La favola di un aquilone

Imminente è l’uscita del mio ultimo libro, che è nelle fasi finali della sua revisione. Non è esattamente un’opera prima, perché ho già pubblicato per diversi anni nel settore della saggistica storica. E non è nemmeno un esordio nel settore della narrativa, avendo su questo sito pubblicato già diversi racconti. Ma è il primo romanzo che propongo ai lettori, sperando di riuscire nell’intendimento che è quello di concentrare l’attenzione sul tema della Differenza: ho infatti avuto nella mia esperienza professionale la fortuna di incontrare alcune persone, che hanno saputo insegnare tanto su questo tema della Differenza; tra queste una in particolare, che è quella che ha ispirato la protagonista della narrazione. Di questo romanzo di imminente uscita propongo qui di seguito la Prefazione.

Un dialogo con il Tempo può essere un utile esercizio. Dialogare con il Tempo, la cui esistenza molti filosofi avrebbero addirittura escluso, consente proprio di riflettere anche sulla sua caratteristica di fattore che sa informare la vita dell’uomo in modo assolutamente unico. Se non esiste il Tempo, come mai esiste il cambiamento, la differenza, il progresso, il regresso, tutti atti che hanno uno sviluppo diacronico, dunque nel Tempo?

Il Tempo con le sue corse e le sue pause accompagna passo dopo passo la vita dell’uomo; le corse non interesseranno molto, ma la pause sì. Nelle pause si collocano gli snodi importanti della vita. Con il Tempo noi tutti giochiamo una scommessa che, come tutte le scommesse, affascina per la sua forte carica attrattiva di rischio, di pericolo, di cimento, di misura del limite. Il tempo, però, si divora anche spazi significativi di quella vita, di quella storia, di questi uomini, di questi sconfinati paesaggi interiori che si chiamano con una parola bellissima: Anima.

Anima, dal greco ànemos, richiama il soffio, il vento, l’alito di vita che muove, agita, che dà forza e vigore alla natura e all’uomo, che ne è parte non solo attiva, ma protagonista. Questo soffio vitale qualche volta urla dentro di noi, sente il bisogno di esprimersi, di farsi capire, interpretare, leggere, immaginare, sognare. E lo fa in tanti modi: lo fa con le percezioni dei sensi e con quelle dell’intelletto; lo fa con i sentimenti e gli affetti, che, come ci insegna meravigliosamente la storia della parola dal latino, sono ciò che, colpendoci, ci caratterizza e ci plasma; lo fa con i sogni e le emozioni, che sono ciò che ci distoglie da noi e ci sposta, ci muove, ci porta altrove, come ancora una volta ci insegna la storia di questa parola “e-mozione”, un movimento di allontanamento per uscire da qualcosa. Lo fa, facendo danzare nel vento un aquilone.

Ed eccoci subito al punto fondamentale: i sogni e le emozioni, che nella nostra vita avranno un ruolo non secondario nel formare immagini che percepiamo, nella caratterizzazione dei vari personaggi che vivono intorno a noi e nelle scelte linguistiche e stilistiche che adottiamo per comunicare tra di noi, hanno un terribile potere ipocrita sul nostro vivere e sul nostro tentativo, mai uguale, sempre particolare, di dare una personale ed auspicabilmente plausibile interpretazione di quel soffio, di quell’ànemos. Possono portarci lontano, possono farci volare nelle dimensioni, inimmaginabili e imponderabili, proprio perché oniriche, di una fantasia che noi coartiamo troppo nelle gabbie della ragione; possono farci vivere come trasposti in quella sostanza impalpabile di affetti e sentimenti, di sensazioni e argomentazioni che, arricchiti della forza del sogno e dell’emozione, diventano talvolta l’illusoria quadratura del cerchio per il nostro ànemos, la cui curiosità è, per forza di natura, illimitata.

Ma, al di là di questo enorme potenziale di dolcezza e tenerezza, di cui l’uomo ha bisogno, essi possono essere anche la nostra schiavitù.

Quando ci si confronta su questi temi sia ha l’occasione per riflettere su aspetti fondanti della nostra esistenza: per esempio, su quale importanza nella nostra vita abbia veramente il dialogo con il Tempo, da cui siamo partiti. Si ha soprattutto l’opportunità di riflettere sul significato di tanti aspetti, su cui il nostro ignavo e accidioso operato quotidiano spesso non consente di fare quelle intermittenze di pensiero, quelle pause di riflessione, quelle analisi attente a cogliere dettagli in tutto quanto ci circonda.

