Ritorno

C’è un valico sull’appennino forlivese, in cima al quale si sviluppa un pianoro esposto, senza alberi. Uscendo dalla strada asfaltata, si possono trovare dei massi sparsi. Ad uno di quelli sono da anni affezionato: ha la forma di un divano naturale. Più volte anni fa, quando macinavo migliaia di chilometri sui pedali, ci sono salito in bici prima con un libro, poi con il Kindle nello zainetto; e poi su quel masso, lontano dal rumore della strada, mi sono seduto più volte a leggere. A leggere e ad ascoltare l’anima. Una volta mi sono anche addormentato e mi svegliò solo un’improvvisa ventata che fece cadere la bici. È un masso che ha una storia. Ieri pomeriggio ci sono passato in auto. Ho cercato un posto sul pianoro in cui poterla lasciare fuori della sede stradale. E l’ho ritrovato … il mio divano naturale. E mi sono seduto. Non avevo il Kindle, ma solo il cellulare, su cui ho raccolto quelle emozioni che certi luoghi più di altri sanno infondere.

Ho ripensato ad un vecchio racconto ispirato dalla salita verso quel punto di scollinamento, un salita lunga con tratti anche impegnativi. Di quel racconto era protagonista un leprotto. Lo scrissi per mia figlia che allora era ancora bambina. L’ho cercato e l’ho riletto. Nel rileggerlo la memoria andava a quelle sere nel letto di lei che, prima di dormire, come fosse una favola, voleva che glielo raccontassi. E non solo prima di dormire. Me lo chiese spesso anche durante il giorno. Quel leprotto, che appariva e spariva tornante dopo tornante e che infondeva allegria e vigore al colpo di pedale, voleva attirare l’attenzione su un mondo che appare sempre laterale, marginale al nostro. L’asfalto e la nuda terra. Al limite dell’asfalto salivo con la mia bici, al limite dell’erba lui mi attendeva curva dopo curva. E ora al limite di due mondi mi trovo a pensare a lui, su un valico che già di per sé simboleggia il limite, separa e congiunge due valli, che spesso sono due mondi per chi sa amare quell’universo di valori speciali che si chiama montagna.

La brezza autunnale, il rosseggiare delle foglie, la luce stessa rosseggiante del pomeriggio di inizio novembre, mi fa sentire ancora di più la magia di quella posizione al limite, che già allora avvertii nel rapporto speciale con quel leprotto. Il mio sguardo fa come una zoomata sui pendii del monte Trebbio, sul suo versante nord, di fronte a me.

Non c’è un albero che sia uguale all’altro, che abbia lo stesso colore del manto di foglie, che abbia la stessa altezza. Qua resiste il verde, qua il verde inizia a rosseggiare, qua è già rosso, qua il rosso cede al giallo. Eppure non si ha impressione di disarmonia; eppure l’idea che nel cuore s’infonde è quella di una Bellezza suprema nella Differenza. Il pensiero allora non può che andare sempre laggiù, in quegli scenari che il Tempo devastò e che mani laboriose cercarono di riordinare, in quel corpo che aveva cercato una sua Armonia, ma quelle stesse mani laboriose non intesero come tale, distrussero in nome di un altro concetto di armonia. La mente indaga su cosa significa progredire, migliorare, rendere più vivibile una vita. Gli occhi si chiudono, la memoria inizia a rovistare, a rivangare, il paesaggio si spegne nella sua Bellezza spirituale, altri paesaggi si accendono nella loro Sofferenza, che è essa stessa spirituale, ma ebbe un fondamento anche materiale. Ascoltare il Tempo quassù è possibile per questo, solo ed esclusivamente per questo. Quassù la natura ci dà una lezione che nessun “progresso” del pensiero ancora è riuscito a darmi: si può raggiungere la Bellezza anche nella disarmonia e quando la disarmonia si accorda produce Bellezza. La domanda perciò resta. Gli occhi chiusi la rendono ora ossessiva: perché l’uomo non sa ascoltare quel mondo di cui è parte, in cui tutto trova il suo posto? perché l’uomo non sa accettare il fatto che è parte di un ordine naturale in cui valgono principi flessibili, mutevoli, principi e fondamenti esistenziali che conoscono e potrebbero insegnare il significato del concetto di adattamento? Ascolto il Tempo e la memoria va a trovare immagini che non volevo trovasse. Ero andato alla ricerca di quel luogo guidato dallo spirito del Tempo. Sapevo che lo spirito del Tempo aveva qualcosa da comunicarmi. Ma ancora una volta altri fantasmi si sono agitati insieme a lui. O forse è lui, a cui spesso ho affidato tante mie riflessioni sul significato della vita e del dolore, che vive di una doppia natura, infìda, fallace, cangiante, camaleontica? Apro gli occhi, il cielo è azzurro. Contro il sole basso una forma assume piano piano contorni più nitidi: è un grande aquilone.

Per un uomo buono che sapeva donare il sorriso ai bambini, un uomo buono che ebbe un grande ruolo nella mia vita, un aquilone ha sempre rappresentato il modo di appagare un ossessivo, pressante, imprescindibile bisogno di volare. Nei momenti difficili, di stanchezza o paura, di ansia o di terrore, esce con un aquilone e l’aquilone ha ineffabili poteri taumaturgici. Per seguirne il volo deve tenere a lungo lo sguardo lontano dalla terra, per consentigli di volare deve concentrarsi nella totalità dell’azzurro, nella sua compiuta perfezione celeste. Ma c’è un filo che ci unisce a quell’oggetto perfetto nella perfezione del cielo, che unisce la mia disarmonica e terrena imperfezione a lui; grazie a quel filo l’aquilone armonizza il suo movimento al mio, grazie a quel filo il mio movimento si armonizza al suo. Ma quel filo potrà spezzarsi e spezzandosi darà una libertà che è sempre un’incognita.

L’aquilone atterra. Gli occhi si riaprono. La Bellezza della tavolozza di colori del monte Trebbio resta, scalpellata nel marmo del Tempo; l’Armonia di quel paesaggio resta, interpretata per l’anima da un artista che ne ha compreso l’immenso valore, l’originalità, la differenza. Mi alzo. Il piede destro duole nel dialogo con il Tempo. Trovò Armonia allora. La deve ritrovare anche adesso.

Non c’è l’aquilone, non c’è nemmeno il leprotto.

C’è una bambina che dolcemente dorme dopo aver ascoltato dalla voce del suo babbo per l’ennesima volta la favola che più le piace. Non si scrivono favole, non si raccontano favole, se non si ha qualcosa da insegnare. E siccome credo che la vita mi abbia messo nella condizione di avere qualcosa da insegnare, spero che qualcun altro, venendo quassù, ascoltando il paesaggio, possa imparare a capire l’immenso valore di quegli armoniosi accordi, intrisi di Differenza, che solo lo spirito del Tempo sa trasformare in Bellezza.

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