interpretare l’affetto, con spirito di lealtà e pratica dell’arte dell’ascolto. L’emozionato ha prova di sentimenti, non di affetti. Il commosso ha lavorato insieme agli altri sui sentimenti, sulle e-mozioni, per farne affetti, com-mozioni.

Quando si torna a casa da esperienze come queste, si torna a casa sempre più ricchi e si può ringraziare questa natura che offre campi di esperienza sempre diversi, sempre più intriganti, sempre più educativi.

Quel dialogo sul Tempo ha prodotto una serie di commosse riflessioni e su quelle riflessioni, frutto di affetti, ora si può lavorare in due.

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