Il Tempo è infido.

Il Tempo è fugace.

Il Tempo è fallace.

Ma il tempo è tutto. Senza il Tempo, la Vita non c’è, perché la Vita è cambiamento, evoluzione o involuzione: tutti processi che hanno uno sviluppo, come si è detto, diacronico. Banalità? Non tanto dopo aver seguito l’evoluzione di tanti di quei protagonisti della natura, che vorrebbero poter vivere una vita senza Tempo; e invece sono costretti a subirne gli effetti.

Abbiamo bisogno di studiarne le intermittenze, perché è lì, è in quelle soluzioni di continuità, ora benevole, ora foriere di sventura, è in quell’attimo che sfugge alla individuale previdenza e alla provvidenza della ragione, della logica, del parlare sempre studiato e argomentato, della dialettica fatta di mosse e contromosse dettate da calcoli strategici, che si cela il segreto della storia di noi uomini in questo contesto spaziale che si sviluppa nel Tempo. Ogni intermittenza del Tempo è un punto interrogativo. Ma, siccome dopo quell’intermittenza nulla sarà più come prima, avvertiamo in modo abbastanza categorico il dovere di cercare in qualche modo una risposta. Con umiltà e semplicità.

E solo chi pratica l’arte dell’ascolto, la più nobile e più difficile di tutte, tanto fondamentale quanto rara perché la dialettica porti ad un risultato, sa sperimentare questa umiltà e questa semplicità. Nutro nel mio animo la radicata convinzione che chi sa ascoltare saprà anche capire il senso di tutte quelle pagine di invenzione e di realtà, che spesso vivono dell’intendimento di utilizzare come paradigma un personaggio semplice, una sorta di anti-eroe, che, se combatte, lo fa perché costretto da forza di necessità.

Nella stesura di queste righe, in cui non potrà non avvertirsi una certa passione e anche un po’ di sofferenza, si arriva ad apprendere piano piano anche una verità decisamente interessante, che bisogna conservare stampata nella pagina principale dell’archivio della memoria. Si tratta di una verità per la quale si avverte la necessità, forse addirittura una sorta di fatale inevitabilità, di riflettere: se vogliamo evitare di cadere in quella trappola di schiavitù che è il cullarsi nell’universo delle emozioni, ma se vogliamo anche fare sì che quel fascio di sogni e di aspirazioni, di aneliti e di speranze, che fanno parte integrante dei nostri vitali bisogni e che ci tiene avvinti e avvolti nel suo tenace abbraccio, non si esaurisca nell’inane e algido razionalismo della contemporaneità, allora non abbiamo che un dovere: quello di costruire la nostra libertà passo dopo passo, anche nella materica e anodina concretezza dell’oggi, consapevoli dei passi compiuti, ma soprattutto fiduciosi in due cose: 1) nell’avvenire, 2) nella condivisione del viaggio della vita con le persone, che gli incontri di ieri, di oggi e di domani, ci hanno messo, ci mettono e ci metteranno lungo il percorso, ciascuno di essi dotato di valori suoi peculiari, nessuno mai uguale all’altro. Anche per questo i personaggi che vengono proposti come protagonisti del viaggio nel Tempo ambiscono spesso ad essere paradigmi e latori di un messaggio di solidarietà.

Dare alla vita un significato, secondo il modello espresso da questi che abbiamo definito i protagonisti della narrazione della vita, significa esercitarla nella pratica quotidiana avendo sempre di mira pochi e semplici fondamenti. È nel rispetto consapevole di questa sorta di ordine naturale delle cose, che si chiama in tanti modi e con tante belle e varie sfumature che la lingua italiana può offrire: differenza, alterità, divergenza, diversità, peculiarità, particolarità, individualità, personalità. Ognuno di noi ha la sua carica di Differenza. Questa è un’arma potente da maneggiare con rispetto e che esige onore, deferenza, dignità. Chi ne ha congrua consapevolezza è sui binari giusti nel suo irrefrenabile volo verso la libertà: questo ci vorrebbero insegnare ancora una volta i protagonisti di quella narrazione. E le pagine di vita vogliono essere un tentativo di dare una risposta a questa continua, incessante, talvolta spasmodica, talvolta eccitante ricerca di libertà.

