È solo una questione di dosaggio …

Dedico questa mia odierna riflessione ai miei tanti studenti, che passano ore sui vocabolari, in cerca di parole.

Una parola è un insieme di lettere, di segni e di suoni. Bene: pensiamo innanzitutto al fatto che il vocabolo, che usiamo così spesso, viene dal greco παραβολή, dalla stessa radice del verbo παραβάλλω, che significa confrontare, paragonare; consideriamo poi che solo come significato più attestato nella letteratura ha quello di confronto, paragone, similitudine (come nelle parabole evangeliche), ma che può esprimere anche l’atto dell’incontrarsi e del dialogare. Ecco allora che ci rendiamo conto di quale immenso valore abbiamo in quell’apparentemente ingenuo, casuale, caotico insieme di segni e di suoni che si chiama parola. Ma non mi accontento. Sento che c’è di più e, siccome sono nato pignolo, sono andato a fondo e, consultando il Liddell-Scott, apprendo che nel procedere dei secoli, quando il greco era la lingua di uno dei tanti popoli che facevano parte dell’impero di Roma, seppur la più nobile, il termine παραβολή, in autori di quella letteratura che viene chiamata greco-romana, assume un altro significato, molto interessante: quello di percorso non rettilineo, tortuosità; da cui poi la metafora del giro di parole, fino ai significati di arguzia, dolo, inganno. Insomma, come tanti vocaboli delle lingue classiche anche il nostro παραβολή diventa con il tempo una vox media, ossia uno di quei vocaboli “neutri”, che possono, come il latino fortuna, che si cita sempre come esempio ai ragazzi alle prime armi, contenere in sé sia l’accezione positiva, sia quella negativa.

Quanto viene da pensare allora! Soprattutto se si nasce eternamente insoddisfatti di imparare e conoscere e se si è inclini a soddisfare questa sana cupidigia dell’intelletto proprio con confronti e comparazioni, insomma proprio con le nostre bellissime ma infide παραβολαί …

Ma com’è possibile? Sovviene dunque un noto passo del Vangelo, Mt 5 37: Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: ‘sì, sì’, ‘no, no; il di più viene dal Maligno”. Ma chi lo decide che che cosa è “di più”, se i vocabolari sono pieni di termini che hanno la possibilità di essere maneggiati esattamente come un farmaco? Fanno bene o fanno male secondo la dose che se ne impiega. Neanche gli antichi romani, che della fides, della lealtà alla parola data, al patto, al giuramento avevano fatto più che un fondamento etico di una società, addirittura una vera astrazione religiosa, sapevano stare nei binari e, se necessario, se nell’interesse della salvezza dello stato, il ricorso allo stratagemma e all’inganno, dunque al suo contrario, la perfidia, era tollerato. Come vedete, rnon è affatto facile muoversi in questo campo. Quando mi intrufolo con la innata curiosità in queste riflessioni, ho come l’impressione di trovarmi nelle sabbie mobili.

Dunque? Come ne usciamo dall’aporia? O forse anche le parole dovrebbero avere, non tanto un lemma sul dizionario, ma una sorta di loro bugiardino, che metta al corrente dei loro effetti collaterali? E ci risiamo! Ma perché il foglietto illustrativo di un medicinale si chiama bugiardino? Altre sabbie mobili: secondo un’ipotesi popolare, forse scorretta, ma comunque antropologicamente interessante, come quelle etimologie di Isidoro di Siviglia, che non ne ha azzeccata una ma sono bellissime, l’origine sarebbe da ricercarsi in una curiosa abitudine toscana, regione in cui un tempo la locandina dei quotidiani, esposta all’esterno delle edicole, si chiamava il bugiardo. Mi piace questa ipotesi. Giusta o non giusta che sia, mi piace, perché coglie in pieno la meraviglia di quello spirito indefinibile e dall’indole un po’ esoterica della comunicazione, che è geneticamente ambiguo – anche qui nel significato di incerto, dubbioso, esitante, come colui che si comporta (agere) girando intorno (ἀμφί) senza una meta – perché induce a riflettere sulla necessità di conoscere la posologia di quell’insieme di suoni e segni che chiamiamo parola, sull’impossibilità di coartarlo in gabbie come quelle di un vocabolario.

E se anche, per avere scritto queste nugae, mi darete dello stupido, non sarò certo quello che si offenderà: lo stupidus, prima di essere un personaggio caratteristico del mimo, era semplicemente colui che rimaneva stupefatto, a bocca aperta, meravigliato, attonito. Si tratta solo di questione di dosaggio. Ogni parola ha il suo dosaggio; e l’effetto che produce dipende dall’uso che se ne fa, non dal suo significato stampato sul vocabolario. Per questo resterà sempre una meraviglia dell’intelletto, un’esperienza fantastica, un’ebbrezza intrigante saper giocare con le parole. Ammiratele, studiatele, lasciatevi prendere dalla loro superiore abilità di maneggiare il vostro cervello, ancor prima che voi cerchiate di tenere quest’ultimo sotto controllo! Non ce la farete mai! Perciò, viva gli stupidi!

E ricordate! È solo una questione di dosaggio …

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