Proviamo ad immaginare di vivere calati in una finzione letteraria che consiste nell’ipotizzare che il libro della nostra vita sia stato scritto da una persona che recita come personaggio secondario solo nei capitoli finali: questo espediente può consentire a chi porta avanti e conduce per mano la narrazione di concentrare l’attenzione sul ruolo didascalico del modello di vita e della visione del mondo che sono rappresentati sulla scena dai protagonisti del viaggio stesso. Ma risponde anche ad un altro fine, che è quello di evidenziare il ruolo solidale dell’amicizia, tema presente dall’inizio alla fine, perché la protagonista della narrazione è il personaggio che si trova al centro di un gruppo di amiche, che costituiscono, insieme a colui che subentrerà con la funzione di introdurre nell’amicizia anche l’amore, i personaggi solo apparentemente minori dell’opera. Quella che si sviluppa, nel rapporto a quattro, se vogliamo a cinque con l’inserimento di questa figura, è un’amicizia particolarmente solida, perché cementata proprio da dolore e amore, i due principi attivi attorno ai quali si organizzano tante riflessioni, i due elementi antitetici che meglio rappresentano quel dualismo spirituale tra forze del Bene e forze de Male, tra i quali combatte l’anima. Un dualismo che riporta nelle pagine del racconto indietro nei secoli, che ci riporta a riflettere su quei fondamenti culturali, in cui affondano le radici della nostra civiltà, di cui la matrice giudaico-cristiana per secoli dominante è solo uno di pilastri. Ecco allora che si chiarirà pagina per pagina anche il ruolo di quello che possiamo considerare il coprotagonista, al centro di un processo di dolorosa meditazione sul tema della memoria e sulla funzione che questa assume inserita nell’altra grande riflessione sul significato delle intermittenze del Tempo: l’aquilone sarà il suo Leit Motiv.

La protagonista di questa narrazione, rischia di diventare a questo punto una terribile pretesa nelle mani di chi ne fa uso narrativo – e per questo può spaventare, ma intrigare al contempo – in quanto assurge al ruolo di una grande metafora della condizione umana. Grande perché semplice, grande perché fragile (come tutti siamo, anche quando non lo vogliamo riconoscere), grande perché sensibile, grande perché è una donna che con la sua semplice testimonianza quotidiana di persona costretta a combattere più di altri, esprime con forza quello a cui tutti noi aneliamo, a cui ogni uomo deve avere il diritto di anelare: la conquista della libertà, che non credo mi accusiate di essere retorico se dichiaro che è la cosa più bella e importante per l’uomo, a prescindere da come è nato; di questo ci rendiamo conto soprattutto quando la natura e la storia ci mettono nella condizione di dover lottare per averla, per vedercela riconosciuta, anche solo quando si deve affrontare uno sguardo lanciato di traverso, una parola scappata male, un gesto finito fuori controllo, un atto compiuto inavvedutamente, ma che, se avessimo provato ad ascoltare meglio, forse non avremmo commesso. Uno degli insegnamenti che da queste persone vengono sempre è che mai nulla dobbiamo dare per scontato, a partire proprio dalla libertà che possiamo esercitare.

La ricerca di questa libertà nasce allora da qui, dall’esercizio dell’ascolto.

Vi prego non di leggere, ma di ascoltare queste pagine. Se le leggete, potrete forse ammirarne o criticarne la forma; se le ascoltate, chissà, forse potreste imparare da Giulia quello che io ho imparato dalla sua ispiratrice.

Ci sarà sicuramente qualcosa di più grande da imparare, ma ancora non l’ho trovato.

Insomma, dopo aver messo la parola fine a quest’opera, dopo averla letta e riletta, limata e modificata, dopo un lungo lavorio di taglio e cucito, di studio sulle figure e sulle parole, un lettore potrebbe pensare che ci sia un messaggio spirituale di fondo; possiamo anche sbilanciarci e chiamarlo un messaggio religioso, se si preferisce. Non mi stupirebbe affatto se si determinasse una tale impressione. Quest’opera ha, come tante, la sua ispiratrice e ispirare significa infondere un soffio vitale, un’ànemos, o, come dicevano i latini, uno spiritus. Mi fermo. Non lo nego e non lo affermo questo possibile messaggio. Lascio a voi trarre le conclusioni su questa materia. Se alla fine della lettura del racconto si riuscisse anche soltanto a cogliere il semplice messaggio di ascolto e di rispetto della Differenza, sarebbe un gran bel risultato.

Ma se qualcuno, un giorno ancor più semplicemente, dicesse che in fondo questa è solo la storia di un aquilone, lo abbraccerei felice.

Questa in fondo è la storia o, meglio ancora, la ‘favola’ di un aquilone.

Ravenna, 13 gennaio 2018

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